Ogni due anni e mezzo il Parlamento europeo effettua una verifica di metà mandato. Toccherà anche stavolta e a Bruxelles, nel centrosinistra, c’è chi agita già – con largo anticipo visto che le elezioni ci sono state nel 2024 – la possibilità di un cambio alla guida, per sostituire Roberta Metsola e i suoi vicepresidenti. Tra i quali c’è anche l’italiana Pina Picierno, una delle esponenti di punta dei riformisti italiani.

I piani di Schlein: largo a Zingaretti e Tinagli
Secondo il Corriere della Sera, Elly Schlein sostituirebbe volentieri la vicepresidente del Parlamento europeo con Nicola Zingaretti, attualmente capo della delegazione del Pd. A quel punto Irene Tinagli, ex riformista dalle molte facce, oggi gradita al Nazareno, diventerebbe leader della delegazione.

«Come sempre quando vengono fatti gli accordi non chiari poi vengono fuori i problemi», conferma a Lettera43 una fonte brussellese. Il riferimento è agli accordi fatti nel 2024, dopo le elezioni europee che hanno portato alla conferma di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione e alla conferma di Metsola alla guida del Parlamento. Anche Picierno allora era stata confermata, superando due contendenti: lo stesso Zingaretti ma anche Stefano Bonaccini, che ha già peraltro molti ruoli, tra cui quello di presidente del Pd (capo dell’opposizione interna al Pd non lo è più visto che ha deciso di passare nella maggioranza qualche mese fa grazie all’accordo con Schlein).

La pasionaria dai modi «urticanti» non comunica con la segretaria
Picierno è da tempo nel mirino del Nazareno per via non soltanto delle sue posizioni politiche, in linea con quelle di altri riformisti (da Giorgio Gori a Lorenzo Guerini), ma anche per le modalità «urticanti», come le definiscono i suoi stessi compagni riformisti, con cui affronta il dibattito pubblico. E se sono considerate urticanti per i colleghi di corrente, figuriamoci che cosa ne pensa Schlein, che vede Picierno come fumo negli occhi. Fra le due non c’è comunicazione, c’è chi dice che non si parlino proprio, senz’altro faticano a intendersi politicamente.

L’ipotesi di un addio al Pd: ma per andare dove?
C’è chi sostiene che Picierno potrebbe anche allontanarsi dal Pd, ma la domanda è – come sempre in questi casi – per andare dove. Interpellata sull’argomento, la vicepresidente del Parlamento europeo non ha rilasciato dichiarazioni. Carlo Calenda non è considerato affidabile, troppo umorale, con Matteo Renzi non è chiaro come siano i rapporti. Ma tutto è possibile, certo. I riformisti – che pure solidarizzano nelle loro agitatissime chat su Whatsapp e ricordano peraltro le modalità con cui si dimise Zingaretti da segretario del Pd, cioè insultando il partito che aveva diretto prima di lasciare – le rammentano che un conto è essere la coscienza critica di un partito, costituendo magari un’area politico-culturale piccola ma rumorosa, un altro conto è rischiare operazioni velleitarie. Un rischio che nessuno vuole correre, nemmeno il più acceso dei contestatori di Schlein.

Gori e la strategia della battaglia dall’interno
Ed è il motivo per cui Gori ha scelto di intestarsi una battaglia dentro il Pd senza però uscire; riprendendo puntualmente alcuni temi che Schlein, per ideologia o distrazione, non affronta. Anche dalle parti di Gori vi è la convinzione che le battaglie si facciano dall’interno, perché fuori da un partito strutturato tutto rischia di diventare poco influente.

L’appuntamento dunque viene rimandato a dopo il referendum costituzionale. L’eventuale vittoria del Sì sarebbe un inciampo per Schlein, che ha investito molto sulla sconfitta della presidente del Consiglio. Ma il duello finale e definitivo arriverebbe solo alle elezioni politiche dell’anno prossimo. In quel caso sarebbe complicato per la segretaria del Pd non farsi da parte in caso di sconfitta con Giorgia Meloni. Ed è a quel varco che la attendono i riformisti del Pd.
