«Sono solo canzonette», cantava il pirata Bennato, quando voleva scanzonarsi di dosso il peso del mondo. Eppure, a Palazzo Chigi, hanno capito che una riforma della giustizia non la spieghi con le slide, la risolvi con un do di petto.

Il neomelodico si fa jingle di Stato
La scena è una sceneggiata di quelle fatte bene: Giorgia Meloni, stretta tra un dossier sul Medio Oriente e una crisi del greggio, ha alzato la cornetta e ha arruolato Salvatore Michael Sorrentino, per tutti Sal Da Vinci. Non è stata una telefonata di cortesia, ma un’operazione di esproprio sentimentale, un sequestro di persona e di spartito: «La tua Per sempre sì è pure un regalo per il referendum», avrebbe detto la premier poco prima che l’ugola d’oro di Napoli iniziasse il suo giro di campo al Maradona. E zac: il pop si fa linea politica, il neomelodico si fa jingle di Stato.
Se la riforma non scalda i cuori almeno può far muovere i piedi
Dalle parti di via della Scrofa hanno intuito il trucco: se la riforma della giustizia non scalda i cuori, può almeno far muovere i piedi. Il piano è semplice: trasformare il comizio in un varietà del consenso. Si parte giovedì al Teatro Parenti di Milano, che per un giorno si presterà a fare da scenografia alla Politica Karaoke. In scaletta giuristi di peso come Sabino Cassese, ma il sospetto è che il pubblico aspetti solo il momento in cui le casse sputino il motivetto. Perché, diciamocelo: chi ha voglia di sentire parlare di separazione delle carriere quando puoi gridare un Sì a squarciagola seguendo un giro di Do?

Per La Russa il Sì ha già vinto (almeno a Sanremo)
Il ministro Francesco Lollobrigida ha già iniziato la marcatura a uomo, piazzando strofe da innamorato sotto i post di Instagram, mentre Ignazio La Russa ironizza sul fatto che, dopotutto, a Sanremo il Sì ha già vinto. È un’appropriazione che non sappiamo se definire indebita o semplicemente disperata. Perché se un governo con una maggioranza blindata sente il bisogno di aggrapparsi a un ritornello per far digerire una riforma, significa che la sostanza scarseggia. I sondaggi non sorridono, il prezzo della benzina scotta e l’entusiasmo spontaneo per il voto del 22 e 23 marzo è pervenuto solo nelle chat dei parlamentari. Così Fratelli d’Italia punta sul Sud-washing melodico. Napoli è il fronte dove il No morde più forte, e allora cosa c’è di meglio che provare a scardinare il fortino meridionale con il sentimento? Lo si impacchetta e lo si serve a tavola come se fosse dottrina giuridica.

Sal rischia di trasformarsi in un Jovanotti di destra
E Sal? Lui, vecchio lupo di mare, prova a fare melina. «Non ho mai dichiarato nulla, è una fake news», diceva a Sanremo a proposito di un meme che lo voleva arruolato tra le fila del No. Sa bene, Salvatore Michael, che il bacio della politica, a volte, è un bacio della morte. Certo, a livello di diritti Siae e SCF, chi organizza paga e canta, e il parere dell’artista conta quanto il due di picche. Ma il rischio morale c’è: trasformarsi nel Jovanotti di destra per una stagione referendaria significa ipotecare la propria trasversalità. Resta da capire se il Paese reale, quello che fa i conti col pieno alla pompa, avrà voglia di ballare questa sceneggiata referendaria. Perché alla fine, spenti i riflettori e riposte le bandiere, resterà il dubbio: abbiamo riformato la giustizia o abbiamo solo cambiato la playlist a un sistema che continua a stonare?

