8 marzo. Olga Sammauro di Telecolore

Olga Sammauro

Io non lo so perché, mentre entrambi sono a lavoro, un uomo creda di potersi rivolgere ad una donnadicendole: “hai degli occhi bellissimi”. Lui è un ingegnere, lei una giornalista, sono ad un convegno e lei sta per intervistarlo. Operatore pronto, telecamera accesa, lei avvicina il microfono per rivolgergli la domanda che ha preparato, studiando il tema dell’incontro e sperando di ottenere una notizia. Sta lavorando e non le interessa null’altro se non il servizio da chiudere. Poi lui la batte sul tempo e, prima della domanda, alla presenza di tante altre persone, butta fuori quella frase. “Siamo all’esagerazione, ormai non si accetta neanche più un complimento” diranno i più polemici. “È avvilente” ha pensato lei, invece, che voleva soltanto fare la sua domanda, essere vista soltanto per la sua professione. “A ruoli e generi invertiti sarebbe successo?” si è anche chiesta. Certo un episodio (ma contiamo anche altri due, tre, quattro uguali) non può essere l’unico elemento per farti capire se davvero il rispetto c’è. Oggi penso che non lo abbiamo ancora raggiunto. Lo dico, dispiacendomene, illusa, invece, un po’ di tempo fa, che il cambiamento fosse in atto, che dei passi in avanti si stessero facendo. Quando ho provato in qualche modo a convincermene, però, è spesso arrivata la prova del contrario. Non nella mia redazione, io sono fortunata, diversamente avrei già mollato. Non c’è confine, non c’è argomento che spetti ad un uomo e altri invece di cui possa interessarsi esclusivamente una donna. Da noi valgono le competenze, sono il pilastro su cui poggia ogni decisione. Se sei brava o bravo, sei hai la sensibilità giusta, sei hai la fonte affidabile, se hai la conoscenza approfondita allora quel pezzo lo fai. Non conta altro. Se questo accade è perché ci sono uomini intelligenti, lo è il mio direttore. Mi dà la forza di sapere che studiare, informarsi, sviluppare un pensiero critico poi si traduca in qualcosa: un servizio da realizzare, una storia da approfondire, una persona da intervistare. C’è il merito, altri ragionamenti non tengono e non c’è modo di essere arrabbiata come invece lo sono ancora fuori dalla mia redazione. “Dovrai faticare il doppio, dovrai fare il doppio dello sforzo, si chiederanno, non senza malizia, come mai se qui, ci ti ci ha messo” me lo sono sentita dire il primo giorno di redazione da chi ha più di 40 anni di esperienza, credevo che fosse tutto anacronistico, invece aveva ragione. L’ho scoperto quando alle mie domande spesso gli interlocutori si rivolgevano all’operatore che era con me, perché lui era un uomo e io non venivo più considerata. E quindi è vero, ho faticato il doppio per far sì che questo non accadesse più. Ho faticato il doppio pure quando mi hanno detto: “sei quella che legge il telegiornale”, ma nessuno il tg me lo aveva messo davanti già bello e pronto, lo avevo costruito anche io assieme a tutti gli altri. C’è un ma, io non avevo mai sentito rivolgere questa frase a nessuno dei miei colleghi uomini. Già li sento arrivare, però, quelli pronti a dire che facciamo le vittime. Niente di tutto questo ma io, proprio come nel mio lavoro, mi baso sui fatti, li analizzo. E i fatti oggi continuano a dirmi che in alcuni posti, come nella mia redazione, posso preoccuparmi soltanto delle mie competenze. I fatti continuano a dirmi anche che la storia del “faticare il doppio” era vera, alcuni giorni è una sfida entusiasmante, altri invece, quelli in cui ti senti dire “sei bella e brava”, lo è decisamente meno.

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