La Piccola Antigone

Olga Chieffi

L’Antigone, metafora dei diritti del singolo contro dittatura e totalitarismo, – o per dirla alla maniera dell’esistenzialista Emmanuel Lévinas, contro “totalità e infinito”, tornerà sul palcoscenico alle ore 20.45 al Teatro Comunale Diana di Nocera Inferiore. La Piccola Antigone, sarà, infatti, il terzo spettacolo de “L’Essere E L’Umano”, rassegna firmata da Artenauta Teatro, ideata dalla direttrice artistica e regista Simona Tortora, con l’organizzazione di Giuseppe Citarella e il patrocinio del Comune di Nocera Inferiore. Antigone, qui sarà evocata attraverso l’ atto unico di Jean Anouilh, scritto nel 1941 e pubblicato nel 1943, rappresentato per la prima volta al Théâtre de l’Atelier di Parigi il 6 febbraio 1944, ispirato alla omonima tragedia di Sofocle, il dramma, composto durante l’occupazione nazista della Francia, rielabora il mito adattandolo alla situazione storica vissuta dall’autore, presentata in modo ambiguo per superare la censura, ma tuttavia riconoscibile. Nella rilettura di Simona Tortora, con le musiche di Francesco Galdieri e della stessa Simona Tortora assumerà una connotazione più asciutta e contemporanea, ed è su questo che ha lavorato la regista nel suo adattamento drammaturgico, creando più punti di vista, in una narrazione a più voci, inedita per questa storia. In scena ci saranno Marco Amantea, Renato Anzalone, Giuseppe Citarella, Gaia Antonia Cuccurullo, Anna De Vivo, Totti Pacileo, Anna Sole Tortora, mentre le luci saranno di Giuseppe Petti. Figlia di Edipo e simbolo eterno di ribellione, Antigone sceglie di sfidare l’ordine costituito per obbedire a una legge più antica: quella del cuore e della pietà. Quando il re di Tebe, Creonte, nega la sepoltura al fratello Polinice – marchiato come traditore per motivi politici – Antigone non accetta il silenzio. Con un gesto solitario e sovversivo, decide di seppellire il corpo del congiunto, consapevole che il prezzo da pagare sarà la propria vita. Il suo sacrificio trasforma una vicenda mitologica in un archetipo universale: Antigone diventa la voce di chiunque opponga la libertà di coscienza alla tirannia. Una figura “in controtendenza” che, oggi come allora, ci costringe a chiederci quanto siamo disposti a bruciare per ciò che è giusto. Se pure il dramma, nella visione di Jean Anouilh sia stato interpretato spesso come un appello a favore dell’insurrezione contro l’occupante, il conflitto fra Antigone e Creonte può essere più generalmente inteso come un confronto dialettico fra gli ideali della Resistenza francese e le ragioni del collaborazionismo. Nell’opera sono presenti gli stessi personaggi dell’opera Sofocle, cui viene aggiunta solo la figura della nutrice. “In questi tempi di forte crudeltà per mano dell’uomo di potere sui più deboli, di smarrimento esistenziali, riportare in vita Antigone, nostra giovane eroina della coscienza più alta è un dovere per chi si occupa di cultura – spiega Simona Tortora – Lo spettacolo ha una scrittura agile, vorticosa, contemporanea, sensibile e di grande impatto emotivo. Riporta le vicende di una ragazza che da sola ha sfidato il potere in nome dei suoi ideali”. Davvero tanti gli spunti di riflessione offerti da questa pagina, a partire dal delicato equilibrio tra diritto naturale e legislazione positiva, per usare categorie attuali, e, più in generale, dalla importante constatazione che, in uno Stato, le tensioni, anche aspre e distruttive, e i diversi volti della tirannia, possono ripresentarsi tutte le volte in cui il legislatore non tenga conto della dimensione etica, del comune sentire, del patrimonio culturale, della logica, dei valori presenti all’interno del gruppo sociale di riferimento. C’è, poi, l’eterno e ineluttabile conflitto (per gli antichi Greci, il “pólemos” è re e padre di tutte le cose”), tra “uomini e donne; vecchi e giovani; individuo e communitas; vivi e defunti; mortali e divinità” che, oggi come allora, nelle sue molteplici declinazioni, continua a interpellarci, a stimolarci, a offrirci varianti sempre nuove, a istruirci sulla nostra relazione con l’alterità. La dialettica tra queste polarità, l’una riferimento irrinunciabile dell’altra, e di cui abbiamo bisogno per crescere, per arricchirci, per maturare uno sguardo sempre più globale sulla vita, è infatti luogo e occasione di “definizione reciproca”: per arrivare a noi stessi e agli altri. Dalla tragedia, impariamo a non eliminare il conflitto nel modo sbagliato attaccandoci in modo esclusivo ad un valore trascurando gli altri. Ma al di là di tutto questo mare di ricchezza e di significati, potenzialmente davvero infiniti, la tragedia ci offre l’opportunità di riflettere sulle nostre modalità decisionali e sul nostro stile relazionale, nonché sulle conseguenze, anche irreparabili, per la nostra vita e per quella altrui, che potrebbero derivare dalla mancanza di empatia, dall’incapacità di ascolto, dalla dismisura, dalle semplificazioni, dall’assenza di flessibilità, dalle visioni solitarie che non si aprono al confronto, dall’applicazione rigida dei principi; ovvero dal non saper essere saggi nella concretezza delle situazioni: la “saggezza pratica”, di cui non si ha traccia nello scontro tra i due protagonisti, molto si nutre del desiderio e della curiosità di conoscere il punto di vista degli altri, e le loro possibili ragioni.

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