C’è un’immagine che rende bene la situazione. Nel melodramma italiano, quello vero, non quello inscenato nell’ultima scalata al tempio milanese della finanza, secondo i magistrati il suggeritore sta nella buca, invisibile al pubblico, pronto a sussurrare le battute ai cantanti sul palcoscenico. Se si traslasse all’opera lirica, nell’assalto a Mediobanca e quindi alle Generali da parte di Mps, Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri sarebbero i tenori sul palcoscenico, novelli Radames cui peraltro augurare miglior sorte. Mentre Luigi Lovaglio, l’ad del Monte, reciterebbe la parte del suggeritore in buca: voce determinante, presenza negata. Ammesso, ma non lo crediamo proprio, che i cantanti immemori della parte avessero bisogno di suggerimenti. Quello evocato è il concetto giuridico che ha consentito alla Procura di Milano di mettere anche Lovaglio nel mirino della sua inchiesta: il concorso esterno in ipotesi di concerto. Locuzione che i penalisti peraltro conoscono bene.

La Procura e le tempistiche sospette dell’inchiesta
Ma la vera storia, qui, non è tanto il reato ipotizzato. È la tempistica. La Procura sapeva, o sospettava con sufficiente fondamento da aprire a suo tempo un fascicolo, dell’esistenza di questa presunta orchestrazione tra i protagonisti del blitz su Mediobanca ben prima che l’offerta venisse lanciata. Poi però è calato il silenzio. L’operazione è andata avanti indisturbata, Piazzetta Cuccia ha cambiato padroni e vertici, e solo quando i buoi erano abbondantemente fuggiti qualcuno si è ricordato che forse era tempo di chiudere il recinto. Non comunicando peraltro le conclusioni dell’inchiesta, si badi bene, ma la sola certezza dell’ipotesi di reato. Una differenza non da poco.

A chi ha fatto comodo questa geometria temporale?
Ora, c’è da chiedersi a chi, anche involontariamente, ha fatto comodo questa geometria temporale. In prima battuta agli assalitori, messi sotto il faro della procura per la vendita da parte del Mef di un cospicuo pacchetto di azioni Mps ai nemici della Mediobanca gestione Nagel. I quali hanno così potuto concludere il lavoro senza che nessuna bomba mediatico-giudiziaria saltasse sotto i loro piedi. In seconda battuta, ovvero quella svelatasi giovedì con l’audizione di Viola e del sostituto Pellicano in Senato, ai detrattori dell’incorporazione. In testa Caltagirone, azionista pesante del Monte che non ha nessuna intenzione di vedere Mediobanca fuori dalla Borsa fagocitata in toto da Siena, e che con questa inchiesta ha un argomento in più per scongiurare l’evento.

In gioco c’è la testa di Lovaglio alla guida del Monte
Il problema è che su di essa si sta giocando anche la testa di Lovaglio. L’amministratore delegato del Monte, passato in un baleno per l’editore del Messaggero da vittorioso condottiero a reietto, presenta venerdì mattina il nuovo piano industriale in una situazione da manuale della complessità: azionisti in guerra tra loro, governo che (finora, ma ci sono i dispositivi da decrittare) non compare nell’inchiesta milanese ma non per questo è spettatore sereno, e una lista di aspiranti consiglieri costruita con nomi talmente pesanti da essere chiaramente identificati come possibili successori di Lovaglio. Dove ci sono profili che non stanno lì per caso, ma sono opzioni aperte, segnali in codice per chi deve capire o ha già capito. Nel frattempo la magistratura avvisa: l’inchiesta sarà lunga, c’è ancora molto da indagare, si lavora sui dispositivi, prefigurando nell’immaginario di fantasmagoriche paginate di intercettazioni, una sorta di Epstein files della finanza che trasformerebbero un caso giudiziario in un romanzo d’appendice.
