La prima apparizione è andata in scena venerdì scorso, su Rai3, all’ora di cena. Whoopi Goldberg, la Sister Act del mondo intero, quella che ha messo l’Oscar sul comodino insieme a un Grammy, un Emmy e un Tony, è sbarcata a Un posto al sole, tra i marmi di Palazzo Palladini. Il risultato? Un contrasto dichiarato, quasi comico. Da un lato il portiere Raffaele Giordano, in versione maggiordomo-col fiatone, che l’ha accolta con la devozione di chi riceve la Madonna di Pompei. Dall’altro Renato Poggi, l’unico a conservare un briciolo di buon cinismo, che l’ha osservata con lo sguardo di chi teme il furto del limoncello. Non è stata un’allucinazione da peperonata, ma il colpo di teatro per il trentennale della soap.
Dietro la comparsata della star non c’è solo l’amore per Napoli
La narrazione ufficiale ha fatto suonare le campane a festa. La star globale che atterra a Napoli, bacia il suolo (o quasi), dichiara amore eterno al Golfo e ci fa sapere, con l’entusiasmo di chi scopre la frittatina di pasta, che il set (questo set!) le ha «fatto ritrovare il piacere della recitazione». Tutto giusto. Tutto magico. Tutto, forse, un po’ zuccheroso. Perché basta abbassare il volume dei violini e alzare quello della stampa americana per sentire un’altra musica. Dietro il sorriso di Eleanor Price, l’imprenditrice venuta da Oltreoceano per comprare uno yacht dai cantieri Palladini e magari un pezzo di cuore di Raffaele, c’è una storia che sa di bonifici salvifici. I fatti parlano chiaro e li ha messi in piazza lei stessa. Bisogna tornare a novembre 2024, sul set di The View, il talk show della Abc che conduce dal 2007, con uno stipendio annuo compreso tra i cinque e i sei milioni di dollari. Si parlava di elezioni presidenziali e voto operaio pro-Trump. E Goldberg ha deciso di non usare filtri: «I understand that people are going through a difficult time. Me too. If I had all the money in the world, I would not be here, OK? I’m a working person, I work for a living». Tradotto per chi a Upas mastica l’inglese come Rosa: «Capisco che le persone stiano attraversando un periodo difficile. Anch’io. Lavoro per vivere. Se avessi tutti i soldi del mondo non sarei qui, chiaro?».
Anche i premi Oscar devono pagare le bollette…
Con un patrimonio che balla tra i 30 e i 60 milioni di dollari, l’accostamento alla classe operaia le è costato il linciaggio social. Ma lei ha rincarato la dose a Entertainment Tonight, lo scorso settembre. A chi le chiedeva se pensasse di godersi la pensione, ha risposto: «Chi può permetterselo? Se non fai un matrimonio fortunato devi continuare a lavorare. Le bollette non si pagano da sole». Una delle pochissime artiste al mondo ad aver conquistato i quattro premi principali dello spettacolo, ha rivelato, senza imbarazzo, di lavorare per necessità economica. Un ritornello che ha ripetuto anche nell’autobiografia Bits and Pieces: My Mother, My Brother, and Me: l’Oscar non ti fa ricco per sempre.

Così l’Italia è diventata un buon rifugio
E mentre in America si confessava così, a Viale Mazzini si progettava il trentennale della soap. Serviva un nome. Quello giusto, a cui Hollywood ha smesso da un pezzo di mandare i fiori. Lo ha ammesso lei, senza giri di parole: «Non c’è più spazio per me a Hollywood, dal momento che ci sono attrici più giovani e più glamour che ottengono tutte le parti… nessuno mi manda più copioni…». È tutta lì, la verità. L’industria americana ha la memoria corta e la fedina del politicamente corretto sempre pronta: qualche polemica di troppo, qualche uscita infelice, tra dichiarazioni sull’Olocausto costate sospensioni e richiami, e il telefono ha smesso di squillare. L’Italia è diventata così il buon rifugio (con tanto di casa in Sicilia), dove una figura come la sua può ancora ottenere attenzione, rispetto, standing ovation. Non è un caso che il suo ultimo film, Leopardi & Co, sia stato girato nelle Marche, per la regia di Federica Biondi. Un lavoro onesto, dignitoso, per carità. Ma anche un segnale: il mercato si è ristretto verso produzioni più piccole, più accessibili.

Upas è una macchina perfetta, non serviva la benedizione straniera
Eccola allora a Upas. Venti episodi previsti per lei. Un personaggio creato ad hoc. Una storyline ritagliata per il pubblico casalingo che si sente rassicurato quando arriva qualcuno da fuori a certificare il valore di ciò che già conosce. È questo il punto. Non la sua presenza. Non la sua bravura. Il nodo è l’atteggiamento che abbiamo nei confronti di noi stessi. Quel vecchio complesso d’inferiorità per cui, se arriva un’americana a dirci «bravi!», allora valiamo qualcosa. È il riflesso di una credulità sentimentale che ci porta a innamorarci di chiunque venga da lontano e abbia vinto qualcosa. E noi ci sentiamo importanti per associazione. Ma Un posto al sole non ha mai avuto bisogno di stampelle. È una macchina perfetta che dal 1996, dall’intuizione di Giovanni Minoli (allora direttore di Rai3), macina ascolti e mette al centro i problemi reali degli italiani, il tessuto urbano di Napoli, e il respiro di una comunità intera. Benvenuta Whoopi, ci mancherebbe. Ma non ci serviva la benedizione straniera.







