Perché i riformisti del Pd sono costretti a fidarsi di Schlein

Alla fine la tanto agognata direzione dem si farà, magari già la prossima settimana. Lo ha assicurato Elly Schlein. I riformisti, che a più riprese avevano chiesto alla segretaria un confronto aperto, per ora possono dirsi soddisfatti. O, meglio, si vogliono fidare. L’insofferenza della minoranza del resto stava montando in modo direttamente proporzionale all’insofferenza – mixata però a una ostentata indifferenza – che la segreteria Elly Schlein aveva mostrato nei loro confronti. Politica estera, ddl antisemitismo, organizzazione, convocazione delle riunioni: non c’è argomento su cui quasi quotidianamente non emergano linee di frattura interne al Partito democratico.

Perché i riformisti del Pd sono costretti a fidarsi di Schlein
Elly Schlein e Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

L’appello di Sandra Zampa

«È ora che la segretaria Schlein e il presidente Bonaccini convochino una direzione che da troppo tempo, anche in violazione delle regole, non viene convocata», aveva tuonato la senatrice dem Sandra Zampa in un’intervista al Foglio. «Invece di far tracimare malignità sui giornali, si faccia un bello streaming (ah, i bei tempi bersaniani delle dirette a pesci in faccia unificati del Movimento che fu… ndr), consentendo alle persone di ascoltare e farsi una propria idea». Questa gestione del partito, aveva aggiunto la storica dirigente vicina a Romano Prodi, pure lui critico nei confronti di Schlein, «cancellando i luoghi di confronto, non fa altro che inasprire la contrapposizione fino a giungere a degenerazioni gravi, come avvenuto in questi giorni, con gente che insulta me e gli altri dirigenti riformisti, invitandoci a lasciare il partito. Persino un sindaco Pd ha fatto un post sui social con tutte le nostre facce chiedendo di mandarci via. Ma può essere ammissibile?». Il riferimento molto probabilmente era a Francesco Tagliaferri, primo cittadino di Vicchio, nel Mugello, che lo scorso dicembre aveva invitato Schlein a cacciare i «sionisti» dal partito.

Perché i riformisti del Pd sono costretti a fidarsi di Schlein
Sandra Zampa (Imagoeconomica).

La campagna di ascolto sul territorio

La segretaria così ha aperto a un confronto, come chiesto anche da esponenti della maggioranza, da Goffredo Bettini ad Andrea Orlando, fino a Marco Sarracino. Non solo. Già dal prossimo fine settimana la segretaria darà il via a una campagna di ascolto sui territori. Si parte da Milano, alla Fondazione Feltrinelli, con Demo di Gianni Cuperlo. «Bene finalmente la direzione del Pd la prossima settimana», ha commentato Filippo Sensi su X. «Sarà un luogo di confronto franco, produttivo, utile. In un momento durissimo, internazionale e europeo. Sentiamo questa responsabilità, facciamolo in modo aperto, alto. Insieme». Vedremo.

Perché la scissione non è percorribile

Nonostante il malessere manifestato da Pina Picierno, Giorgio Gori, Filippo Sensi, Matteo Biffoni e altri, ai riformisti pare mancare la volontà dello strappo definitivo. Forse il Pd ha già dato abbondantemente con le scissioni. Oppure, come ha sottolineato Picierno, «il Pd è casa nostra e noi gli vogliamo bene».

Perché i riformisti del Pd sono costretti a fidarsi di Schlein
Giorgio Gori, Pina Picierno e Graziano Delrio (Imagoeconomica).

In più mancano le alternative. Matteo Renzi, che pure rimane politicamente il più attrezzato, ha da tempo perso credibilità. Carlo Calenda parla con Forza Italia. I centristi non sono determinanti, almeno per ora. Fare un partito nuovo non avrebbe molto senso, anche se l’idea di una Margherita 2.0 ogni tanto continua a titillare i riformisti del Pd. Il rischio però è che alle prossime elezioni politiche, nel 2027, Schlein riesca a completare il progetto iniziato con la vittoria alle primarie del 2023: costruire un Pd a immagine e somiglianza di tutti quelli che non facevano parte del Pd (Marta Bonafoni, Igor Taruffi, Marco Furfaro, eccetera). La segreteria nazionale è d’altronde rappresentativa: Schlein ha voluto mettere ai vertici dirigenti che niente c’entravano con la storia politica del maggior partito di centrosinistra. È stata una precisa scelta per svincolare se stessa e il Pd dalla identità politica della forza che si è trovata a dirigere. 

LEGGI ANCHE: Bettini il guastatore e l’impossibile sintesi tra i due Pd