Mercoledì l’FBI ha perquisito l’abitazione di Hannah Natanson, una giornalista del Washington Post, nell’ambito di un’indagine su una presunta fuga di informazioni classificate. Si tratta di un evento piuttosto insolito negli Stati Uniti: anche nei casi di disclosure di documenti riservati, le autorità federali tendenzialmente evitano di colpire direttamente i reporter, per le tutele previste dal Primo Emendamento e dalla legge sulla protezione del lavoro giornalistico. Secondo quanto riferito dal Post, inoltre, la giornalista non è indagata.
L’indagine riguarda un tecnico informatico con accesso a file top secret
Durante la perquisizione, richiesta dal Pentagono, sono stati sequestrati computer portatili, un telefono e uno smartwatch. L’indagine riguarda Aurelio Perez-Lugones, un tecnico informatico che lavorava per il governo federale nel Maryland e per questo aveva accesso a materiale classificato. L’uomo è sospettato di aver gestito illegalmente documenti di intelligence top secret, che sono stati trovati anche nella sua abitazione. Riguardo al lavoro della giornalista, si sa che ha coperto per mesi le politiche dell’amministrazione Trump sui tagli nella pubblica amministrazione. Esperti di diritto costituzionale e organizzazioni per la libertà di stampa hanno commentato la notizia parlando di una «escalation» sotto l’amministrazione Trump in termini di pressione contro i giornalisti. La legge federale, infatti, prevede che le perquisizioni ai danni dei reporter siano un’extrema ratio, proprio per evitare interferenze con il loro diritto di informare le persone su questioni di interesse pubblico.
