Confindustria, comunque vada non ci sarà stretta di mano

Attesa per l'elezione online del successore di Vincenzo Boccia. Una cosa è certa: dopo i colpi bassi della campagna elettorale, tra i due contendenti Bonomi e Mattioli il distanziamento è garantito.

Si sono marcati a vicenda per alcuni giorni, poi alla fine il primo a decidere di prendere un aereo e andare a Roma è stato Carlo Bonomi.

Così ieri anche Licia Mattioli ha prenotato un volo da Malpensa e stamattina è arrivata in viale dell’Astronomia.

Ad attendere i due contendenti alla presidenza nazionale di Confindustria ci sono il presidente uscente Vincenzo Boccia e il direttore generale Marcella Panucci, più qualche funzionario.

I 179 AVENTI AVENTI DIRITTO ALLA PROVA DEL VOTO

In una stanza del settimo piano della sede centrale della confederazione degli industriali italiani – passando per corridoi che sono stati calcati da tutto il Gotha (ma anche no) del capitalismo italiano – il piccolo drappello di “confindustrioti” si sono radunati per attendere i risultati del voto che stamattina vede impegnati 179 aventi diritto. Ieri in una prova per vedere se l’inedito sistema di voto a distanza funzionava hanno partecipato in 164, quindi oggi ragionevolmente dovrebbero esserci tutti. Alla vigilia il netto distacco a favore di Bonomi che si era verificato per tutto marzo era sceso, fino a spingere qualcuno a dire che la partita aperta e a mettere i due contendenti in posizione di equilibrio.

UNA CAMPAGNA ELETTORALE PIENA DI COLPI BASSI

Non sappiamo se stamattina i quattro (Bonomi, Mattioli, Boccia, Panucci) più collaboratori abbiano rispettato e stiano rispettando le regole del distanziamento sociale. Certo, visti i colpi bassi che ci sono stati in questi giorni di campagna elettorale, e la tensione che sta accompagnando questa votazione – ieri circolava la voce che se Bonomi dovesse perdere, la Assolombarda che lui presiede potrebbe arrivare alla scissione – difficilmente si daranno la mano. In questo caso il coronavirus aiuta.

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Da Renzi a Confindustria e Figc: chi vuole riaprire il Paese

Mentre il governo ha intenzione di prorogare le misure anti-coronavirus e i virologi chiedono di continuare il lockdown, il leader di Italia viva spinge per la ripresa delle attività produttive e delle scuole. Seguendo gli industriali, l'Abi e il mondo del calcio.

A giudicare dalle reazioni indignate che ha scatenato la sua proposta di riaprire quanto prima il Paese imparando a «convivere» con il coronavirus, Matteo Renzi sembra essere inciampato clamorosamente.

L’idea del leader di Italia viva non solo è stata duramente attaccata dai virologi, ma non ha nemmeno avuto seguito nel mondo politico. Insomma tutti – maggioranza e opposizione – paiono concordare su un punto: non è ancora il momento di far cessare la quarantena.

Anche se non si va molto oltre, visto che mancano ancora proposte concrete su come, prima o poi, il Paese debba ripartire. La proroga del lockdown, almeno fino al 18 aprile, dovrebbe essere approvata poco prima del 3 aprile, cioè alla scadenza delle misure previste dal Dpcm del 9 marzo.

TUTTI CONTRO RENZI

La proposta di Renzi è stata attaccata da tutte le parti. Matteo Salvini, che solo un mese fa si appellava a Sergio Mattarella per chiedere di riaprire il Paese, ha tagliato corto: «Non è il momento». Sempre dalla Lega, gli ha fatto eco Gian Marco Centinaio: «Ancora una volta da Renzi una proposta che fa capire quanta incapacità di ascolto ci sia da parte sua. Mentre la comunità scientifica implora il “tutto chiuso”, lui lancia l’ennesima provocazione della disperazione». Fredda Forza Italia, che affida la replica ad Antonio Tajani: «Si ascolti solo la voce degli scienziati, bisogna tutelare la salute dei cittadini». Tranciante anche Carlo Calenda: «Caro Matteo, la tua dichiarazione è poco seria».

L’ex ministro dello Sviluppo economico su Twitter ha ribadito la sua posizione: «La politica sul #coronavirus ha preferito annunci e retorica. Vogliamo affrontare la riapertura? Facciamo gruppo di lavoro subito governo/opposizione + tecnici. Cagnoli per strategia e Ricciardi per sanità. E i segretari di partito, così chiacchierano di meno e lavorano di più».

MAGGIORANZA COMPATTA: NESSUNA APERTURA

E se l’intento del leader di Italia viva era aprire qualche crepa nella maggioranza pare fallito, perché dal Movimento 5 stelle (Luigi Di Maio: «Per la riapertura dobbiamo attendere il parere degli esperti del comitato scientifico: per non annunciare date che poi possono essere smentite», ha detto a Storie italiane su RaiUno) a Liberi e Uguali (Nicola Frattoianni: «Non abbiamo bisogno di apprendisti stregoni irresponsabili») è stato un fiorire di critiche. Il ministro per gli Affari regionali, il dem Francesco Boccia ha definito il tema della riapertura «un dibattito legittimo», che però deve avvenire considerando la situazione sanitaria attuale. La priorità insomma è: «Raddoppiare le terapie intensive, curare nel miglior modo possibile gli italiani, rafforzare gli ospedali e rafforzare le regioni che sono in particolar modo in condizioni maggiormente critiche, e rafforzare tutti il Centro-Sud nel caso che i contagi aumentino, far arrivare il cibo in ogni casa».

L’IPOTESI DI RIPARTENZA A SCAGLIONI

Forse Renzi, che non è nuovo a simili ballon d’essai, ha intuito però che, mentre il mondo politico e la comunità scientifica impongono una cosa, il Paese sta iniziando a chiederne un’altra. Se così fosse, Italia viva si farebbe portatrice degli interessi di quella parte della società che è per la riapertura immediata. E l’intervista di Renzi rilasciate ad Avvenire («Le fabbriche devono riaprire prima di Pasqua») non lasciano spazio a dubbi. «Se non ripartiamo ora», ha rincarato la dose anche nella sua ultima newsletter, «moriremo di fame, non di Covid. E dunque bisogna ripartire. I giovani potranno uscire prima degli anziani. Brutto dirlo ma è così. Se hai più di 70 anni riacquisterai le tue libertà dopo i ragazzi di 20. Scrivere queste cose fa male. Ma non scriverle significa disertare davanti al compito che ha un politico: indicare una via, non cercare solo il consenso».

CONFINDUSTRIA VENETO: «AL LAVORO ANCHE I SETTORI NON ESSENZIALI»

Sulla stessa lunghezza d’onda, e non è certo una novità, l’intera Confindustria che ha battagliato a lungo con il governo nella definizione del decreto Serra Italia. Dal Veneto, una delle regioni più colpite dall’epidemia, Enrico Carraro, presidente degli industriali, intervenendo a Studio24 su RaiNews24, ha detto: «Le imprese non essenziali devono poter continuare al lavorare perché c’è bisogno che la macchina del Paese continui, c’è bisogno di fare versamenti alil fronte dello stop al lockdownlo Stato, ci sono problemi impellenti. Se andiamo avanti così tutto il Paese si blocca. Così non reggiamo, bisogna pensare da subito come ridare ossigeno al Paese».

L’ALLARME DI VINCENZO BOCCIA

Il più duro, in merito, era stato proprio il numero 1 di Confindustria, Vincenzo Boccia, che commentando il Serra Italia aveva detto: «dall’emergenza economica si entra nell’economia di guerra». E, ancora: «Se il Pil è di 1800 miliardi all’anno vuole dire che produciamo 150 mld al mese, se chiudiamo il 70% delle attività vuol dire che perdiamo 100 miliardi ogni trenta giorni. L’economia non deve prevalere sulla salute ma dobbiamo far sì che tantissime aziende per crisi di liquidità non riaprano».

ABI: «LE BANCHE RESTINO APERTE»

Tira dritto anche l‘Associazione bancaria italiana che da giorni sta battagliando con i sindacati che avrebbero preferito la chiusura degli istituti di credito per garantire la sicurezza agli impiegati. «Chiediamo», si legge nella lettera che le sigle sindacali hanno indirizzato al presidente del Consiglio, dopo avere incassato il rifiuto di Abi, «la chiusura per 15 giorni di tutti gli sportelli bancari su tutto il territorio nazionale». Ma Abi si è limitata a replicare che «le banche si sono impegnate ad adottare le necessarie soluzioni organizzative per mantenere la distanza interpersonale di almeno un metro nonché l’adozione di ulteriori misure per ridurre il rischio di contagio», mentre continua a diramare inviti ai clienti di non recarsi direttamente allo sportello se non strettamente necessario.

LA FIGC IN PRESSING PER RICOMINCIARE IL CAMPIONATO

Scalpita per ripartire anche il mondo del calcio italiano: «La priorità è terminare i campionati entro l’estate, senza compromettere la stagione 2020-21», ha detto Gabriele Gravina, presidente della Figc, parlando a Radio Cusano Tv Italia, aggiungendo: «Il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora ha dichiarato che proporrà il blocco delle attività sportive fino alla fine di aprile compresi gli allenamenti, aspetterei la decisione del Consiglio dei ministri». Ancora più duro il Presidente della Lega Serie A, Paolo Dal Pino, che al governo ha ricordato i numeri macinati dal settore: «Il calcio produce 3 miliardi di euro di ricavi e un indotto di 8, oltre a una contribuzione fiscale e previdenziale di 1 miliardo di euro». E dato che non sarà intenzione dei club ripartire con gli stadi vuoti, è chiaro il pressing perché la quarantena finisca per tutti.

IL NODO DELLE SCUOLE E LO SCREENING DI MASSA

E le scuole? Renzi anche in questo caso aveva dettato una sua tempistica: «Si torni a scuola il 4 maggio. Almeno i 700 mila studenti delle medie e i 2 milioni 700 mila delle superiori. Tutti di nuovo in classe, mantenendo le distanze e dopo aver fatto comunque tutti un esame sierologico una puntura su un dito e con una goccia di sangue si vede se hai avuto il virus». Anche questa proposta è stata bocciata dalla quasi totalità del mondo scientifico che continua a ripetere che non si potrà lasciare le proprie abitazioni fino a quando l’epidemia non sarà passata. Eppure, alla possibilità dello screening di massa ci si sta davvero lavorando. In prima linea è l’Università di Torino con i virologi del dipartimento di Scienze veterinarie che propone un test del sangue per scovare chi ormai è immune e decidere sulla base di questi dati quanti e quali soggetti fare uscire di casa per primi. Del resto, si sta consolidando l’ipotesi che l’80% delle persone che hanno contratto il Covid-19 lo abbiano fatto in modo asintomatico. Avremmo quindi una platea che va dalle 250 mila alle 300 mila unità che potrebbero tornare al lavoro. Questo, naturalmente, nella speranza che i nostri anticorpi conservino memoria della battaglia vita contro il coronavirus. Una speranza cruciale.

LA POSIZIONE DELL’ISS

L’Istituto superiore di Sanità invece prende tempo. «Arriviamo fino a Pasqua e poi guardiamo i dati per stabilire come procedere. Va vista l’evoluzione dell’epidemia», ha ribadito in una intervista a Repubblica il presidente Silvio Brusaferro. Mettendo in guardia: anche quando i casi di coronavirus scenderanno a zero, la vita non tornerà come prima finché non verrà trovato un vaccino o un farmaco efficace contro la malattia. Sulle riaperture, ha aggiunto Brusaferro, «il problema è capire quali forme di apertura garantiscono che la curva non ritorni a crescere. Certamente le riaperture avverranno in modo graduale e dovremo organizzarci per essere capaci di intercettare rapidamente eventuali nuove persone positive. Stiamo anche valutando un’idea degli inglesi, quella dello ‘stop and go’. Prevede di aprire per un certo periodo e poi chiudere di nuovo». Tra le ipotesi al vaglio anche la possibilità di tenere a casa «anziani e malati fragili».

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La crisi post emergenza coronavirus vista dagli imprenditori del Nord

Secondo alcune stime la nostra economia perderà dai 250 ai 650 miliardi di euro. A seconda della durata dell'emergenza Covid-19. Le prime a essere colpite sono state le aziende del Nord Est. Dall'arredamento ai servizi, dal design fino all'hotellerie, le voci dalla locomotiva spenta d'Italia.

Impietosi. Sono semplicemente impietosi i numeri della crisi produttiva che seguirà l’emergenza coronavirus.

Cento miliardi bruciati al mese, secondo una prima stima del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia.

A conferma anche uno studio pubblicato di recente dal Cerved: le perdite per il sistema economico italiano potranno andare dai 250 ai 650 miliardi di euro, a seconda della durata dell’epidemia e delle restrizioni che hanno colpito diversi settori dell’economia.

NELLA MIGLIORE DELLE IPOTESI IL RIMBALZO NELLA SECONDA METÀ DEL TERZO TRIMESTRE

Francesco Daveri, economista e professore alla Bocconi, però pare meno catastrofista. «Quanto stiamo vivendo avrà proporzioni difficili da calcolare, ma non è detto che sarà inevitabilmente una Caporetto», spiega. «Sono convinto che ci sarà un rimbalzo, la cosiddetta “V”. Tutto sta a capire quanto durerà e quanto profonda sarà la fase discendente».

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Ma Daveri si spinge oltre con uno studio pubblicato pochi giorni fa: partendo dall’analisi della curva del contagio ed equiparandola a quella cinese («tenendo conto, però, delle dovute specifiche e differenze tra i due Paesi», precisa l’economista) «considerato che la quarantena è iniziata l’11 marzo, l’epidemia del coronavirus potrebbe dirsi conclusa nel nostro Paese intorno alla metà di maggio. Questo vuol dire che nell’ipotesi più ottimistica il rimbalzo potrebbe verificarsi non prima della seconda metà del terzo trimestre, con i primi due trimestri in cui possiamo immaginare una perdita del Pil fino al 10%».

LE RICADUTE DELLA CRISI NEL NORD ITALIA

Un crollo che subiranno principalmente le aziende del Nord e le regioni più colpite dall’epidemia. Dietro i dati e le stime, però, ci sono imprese e lavoratori che vivono appesi a un filo, nella speranza che il rimbalzo non solo si verifichi, ma che non sia poi così lontano.

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«Non posso permettermi di fare errori», spiega a Lettera43.it Roberto Gavazzi, amministratore delegato della Boffi spa, società con sede in provincia di Monza produttrice di arredamenti. «Le preoccupazioni più grandi sono per i circa 450 dipendenti che conta l’azienda e che ovviamente dobbiamo salvaguardare. C’è poi il rischio di perdere una consistente fetta di mercato e di investitori. Tutto dipenderà da quando riapriranno negozi e fabbriche». Inevitabile, però, che già si facciano i conti. «Se si dovesse arrivare a 2-3 mesi di arresto», sottolinea Gavazzi, «potremmo perdere il 30% del nostro fatturato, il che sarebbe tragico. Se restiamo sotto i due, potremmo arrivare al 20% di perdite e sarebbe ugualmente molto pesante ma affrontabile, considerando che comunque parliamo di un fenomeno globale e questo ci permette di essere compresi». Parliamo, peraltro, di un settore che produce beni durevoli, «per i quali in un certo senso si può aspettare».

L’ALLARME DEL SETTORE DI MODA ED EVENTI

Cosa diversa nel settore dei servizi: in questo caso ciò che è perso, rischia di esserlo per sempre. Ne sa qualcosa Alessandra Olcese, proprietaria a Milano della Random Production, società che organizza sfilate per grandi brand del fashion internazionale. «Siamo stati fortunati perché abbiamo curato l’ultimo evento il 21 febbraio, pochi giorni prima dello scoppio dell’epidemia, ma ora è il futuro quello che preoccupa», spiega. Alcuni clienti, non a caso, hanno già interrotto contratti in essere per sfilate previste per giugno e ora sospese. «Giugno è il mese della moda uomo, ma è molto probabile che anche gli altri eventi in programma salteranno». Il vero timore è per settembre, mese della moda donna. «Quel periodo equivale al 70-80% del nostro fatturato», fa notare Olcese: «se dovessero essere cancellati anche quegli eventi, tutto questo sarà davvero drammatico».

ARCHITETTURA E DESIGN LAVORANO PER LA RIPARTENZA

Stessa preoccupazione tocca anche il settore dell’architettura e del design. «Lavorando sul mercato internazionale riusciamo in parte ad attutire il colpo», commenta Alberto Zontone, ad dello studio Patricia Urquiola Spa. «Resta però il fatto che i cantieri bloccati da lunedì sono un problema concreto. Ora è tutto fermo anche su quel fronte. Abbiamo poi diversi ordini cancellati per il design». Senza contare il rinvio per ora a fine giugno del Salone del Mobile di Milano. «È senz’altro la Fiera più importante al mondo per il settore», ricorda Zontone. «In una settimana Milano attrae mezzo milione di persone, quando la Design Week di Londra arriva a circa 30 mila. Se anche la data di giugno dovesse slittare, sarebbe un disastro». Per il momento, tuttavia, si continua a lavorare in smart working: «Buona parte del tempo la passo in contatto con i clienti internazionali: bisogna far capire che la situazione è difficile, ma non impossibile da superare. Dobbiamo cominciare a seminare ora nella percezione estera per non arrivare tardi quando poi tutto ripartirà».

RISTORAZIONE E HOTELLERIE IN GINOCCHIO

La vera batosta è quella avvertita dal settore della ristorazione e dell’hotellerie. Secondo uno studio di Federalberghi Milano, su 60 hotel presi a campione sono quasi 55 mila le camere cancellate dal primo marzo al 30 aprile; le ore di ferie e permessi già assegnate risultano quasi 76 mila. Stessa situazione anche in Veneto. A sintetizzare la situazione è Andrea Ventura, responsabile di un albergo a Mestre. «Noi siamo chiusi da quasi un mese ormai. La società proprietaria dell’albergo ha messo tutti in ferie, ma ci ha già comunicato che da aprile per una parte dei dipendenti scatterà la cassa integrazione. Siamo a dir poco disperati. Mettiamo pure che a maggio tutto riparta: quanto tempo passerà prima che la gente torni a fidarsi, a viaggiare, a riempire hotel e ristoranti?».

LA VITICOLTURA GUARDA ALL’ESTERO

A resistere rimane il settore agroalimentare. E c’è chi, da quest’ultimo, manda anche segnali positivi. Come Walter Massa, produttore di vini nell’Alessandrino: 30 ettari destinati alla produzione di alcuni tra i vini più pregiati del Piemonte. «Il mio mondo è fermo. Come tutti i miei colleghi siamo bravissimi a far diventare l’uva vino, purtroppo non riusciamo a fare il contrario», dice prosaicamente. Ma poi aggiunge: «Proprio ieri ho assunto altre due persone. Il contadino deve fare i conti sempre con intemperie, imprevisti, cataclismi. Se il contadino non è ottimista, è meglio che cambi mestiere». Resta, tuttavia, un filo di preoccupazione per il futuro: «L’unica manovra che probabilmente farò è destinare più ettari del solito al vino più quotidiano, non tanto per l’Italia quanto per il mercato estero. Ma non fermerò la produzione».

LA SFIDA DELLA RICONVERSIONE: DA INTERNI PER AUTO A MASCHERINE E TUTE

Chi non è intenzionato a fermarsi è anche chi sta riconvertendo rami d’azienda per la produzione di mascherine. Casi abbondano in tutt’Italia. In Toscana Franco Dreoni, produttore di interni per auto e camper, ha cominciato dopo che l’amministrazione del piccolo comune di Vaiano, alle porte di Prato, gli ha chiesto una mano: «I macchinari erano pressoché simili. Abbiamo allora chiesto alla Regione quali fossero gli standard delle mascherine e siamo partiti». Prima 500, poi 1.000, poi 1.500 mascherine al giorno. «Ci arrivano richieste da tutt’Italia, ma diamo la priorità al settore pubblico, dagli ospedali e alle forze dell’ordine». Tanto che ora Dreoni si è spostato anche sulla produzione di camici.

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Sulla stessa scia anche Massimo Moretti che dirige a Massa Lombarda (Ravenna) Wasp, società di stampanti in 3D. «La nostra forza», racconta, «è la possibilità di riconversione molto rapida». E così, dinanzi alla difficoltà di non poter evadere gli ordini pregressi («Prima il telefono squillava ogni minuto, ora non arriva una telefonata», racconta ancora Moretti), Wasp sta cercando di trasformare l’emergenza in positiva opportunità. «Abbiamo deciso di lavorare a mascherine personalizzate, create con la stampante 3D, di modo che siano perfettamente aderenti al viso di ognuno». E così se da lunedì il lato produzione è fermo per via del lockdown, il settore ricerca e sviluppo è al lavoro per il futuro. «È l’unica cosa che si può fare. Per il resto alcuni dipendenti sono in ferie. L’azienda ha liquidità ancora per un mese e mezzo, poi vedremo».

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Tronchetti Provera in Confindustria per un governo del presidente

L'emergenza coronavirus condiziona anche la corsa al dopo Boccia. Che vista la situazione propone una proroga del suo mandato di due anni. Ma sulla scena irrompe il Ceo di Pirelli.

Colpo di scena in Confindustria? Così come il precipitare dell’emergenza
coronavirus
e delle sue drammatiche conseguenze sul piano economico
(crollo del petrolio e delle Borse) e dell’ordine pubblico (rivolta nelle
carceri
) sta facendo maturare nel mondo politico e istituzionale l’idea della
necessità di un governo del presidente, ritenendo Giuseppe Conte inadeguato, così nel mondo imprenditoriale, e in particolare nelle lobby economico-finanziarie più forti, sta girando l’idea che sia necessario portare alla presidenza di Confindustria una figura molto più forte e rappresentativa di quelle pur rispettabilissime che sono rimaste in gara, Carlo Bonomi e Licia Mattioli. E il nome che si sta facendo è quello di Marco Tronchetti Provera.

BOCCIA PROPONE LA PROROGA DEL SUO MANDATO

Per la verità dell’ad di Pirelli si era parlato prima dell’inizio della corsa alla successione di Vincenzo Boccia, poi il nome era sparito
dall’orizzonte perché lo stesso Tronchetti, insieme con Gianfelice Rocca,
aveva preferito ritagliarsi il ruolo di super sponsor del presidente di
Assolombarda. Ora, però, di fronte al drammatizzarsi della situazione economica, e di fronte al fatto che lo stesso Boccia – con il sostegno del direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci e dei mondi che ruotano intorno a lei – sta cercando di convincere Bonomi e Mattioli se non a rinunciare per assicurargli un allungamento del mandato di due anni, almeno ad aderire all’idea di rinviare di qualche mese l’assemblea e quindi di lasciare alla sua presidenza il compito di gestire l’emergenza coronavirus, Tronchetti ci avrebbe ripensato. Così ora, se si leveranno invocazioni – potete scommetterci che partiranno a breve – al suo indirizzo per “sacrificarsi” e fare il “salvatore della Patria”, è probabile, anzi certo, che Tronchetti Provera dirà di sì. Come fa intuire l’intervista rilasciata il 7 marzo a Repubblica, nella quale afferma non casualmente: «Si devono mobilitare le migliori energie per ricostruire l’Italia, mettendo in gioco il meglio che abbiamo». Più chiaro di così.

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Confindustria, che la festa cominci

Con la nomina dei 3 saggi, giovedì si aprono ufficialmente le danze per il dopo Boccia. Il favorito è Bonomi. Mattioli in crescita. Mentre Pasini, Illy e Orsini potrebbero allearsi e puntare su un candidato in grado di fronteggiare il presidente di Assolombarda.

Dopo Boccia in Confindustria, le danze si aprono ufficialmente.

Giovedì 23 gennaio il Consiglio generale è chiamato a scegliere i tre “saggi che dovranno sovrintendere e garantire la regolarità della competizione.

Il primo scoglio per partecipare è rappresentato dalla necessità di presentare come credenziali, insieme all’autocandidatura, il 10% del sistema associativo che firma per sostenerla. Oppure, le firme di 18 membri dello stesso Consiglio generale, che è l’organo che poi il 26 di marzo voterà a scrutinio segreto per eleggere il successore dell’attuale presidente.

I CINQUE CANDIDATI E IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

Ecco un piccolo vademecum per fare il punto della situazione, con la premessa che giochi e manovre sotterranee sono in pieno svolgimento. I canditati, come noto, sono cinque: Carlo Bonomi, Andrea Illy, Licia Mattioli, Emanuele Orsini e Giuseppe Pasini.

Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda (Ansa).

CARLO BONOMI. Il presidente di Assolombarda è in vantaggio poiché, primo, la territoriale milanese vale da sola l’8,5% del sistema confindustriale, quindi non ha bisogno di nessuno per candidarsi. Secondo, parte degli accordi che il titolare della Synopo ha stipulato qua e là in tre anni di campagna elettorale stanno tenendo, anche se il Veneto negli ultimi giorni torna a essere diviso in partes tres, come diceva Giulio Cesare della Gallia, e l’Emilia e la Toscana in due tronconi. Dalla sua invece ha il Sud e il Lazio.

Andrea Illy, presidente di Illy Caffè (Ansa).

ANDREA ILLY. Sulla carta probabilmente non ha il 10%, poiché non ha fatto trapelare quali sono le territoriali che lo sostengono. Ma ha fatto invece, a partire da prima di Natale, centinaia di lunghe telefonate a colleghi imprenditori e stakeholder vari di Confindustria chiedendo il loro appoggio. E si è visto spesso con Pasini, che tra i candidati è quello che vanta l’azienda con maggior fatturato.

La vice presidente di Confindustria Licia Mattioli (Ansa).

LICIA MATTIOLI. Ha Torino e una buona fetta di Piemonte e della Liguria e forse Verona, poi fida sul sostegno del Consiglio generale poiché molti nuovi ingressi sono avvenuti durante la gestione della squadra di Boccia, di cui lei è vicepresidente per l’internazionalizzazione. Dovrebbe quasi sicuramente avere il 10% per andare in semifinale.

Il presidente di Federlegno Emanuele Orsini (Ansa).

EMANUELE ORSINI. Conta sulla presenza di Federlegno nei vari territori, sul sostegno dei più importanti imprenditori della sua regione (da Cremonini e la filiera agroalimentare, dalla Motor Valley capeggiata da Domenicali, da Lamborghini, Savorani e Confindustria Ceramica) e poi l’Ance, “cugino di filiera” con Federlegno, la filiera dell’automotive con l’Anfia, e varie territoriali. Anche Orsini dovrebbe quindi superare la soglia fatidica del 10%.

Il presidente dell’Associazione Industriale Bresciana e presidente del Gruppo Feralpi Giuseppe Pasini (Ansa).

GIUSEPPE PASINI. Il proprietario della Feralpi sulla carta appare un po’ più indietro poiché dalla sua, ufficialmente, ha l’appoggio delle territoriali di Brescia e Lecco, e ovviamente di Federacciai, il suo settore di appartenenza. Ma siccome si è mosso moltissimo ed è un fine tattico, potrebbe averle tenute coperte per renderle pubbliche al momento opportuno. Oppure, come molti pensano, costruire un fronte comune con Illy e Orsini per esprimere una candidatura terza che vada a insidiare il dualismo tra Roma e Milano.

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 LO SCENARIO OLTRE IL 10%

Il punto vero tuttavia è che Bonomi ha accumulato sinora, tra vicepresidenze e incarichi vari promessi in giro, un sensibile vantaggio e la frammentazione dei consensi tra gli altri quattro candidati alla fine fa il suo gioco. Per cui o Illy, Mattioli, Pasini e Orsini mettono a fattor comune i loro sostegni e si muovono su di una linea comune decidendo poi insieme chi deve essere a fronteggiare Bonomi, oppure la partita rischia di essere in salita. Secondo quanto risulta a Lettera43.it, Orsini, profondo conoscitore del sistema associativo, si sta facendo promotore di incontri per porre innanzitutto le basi di un programma comune e poi delle sue conseguenze operative. Si profila un’alleanza per contrastare la corsa del presidente di Assolombarda? L’obiettivo pare essere quello, anche se non è facile viste le tradizionali gelosie tra imprenditori, la resistenza di un “ceto confindustriale” ad accordi di contenuto e non di spartizione di cariche, la tentazione dei più grandi a persistere in atteggiamenti vagamente discriminatori nei confronti di chi ha un fatturato molto inferiore al loro (anche se poi, soprattutto i grandi milanesi, non disdegnano di affidarsi a Bonomi che è titolare di un’azienda molto piccola).

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Confindustria: per il dopo Boccia è anche guerra di comunicatori

Bonomi si è affidato alla Image Building mentre Mattioli alla Comin & Partners. Per Illy sostegno corale: Giovanna Gregori e la Vento e associati. E Pasini ha scelto la consulenza di Community Group. La corsa alla presidenza entra nel vivo.

Entra nel vivo la battaglia di Confindustria.

E mentre giovedì 23 gennaio conosceremo i nomi dei tre saggi destinati a raccogliere tra gli iscritti i desiderata in merito alla successione di Vincenzo Boccia alla guida del sindacato degli imprenditori, alcuni dei candidati hanno già messo in moto la Bestia ovvero, mutuando il termine dal poderoso apparato che sostiene Matteo Salvini, la loro macchina della comunicazione.

BONOMI HA SCELTO LA IMAGE BUILDING, MATTIOLI LA COMIN & PARTNERS

Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda e tra i sicuri papabili di una corsa a cui si è già da tempo iscritto, ha scelto la Image Building di Giuliana Paoletti, che era a fianco di Boccia nella vittoriosa campagna che quattro anni fa portò l’imprenditore salernitano al vertice di viale dell’Astronomia.

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La piemontese Licia Mattioli, attualmente uno dei vice di viale dell’Astronomia, ha scelto invece la Comin & partners di Gianluca Comin, ex direttore relazioni esterne di Montedison ed Enel, che insegna alla Luiss e in passato è stato membro del consiglio nazionale di Confindustria. 

ILLY SI AFFIDA A VENTO E ASSOCIATI, PASINI A COMMUNITY GROUP

Sostegno corale invece per Andrea Illy, l’industriale del caffè che per la sua discesa in campo si è affidato tra gli altri alla Vento e associati di Andrea Vento (per anni dirigente del Comune di Milano nonché direttore della campagna internazionale per l’assegnazione di Expo 2015) e alla sua storica comunicatrice Giovanna Gregori. Va sul sicuro anche Giuseppe Pasini, il presidente della potente associazione degli industriali di Brescia, che ha deciso di affidarsi alla consulenza di Auro Palomba (un parterre prestigioso di clienti nel privato e nel pubblico) e della sua Community Group.

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Confindustria, il successore di Boccia lo scelgono i probiviri

Con i nuovi indirizzi interpretativi relativi al metodo per gestire le candidature alla presidenza, i "custodi" di Viale dell'Astronomia complicano la corsa degli outsider e la raccolta di consenso attraverso le associazioni territoriali e settoriali.

Vuoi vedere che alla fine il nuovo presidente della Confindustria lo scelgono i probiviri?

Lunedì 13 gennaio il «Collegio dei Probiviri confederali per le funzioni interpretative, disciplinati ed elettorali» ha scritto a tutti i componenti del Consiglio generale, cioè il parlamentone che dovrà eleggere il successore di Vincenzo Boccia, elencando i nuovi indirizzi interpretativi relativi al metodo per gestire le candidature alla presidenza nazionale (vedi lettera allegata). 

LE REGOLE PER LE AUTOCANDIDATURE

Oltre a ribadire il tema della assoluta riservatezza e non divulgazione delle candidature, dei consensi che ciascuno ritiene di avere e delle linee programmatiche che s’intendono proporre, nella direttiva si stabilisce che per autocandidarsi occorre che alla Commissione di designazione (si nomineranno i tre membri il 23 gennaio, secondo un non meglio identificato meccanismo di estrazione a sorte) siano pervenute autocandidature supportate «per iscritto da almeno il 10% dei voti rappresentati nell’Assemblea dei delegati o dei componenti del Consiglio generale». 

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Peccato che non si specifichi come queste «lettere di supporto» vadano formulate: su modulo prestampato? Su carta libera ma con testo dettato da Roma uguale per tutti? Carta e testo liberi? Non si capisce. Altrimenti c’è l’opzione di procedere attraverso le associazioni territoriali o di categoria, che dovrebbero manifestare loro il nome del candidato gradito, ma questo procedimento è vincolato a processi decisionali da parte dei consigli di presidenza delle singole territoriali o settoriali, ancora una volta in totale riservatezza, pena sanzioni per «comportamenti distonici». 

PIÙ OSTACOLI ALL’ACQUISIZIONE DEL CONSENSO ATTRAVERSO LE TERRITORIALI

In buona sostanza, i custodi di questa ortodossia di stampo sovietico non vogliono alcuna esternazione e di fatto tendono a dissuadere (o almeno a complicare) il processo di acquisizione del consenso attraverso le associazioni territoriali e settoriali. Il tutto mentre i giornali sono settimane che hanno scritto i nomi dei cinque imprenditori che, almeno fin qui – ma sarà difficile per non dire impossibile, con regole così frenanti, che possa uscire qualche altro nome – sono ai nastri di partenza

DEI 15 PROBIVIRI SE NE CONOSCONO SOLO QUATTRO

Ma chi sono i custodi di questa ortodossia pensata per evitare gli outsider e favorire la continuità della “casta confindustriale”? Lo statuto prevede che i probiviri siano addirittura 15 – un vero e proprio Politburo – ma sono solo quattro coloro che hanno firmato il documento che Lettera43.it vi mostra: Sergio Arcioni, imprenditore sericultore di Lecco; Luca Businaro, ad di Novation Tech (stampe plastiche a Treviso); Gabriele Fava, avvocato di Milano; Antonio Serena Monghini, ad di Alma Petroli di Ravenna. Solo quattro firme. Ma perché invece che 15 sono quatro? O c’è qualcun altro – per esempio si fa il nome dell’armatore Marco Novella di Genova – che non ha voluto o potuto firmare l’editto? Mistero. Perché anche nella parte privata del sito di Confindustria i nomi dei probiviri che dovrebbero essere stati eletti il 21 maggio scorso per il quadriennio 2019-2023 non compare da nessuna parte. 

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Agb, l’azienda di Boccia va in concordato

L'azienda grafica campana Agb, controllata dal presidente di Confindustria, si trova infatti in cattive acque. Avviato un piano di ristrutturazione.

Arti Grafiche Boccia alle prese col debito. L’azienda grafica campana controllata dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia si trova infatti in cattive acque. Tanto che a inizio 2020, come riporta il quotidiano Milano Finanza, a Salerno nella sede legale di Agb è stata indetta una riunione del consiglio d’amministrazione presieduta dal presidente Orazio Boccia che di Vincenzo è il padre. All’incontro erano presenti anche i due figli: il già citato presidente di Confindustria e Maurizio.

COSA RIGUARDAVA LA RIUNIONE DI AGB

Durante il meeting si è deciso di, vista la crisi societaria in cui si trova Agb, di depositare in tribunale una domanda ex articolo 182 della legge fallimentare «affinché possa essere concesso dal tribunale competente il divieto per i creditori di iniziare o proseguire azioni cautelari o esecutive e di acquisire titoli di prelazione non concordati». La società ha intanto avviato un percorso di ristrutturazione attraverso un nuovo piano industriale e finanziario. Nel 2017, ultimo bilancio disponibile, l’Agb con una perdita di 3 milioni di euro.

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Confindustria, si rompe lo storico asse tra Abete e Marcegaglia

I due past president più influenti di Viale dell'Astronomia si dividono sul dopo Boccia. Il primo punta su Bonomi, la seconda incoraggia Mattioli. Ma manda segnali di fumo anche a Illy e Pasini.

Mentre s’intensificano le grandi manovre per la successione di Vincenzo Boccia, le strade dei due past president più influenti di Confindustria, Emma Marcegaglia e Luigi Abete, si sono divaricate in maniera probabilmente irreversibile dopo una vita di “convergenze parallele”.

ABETE PIAZZA LE SUE FICHE SU BONOMI

Abete, riattaccando i cocci di un rapporto che si era rotto proprio in occasione dell’elezione di Boccia, ha deciso di sposare il suggerimento di Aurelio Regina e di piazzare le sue fiche sull’elezione di Carlo Bonomi. E su questa posizione sta convincendo a spostarsi anche i suoi amici fidati, dal vicepresidente nazionale Maurizio Stirpe al presidente di Roma Filippo Tortoriello, dai marchigiani che tengono ai rapporti con la famiglia Merloni e con Diego della Valle ai tanti che non sono insensibili al suo ruolo di presidente della Bnl. Insieme a Regina, poi, Abete sta lavorando per portare a Bonomi i voti degli esponenti delle aziende pubbliche, e in particolare quelli dell’Enel, dove si registra una divergenza di vedute tra la presidente Patrizia Grieco, che ha dato la sua parola a Licia Mattioli, e l’amministratore delegato Francesco Starace, che è con il presidente di Assolombarda. 

LA PARTITA DI MARCEGAGLIA

Viceversa, Marcegaglia non si è ancora dichiarata esplicitamente, ma in un incontro riservato avvenuto prima di Natale con Mattioli, ha speso parole di incoraggiamento alla candidatura dell’imprenditrice torinese. La quale, però, pur potendo contare sull’appoggio di Boccia – maturato dopo il ritiro dalla corsa di Edoardo Garrone – e del conforto morale di Franco Caltagirone, convinto dalle parole spese per Mattioli dalla sua amica Paola Severino, oltre che del voto dei piemontesi (ma non tutti, però, per esempio il novarese Carlo Robiglio, presidente nazionale della Piccola industria, è con Bonomi), nella conta dei voti appare decisamente indietro. Tanto che la furba Marcegaglia – che peraltro ha da giocare in parallelo la partita della sua eventuale riconferma alla presidenza dell’Eni – starebbe già facendo marcia indietro, mandando segnali di fumo sia a Giuseppe Pasini che ad Andrea Illy, gli altri due candidati (il quinto, il modenese Emanuele Orsini, presidente di Federlegno, secondo gli ultimi rumors sarebbe stato convinto dagli imprenditori emiliano-romagnoli a ritirarsi). Peraltro Mattioli ha un’alternativa alla candidatura alla presidenza di Confindustria che le interessa non di meno: succedere a Francesco Profumo alla presidenza della Compagnia Sanpaolo, cosa che le darebbe un peso notevole in Banca Intesa. La sindaca di Torino, Chiara Appendino, è pronta a indicarla, e lei deve sciogliere la riserva entro la fine di gennaio. Proprio quando, dopo la nomina dei saggi, si dovranno formalizzare le candidature in Confindustria.

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Garrone scioglie la riserva: non correrà per il dopo Boccia

Il presidente del Sole 24 Ore abbandona l'idea di candidarsi alla guida di Confindustria. Ma la soddisfazione di Carlo Bonomi che temeva la sua concorrenza al Nord è durata poco. Gira voce che a scendere in campo sarà la torinese Licia Mattioli.

Ha scelto la sua Genova per manifestare la decisione di non concorrere alla successione di Vincenzo Boccia. C’era attesa per la scelta di Edoardo Garrone: lasciare la presidenza del Sole 24 Ore e mettersi in gara per la presidenza di Confindustria o giocare in difesa e tenersi fuori dalla mischia? Dopo averci pensato su molto, lasciando intendere che lo avrebbe fatto ora che era infastidito di essere indicato come il candidato del presidente uscente, cui certo non verrà riservata una standing ovation, alla fine ha scelto di restare a casa. Lo ha detto, privatamente, allo stesso Boccia, al presidente della Piccola Industria, Carlo Robiglio, e al presidente di Confindustria Genova nonché suo parente, Giovanni Mondini, in occasione del Forum della Piccola Industria che si è svolto sabato 9 novembre nel capoluogo ligure presso Ansaldo Energia, ospiti del past president genovese Giuseppe Zampini.

LEGGI ANCHE: Per il dopo Boccia il Veneto prenota due vice: Bauli e Piovesana

LICIA MATTIOLI, UNA NUOVA PREOCCUPAZIONE PER BONOMI

Naturalmente la notizia è immediatamente rimbalzata a Milano, dove Carlo Bonomi attendeva ansioso di sapere cosa avrebbe fatto Garrone. Anche se il presidente di Assolombarda non ha (ancora) formalizzato la sua candidatura, è ormai sceso apertamente in campo. E temeva la concorrenza del presidente del Sole, che avrebbe spaccato il fronte del Nord che Bonomi, a torto o a ragione, ritiene di poter coalizzare sul suo nome. Ma la sua soddisfazione per non avere tra i piedi Garrone è durata poco. Nel giro di ore è infatti subito esplosa la voce che a scendere in campo sarebbe stata la torinese Licia Mattioli, ora vicepresidente nazionale con lo specifico incarico dell’internazionalizzazione. Una candidatura su cui lo stesso Boccia si è affrettato a mettere cappello. 

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Taranto accende lo scontro Confindustria-Cgil sugli esuberi

Per Vincenzo Boccia sarebbe un errore tenerli e quindi finanziare la disoccupazione. Parole che secondo Maurizio Landini della Cgil sono senza senso.

Di fronte alla crisi dell’ex Ilva, che il colosso ArcelorMittal non vuole più gestire restituendola ai commissari, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha chiesto di agire con «buon senso e serietà» invitando a non pretendere che di fronte a «crisi congiunturali le imprese debbano mantenere i livelli di occupazione, quindi finanziare disoccupazione. Così facciamo un errore madornale». Una dichiarazione a cui hanno risposto subito i sindacati. A infiammare la polemica è il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che prima era stato a capo delle tute blu del sindacato di Corso d’Italia.

BOCCIA: «CI SONO GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI»

Boccia ne ha parlato ad un convegno di Confindustria presso Ansaldo Energia a Genova commentando i cinquemila esuberi chiesti da ArcelorMittal per rimanere nell’ex Ilva. «Se c’è una crisi congiunturale legata all’acciaio, è inutile far finta che non ci sia. Bisogna capire come gestire questa fase permettendo di ‘costruire’, come accade in tutte le aziende del mondo», ha detto il numero uno degli industriali italiani. Ci sono gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione «che si attivano in momenti negativi delle imprese». Secondo Bocca la soluzione è creare sviluppo in quel territorio, costruire altre occasioni di lavoro, ma non sostitutive, complementari.

LANDINI: «C’È UN ACCORDO DA FAR RISPETTARE»

Di tutt’altro avviso Landini che, durante un convegno a Firenze, ha definito «senza senso» le parole del presidente di Confindustria: «C’è un accordo da far rispettare, firmato nel 2018, che prevede degli impegni». Secondo il leader della Cgil, inoltre, «non sono cali temporanei di mercato che modificano piani strategici che prevedono quattro miliardi di investimenti. Quegli accordi lì vanno fatti rispettare: e anche lui dovrebbe chiedere alla multinazionale di rispettare il nostro Paese, e di rispettare gli accordi. Credo che l’affidabilità nel rispetto degli accordi sia una regola delle parti sociali».

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Per il dopo Boccia il Veneto prenota due vice: Bauli e Piovesana

La Confindustria locale si limita a chiedere poltrone di seconda fila. Mentre per la presidenza oltre alle ambizioni di Bonomi sfidato da Pasini, si comincia a fare strada Orsini di Federlegno e da Roma si spinge per la discesa in campo di Garrone.

A che punto è la corsa per la successione di Vincenzo Boccia alla guida di Confindustria? Messa in ombra dalle vicende della politica (la manovra, il voto umbro) la partita tra gli industriali che ambiscono alla sua poltrona è continuata sotterranea. 

LE AMBIZIONI DI BONOMI

Dopo la sontuosa assemblea di Assolombarda alla Scala agli inizi di ottobre, impreziosita dalla presenza di Sergio Mattarella e dove Carlo Bonomi, che della più forte territoriale di Confindustria è il numero uno, pur senza dichiararlo ufficialmente ha fatto capire una volta di più quanto forti siano le sue ambizioni di insediarsi a viale dell’Astronomia, è toccato agli altri fare qualche mossa. Niente di eclatante, in attesa che la corsa entri nel vivo con l’inizio del nuovo anno, però i corridoi del palazzone all’Eur riferiscono quanto segue. 

LA CORSA DISCRETA DI ORSINI

Il presidente di Federlegno, Emanuele Orsini, forte del sostegno di una categoria che è tra le punte di diamante del made in Italy, ha cominciato discreto la sua corsa. Con qualche preoccupazione da parte di Bonomi più grande, dicono i suoi fedelissimi, di quella che gli provoca Giuseppe Pasini, l’imprenditore del ferro bresciano che dalla guida gli industriali della locale associazione (una delle più forti d’Italia) gli ha apertamente lanciato la sfida.

IL VENETO PUNTA A DUE VICE

Tace invece il Veneto, se non per far sapere che, chiunque sia il futuro presidente, chiede che due dei vice siano suoi, ovvero il veronese Michele Bauli e la trevigiana Maria Cristina Piovesana, titolare dell’azienda del mobile Alf Uno. Infine, da Roma, continuano le pressioni perché Edoardo Garrone, oggi presidente del Sole 24 Ore, fughi le sue molte perplessità e scenda in pista vestendo i panni dell’anti-Bonomi.

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Cosa ha detto Boccia sul governo Conte Bis al Forum Ambrosetti

Per il presidente di Confindustria è ancora «presto dare giudizi sul nuovo esecutivo». Ma comunque invita alla «coesione dei ministri» per il bene dell'Italia.

«Sono sempre ottimista nelle aspettative dopo di che valuteremo nei fatti». Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, non si è sbilanciato troppo nel fare valutazioni sul governo Conte bis. «Giudizi anticipati non è il caso di darli», ha aggiunto dalla sala stampa del Forum Ambrosetti.

Boccia ha inoltre spiegato come sia assolutamente necessario partire dai progetti. «Come ad esempio aumentare le infrastrutture finanziabili con Eurobond», piuttosto che concepire progetti per il lavoro che guardino ai giovani. Sarebbe al contrario un errore «chiedere più deficit per finanziare la politica corrente». Per il presidente di Confindustria «occorre cambiare metodo e paradigma sia a livello europeo sia italiano: non partire dai tetti ai saldi di bilancio per poi decidere cosa fare, ma partire dai fini che si vuole raggiungere per poi fissare i saldi».

BOCCIA: «GOVERNO ABBIA LINEA COMUNE D’INTENTI»

«Occorre una linea di direzione chiara del Paese. Se c’è una linea comune aiuta tutti», ha proseguito Vincenzo Boccia chiedendo a tutti gli effetti una linea comune d’intenti all’interno del governo. «La dimensione di relativa tranquillità della politica abbassa lo spread che è una tassa indiretta», ha chiarito. Unità d’intenti che Boccia ribadisce chiedendo anche una coesione del governo e dei ministri per il bene dell’Italia: «Speriamo che invece di dibattere a mezzo stampa gli esponenti del governo dibattano all’interno del consiglio dei ministri».

UNO SGUARDO EUROPEISTA

Il numero uno di Confindustria ha ripreso le parole di Mattarella che proprio a Cernobbio aveva parlato di una maggiore presenza dell’Europa nelle questioni italiane. «Il presidente, come sempre, segnala una visione determinante della linea di direzione del Paese e dell’Europa. Intanto noi abbiamo bisogno di più Europa e non meno Europa nell’interesse dell’Italia», ha spiegato Boccia. Del resto per l’Italia l’Ue «è un grande mercato, siamo molto integrati alla manifattura tedesca e francese. Siamo la seconda manifattura d’Europa è proprio perché ci sono venti di rallentamento abbiamo bisogno di un’Europa forte».

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