Il parlamento sarà un Far West, Zingaretti faccia Tex

Il leader del Pd pare l'unico capo di partito ad avere il senso dello Stato. Ora alzi il tiro ed emerga come leader.

L’effetto principale della riduzione del numero dei parlamentari è di aver allontanato l’ipotesi delle elezioni anticipate. Forse di aver garantito a questa legislatura di durare fino alla scadenza. Potrebbe essere una buona notizia. C’è però una probabilità, che io considero una certezza, che l’assenza del ricatto elettorale trasformi il parlamento in un Far West in cui si scontrano bande diverse, si creano e si sfasciano alleanze, dilagano i cacciatori di taglie ma soprattutto di teste, in cui sarà difficile distinguere fra guardie e ladri e fra ranger e indiani.

DA RENZI A SALVINI, I LEADER DI PARTITO GODONO DEL CAOS

I più pronti a utilizzare questa opportunità di far quello che gli pare senza rischiare il giudizio elettorale sono i leader più spregiudicati. Per fare solo due nomi: Matteo Salvini si lamenta di non poter contare i voti in più che pensava di aver messo in bisaccia ma evita anche di rivelare al suo mondo quanto ha perso per qualche bicchierino in più. Al tempo stesso può prendere tempo, qualche anno circa, per assistere al definitivo tramonto delle ambizioni senili di Silvio Berlusconi e per cercare di frenare la resistibile ascesa della Giorgia Meloni. E poi può fare casino, la cosa per la quale ha un naturale talento.

Matteo Renzi e, sullo sfondo, Matteo Salvini.

Anche per Matteo Renzi è una pacchia la legislatura blindata. Nessuno sa quanto vale il suo partito. Probabilmente molto poco, ma avendo di fronte a sé molto tempo per tenere sulla corda il governo, e per difendersi dai magistrati, può immaginare di tornare ad essere il dominus della politica. Poi ci sono alcune decine, e forse centinaia, di parlamentari, soprattutto fra quelli che girano per le stanze di Camera e Senato guardandole già con l’occhio di chi ne starà lontano, che romperanno ogni disciplina e saranno disponibili per qualunque operazione. Una pacchia per chi pensa di tenere sulla corda questo governo, per chi pensa di poter diventare premier, per chi prepara le truppe per farsi eleggere al Quirinale o per far eleggere uno di famiglia.

LE RIFORME ISTITUZIONALI POSSONO DISTRUGGERE LA POLITICA

Le famose riforme istituzionali, su cui da decenni ci logoriamo, anche quando sono sicuramente utili – la riduzione dei parlamentari lo è, la fine del bicameralismo con Camera e Senato l’uno specchio dell’altro anche – stanno producendo la finale distruzione della politica. Si deve quindi partire da qui per dividere i buoni dai cattivi, per stare con i rangers e non con i banditi. Serve una classe politica che sia come Tex nel suo West, coraggioso, onesto, lineare, amichevole verso le minoranze. Oggi Tex non c’è. Non lo sono Renzi e Salvini, non lo è la Meloni, l’Italia si è persa dolorosamenti Giovanni Toti scomparso a Genova, non ce ne n’è uno gauchiste, Carlo Calenda sta studiando i piani quinquennali della vecchia Urss dopo aver abbandonato il liberismo.

Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti.

PER ZINGARETTI SI APRE UN’OPPORTUNITÀ UNICA

Resti solo tu, caro Nicola Zingaretti. La storia ti affida un compito e tu puoi accettarlo e prendere in mano le cose oppure consegnarti a una stagione di follia, prima vittima fra le vittime. Perché Zingaretti potrebbe essere Tex? Perché fa parte dei buoni (io sono anticonformista e tifo per i buoni), perché ha una bella faccia, perché sa come si amministra, perché è di sinistra ma senza esagerare. Gli servirebbe alzare il tiro, volare un po’ più in alto, solo un po’, distribuire qualche vaffanculo, circondarsi delle migliori teste di questo Paese, cioè fare una americanata come quando presidenti Usa non geniali avevano sempre la carta segreta di farsi accompagnarsi da uomini geniali. Io non sono un tifoso di Zingaretti. Alla mia età mi sono anche rotto le scatole di tifare per il Milan. Tuttavia faccio di necessità virtù e se mi guardo attorno vedo solo nel capo del Pd tracce di quel senso dello Stato che la classe politica tutta intera ha completamente smarrito.

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Basta coi piagnistei per la riduzione dei parlamentari

Sul taglio voluto dal M5s c’è una eccessiva drammatizzazione. Non esiste un pericolo per la democrazia. Serve ora avere una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento bassa per garantire anche alle minoranze di accedere alle Camere.

Con una maggioranza sbalorditiva il parlamento ha approvato in via definitiva la riduzione del numero dei propri componenti. Sono anni che questo Paese è afflitto dal tema delle riforme istituzionali, tema serissimo però piegato agli umori del momento.

È invece del tutto evidente che il problema dell’Italia è principalmente il bisogno di avere una grande politica. Comunque ormai è fatta e difficilmente il referendum, se ci sarà, ripristinerà lo status quo ante.
È un dramma aver ridotto il numero dei parlamentari? Siamo al fascismo? La mia opinione è che c’è una eccessiva drammatizzazione. Serve ora avere una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento bassa per garantire anche alle minoranze di accedere alle Camere.

MENO PARLAMENTARI NON SIGNIFICA MENO EFFICIENZA

Nel merito del taglio del numero, invece di piangere basta fare poche osservazioni. La prima, cioè quel che in questo modo il parlamento lavorerebbe poco e male, è una vera sciocchezza. Chiunque abbia avuto la fortuna di sedere o di lavorare nel parlamento, ad esempio centinaia di giornalisti, lobbisti, funzionari ecc., sa che i parlamentari erano troppi e che se talvolta le commissioni o l’aula non funzionavano dipendeva solo dall’assenteismo.

Dovremmo smetterla, soprattutto a sinistra, di gridare al fascismo ogni volta che c’è qualcosa che non ci va a genio

Il nostro numero di parlamentari era pletorico, non a livello di un grande Paese che funziona a partire dalle istituzioni rappresentative e politiche. Quindi, per cortesia, poca lagna. Diminuisce la rappresentatività dei territori? Il parlamento europeo viene eletto sulla base di collegi elettorali assai ampi e il deputato europeo che fa il suo mestiere deve lavorare molto sia a Bruxelles sia per mantenere i contatti con gli elettori. Lavorare stanca e io non sarò fra quelli che negherà la pesantezza del lavoro parlamentare (se fatto bene), ma trovatemi altri mestieri che non siano impegnativi. Non faccio esempi per ragioni di buon gusto.

Aula della Camera durante la discussione della proposta di legge costituzionale in materia di riduzione del numero dei parlamentari.

Meno riunioni di partito e di corrente e più riunioni con gli elettori. Lo scandalo dei capi partito, un nome a caso: Matteo Salvini, che non frequentano il parlamento europeo e oggi il Senato dimostra come il tema sia la laboriosità e non altro. È il fascismo? Dovremmo smetterla, soprattutto a sinistra, di gridare al fascismo ogni volta che c’è qualcosa che non ci va a genio. Il fascismo fu una cosa seria e tragica. Niente oggi gli assomiglia, né l’irruzione di Salvini né la riduzione del numero dei parlamentari. Mai tanto antifascismo si è rivelato così lontano dai propri obiettivi con questo urlare «al lupo, al lupo».

ORA SPAZIO A RIFORME CONTRO L’INGIUSTIZIA SOCIALE

L’Italia ha già perso una occasione, per colpa del modo con cui Matteo Renzi ha fatto la riforma e l’ha difesa di fronte all’elettorato, per modificare il bicameralismo perfetto, vero guaio della democrazia parlamentare. Oggi non commettiamo lo stesso errore lamentandoci del taglio dei parlamentari. Voltiamo pagina. Il centro sinistra è morto sulla ossessione per queste materie. Riforme istituzionali e primarie sono stati la malattia del centro sinistra e, diciamolo, del prodismo. Avevamo invece di fronte la montagna dell’ingiustizia sociale da scavalcare. Oggi il governo sta iniziando ad affrontare il tema del cuneo fiscale, dell’assegno per i figli fino al diciottesimo anno di età, se facesse anche un piano straordinario di lavori utili sarebbe un bella cosa. E poi se il parlamento ha deciso di ridursi, evviva il parlamento. Come disse un vecchio comunista di fronte ai figli recalcitranti per la svolta di Achille Occhetto: «Se il partito ha deciso di sciogliersi, ha ragione il partito». Amen.

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Quanto si risparmia con la legge sul taglio dei parlamentari

Il Movimento canta vittoria e promette 1 miliardo per i cittadini in 10 anni. Ma secondo l'Osservatorio dei conti pubblici non si va oltre i 57 milioni l'anno. Con un'incidenza sulle casse dello Stato tra lo 0,07% e lo 0,012% .

Il taglio dei parlamentari approvato in via definitiva alla Camera è stato accolto in maniera trionfale dal Movimento 5 stelle, che ha subito rivendicato il presunto risparmio da 1 miliardo di euro per le tasche degli italiani derivante da questa misura. La cifra  è stata rilanciata a gran voce da ogni esponente  pentastellato, a cominciare dal capo politico Luigi Di Maio.

Tuttavia, stando alle stime compiute prima del via libera definitivo di Montecitorio, pare difficile credere che si possa arrivare a un risparmio da 1 miliardo in 10 anni, come ottimisticamente annunciato dal M5s.

PER IL M5S UN RISPARMIO DA 100 MILIONI L’ANNO

Secondo le previsioni del Movimento, la nuova legge potrebbe far guadagnare  circa 100 milioni di euro all’anno e quindi 500 milioni per ogni legislatura.  Di diverso avviso, tuttavia, è l’Osservatorio dei conti pubblici, per il quale «il risparmio complessivo sarebbe pari a 57 milioni all’anno e a 285 milioni a legislatura, una cifra significativamente più bassa di quella enfatizzata dai sostenitori della riforma e pari appena allo 0,007% della spesa pubblica italiana».

“SOLO” 57 MILIONI AL NETTO DI IMPOSTE E CONTRIBUTI

Nel dettaglio, per gli analisti di Carlo Cottarelli il risparmio lordo sarebbe di 53 milioni alla Camera e di 29 milioni al Senato. Un totale quindi di 82 milioni. Tuttavia, per il professore, il calcolo dev’essere fatto al netto delle imposte e dei contributi pagati dai parlamentari proprio allo Stato, con il computo finale che quindi ammonterebbe a 57 milioni di euro l’anno. Vale a dire 0,94 euro a persona all’anno.

UN’INCIDENZA MINIMA SULLE CASSE DELLO STATO

Anche rapportando il risparmio previsto dai cinque stelle con il totale della spesa pubblica in Italia, comunque, l’incidenza sulle casse dello Stato proveniente dal taglio dei parlamentari sarà appena dello 0,012%, dello 0,007% invece se ci si riferisce alle stime di Cottarelli. Con la spesa totale che nel 2019 dovrebbe salire fino a sfondare il tetto dei 900 miliardi e la tendenza a un costante aumento anche per il futuro, entrambe le percentuali andrebbero ritoccate al ribasso.

LE CRITICHE ESPRESSE DA +EUROPA

L’unica forza politica contraria al taglio è stata +Europa. Il vicesegretario Piercamillo Falasca ha sottolineato che i risparmi supposti «sono nulla a fronte di 16 miliardi per sussidi al fossile o ai 10 miliardi per quota 100» ed «equivalgono al bilancio di una città come Viterbo, mentre il bilancio pubblico ammonta a 800 miliardi». Il deputato Riccardo Magi ha ricordato che «ora saremo al bicameralismo perfettissimo, con l’unico scopo di creare uno sbarramento implicito alle forze medie e minori. Allora era meglio un’unica Camera. Quanto ai risparmi, li si poteva ottenere in altro modo, ad esempio intervenendo sulle indennità parlamentari. È una truffa demagogica ed è da brividi vedere che ciò avviene con una Camera che vota in modo totalitario e non balbetta nulla».

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Il voto alla Camera sul taglio dei parlamentari

Sulla carta i consensi saranno molti di più della soglia necessaria, pari a 316 sì. Intesa nella maggioranza sulle prossime riforme: entro dicembre la presentazione di una nuova legge elettorale.

Il taglio dei parlamentari è a un passo dal traguardo. La Camera, nel pomeriggio dell’8 ottobre, è chiamata a mettere il sigillo finale, con il quarto voto necessario per il varo definitivo della riforma costituzionale. Sulla carta i consensi saranno molti di più della maggioranza assoluta necessaria, pari a 316 sì. E il taglio, tra le altre cose, avrà verosimilmente l’effetto di “allungare la vita” dell’attuale legislatura, perché in futuro i posti disponibili saranno di meno e quindi gli eletti che oggi siedono in parlamento sono disincentivati a provocare una crisi che rischia di condurre a elezioni anticipate.

LEGGI ANCHE: Falsi miti e propaganda sul taglio dei parlamentari

UNA BANDIERA DEL M5S

Il taglio è una bandiera del Movimento 5 stelle, posta come condizione per la nascita del governo giallorosso. Al momento l’unico voto contrario certo e annunciato è quello di +Europa. Resta l’incognita Lega, che finora però ha sempre votato a favore della riforma. Anche Forza Italia e Fratelli d’Italia dovrebbero dare il loro ok.

INTESA NELLA MAGGIORANZA SULLE RIFORME SUCCESSIVE

La maggioranza M5s-Pd-Leu-Italia Viva, inoltre, ha raggiunto un’intesa che va oltre il taglio dei parlamentari, sintetizzata in un documento in quattro punti sui passaggi legislativi successivi. Tra gli impegni presi c’è soprattutto quello di presentare una nuova legge elettorale entro dicembre, per garantire «il pluralismo politico e territoriale» e la parità di genere. Ma anche quello di riformare i regolamenti di Camera e Senato, di equiparare i requisiti di elettorato attivo e passivo dei due rami del parlamento, e di avviare un percorso che porti a un’attuazione «ordinata e tempestiva» dell’autonomia differenziata.

COSA PREVEDE IL TAGLIO E QUANTO SI RISPARMIA

Il taglio dei parlamentari prevede che a Palazzo Madama ci saranno 115 senatori in meno, facendo così passare il numero degli eletti da 315 a 200. Di questi quelli eletti all’estero saranno quattro e non più sei. Limitazioni anche per i senatori a vita, sempre a nomina del presidente della Repubblica, il cui numero massimo sarà di cinque. Un’altra modifica prevede che nessuna Regione o Provincia autonoma possa avere meno di tre senatori, mentre resta la previsione di due per il Molise e uno per la Valle d’Aosta. A Montecitorio il taglio sarà più netto e ci saranno 230 deputati in meno, portando il totale da 630 a 400. Nel complesso la riduzione dei parlamentari sarà quindi di 345 unità, con un risparmio per i conti dello Stato di 50 milioni di euro l’anno.

QUANDO È PREVISTA LA PRIMA APPLICAZIONE

Il taglio del numero dei parlamentari decorre dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della riforma costituzionale. Il numero di abitanti per ciascun deputato aumenterà da 96.006 a 151.210, mentre il numero di abitanti per ciascun senatore passerà da 188.424 a 302.420.

LE CONSEGUENZE SULLA LEGGE ELETTORALE

La riforma comporta una serie di conseguenze per la legge elettorale e la formazione dei collegi. Le regole attuali, infatti, prevedono per il Senato 116 collegi uninominali e 33 collegi plurinominali; per la Camera 232 collegi uninominali e 63 collegi plurinominali. Il taglio dei parlamentari non interviene su questo aspetto, che andrà quindi affrontato con una successiva legge ordinaria. Nel frattempo, entro tre mesi dall’approvazione della riforma, in base all’articolo 138 della Costituzione potrà essere richiesto il referendum popolare, in quanto il testo non ha ottenuto al Senato la maggioranza dei due terzi.

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Taglio dei parlamentari: schermaglie tra i partiti prima del voto

Di Maio sfida gli avversari sull'astensionismo. Il centrodestra assicura di voler votare compatto per la riforma. Alle 10 via alla discussione. Martedì il voto.

Il parlamento italiano si avvia a votare definitivamente il taglio del numero degli eletti ma alla vigilia della discussione in Aula il clima tra le forze politiche si arroventa. Le forze di maggioranza arrivano al voto con un accordo sostanziale sulle riforme costituzionali che dovranno accompagnare la riduzione del numero degli eletti, elemento dirimente per votare a favore, ma Luigi Di Maio ne approfitta per sfidare la Lega e tutto il centrodestra sul provvedimento, vessillo del Movimento. Che però, secondo quanto trapela al termine del vertice tra Berlusconi, Salvini e Meloni a Milano, sono pronti a votare a sì.

DI MAIO SFIDA TUTTI

«Non mi aspetto solo un voto di maggioranza, ma un voto trasversale del parlamento», sottolinea il capo politico del M5s che punta l’indice: «Leggo di alcune forze politiche che vorrebbero assentarsi, di parlamentari di opposizione che non vorrebbero venire in Aula. Vorrà dire che hanno scelto le poltrone al cambiamento». Un messaggio diretto a centrodestra, alla Lega che ha sempre votato a favore e anche a Fratelli d’Italia. Una prova di forza rischiosa, considerato anche che al Senato la maggioranza di governo rischia sul voto sul decreto imprese, quello che contiene la norma molto avversata dai parlamentari 5 Stelle sulla proroga al 2023 dell’impunità penale di Arcelor Mittal. «Il governo la stralci» mette in guardia l’ ex M5s Paola Nugnes. Ma intanto, alla vigilia dell’avvio della discussione in Aula, alla Camera, (lunedì alle 10 parte la discussione generale e martedì pomeriggio iniziano le dichiarazioni di voto) il blog delle Stelle lancia il suo siluro contro i «campioni di assenteismo».

SCONTRO M5S-MELONI

«Avranno il coraggio di votare insieme a noi?» chiede il blog M5s che cita alcuni dati di Openparlamento, in cui figurano anche nomi «insospettabili» come quello di Giorgia Meloni. «La leader di Fratelli d’Italia è molto presente sui social e sulla stampa, ma dovrebbe spiegare come mai con il 74.91% di assenze alla Camera ha saltato ben 3.260 votazioni su 4.352!». Lei replica furibonda: «Secondo voi perché il M5s si mette ad attaccare frontalmente l’unico partito che ha votato la proposta dall’inizio pur essendo all’opposizione? Sono cretini o cercano di affossare la legge? Forse, come spesso accade con i grillini, dicono una cosa per prendere i voti ma poi lavorano sottobanco per farne un’altra?». E poi la sfida: «Se il Pd, Leu e Italia viva fanno mancare i numeri, faranno cadere il governo?».

RICHIESTA LA MAGGIORANZA ASSOLUTA

Il timore di qualche defezione, anche nella maggioranza, in effetti, resta. La riforma per essere approvata richiede, come previsto dalla Costituzione la maggioranza assoluta nella seconda lettura, 316 voti. Nel Pd e in Leu, c’è qualche mal di pancia, nonostante sia stato già raggiunto l’accordo sul documento che traccia gli impegni sulle riforme costituzionali richieste per controbilanciare il taglio. Italia viva voterà a favore. «Non capisco che dubbi ci possano essere: c’è un impegno della maggioranza e dunque voteremo», assicura la capogruppo Maria Elena Boschi.

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Taglio dei parlamentari in Aula alla Camera il 7 ottobre

In commissione Pd e Leu hanno votato a favore, ma hanno chiesto un vertice di maggioranza. Contrari Forza Italia e +Europa. Assenti i deputati di Lega e Fratelli d'Italia.

Ultimo miglio per il taglio dei parlamentari. La riforma ha infatti ottenuto l’ok della commissione Affari costituzionali della Camera e approderà in Aula per l’esame definitivo lunedì 7 ottobre. Hanno votato a favore M5s, Pd e Leu. Mentre hanno espresso voto contrario Forza Italia e +Europa. Assenti i deputati di Lega e Fratelli d’Italia. La legge verrà portata all’esame dell’Assemblea dal nuovo relatore, il deputato pentastellato Giuseppe Brescia, che è anche presidente della commissione Affari costituzionali. Pd e Leu, tuttavia, hanno accompagnato il loro sì alla richiesta di un accordo, da raggiungere anche dopo un vertice di maggioranza, sugli ulteriori interventi necessari per garantire la rappresentanza territoriale che il taglio dei parlamentari comporta. Le due forze politiche auspicano che l’accordo venga raggiunto entro l’8 ottobre, giorno in cui si attende il via libera da parte dell’Aula.

COSA PREVEDE LA RIFORMA E QUANTO SI RISPARMIA

La riforma prevede che a Palazzo Madama ci saranno 115 senatori in meno, facendo così passare il numero degli eletti da 315 a 200. Di questi quelli eletti all’estero saranno quattro e non più sei. Limitazioni anche per i senatori a vita, sempre a nomina del presidente della Repubblica, il cui numero massimo sarà di cinque. Un’altra modifica prevede che nessuna Regione o Provincia autonoma possa avere meno di tre senatori, mentre resta la previsione di due per il Molise e uno per la Valle d’Aosta. A Montecitorio il taglio sarà più netto e ci saranno 230 deputati in meno, portando il totale da 630 a 400. Nel complesso la riduzione dei parlamentari sarà quindi di 345 unità, con un risparmio per i conti dello Stato di 50 milioni di euro l’anno.

QUANDO È PREVISTA LA PRIMA APPLICAZIONE

Il taglio del numero dei parlamentari decorre dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della riforma costituzionale. Il numero di abitanti per ciascun deputato aumenterà da 96.006 a 151.210, mentre il numero di abitanti per ciascun senatore passerà da 188.424 a 302.420.

LE CONSEGUENZE SULLA LEGGE ELETTORALE

La riforma comporta una serie di conseguenze per la legge elettorale e la formazione dei collegi. Le regole attuali, infatti, prevedono per il Senato 116 collegi uninominali e 33 collegi plurinominali; per la Camera 232 collegi uninominali e 63 collegi plurinominali. Il taglio dei parlamentari non interviene su questo aspetto, che andrà quindi affrontato con una successiva legge ordinaria. Nel frattempo, entro tre mesi dall’approvazione della riforma, in base all’articolo 138 della Costituzione potrà essere richiesto il referendum popolare, in quanto il testo non ha ottenuto in parlamento la maggioranza dei due terzi.

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Falsi miti e propaganda sul taglio dei parlamentari

Il M5s insiste con la riduzione delle poltrone: «Risparmio da mezzo miliardo». Ma per l'Osservatorio Cottarelli verrebbe sforbiciato solo lo 0,007% della spesa pubblica. Mentre la democrazia rappresentativa sarebbe a rischio. Cosa c'è dietro una mossa soprattutto elettorale.

C’è un mantra che Luigi Di Maio ripete dal 9 agosto 2019: «Tagliamo 345 poltrone e risparmiamo mezzo miliardo di euro». Dapprima l’invito è stato rivolto all’ex alleato leghista, nel tentativo di prolungare la vita al governo, poi è stato imposto al Partito democratico nella lista dei 10 punti che il Movimento 5 stelle ha presentato al capo dello Stato. Infine posto come condizione per avere fiducia nell’alleato. Ma perché è tanto importante il taglio dei parlamentari? E siamo sicuri che offra così tanti risparmi?

DI MAIO: «RISPARMIAMO 100 MILIONI L’ANNO»

Di Maio non ha dubbi: tagliare 345 parlamentari (più di un terzo) comporterebbe un risparmio di «100 milioni di euro all’anno, 300 mila euro al giorno», per un totale che supera il mezzo miliardo a legislatura. Cifre significative, benché modeste per un Paese che ogni anno fa manovre che si aggirano attorno ai 30 miliardi.

COTTARELLI: «NO, SOLO LO 0,007% DELLA SPESA PUBBLICA»

Non è d’accordo l’Osservatorio sui conti pubblici guidato da Carlo Cottarelli, che riporta stime più modeste: l’eliminazione di 230 deputati e 115 senatori permetterebbe al più di risparmiare 57 milioni annui, appena lo 0,007 % della spesa pubblica. E di ciò che dice “Mister spending review” ci possiamo fidare dato che nel 2013 fu chiamato dall’allora presidente del Consiglio Enrico Letta per sforbiciare. Ci riuscì? No. Fu vittima della foga rottamatrice di Matteo Renzi, che nel frattempo era salito a Palazzo Chigi («Non dobbiamo incaponirci su una virgola», sentenziò il premier toscano).

Carlo Cottarelli.

DOSSIER IN CANTIERE DAL 2013: NESSUNO L’HA MAI RIPRESO

In compenso Cottarelli lasciò un dossier con possibili tagli per 32 miliardi di euro che però nessuno, nemmeno i cinque stelle, si curò mai di prendere in mano. Difficile, dunque, comprendere perché proprio ora Di Maio voglia impiccare la legislatura a un numero così irrilevante, che rappresenta appena lo 0,007 % della spesa pubblica, tanto più se potrebbe fare naufragare la Legge di bilancio da 30 miliardi.

DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA A RISCHIO: ARRIVA ROUSSEAU…

È invece più facile capire perché questa riforma sia per il Pd difficilmente digeribile: non solo finora ha sempre votato contro (rappresenterebbe una giravolta politica, pur di finire al governo), ma dovrebbe soprattutto accettare un progetto che si scontra con i suoi principi fondanti. Non è del resto un caso se tra i 5 punti approvati all’unanimità dalla Direzione nazionale, al secondo si trovi il «pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa». Di tutt’altro avviso, è noto, sono invece i grillini, sostenitori della democrazia diretta, della quale il sistema Rousseau rappresenta un primo, talvolta claudicante, esempio in attesa di istituzionalizzazione.

Davide Casaleggio, presidente dell’Associazione Rousseau.

ERA IL SOGNO DI BERLUSCONI: IL M5S PUÒ REALIZZARLO

Ma perché il taglio dei parlamentari rappresenterebbe un ridimensionamento del principio della democrazia rappresentativa? È presto detto: meno politici siedono in parlamento, più il governo avrà gioco facile a fare votare le proprie leggi. E qui riecheggiano le parole di Silvio Berlusconi, tra i più accaniti sostenitori nel recente passato della riduzione dei parlamentari: «Ogni volta mandiamo in parlamento un bel cavallo e viene fuori un ippopotamo», si sfogò nel luglio 2010 quando, a causa dei finiani, le Camere gli stravolsero la legge sulle intercettazioni, che la stampa nel frattempo aveva ribattezzato “bavaglio”. Già nel marzo 2009 Berlusconi propose che «il voto dei capogruppo» valesse «per tutti i deputati».

Silvio Berlusconi.

SENATO IN PERICOLO: TAGLI SU BASE REGIONALE

Nell’attuale assetto istituzionale, i parlamentari per godere di longevità politica devono concretizzare in Aula le promesse che hanno fatto ai comizi di fronte ai loro elettori. Solo così le istanze di chi vive lontano da Roma arrivano all’orecchio del governo. A soffrire maggiormente del taglio sarebbe il Senato, incentrato su un sistema elettorale a base regionale: meno poltrone si sostanzierebbero in minore rappresentatività per le Regioni più piccole con esclusione dei partiti minori.

IL RIMEDIO: BILANCIAMENTO CON UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE

Ecco perché il vicesegretario dem Andrea Orlando ha posto come condizione necessaria una nuova legge elettorale («Non abbiamo detto di non andare avanti col taglio dei parlamentari, ma va fatto con un bilanciamento, a partire anche dall’aggiustamento della legge elettorale»). Si dovrebbe virare verso un sistema nettamente proporzionale con probabile estensione dei collegi uninominali (l’attuale legge li ha resuscitati, ma per circa un terzo dei seggi), così da evitare liste compilate dalle segreterie e parlamentari espressione della volontà del leader di partito, sordi alle istanze dei propri elettori (che spesso nemmeno conoscono, non provenendo da quel territorio).

Andrea Orlando e Nicola Zingaretti del Pd.

IDEA NON INNOVATIVA: DIVERSI TENTATIVI IN 30 ANNI

Non solo la proposta dei 5 stelle potrebbe rendere i parlamentari meri ratificatori della volontà dell’esecutivo e sferzare la rappresentatività in Senato (nonostante proprio i grillini lo avessero difeso dalla riforma renziana), ma non è nemmeno così innovativa. In 30 anni sono stati sette i tentativi di tagliare le poltrone, la maggior parte nel periodo delle Bicamerali, che i grillini hanno sempre definito «tempo di inciuci».

DE MITA, D’ALEMA, LA LEGA, RENZI…

Se ne parlò una prima volta nel 1983, sotto la Bicamerale Bozzi. Poi 10 anni dopo, durante la Bicamerale De Mita-Iotti. Ma la sola cosa a essere tagliata fu la legislatura, che morì in anticipo. Ci riprovò la Bicamerale D’Alema: il «patto della crostata» a casa di Gianni Letta sembrò mettere d’accordo Partito democratico della sinistra (Pds), Forza Italia e Alleanza nazionale, almeno fino alla giravolta di Berlusconi, che all’improvviso se ne tirò fuori. Successivamente il tema fu cavalcato dalla Lega, che lo inserì nel progetto di riforma costituzionaledevolution” bocciato al referendum dagli italiani. Nel 2007 un neonato Pd appoggiò assieme a Berlusconi la “bozza Violante” ma cadde il governo. Un disegno di legge analogo morì alla Camera nel 2012 mentre l’ultimo tentativo risale al 2016 e porta la firma di Renzi: fu aspramente contestato dai cinque stelle.

Massimo D’Alema.

COSTI DELLA POLITICA: 5 MILIARDI SU 775 DI SPESA PUBBLICA

Ma c’è un dato di fondo che rende ancora più pretestuosa e dal forte sapore propagandistica la richiesta pentastellata: potrebbe non essere vero che intervenire sui costi della politica sia necessario per mettere a posto i nostri conti. Certo, soprattutto in periodo di crisi sarebbe un beau geste da parte della classe dirigente, ma potrebbe non avere reali ripercussioni sulla salute della nostra economia. Ne parla in modo approfondito lo studio «Pachidermi e pappagalli» redatto sempre dall’Osservatorio di Cottarelli: «Fino ad alcuni anni fa il costo complessivo (comprensivo quindi del parlamento, dei gabinetti ministeriali, regionali e provinciali, fino alle direzioni delle Asl e delle partecipate, ndr) si aggirava attorno ai 5 miliardi di euro, una cifra esigua rispetto ai circa 775 miliardi di spesa pubblica primaria».

LE SFORBICIATE: VITALIZI, DOPPI STIPENDI, SOLDI AI PARTITI

Non è nemmeno vero che i governi non siano mai intervenuti per arginare quei costi. Anzi, gli interventi recenti, spinti dalla crisi e dalla necessità di togliere frecce dalla faretra pentastellata, sono stati numerosi: «A fine 2011, a seguito delle pressioni del ministro Fornero, fu riformato il sistema previdenziale dei parlamentari, con l’abolizione del vitalizio; dal 2012, iniziò un’opera di revisione della spesa presso la presidenza del Consiglio, che tagliò il 30% dei costi; nel 2013 il governo Letta eliminò la possibilità del doppio stipendio, per un risparmio di poco più di 1 milione e riformò il finanziamento pubblico diretto ai partiti, per 19 milioni di risparmio annui; nel 2014 il governo Renzi introdusse un tetto alla retribuzione dei dirigenti pubblici e abolì l’elezione diretta dei rappresentanti provinciali».

Elsa Fornero con Mario Monti.

GOVERNO CONTE SPENDACCIONE: SPESA CRESCIUTA

Facendo le pulci ai bilanci degli esecutivi si scopre che le spese sono tornate a correre proprio sotto l’esecutivo di Giuseppe Conte: «Il governo ha proposto nella finanziaria l’istituzione di InvestItalia presso la presidenza del Consiglio, un organismo volto a fare da cabina di regia per gli investimenti pubblici che comporterà una spesa aggiuntiva di 25 milioni (il 22% dei risparmi conseguiti da Palazzo Chigi tra il 2011 e il 2016)».

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