Parlamentari, voi non dovete stare a casa, fate il vostro dovere

Basta chiacchere e polemiche inutili, state su quelle belle poltrone di Camera e Sentato così che se serve un voto o una voce calda che incoraggi il Paese si sappia dovere trovarvi.

Dopo aver letto su un giornale qualsiasi o visto in tivù un medico o un infermiere/a raccontare il loro dramma e quello dei loro pazienti, sapere che di lì a qualche mezz’ora alcuni deficienti saranno in giro per la città per fare la spesuccia quotidiana o perché ritengono irrinunciabili la passeggiata o la corsetta o sapere che i parlamentari non sono dentro le Camere a discutere per tenersi pronti ad approvare decreti e mostrare la loro utilità, ti viene voglia di spaccare tutto.

Eppure non è necessario. Gran parte degli italiani sta facendo il proprio dovere e sta a casa. Poi ci sono gli eroi normali. Non solo medici e infermieri/e ma anche addetti alle pulizie, camionisti, farmacisti, commercianti dei servizi essenziali, operai e dirigenti di fabbriche non chiuse, operatori biologici, becchini, giornalisti, insomma l’elenco di chi sta facendo, come può e come sa, il proprio dovere è lungo.

Per le due categorie: i folli che si comportano come niente fosse e i parlamentari che se ne stanno a casa, servono due maniere diversamente forti. Per i primi serve una specie di coprifuoco, i militari in aggiunta alla polizia e ai carabinieri di fronte a chi non ha un fondatissimo motivo per stare per strada devono portarlo a casa e buttare la chiave. Per i parlamentari mi rivolgo, da ex parlamentare, ai presidenti e agli uffici di presidenza e anche a quei leader che reclamano il parlamento aperto e poi mandano deserte il 70% delle sedute. Qui non si scherza.

DOPO L’EPIDEMIA IL PAESE SARÀ CARICO DI TENSIONI DRAMMATICHE

Il dopo epidemia sarà un passaggio democratico drammatico. Gente senza lavoro, Italia in ginocchio, esasperazione, odio verso i privilegiati. Ci sarà una miscela esplosiva che potrà essere governata da un governo che sappia tenere il bandolo della matassa, e con buona pace di Pietro Senaldi e del mio amico Pigi Battista, Giuseppe Conte ha più palle di tanti altri. Serve un prestigio da spendere democraticamente da parte delle categorie eroiche che ci stanno salvando. Serve l’idea che il parlamento sia utile e che non sia popolato da buffoni. Quest’ultimo passaggio è il più difficile ma la selezione naturale che sta avvenendo nei talk tivù in cui vengono via via espulsi i cretini, può aiutare. I partiti nella loro totale inesistenza, tranne due o tre, dovrebbero costringere i propri deputati a stare a Roma o, dimostrandolo in modo circostanziato, sui territori.

I PARLAMENTARI CONTINUINO A LAVORARE SENZA CLAMORI

Non sarei scandalizzato né sentirei la democrazia minacciata se un giovane soldato mandasse imperiosamente a casa la coppietta che passeggia o chi fa footing o se il capo-partito o il presidente di Regione richiama nome per nome il parlamentare che sta chiuso in casa, lui che è l’unico a dover star fuori. A ciascuno è toccato un momento difficile. Non faccio paragoni, ma a me spettava, quando ero nell’ufficio del redattore capo, andare a ritirare i manifestini che le Br mettevano vicino al mio giornale. Come me lo hanno fanno in tanti. Senza clamore, neppure postumo. Oggi la richiesta è più banale: statevene a casa e, se parlamentari, state su quelle belle poltrone del Transatlantico così che se serve che diate un voto o facciate sentire una voce calda che incoraggi il Paese si sappia dovere trovarvi. Poche volte nella vita si è chiesto di fare gli eroi col culo al caldo.

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A che punto sono i lavori per la commissione d’inchiesta contro le fake news

L'obiettivo è fare luce su disinformazione, odio in Rete e possibili ingerenze straniere nella nostra politica. Quattro le proposte di legge: oltre a quelle di Pd e Iv, anche quelle di FdI e M5s. Unica ancora contraria la Lega di Salvini.

Il desiderio di fare luce sulle fake news. E su eventuali ingerenze straniere, Russia in primis, o di realtà come Cambridge Analytica, nella vita politica italiana.

Un interesse comune che ha fatto accelerare sull’istituzione di un’apposita commissione d’inchiesta in parlamento.

Per una volta la maggioranza è d’accordo, anzi c’è pure l’aggiunta di Fratelli d’Italia, anche perché la proposta risale al primo governo Conte, presentata dall’allora opposizione. E adesso è prevista lo scatto finale, quello decisivo. Solo un partito resta ostinatamente contrario: la Lega di Matteo Salvini.

IL VOTO DI OTTOBRE A BRUXELLES

E non stupisce, visto che a ottobre 2019 il Carroccio con l’aiuto del M5s aveva già bocciato a Bruxelles l’inchiesta Ue sulle interferenze russe. Il tema, in passato, ha diviso molto gli attuali alleati. Solo a maggio 2019 il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, scriveva sui profili social: «Facebook ha chiuso 23 pagine, tutte provenienti da M5s e Lega. Sono una parte delle pagine che hanno l’obiettivo di inquinare le informazioni pubbliche diffondendo fake news, false notizie orientate contro il Pd, contro le leggi approvate dai governi Renzi e Gentiloni».

caso open arms matteo salvini
Matteo Salvini.

LE RESISTENZE DELLA LEGA

Ora il quadro è cambiato. «La Lega continua nella sua avversione all’iniziativa», conferma a Lettera43.it Paolo Lattanzio, capogruppo del Movimento 5 stelle in commissione Cultura a Montecitorio. «Eppure le forze politiche responsabili dovrebbero voler affrontare il tema», aggiunge. «Ancora di più nel caso di partiti che hanno basato la comunicazione politica su uno stile colorito. Ci sono notizie orientate ad alterare il sentiment e gli umori dell’elettorato. E in alcuni casi ricordiamo forzature evidenti con la messa alla gogna di semplici cittadini, come è avvenuto spesso con Salvini».

governo pd m5s trattativa boschi
Maria Elena Boschi. (Ansa)

LE PROPOSTE DI LEGGE DI PD, IV, FDI E M5S

L’obiettivo è quello di rendere l’organismo di inchiesta, formato da 40 parlamentari (tra deputati e senatori), operativo in poche settimane: si punta ad avviare le audizioni e raccogliere il materiale da mettere insieme per fare luce sulle notizie false messe in circolazione, principalmente sul web. Chi lo ha fatto? Chi ne ha tratto vantaggio? E soprattutto: qualcuno dall’estero ha messo lo zampino? Domande a cui la commissione sarà chiamata a rispondere, lavorando poi a un testo di legge, scritto con i contributi di tutte le forze parlamentari, per affrontare la questione. L’interesse intorno al tema è forte, seppure per motivi diversi. Non è un caso che ci siano quattro diverse proposte, arrivate dal Partito democratico, con Emanuele Fiano, dal Movimento 5 stelle, con Paolo Lattanzio, da Italia viva con la capogruppo a Montecitorio, Maria Elena Boschi, e da Fratelli d’Italia, con Federico Mollicone.

I PENTASTELLATI SPINGONO ANCHE SUI MEDIA TRADIZIONALI

Le posizioni in campo presentano sfumature diverse, ma con un focus specifico: l’impatto sull’opinione pubblica delle fake news. E di conseguenza tutto ciò che è legato a quel problema, compresa la crescita dell’hate speech, l’odio in Rete. Il Movimento 5 Stelle si concentra nel suo testo «sull’insieme dei media, compresi quelli analogici e tradizionali» per fare chiarezza sulle «distorsioni nell’informazione» che «danneggiano gravemente sia i privati che le aziende». Il problema non è solo il web per i pentastellati: la disinformazione passa anche su radio e tivù. In particolare c’è poi l’intento di «identificare le pratiche educative e formative necessarie per stimolare il critical thinking nella popolazione» con «percorsi di educazione civica digitale».

vito crimi reggente m5s
Vito Crimi, reggente del M5s dopo le dimissioni di Luigi Di Maio. (Ansa)

GLI SCIVOLONI DEL M5S

Buoni propositi sicuramente. Che però cozzano con parte della storia del M5s che non è certo esente da bufale o hate speech. Qualche esempio recente? Vito Crimi, ex sottosegretario con delega all’Editoria, ora viceministro dell’interno e reggente del M5s, e Luigi Di Maio diffusero la bufala dei Benetton «padroni di giornali» con l’intento di screditare la stampa. E che dire poi del senatore pentastellato Elio Lannutti, sì quello del Protocollo dei savi di Sion. Per Lannutti, paladino dei consumatori, Mario Draghi era un membro della «setta degli Illuminati», papa Francesco manovrato dal Bilderberg («Il suggeritore di Bergoglio sui migranti è un Bilderberg di Goldman Sachs», aveva twittato nel 2018), il presidente della Repubblica Sergio Mattarella un «traditore», una «Mummia sicula» e un «Padrino».

RENZIANI INTERESSATI AL REFERENDUM COSTITUZIONALE DEL 2016

Detto questo, ogni partito ha le proprie peculiarità. Italia viva si sofferma sul cavallo di battaglia caro al suo leader, Matteo Renzi: la diffusione delle fake news durante il referendum costituzionale del 2016, che avrebbero quindi condizionato l’esito di quel voto. Nella proposta di legge di Boschi viene esplicitamente chiesto di «accertare eventuali violazioni, manipolazioni o alterazioni di dati personali ovvero di circostanze fattuali riferibili a cittadini italiani, funzionali a condizionare illecitamente o illegittimamente l’esito delle consultazioni elettorali o referendarie svoltesi nei cinque anni precedenti». Quindi dal 2015 a oggi. Un’occasione ghiotta per pungolare anche la Casaleggio Associati, storico bersaglio degli attacchi renziani agli alleati-avversari dei 5 stelle. E più in generale c’è un richiamo ai «fornitori di social network» per «dotarsi di procedure interne di eliminazione dei contenuti illeciti e di gestione dei reclami provenienti dagli utenti».

decreto intercettazioni prescrizioni renzi conte
Matteo Renzi.

I DEM PUNTANO IL DITO CONTRO EVENTUALI INGERENZE STRANIERE

Il Pd è invece particolarmente attento alle possibili ingerenze straniere, anche in termini di sostegno economico. Nel testo di Fiano c’è la richiesta di «verificare se la disinformazione on line possa essere imputata a gruppi organizzati o, per alcuni profili, a Stati esteri che se ne servono allo scopo di manipolare l’informazione e di condizionare l’opinione pubblica». E quindi si punta a «verificare se e in quale modo la disinformazione online sia sostenuta anche finanziariamente da gruppi organizzati o da Stati esteri». Un tentativo per comprendere principalmente se la longa manus di Mosca si sia intromessa nelle questioni italiane. Ma i dem non trascurano, nella loro proposta, l’impatto delle fake news in termini di hate speech e istigazione all’odio razziale. Un obiettivo simile è quello posto da Fratelli d’Italia, che segue la linea politica sovranista in questo caso contro eventuali condizionamenti di Paesi stranieri. Il deputato Mollicone ha messo nero su bianco la necessità di «indagare sulla diffusione intenzionale e massiva di informazioni false o fuorvianti attraverso la rete Internet, commessa anche mediante la creazione di false identità digitali». E con riferimento alle possibili interferenze dall’estero, anche attraverso «finanziamenti».

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Coronavirus: è epidemia di interrogazioni parlamentari

Una ventina quelle presentate tra Camera e Senato. Si va dalle verifiche sugli alimenti provenienti dalla Cina alla possibile correlazione tra la diffusione del Covid-19 e il laboratorio di Wuhan. Il punto.

Il tentativo di predicare tranquillità non funziona granché. Sul coronavirus Covid-19 si è scatenata l’infodemia, denunciata dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms).

Ma il panico da epidemia sembra aver raggiunto anche il parlamento italiano. Un contagio di interrogazioni parlamentari, spesso con testi simili che intasano gli uffici.

In quasi due settimane, infatti, sono state depositate già 20 interrogazioni (gli atti di controllo con cui deputati e senatori chiedono informazioni ai ministri, talvolta suggerendo delle soluzioni) rivolte principalmente al ministro della Salute, Roberto Speranza. Ma sono spesso tirati in ballo anche Luigi Di Maio, in qualità di ministro degli Esteri e Paola De Micheli, a capo del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. E pensare che proprio Speranza aveva già riferito in parlamento, giovedì 30 gennaio. Evidentemente non è bastato: stando agli atti parlamentari, deputati e senatori vogliono ricevere ancora aggiornamenti dall’esecutivo.

I PRIMI A PORTARE L’EMERGENZA ALLA CAMERA

I primi a portare l’emergenza coronavirus all’attenzione del parlamento sono stati i deputati Giorgio Silli (del Gruppo Misto e dirigente di Cambiamo! il partito di Giovanni Toti), Stefano Mugnai e Roberto Rosso (di Forza Italia), e Giovanni Donzelli (di Fratelli d’Italia): il 27 gennaio hanno presentato a Montecitorio l’atto di sindacato ispettivo.

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C’è chi ha richiesto la risposta scritta, chi ha portato la questione nella commissione parlamentare competente e chi invece ha chiesto di essere inserito nel question time che si svolge ogni mercoledì nell’Aula della Camera.

“ALLARME” ANCHE IN SENATO

Non solo a Montecitorio i parlamentari hanno chiesto informazioni ai ministri interessati dall’emergenza. Al Senato il forzista Enrico Aimi ha presentato un’interrogazione il 28 gennaio, giusto un giorno prima rispetto al collega di partito Mario Siclari e al leghista Roberto Calderoli. Una mossa anche comprensibile, visto che fino a quel momento dal governo non erano pervenute informazioni ufficiali, calendarizzate il 30 gennaio.

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Ma mentre Speranza era impegnato con l’informativa urgente in Aula, è stata pubblicata l’interrogazione della deputata di Forza Italia, Benedetta Fiorini. Nei giorni successivi si è aggiunto un altro parlamentare azzurro, Roberto Cassinelli. Il 4 e il 5 febbraio i leghisti Eugenio Zoffilli e Paolo Formentini si sono interessati al caso, depositando l’atto di sindacato ispettivo a Montecitorio.

DELMASTRO DELLE VEDOVE (FDI) IL PIÙ ATTIVO

Ma c’è chi è stato attivo sul tema in più occasioni. Il deputato Andrea Delmastro Delle Vedove (Fratelli d’Italia) risulta il maggiore estensore di interrogazioni sul coronavirus: ne ha presentate tre, in meno di due settimane. La prima il 28 gennaio, una seconda, aggiornata, il 3 febbraio, mentre la terza è datata 4 febbraio, uguale alla precedente. La differenza è che chiede al ministero degli Esteri di rispondere direttamente in commissione a Montecitorio.  

DAI CONTROLLI ALLE MISURE FINO AL LABORATORIO DI WUHAN

La questione è stata trattata sotto vari punti di vista. In un primo momento i parlamentari si sono molto concentrati sui controlli e sulle misure per evitare il contagio, soprattutto negli aeroporti. Ma non mancano osservazioni specifiche: Silli ha chiesto «tutte le necessarie verifiche di rito sugli alimenti provenienti dalla Cina», Mugnai invece ha pensato al territorio chiedendo se il «governo stia pensando a misure speciali di sicurezza e di controllo per la città di Prato».

https://www.facebook.com/RobertoCalderoli/

Per Calderoli poi sarebbe opportuno sapere «perché non sono stati messi in quarantena tutti i passeggeri arrivati da Wuhan», mentre secondo Delmastro Delle Vedove è necessario che l’esecutivo raccolga gli «elementi scientifici per escludere una qualsivoglia correlazione fra la diffusione del cosiddetto coronavirus e il laboratorio batterico di Wuhan», rilanciando una delle tesi più controverse sulla diffusione della patologia. E infine Cassinelli ha sollecitato il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, a «valutare la creazione di una task force contro le fake news in sanità volta a eliminare notizie false».

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Sì della Cassazione al referendum contro il taglio dei parlamentari

L'Ufficio centrale ha stabilito che la richiesta, sorretta dalla firma di 71 senatori, è conforme all'articolo 138 della Costituzione. Alle urne tra la fine di marzo e la prima domenica di giugno.

Via libera della Cassazione al referendum contro il taglio dei parlamentari. L’Ufficio centrale ha stabilito che la richiesta, sorretta dalla firma di 71 senatori, è conforme all’articolo 138 della Costituzione e ha accertato la legittimità del quesito formulato dai promotori della consultazione popolare.

QUALI SONO LE PROSSIME TAPPE

La convocazione del referendum spetta al presidente della Repubblica, che dovrà emanare un apposito decreto su deliberazione del Consiglio dei ministri. Il governo, a sua volta, ha 60 giorni di tempo per riuirsi e decidere la data, in un periodo compreso tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo allo svolgimento del Consiglio dei ministri. Quindi si dovrebbe andare alle urne tra gli ultimi giorni di marzo e la prima domenica di giugno.

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Perché nella transizione voluta da Putin non c’è posto per Medvedev

Le dimissioni del premier, ormai inviso all'élite e al popolo, sono il primo atto del percorso verso il nuovo ordine post-zar. E servono ad aumentare il consenso per i prossimi rivolgimenti istituzionali. Mentre il presidente lavora per crearsi un ruolo forte alla fine del mandato nel 2024.

Le dimissioni del premier Dmitri Medvedev, arrivate tre ore dopo il discorso in cui Vladimir Putin aveva delineato una serie di riforme costituzionali che modificheranno l’equilibrio tra i poteri dello Stato, sanciscono l’inizio della transizione verso il nuovo ordine della Russia post-putiniana.

MEDVEDEV ERA ORMAI UNA «FIGURA TOSSICA»

In una sequenza di eventi orchestrata e rapida, il presidente ha fatto la prima mossa della partita per la sua successione spostando una pedina che, per dove si trovava, avrebbe potuto esser d’intralcio.

Medvedev, da troppi anni sul palcoscenico del potere prima come delfino e poi come parafulmine dello zar, è ormai «una figura tossica», nota Tatiana Stanovaya, fondatrice dell’istituto di analisi politica R.Politik. 

Il premier russo Medvedev il 15 gennaio ha rassegnato le sue dimissioni (Getty Images).

Come primo ministro era inviso tanto alla élite – all’interno della quale il capo del Cremlino dovrà scegliere il suo erede – quanto, dicono i sondaggi, all’Ivan Ivanovich di Kazan – equivalente russo del signor Rossi. A cui, solo per volontà del presidente perché la maggioranza bulgara di cui gode alla Duma sarebbe bastata, sarà chiesto con un referendum l’assenso ai cambiamenti del quadro istituzionale preannunciati.

PROMOZIONE O PENSIONAMENTO?

Resta però da capire se Medvedev sia stato mandato in pensione oppure promosso. Il Consiglio di sicurezza di cui diventerà il numero due formalmente è un organo consultivo. È presieduto da Putin, e composto dai vertici delle più importanti amministrazioni federali e regionali. Servizi segreti compresi. Nel disegno che si sta tracciando per la Russia del prossimo futuro potrebbe vedersi riconosciuto il potere decisionale che di fatto spesso esercita, diventando «una riedizione del Politburo sovietico», secondo il direttore di Echo Moskvy Alexy Venediktov

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Vladimir Putin.

PUTIN SI TIENE APERTE DIVERSE OPZIONI PER IL FUTURO

È presto per capire esattamente quali forme prenderà il processo avviato, ma si possono individuare alcune linee guida. I poteri attualmente accentrati nelle mani del presidente saranno in parte distribuiti al parlamento e ad altre istituzioni. Putin, alla scadenza del suo mandato nel 2024, lascerà la presidenza ma manterrà un ruolo forte. A fronte di un presidente più debole.

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«Vorrà continuare a gestire le questioni più importanti della politica estera, e rimanere il garante della stabilità dello Stato a fronte di eventuali dispute tra i suoi vertici», sottolinea Stanovaya. Per farlo, si tiene aperte diverse opzioni. Potrebbe restare alla guida del Consiglio di Stato, di cui ha preannunciato la trasformazione in un’agenzia governativa a rilevanza costituzionale. Una sorta di esecutivo per gli affari strategici? O potrebbe essere primo ministro. Nominato dal parlamento e non più diretto dipendente della presidenza, prevedono gli emendamenti in cantiere.

Vladimir Putin e Dmitri Medvedev in una foto del 2017 (Getty Images).

Il fatto che al posto di Medvedev abbia nominato il “tecnico” Mikhail Mishustin gli garantisce spazio per una manovra in questa direzione. E poi, certo, c’è l’inquietante ipotesi del “Consiglio di sicurezza Politburo”. «La linea di fondo è quella delle molteplici alternative e della flessibilità», commenta l’analista di Crisis Group Anna Arutunyan: «Nel preparare la transizione, Putin non ha ancora scelto le forme necessarie ad assicurarne l’esito. Vuole avere diverse possibilità. Sta creandosi delle opzioni e valuterà quale può funzionar meglio». 

COMINCIA LA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE LEGISLATIVE 2021

Un elemento di valutazione sarà il gradimento popolare. Non si sa quando le riforme della Costituzione saranno pronte e sottoposte a referendum. Di certo, nel 2021 ci saranno le elezioni legislative. Che alla luce del prospettato rafforzamento dei poteri del parlamento assumono una valenza inedita, e forse sono il vero motivo dell’accelerazione degli eventi impressa da Putin.

Putin e Medvedev lasciano l’incontro con i membri del governo russo, il 15 gennaio 2020 (Getty Images).

«C’è la sensazione che siamo all’inizio della campagna elettorale per la Duma (la camera dei deputati, ndr)», spiega a Lettera43.it Mark Galeotti, tra i maggiori esperti di Russia a livello internazionale. La scelta dell’economista Mishustin può essere letta come una risposta alla diffusa insoddisfazione per la stagnazione che ha segnato gli anni di Medvedev, nell’ottica della creazione di consenso per i rivolgimenti istituzionali che si preparano.

PIÙ POTERI AL PARLAMENTO E CIOÈ A RUSSIA UNITA

I propagandisti di Putin parlano già di democrazia parlamentare: «Il potere in Russia si sta spostando verso il ramo legislativo», ha scritto la direttrice del canale televisivo Rt Margarita Simonyan. In realtà, le caratteristiche di un sistema di governo sono determinate dalla reale distribuzione del potere nella società e dal livello di concorrenza nel sistema politico. I candidati per la Duma, nella “democrazia controllata” russa, di fatto li sceglie il governo.

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«In un sistema non competitivo in cui non vi è libero accesso alle elezioni per partiti e candidati», fa notare sul suo blog il politologo Kirill Rogov. «[…] Il trasferimento di alcuni poteri al parlamento significa solo trasferirli alla direzione del partito che domina il parlamento». Ovvero a Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. 

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Taglio dei Parlamentari, raggiunto il numero di firme per referendum in Senato

Alle 13.30 quindi dovrebbe essere pubblicata la lista delle sottoscrizioni e nel pomeriggio è atteso il deposito in Cassazione.

Al Senato è stato raggiunto e superato il numero minimo di firme (64) per presentare il quesito del referendum contro il taglio dei parlamentari. Lo si apprende da fonti parlamentari, secondo cui, nelle ultime ore, sarebbe arrivato un sostanzioso appoggio anche da parte di senatori leghisti. Alle 13:30 quindi dovrebbe essere pubblicata la lista delle firme e nel pomeriggio è atteso il deposito in Cassazione.

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Taglio dei parlamentari, la battaglia sul referendum allunga la vita al governo

A tre giorni dalla scadenza del 12 gennaio, si tirano indietro quattro senatori di Forza Italia vicini a Mara Carfagna. Ma le defezioni sono almeno otto. Ora diventa cruciale il ruolo della Lega, che potrebbe decidere di invertire la rotta.

Il destino del referendum contro il taglio dei parlamentari è appeso a una manciata di firme. A tre giorni dalla scadenza del termine per la presentazione della richiesta, prevista per il 12 gennaio, si sono infatti tirati indietro quattro senatori di Forza Italia vicini a Mara Carfagna. Ma le defezioni sarebbero di più, almeno otto. E sono pronti al ritiro anche tre senatori del Pd.

La consultazione rischia quindi di saltare: se ciò accadesse, la legge entrerebbe subito in vigore. Ma a “salvare” il referendum potrebbero pensarci altri senatori di Forza Italia, o più probabilmente della Lega. Perché in un intreccio pericolossimo per le sorti del governo, solo se ci sarà il referendum sul taglio dei parlamentari ha buone probabilità di tenersi anche il referendum promosso dal Carroccio per il maggioritario in tema di legge elettorale, su cui il 15 gennaio è chiamata a esprimersi la Corte Costituzionale.

La maggioranza vuole provare a evitarli entrambi. Da una parte pressa i senatori per il ritiro delle firme, dall’altra deposita il “Germanicum”, una proposta di legge elettorale proporzionale. Mentre prosegue il lavoro sotterraneo per “blindare” la maggioranza e metterla al riparo dagli smottamenti nel M5s, magari con l’ingresso di un gruppetto di senatori in uscita da Forza Italia.

LE APERTURE DI CONTE

Tra i parlamentari non sono passate inosservate le parole con cui il premier Giuseppe Conte ha risposto a una domanda del quotidiano Il Foglio sulla possibilità che una parte degli azzurri possa appoggiare maggioranza, votando con Pd e M5s come già avvenuto al parlamento europeo: «Se si dovesse verificare questa condizione la valuteremo. Sarebbe un passaggio senz’altro significativo». Antonio Tajani ha subito parlato di «ipotesi dell’irrealtà», ma di un gruppo di deputati e senatori cosiddetti “responsabili” si vocifera con insistenza.

IL GESTO DEGLI AZZURRI VICINI ALLA CARFAGNA

Del resto i quattro senatori Franco Dal Mas, Massimo Mallegni, Laura Stabile e Barbara Masini, che hanno annunciato di aver ritirato le firme sulla richiesta di referendum per «impedire a qualcuno di farsi prendere dalla tentazione di andare a votare senza ridurre prima il numero degli eletti», sono tutti di Forza Italia. Il gesto prelude allo sbarco in maggioranza degli azzurri che fanno riferimento a Mara Carfagna? Fonti vicine alla vice presidente della Camera, per il momento, negano: «Voce libera vuole che il governo cada. Ma non si può andare a votare con mille parlamentari, alimentando ancora il M5s anti casta».

I CALCOLI CHE STANNO DIETRO AI GIOCHI POLITICI

La tesi prevalente è che se venisse indetto il referendum, si aprirebbe una finestra per far saltare il governo e andare a votare per eleggere 630 deputati e 315 senatori, prima che vengano ridotti a 400 e 200. In tal caso chi vince vincerebbe di più, e chi perde perderebbe di meno. Ma nei giochi politici di queste ore viene fatto anche un altro calcolo: per un cavillo giuridico, se verrà indetto il referendum costituzionale, avrà più probabilità di essere ammesso anche il referendum promosso dalla Lega per una legge elettorale maggioritaria. A quel punto potrebbe essere indetto un election day capace di far fibrillare l’esecutivo, in coincidenza con le elezioni regionali di primavera.

LA MAGGIORANZA PROVA A SMINARE IL CAMPO SULLA LEGGE ELETTORALE

«Rischierebbe di essere un mega-referendum su Salvini», osservano fonti del Pd. E anche per non dare all’ex ministro dell’Interno altre armi di propaganda, il governo prova a tenersi fuori dalla battaglia. Conte e i capi delegazione di maggioranza hanno deciso infatti di non costituire l’esecutivo in giudizio di fronte alle Corte costituzionale. Per “sminare” la questione e dimostrare alla Consulta che sul sistema di voto sta già legiferando il parlamento, è stata accelerata anche la presentazione del Germanicum, nato da un primo accordo di maggioranza che non convice in pieno Liberi e uguali.

IL SEGNALE SALVINI: «FAREI REFERENDUM SU TUTTO»

Il testo è stato depositato da Giuseppe Brescia del M5s. Prevede un sistema con soglia di sbarramento al 5% (nell’iter parlamentare, complici i voti segreti, c’è il rischio che scenda) e diritto di tribuna per i piccoli partiti. Anche in nome di questa prima bozza di legge elettorale tre senatori del Pd, Roberto Rampi e gli orfiniani Francesco Verducci e Vincenzo D’Arienzo, potrebbero ritirare le firme sul taglio dei parlamentari. I senatori dem che hanno firmato in tutto sono sette, gli altri quattro resistono. Il 10 gennaio anche i Radicali presenteranno i risultati della loro raccolta. Ma adesso sarà determinante il ruolo della Lega: «Io farei referendum su tutto», ha detto in serata Salvini. E sembra un segnale chiaro rivolto ai suoi: invertire la rotta sul tema della riduzione del numero dei parlamentari, firmare e metterci la faccia.

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Il Terzo settore e quella riforma rimasta congelata

Il riordino degli enti che operano nel sociale e senza scopi di lucro è stato approvato da due anni. Ma mancano ancora il registro unico e i decreti attuativi su controlli e 5 per mille. Colpa di governi disattenti che hanno accumulato ritardo anche rispetto alle normative europee. Il punto.

I volontari possono attendere. E con loro tutte le realtà che operano nel sociale. La riforma del Terzo settore, tanto sbandierata nella precedente legislatura, c’è ma non si vede. A due anni dall’approvazione non può dispiegare i suoi effetti. Il motivo? Il ministero del Lavoro non ha emanato molti dei decreti attuativi necessari per dare sostegno agli attori che operano con finalità solidaristiche senza scopo di lucro.

TUTTO FERMO SUL FRONTE TRASPARENZA

Così gli enti del Terzo settore (Ets) non possono beneficiare degli incentivi fiscali presenti nel provvedimento, né tantomeno far ricorso agli altri strumenti messi, potenzialmente, a disposizione. Manca addirittura l’istituzione del registro unico del Terzo settore, indispensabile per mappare gli enti. A complicare il quadro c’è un altro elemento: non risultano attivi i decreti relativi alla disciplina dei controlli e delle funzioni di vigilanza. Quindi anche sul fronte della trasparenza è tutto fermo.

L’OBIETTIVO: UN RIORDINO NORMATIVO

La scopo della riforma è il riordino del sistema normativo sugli enti privati «costituiti con finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale che, senza scopo di lucro, promuovono e realizzano attività d’interesse generale, mediante forme di azione volontaria e gratuita o di mutualità o di produzione e scambio di beni e servizi, in coerenza con le finalità stabilite nei rispettivi statuti o atti costitutivi», ha sintetizzato il Centro studi della Camera. Insomma, un impulso al volontariato e alle organizzazioni attente al sociale.

PROMOZIONE DELL’AUTONOMIA STATUTARIA

Tra gli obiettivi pratici ci sono quelli di favorire e garantire il più ampio esercizio del diritto di associazione, il riconoscimento dell’iniziativa economica privata per il miglioramento dei livelli di tutela dei diritti sociali e la promozione dell’autonomia statutaria degli enti per accrescere il livello di trasparenza. Proprio per questo motivo è stato pensato il registro unico nazionale del Terzo settore la cui iscrizione è obbligatoria per chi chiede il riconoscimento di Ets. Ma il registro, appunto, non c’è ancora.

MANCANO ANCORA 30 DECRETI ATTUATIVI

In totale mancano all’appello circa 30 decreti, alcuni dei quali considerati pilastri della riforma. Oltre all’istituzione del registro, infatti, non è stato emanato il testo che regolamenta la possibilità di destinare il 5 per mille ai soggetti aventi diritto. In questo caso l’intrigo riguarda più dicasteri: il Tesoro ha presentato uno schema di provvedimento su cui il ministero del Lavoro si è già espresso; ora si resta in attesa della conclusione della procedura. Ma non è questo l’unico nodo da sciogliere. Per il codice del Terzo settore occorrono 24 decreti attuativi, ma solo nove risultano effettivamente adottati, mentre altri quattro sono in fase di preparazione.

IL PD RICHIAMA IL GOVERNO

Non va meglio per la parte della legge che riguarda l’impresa sociale: sono previsti 12 decreti, ma solo tre sono stati adottati, mentre uno è in elaborazione. Una serie di caselle mancanti che rendono la norma zoppa. Il deputato del Partito democratico, Stefano Lepri, illustrando un’interrogazione presentata alla ministra Nunzia Catalfo ha spiegato: «Lo stato dell’applicazione da parte del ministero è ancora piuttosto in ritardo. Troppe volte il governo è più attento all’azione legislativa piuttosto che a quella esecutiva, che è invece il primario compito di chi è chiamato a governare», ha aggiunto l’esponente dem.

LA MINISTRA CATALFO PROMETTE IMPEGNO

La Catalfo ha trovato sul tavolo questa pesante eredità. In pochi mesi ha dovuto valutare la situazione, lasciata in sospeso dal suo predecessore Luigi Di Maio, e ha tenuto un incontro al ministero, venerdì 13 dicembre, con lo scopo di tracciare una road map. «Il mio impegno, nella prima metà del 2020, sarà concentrato sulla finalizzazione di alcuni importanti provvedimenti che, allo stato attuale, sono in fase di avanzata elaborazione, quali la definizione della modulistica dei bilanci degli enti del Terzo settore, le linee guida sulla raccolta fondi, la disciplina dell’attività di vigilanza sulle imprese sociali, il decreto concernente il funzionamento del registro unico nazionale del Terzo settore», ha spiegato Catalfo rispondendo alla Camera all’interrogazione del Pd.

CONFRONTO TECNICO CON LE REGIONI

Dal ministero hanno anche riferito che «è in corso il confronto tecnico con le Regioni e conto di poter giungere all’adozione del registro unico nei primi mesi del 2020». Ci sono stati, in questa direzione, anche gli incontri con l’Agenzia delle entrate e con il Forum del Terzo settore.

RITARDO ANCHE RISPETTO ALL’EUROPA

In questo quadro c’è un altro ritardo: quello sulla procedura nei confronti dell’Unione europea, necessaria per attestare la compatibilità delle previsioni fiscali con le normative comunitarie. Al momento dal ministero del Lavoro è arrivata la garanzia di aver istituito «un tavolo tecnico con il ministero dell’Economia e delle finanze e l’Agenzia delle entrate, attualmente impegnato nella definizione di un documento da sottoporre all’attenzione della Commissione Ue». Con la promessa generale di dialogare con i soggetti interessati. Che intanto attendono la reale attuazione della riforma.

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Collaboratori parlamentari, l’ennesimo gap tra Italia e Ue

Il caso Nicosia riporta alla luce l'annosa battaglia dei portaborse. Che, nonostante le promesse, sono ancora sottopagati e spesso irregolari. A differenza dei colleghi europei. Lo scenario.

Spesso mal pagati, con contratti di vario tipo e senza alcuna tutela. Anzi: nei casi peggiori c’è il rischio di essere retribuiti in nero. È questa la vita del collaboratore parlamentare, figura chiave per il funzionamento di Camera e Senato, ma che si muove tra i Palazzi con poche garanzie. In questa instabilità una cosa è certa: a Montecitorio basta avere un contratto, indipendentemente dall’ammontare dello stipendio. «La nostra è una situazione da far west che mortifica la funzione parlamentare e alimenta il sentimento di antipolitica e antiparlamentarismo. Quanti casi Nicosia nelle Camere? Quanti ‘Nicosia’ può ancora sopportare l’istituzione parlamentare?», dice a Lettera 43 il presidente dell’Associazione italiana collaboratori parlamentari (Aicp), Josè De Falco.

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CONTRATTI DA 50 EURO AL MESE

La vicenda di Antonello Nicosia, ex collaboratore della deputata di Italia Viva (eletta con Liberi e uguali), Giuseppina Occhionero, arrestato per mafia è proprio quella che ha acceso un faro sulla situazione. Una luce sinistra che ha fatto emergere come siano cambiati i tempi rispetto a quando l’incarico di “portaborse” rappresentava un trampolino di lancio della carriera politica. Da quanto è emerso, Nicosia era infatti considerato a pieno titolo un collaboratore, munito di tesserino, con un contratto da 50 euro al mese. Ed era tutto regolare. 

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Antonello Nicosia.

PER IL QUESTORE DEL SENATO DE POLI È TUTTO REGOLARE

Per il senatore, Antonio De Poli, questore a Palazzo Madama, non ci sono problemi dal punto di vista retributivo rispetto ad altri lavori. Il motivo? Il regolamento del Senato fissa il minimo a 375 euro per 25 ore e quindi con «40 ore di lavoro il compenso mensile è di 2.400 euro, se le ore sono 36 è di 2.160 euro», ha scandito il senatore, durante il dibattito sul bilancio di Palazzo Madama. «Sto parlando», ha aggiunto De Poli, «di retribuzioni minime, poi chiaramente se ne possono avere di ben più importanti. Ma si tratta di cifre superiori alle retribuzioni odierne previste ad esempio per le qualifiche più alte dei dipendenti degli studi professionali, secondo i contratti nazionali del lavoro vigenti». Quindi «rientriamo nei parametri europei», ha concluso, pur condividendo la necessità di «trovare una soluzione» condivisa.

L’AICP: «CI DICANO QUANTI SONO I COLLABORATORI CONTRATTUALIZZATI»

Una versione che ha fatto saltare dalla sedia i vertici dell’Aicp. «Sono dichiarazioni fantasiose. Nessun collaboratore guadagna tanto», replica Josè De Falco. «Dalla lettura di una delibera che disciplina l’accesso dei collaboratori al Senato», incalza il presidente dell’Aicp, «il senatore De Poli trae delle conclusioni sconcertanti. Parla come se non fosse uno dei questori di Palazzo Madama e non conoscesse i contratti depositati negli uffici. Quella documentazione descrive un mondo totalmente diverso da quello raccontato in Aula. Tanti hanno co.co.co o partite Iva, e anche chi ha contratti di lavoro subordinato non raggiunge 2.400 euro». Da qui la richiesta dell’Aicp: «Serve una fotografia della realtà. Il Collegio dei Questori e il consiglio di presidenza del Senato pubblichino quanti sono i collaboratori contrattualizzati e descrivano i tipi di contratto, così da poter calcolare la retribuzione media. Sarebbe il primo passaggio da fare».

IL CONFRONTO CON L’EUROPA

Documenti alla mano il quadro normativo europeo è diverso dalla situazione italiana. A Bruxelles i collaboratori definiti “assistenti parlamentari accreditati” sono assunti direttamente dal parlamento europeo. La retribuzione ha 19 livelli, da un minimo di 1.680 a un massimo da 7.740 euro. Mentre il servizio studi della Camera ha spiegato, in un dossier, che in Italia «deputato e collaboratore possono regolare tale rapporto secondo le diverse tipologie contrattuali previste dall’ordinamento, in quanto compatibili (in sintesi: rapporto di lavoro subordinato, di collaborazione a progetto, di lavoro autonomo)». E soprattutto tra la Camera e il collaboratore non si instaura alcun rapporto, è il parlamentare a retribuire il collaboratore all’interno delle spese per l’esercizio del mandato.

Un manifestazione dell’Associazione italiana collaboratori parlamentari a Montecitorio.

Con una delibera dell’Ufficio di Presidenza del 30 gennaio 2012, è stato infatti reso possibile ammettere la retribuzione del collaboratore tra le spese a rimborso, dietro la presentazione del contratto di lavoro. In altri Paesi europei ci sono meccanismi diversi e meno incerti per i lavoratori. In Germania «ogni deputato può assumere collaboratori a carico dell’amministrazione del Bundestag fino a un importo massimo determinato sulla base della legge di bilancio, attualmente pari a 15.798 euro» e «i deputati, che assumono i propri collaboratori sulla base di contratti di diritto privato», riporta il documento predisposto dal centro Studi di Montecitorio. In Francia vige un meccanismo simile, ma il budget per i collaboratori è di 9.504 euro. Tuttavia, «nel bilancio dell’Assemblea nazionale, la voce relativa alla retribuzione dei collaboratori (a oggi, circa 2.100) è molto alta e supera anche la voce relativa al pagamento delle indennità ai deputati», spiega ancora il dossier della Camera.

LA PROMESSA DI FICO E I SILENZI DI CASELLATI

L’annosa battaglia per cambiare le cose in Italia ha quindi ripreso vigore con l’esplosione del caso-Nicosia. I collaboratori parlamentari hanno però avviato da tempo un’interlocuzione con le istituzioni. Nelle scorse legislature non si è arrivati ad alcuna soluzione. In questa, invece, qualcosa sembrava muoversi fino a qualche mese fa. Il presidente della Camera, Roberto Fico, ha incontrato due volte, a febbraio e a luglio, i rappresentanti dell’Aicp. Il numero uno di Montecitorio ha garantito la volontà di impegnarsi. La promessa è che entro la fine del 2019 la delibera sarà discussa nell’Ufficio di presidenza. A Palazzo Madama la situazione è più complessa. La presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, ha organizzato un incontro tra il suo staff e l’Aicp. Al termine del confronto c’è stato l’impegno a regolamentare la posizione dei collaboratori. Dopo le promesse, però, il silenzio: le sollecitazioni, attraverso almeno tre lettere indirizzate alla presidente, sono cadute nel vuoto. 

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