È tutto sulle spalle del Pd. Zingaretti ora dica basta

Il segretario non deve confondere la tradizione di responsabilità del partito con la vocazione al sacrificio. Morire per Crimi o perdere la fiducia degli italiani a causa delle incursioni di Salvini non vale la pena. È il momento di dettare all'alleato M5s le condizioni per proseguire. Altrimenti un bel vaffa si vada al voto.

La cronaca politica quotidiana e soprattutto la sua lettura nel tempo ci dicono che c’è una minoranza politica, un partito di governo e il suo mondo elettorale e no, che portano sulle palle un intero Paese e fanno da sponda a quella parte di Italia che non vuole morire.

La cronaca politica quotidiana e soprattutto la sua lettura nel tempo ci dicono che c’è una minoranza politica, un partito di governo e il suo mondo elettorale e no, che portano sulle palle un intero Paese e fanno da sponda a quella parte di Italia che non vuole morire. Questa parte politica e questo suo elettorato non sono premiati dai sondaggi che, invece, indicano come vi sia una maggioranza favore di chi con la crisi sta giocando e mettendo a rischio la comunità nazionale.

Il partito è il Pd che deve fronteggiare quotidianamente un premier vanesio e scattante su qualsiasi nomina pubblica e un alleato di governo cialtronesco che si muove come una variabile impazzita su tutto lo scacchiere politico-sociale.

ANDREBBE APPLICATA LA “DIPLOMAZIA DEL VAFFA”

Non si capisce perché questo partito responsabile e il suo elettorato debbano farsi carico di una componente così irresponsabile. D’altro canto all’opposizione ci sono due forze di cui una torna a vivere le suggestioni di uno scontro frontale in una guerra senza limiti agli avversari politici, alle istituzioni, alla convivenza civile e un’altra attratta dalle proprie urla nel timore di perdere quel vantaggio che i sondaggi le stanno dando. La domanda è semplice. Fino a che punto è utile che il Pd e la sua gente si facciano carico di questa situazione? Non è arrivato il momento di applicare quella aurea “diplomazia del vaffa”, chiudere baracca e burattini, e fare al Paese un discorso di verità?

LA LEGA E IL DISASTRO LOMBARDO

Il discorso di verità non è lungo, anzi lo è ma è sintetizzabile con esempi lampanti. C’è un partito di opposizione che ha sottratto soldi allo Stato ma che pretende di fare il giustiziere di sprechi altri. Questo partito aveva una classe dirigente periferica fra buona e eccellente. Il giudizio non è cambiato solo se sottraiamo dal calcolo i governanti della principale regione d’Italia, la Lombardia. I dati del Covid-19 ci dicono che il caso italiano non sarebbe così clamoroso se la Lombardia fosse stata guidata da persone serie e non da due incapaci.

IL M5S BLOCCA OGNI INIZIATIVA PER SALVARE IL PAESE

C’è dall’altro canto un inutile partito di governo che ha un leader provvisorio che è più ridicolo di chi l’ha preceduto e che blocca ogni iniziativa tesa a salvare il Paese. La sanatoria per i migranti impegnati in agricoltura, prima di essere un atto di giustizia, è una necessità per l’impresa agricola. La discussione sul Mes è diventata infantile e cialtronesca. La corsa alla prima scena, da parte di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio all’arrivo di Silvia Aisha è stata indecente. Si può continuare e si vedrà che si inanellano episodi di malgoverno, di approssimazione, di cialtroneria dilagante che giustificano una scelta di rottura da parte del Pd o almeno un suo discorso solenne al Paese in cui si denunciano questi avversari e questi alleati e si indicano le condizioni tassative per proseguire. Altrimenti si vada verso il governo del presidente e poi verso il voto.

IL SENSO DI RESPONSABILITÀ NON È VOCAZIONE AL SACRIFICIO

L’esasperazione che corre veloce nelle vene del Paese rischia di essere canalizzata contro chi sta tenendo in piedi la baracca. Il livello morale e di responsabilità delle forze indicate sta tutto negli editoriali di Vittorio Feltri e dei suoi seguaci giornalisti, una versione italiana della setta del reverendo Moon con annesso istinto suicida collettivo. Rischia di arrivare un momento in cui la fragile barriera costituita da un partito debole ma di volenterosi come il Pd crollerà su se stessa. Nicola Zingaretti è stato bravo finora, al netto delle sue titubanze e malgrado la malattia che lo ha per un certo periodo fermato. Tuttavia il leader del Pd non può scambiare la tradizione di responsabilità che “viene da lontano” nella vocazione al sacrificio. Morire per Vito Crimi? Consegnarsi alle contumelie dell’ex compagno di Daniela Santanchè? Perdere la fiducia degli italiani per le incursioni di un ex giovane politicante con il vizio del moijto? Ma dai.

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Anche la storia della liberazione di Silvia si presenta con una discussione demenziale. La domanda vera è se questa liberazione poteva essere ottenuta quando vicepremier era il noto “cazzaro verde” risparmiando sofferenze alla ragazza e se non sono venuti dal leghista input a non darsi troppo da fare per portare la ragazza qui da noi. Troppi moralisti non dicono la verità agli italiani. Io non voglio salire in cattedra, collocazione che non mi appartiene. Vorrei semplicemente suggerire a Zingaretti and company di mettere l’orologio su un giorno e un’ora precisa e arrivato quel momento scatenare l’inferno.

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Zingaretti mette in guardia Conte: «Se il governo non ce la fa, si va al voto»

Dopo le bordate di Renzi e Italia viva al premier, il segretario del Pd invita l'esecutivo a dialogare con le opposizioni escludendo però maggioranze alternative.

«Il governo deve dialogare con le opposizioni. Se non ce la fa, vedo difficile che si possa riproporre una maggioranza diversa». È questa la posizione di Nicola Zingaretti, segretario del Pd.

Intervistato a SkyTg24 Zingaretti ha “messo in guardia” il premier Giuseppe Conte dopo il fuoco incrociato delle opposizioni e di Matteo Renzi. In caso in cui all’esecutivo venisse meno l’appoggio necessario, l’unica via d’uscita per il leader dem sarà «il voto».

«IL PD NON SI PRESTA AI GIOCHI DELLA POLITICA»

Circa la polemica sollevata dal caso Di Matteo-Bonafede, Zingaretti ha messo in chiaro che il Pd «non si presterà a giochi di Palazzo o alla politica del chiacchiericcio e degli sgambetti». Alla politica, ha aggiunto, «dico che la priorità è capire come combattere le mafie nelle carceri e come contrastarne l‘inquinamento dell’economia legale. Su questo dobbiamo trovare insieme le soluzioni e questo non c’entra nulla con il chiacchiericcio del sistema politico in queste ore».

«STATALIZZAZIONI? SOLO BALLE»

Per quanto riguarda invece la fase 2, Zingaretti ha bocciato ogni ipotesi di statalizzazione delle imprese. Lo Stato, ha chiarito, deve dare «sostegno alle imprese non per governarle o statalizzarle. Quelle sono balle». Sì invece al «sostegno pubblico per costruire un rapporto serio con chi vuole riprendere a produrre e difendere le aziende». Mentre sulla minaccia di dimissioni della ministra all’Agricoltura renziana Teresa Bellanova Zingaretti spera che «si trovi una soluzione. Il piano proposto è corretto ed è una esigenza sotto tanti aspetti. C’è rigidità soprattutto per ragioni di visibilità politica».

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Anas: Dibennardo non demorde, Simonini resiste

Amico di Zingaretti e Zaia, il primo sta riprovando la scalata, ma in questa fase di emergenza per il Paese non è il momento di sfiduciare il secondo.

Ugo Dibennardo, da una vita in Anas, non molla. L’uomo di tutte le stagioni politiche, amico dell’ex numero uno delle Infrastrutture in Italia Ercole Incalza, del segretario Pd Nicola Zingaretti e del governatore del Veneto Luca Zaia,  dopo aver tentato nel 2019 la scalata nella società che gestisce il sistema autostradale in Italia, sta provando di nuovo ad arrivare a sedersi sulla poltrona più importante di Anas.

FERMATO DAI 5 STELLE

All’epoca fu bloccato dal muro dei 5 Stelle, perché Massimo Simonini, attuale amministratore delegato, fu difeso minacciando anche rappresaglie anche in Senato. Siccome a Palazzo Madama i voti per tenere in piedi l’attuale maggioranza sono scarsi, i grillini hanno avuto buon gioco nel fermare l’assalto portato anche da diversi esponenti del Pd, soprattutto dell’area che fa capo a Dario Franceschini.

NON È IL MOMENTO DI SFIDUCIARE SIMONINI

Dibennardo ora aspetta un incarico per una società regionale o da Zingaretti o da Zaia. Ma il sogno resta sempre Anas, dove invece Simonini non è per nulla intenzionato a cedergli il passo. Nonostante le polemiche dopo il crollo di un ponte in Toscana e qualche attrito con la ministra dei Trasporti Paola De Micheli, ora tutto sembra rientrato.  Lo scontro era esploso a pochi giorni di distanza dal crollo del viadotto sul fiume Magra salendo di livello e coinvolgendo direttamente la ministra. La direzione generale del Mit aveva attaccato Simonini con una dura presa di posizione. Mentre il manager, che era stato nominato dal governo gialloverde, aveva replicato parlando di atti «inutilmente negativi». Del resto Simonini è stato nominato commissario alla fine di marzo. Se dovesse andarsene dovrà essere sfiduciato dal consiglio di amministrazione, un piano troppo complesso in una fase di emergenza come quella che sta attraversando il Paese.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Come combattere il colpetto di Stato delle destre

C'è un progetto eversivo spinto dalla rivolta delle Regioni. Con Salvini che vuole sostituire Conte in piena epidemia di coronavirus. Mentre nel Paese cova un senso di ribellione. Solo Zingaretti e Mattarella possono richiamare al rispetto delle regole.

Temo si stia sottovalutando l’enorme progetto eversivo che è in atto con la rivolta delle Regioni, soprattutto del Nord, guidate, pensate un po’, dalla Calabria di Jole Santelli, donna di passioni, democratica, sicuramente non guidata, in questo caso, da Silvio Berlusconi ma spinta da quel nemico dell’Italia che dirige la Lega che, memore del “boia chi molla”, vuole immolare truppe meridionali per il suo assalto a Palazzo Chigi.

IN LOMBARDIA DUE SOLDATINI DI SALVINI

L’obiettivo è far cadere Giuseppe Conte e di farlo cadere nel pieno dell’epidemia coronavirus. Non dopo, ora e subito. Hanno da tempo cominciato la rivolta alcune regioni del Nord, segnatamente la Lombardia diretta da due personaggi politicamente e amministrativamente incapaci, guidati come soldatini da Matteo Salvini. Ora che siano a un passo da una specie di accordo europeo, a una fase presentata mediaticamente male ma reale di fuoriuscita dalla fase 1, c’è l’attacco finale.

DRAGHI NON SI FACCIA FREGARE DAI DUE MATTEI

Deve essere chiaro, e sono con vinto che lo sia, soprattutto a Mario Draghi, che essere portato al governo da Matteo Renzi e Matteo Salvini è un brutto viatico. Caro Draghi, la stanno “mascariando”, rifiuti. Lei è quello che è, quei due sono due facinorosi. Il danno per il Paese è già enorme. Cova un senso di ribellione profondo. Non è vero che in questi due mesi gli italiani si siano pacati. Si sono incazzati. E hanno ragione.

Mario Draghi (Getty Images).

INTANTO LE BANCHE FANNO LE BELLE STATUINE

Non troveranno i loro negozi e le loro attività, come si è visto andranno nelle mani di usurai perché le banche fanno le belle statuine e in più non si sentiranno tranquilli di fronte a un virus che continua a girare ferocemente fra di noi.

QUESTA DESTRA DIFFAMA L’ITALIA

Conte ha commesso troppi errori. Troppi “io”, troppa poca sostanza. Servivano silenzio e mascherine, silenzio e tamponi, silenzio e ventilatori, silenzio e assunzioni di medici. Non è dalla tivù che si scaccia il coronavirus. La destra non gli perdona il tradimento perché ancora non vuol vedere che se è cascata dal governo è stata colpa di un leader ubriaco fradicio. E da allora attacca, non fa proposte, diffama l’Italia – lo fa anche Renzi – pur di far cadere Conte.

I deputati della Lega hanno occupato l’aula di Montecitorio.

OPERAZIONE DI AVVELENAMENTO DEI POZZI

È una guerra senza limiti che non ha un primo tempo – salviamo il Paese – e un secondo tempo – ora facciamo i conti. Vogliono avvelenare i pozzi e contano anche su una pubblica opinione stanca di ministri e sottosegretari che parlano a vanvera (gli affetti stabili, gli amici ma veri eccetera, ma state un po’ zitti!).

ZINGARETTI DEVE IMPORRE IL RISPETTO DELLE REGOLE

La partita è nelle mani di due sole persone. La prima è un capo politico, Nicola Zingaretti. Lo descrivono come lento e timoroso. Io lo stimo. Si è comportato bene. Ora ponga l’ultimatum, chiami lui i partiti, tutti, e dica a tutti, con chiarezza, che per alcuni mesi si rispettano le regole, si discute ma si rispettano le regole e che le Regioni, per come sono, si stanno rivelando la peggiore riforma repubblicana. Viva i sindaci!

Il segretario del Pd Nicola Zingaretti.

MATTARELLA A DIFESA DELLO STATO UNITARIO

Se Zingaretti convince i suoi contraddittori all’armistizio bene, sennò scateni una guerra mondiale nel Paese raccontando tutto sulla Lega, cosa che andrà comunque fatta in campagna elettorale. La Lega di Salvini va indicata come la disgrazia dell’Italia. Il presidente Sergio Mattarella, che è il capo delle Forze armate, generosamente impegnate durante la pandemia, dica alle Regioni rivoltose che non accetterà che si rompa lo Stato unitario. La ricreazione è finita.

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Vespa se l’è presa con la Rai dopo lo stop a Porta a porta per coronavirus

Il giornalista contro l'azienda che ha sospeso la trasmissione fino a giovedì: «Decisione gravissima e pretestuosa, senza nessuna ragione sanitaria». Mercoledì 4 marzo era stato in studio Zingaretti, risultato poi positivo al contagio.

Nell’Italia “zona protetta” che si tutela dal coronavirus c’è chi lavora da casa, chi lavora lo stesso perché non può farlo da remoto e chi si lamenta perché non lo fanno lavorare. Come nel caso di Bruno Vespa con la Rai, che ha chiuso le porte di Porta a porta.

TUTTA “COLPA” DELLA POSITIVITÀ DI ZINGARETTI

La situazione particolare per la trasmissione sarebbe legata all’ospitata di Nicola Zingaretti, avvenuta poco prima che il segretario del Partito democratico e governatore della Regione Lazio risultasse positivo al contagio.

NIENTE PUNTATA MARTEDÌ, MERCOLEDÌ E GIOVEDÌ

Ma Vespa non ha preso bene la notizia della quarantena forzata: «Apprendo che la direzione generale della Rai avrebbe deciso di non mandare in onda Porta a porta nelle giornate di martedì, mercoledì, giovedì. Da soldato, sono abituato da sempre a rispettare le decisioni aziendali. Ma questa mi sembra gravissima e pretestuosa».

«NESSUNA RAGIONE SANITARIA»

Il conduttore ha quindi precisato i tempi del “contatto” con Zingaretti: «È venuto a Porta a porta nel pomeriggio di mercoledì 4 marzo e ha manifestato i primi sintomi di positività al virus sabato. Il direttore generale dello Spallanzani, professor Ippolito, mi ha confermato che il rischio si limita alle persone che nelle 48 ore precedenti (e non 72, come nel nostro caso) abbiamo avvicinato la persona infetta per più di mezz’ora a meno di un metro di distanza. Questo con Zingaretti non è avvenuto. Non esiste pertanto nessuna ragione sanitaria su cui si fondi il provvedimento».

«NON MI È STATO ACCORDATO NEMMENO DI CONDURRE DA CASA»

In una mail inviata a Dagospia, Vespa poi si è lamentato ancora: «Facendomi carico delle ansie del mondo produttivo del centro tivù di via Teulada, ho chiesto di poter condurre la trasmissione in collegamento da casa mia. Nemmeno questo mi è stato accordato».

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Il presidente del Lazio Nicola Zingaretti è positivo al coronavirus

Il tampone attesta il contagio per il governatore. «Sto bene ma dovrò rimanere a casa per i prossimi giorni».

Il coronavirus continua a colpire anche i rappresentanti delle istituzioni. Il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti è risultato positivo al tampone per rilevare il Covid-19. «Sto bene ma dovrò rimanere a casa per i prossimi giorni», ha scritto Zingaretti sul suo profilo Facebook. «Da qui continuerò a seguire il lavoro che c’è da fare. Coraggio a tutti e a presto».

I medici mi hanno detto che sono positivo al Covid19. Sto bene ma dovrò rimanere a casa per i prossimi giorni. Da qui continuerò a seguire il lavoro che c’è da fare. Coraggio a tutti e a presto!

Posted by Nicola Zingaretti on Saturday, March 7, 2020

LE RACCOMANDAZIONI AI CITTADINI

Proprio nella giornata del 6 marzo, Zingaretti aveva rivolto un messaggio ai cittadini del Lazio: «No al panico, sì alla responsabilità individuale, sì al dovere di tutti e tutte di rispettare le regole di comportamento», aveva detto nel corso di una conferenza stampa alla Regione. «È di fondamentale importanza che tutti rispettino le regole. Per alcune settimane bisogna cambiare abitudini di vita, altrimenti si prendono in giro le persone. Bisogna evitare gite e spostamenti. È notizia di ieri che l’aumento di contagi è frutto di una festa con gente che veniva da altre parti Italia. In caso di sospetti non bisogna andare al pronto soccorso perché bisogna evitare di portare il contagio nelle strutture sanitarie. Non bisogna frequentare locali pubblici affollati, dove non si possono rispettare le distanze‎ di sicurezza. Consigliamo anche di sospendere le attività dei centri anziani».

GLI ALTRI POLITICI COLPITI

Zingaretti non è il primo politico colpito dal virus. L’assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia Alessandro Mattinzoli era risultato positivo al test dopo che il governatore Attilio Fontana, pur negativo, si era sottoposto a quarantena volontaria a seguito della positività di una collaboratrice del suo staff. In Emilia-Romagna, sono risultati positivi al tampone gli assessori alla Sanità Raffaele Donini e la collega alla montagna, aree interne e pari opportunità Barbara Lori. Anche la sindaca di Piacenza Patrizia Barbieri ha contratto il virus. Preoccupazione anche per il leader leghista ed ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, dopo la notizia della positività di un poliziotto della sua scorta.

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Valentina Cuppi eletta presidente del Pd

Sindaca di Marazabotto, la sua candidatura era stata proposta dal segretario dem Nicola Zingaretti.

Nessuna sorpresa. Valentina Cuppi, sindaca di Marzabotto, è stata eletta presidente del Pd dall’assemblea nazionale del partito a Roma. La candidata era stata proposta dal segretario dem Nicola Zingaretti. «Credo che Valentina possa rappresentare al meglio il percorso di apertura che stiamo costruendo», aveva detto Zingaretti, «se verrà eletta presidente, sarà affiancata dalle vicepresidenti Anna Ascani e Debora Serracchiani e per la prima volta al vertice del partito ci saranno tre donne».

SINDACA DA UN ANNO

Cuppi è stata eletta sindaca di Marzabotto nel maggio del 2019, ottenendo il 71% delle preferenze, alla guida di una coalizione di centrosinistra. Nel 2013 era stata candidata alla Camera con Sel. Prima ancora era stata assessore, occupandosi, in particolare, di temi legati alla pace e alla memoria della strage nazifascista avvenuta nel suo paese. Sostenitrice della causa curda e di quella palestinese, di Podemos Syriza, fa l’insegnante di storia e filosofia.

«AMMINISTRARE PARTECIPATO»

«Credo tanto nell’amministrare partecipato, nel dialogo costante con la popolazione; progettare e fare insieme sono sempre stati il motore e il metodo di lavoro che mi sono data», ha scritto sul suo profilo Fb da candidata sindaca, «che ha caratterizzato anche il modo di rapportarsi ai cittadini di tutto il nostro gruppo consiliare. I progetti che abbiamo portato avanti sono nati con il coinvolgimento delle persone e spesso dalle loro idee e proposte, perché operando insieme per il bene comune si arricchisce la comunità tutta e si uniscono più punti di vista, mantenendo alta l’attenzione per le esigenze di tutti gli abitanti».

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Le mosse di Zingaretti e del Pd per arginare Renzi

Tra i dem la parola d'ordine è minimizzare. E cercare di arginare le boutade del leader di Iv. Ma in caso la situazione diventasse insostenibile, il segretario è pronto ad andare al voto. Ipotesi che per Mattarella non sarebbe un tabù. Una linea che però è osteggiata dai governisti dem, Guerini e Lotti in primis. Il retroscena.

La parola d’ordine è minimizzare. Il Partito democratico deve concentrarsi sull’azione di governo e non sul «chiacchiericcio», Nicola Zingaretti dixit, che fa venire «mal di testa agli italiani».

Di fronte alle forzature di Matteo Renzi, i vertici di Largo del Nazareno hanno scelto una strategia precisa: rispondere con i fatti alle polemiche, ridimensionandole. Anche perché la convinzione più radicata è che il leader di Italia viva stia spingendo, seppure in maniera esagerata, per avere visibilità e un ruolo per le nomine delle partecipate, a partire da Eni ed Enel (dove il supporto dell’ex premier potrebbe addirittura danneggiare Francesco Starace vicino alla riconferma). Insomma, un bluff.

«Una guerra simulata», osserva un deputato dem. Intanto Zingaretti guarda avanti e propone alla presidenza del partito la sindaca di Marzabotto Valentina Cuppi, affiancata – in caso di elezione all’Assemblea nazionale Pd – dalle vice Anna Ascani e Debora Serracchiani. Insomma non si vive di solo Renzi.

IN CASO DI CRISI, ZINGARETTI PRONTO AL VOTO

Ma il senatore di Rignano è imprevedibile, come sanno bene dalle parti della segreteria dem. Per questo sono state vagliate tutte le opzioni e Zingaretti ha fissato un paletto. Nel caso in cui la situazione dovesse davvero precipitare, il Pd non si cimenterà in alchemiche operazioni per far nascere un altro esecutivo.

Il segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti (Ansa).

Il segretario è giusto disposto ad appoggiare un governo elettorale, ammesso che il presidente Sergio Mattarella prospetti l’ipotesi, per poi andare al voto appena possibile, alla prima data utile nel 2020. La linea è netta: nessun assist a Renzi che vuole evitare le urne proponendo nuove formule di maggioranza. A quel punto meglio giocarsi la partita elettorale contro le destre.

L’INCOGNITA DEL TAGLIO DEI PARLAMENTARI

Spiega a Lettera43.it un deputato della maggioranza: «Renzi sa bene che è possibile votare quest’anno, a differenza di quanto dice. Dopo il più che probabile taglio dei parlamentari con il referendum, il presidente della Repubblica può sciogliere le Camere in estate senza alcun ostacolo». Peraltro, come qualcuno ricorda in Transatlantico, Mattarella non ha tabù in merito: nel 2018, quando faticava a decollare un accordo di governo, il Quirinale aveva addirittura ventilato l’ipotesi di un voto a luglio. Figurarsi se non può essere sdoganato il voto a fine estate, nei primi giorni di settembre. Sarebbe la tempesta perfetta per la quasi totalità dei parlamentari, compresi i renziani: andare al voto pochi mesi dopo l’entrata in vigore della riduzione del numero dei seggi alla Camera e al Senato. Uno scenario che Zingaretti non vuole escludere a priori. Intanto è un messaggio per gli alleati di Italia viva.

Il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini (Ansa).

LA TENTAZIONE RENZIANA: PALAZZO CHIGI A UN DEM

Nel Pd sono anche consapevoli che l’ex segretario, se accelerasse per lo showdown del governo, potrebbe preparare la tipica offerta che non si può rifiutare: un esecutivo con un esponente dem a Palazzo Chigi. L’identikit è quello di Dario Franceschini, capodelegazione del partito nel Conte bis e tessitore del dialogo con il Movimento 5 Stelle. Un’ipotesi che però viene smontata da un parlamentare di lungo corso: «Davvero Luigi Di Maio, o chi per lui nei 5 stelle, potrebbe accettare un premier del Pd, votando la fiducia come se niente fosse? Per carità, tutto è possibile. Però…». A quel punto lo smottamento tra i pentastellati sarebbe immediato. Con buona pace dei sogni di gloria renziani.

IL PD TRA GOVERNISTI E PONTIERI

La linea dura di Zingaretti è largamente condivisa nel partito. Qualche perplessità monta tra i governisti, di cui il punto di riferimento è proprio il ministro dei Beni culturali.

Lorenzo Guerini, ministro della Difesa.

Ma tra le fila di chi vuole assolutamente evitare il voto c’è la corrente Base riformista, ossia gli ex renziani rimasti nel Pd, capeggiati dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e da Luca Lotti, che è stato braccio destro e sinistro dell’ex presidente del Consiglio. Al momento, certo, non c’è alcuna intenzione di alimentare polemiche interne. Ma Renzi vuole incunearsi tra le divergenze. «Bisogna stare tranquilli. La maggioranza c’è, ha avuto la fiducia al Senato sul decreto Intercettazioni. Non ci concentriamo su ipotetici scenari, la legislatura a oggi va avanti», raccontano i dem nell’area di governo, sfoggiando ottimismo e indossando così i panni dei pontieri tra le varie forze politiche della maggioranza. E un altro deputato afferma sicuro: «Renzi non ha alcun interesse a provocare una crisi sulla prescrizione…».

L’IPOTESI RESPONSABILI IRRITA I VERTICI

In questa fase caotica c’è anche chi, come Goffredo Bettini, ha spinto per la sostituzione di Italia viva con una pattuglia di responsabili al Senato, e magari qualcuno alla Camera. Al Pd non dispiacerebbe. Per niente. Tuttavia, la fuga in avanti di Bettini ha suscitato qualche irritazione ai vertici del partito: ha favorito la propaganda vittimista di Renzi sulla volontà di «buttarlo fuori», come ha ripetuto in vari interventi amplificati dai suoi fedelissimi.

Nicola Zingaretti con Goffredo Bettini (Ansa).

Su questo punto un profondo conoscitore di meccanismi parlamentari osserva: «Queste operazioni non si annunciano, si portano avanti e si concludono. A fari spenti». Solo che al Senato il capogruppo del Pd è un ex renziano di ferro, Andrea Marcucci, che ha adottato una strategia di “non aggressione” verso Italia viva e nei confronti del suo collega presidente di gruppo di Iv, Davide Faraone. Gli spostamenti, nel caso in cui ci fossero in direzione Pd, sarebbero su base volontaria. O preparati da altri senatori dem, meno ossequiosi verso i renziani.

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Matteo Renzi e il sogno della grande destra

È probabile che il senatore di Rignano voglia diventare il traghettatore di uno schieramento elettoralmente molto forte ma politicamente zavorrato dalle cretinate di Salvini e dei suoi Borghi anti-europei. Zingaretti non commetta l'errore di sospingerlo in quella direzione: lasci fare tutto a lui.

La discussione sulla sopravvivenza del governo Conte allontanerà molti altri cittadini dalla politica e potrebbe ingrassare Matteo Salvini o Giorgia Meloni.

Il Pd dovrebbe tenerlo a mente. Il tema gli si presenta quotidianamente perché quotidianamente il Pd deve fare i conti con le esternazioni di Matteo Renzi e delle sue girl.

La “questione Renzi” l’hanno in parte risolta, e la risolveranno, gli elettori. A lui il Pd deve la grave sconfitta, a lui i naviganti disperati di Iv dovranno la non rielezione in parlamento. Tuttavia il Pd deve decidere come interloquire con lui. Può farlo alla maniera di Goffredo Bettini minacciando l’intervento di truppe cammellate parlamentari raccattate qui e là. E allora sceglierebbe la strada che potremmo definire “via Tafazzi”. Oppure potrebbe cominciare a porsi alcuni interrogativi e scegliere che fare.

RENZI, RE MIDA ALLA ROVESCIA

Renzi si agita molto non perché vuole il primato in politica, anche chi ha un ego mostruoso come il suo sa che il suo obiettivo massimo è sopravvivere anche per non essere stritolato dai magistrati. La questione che lo riguarda, e sulla quale lui non ha ancora preso una decisione, è dove collocare quel 4-5% dei voti che raccoglierà. Finora aveva dato l’idea di volersi collocare in posizione critica nel centrosinistra, addirittura allargato ai grillini, per fare quello che fanno i piccoli partiti: grande casino, grande potere. A mano a mano che le cose vanno avanti appare sempre più chiaro che questa prospettiva non eccita più il ragazzo che ha sfasciato tutto quello che gli è capitato di toccare, vero Re Mida alla rovescia.

L’OBIETTIVO È DIVENTARE TRAGHETTATORE DEL CENTRODESTRA

È molto probabile che quel Renzi che dichiara che dopo Conte c’è un altro Conte e che a quel punto lui andrà all’opposizione stia facendo le prime prove per un radicale cambio di prospettiva. Qualcuno avverta Teresa Bellanova che si volta gabbana un’altra volta. L’idea che, secondo me, Renzi ha in testa è di diventare il traghettatore di un centrodestra elettoralmente molto forte ma politicamente zavorrato dalle cretinate di Salvini e dei suoi Borghi anti-europei e dalla presenza di una Meloni di cui tanti non si fidano.

LA CORREZIONE CENTRISTA

Collocandosi in questa area Renzi potrebbe diventare il dominus dello schieramento di destra fornendogli, con Forza Italia, il crisma della correzione centrista. Del resto le politiche di Renzi non hanno grandi conflitti con quelle della destra a parte l’immigrazione che resta un tema divisivo solo perché Salvini quando ne parla è già sovreccitato di suo. Detto in altre parole. Renzi a sinistra non sa chi è, a destra sa chi è o almeno crede di saperlo.

LE MOSSE DI ZINGARETTI

Nicola Zingaretti, al netto dei suoi consiglieri romani, può fare alcune cose. Può essere il leader della forza di governo che tiene in piedi a certe condizioni di contenuto. Oggi, per esempio, impedendo l’applicazione della riforma Bonafede e abolendo la legislazione securitaria. Lo stesso Zingaretti però deve avere una politica verso Renzi. Non si tratta di diplomatizzare i rapporti. Renzi è un maleducato e merita tutti i vaffa che ci sono in giro. Tuttavia sospingerlo o aiutarlo a sospingersi verso destra è un errore capitale. L’avvenire della sinistra sta nel fatto di cercare di radunare quante più forze è possibile. Poi accadrà che alcune di esse si sottrarranno all’incontro e andranno dall’altra parte, ma dovrà essere chiaro che l’hanno scelto loro. «Che fai mi cacci?», la frase di Gianfranco Fini che Renzi adopera contro Giuseppe Conte deve apparire per quello che è, cioè ridicola.  È tempo, quindi, che i dirigenti del Pd – ma qualcuno più nuovo e meno compromesso con pasticci romani precedenti non c’è? – si avvino sulla strada della politica perché i muscoli non servono, soprattutto quando non ci sono.

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Un grande e sontuoso vaffa a Renzi e Bonafede

Succeda quel che succeda, Zingaretti non si lasci impelagare nel governismo. Se necessario faccia saltare il banco indicando l'ex premier e il Guardasigilli come coloro che hanno fatto naufragare l'intesa. E poi vada al voto. Almeno contro la destra non sentiremo il vocio delle Bellanova e delle Boschi.

L’unica critica che ho fatto a Nicola Zingaretti è di essersi infilato nella trappola Bonafede. Poi ha cercato rimedio con i successivi “lodi” che ambivano a prender tempo prima che la mostruosità dell’abolizione della prescrizione entrasse in vigore.

Non è stato un piccolo errore, non è stata una piccola generosità aver cercato di rimediare. 

Matteo Renzi ha colto la palla al balzo per fare l’unica cosa che sa fare: sfasciare. Renzi appartiene, con Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e i colleghi giornalisti della sagrestia di destra, a quella genìa di garantisti a uso personale.

QUEL GARANTISMO TAKE AWAY

Come i lettori sanno c’è un fronte giustizialista che è l’ultimo retaggio di un secolo pre-moderno e c’è un’area garantista che è divisa in due parti, una, diciamo così, si ispira alla Costituzione, l’altra difende interessi personali. L’una critica i magistrati che abusano, l’altra attacca i magistrati che mettono becco sui loro affari o su quelli della famiglia. Renzi appartiene a questa genìa di garantisti take away. Per di più ha capito che il consolidarsi del governo Conte, che come vedremo con animo sereno alcune cose sta facendo soprattutto per merito di ministri come Roberto Gualtieri e Giuseppe Provenzano, sarebbe la sua fine e quindi sceglie la strada del ricatto.

Se il presidente Sergio Mattarella nega la possibilità che vi sia un altro governo con Conte o con un nuovo personaggio, per Renzi iniziano a suonare le campane a morto

Ora ha giocato la carta difficile: o va a sbattere o gli altri perdono. Può accadere che gli altri perdano e che lui vada a sbattere, contemporaneamente. Se il presidente Sergio Mattarella nega la possibilità che vi sia un altro governo con Conte o con un nuovo personaggio, per Renzi iniziano a suonare le campane a morto.

LE CONVERGENZE CON IL SALVINISMO

Renzi non ha un voto, le sue attempate girl molto meno di lui, l’opinione pubblica lo considera uno sbruffone, a sinistra lo detestano e a destra c’è tanta gente. L’unica carta che ha in mano è il “metodo Bellanova”, cioè voltare gabbana, che in questo caso non vuol dire cambiare partito dentro lo stesso campo ma cambiare campo. Personalmente sono convinto che il mondo di Renzi debba stare, e possa stare utilmente, in una area che continuiamo a chiamare centrosinistra.

La collocazione nel centrosinistra di Renzi è sempre stata virtuale. Renzi si è collocato nel renzismo come Salvini non si è collocato nel neo-fascismo ma nel salvinismo

Tuttavia appare chiaro che Renzi, anche per divincolarsi dall’assedio giudiziario, sta immaginando un salto di sistema politico, dove la destra, quella più aggressiva della storia d’Italia, si allea con il più spregiudicato e cinico esponente dell’ex centrosinistra. Non griderei al tradimento. La collocazione nel centrosinistra di Renzi è sempre stata virtuale. Renzi si è collocato nel renzismo come Salvini non si è collocato nel neo-fascismo ma nel salvinismo. Sono due fenomeni degradanti della crisi democratica che solo il riaffacciarsi di una destra sicura di sé e di una sinistra senza paure potranno estirpare.

ZINGARETTI NON SI FACCIA IMPELAGARE NEL GOVERNISMO

Oggi, come si dice, succeda quel che succeda. Zingaretti sta dando qualche sicurezza, pur fra alcuni errori, al Pd. Non si faccia impelagare nel “governismo”, chi lo vota e lo voterà vuole che tiri fuori i cosiddetti e, se è il caso, sia lui a far saltare il banco indicando in Alfonso Bonafede e Renzi i due personaggi che hanno fatto naufragare l’intesa. Poi si vada con serenità al voto. Sarà un voto difficile ma anche per Stefano Bonaccini era difficile. Dopo il voto avremo una destra che inizierà a farsi del male e un’area a lei contrapposta in cui non sentiremo il vocìo petulante di Renzi, Teresa Bellanova, Maria Elena Boschi.

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Zingaretti ha regalato a Renzi la battaglia sulla giustizia

Invece di spingere il M5s a rinunciare alla riforma Bonafede, il segretario Pd si è infilato in un vicolo cieco. Un assist per il senatore di Rignano che, nonostante l'arroganza, ha fatto suo il tema del garantismo. Così i dem rischiano di perdere voti.

Non si sa se in queste ore si troverà un accordo per sminare lo scontro sulla prescrizione formato Bonafede. Non si contano i “lodi”.

Ce n’era uno dell’onorevole Lucia Annibali accettabile, ma è stato respinto e Annibali è stata al centro di una sequenza di insulti vergognosi. Stiamo dalla sua parte, tutti dobbiamo stare dalla sua parte.

Il merito della questione lo conoscete. Si discute ora non tanto una legge,  ma quanto tempo deve durare la proroga nella sua applicazione.

IL PD SI È INFILATO IN UN VICOLO CIECO

Insisto nel dire che non capisco perché Nicola Zingaretti si sia fatto infilare in un simile vicolo cieco. La prescrizione Bonafede è una aberrazione giuridica e una offesa alla società civile. Il Pd avrebbe dovuto spingere i 5 stelle a rinunciarvi minacciando anche l’uscita dal governo. Nessun governo vale la libertà dei cittadini e le regole della Costituzione. L’“eterno colpevole” funziona nei sogni di Piercamillo Davigo e di altri magistrati, ma non c’entra nulla con un Paese laico e moderno. 

RENZI CAVALCA BENE IL TEMA DEL GARANTISMO

Zingaretti ha così dato un vantaggio tematico a Matteo Renzi. Io sono convinto che la contrapposizione con Renzi giovi a Zingaretti. Renzi è, purtroppo per lui e i suoi scarsi seguaci, un personaggio privo di immagine pubblica positiva. L’arroganza sua e delle sue attempate girl è da avanspettacolo. Tuttavia ha imbroccato un tema: quello di una giustizia che rispetta l’innocenza del cittadino fino a prova contraria. Nel Pd in nome della necessità di tenere in vita il Conte bis, e forse perché vi sono componenti culturalmente affini al giustizialismo, si è chiuso un occhio sostenendo che tutto sarebbe stato risolto da una legge nuova sul giusto processo che avrebbe accorciato i tempi di durata del medesimo. Campa cavallo.

NO A UN PAESE DI PRESUNTI COLPEVOLI

Intanto abbiamo una legge che, se imputati, ci fa restare tali per tutta la vita terrena. Una vera vergogna. Assieme alla vergogna di immaginare un Csm in cui agli avvocati e solo a loro si chiede di essere lontani dalla politica e di non aver praticamente mai fatto i parlamentari. Non difendo gli avvocati, ma l’attacco a cui sono ormai sottoposti dal gruppo Davigo e dai suoi parlamentari è inaccettabile. Stiamo diventando un Paese di presunti colpevoli, che ha avvocati che non possono difendere e  magistrati onnipotenti. Zingaretti, così non va bene. Così perdi voti, anche il mio.

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Zingaretti attacca Italia viva sulla prescrizione

Il segretario del Pd: «Così fanno un favore alla Lega». Renzi non sgombera il campo dalla mozione di sfiducia contro il ministro Bonafede.

La riforma del processo penale e il nodo della prescrizione continuano ad agitare il governo. I renziani di Italia viva mantengono la loro contrarietà al lodo Conte bis e il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, li attacca: «Italia viva ha voluto il governo con il M5s, a parole è nata per allargare il campo democratico ai moderati contro la Lega, ma oggi è la principale causa di fibrillazione di questo campo e fa un favore a Matteo Salvini. È un fallimento strategico che non va scaricato sugli italiani».

Poi un altro affondo, ancora più duro: «Salvini, Meloni e Berlusconi ormai stanno zitti perché l’opposizione per loro la sta facendo qualcun altro e questa situazione sta diventando veramente insopportabile. Non per il Pd, ma per gli italiani che chiedono un governo di persone serie. È tempo di uno scatto in avanti, si chiuda questa fase e rimettiamoci in sintonia col Paese».

Renzi, da parte sua, ha detto in tivù che la questione della prescrizione per lui non vale una crisi di governo. Ma ha fatto il gioco del cerino: «Per me no. Lo dica al ministro Bonafede, se lo incontra». Insomma, il leader di Italia viva ha rilanciato la palla al Guardasigilli. Senza escludere l’ipotesi di una mozione di sfiducia individuale: «Ciò che faremo nei confronti di Bonafede lo verificheremo alla luce dei comportamenti del ministro stesso».

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L’ultima follia Pd: morire per Bonafede e il giustizialimo M5s

Il no all'abolizione della prescrizione, oltre a una battaglia di civilità, significherebbe la revisione di una linea compiacente verso la peggiore magistratura che ha fatto della Seconda Repubblica un incubo democratico. Invece il partito di Zingaretti si è fatto infinocchiare e ora rischia di rilanciare Salvini e Meloni.

Matteo Renzi minaccia di sfiduciare Alfonso Bonafede un attimo dopo aver dato la fiducia al governo Conte che a sua volta dichiara che la sfiducia al proprio ministro della Giustizia equivale alla sfiducia all’intero esecutivo. Sullo stesso tono le dichiarazioni dei dirigenti del Partito democratico. Grande è la confusione ma la situazione non è eccellente.

Siamo di fronte a una sequenza di errori che regalano alla destra un nuovo vantaggio elettorale insperato. Il Pd ha commesso l’errore capitale di non capire che la prescrizione abolita da Bonafede su incitamento di tutto il mondo giustizialista, e in particolare da Pier Camillo Davigo e Marco Travaglio, è una palla al piede per il governo e per Nicola Zingaretti.

Nessun elettore civile riconoscerà come sensato un compromesso che permetta a una aberrazione giuridica come l’abolizione della prescrizione di modificare i diritti di cittadini ancora non condannati al terzo grado di giudizio. È paradossale che nel momento in cui i cinque stelle sono ridotti alla metà del proprio elettorato gli si consenta un vantaggio simile in una battaglia che non esito a definire di civiltà.

L’ENNESIMA CONFERMA DELL’AUTOLESIONISMO DEL PD

Renzi, l’eroe di cartapesta di queste ore, avrebbe potuto fare quello che non ha fatto Zingaretti. Avrebbe potuto cioè minacciare l’uscita dalla maggioranza quando il provvedimento è stato approvato dal parlamento. Invece è rimasto lì con la sua ministra. Ora vuole opportunisticamente votare la fiducia a Giuseppe Conte e fare la sceneggiata della sfiducia al peggior ministro della Giustizia dei nostri tempi. Gli elettori non capiranno né lui né Zingaretti. Al segretario dem addebiteranno l’eccesso di mediazione per tenere in vita il governo. Su Renzi voleranno i soliti, fondati, sospetti.

Gli errori dei socialisti e dei liberali prima della marcia su Roma erano poca cosa di fronte alla stupidità di coloro che dovrebbero fare argine a Salvini e Meloni.

I due partiti che nascono da quella idea sciagurata di fare il Pd si trovano così infinocchiati da uno dei partiti che la storia sta sconfiggendo, il Movimento 5 stelle, a vantaggio del partito della guerra civile. Noi non siamo di fronte al pericolo che crolli la democrazia e arrivi il fascismo. Questa volta i carabinieri non rispondono a un re fellone. Tuttavia gli errori dei socialisti e dei liberali prima della marcia su Roma erano poca cosa di fronte alla stupidità di coloro che dovrebbero fare argine contro Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

ZINGARETTI DICA PERCHÉ NON DIFENDE UNA CONCEZIONE DEMOCRATICA DELLA GIUSTIZIA

Questo è il momento di garantire vita a un governo che ha infilato alcune cose buone nella sua agenda, ma è anche il momento di grandi battaglie di civiltà, anche giuridica. Non può vincere Davigo, deve vincere una concezione democratica della giustizia. Dobbiamo dare certezza del diritto ai cittadini e non esporli agli umori di pm che vogliono rovesciare la società come un guanto.

Da sinistra, Nicola Zingaretti e Alfonso Bonafede (foto Roberto Monaldo / LaPresse). Photo Roberto Monaldo / LaPresse 16-05-2019 Rome (Italy) Presentation of the new judicial citadel project In the pic Nicola Zingaretti, Alfonso Bonafede

Il no a Bonafede avrebbe anche significato la revisione de facto di una linea compiacente verso il giustizialismo e la peggiore magistratura che hanno fatto di questa Seconda Repubblica un incubo democratico. Ora siamo alla resa dei conti. Evitiamo pagliacciate. Zingaretti dica perché ritiene che la Bonafede e Bonafede valgano il sacrificio di un valore non negoziabile come il diritto dei cittadini a non essere massacrati da magistrati avventurosi. E Renzi voti no non a Bonafede ma al governo se ha quelle cose di cui si parlava quando a parole si poteva essere maschilisti.

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Ghisleri, Regina Madre dei sondaggi, è diventata dorotea

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini.

Alessandra Ghisleri è la Regina Madre dei sondaggi. Azzecca i numeri ma soprattutto coglie le tendenze. E dice, e scrive, cose molto nette, senza preoccuparsi di scontentare alcuno.

Oggi (10 febbraio, ndr) però ha rilasciato a Pietro Senaldi, il povero collega che deve fare il badante di Vittorio Feltri dandogli almeno tre titoli al giorno sul giornale di carta e su quello on line, una intervista “dorotea”. Libero l’ha titolata pro domo sua cioè sventolando il successo del Salvini barricadiero. E la Ghisleri in effetti ha detto che Matteo Salvini cresce quando divide e coglie quei sentimenti “cattivisti” che rendono il leader della Lega così popolare presso un elettorato spaventato che Salvini e Felri, e altri soggettoni di Rete 4, vogliono ancora di più spaventare.

La Regina Madre dice però che anche Giorgia Meloni va fortissimo perché incarna la destra tradizionale, quella prevista e prevedibile, senza cadere nella trappola della sindrome Fini, cioè quella voglia di piacere all’avversario che la preferisce a Salvini perché la considera più prevedibile.

PER LA SONDAGGISTA C’È SPERANZA PER TUTTI I PARTITI

Dice ancora la Ghisleri che le cifre basse di Italia Viva non vogliono dire che Matteo Renzi ha fatto un buco nell’acqua perché stiamo assistendo a un lavoro preparatorio per le Politiche e in quella campagna elettorale Matteo si scatenerà. Ci sono pure buone parole per Silvio Berlusconi, valore aggiunto del suo disgraziato partito come dimostra la Calabria e come potranno dimostrare le altre Regioni del Sud. Anche il Movimento 5 stelle per la Ghisleri è lontano dalla morte ancorché acciaccato.

Persino per le Sardine la sondaggista ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio

A Nicola Zingaretti viene dedicata un’immagine poetica raffigurandolo come la goccia che lentamente costruisce pur immersa in un mare di sigle e di leadership piccolissime. Persino per le Sardine la Regina Madre ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio. Insomma Alessandra Ghisleri, pur dando qualche possibilità in più a Salvini, ma il committente era il salviniano Senaldi, trova parole di speranza per tutti. Doroteismo puro. E come tutto il doroteismo anche quello della Regina Madre ha un suo fondamento oggettivo.

LA PROPAGANDA ESTREMISTA DI SALVINI VA BENE SONO IN CAMPAGNA ELETTORALE

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini. Il giustizialismo, per esempio, che appare vincitore con la prescrizione è alla frutta. La classe dirigente fa ridere e se parla Luigi Di Maio non va nessuno a sentirlo ma se fai un dibattito a Perugia su Bettino Craxi arrivano 400 persone. Insomma sta tutto cambiando.

Un momento della manifestazione della Lega a Scampia.

Ghisleri ci dice che al nastro di partenza tutti hanno i punti di classifica già guadagnati e che nessuno patisce handicap. Bene. Vincerà chi farà la corsa. Un solo appunto alla Regina Madre. Lei ha sicuramente ragione quando dice che Salvini vince se continua e estremizzare il proprio elettorato. Ma dopo? Come e con chi governerà? Se si vince estremizzando si deve governare estremizzando e così si finisce come in Emilia-Romagna. La gente lo sa che quando la partita si fa cattiva servono i “buoni”. Questo i sondaggi non lo possono dire perché lo dice la storia d’Italia.

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Dalle Sardine a Elly Schlein: la galassia a sinistra del Pd

Zingaretti pensa a un partito aperto e dialogante. Una sfida difficile, viste le tante - e diverse - anime che popolano l'area. Lo scenario.

Un campo largo, aperto, capace di includere varie forze di sinistra. Il progetto di Nicola Zingaretti, da segretario del Partito democratico, è quello di riuscire a mettere insieme nuove energie per il centrosinistra. Ma la missione non si annuncia facile, anzi.

Anche perché, guardando al centro, e agli ex, al momento c’è il deserto. I rapporti con Italia viva sono altalenanti. In occasione della prima Assemblea nazionale, Matteo Renzi ha confermato «l’appoggio totale» al governo Conte. Però ha posto paletti chiari: nessuna alleanza elettorale con il M5s e stop alla narrazione che vuole Giuseppe Conte leader del fronte progressista. Con buona pace di Zingaretti.

Non vanno certo meglio i rapporti con Azione di Carlo Calenda e Matteo Richetti, il cui obiettivo è costruire un terzo polo. Per ora l’ex ministro guarda a +Europa, ma anche ai moderati di centrodestra (leggi Mara Carfagna) e anime dem “riformiste” come Giorgio Gori.

L’ARCIPELAGO DELLA SINISTRA

A sinistra del Pd c’è un vasto arcipelago di partiti e movimenti, con diverse articolazioni. Per molti una vera diaspora. Il mito “dell’unità della sinistra”, dunque, sembra lontano. Del resto in Emilia-Romagna, dove la sinistra è apparsa unita, si contavano sei liste a supporto di Stefano Bonaccini, più altre tre di sinistra radicale in corsa contro il presidente della Regione. Dai bersaniani di Articolo 1 alla galassia comunista, insomma, la rassegna di forze politiche è ricca. A cominciare dai protagonisti delle ultime settimane: le Sardine.

Mattia Santori, leader delle Sardine (LaPresse).

SARDINE IN MARE APERTO

Sono l’unica novità politica. Le Sardine hanno riportato migliaia di persone in piazza, alimentando un nuovo ottimismo tra gli elettori di centrosinistra. Le manifestazioni anti-Salvini di Bologna, replicate in tutta Italia, sono un esempio del successo che hanno ottenuto. Il loro contributo è stato decisivo per la vittoria del centrosinistra in Emilia-Romagna. Il volto mediatico è Mattia Santori, fondatore con Roberto Morotti, Andrea Garreffa e Giulia Trappoloni. Il futuro? Chissà.

LEGGI ANCHE: Al Pd per sopravvivere non resta che sardinizzarsi

Le Sardine dicono di non voler fare un partito, ma sono pronti a condizionare l’agenda politica a sinistra. E chiedono un cambio di passo al governo, partendo da un incontro con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Faccia a faccia ribadito anche dopo l’«ingenuità» dell’incontro con la famiglia Benetton. («La foto con Benetton?», ha ammesso Santori al Corriere della Sera. «È stata un’ingenuità perché ha offerto un assist a tutti quelli che non vedevano l’ora di screditarci. È stato un errore, prima o poi doveva capitare. Ma anche chi ci apprezza deve capire che non siamo infallibili»). Un’ingenuità che però aveva provocato un piccolo terremoto nel gruppo: Stephen Ogongo, finora indicato come portavoce romano del movimento, aveva preso le distanze dai leader bolognesi, annunciando una posizione autonoma. Poco dopo il passo indietro. Ogongo si sarebbe mosso all’insaputa del gruppo. «L’attacco ai ragazzi di Bologna per la foto», hanno scritto le Sardine romane in un comunicato, «è una strumentalizzazione per scopi personali».

ELLY SCHLEIN E LE INDIPENDENTI PER UNA CASA COMUNE

Il buon risultato personale di Elly Schlein alle elezioni in Emilia-Romagna ha rilanciato l’idea di una “casa comune” di ecologisti e progressisti. L’ex eurodeputata e neo-consigliera regionale ha detto di volersi impegnare su questo progetto, in una posizione di dialogo con tutti.

Elly Schlein (Ansa).

Ma, al momento, senza una diretta appartenenza politica: con la lista Coraggiosa è stato già fatto un sforzo in questa direzione. Anche Anna Falcone, candidata (non eletta) con Liberi e uguali alle ultime elezioni, è annoverabile tra le “indipendenti”.

ARTICOLO 1 DI BERSANI E D’ALEMA

Articolo 1 è il partito che più viene identificato con il gruppo parlamentare di Liberi e uguali. Nato nel 2017, con la fuoriuscita dal Pd della Ditta di Pier Luigi Bersani, Articolo 1 ha oggi nel ministro della Salute, Roberto Speranza, il suo principale esponente nell’esecutivo.

Pier Luigi Bersani (Ansa).

Nella compagine governativa può contare anche sulla sottosegretaria all’Economia, Maria Cecilia Guerra, altra bersaniana di ferro. Un ruolo di primo piano è occupato inoltre da Federico Fornaro, capogruppo di LeU alla Camera. Il progetto è identificato, poi, con un altro leader storico della sinistra: Massimo D’Alema.

SINISTRA ITALIANA VERSO IL CONGRESSO

Gli eredi della vendoliana Sinistra ecologia e libertà (Sel) sono confluiti a inizio 2017 in Sinistra italiana (Si), che conta su alcuni parlamentari nei gruppi di LeU, tra cui i deputati Nicola Fratoianni ed Erasmo Palazzotto (di recente nominato presidente della commissione d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni). L’unico rappresentante nella squadra di governo è il sottosegretario all’Istruzione, Giuseppe De Cristofaro. Ma quali sono le prospettive? Fratoianni ha rassegnato le dimissioni da segretario a giugno 2019, dopo il risultato negativo alle Europee, quando il partito è stato il motore della (deludente) lista La Sinistra. Nelle prossime settimane ci sarà il percorso congressuale per indicare la guida e dettare la linea.

VOLT E LO SGUARDO ALL’EUROPA

Nella galassia di centrosinistra orbita anche Volt, il cosiddetto partito dei millenials. Anima pan-europea, progressista ed ecologista è stato fondato nel 2017 dal bocconiano Andrea Venzon.

Bonelli dei Verdi italiani.

I SEMPRE VERDI

In tema di ambientalismo, ci sono i rappresentanti storici di quella cultura politica: i Verdi. Dopo l’era di Alfonso Pecoraro Scanio, con ruoli di primo piano al governo, il “Sole che ride” ha nell’ex parlamentare Angelo Bonelli il suo leader storico. I due portavoce nazionale sono Elena Grandi e Matteo Badiali. La loro posizione è quella di dialogo con tutti, e la costruzione di alleanze elettorali con vari partiti come è già successo, ma sempre preservando l’identità della federazione dei Verdi.

POSSIBILE E GLI AMBIENTALISTI

Possibile è stato fondato nel 2015 da Pippo Civati, dopo il suo abbandono del Pd, ed è attualmente guidato dall’ex deputata Beatrice Brignone. Civati ha lasciato la guida del partito dopo le Politiche del 2018 in seguito al risultato deludente di LeU.

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Giuseppe Civati fondatore di Possibile.

Alle ultime Europee, Possibile si è presentato nelle liste di Europa Verde, rilanciando il suo impegno ambientalista. Alle elezioni in Emilia-Romagna ha candidato Ilaria Bonaccorsi nella lista di Bonaccini presidente.

ÈVIVA COSTOLA DI LEU

I parlamentari di LeU, Francesco Laforgia e Luca Pastorino, hanno raccolto le istanze degli “autoconvocati” di LeU, quegli elettori e militanti che avrebbero voluto la nascita di un partito di Liberi e uguali subito dopo il voto del 2018. Così è nato il movimento èViva con lo scopo di riprendere il discorso iniziale di LeU, quello di un soggetto unico e autonomo dal Pd.

L’ECO DI FIORAMONTI

L’ex ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, sta lavorando al progetto Eco, con un imprinting ecologista. La prima mossa, attesa nelle prossime settimane, dovrebbe essere la costituzione di un gruppo parlamentare alla Camera, coinvolgendo i delusi dal Movimento 5 stelle e cercando di attrarre anche altri deputati, non per forza ex grillini. Da qui potrebbe prendere il via il discorso di un partito.

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Lorenzo Fioramonti.

GREEN ITALIA DI MURONI

Il movimento di Green Italia vede tra i fondatori l’ex presidente di Legambiente e attuale deputata di LeU, Rossella Muroni. L’obiettivo è quello di dare impulso all’impegno ambientalista in politica. I due portavoce sono Annalisa Corrado, già candidata capolista nel Centro Italia alle ultime Europee con Europa Verde, e Carmine Maturo. Nel gruppo dirigente figurano, inoltre, gli ex parlamentari Francesco Ferrante e Roberto Della Seta.

DIEM25, PICCOLI VAROUFAKIS CRESCONO

Diem25 è l’organizzazione transnazionale lanciata dall’ex ministro greco, Yanis Varoufakis. Tuttavia, alle Europee il movimento ha preferito non presentarsi in alcuna lista, lasciando libertà di scelta. Alle ultime Regionali, invece, il gruppo dirigente ha preso parte alla formazione della lista Coraggiosa in Emilia-Romagna.

FASSINA E I SOVRANISTI DI SINISTRA

I sovranisti di sinistra hanno fondato Patria e Costituzione, con posizioni fortemente critiche nei confronti dell’Unione europea. Il deputato di LeU Stefano Fassina è l’anima dell’associazione, che punta alla rinascita di una «sinistra di popolo».

Stefano Fassina.

POTERE AL POPOLO

Dopo il discreto risultato (sopra l’1%) delle Politiche, la sinistra radicale di Potere al popolo (Pap) non è riuscita più ad avere performance simili. La portavoce Viola Carofalo ha ricevuto una grande attenzione mediatica nei mesi successivi al voto del marzo 2018, ma Pap ha pagato divisioni e fuoriuscite. Nel loro dna c’è il rifiuto delle politiche neoliberiste e il secco “no” a qualsiasi alleanza con partiti “di sistema”, ossia chi non si batte contro il capitalismo.

NOSTALGIA COMUNISTA

Nell’ampio arcipelago della sinistra, c’è una galassia a parte: i partiti che si richiamano ai valori del comunismo. Il più noto è Rifondazione comunista, ormai lontano dai tempi delle percentuali di consenso che lo avevano portato al governo. Il segretario attuale è Maurizio Acerbo, che lo scorso anno alle Europee ha portato il Prc nella lista La Sinistra. All’attenzione delle cronache è balzato, sempre alle Europee 2019, il Partito comunista guidato dall’ex deputato Marco Rizzo, che ha sfiorato l’1%. Ma in quest’area c’è pure il Partito comunista italiano, nato nel 2016, con Mauro Alboresi come segretario. In attività risulta inoltre il Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando, ex esponente di minoranza di Rifondazione comunista. E infine c’è Lotta comunista, noto per la rivista che talvolta viene distribuita in strada dai militanti.  

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Qualcuno ha visto Zingaretti? La politica lo cerca

Il segretario del Pd, dopo la vittoria di Bonaccini in Emilia-Romagna, è tornato nell'ombra. Eppure col crollo dei grillini e la crisi del salvinismo avrebbe una prateria davanti a sé. Il suo stare un passo indietro è una scelta folle.

Il Movimento 5 stelle non ne sta azzeccando una. Purtroppo per loro la leadership di Marco Travaglio, così decisiva nella nascita e crescita del grillismo, si rivela inadatta a risollevare una formazione politica in caduta libera.

Né i vitalizi né la prescrizione, per cui i pentastellati scendono in piazza, danno l’impressione di colpire i sentimenti popolari. I vitalizi perché i grillini, ormai parte decisiva della Casta, sono sempre meno attendibili come moralizzatori. La prescrizione perché al solo apparire di Pier Camillo Davigo (e Nicola Gratteri) in tivù gli italiani onesti «si mettono paura».

Quel che non capiscono grillini e loro residui seguaci è che il 1992 è talmente lontano e lo sfascio provocato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio è talmente vicino che gran parte dei cittadini sono consapevoli che le schifezze di oggi nascono da come è state gestita e pubblicizzata Mani Pulite e non hanno alcuna nostalgia di procuratori e magistrati in genere.

LA MANCATA AUTOCRITICA SU MANI PULITE, ERRORE DELLA SINISTRA

È singolare che non paghino dazio quelli che alla cultura «dell’arresto per farti confessare», attuato dai pm di Milano, hanno dato grande appoggio. I vari Vittorio Feltri, Alessandro Sallusti e tutto il giornalismo di destra era, con gran parte del giornalismo di sinistra, e anche l’Unità, dalla parte dei giudici e oggi invece finge di essere scesa giorni fa da Marte. Resta il dato che il mondo politico che va per la maggiore deve tutto a quel sommovimento giustizialista. La Prima Repubblica nacque dalla Resistenza, la Seconda l’hanno fondata Antonio Di Pietro e Francesco Saverio Borrelli. E ho detto tutto.

Oggi ci troviamo al punto da dover difendere i cittadini dal tentativo che venga attuato il più grande abuso di potere contro gli italiani, con la prescrizione di matrice grillina

È un vero errore che la sinistra post comunista non dica oggi che in quegli anni, quando si gioiva per le disgrazie altrui, si metteva in bilico la democrazia. Oggi ci troviamo al punto da dover difendere i cittadini dal tentativo che venga attuato il più grande abuso di potere contro gli italiani, con la prescrizione di matrice grillina. È per questo che la lenta agonia dei cinque stelle non crea alcuna emozione. Si pone semmai il problema di dove andranno quei voti e di cosa faranno quei dirigenti grillini che si sono resi conto dei danni che hanno fatto all’Italia. Non mi aspetto un nuovo crollo verticale dei grillini, potrebbe anche succedere che si attestino su una percentuale bassa ma che resistano. Il tema è dove andranno i loro voi.

TROPPI PRESUNTI RIFORMISTI SONO UN COAGULO DI PEZZI DI CASTA

Leggo dichiarazioni piene di presunzione di esponenti di Italia Viva, di + Europa più e di Carlo Calenda che sono convinti di avere di fronte una prateria in cui correre felicemente. Non è la prima volta che un gruppo di funzionari politici si racconta una realtà che non esiste. Questi tre partitini danno ragione alla famosa battuta di Totò per cui «la somma non fa il totale» e oggi in qualsiasi competizione elettorale il loro risultato, sia se si presentano come singoli sia se si associano, è poco sopra il 4%.

Matteo Renzi all’Assemblea nazionale di Italia Viva.

Non sono felice per questi dati già verificati in elezioni vere. La presenza di un’area critica riformista, chiamiamola così, è cosa buona. Ma questa che si va formando è un’area riformista? Credo sia piuttosto un coagulo di pezzi della Casta che sopravvalutano la leadership di capi che sono manifestamente impopolari. E che agiscono più “contro” che “per”. L’unico che avrebbe una prateria davanti a sé è Nicola Zingaretti che finora non è pervenuto. Sarà che è il suo carattere, sarà che la fretta fa i gattini ciechi, ma star zitto così a lungo dopo la vittoria di Stefano Bonaccini e mentre si avvicina altre elezioni regionali è abbastanza folle.

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Quali sono i punti di forza e di debolezza del Pd di Zingaretti

Può contare su figure di primo piano come Bonaccini e la svolta a sinistra sta portando i suoi frutti. Ma questo partito sta volando ancora troppo basso, deve avere più coraggio: rinnovare la classe dirigente e abbandonare signori delle tessere e burocrati.

Quanto si deve aprire il Pd e verso chi? Inizia a prendere quota un dibattito francamente futile. Stiamo ai fatti, alcuni positivi altri no. Fra quelli positivi c’è la capacità di resistenza di questo partito che ha preso colpi terribili, grazie a Matteo Renzi, ma non è mai veramente morto anche se è stato lì lì per andarsene.

Questa partito ha un segretario che nei commenti riservati viene descritto come uomo di poco coraggio, troppo prudente ma che ha un volto rassicurante, non usa parole di guerra, gestisce al meglio la conflittualità interna e anche quella esterna.

In più in questo partito ci sono risorse da vendere, cosa che non ha alcun altro partito. Prendete il caso Stefano Bonaccini. Era difficile battere uno come lui e di Bonaccini nel Pd ce ne sono ancora molti.

IL PD DEVE PROCEDERE SENZA INDUGIO NELLA SUA SVOLTA A SINISTRA

Veniamo alle cose negative. Questo partito sta visibilmente attuando una svolta a sinistra ma si regge su una struttura preda, in molte regioni, di signori delle tessere. Chi avesse in mente di iscriversi e di dare una mano non saprebbe come fare e perché farlo. Questo partito manca tuttora di un “quid” che ne definisca la mission, vola troppo basso mentre il momento è di quelli che richiede una visione forte per attrarre voti e cittadini impauriti e delusi.

Il Pd deve tornare stabilmente nei quartieri popolari

Questo partito ha una classe dirigente in cui ci sono molti Bonaccini ma comandano anche molti burocrati. Aprirsi dunque è il minino atto che il Pd deve fare per mettere la crisi alle spalle. Deve però prendere decisioni serie. Alcune di carattere ideale. Il Pd è il partito più di sinistra e più di governo. Il che vuol dire che quando va al governo fa cose di sinistra, come cerca di fare Roberto Gualtieri con le buste paga dei lavoratori dipendenti.

Da sinistra, Stefano Bonaccini e Nicola Zingaretti.

L’idea che sia il partito dei ricchi, che sono benvenuti, è stata l’accusa che più gli ha nuociuto. Il Pd deve tornare stabilmente nei quartieri popolari. Perché Bonaccini, Elly Schlein, le sardine sono andati nei posti dove il conflitto con la destra era più acuto mentre il Pd, tranne eccezioni eroiche, sta rintanato nelle proprie sedi?

IL PARTITO DEVE RINNOVARE LA SUA CLASSE DIRIGENTE

Infine il Pd deve selezionare una nuova classe dirigente. Non fa niente se non saranno in grado di parlare subito bene in tivù. L’importante è che siano freschi, veri, figli del nostro popolo. Questo Pd rinato deve dotarsi di una cultura aperta ma fondata su criteri di interpretazione della storia e della realtà che siano del tutto autonomi da questa muffa cerchiobottista che ci sta avvelenando. Per far questo serve sciogliere il partito e rifondarlo? Lo si faccia. Quel che non serve è togliere la parola “partito” dalla sigla. Quella parola è una garanzia.

Dobbiamo molto a Romano Prodi, ad Arturo Parisi e Walter Veltroni, ma le loro teorie sono del Novecento

L’ultimo errore che il Pd deve evitare è quello di immaginarsi come un contenitore unico. Dobbiamo molto al prodismo, al suo fondatore, ad Arturo Parisi e Walter Veltroni, ma le loro teorie sono del Novecento. Oggi si torna a parlare di differenze e di alleanze e si deve tornare a sperare che tanti novi soggetti, anche locali, scendano in campo. Il Pd deve federare. Ci vuole una vocazione egemonica non una vocazione maggioritaria.

Romano Prodi.

E se fra questi alleati ve ne sarà qualcuno più vicino alla sensibilità di una sinistra moderna o avrà più successo fra i cittadini questo sarà l’alleato preferito. Nel frattempo che cosa fare con Renzi, Carlo Calenda e rumorosa compagnia bella? “Venghino avanti” anche loro. Vogliono comandare? Tutti hanno diritto di sognare, sapendo però che i loro sogni per la sinistra si sono rivelati incubi.

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La sinistra ignori Salvini e gli editorialisti cerchiobottisti

Suggerisco a Zingaretti una “strategia della disattenzione”. Lasciar perdere il capo della Lega, così che cuocia nel suo brodo. E lasciar perdere i consigli dei commentatori di Corriere e Repubblica.

Non so quanto tempo ci metterà la destra a liberarsi di Matteo Salvini. Molto dipende dall’ascesa di Giorgia Meloni che può innescare una gara ad eliminazione fra i due.

Da qui al momento dell’exitus di Salvini la sinistra, ovvero tutto ciò che è contrario alla destra, farebbe bene a ignorare il capo leghista. Generalmente sono contrario a strategie di questo tipo di fronte a un avversario arrembante che dice cose atroci.

Ora però siamo di fronte a un nemico che ha preso una botta molto forte, che finge che non gli sia successo nulla, che cerca, grazie ai giornali che lo appoggiano e alle televisioni amiche, di riprendere la marcia ma è visibilmente suonato, insomma un cadavere politico.

SALVINI VA IGNORATO, NON LE ISTANZE DEI SUOI ELETTORI

Due colpi nel giro di pochi mesi hanno significativamente appannato l’immagine di Salvini. Le forze che avevano puntato su di lui devono fare i conti con due cose: la prima è la strategia salviniana improntata solo su una linea di scontro, la seconda è la manifesta incapacità del capo leghista. La sua Bestia che, quando mosse i primi passi, stupì per il cinismo e la tempestività, ormai è diventata una macchina ripetitiva e lo stesso Salvini sta in tivù come Gabriele Paolini, quel personaggio che si infilava dietro i cronisti parlamentari del telegiornale con il suo faccione e che si prese un calcione dal povero Paolo Frajese.

Salvini è l’uomo degli autogol, è quello che scatena la rissa in campo, è il personaggio che non azzecca un palleggio

I piani da tenere rispetto a Salvini sono due. Uno dice che bisogna continuare ad analizzare il fenomeno di massa che è legato al suo nome, cioè analizzare quotidianamente le caratteristiche e le domande della gente che si è rivolta a lui. L’altro piano è quello che deve portare a sottolineare la totale irrilevanza del secondo Matteo. È l’uomo degli autogol, è quello che scatena la rissa in campo, è il personaggio che non azzecca un palleggio. Vince i sondaggi e perde le elezioni.

IL POPOLO CHE VIENE DAL PCI HA DIMOSTRATO DI ESISTERE ANCORA

In questi giorni e in queste ore Nicola Zingaretti sta ricevendo molti consigli. In maggioranza vengono da commentatori politici non sovranisti che avrebbero però visto volentieri la caduta dell’Emilia-Romagna per liberarsi finalmente dei “comunisti”. Non è successo e quindi, come si è già visto nelle tavole rotonde post elettorali, alzano l’asticella per il segretario del Pd e sono prodighi di suggerimenti, di indicazioni precettive, di ammonimenti che portano sempre a svalutare un voto che è di assoluta svolta.

Il segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti.

Zingaretti faccia quel che gli pare ma non dia retta ai commentatori (ovviamente anche a me). Soprattutto lasci perdere quelli che non sanno più nascondere la loro tragedia personale nel vedere che malgrado errori, anche gravissimi, il mondo che viene dal Pci esiste, fa cose, è un argine contro la destra, addirittura qualche volta vince. Qui stiamo tutti bene e anche Massimo D’Alema, che ho visto qualche giorno fa, è in formissima. Rassegnatevi.

PROPONGO A ZINGARETTI LA STRATEGIA DELLA DISATTENZIONE

Ecco quindi il mio suggerimento (che Zingaretti può ignorare). La chiamerei la “strategia della disattenzione”. Lasciar perdere Salvini, così che cuocia nel suo brodo. Lasciar perdere gli editorialisti di Corriere e Repubblica, in particolare i “cerchiobottisti”. Immagino che nel nostro futuro ci debba essere una sinistra rifomista che sappia volare alto, cosa impossibile se si perde la giornata a compulsare retroscena di Montecitorio, dichiarazioni di Tersesa Bellanova, editoriali pensosi. Per anni la sinistra è stata autonoma dal popolo. Ora ha iniziato, grazie alle autocritiche e alle sardine, a capire che questa connessione ci deve essere. La sinistra proclami, invece, la sua autonomia da editorialisti “cerchiobottisti” e dai giustizialisti alla Alfonso Bonafede e Marco Travaglio. Sarà una sinistra bellissima.

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Al Pd per sopravvivere non resta che sardinizzarsi

Il nuovo movimento è la vera novità della campagna elettorale in Emilia-Romagna. Questi ragazzi hanno risposto alla mancanza di ideali, di memoria e di partecipazione della sinistra. E se Bonaccini riuscirà a sconfiggere la Lega sarà soprattutto merito loro.

Sciogliersi nel movimento. Dai situazionisti ai partiti e partitini post-sessantotto questo slogan è risuonato mille volte in altrettante assemblee movimentiste.

Ora quel che si invocava tra i militanti di Lotta Continua o Avanguardia Operaia si ripropone e auspica per il Pd. Che dopo avere annunciato, per bocca del suo segretario Nicola Zingaretti, il prossimo, imminente cambio di nome non gli resta che sciogliersi, appunto. Nel movimento delle Sardine. Sardinizzarsi. Se vuole avviare un percorso di rinnovamento che non sia solo nominale, di cosmetica politica, bensì di mutamento sostanziale di prospettiva e di classe dirigente.

Non quindi come – pensando male – credo abbiano in animo di fare gli attuali dirigenti. Ovvero cooptare i giovani leader di un movimento che è esploso appena comparso. Che ha riempito le piazze al primo appello via social. E che ha fatto quel che avrebbe dovuto fare e non ha fatto il Pd e in generale tutto il centrosinistra: chiamare, scendere in strada e contrastare la sedicente «guerra di liberazione dell’Emilia-Romagna rossa», lanciata dalla Lega di Matteo Salvini.

LA PARTITA SI GIOCA SUL VOTO DEI GIOVANI

È fra i giovani e nel voto giovanile che si gioca la partita e che il presidente uscente Stefano Bonaccini può sperare di vincere. Va ricordato infatti che nelle ultime elezioni regionali ha votato solo il 37% del corpo elettorale emiliano-romagnolo: record storico di disaffezione per la politica e di non voto giovanile.

LEGGI ANCHE: Quanto è da bulli divertirsi nel tiro alle Sardine

Ora le cause della disaffezione elettorale sono note e hanno molto a che fare con l’inadeguatezza della classe politica nel suo complesso. Ma che per quanto riguarda il Pd sono esemplarmente riassunte, e oserei dire illuminate, dalle figure dei due ultimi ex-segretari, Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi, che sono usciti dal partito e ne hanno fondato uno nuovo. 

UNA POLITICA TRA IL TRAGICO E IL RIDICOLO

La coesistenza di tragico e ridicolo in questi ultimi anni del Partito democratico è peraltro speculare al fronte avversario. Che è peggio sul piano delle idee e della proposta politica, della modernizzazione del Paese e dell’avvio di riforme strutturali vere. Ma che proprio per questo riesce a intercettare più profittevolmente insoddisfazione e malcontento popolare. Giocando duro e sporco con le paure e le speranze delle persone. Proponendo ricette semplici e soluzioni immediate a problemi complessi e di portata epocale. Facendo leva sull’immiserimento culturale delle classi popolari e anche dei ceti medi.

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Solo così, cose fuori dal mondo e dalla storia, come l’ultimo Muro del comunismo da abbattere in Emilia-Romagna, possono essere prese sul serio. Ancorché servite con le gote rubizze e l’occhio lucido di Salvini che bacia le coppe, pone il Parmigiano Reggiano come valore assoluto dopo la mamma, il papà e il Natale, si presenta a Maranello indossando la felpa rossa e a Brescello sentenzia che oggi Peppone voterebbe Lega.

I competitori di Salvini vivono in un preoccupante vuoto di presenza, ma anche di storia. Di consapevolezza di cosa sono stati e cioè un modello di società solidale e progredita

Di nuovo però altrettanto stupefacente è che a tale narrazione il centrosinistra intero non abbia risposto a tono. Limitandosi alle ironie, però facili, e lasciando il territorio nella disponibilità assoluta di Salvini. Che se ha una qualità, una sola, è di essere un demagogo che non ha paura di niente. Di alternare come se niente fosse sceneggiate truci, come l’ultima del citofono suonato all’abitazione del supposto spacciatore, e buffonate invereconde, come il balletto su TikTok a uso dei giovanissimi, che però lo hanno spernacchiato alla grande.

LA SINISTRA HA DIMENTICATO LA SUA STORIA

«Viviamo nel vuoto, ma è un vuoto ricco di segni». La citazione di Henri Lefebvre sulla nostra contemporaneità s’applica mirabilmente a Salvini e al salvinismo. Segnalando come viceversa i suoi competitori vivano in un preoccupante vuoto di presenza, ma anche di storia. Di consapevolezza di cosa sono stati e cioè un modello di società solidale e progredita. Comunisti ma sui generis: libertari, conviviali, aperti. Agli antipodi della predicazione populista e sovranista che oggi va di moda e che ha fatto breccia anche nella “rossa Emilia”. Alla faccia di quel che Palmiro Togliatti ripeteva ai compagni: «Ha un futuro chi ha una storia».

Quella delle Sardine è stata una comparsa tanto improvvisa e clamorosa, quanto efficace e trascinante per un popolo di sinistra che attendeva una civile e pacifica chiamata alle armi

Oggi quel che resta di un partito che negli Anni 80 aveva ancora più di 300 mila iscritti è quasi niente. Tanto da dovere alzare la bandiera della buona amministrazione del presidente uscente, rinunciando anche a qualsiasi, anche minima, chiamata alle armi ideologica. Tant’è che il verde è diventato il colore dominante della comunicazione elettorale di Bonaccini, senza nemmeno più una sottolineatura, un accenno, una virgola di rosso. 

LA PACIFICA CHIAMATA LE ARMI DELLE SARDINE

Che questa scelta “condominiale” rischiasse di essere perdente in una campagna elettorale giocata tutta dal centrodestra sull’ideologia, sulla mobilitazione di piazza e il coinvolgimento emotivo è stata l’intuizione e la scommessa delle Sardine. Una comparsa tanto improvvisa e clamorosa, quanto efficace e trascinante per un popolo di sinistra che attendeva una civile e pacifica chiamata alle armi.

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Una contrapposizione gentile, ma risoluta al salvinismo: «l’Emilia non si Lega» è statolo slogan scandito in tutte le piazze della regione. Ben più mobilitante del claim elettorale di Bonaccini: «Emilia-Romagna un passo avanti». Le facce nuove e giovani delle Sardine sono state la vera sorpresa di una competizione che si è riaccesa e che forse annuncia una fase in cui la storia ricomincia di nuovo. Mi chiedevo infatti, e con me tanti, come un popolo di sinistra, qual è stato quello emiliano-romagnolo per decenni, potesse avere smarrito completamente gli orientamenti ideali condivisi da più generazioni. E le Sardine hanno offerto una prima risposta. No, quella storia di associazionismo democratico e internazionalismo, di cooperazione e riformismo non si Lega proprio.  

IL M5S, DA PARTITO POST-IDEOLOGICO A PARTITO POST IT

Insomma se Bonaccini vincerà lo dovrà molto più alle Sardine che ai dati positivi della sua amministrazione: non sufficienti per vincere una sfida elettorale diventata una posta nazionale. L’inizio o la fine di una stagione politica. Non epocale, come hanno scritto molti. Perché già era accaduto nel 1999 che la rossa Bologna cessasse di essere tale. Tuttavia in grado di segnalare un’altra novità, che conferma il ritorno di una politica “calda” e non interpretabile come contratto, bensì come contrapposizione di valori e visioni del mondo: il partito che si definisce o meglio definiva post-ideologico, il M5s, né di sinistra né di destra, si sta rivelando in realtà un partito post-it. Cartoleria politica, usa e getta. Soprattutto se i suoi pochi voti risultassero decisivi per fare perdere l’alleato di governo.

ALL’ITALIA SERVE UNA SVEGLIA IDEOLOGICA

È l’energia identitaria e la sveglia ideologica suscitate dalla scesa in campo delle Sardine che hanno fatto la differenza. Restituita la dimensione popolare e di piazza alla sinistra. Le due piazze occupate simultaneamente da Salvini e le Sardine nel luogo forse più simbolico dello scontro, Bibbiano, sono state la plastica rappresentazione di una realtà che un paio di mesi fa nessuno avrebbe mai immaginato. Una piazza della paura («Giù le mani dai bambini») soverchiata, come presenza, da una piazza allegra, festosa e perfino spiritosa («Salvini suona a Willy»). Che al di là del risultato elettorale e perfino della politica restituisce l’idea e la pratica di una società, quale è quella italiana, che da troppi anni boccheggia, arretra, sopravvive. Incapace di risolversi fra malinconia e rabbia. Perciò più che mai bisognosa di positività e ottimismo, di idee coraggiose e facce nuove.

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La Rai corre ai ripari: Zingaretti nell’intervallo di Don Matteo

L'azienda ha deciso un «immediato atto riparatorio» dopo l'intervento di Salvini nello spot di Porta a Porta.

Dopo l’intervento di Matteo Salvini nello spot di Porta a Porta, andato in onda durante l’intervallo della partita Juventus-Roma di Coppa Italia, la Rai corre ai ripari in nome della par condicio.

Il direttore di Rai1 Stefano Coletta, «preso atto dell’ammissione di responsabilità da parte di Bruno Vespa», ha accolto «la proposta del giornalista di un immediato atto riparatorio al fine di garantire un rigoroso riequilibrio».

E ha deciso che durante il primo break della fiction Don Matteo «il segretario del Pd Nicola Zingaretti risponderà la sera del 23 gennaio al medesimo quesito posto al segretario della Lega», avendo a disposizione lo stesso tempo per esprimere la sua opinione.

«Mi sembra che la Rai abbia riconosciuto che è stato fatto un errore, quindi è stata giusta la denuncia», ha commentato Zingaretti, a margine di un evento elettorale a Casalecchio di Reno.

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Perché l’Emilia-Romagna è la croce di Zingaretti

Il futuro del segretario Pd è legato a doppio filo con il voto del 26 gennaio. In caso di sconfitta, certo. Ma anche di vittoria risicata. Essendo rimasto in panchina per tutta la campagna elettorale, l'eventuale tenuta del centrosinistra sarebbe attribuita solo alle Sardine. Lo scenario.

Non sarà una domenica qualunque per Nicola Zingaretti. Il voto del 26 gennaio in Emilia-Romagna è un crocevia del suo destino politico.

Nessuno, in caso di sconfitta, osa pronunciare la parola dimissioni in queste ore: nei giorni che precedono le elezioni prevale lo spirito unitario e qualsiasi polemica viene messa da parte, spingendo per la vittoria.

Ma il tema c’è, eccome. Anche se il diretto interessato ostenta ottimismo e nega l’eventualità di fare un passo indietro.

PER ZINGARETTI UNA PARTITA GIOCATA IN PANCHINA

Eppure, ironia della sorte, il segretario del Partito democratico gioca la sua partita dopo essere stato in panchina durante la campagna elettorale: salvo gli incontri programmati nell’ultima settimana, è stato visto poco in giro al fianco del candidato del centrosinistra, Stefano Bonaccini. Il presidente uscente della Regione Emilia-Romagna ha puntato su di sé, sulla sua amministrazione, promuovendo elettoralmente una lista civica forte con il suo nome. E lasciando molto sullo sfondo il Pd. Come se non bastasse, sul territorio i veri avversari mediatici della Lega sono i possibili competitor del partito di Zingaretti: le Sardine, che si riconoscono sempre più nella guida di Mattia Santori.

ANCHE UNA VITTORIA DI MISURA CAUSEREBBE UN MEZZO TERREMOTO

Nonostante le professioni di ottimismo, Zingaretti si trova in una lose-lose situation. In caso di sconfitta sarebbe difficile evitare la bufera, mentre di fronte a una vittoria di misura non ci sarebbero motivi per gioire. «Se il prevedibile ko in Umbria ha provocato fibrillazioni, figuriamoci cosa potrebbe accadere con una sconfitta in Emilia-Romagna», ammette un deputato della maggioranza off the records, come preferiscono esprimersi tutti in questo rush finale di campagna elettorale. Salvo fare gli scongiuri: «Comunque non andrà male, vedrete». L’unico a parlare chiaro è il capogruppo alla Camera del Pd, Graziano Delrio. «Ci sarebbero ovviamente tantissime ripercussioni su tutti i fronti. Non cadrà il governo ma non potremmo di certo far finta di nulla», ammette.

UNA LEADERSHIP IN DISCUSSIONE

Tra le possibili conseguenze ci sono le dimissioni del segretario. Un tema su cui nessuno si sbilancia. Fino alla mezzanotte di venerdì, ultimo minuto utile della campagna elettorale, l’ordine di scuderia è di fare quadrato. E nel caso di débâcle, la decisione spetterebbe solo a Zingaretti. Ma nessuno sarebbe pronto a salire sulle barricate per difenderlo. Con un’ulteriore amarezza per il presidente della Regione Lazio: passare alla storia come il segretario delle sconfitte; onorevoli, come alle Europee, ma pur sempre sconfitte. Proprio lui che ha vinto le elezioni quando il Pd perdeva dappertutto. Anche per questo motivo l’Emilia-Romagna è una scialuppa a cui aggrapparsi.

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Ma non è solo il Pd ad avere il timore dell’eventuale conquista dell’Emilia-Romagna da parte di Matteo Salvini. La vittoria del centrodestra è una mina sul percorso di crescita delle Sardine, che sono viste come il “nuovo” contro le destre. Un inizio con il ko non sarebbe il massimo. Ma si tratta pur sempre di un aspetto marginale: il tonfo del Pd sarebbe talmente forte da aprire delle praterie nel campo del centrosinistra. Per il movimento che anima le piazze sarebbe un’ammaccatura, ma riparabile. Poi, del resto, il candidato è Bonaccini, non una Sardina.

IL RISCHIO DI UNA NARRAZIONE SARDINO-CENTRICA

La preoccupazione ai vertici di largo del Nazareno è che nemmeno la riconferma di Bonaccini possa dare nuovo slancio alla leadership di Zingaretti, pur mettendola al riparo dalla buriana. «Conta comprendere l’entità dell’eventuale successo. I numeri sono fondamentali per fare un’analisi», dice una fonte dem. Una vittoria risicata, ragionano negli ambienti di partito, finirebbe per essere attribuita all’effetto Sardine. La ribalta per Santori&Co. è già pronta per l’uso con una narrazione tutta sardino-centrica: indicati come i nuovi salvatori del centrosinistra. Per il movimento che sta prendendo forma in queste settimane potrebbe essere proprio questo il miglior esito possibile, un successo di misura da intestarsi all’istante.

LE PARTITE APERTE CON IL CONGRESSO

Insomma, il risultato del voto in Emilia-Romagna è incerto, così come le conseguenze che potrà produrre. Solo un fatto è sicuro: dopo il voto è attesa un’accelerazione verso il congresso del Pd, peraltro già annunciato da Zingaretti in un’ottica di cambiamento e allargamento del partito. «Bisogna studiare la tempistica adeguata, visto che ci sono le altre Regionali in primavera», spiegano ancora dagli ambienti dem. Ma, al netto delle date, sembra farsi largo un’idea: comunque vada sarà congresso vero, primarie incluse, per mettere in gioco tutti gli incarichi, non solo il nome del partito.

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L’incoerenza del Pd sui decreti Sicurezza di Salvini

«Abisso democratico». «Barbarie giuridica». «Creano emergenza permanente». Ma allora perché adesso che sono al governo, i dem non li cancellano? Civati: «Abbiamo passato un anno a denunciare i soprusi. Ora siamo al grottesco: le risposte finora sono state ridicole».

Sono passati ormai quasi cinque mesi dalla nascita del governo Conte bis.

Non è stato certamente un periodo sereno all’interno della maggioranza ma, specie per il Pd, un punto programmatico pareva chiaro: garantire discontinuità rispetto al passato a partire dalla cancellazione dei decreti Sicurezza di Matteo Salvini.

Esattamente un mese prima del giuramento ufficiale dell’esecutivo davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella d’altronde, era stato il segretario dem Nicola Zingaretti a tuonare contro il dl Sicurezza-bis appena approvato: «Il decreto Salvini è passato, l’Italia è più insicura. La situazione nelle città e nei quartieri rimarrà la stessa, anzi peggiorerà. Il crimine ringrazia, le persone sono sempre sole e le paure aumentano. Salvini ci campa» (5 agosto 2019).

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A fargli eco il giorno dopo (6 agosto 2019) la deputata Pd Rosa Maria di Giorgi: «Il decreto sicurezza bis rappresenta un ulteriore passo verso l’abisso democratico in cui il governo gialloverde sta trascinando il nostro Paese».

GLI ATTACCHI PD E 5 STELLE

E, ovviamente, lo stesso trattamento era stato riservato anche al primo dei due decreti Salvini. «Con questo provvedimento state creando degli invisibili senza volto», aveva sottolineato già il 28 novembre 2018 il capogruppo del Pd Graziano Delrio. Per Monica Cirinnà si trattava, addirittura, di «un atto di barbarie giuridica che colpisce le fondamenta umanitarie presenti nella Costituzione e in tutto il nostro ordinamento» (24 settembre 2018), al punto che Maurizio Martina propose anche la raccolta di firme «per la sua abrogazione» (17 settembre 2018). E non sono mancate nei mesi scorsi voci critiche anche nei 5 stelle. Una su tutte, quella del senatore Matteo Mantero che aveva parlato, a inizio 2019, di un «decreto incostituzionale e stupido, a solo scopo propagandistico, che auspicabilmente sarà smontato dalla Consulta: creare illegalità dove non c’era, ridurre l’integrazione peggiorando le condizioni di vita di italiani e stranieri».

#ABOLITEQUEIDECRETI, LA CAMPAGNA DI POSSIBILE

La domanda che nasce spontanea a questo punto è perché nulla sia stato fatto se, come ha detto il dem Emanuele Fiano, «il decreto sicurezza è l’emblema di una sintesi culturale che noi non potremo mai accettare» (24 settembre 2018). Ed è per questa ragione che Possibile ha lanciato la campagna #abolitequeidecreti ricordando la marea di dichiarazioni critiche nei confronti dei decreti Sicurezza da parte di chi, oggi, potrebbe cancellare quei provvedimenti.

Giuseppe Civati (Ansa).

«Se non si vuole che ci sia Salvini al governo, bisogna cominciare a cancellare quello che ha fatto», spiega Pippo Civati. «Ci vorrebbe un minimo di logica e coerenza: abbiamo passato un anno a dirne giustamente di tutti i colori, a rivelare l’incostituzionalità, a denunciare i soprusi. Ora sta diventando tutto grottesco: le risposte finora sono state ridicole».

LE IPOTESI DELLA MAGGIORANZA: TRA ABOLIZIONE E MODIFICHE

E se Civati non ha dubbi su cosa bisognerebbe fare («I due decreti sono entrambi sbagliati da capo a piedi, strumentali ed eccessivi: vanno cancellati di sana pianta»), nella maggioranza si ragiona sulla strada da seguire, tra abolizione tout-court e modifiche limitate a pochi punti.

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L’ultima a parlarne è stata la nuova inquilina del Viminale al posto proprio del segretario leghista, Luciana Lamorgese, che, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo, ha sottolineato la necessità di «ampliare la categoria dei permessi umanitari per evitare quello che stava succedendo a dicembre e sul quale siamo dovuti intervenire». E cosa stava succedendo lo ha spiegato la stessa ministra: «Tutti quelli che non avevano il permesso umanitario in base al decreto poi venivano buttati fuori per strada e quindi ce li trovavamo nelle piazze nelle strade e nelle stazioni».

LA PROFEZIA DI ZINGARETTI

Zingaretti, d’altronde, l’aveva pronosticato: «Il decreto genererà caos, emarginazione e uno stato di emergenza permanente» (3 dicembre 2018), esattamente come detto pochi giorni prima anche dal deputato Walter Verini: «Moltissimi saranno in giro per le strade senza nome e senza speranza. Salvini è il ministro della paura e dell’insicurezza».

DA GIUGNO 2018, 26 MILA NUOVI IRREGOLARI

Alla teoria, però, dopo cinque mesi non c’è stata alcuna pratica. I numeri, d’altronde, parlano per tutti: come spiega a Lettera43.it Matteo Villa, ricercatore ed esperto di immigrazione dell’Ispi (Istituto Studi Politica Internazionale): «Con l’abolizione dei permessi umanitari abbiamo stimato da giugno 2018 a oggi la presenza di circa 26 mila nuovi irregolari, che porta il numero totale dei clandestini in Italia a oltre 90 mila». In altre parole, l’unica emergenza clandestini in Italia è quella causata dallo stesso Salvini con i decreti Sicurezza. 

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Dal Pd a Prodi, fino ai seminari M5s: i conclave della politica

L'ultimo è stato Zingaretti che ha riunito i dem all'Abbazia di Contigliano. Ma si tratta di una vecchia strategia che ha portato fortuna solo alla Dc visti i risultati ottenuti da Prodi e Letta. E che è stata mutuata anche dal Movimento 5 stelle. La storia.

Conclave, raduno, ritiro per fare spogliatoio. Il campionario per definire gli incontri dei leader con le loro squadre, siano di governo o di partito, è molto vario.

Da Massimo D’Alema nel 1995 a Nicola Zingaretti in queste ore, sono in tanti ad aver fatto ricorso alla formula del seminario a porte chiuse, spesso in luoghi dal significato religioso, per ricompattare le fila e rilanciare l’azione politica.

I “SEMINARI” POLITICI NELLA STORIA

Non è stato un conclave, ma qualcosa di simile quello legato a Don Luigi Sturzo: nel 1918 nell’albergo Santa Chiara, vicino al Pantheon a Roma, preparò il suo appello a «tutti gli uomini liberi e forti» per invocare l’impegno dei cattolici in politica. Dopo la stesura del documento, raccontano gli storici, si raccolse letteralmente in preghiera. A un “conclave” è legata anche la nascita della corrente democristiana più famosa, quella dei dorotei: i vari esponenti centristi si ritrovarono nel convento delle suore di Santa Dorotea, a Roma nel 1959, per decidere la linea in seguito alle dimissioni da segretario di Amintore Fanfani.

LA PRIMA VOLTA DEL CAV

I raduni più recenti sono stati più laici. Silvio Berlusconi, nel 1994 al Grand Hotel delle Fonti di Fiuggi, tenne un incontro per studiare la tattica dei parlamentari eletti nella neonata Forza Italia. Nella località del Frusinate, l’ex presidente del Consiglio avviò, forse inconsapevolmente, una pratica che ha avuto molte repliche.

d'alema governo pd m5s
Massimo D’Alema.

D’ALEMA ALLA CERTOSA DI PONTIGNANO

Nel dicembre del 1995 Massimo D’Alema, allora segretario del Pds, riunì dirigenti di partito e personalità della cultura nella Certosa di Pontignano, vicino Siena. Il ritiro di due giorni serviva per preparare il programma di governo del futuro centrosinistra. Si tratta probabilmente di uno dei rari casi di successo di un conclave politico.

I DUE TENTATIVI DI PRODI

Dopo la vittoria alle elezioni, nel marzo del 1997 il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ripropose l’iniziativa, scegliendo come sede il castello di Gargonza, in provincia di Arezzo. L’obiettivo era quello di scegliere «le 10 idee per l’Ulivo» e mettere insieme le forze di maggioranza. Al seminario parteciparono tutti i principali leader politici della coalizione, tra cui il futuro presidente della Repubblica Sergio Mattarella, oltre a Massimo D’Alema, Walter Veltroni e Franco Marini. A rappresentare il mondo della cultura c’erano Umberto Eco, Pietro Scoppola, Maurizio Costanzo e Paolo Flores d’Arcais. L’esperienza non funzionò granché, vista la durata dell’esecutivo, caduto nel 1998.

Romano Prodi.

Eppure, nel 2006, sempre Prodi ritentò: riunì i ministri nella Villa Donini di San Martino in Campo, a Perugia. Il Professore cercò di fare squadra in una compagine governativa formata da oltre 20 ministri di forze politiche molto diverse tra loro. Anche in questo caso, tuttavia, il risultato non fu eccezionale: nel gennaio 2008 il governo Prodi cadde dopo la sfiducia in parlamento.

IL SUMMIT “SEGRETO” DEL M5S

Addirittura il Movimento 5 stelle, nato a colpi di streaming, scelse la formula del raduno in gran segreto. Beppe Grillo, a inizio aprile 2013, convocò i parlamentari per dettare la linea contro “l’inciucio” che avrebbe portato alla nascita del governo Letta. La sede di Tragliata, frazione di Fiumicino, venne scoperta dai cronisti che pedinavano gli esponenti pentastellati, facendo scoppiare l’ira dei vertici M5s. In questo summit, all’interno di un agriturismo, passò la linea barricadera contro qualsiasi ipotesi di alleanza di governo. Smentita qualche anno dopo.

IL TENTATIVO DI LETTA

Nel maggio 2013, Enrico Letta promosse da presidente del Consiglio l’operazione-conclave: il suo governo, nato grazie all’alleanza tra Pd, Scelta Civica e il Popolo delle Libertà, ebbe infatti la necessità di compattarsi. Come luogo del ritiro scelse l’Abbazia di Spineto, nel Senese, e tracciò le quattro priorità dell’esecutivo, dal lavoro ai giovani alle riforme per tagliare i costi della politica. Come per Prodi, l’esperimento non portò grandi frutti. Nemmeno un anno dopo, a febbraio, Letta rassegnò le dimissioni, passando la campanella a Matteo Renzi.

Virginia Raggi con Luigi Di Maio.

IL RADUNO DI CHIARA APPENDINO

Nonostante i precedenti poco incoraggianti, la sindaca di Torino, Chiara Appendino optò per la formula del raduno a porte chiuse, nel luglio del 2016. Il ritiro al santuario “Grotta di Nostra signora di Lourdes” a Forno di Coazze, poco lontano da Torino, aveva l’obiettivo di costruire lo spirito di squadra necessario alla realizzazione di un programma per la città. 

RAGGI IN “GITA” CON LA GIUNTA

Un altro incontro di grande impatto mediatico fu quello della sindaca di Roma, Virginia Raggi, nell’ottobre 2016 (a pochi mesi dalla vittoria elettorale). Ad Anguillara Sabazia, località sul lago di Bracciano, si ritrovò la Giunta della Capitale dopo le turbolenze degli esordi affiorate con le dimissioni di vari assessori. Come per il precedente raduno del M5s a Tragliata, anche in questo caso i giornalisti furono costretti a inseguire i partecipanti

LA TENTAZIONE DI CONTE

L’attuale presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha avuto la tentazione di organizzare un seminario di governo per approntare la verifica politica. L’idea è però tramontata ed è stato preferito un più fugace incontro in pizzeria poco prima di Natale. Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha invece voluto sfidare la sorte, proponendo la formula, chiamando gli esponenti dem nell’Abbazia di Contigliano, nel Reatino. L’obiettivo? Serrare le fila, rilanciare il ruolo del partito nell’azione di governo e discutere la proposta di sciogliere il Pd dopo il voto in Emilia-Romagna e Calabria lanciata dal segretario sabato.

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Zingaretti vuole sciogliere il Pd dopo le elezioni regionali

Il segretario in un colloquio con Repubblica: «Vinciamo in Emilia e poi cambia tutto. Apro a Sardine, società civile, ecologisti». Non un «nuovo partito», ma un «partito nuovo».

Sciogliere il Pd. Non per fondare un nuovo partito, ma per creare «un partito nuovo». Aprendolo alle Sardine, agli ecologisti e alla società civile. In un lungo colloquio con il quotidiano la Repubblica, il segretario Nicola Zingaretti ha esplicitato la sua strategia, da mettere in atto subito dopo le elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria.

«Vinciamo in Emilia», dove «stiamo facendo la campagna elettorale per Stefano Bonaccini in splendida solitudine», ovvero senza l’appoggio di Italia viva e Movimento 5 stelle. E poi «cambio tutto», promette Zingaretti. Secondo il quale «in questi mesi la domanda di politica è cresciuta, non diminuita. E noi dobbiamo aprirci e cambiare per raccoglierla».

Poi una sottile distinzione: «Non penso a un nuovo partito, ma a un partito nuovo, un partito che fa contare le persone ed è organizzato in ogni angolo del Paese». La nuova legge elettorale – ancora indefinita, ma che sembra andare in direzione di un proporzionale puro con sbarramento al 5% – «ci indica una sfida: dobbiamo costruire il soggetto politico dell’alternativa, convocando un congresso con una proposta politica e organizzativa di radicale innovazione e apertura. Dobbiamo rivolgerci però alle persone, e non alla politica ‘organizzata». Tradotto: «Dobbiamo aprirci alla società e ai movimenti che stanno riempiendo le piazze in queste settimane. Non voglio lanciare un’opa sulle Sardine, rispetto la loro autonomia. Ma voglio offrire un approdo a chi non ce l’ha».

Parlando del governo, Zingaretti puntualizza: «È inutile che ci giriamo intorno, non possiamo fare melina fino al 26 gennaio, non possiamo fare ogni giorno l’elenco delle cose sulle quali non c’è accordo nella maggioranza. Purtroppo questo è il risultato della cultura delle ‘bandierine’, in cui ci si illude di esistere solo se si difende una cosa. Lo dico ogni giorno a Conte e a Di Maio: un’alleanza è come un’orchestra, il giudizio si dà sull’esecuzione dell’opera, non sulla fuga di un solista che casomai dà pure fastidio alle orecchie». La linea unitaria «sta pagando, come dimostrano i sondaggi, e casomai apre contraddizioni in chi non vuole scegliere. L’Italia sta gradualmente tornando a uno schema bipolare».

Per il segretario, quindi, «non è il tempo di distruggere, ma di costruire subito una visione e poi un’azione comune, su pochi capitoli chiari: come creare lavoro, cosa significa green new deal, come si rilancia la conoscenza, come si ricostruiscono politiche industriali credibili nell’era digitale». E «questo salto di qualità lo può fare solo il nostro partito», che «ha retto l’urto di due scissioni e oggi i sondaggi ci danno al 20%. Siamo l’unico partito nazionale dell’alleanza, l’unico che si presenta ovunque alle elezioni, l’unico sul quale si può cementare il pilastro della resistenza alle destre».

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Vertice a sorpresa tra Di Maio e Zingaretti

Incontro di 45 minuti a Palazzo Chigi. Sul tavolo i prossimi obiettivi di governo.

Incontro di 45 minuti a Palazzo Chigi tra il leader del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio e il segretario del Pd Nicola Zingaretti. Stando a quanto si legge in una nota congiunta degli staff dei due leader, nel corso del colloquio si è parlato della situazione politica generale e si è fatto un primo confronto sul percorso da avviare per definire i prossimi obiettivi di governo. Il clima è stato definito come molto positivo e costruttivo.

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E ora serve un bel “vaffa” di Zingaretti a Di Maio

Farsi imbottigliare dalle stupidaggini del M5s, che continua a guardare verso destra è un errore fatale. Meglio mandarli al diavolo domani, anzi ieri.

La cronaca politica propone due domande: ma che cosa vogliono Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista? Ovvero vogliono qualcosa? L’unica cosa chiara è che i due baciati in fronte da Beppe Grillo hanno il terrore di finire male.

Per loro finire male significa uscire dall’orbita reale, per l’uno, potenziale per l’altro, del governo. E oggi l’orbita del governo ruota attorno a Salvini-Meloni.

L’altra paura è che hanno la matematica certezza che se non fanno ammuina il loro movimento arriva alle elezioni “sminchiato”, quindi con pochi voti e probabilmente senza quelli che potrebbero eleggere l’uno e l’altro o l’uno o l’altro.

DI MAIO E DI BATTISTA CONTINUANO A GUARDARE A DESTRA

Era sembrato, nelle scorse settimane, che Beppe Grillo riuscisse a portare i pentastellati fuori dall’attrazione pericolosa della destra. Grillo aveva addirittura immaginato di progettare cose in comune con il Pd. Di Maio e Di Battista, e forse Casaleggio, hanno detto di “sì”, ma si sono mossi lungo la strada opposta. Nessuno di noi sa se Matteo Salvini e soprattutto la sua temibile competitrice Giorgia Meloni vorranno aggregare questi due giovani cadaveri della politica nel governo che faranno dopo le elezioni, tuttavia Di Maio e Di Battista, fedeli figli di cotanti padri di destra, cercano da quelle parti la soluzione che li porti ad una più che dignitosa sopravvivenza economica.

Quando cadrà il governo Conte sarà chiaro che la coppia destrorsa del M5s sarà davanti all’uscio di Salvini a chiedere un posto

Il dramma dei cinque stelle, nati sulla base di una cultura che definimmo populista, di decrescita felice, di guerra alla democrazia rappresentativa, è che oggi sono il nulla assoluto. Da quelle parti ci sono solo “no”, sulle cose che capiscono, e ancora “no” su quelle che non capiscono. E tutto ciò accade mentre gran parte del loro elettorato è scappato e altro andrà via quando cadrà il governo Conte e sarà chiaro che la coppia destrorsa del M5s sarà davanti all’uscio di Salvini a chiedere un posto, una sistemazione, una cosa per campare. Sta arrivando il momento in cui la voracità della destra riuscirà a cancellare l’episodio grillino.

LA SINISTRA DEVE MOLLARE IL M5S PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI

Chi di noi analizzò il fenomeno dei cinque stelle non in base alla composizione sociale ma in relazione alla cultura che esprimevano e alla direzione di marcia che avevano preso, non sono sorpresi né dalla svolta a destra né dalla loro prossima fine. Questo non vorrà dire che il sistema politico si sistemerà. La pattuglia grillina nel prossimo parlamento, a meno che non vengano fatti fuori Di Maio e i suoi e che Di Battista vaghi a fare niente per il mondo, sarà il più massiccio episodio di ascarismo parlamentare. «Accattataville».

Manifestazione delle Sardine in Piazza Duomo a Milano.

Salvini dovrà far digerire ai suoi il ritorno dei traditori, per giunta statalisti. La Meloni non li ha mai sopportati. Resta la sinistra che tarda a comprendere che farsi imbottigliare dalle stupidaggini di Di Maio e Salvini su un fondo salva Stati che quei due conoscevano e che, lo vogliano o no, ci sarà, è un errore, meglio mandarli al diavolo domani, anzi ieri. Perché l’unica campagna elettorale che si può fare richiede di rubare alle sardine il tema della civiltà politica e alla destra “sovranista e antitaliana” la questione dell’onore della patria che la destra attuale vorrebbe nuovamente serva di una potenza straniera.

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Per Zingaretti la crisi del M5s accelera il ritorno del bipolarismo

Il segretario del Pd analizza così le difficoltà dei pentastellati dopo il voto su Rousseau per le regionali in Emilia-Romagna e Calabria. E apre alla riforma della legge elettorale con la Lega.

All’indomani del voto su Rousseau con cui la base del M5s ha deciso che il partito deve correre alle elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria, è arrivata l’analisi politica del segretario del Pd, Nicola Zingaretti.

Secondo il leader dei dem, i tempi sono maturi per un ritorno del bipolarismo. Zingaretti ha detto infatti che «il processo politico va verso una netta bipolarizzazione».

Ed è chiaro che nel futuro «il confronto e la competizione saranno sempre di più tra un campo democratico civico e progressista, di cui il Pd è il principale pilastro, e la nuova destra sovranista. Il travaglio, che rispettiamo, e le difficoltà del M5s hanno origine nell’accelerazione di questo scenario e accentuano una crisi di sistema che va rapidamente affrontata con gli strumenti della democrazia».

L’analisi si collega alla posizione del Pd sulla riforma della legge elettorale. I dem vorrebbero «evitare una legge puramente proporzionale», puntando piuttosto a introdurre meccanismi che «aiutino la semplificazione e la formazione di coalizioni di governo chiare e stabili, con un impianto maggioritario». Per questo «non va fatta cadere la proposta di Giancarlo Giorgetti», numero due della Lega, «di un tavolo di confronto su questi temi, da attivare nei tempi più rapidi».

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Barillari e il dossier bomba del neofascista Paliani contro Zingaretti

Un sindacalista di Avanguardia nazionale finito agli arresti. Stava raccogliendo informazioni sul segretario Pd e aveva coinvolto il consigliere regionale del M5s.

Un dossieraggio contro Nicola Zingaretti, presidente della regione Lazio e attuale segretario del Partito democratico. Questo stava macchinando, secondo le carte di un’inchiesta della procura di Roma, Andrea Paliani, sindacalista del «sindacato italiano confederazione europea del lavoro» e pure esponente neofascista di Avanguardia nazionale finito agli arresti, secondo quanto riporta il quotidiano Sole 24 Ore. Per il suo obiettivo – attaccare il sistema di clinichhe private accreditate della compagnia Ini spa, Paliani aveva puntanto al presidente della Regione e cercato di coinvolgere e trovato l’apparente sostegno del consigliere regionale M5s Davide Barillari e parlato anche con Mario Borghezio, europarlamentare della Lega. spiegando di avere informazioni sul segretario Pd.

«MO’ DISTRUGGE PURE IL PD»

«Qui tra poco scoppia la bomba contro Nicola Zingaretti», dice Paliani nelle intercettazioni rivelate dal quotidiano salmonato che spiega come il neofascista avesse tentato di arrivare al ministro della Sanità Giulia Grillo attraverso il consigliere M5s. .«Quindi tra poco scoppia la bomba penso…che con questa penso Zingaretti…il Pd…mo distrugge pure il Pd… Questa storia del milione di euro noi la conosciamo perché come danno i soldi questi in giro no! Con la sanità privata, con le porcate loro e questa è la verità», spiega parlando con Barillari che risponde: «Si, si». Il consigliere pentastellato, spiega Il Sole 24 Ore, dichiara di essere intenzionato a mandare gli ispettori all’Ini. E Paliani lo incita: «Li fai male anche a Zingaretti, capito? Che quelli sono gli amici suoi quelli della Asl». Con il sindacalista sono stati arrestati Giuseppe Costantino e Alessandro Tricarico, rispettivamente maresciallo dei carabinieri e consulente del lavoro. de gruppo Ini.

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«Eccoci», quel vecchio titolo dell’Unità che serve al Pd

Dopo la svolta a sinistra di Zingaretti, il partito deve seminare senza avere fretta, rimanendo attento al disagio sociale, al lavoro e ai diritti civili. Solo così riconquisterà il suo popolo.

Vedremo presto se la svolta a sinistra del Pd porterà i suoi frutti nei prossimi sondaggi.

L’assemblea di Bologna ha avuto una buona stampa e univocamente è sembrato a tutti gli osservatori che il Pd di Nicola Zingaretti, ma con alla regia Gianni Cuperlo, abbia voluto lanciare un segnale forte all’Italia che ha votato a sinistra e che tuttora vota a sinistra.

Avrei aggiunto ai punti sui diritti civili – cioè l’ abolizione delle leggi Salvini e l’approvazione di quelle favorevoli agli immigrati – un bel pacchetto di misure per il lavoro, a cominciare da emendamenti che rendano più forte l’iniziativa sullo scudo fiscale. Tuttavia penso che questo accadrà.

MATTEO RENZI PUÒ RAGGIUNGERE UN 4-5% CON ITALIA VIVA

Tutto a posto, dunque? Ovviamente no, il passaggio che aspetta il Pd è quello più difficile ora. Si tratta di tradurre in iniziative sul territorio e in organizzazione di eventi politici tutto quel ben di dio di intenzioni e di ragionamenti operosi. Come si diceva una volta, ora tocca alla prassi. Le polemiche di Matteo Renzi e dei renziani contano poco. È lui che se ne è andato, e con lui che sono andati via gli e le esponenti del Pd che più sono state premiate/i dalla sua gestione, tutti loro vorrebbero fare un rassemblement di destra-sinistra.

Se a Renzi riesce di prendere un po’ di voti a destra è grasso che cola. Non accadrà

Vedo un po’ debole il fianco sinistro, ma se gli riesce di prendere un po’ di voti a destra è grasso che cola. Non accadrà. La destra ha già casa sua, ne ha addirittura tre. Il fascino renziano dovrebbe accecare l’ala più moderata della destra e quella più moderata della sinistra. A occhio e croce stiamo parlando di un 4-5% elettorale, da non buttar via, che tuttavia non cambierà la fisionomia politica del Paese.

A DESTRA SOLO ODIO, IL PD DEVE RICOSTRUIRE SENZA FRETTA

Il Pd, invece, deve radicalizzare in modo netto, senza ricorrere al stigma del fascismo, la propria contrapposizione a una destra che le uniche idee le prende dal mercato dell’usato, che è tornata a tuonare contro neri e migranti, che è piena di giornalisti che nei talk show fanno a gara a dire stronzate. È in atto la più straordinaria operazione di brutalizzazione della politica. Se non ci fossero Maurizio Crozza e altri comici a far sorridere ci sarebbe da preoccuparsi ad ascoltare un mare di menzogne e una quantità belluina di incitamenti all’odio. Credo che arriverà un tempo in cui la destra pagherà questa stagione di follia.

L’intervento del segretario nazionale del Partito democratico Nicola Zingaretti alla convention del Pd a Bologna il 17 novembre.

Il Pd deve essere tutt’altra cosa. Fermo, rigorosamente legato alle istituzioni, movimentista di fronte al disagio sociale e nelle lotte per la difesa delle fabbriche (a cominciare dall’Ilva), deve insomma seminare senza avere fretta. Non sappiamo se il raccolto toccherà al Pd che Zingaretti e Cuperlo hanno riportato a sinistra o a un altro soggetto del tutto nuovo. È fondamentale che l’impressione di questi giorni si consolidi. Vi ricordate il bellissimo titolo che fece il capo-redattore del l’Unità Carlo Ricchini nel numero del quotidiano che accolse gli operai per la grande manifestazione e che Enrico Berlinguer aveva tra le mani? Diceva semplicemente: «Eccoci». Non dimenticatelo, diceva solo «eccoci». Era tanta roba allora, lo è di più oggi.

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Mattia Santori sulle sfide e il futuro delle Sardine di Bologna

Dopo il successo di Piazza Maggiore a Bologna, il flashmob trasloca nelle altre città emiliano-romagnole in vista delle elezioni di gennaio. «Se Salvini prende la nostra Regione», spiega uno degli organizzatori a L43, «vorrà dire che non ci sono più argini. E la gente deve rendersene conto».

Sono riusciti a portare in piazza Maggiore a Bologna 14 mila persone contro Matteo Salvini. E ora Mattia Santori, Andrea Garreffa, Giulia Trappoloni e Roberto Morotti, gli organizzatori di 6 mila Sardine, sono pronti a replicare il flashmob in tutte le città dell’Emilia-Romagna in vista delle Regionali del 26 gennaio. A partire, lunedì 18 novembre, da Modena. Manifestazioni senza bandiere e simboli di partito, ma aperte a tutti. «Per dimostrare», dice Santori a Lettera43.it, «che esiste un’alternativa. E per chiedere alle persone se sono davvero disposte a lasciare che le cose accadano senza fare niente».

Un’immagine tratta dal profilo Facebook di Mattia Santori.



DOMANDA: Intanto siete riusciti a battere Matteo Salvini: al Paladozza c’erano poco più di 5 mila simpatizzanti.
RISPOSTA. Matteo Salvini è il primo rappresentante di una politica populista fatta di slogan, che parla alla pancia delle persone. E, per quanto si sforzi di mostrarsi vicino alla gente, la sua è finzione. Costruisce un teatro al quale ci hanno già abituati sia Berlusconi sia Renzi. Riempie il PalaDozza, ma lo fa con trentini, lombardi e veneti. Quella non è politica, è marketing. Noi abbiamo voluto lanciare un modello diverso, fatto di partecipazione e di relazioni umane. 

Avete detto che non vi definite anti-politici né criticoni. Cosa significa?
La nostra piazza non è contro la politica, ma a favore della politica buona. Crediamo nel ritorno di una politica seria, articolata e complessa. Fatta di testa, non di pancia. Non a caso, l’inno delle sardine è Come è profondo il mare di Lucio Dalla. Una canzone bellissima, quasi poetica, ma che al contempo ha un testo lungo e non immediato. 

Crediamo nel ritorno di una politica seria, articolata e complessa. Fatta di testa, non di pancia. Non a caso, l’inno delle Sardine è Come è profondo il mare di Dalla

Molti politici, dal Pd al M5s, hanno messo il cappello sul vostro successo. Vi siete sentiti strumentalizzati?
Sinceramente non abbiamo percepito nulla del genere, né da parte dei partiti di centrosinistra né dal Movimento 5 stelle. A parte la Lega, che come al solito ha un modo di comunicare abbastanza bieco, abbiamo avuto l’impressione che il nostro messaggio sia passato in maniera netta. 

Il centrodestra e la Lega però alle urne sembrano inarrestabili. Cosa si aspetta in Emilia-Romagna?
Non lo so. Ci siamo limitati a lanciare un messaggio. Però vi sembra normale che contro anni di buon governo che parte da un radicamento sul territorio e da proposte concrete ci sia una candidata famosa soltanto per aver indossato in parlamento una maglietta con su scritto “Parlateci di Bibbiano”? Questo messaggio è arrivato così forte e chiaro che anche tanti nostri amici di destra, dopo aver visto ciò che abbiamo fatto, ci hanno detto: «Mai con la Lega». 

Qual è il futuro delle Sardine?
Questo dipenderà dalle Sardine. Dobbiamo capire che i primi responsabili della deriva populista siamo noi, in quanto cittadini. Se la risposta delle piazze sarà numerosa come quella di Bologna sicuramente andremo lontano. Ma dobbiamo mettere in conto che, essendo un movimento spontaneo, c’è il rischio che chi lo porta avanti commetta degli errori. 

Possiamo definire le Sardine un movimento di resistenza?
In qualche modo sì. Perché quella che stiamo subendo in Emilia-Romagna è un’invasione. Un’invasione dei messaggi di Salvini e della Lega. E sappiamo benissimo che se la nostra regione, che è una terra fatta di confronto, di volontariato e di associazionismo, capitola allora daremo un messaggio preciso a tutta Italia e anche a tutta Europa. Cioè che non c’è più un argine. E la gente deve rendersene conto. 

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