Zingaretti freni col M5s: Di Maio non è Aldo Moro

Ho un po’ paura di un partito, e “per” un partito, che dedica ossessivamente tutte le sue attenzioni alla questione delle alleanze. Il segretario Pd si dovrebbe invece occupare di dare un quid alla sua forza politica.

Nicola Zingaretti vuole l’alleanza strategica con il M5s ed è contento che Beppe Grillo a Napoli sembri – con Grillo è sempre bene essere prudenti – dargli ragione. Goffredo Bettini va ancora più in là annunciando un libro in cui motiverà la necessità di una alleanza larga che comprenda tutta la sinistra, i cinque stelle, Matteo Renzi e pezzi di Forza Italia. Sembra il Fantacalcio.

Ho un po’ paura di un partito, e “per” un partito, che dedica ossessivamente tutte le sue attenzioni alla questione delle alleanze. Avendo studiato Palmiro Togliatti e da vecchio militante del Pci, so che questo tema è centrale nella sinistra. Enrico Berlinguer dette il tormentone alla Dc per anni proponendogli quel compromesso storico persino come bandiera di campagna elettorale.

Il segretario del PD, Nicola Zingaretti, durante la fiaccolata della memoria contro l’antisemitismo e in ricordo della deportazione degli ebrei a piazza Santa Maria In Trastevere. Roma 12 ottobre 2019 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Faccio notare una differenza. Lì il vecchio, compianto segretario partiva da un assunto e cioè che fosse impossibile governare con il 51% e, in secondo luogo, che il dialogo con la Dc costituiva il necessario allargamento della democrazia in quanto due popoli diversi ma “costituiti” si sarebbero messi insieme per un viaggio riformista comune. Se la prima tesi berlingueriana, quella dell’inutile 51%, era sbagliata in radice, la seconda aveva un fondamento nella società e nella cultura politica dell’epoca.

IL M5S POLITICAMENTE È ANCORA TROPPO MUTEVOLE

Oggi si governa con molto meno del 51%, persino senza un voto che dica a che punto sono le forze politiche. Le medesime esprimono mutevoli orientamenti di opinione pubblica piuttosto che consolidati sentimenti e interessi. Anche la Lega, che ha una lunga storia, oggi è cosa indefinibile, sappiamo che è di destra, che è sovranista, che vuole l’autonomia delle Regioni del Nord, poi non sappiamo più nulla nemmeno se il suo leader è in condizioni di guidare sobriamente un partito.

Il comizio finale di Luigi Di Maio lo hanno ascoltato poche centinaia di persone mentre eravamo abituati a vedere folle immense

Lo stesso dicasi per i pentastellati. Il comizio finale di Luigi Di Maio lo hanno ascoltato poche centinaia di persone mentre eravamo abituati a vedere folle immense. Lo stesso Di Maio proclama la centralità del suo movimento dal “basso” del suo scarso 20%, essendo partito “dall’alto” del 30% e tuttora identifichiamo il popolo grillino, che il fondatore vuole far diventare “governista”, in una bella ammucchiata di incazzati, anche con il Pd, se non soprattutto col Pd. Parlare di alleanze strategiche, ha ragione Giuliano Ferrara, è, in queste circostanze, una cosa poco seria.

ZINGARETTI SI PREOCCUPI DI DARE UNA IDENTITÀ RICONOSCIBILE AL PD

È un bene che un governo si sia fatto ma che sia davvero un bene lo vedremo dal lavoro di Roberto Gualtieri. Tenere lontano Matteo Salvini da tutto ciò che può distruggere è utile per il Paese e persino per lui. Ma non si fonda una strategia su Salvini. L’uomo, come dimostra l’intervista alla giornalista amica Annalisa Chirico sul Foglio, è confuso, cambia idea con straordinaria rapidità, ha quelle giravolte che, come dice l’ottimo Alessandro Campi, solo il Mussolini nascente si poteva permettere.

Il segretario del Pd Nicola Zingaretti all’apertura della campagna elettorale del partito per le regionali in Umbria.

Salvini non è né Mussolini né un fascista, è un politicante che gode in Italia, grazie alla sua furbizia, del vento a favore del movimento sovranista mondiale, cioè di quella svolta a destra che dal Dopoguerra a oggi costituisce il maggior pericolo per il mondo e persino per le nazioni che vorrebbe difendere. Nicola Zingaretti si occupi di dare un quid al suo partito. Non tema etichette, lo faccia di sinistra, socialdemocratico, lo vesta con abiti vintage. La moda attuale fa schifo, prenda dall’armadio cose belle e le rimetta in sesto per le nuove battaglie, poi vada con chi incontra per strada, persino con Di Maio. Evitando tuttavia la mortificazione di benedire la peggiore sindaca di Roma.

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Zingaretti vuole trasformare l’accordo col M5s in un’alleanza

Il segretario del Pd tende una mano ai pentastellati in chiave anti-Salvini: «Insieme arriviamo al 40%». Ma sulle Regionali non transige: «In Emilia Romagna il candidato resta Bonaccini».

Nicola Zingaretti ammicca al Movimento 5 stelle, ma mette le cose in chiaro in vista delle Regionali, specificando che in Emilia Romagna il candidato del Partito democratico resta Stefano Bonaccini. «Il Pd e il M5s insieme rappresentano oltre il 40% dell’elettorato italiano, se allarghiamo anche agli altri alleati abbiamo un’alleanza che sta intorno al 47-48%%», ha detto Zingaretti parlando a Otto e mezzo. «Anche Renzi? Per quanto mi riguarda ovviamente sì, poi va chiesto a lui».

«SE NON FACCIAMO UN’ALLEANZA TORNA SALVINI»

«Noi oggi abbiamo forze politiche che rappresentano il 45-48% degli italiani, Pd e M5s sono oltre il 40% assieme», ha spiegato Zingaretti. «Vogliamo provare a farla diventare un’alleanza? Io dico di sì, sennò torna Salvini». Tuttavia, alla domanda se in caso di accordo per le Regionali il Pd sia intenzionato a trovare un altro candidato rispetto a Bonaccini, il segretario dem è stato netto. «No, in Emilia c’è un bravissimo presidente e un ottimo bilancio di quella amministrazione».

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Il parlamento sarà un Far West, Zingaretti faccia Tex

Il leader del Pd pare l'unico capo di partito ad avere il senso dello Stato. Ora alzi il tiro ed emerga come leader.

L’effetto principale della riduzione del numero dei parlamentari è di aver allontanato l’ipotesi delle elezioni anticipate. Forse di aver garantito a questa legislatura di durare fino alla scadenza. Potrebbe essere una buona notizia. C’è però una probabilità, che io considero una certezza, che l’assenza del ricatto elettorale trasformi il parlamento in un Far West in cui si scontrano bande diverse, si creano e si sfasciano alleanze, dilagano i cacciatori di taglie ma soprattutto di teste, in cui sarà difficile distinguere fra guardie e ladri e fra ranger e indiani.

DA RENZI A SALVINI, I LEADER DI PARTITO GODONO DEL CAOS

I più pronti a utilizzare questa opportunità di far quello che gli pare senza rischiare il giudizio elettorale sono i leader più spregiudicati. Per fare solo due nomi: Matteo Salvini si lamenta di non poter contare i voti in più che pensava di aver messo in bisaccia ma evita anche di rivelare al suo mondo quanto ha perso per qualche bicchierino in più. Al tempo stesso può prendere tempo, qualche anno circa, per assistere al definitivo tramonto delle ambizioni senili di Silvio Berlusconi e per cercare di frenare la resistibile ascesa della Giorgia Meloni. E poi può fare casino, la cosa per la quale ha un naturale talento.

Matteo Renzi e, sullo sfondo, Matteo Salvini.

Anche per Matteo Renzi è una pacchia la legislatura blindata. Nessuno sa quanto vale il suo partito. Probabilmente molto poco, ma avendo di fronte a sé molto tempo per tenere sulla corda il governo, e per difendersi dai magistrati, può immaginare di tornare ad essere il dominus della politica. Poi ci sono alcune decine, e forse centinaia, di parlamentari, soprattutto fra quelli che girano per le stanze di Camera e Senato guardandole già con l’occhio di chi ne starà lontano, che romperanno ogni disciplina e saranno disponibili per qualunque operazione. Una pacchia per chi pensa di tenere sulla corda questo governo, per chi pensa di poter diventare premier, per chi prepara le truppe per farsi eleggere al Quirinale o per far eleggere uno di famiglia.

LE RIFORME ISTITUZIONALI POSSONO DISTRUGGERE LA POLITICA

Le famose riforme istituzionali, su cui da decenni ci logoriamo, anche quando sono sicuramente utili – la riduzione dei parlamentari lo è, la fine del bicameralismo con Camera e Senato l’uno specchio dell’altro anche – stanno producendo la finale distruzione della politica. Si deve quindi partire da qui per dividere i buoni dai cattivi, per stare con i rangers e non con i banditi. Serve una classe politica che sia come Tex nel suo West, coraggioso, onesto, lineare, amichevole verso le minoranze. Oggi Tex non c’è. Non lo sono Renzi e Salvini, non lo è la Meloni, l’Italia si è persa dolorosamenti Giovanni Toti scomparso a Genova, non ce ne n’è uno gauchiste, Carlo Calenda sta studiando i piani quinquennali della vecchia Urss dopo aver abbandonato il liberismo.

Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti.

PER ZINGARETTI SI APRE UN’OPPORTUNITÀ UNICA

Resti solo tu, caro Nicola Zingaretti. La storia ti affida un compito e tu puoi accettarlo e prendere in mano le cose oppure consegnarti a una stagione di follia, prima vittima fra le vittime. Perché Zingaretti potrebbe essere Tex? Perché fa parte dei buoni (io sono anticonformista e tifo per i buoni), perché ha una bella faccia, perché sa come si amministra, perché è di sinistra ma senza esagerare. Gli servirebbe alzare il tiro, volare un po’ più in alto, solo un po’, distribuire qualche vaffanculo, circondarsi delle migliori teste di questo Paese, cioè fare una americanata come quando presidenti Usa non geniali avevano sempre la carta segreta di farsi accompagnarsi da uomini geniali. Io non sono un tifoso di Zingaretti. Alla mia età mi sono anche rotto le scatole di tifare per il Milan. Tuttavia faccio di necessità virtù e se mi guardo attorno vedo solo nel capo del Pd tracce di quel senso dello Stato che la classe politica tutta intera ha completamente smarrito.

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La Leopolda licenzierà Conte: Zingaretti fermi il gioco

Se il premier non ce la fa, se Renzi vuole giocare, se Di Maio traballa è meglio mandare tutti a casa prima della kermesse renziana e dare al capo dello Stato il tempo di fare un esecutivo elettorale.

Nicola Zingaretti ha ormai molto materiale per una riflessione seria. Il governo Conte traballa malgrado il buon lavoro che stanno facendo il ministro Roberto Gualtieri e la ministra Luciana Lamorgerse. La vicenda Usa-007 italiani è indubbiamente imbarazzante e rivela l’errore di Giuseppe Conte di tenere per sé la delega ai servizi segreti. Quel che conta, però, è che il clima nel governo è diventato improvvisamente rissoso. Tutto merito di Matteo Renzi.

I renziani fanno le vittime e si lamentano per le critiche che vengono rivolte al loro leader e a molti suoi collaboratori voltagabbana. Peccato. Peccato perché la politica che Renzi pratica non è fatta di sentimenti e di eleganza verso gli altri ma è impostata sull’aggressione e sull’interesse personale e della propria ditta. È legittimo da parte sua. Non è qui la critica. Se il giovane ex premier crede di avere carte per coagulare una inedita forza di destra-sinistra e per candidarsi a guidare il Paese, nessuno può contestargli l’ambizione. Purché questo disegno non si risolva in un danno generale. Il governo Conte non è nato per far giocare Renzi.

ZINGARETTI DICA CHE LA RICREAZIONE PER RENZI E DI MAIO È FINITA

A destra sono ancora sotto botta perché Matteo Salvini non riesce a uscire dalla sbornia estiva. Silvio Berlusconi è quello che è, ormai. Solo Giorgia Meloni sta ramazzando un po’ di scappati da casa dai due partiti alleati. Gualtieri e la ministra Lamorgese hanno messo in grave difficoltà la strategia sovranista. In poche settimane l’Italia non ha cambiato idea sulle grandi scelte partitiche ma gli urlatori sono sotto schiaffo e perdono consensi. Il governo Conte, se fosse operoso e silenzioso ed evitasse cazzate come quella sugli 007, potrebbe fare del bene sia al Paese sia al sistema politico. Non sta accadendo. Soprattutto la scissione di Renzi tiene in perenne ansia il quadro politico.

Se l’obiettivo fondamentale di questo esecutivo era quello di impedire la vittoria fragorosa di Salvini, l’obiettivo fra un po’ si rivelerà irraggiungibile

La domanda che deve farsi Zingaretti è questa: vale la pena investire il capitale, ormai piccolo, del Pd in questa operazione o non sta arrivando il momento di dire a Conte, a Luigi Di Maio e soprattutto a Renzi che la ricreazione è finita e che si va al voto? Se l’obiettivo fondamentale di questo esecutivo era quello di impedire la vittoria fragorosa di Salvini, l’obiettivo fra un po’ si rivelerà irraggiungibile. Se l’obiettivo era quello di dare tranquillità al Paese e impedire un collasso economico, basteranno altre due dichiarazioni di Renzi e la Leopolda per mandare tutto in crisi. Perché allora non accogliere la Leopolda con una crisi di governo?

IL PD DEVE DARSI UNA IDENTITÀ RIFORMATRICE

Oggi il voto lo vuole solo la Meloni. Salvini potrebbe avere brutte sorprese. Di Maio potrebbe essere costretto al ritiro. Renzi vedrebbe sparire il proprio gruppo parlamentare. Il Pd potrebbe raggiungere quella cifra elettorale intorno al 20%, o poco più, tipica delle socialdemocrazie europee che cercano di restare in vita. Ma soprattutto si avrebbe un chiarimento generale. Insisto su quel che ho già scritto: il Pd non può farsi carico del governo Conte. Se Conte non ce la fa, se Renzi vuole giocare, se Di Maio traballa è meglio mandare tutti a casa e dare al capo dello Stato il tempo di fare un governo elettorale decente risparmiandoci così anche la cazzata della riduzione del numero dei parlamentari.

Matteo Renzi al Senato.

Zingaretti potrebbe dire al Paese: ci abbiamo provato, ma siamo circondati da irresponsabili, se gli italiani vogliono evitare il baratro diano solidità a una forza tranquilla. Nel frattempo questa forza tranquilla dovrebbe darsi una identità riformatrice. Renzi sarebbe così a metà del guado. Farebbe una campagna elettorale contro il Pd ma così facendo inseguirebbe Salvini. Il nuovo parlamento avrebbe una probabile maggioranza di destra contrastata da una opposizione politica e sociale molto forte. Sarà inevitabile. Poi andremo tutti in fila a ringraziare Renzi, Bellanova, Boschi per aver, per ben due volte, consegnato il Paese alle destre.

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L’epidemia di “governite” può uccidere il Pd

I dem si sono sempre fatti carico di scelte scomode, pagandone un caro prezzo. Ma questo governo l’ha voluto Renzi e sta dando una “salvata” a Giuseppe Conte e ai cinque stelle: se la vedano loro nelle diatribe.

Anche sui quotidiani del 4 ottobre c’è un titolo su questa specie di rissa continua fra Matteo Renzi e il Pd. Il fuoriuscito è l’unico che se ne avvantaggia, visto che ha un bisogno vitale di stare sul palcoscenico del teatrino politico. Il Pd, ma soprattutto Nicola Zingaretti, tendono ad abboccare a questa trappola e, mostrando malumore o addirittura ricordando i fallimenti del governo Renzi, si danno martellate sui piedi, o un po’ più su.

Non discuto Renzi. L’uomo è quello che è, e anche il suo progetto è chiaro. Se non riuscirà a dominare una specie di centro-sinistra, cercherà di essere la guida di un centro-destra moderato senza la Lega. Sono solo sogni, ma vedi mai…

GLI EX COMUNISTI MALATI DI GOVERNISMO

Per Zingaretti, invece, la partita è più delicata e, se non si offende, più noiosamente ripetitiva. Ogni volta che quelli che vengono dal Pci vanno al governo vengono colpiti dalla “governite acuta”. È una brutta malattia che nel tempo ha procurato molti danni. Per esempio ha trasformato un partito di popolo in un partito per le élite, ha condotto un partito delle riforme sociali in un partito delle liberalizzazioni, insomma la definizione della sinistra come «sinistra di governo» l’ha condotta in un vicolo cieco in cui è rimasta per tanto tempo, e dove è ancora, assediata dal popolo furente sollecitato prima da Silvio Berlusconi, poi da Matteo Salvini e domani forse da Renzi. È una storia che viene da lontano.

Qualunque fosse il ruolo che ex comunisti e alleati avevano al governo, o all’opposizione, dovevano dar sempre prova di responsabilità

Il Pci era notoriamente un partito che, come si diceva con una brutta espressione, «si faceva carico», raccoglieva «la bandiera che la borghesia aveva lasciato cadere», dall’opposizione era molto responsabile e costruttivo, al governo dopo l’89 divenne il cane da guardia contro l’estremismo sociale e politico. Qualunque fosse il ruolo che ex comunisti e alleati avevano al governo, o all’opposizione, dovevano dar sempre prova di responsabilità, al punto che tutti gli errori dei governi di centro-sinistra sono stati addebitato ai Ds e poi al Pd, ma soprattutto all’anima ex comunista.

LA SINISTRA DI GOVERNO SI È SEMPRE FATTA CARICO DELLE DECISIONI SCOMODE

La storia italiana è stata talmente riscritta da quattro cialtroni per cui sembra che i comunisti siano stati ininterrottamente al governo dal Dopoguerra a oggi, che i Galli Della Loggia abbiano lottato nei gulag dell’Italia sovietizzata, che la borghesia salviniana che evadeva le tasse era l’avanguardia dell’Armata bianca. Mentre avveniva questa operazione di falsificazione storica i comunisti, in qualunque modo avessero deciso in quel momento di chiamarsi, continuavano “a farsi carico”.

Il senatore di Italia Viva Matteo Renzi.

C’era da difendere un Romano Prodi immobile? Eccoli lì come un sol uomo salvo poi difendersi dalla leggenda di aver tramato con Massimo D’Alema contro di lui. C’era da fare una guerra in Serbia? Che problema è, per senso di responsabilità si sono trovati un paio di comunisti che hanno mandato gli aerei. C’era da smontare lo stato sociale? Eccoli qui tutti responsabilmente blairiani e clintoniani, incitati da Federico Rampini oggi pentito. Financo sul tema dell’immigrazione hanno subito la bufala dell’invasione di massa e con Marco Minniti hanno imitato le scelte che poi Salvini ha attuato con la sua nota volgarità.

ZINGARETTI LA SMETTA DI FARE IL RESPONSABILE A OGNI COSTO

Ecco, direi che ora basta. Non fatevi più carico. Il partito più forte in parlamento è il Movimento 5 stelle. Se il governo fallisse e si tornasse a votare subito i grillini sparirebbero e Renzi non porterebbe in parlamento né Roberto Giachetti, né la coppia Bellanova-Boschi. Propongo a Zingaretti la cosiddetta “diplomazia del vaffanculo”. Questo governo l’ha voluto Renzi, sta dando una “salvata” a Giuseppe Conte e ai cinque stelle: se la vedano loro nelle diatribe, il Pd dica solo quel che vuole e come lo vuole, poi ciascuno a casa sua. Ora Renzi si lamenta perché Roberto Gualtieri ha fatto una piccola operazione sul cuneo fiscale. Forse ha ragione anche se il suo governo non aveva fatto neppure quella. Perché il Pd deve difendere “la piccola operazione”? La volete grande? E “famola grande”. Zingaretti non si “faccia carico”, i suoi alleati oggi come oggi sono più morti che vivi, li lasci fare e vada per la sua strada, lo inseguiranno.

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L’incognita dell’elettorato M5s e la cecità del Pd

A parte la fronda contro Luigi Di Maio, nessuno sa cosa sta accadendo veramente nei cinque stelle. Un vero partito di sinistra dovrebbe occuparsene invece di perdere tempo con Matteo Renzi.

Nessuno sa con esattezza che cosa stia accadendo nel Movimento 5 stelle. È sicuramente in atto una battaglia politica interna, una resa dei conti, par di capire, che mira a defenestrare Luigi Di Maio, l’uomo dalle molte sconfitte.

M5S DIVISI SUL RAPPORTO CON I DEM

C’è ovviamente una divisione netta sul tema del rapporto con il Pd con alcuni decisamente contrari (escludo dal novero Alessandro Di Battista che si colloca sempre dove lo si nota di più) e altri, come la senatrice Roberta Lombardi, protagonista con Vito Crimi del faccia a faccia sgradevole con il buon Pier Luigi Bersani che invece elogia il rapporto con il partito di Nicola Zingaretti e fa progetti per il futuro. Poi ovviamente c’è Beppe Grillo che sembra determinato a portare avanti la svolta anti-Salvini, mentre, a parte i boatos sugli incontri con Massimo D’Alema, il giovane Casaleggio sembra ancora un’incognita.

franceschini alleanza m5s pd
Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini.

IL PD TRA ENTUSIASTI E RILUTTANTI

Dal lato opposto, cioè nel Pd, c’è un’area ampia che sui 5 stelle fa talmente tanto affidamento da immaginare qualcosa di più di una alleanza temporanea. Penso a D’Alema, a Dario Franceschini, a Goffredo Bettini. E ci sono quelli che vivono l’accordo con il grillismo come una dura necessità come Matteo Orfini.

COSA PENSA DAVVERO L’ELETTORATO GRILLINO?

Questa girandola di posizioni, però, ruota attorno al tema di fondo: che cosa pensano davvero gli elettori grillini? La piattaforma Rousseau ha incoraggiato, con i suoi voti online, tutte le svolte, ma nessun istituto demoscopico, nessuna indagine giornalistica, nessuno studioso ha saputo azzardare un’ipotesi su dove voglia andare quel popolo che improvvisamente da “vaffanculista” si è ritrovato “riformista di governo”.

QUELLE INCOMPRENSIONI CHE PORTARONO A DISASTRI

Un tempo il partito di sinistra avrebbe creato un punto di osservazione per capire ciò che bolle in un’area di così grande interesse. Quando si arrivò al compromesso storico, la Dc non aveva segreti per noi, né in verità ne voleva mostrare. Ci volle un po’ di tempo, e forse ce ne vuole ancora, per capire come in un partito trasparente come il Psi si affacciasse e dominasse una figura come quella di Bettino Craxi. L’incomprensione del fenomeno Craxi portò a tanti disastri. Oggi l’incomprensione del fenomeno 5 stelle può portare agli stessi risultati.

LEGGI ANCHE: Rino Formica su Matteo Renzi e Riccardo Nencini

LO SVOLTISIMO NON È REVISIONISMO

Molti dirigenti del Pd riottosi verso l’alleanza lamentano che i 5 stelle non hanno operato una revisione dei loro cavalli di battaglia. Escludo che possano farlo. Lo “svoltismo”, malattia che Rino Formica ritrovava nei comunisti, appartiene anche ai grillini che, per l’appunto, svoltano ma non spiegano, insomma sono lontani dal revisionismo. Questo lavoro dovrebbe farlo il partito più forte di sinistra se non perdesse tempo con Matteo Renzi e soprattutto se non fosse prigioniero delle mode culturali del tempo per cui in Europa i suoi deputati, veri idioti, votano per mettere fuori legge quelli come me.

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Zingaretti si prepari: Renzi punta al centrodestra

La scissione di Italia Viva ha senso solo se si colloca nel fronte moderato in opposizione a Salvini. Difficilmente l'ex premier si alleerà con un Pd "infestato" a suo dire da comunisti o ex comunisti. Ma il segretario dem può fare molto. E bene.

Questi giorni complicati per Nicola Zingaretti possono aiutarlo a prendere decisioni di lungo periodo. La prima (già presa) è quella di allungare la vita del governo Conte bis portando a casa poche cose serie, fra cui i provvedimenti sul cuneo fiscale. Le buste paga devono diventare più pesanti. La seconda è più complessa. Zingaretti deve prendere atto che Matteo Renzi non solo se ne è andato ma non è detto che resterà nel campo del centrosinistra.

ITALIA VIVA DEVE TROVARE POSTO IN UN NUOVO CENTRODESTRA

La sua scissione ha senso solo se colloca Renzi nel fronte moderato, cioè in un nuovo centrodestra in competizione con Matteo Salvini. Renzi, infatti, non si alleerà più con un Pd che descriverà influenzato da comunisti o ex comunisti. La sua linea generale ha solo questo ispirazione. Mai più con la sinistra, a meno che non sia fatta da “pentiti” (caso Bellanova) o da personaggi che portano, come Riccardo Nencini, a destra la nobile sigla del Psi.

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TOTI E RENZI PRONTI A SPARTIRSI LO STESSO ELETTORATO

Non sto dicendo che Renzi è di destra, come non ho mai scritto che Salvini è fascista. Salvini è un uomo non presente a se stesso e la sua pericolosità è tutta qui. Renzi rischia di diventare un altro personaggio il cui ego porterà al disastro il sistema politico italiano. Renzi sogna il giorno in cui il termine “destra” possa essere sostituito da “moderati” e lui possa diventare il polo attrattivo di questo mondo. Da qui l’inevitabile incontro con quei berlusconiani che non vogliono andare con l’ineffabile Giovanni Toti. Ed è buffo vedere Toti e Renzi spartirsi questo elettorato che alla fine, beffandoli, se ne andrà con Salvini.

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IL PROGETTO POLITICO DI GIUSEPPE CONTE

Zingaretti senza Renzi deve fare una cosa che assomiglia a un nuovo partito e deve cercare di capire se, nella mutazione dei 5 stelle, può realizzarsi anche un definitivo spostamento a sinistra di questa formazione. I 5 stelle di Luigi Di Maio non sono affidabili (anche se sono molto meglio dei 5 stelle di Alessandro Di Battista), ma il premier Giuseppe Conte ha un disegno politico che potrebbe collocarlo, da moderato, sul versante di centrosinistra raggiungendo l’obiettivo che sia Renzi sia Francesco Rutelli hanno mancato.

TRA TANTI ESALTATI, ZINGARETTI SIA UN LEADER CALMO

Zingaretti può far molto. Può innanzitutto rinnovare il suo partito con gente nuova. In secondo luogo non deve temere di apparire come forza di sinistra aperta ai moderati. Niente Bernie Sanders, niente Jeremy Corbyn. Nel socialismo italiano ci sono tanti modelli, gli suggerirei Riccardo Lombardi. Zingaretti, infine, deve curare la propria immagine valorizzando la sua aria paciosa. La scena politica sarà dominata da esaltati (Renzi e Salvini, appunto) e gli italiani, che nulla hanno avuto dalla rivoluzione grillina, da quella salviniana e da quella di Renzi, probabilmente apprezzeranno un leader calmo.

IL SEGRETARIO PD NON BADI ALLA STAMPA TRASFORMISTA

Un leader calmo non è un leader immobile, soprattutto intellettualmente. La sfida di un nuovo partito e della stabilizzazione del rapporto con i 5 stelle richiede non solo un confronto ineludibile con il proprio popolo e con chi sta a sinistra, ma soprattutto con quel popolo che si vuole incontrare.
Ci saranno colleghi giornalisti che criticheranno queste cose che sto scrivendo prendendo atto della realtà e correggendo mie idiosincrasie politiche. Sono quelli che hanno tifato Silvio Berlusconi fino all’attimo prima della caduta in disgrazia, che sono convinti che Salvini tornerà e quindi è meglio tenerselo buono, che le mancate elezioni e il Conte bis sono stati un male ma quando accadde con Mario Monti scrivevano articolesse di incoraggiamento sul mitico Corsera. Questi sono i veri trasformisti. A Zingaretti direi: rispetta la stampa, ma fottitene. Un editoriale di Repubblica, dell’Huffington Post e dell’Espresso non ha mai, dicasi mai, spostato un voto.

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La scissione di Renzi vista da Zingaretti

Il segretario del Pd al Corriere della Sera: «Un po' me l'aspettavo. Per il governo è un rischio, serve responsabilità».

Nicola Zingaretti l’addio di Matteo Renzi al Pd un po’ se l’aspettava, «per l’atteggiamento di vicinanza ma non partecipazione che non ho mai compreso fino in fondo», ma adesso la priorità e garantire stabilità al governo e portare avanti «una riforma radicale» nel partito. Lo dice il segretario dem in un’intervista in apertura di prima pagina al Corriere della Sera. Zingaretti si dice dispiaciuto per la scissione dell’ex premier e ribadisce che a suo parere dividere il Pd è un errore. Ma ora si deve «portare nel futuro il Pd». Con il governo bisogna attuare misure come «riaccendere l’ economia italiana, promuovere davvero la rivoluzione verde nel Paese, tornare a creare lavoro, lottare contro le diseguaglianze» per «intercettare davvero il grande consenso delle destre».

ZINGARETTI: «MI APPELLO AL SENSO DI RESPONSABILITÀ DI TUTTI»

Zingaretti si augura che la scissione di Renzi non destabilizzi l’esecutivo («faremo di tutto perché non sia così»), ma «certo, è un rischio, perché con una nuova sigla politica cambia il quadro di governo e io mi appello al senso di responsabilità di tutti». Il partito, però, deve aprirsi «alle energie e alle idee nuove della società italiana», perché «una eccessiva cristallizzazione, una degenerazione correntizia contro la quale combatto da sempre, rischiano di isolarci dal Paese». Un nuovo corso che Zingaretti, dice, attuerà ad esempio moltiplicando e differenziando «i luoghi di aggregazione del partito». Tappe di cambiamento che passano per un grande appuntamento nazionale a novembre, mentre dal 3 al 6 ottobre «saremo nelle piazze e nelle strade» per incontrare le persone e presentargli «le nostre proposte». Rispetto invece a una possibile alleanza con il M5s alle Regionali, va maturato «un processo politico di confronto, di dialogo e di avvicinamento» commenta. Un dialogo concreto che nel governo permette di lavorare «per alzare gli stipendi degli italiani attraverso il taglio delle tasse, per varare un importante piano casa per le fasce sociali più deboli e aprire una nuova stagione di investimenti per le imprese».

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Tutti i nemici della scissione Renzi-Pd

La mossa dell'ex segretario scatena le reazioni della politica italiana. Conte perplesso dalla tempistica, Salvini all'attacco: «Cosa non si fa per la poltrona». Ma è tra i dem che c'è maggiore apprensione.

Non si può dire che l’addio di Matteo Renzi al Partito democratico abbia colto di sorpresa gli addetti ai lavori. Semmai è la tempistica ad avere indotto più di una riflessione, in considerazione soprattutto delle possibili ripercussioni della scissione sulla tenuta dell’esecutivo giallorosso. Anche il premier Giuseppe Conte sembra essere rimasto stupito dall’annuncio dell’ex segretario dem. «Il presidente Conte, nel corso della telefonata ricevuta ieri sera da Matteo Renzi, ha chiarito di non volere entrare nelle dinamiche interne a un partito», hanno spiegato fonti vicine a Palazzo Chigi. «Ha però espresso le proprie perplessità su una iniziativa che introduce negli equilibri parlamentari elementi di novità, non anticipati al momento della formazione del governo. A tacer del merito dell’iniziativa, infatti, rimane singolare la scelta dei tempi di questa operazione, annunciata subito dopo il completamento della squadra di governo».

SALVINI: «CHE PENA, COSA NON SI FA PER SALVARE LA POLTRONA»

Decisamente più diretto, e non poteva essere altrimenti, il giudizio espresso da Matteo Salvini. «Prima incassa posti e ministeri, poi fonda un “nuovo” partito per combattere Salvini», ha scritto su Twitter il leghista. «Che pena, cosa non si fa per salvare la poltrona… Il tempo è galantuomo, gli italiani puniranno questi venduti». «Nessuna sorpresa», invece, per Luigi Di Maio.«Di certo per noi non rappresenta un problema, anche perché le dinamiche di partito non ci sono mai interessate. Lavoriamo per gli italiani, solo a loro dobbiamo dare risposte».

FRANCESCHINI: «RENZI È UN GROSSO PROBLEMA»

Ma è proprio dentro al Pd che i malumori si sono fatti più consistenti e difficili da trattenere. Tanto che Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali e capodelegazione del Pd nel governo, nel corso di una conversazione con la sua omologa tedesca Michelle Müntefering, non ha esitato a definire Renzi «a big problem». E se Nicola Zingaretti ha descritto quello dell’ex segretario come «un errore», Enrico Letta ha parlato di una scissione «senza ragioni politiche». Insomma, il clima di pacificazione auspicato da Renzi nella sua intervista a Repubblica sembra già essere andato a farsi benedire.

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L’appello di Zingaretti contro la scissione nel Pd

Il segretario dem cerca di scongiurare la divisione con i renziani: «Sarebbe un errore che gli italiani non capirebbero». E anche Franceschini prova a convincere l'ex premier.

«Un Pd unito serve alla democrazia italiana e alla stabilità del governo. Dividersi in questo momento è un gravissimo errore che l’Italia non capirebbe». Nicola Zingaretti cerca di scongiurare la scissione renziana che sembra sempre più vicina e Dario Franceschini rivolge un appello all’ex premier: «Renzi, non farlo. Il Pd è la casa di tutti, casa tua e casa nostra», -dice il ministro, «il popolo della Leopolda è parte del grande popolo del Pd. Non separiamo questo popolo, non indeboliamoci spaccando il partito di fronte a questa destra pericolosa». E proprio alla Leopolda, tra un mese, Renzi in un’intervista al Corriere Fiorentino promette parole «chiare come mai in passato».

LA PROSPETTIVA CONCRETA DI GRUPPI AUTONOMI RENZIANI

Alle prese con la difficile sfida del governo con M5s e Leu («dobbiamo provare a costruire una casa comune con i sassi che ti hanno gettato contro», dice Dario Franceschini citando il Talmud e Erri De Luca) e con il tentativo di alleanze analoghe alle Regionali, il Pd ha di nuovo il fronte interno aperto. La prospettiva è la formazione di gruppi parlamentari autonomi renziani, un progetto già avanzato di «separazione consensuale», secondo i promotori. Per Franceschini però “«questa idea è ridicola, quando spacchi un partito è sempre traumatico».

NESSUNA REAZIONE UFFICIALE ALL’APPELLO

Il capodelegazione al governo, promotore e tessitore dell’accordo con il M5s rinnova quindi l’appello all’unità. D’altro canto, ragionano in molti nel partito, «siamo arrivati uniti a formare il governo e Renzi ha avuto un ruolo da protagonista, perchè indebolirsi ora?». «Una scissione a freddo non avrebbe senso» – sostiene pure Enrico Letta – «visto anche il modo intelligente e inclusivo in cui Zingaretti ha gestito questa fase». Dal fronte renziano nessuna reazione ufficiale all’appello di Franceschini. In due interviste Ettore Rosato – papabile come coordinatore del nuovo movimento – e Ivan Scalfarotto elencano i motivi del malumore renziano. Tra gli altri, «non siamo quelli che cantano Bandiera Rossa al comizio del segretario» e «vogliamo un’Italia libera, fresca, viva. E un partito senza correnti e senza fuoco amico». Distanze sui contenuti politici e anche personali. L’eventuale ritorno nel Pd dei fuoriusciti anti-Renzi – simboleggiati da Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema – è un’altra delle ragioni che motiverebbero l’uscita dei renziani dal Nazareno. L’appuntamento è alla Leopolda dal 18 ottobre. Nella vecchia stazione da cui tutto partì Renzi chiarirà le sue intenzioni.

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