Nuovo governo, vecchi problemi: la cura Kazimi salverà l’Iraq?

Dalle tensioni settarie all'eterno scontro Usa-Iran: l'esecutivo di Kazimi ha convinto il parlamento. Riuscirà a fare lo stesso con i manifestanti?

Ci sono voluti mesi per riuscire ad approdare a un nuovo esecutivo dalle ceneri del governo guidato da Abdul-Mahdi, 77enne e già vice-presidente e ministro del petrolio e delle finanze, travolto dall’ondata delle manifestazioni di protesta da un lato e dalla repressione stragista che ne è seguita. Si è trattato di un approdo sofferto costato il fallimento dei due tentativi portati avanti per formare un nuovo governo (Mohammad Tawfiq Allawi, ex ministro delle Telecomunicazioni, con cittadinanza britannica e sostenuto dai partiti vicini all’Iran, e poi Adnan Zurfi) . È stato il terzo, il capo dell’intelligence interna, Mustafa Kazimi a farcela dopo alcuni aggiustamenti dell’ultima ora e a ottenere il necessario voto favorevole del parlamento sulla nuova compagine governativa. Mancano ancora due ministri di peso, agli Esteri e al Petrolio, ma è opinione piuttosto condivisa che si sia finalmente cominciato a giocare la partita della governabilità.

LE LOGICHE SETTARIE E LA SPARTIZIONE DEL POTERE

Su quale base? Fondamentalmente su quella identificata con le parole muhahasa ta’fia che rispecchiano un sistema che noi chiameremmo di consociativismo, cioè di riparto del potere in tutte le articolazioni politico-istituzionali del Paese fra i rappresentanti etnico-settari – curdi, islamici sciiti e islamici sunniti – oppure, se si vuole, un sistema di censo virtuale costruito sulla divisione del lavoro secondo la valutazione della percentuale della popolazione afferente, rispettivamente, agli sciiti, ai sunniti e ai curdi. Intendiamoci, questo sistema non è un’esclusiva dell’Iraq in Medio Oriente e altrove; però è stato codificato nel lontano 1992 da una coalizione di gruppi politici in esilio anticipando di molto l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti e della sua occupazione dopo il 2003. E ciò avvenne nell’aspettativa che la regola del partito unico del regime baathista sarebbe più potuto tornare e che nessun altro gruppo etnico o settario sarebbe stato in condizione di prevalere sugli altri. Nobile intento ma pessima soluzione, considerata col senno di poi, anche perché avallata nel tempo sia dagli Usa che da Teheran come quella che meglio garantiva la politica di influenza cui entrambi puntavano invece di propiziare la creazione di condizioni suscettibili di promuovere il consenso in base alla cittadinanza.

Ogni governo succedutosi dopo la promulgazione della Costituzione del 2005 ha sventolato la bandiera dell’inclusività (leggasi consociativismo)

Ebbene, anche Kazimi ha dovuto piegarsi a questa logica per affermare il suo governo e il suo premierato in parlamento. Ed è legittimo temere che questa “servitù” non prometta nulla di veramente costruttivo in direzione degli obiettivi di riforma del sistema complessivo di potere annunciati al Paese nel momento in cui aveva accettato l’incarico del presidente della Repubblica. Del resto, ogni governo succedutosi dopo la promulgazione della Costituzione del 2005 ha sventolato la bandiera dell’inclusività (leggasi consociativismo) ma è rimasta forte nell’opinione pubblica la percezione che dietro a questa bandiera vi fosse in realtà marginalizzazione e discriminazione. Con i risultati visti verso la fine del 2019. Rimane la speranza che la scelta fatta sia da accreditare al quel pragmatismo e a quella duttilità che negli anni hanno fatto accrescere la stima verso Kazimi da parte di un po’ di tutti i gruppi. Lo vedremo; e soprattutto lo vedrà il diretto interessato che ha subito dovuto mettere in conto la ripresa delle massicce manifestazioni di protesta in tutto il Paese dopo i primi due mesi dallo scoppio del coronavirus: da Baghdad a Nassirya a Bassora, tutte all’insegna della rivendicazione di un completo mutamento del sistema politico, della fine della corruzione, di migliori condizioni di vita, etc.

LE SFIDE DELL’ANTI-TERRORISMO

Tutto ciò mentre il neo-premier decretava il rilascio dei dimostranti dei mesi precedenti ancora in prigione, compensazioni alle famiglie delle centinaia di vittime di allora, lo sblocco dell’erogazione delle pensioni e poneva il generale Wahab al Saadi, distintosi nella lotta all’Isis, alla testa dell’anti-terrorismo. La sua credibilità è alla prova anche sul fronte del Covid-19 e soprattutto del delicato problema delle ripercussioni del crollo del prezzo del petrolio, la risorsa decisiva del Paese sotto tutti i punti di vista, dall’economico al sociale. In questo contesto si colloca l’ulteriore sfida che si pone per Kazimi: come giostrarsi tra le confliggenti strategie di influenza dell’Iran da un lato e degli Usa dall’altro. Con la postilla tutt’altro che marginale delle radici piuttosto profonde piantate dal primo, oggi peraltro in difficili condizioni socio-economiche e sanitarie, e la volontà dei secondi di incrementare la presenza politico-militare in quel Paese cardine degli equilibri di potere nella regione, mentre una parte importante della popolazione guarda ormai con criticità la loro presenza.

IL BRACCIO DI FERRO USA-IRAN

L’Iran non sembra voler demordere dalla posizione acquisita in anni di promozione della propria immagine, da ultimo nella lotta all’Isis. Gli Usa dal canto loro stanno mettendo a punto un disegno strategico che dovrebbe scattare il prossimo giugno nel corso di un incontro bilaterale programmato da tempo anche sotto la pressione del parlamento che vede in loro una vera presenza ostile. Un primo importante gesto è venuto con la decisione di consentire all’Iraq di continuare a rifornirsi di elettricità e di gas dall’Iran per altri 120 giorni senza incorrere nelle cosiddette “sanzioni statunitensi di secondo grado”; concessione accompagnata dall’esplicito favore per le annunciate misure programmatiche di Kazimi, tra le quali la tenuta di elezioni, la sottoposizione al controllo statale di tutte le forze armate e le iniziative miranti a fronteggiare i gravi problemi della sanità e dell’economia del Paese. Iniziative per le quali lo stesso Donald Trump ha fatto sapere di voler assistere il Paese nel corso di una telefonata diretta proprio a Kazimi. L’evoluzione della situazione in Iraq ci riguarda da vicino, non solo per l’importanza oggettiva del Paese ma anche per la nostra presenza in loco nel contesto Nato e Comando Multinazionale che, quantunque ridimensionata a causa del coronavirus, è integra un importante baluardo contro lo stato islamico ancora carsicamente e pericolosamente presente sul territorio iracheno.

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Israele, le cose da sapere sul nuovo governo Gantz-Netanyahu

A dettare l'inaspettata alleanza è stato il Covid-19. Ma l'esecutivo potrebbe non avere vita facile a causa dei processi a carico del primo ministro uscente e dei fragili equilibri interni.

Israele è l’unico Paese al mondo in cui l’agenda politica e la formazione stessa del nuovo Esecutivo post elezioni è stata dettata dal Covid-19 che ha imposto una compagine di governo che era stata rifiutata dagli stessi protagonisti (e in modo convinto dai loro elettori) per ben tre campagne elettorali nel giro di 18 mesi: l’alleanza piena tra Benny Gantz e Benjamin Netanyahu. Una alleanza resa possibile ora solo da una clamorosa e inaspettata giravolta -secondo molti commentatori opportunistica- di Gantz, che in solitaria e in pieno disaccordo con i propri principali alleati della formazione Bianco e Blu, ha deciso di abbandonare il cardine stesso delle sue tre campagne elettorali: il netto rifiuto della possibilità che Netanyahu possa diventare premier o addirittura entrare in un governo a causa dei tre processi con gravi accuse di corruzione e conflitto d’interessi che inizieranno il 24 maggio. Dopo la giravolta, ora, Gantz sostiene esattamente l’opposto: che Netanyahu è pienamente legittimato a diventare premier per i primi 18 mesi della legislatura, per poi passargli la staffetta della premiership.

A NETANYAHU LA SCELTA DEL PROSSIMO PROCURATORE GENERALE

Non solo, Gantz oltre a concedere a Netanyahu il premio considerevole del primo turno nella staffetta della premiership, ha anche ceduto su un punto politico dirimente, sul quale le trattative in una prima fase erano naufragate: la nomina del prossimo Procuratore Generale. In Israele, dove vige la Common Law, è il governo a nominare questa figura centrale e potentissima (è stato l’attuale Procuratore Generale Avichai Mandelblit, che da qui a poco è in scadenza, a incriminare Netanyahu) ed è evidente che Netanyahu si vuole premunire e nominare un successore di proprio gradimento che abbandoni le accuse contro di lui.

PRIMA L’INTERESSE PUBBLICO

Dunque, un cedimento radicale di Gantz su tutti i fronti, le cui motivazioni sono da attribuite solo alla pandemia del Covid 19: «Alla luce delle circostanze molto speciali che lo Stato di Israele deve affrontare, tre campagne elettorali in un anno e mezzo, una crisi e una polarizzazione sociale, una crisi sanitaria derivante dalla diffusione del coronavirus, una crisi economica derivante in parte da una crisi sanitaria e dall’incertezza giuridica, riteniamo che sia da preferire l’interesse pubblico per l’istituzione del governo di emergenza»

CON LA BENEDIZIONE DEL LABOUR

Prevedibile lo scandalo dei suoi principali alleati, per nulla convinti di questa giravolta a 180 gradi, tanto che Yair Lapid, già fondatore e capo di Yesh Atid, partito dell’Alleanza “Bianca e Blu” e Moshe Ya’alon, anche lui già capo di Stato Maggiore delle Forze Armate di Israele, hanno denunciato l’accordo e voteranno con i loro parlamentari contro il nuovo governo. Di parere opposto invece il Labour di Amir Peretz, che ha portato alla quasi scomparsa il partito che pure fu leader della politica israeliana per più di di 50 anni ottenendo nelle ultime elezioni solo 3 seggi e che ora ottiene ben due dicasteri sostenendo il governo.

SCELTE DA PRENDERE ALL’UNANIMITÀ

Letteralmente partorito dal Covid 19, questo strano esecutivo avrà vita non facile, anche perché è palese la radicale sproporzione tra il clamoroso successo ottenuto da Netanyahu e la fragilità della scelta solitaria e per molti commentatori opportunistica di Gantz. Sproporzione che si rifletterà sulle scelte di un governo pletorico (ben 36 ministri su 120 deputati della Knesset) che dovranno essere sempre prese all’unanimità, col diritto di veto di ogni componente e che vedranno da una parte i 17 ministri del Likud forti di una più che decennale esperienza di governo, mentre i 17 ministri del gruppo di Gantz sconteranno la propria totale inesperienza di governo.

L’INCOGNITA DEI RICORDI ALLA CORTE SUPREMA

Va notato però che non è detto che questo “governo Covid” possa realmente decollare: lunedì 4 maggio infatti la Corte Suprema di Israele si pronuncerà sui ricorsi presentati da alcuni movimenti che sostengono che, se condannato, Netanyahu non può guidare il Governo. Gantz e Netanyahu sostengono che la Corte Suprema non può deliberare su un quesito che spetta unicamente alla politica e al Parlamento affrontare e sciogliere. Ma non è detto che la Corte Suprema sia del loro parere.

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L’ultimo azzardo di Haftar rischia di costargli caro

Il generale si è autoproclamato leader della Libia, ma non è mai stato così debole. Ma lui nega l’evidenza dei fatti e si pone in una situazione che questa volta può di scoppiargli in mano.

Due proposte contradditorie rispecchianti l’espressione di un clima di tensione se non proprio di conflittualità, ovvero la rappresentazione di una commedia tra uno che incarna il ruolo del poliziotto buono e l’altro quello del poliziotto cattivo? Di questo si discuteva pochi giorni fa a proposito delle dichiarazioni del generale Haftar da un lato e di Saleh, il presidente del Parlamento di Tobruk, dall’altro. Laddove. Il primo assicurava il popolo libico che le sue forze armate erano pronte – con lui garante davanti a Dio e per il tramite dei consigli locali, le istituzioni della società civile i sindacati e le organizzazioni professionali – a correggere la situazione di stallo del momento, liberare l’intero territorio libico, pacificarlo e ottenere cui il popolo aspira.

Il secondo, a dare corpo a una road map suscettibile di superare i problemi del Paese con la collaborazione di figure nazionali ed elite politiche, esprimendo l’auspicio che i colleghi deputati manifestino la loro disponibilità ad essere i primi a sostenere la sua proposta. Proposta formulata in otto punti basati sulla ristrutturazione dell’attuale esecutivo – l’organo di governo guidato da Faiez Serraj da Tripoli – nato dall’Accordo politico firmato a Shkirat nel dicembre del 2015, la sua rielezione nelle tre principali regioni delPaese (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan), la riscrittura della Costituzione.

In questi punti non viene fatta alcuna menzione ad Haftar e alle sue forze armate, ma si afferma che esse stanno svolgendo il loro compito per proteggere il Paese e la sua sicurezza. Si esprime inoltre la speranza che le Nazioni Unite riprendano il progetto di consultazione nazionale interrotto proprio a causa della guerra per la “liberazione di Tripoli” lanciata da Haftar nell’aprile del 2019 e si chiede a tutti gli Stati e al segretario generale delle Nazioni Unite di sostenere la sua road map.

L’AZZARDO DI HAFTAR RISCHIA DI SCOPPIARGLI IN MANO

Utile annotare che queste due prese di posizione, sostanzialmente diverse e direi fortemente contrastanti, sono state formulate all’indomani di una serie di operazioni militari che stavano di fatto portando le milizie che sostengono Serraj – rimpolpate dal sostegno in militari e materiali dalla Turchia – a riprendere il controllo dell’intera costa occidentale della Libia fino alla Tunisia; controllo accentuato dal presunto ritiro del sostegno assicurato ad Haftar da alcune tribù dell’interno. Insomma, in un momento di serie difficoltà di quest’ultimo, che fino a poche settimane fa era considerato da non pochi osservatori l’ormai inesorabile vincitore della partita con Serraj.

Il generale Haftar.

Per spiegare come stessero effettivamente le cose fra i due contendenti e i rispettivi sponsor ci ha pensato lo stesso generale Khalifa Haftar che in una dichiarazione pronunciata in un servizio televisivo si è autoproclamato leader della Libia e, indicando le manifestazioni di sostegno in corso in alcuni punti del Paese sotto il suo controllo, ha dichiarato di considerare che l’accordo di Shkirat doveva essere considerato superato e di «accettare il mandato del popolo libico di governare il Paese». Con ciò non solo negando qualsivoglia condivisione tattica con Saleh, ma negando anche l’evidenza dei fatti e ponendosi in una situazione che rischia di scoppiargli in mano. Quanto a Saleh, val la pena di ricordare che quel poco o tanto di legittimazione di Haftar deriva dal riconoscimento della legittimazione del parlamento di Tobruk, impersonatoproprio in Saleh, fondato proprio sull’accordo di Shkirat.

Gettare alle ortiche l’accordo di Shkirat in una fase del conflitto che non lo vede affatto vincente appare altamente rischioso

Mossa dunque quanto meno azzardata la sua. Quanto ai fatti, è significativo che questa roboante presa di posizione sia stata adottata nel momento meno favorevole (per Haftar) della guerra di “liberazione di Tripoli” iniziata giusto un anno fa e supposta concludersi in tempi molto rapidi. Gettare alle ortiche l’accordo di Shkirat che era stato accolto da una cospicua maggioranza dei gruppi politici e militari del Paese e per di più in una fase del conflitto che non lo vede affatto vincente, appare poi altamente rischioso. A meno che Haftar non abbia dalla sua parte la prospettiva, o meglio, la concreta garanzia di una tale iniezione di sostegni militari da tranquillizzarlo – da parte dell’Egitto, degli Emirati, della Francia – un tale orizzonte non sembra però corroborato da segnali inequivoci.

DA MOSCA A BRUXELLES APPELLI AL RITORNO ALLE TRATTATIVE

Interessante a questo proposito la reazione di Mosca che per bocca del suo ministro degli Esteri Lavrov ha sollecitato i «mediatori internazionali» a rimettere a fuoco l’esigenza di una ripresa del dialogo fra le parti in conflitto e i player internazionali a cercare di riportarle al tavolo negoziale. Noi abbiamo sempre sostenuto il principio secondo cui sono le decisioni debbono essere adottate direttamente dalle parti in conflitto, se necessario con l’aiuto esterno. Mosca continuerà ad aiutare la Libia in tale direzione. Washington ha espresso rammarico un laconico rammarico, peraltro condito con il favore espresso a favore di un coinvolgimento di Haftar in un dialogo serio.

L’Italia sottolinea che ogni decisione sul futuro della Libia va presa in via consensuale e democratica nel solco dell’Accordo Politico Libico di Skhirat

L’Italia dal canto suo, nel rinnovare l’invito alle parti ad aderire a una tregua durante il sacro mese del Ramadan e a lavorare costruttivamente per il raggiungimento di un cessate il fuoco duraturo, ha riaffermato il suo pieno sostegno e riconoscimento alle istituzioni libiche legittime riconosciute dalla Comunità internazionale: Consiglio presidenziale, governo di Accordo Nazionale, Camera dei rappresentanti e Alto consiglio di Stato. L’Italia sottolinea che ogni decisione sul futuro della Libia va presa in via consensuale e democratica nel solco dell’Accordo Politico Libico di Skhirat del dicembre 2015 e del percorso di stabilizzazione condotto dalle Nazioni Unite nell’ambito del Processo di Berlino.

Combattenti pro Serraj (Getty Images).

Similare anche se più generica la posizione dell’Unione europea che per il tramite dell’Alto Rappresentante Borrell ha affermato di seguire con preoccupazione quanto accade nel Paese e ha rinnovato la richiesta agli attori di fermare i combattimenti e avviare un processo politico inclusivo sotto l’egida dell’Onu. Domanda: perché nessuno vuole ricordare che Haftar è l’aggressore? Realismo politico o volontà di ricerca della pace a ogni costo? Continua nel frattempo la minaccia del coronavirus mentre torna alla ribalta la questione migratoria. 

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Dallo Yemen alla Libia, né il virus né il Ramadan fermano le bombe

Le lacerazioni di San'a. La palude di Idlib. L'avanzata di Serraj. In Medio Oriente e Nord Africa i conflitti più sanguinosi proseguono, nonostante tutto.

Ci mancava solo un’alluvione per aggravare la situazione a dir poco allarmante in cui versa lo Yemen; in termini umanitari, di sicurezza, bellici, politici, ambientali. Un altro trauma, in questo caso per cause naturali, che ha investito un’area relativamente vicina a San’a, la capitale del paese, provocando distruzione e morte. Ricordiamo che San’a è da circa cinque anni sotto il controllo degli Houthi, un gruppo che, manu militari, ha costretto alla fuga verso il Sud del legittimo presidente Hadi, legittimo in quanto eletto democraticamente, ma responsabile di un grave disconoscimento delle rivendicazioni che quel gruppo rappresenta.

YEMEN, UN GROVIGLIO INESTRICABILE DI CONTRAPPOSIZIONI

Si tratta di un trauma che non ha suscitato particolare attenzione mediatica così come è stato del resto per le gravi ripercussioni sociali di una guerra civile avvelenata dal retrostante conflitto per procura tra l’Iran e l’Arabia Saudita, dalla minaccia del terrorismo (Al Qaeda e Isis) e dal risorgente separatismo del Sud del Paese. Ripercussioni che sono andate formando un groviglio di lacerazioni e di contrapposizioni che hanno pressoché azzerato gli sforzi di mediazione prodotti dai diversi Inviati speciali del Segretario generale dell’Onu, da ultimo da Martin Griffiths. Tanto da spingerlo a svolgere un’impietosa narrazione della situazione del Paese e a proiettarvi il fascio di luce di una sfida negoziale imperniata sulla necessità di fronteggiare il nuovo nemico, il Covid-19 che minaccia – sono parole sue – di portare ulteriori e più vaste sofferenze alla popolazione yemenita.

L’APPELLO DELL’INVIATO SPECIALE GRIFFITHS

Griffiths ha sollecitato con forza e passione che si passi al silenzio delle armi e alla ricerca di una soluzione politica dopo mesi di defatigante ricerca di seguiti concreti al primo ed embrionale accordo che era riuscito a far accettare dalle due parti, a Stoccolma, nel dicembre del 2018. Lo ha fatto di proposito in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu e dunque, di fatto, nella sede simbolo della sicurezza della comunità internazionale ponendo in rilievo come, ancorché accolto da entrambe le parti, sia stato finora recepito, anzi addirittura anticipato dal governo yemenita e dalla coalizione militare a guida saudita che lo sostiene con un cessate il fuoco unilaterale. Griffiths si è anche spinto ad adombrare una sorta di road map futuribile qualora intervenisse una sia pur temporanea cessazione delle ostilità: adozione di misure economiche e umanitarie includenti il rilascio di prigionieri, apertura dell’aeroporto internazionale di San’a; pagamento dei salari ai dipendenti pubblici; accesso al porto di Hodeida dei beni di necessità; contrasto diretto e indiretto al coronavirus e ripresa del processo politico.

PUTIN ED ERDOGAN NELLA PALUDE SIRIANA

La diffusione del coronavirus e l’imminente Ramadan dovrebbero poter rappresentare un robusto coadiuvante a favore dell’accoglimento della sollecitazione di Griffiths. Ma il lancio di un missile balistico diretto dagli Houthi contro la città di Mareb che la ha accompagnata non sembra incoraggiante. Poco incoraggiante risulta anche la dinamica che si osserva nella regione di Idlib, nel Nord-Ovest della Siria dove Mosca non ha nascosto la sua frustrazione di fronte alla condotta della Turchia. Dal suo versante militare Putin ha voluto far sapere di aver ribadito “l’invito” che da tempo rivolge e in termini sempre più pressanti ad Ankara perché si decida a fare il necessario per riuscire a separare le forze dell’opposizione moderata (a Damasco) da quelle del terrorismo jihadista (Hayat Tahrir al-Sham). E ciò in ottemperanza alle intese raggiunte nel settembre scorso tra i due Paesi.

Il coronavirus non sembra fungere da deterrente degno di questo nome nei Paesi del Medio Oriente straziati da guerre interne. Per ora almeno

Questa volta da parte russa è stata anche evocata la prospettiva di una tale divisione in vista della «riconsegna del territorio alla sovranità siriana», un obiettivo che certo Erdogan non vede con favore. Su questo scenario si è ora allungata l’ombra della minaccia infettiva del coronavirus per la quale si adombra in maniera abbastanza esplicita la responsabilità delle milizie iraniane, o comunque riferibili a Teheran, presenti in loco. Una minaccia ancora contenuta che non facilita certo il perseguimento degli obiettivi di Ankara, siano essi rappresentati da Damasco piuttosto che dalla presenza curda. E intanto torna a manifestarsi l’Isis approfittando del disorientamento generale provocato dalla pandemia mentre Bashar al Assad fatica a trovare una linea strategica all’altezza della situazione. Con buona pace per il mese sacro del Ramadan.

LIBIA, L’AVANZATA DELLE FORZE PRO-SERRAJ

Dove invece Erdogan sta ottenendo risultati apprezzabili è in Libia. Le forze che sostengono il governo di Tripoli a guida Serraj, tra le quali di fondamentale rilievo, come ben noto, figurano quelle assicurate da Ankara, stanno riconquistando località importanti della costa occidentale del Paese a suo tempo conquistate dal generale Haftar che sembra aver smarrito la sua capacità offensiva, ornai concentrata nell’area Sud di Tripoli. Non pochi osservatori si stanno anzi chiedendo se i risultati di questa controffensiva possano costituire essere il punto di svolta, di conversione di quella che nelle sue dichiarazioni trionfalistiche doveva essere la “liberazione” di Tripoli dalle forze del terrorismo. Una marcia militare da guerra lampo e che invece si è trasformata in una nefasta guerra per procura che dura da 12 lunghi mesi ma che è valsa a provocare morte e distruzione e a gettare alle ortiche tutto il lavorio diplomatico condotto dall’Inviato del Segretario generale delle Nazioni Unite per far convergere il maggior numero di milizie e tribù libiche su un’operazione di stabilizzazione e quindi di auspicabile pacificazione del Paese.

HAFTAR “VEDE” L’ENNESIMA SCONFITTA

Non si può ancora dire che egli abbia perso, ma questi ultimi giorni lo vedono per la prima volta perdente, tatticamente e strategicamente; ciò che ben riflette la biografia di questo generale in cui le sconfitte superano largamente le vittorie sul campo ottenute ai tempi di Gheddafi. Perdente e, ciò che forse più conta, con una coesione alquanto labile delle forze militari su cui si sostiene. Ma la posta in gioco è molto alta e non sembra che i suoi sostenitori (dall’Egitto agli Emirati passando per la Francia) siano disposti a rinunciarvi dopo avervi investito tante risorse umane e finanziarie. E anche qui si ha l‘impressione che il Ramadan poca influenza possa avere. Mentre la presenza militare turca nel Mediterraneo sembra offrire sponda agli scafisti. Insomma, il coronavirus non sembra fungere da deterrente degno di questo nome nei Paesi del Medio Oriente straziati da guerre interne. Per ora almeno.

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In Libia la parola resta alle armi, coronavirus o meno

La pandemia non ferma i combattimenti. Le forze inviate dalla Turchia in sostegno ad al Serraj infliggono una dura sconfitta a Haftar. E il leader di Tripoli chiude a ogni negoziato. Con buona pace della soluzione politica auspicata da Di Maio e da Bruxelles.

In questi giorni i libici continuano a massacrarsi col solito loro fragoroso impegno, del tutto indifferenti alle preoccupazioni planetarie per il coronavirus.

Il 13 aprile infatti le forze agli ordini del presidente di Tripoli Fayez al Serraj (Gna) hanno sferrato una massiccia offensiva a ovest della Capitale riconquistando con aspri combattimenti tutte le posizioni prese nei mesi scorsi dall’esercito di Khalifa Haftar (Lna).

I miliziani turcomanni e siriani, agli ordini di ufficiali turchi inviati da Tayyp Erdogan in aiuto del governo di al Serraj, hanno così conquistato le località strategiche di Sabratha, Surman, el Agelat, Ragdelin, Zelten, Aljmaile e al Assah.

DISTRUTTO IL QUARTIER GENERALE DI HAFTAR A SEBRATHA

È stata una battaglia impegnativa e massiccia, che ha coinvolto centinaia se non migliaia di combattenti, col risultato di distruggere il quartier generale di Haftar a Sebratha e infliggere una pesante sconfitta, come ha ammesso il suo comandante delle operazioni sul fronte occidentale, il generale Omar Abdel Jalil: «Abbiamo subito pesanti perdite e tra i nostri militari uccisi c’è anche il colonnello Mohammed al Marghani, colpito da un drone mentre si stava ritirando».  Le milizie fedeli ad al Serraj hanno inoltre conquistato un discreto bottino di guerra: due blindati degli Emirati Arabi Uniti, rampe di lancio per missili Grad,  10 carri armati e veicoli armati oltre a grandi quantità di munizioni, razzi, missili anticarro e proiettili di mortaio.

LA PRIMA VITTORIA DELLE FORZE INVIATE DALLA TURCHIA

Indubbiamente si tratta della prima, consistente vittoria conseguita dalle forze inviate dalla Turchia che combattono per al Serraj, perché di fatto hanno vanificato l’intera strategia di Haftar che puntava a stringere Tripoli in una morsa di strangolamento, attaccando contemporaneamente la Capitale nemica da ovest e da sud est. Morsa che ora semplicemente non esiste più, il che obbliga Haftar ad attaccare solo da un fronte, quello di sud est, che per di più si trova a sua volta preso in una morsa perché sotto la pressione militare delle milizie di Misurata che attaccano da oriente. Dunque, a cinque mesi dalla stipula dell’alleanza del novembre 2019 tra il governo di al Serraj e Tayyp Erdogan, si vedono ora sul terreno i risultati dello sforzo bellico turco in Libia, mentre Haftar, che alla vigilia di quella alleanza era sul punto di conquistare Tripoli, si trova ora in una grave impasse, alla quale risponde intensificando i bombardamenti su Tripoli, ma senza consistenti risultati. Di fatto, dopo un anno dall’inizio, il 4 aprile 2019, della sua roboante campagna per la conquista di Tripoli, Haftar continua a essere impantanato e ora deve temere una altra offensiva ad Est delle forze  inviate in Libia dalla Turchia.

SERRAJ CHIUDE A OGNI NEGOZIATO

Alla luce di una situazione sensibilmente mutata sul terreno militare, si devono quindi leggere le dichiarazioni del 14 aprile a Repubblica di al Serraj: «Non mi siederò al negoziato con Haftar dopo i disastri e crimini che ha commesso nei confronti di tutti i libici. Abbiamo sempre cercato di risolvere le nostre dispute attraverso un processo politico, ma ogni accordo è stato subito rinnegato da Haftar che ha approfittato della pandemia da coronavirus per violare la tregua e bombardare Tripoli. Ci aspettavamo che i pericoli della pandemia lo avrebbero trasformato in un uomo di parola, per una volta. Ma lui ha visto nella pandemia solo un’opportunità per attaccarci. E visto il fallimento, ora bersaglia con bombardamenti indiscriminati Tripoli, le zone residenziali, gli impianti e le istituzioni civili e addirittura l’ospedale pubblico Al Khadra nel centro di Tripoli».

LEGGI ANCHE: Gli effetti del coronavirus nelle zone di guerra in Libia, Siria e Yemen

Dunque, nessuno spazio per la “soluzione politica” tanto retoricamente quanto vanamente auspicata da Luigi Di Maio e dall’Europa. In Libia, come sempre, la parola è sempre e solo alle armi. Coronavirus o non coronavirus.

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La crisi politica israeliana è più forte del coronavirus

Dopo l'ipotesi di un accordo tra Gantz e Netanyahu per un governo di unità nazionale per affrontare l'emergenza, lo scontro sulla magistratura ha di nuovo fatto saltare il banco.

Persino il Covid 19 fatica a obbligare Israele a quella soluzione della crisi di governo che pareva avere imposto con la sua spietata legge. Il 26 marzo scorso sembrava tutto fatto: Benny Gantz, premier designato, aveva infatti annunciato all’improvviso e in rottura persino con i suoi alleati, di avere stretto un accordo con Bibi Netanyahu per la formazione di un governo di unità nazionale. Il Covid 19, caso unico al mondo, pareva essere riuscito a obbligare i due rissosissimi contendenti a trovare quella soluzione politica che era sempre mancata e  aveva obbligato a ben tre elezioni consecutive in dieci mesi. La svolta radicale di Gantz era tale da concedere a Netanyahu addirittura la premiership del governo per i primi 18 mesi per poi passargli la staffetta. Dunque, l’abbandono addirittura della fondamentale pregiudiziale che aveva distinto Gantz per ben tre tornate elettorali circa l’impossibilità proclamata e radicale di avere un premier sottoposto a processo, come appunto è Netanyahu.

LA SVOLTA DI GANTZ

Una svolta radicale e del tutto solitaria che è costata a Gantz l’uscita rumorosa dalla sua coalizione Bianco e Blu del partito di Yair Lapid, indisponibile a sostenere il nuovo compromesso. Ma la politica in Israele continua ad essere convulsa e persino il Covid 19 pare non essere in grado  di incanalarla. Il 7 aprile infatti il tavolo dell’accordo tra Gantz e Netanyahu è clamorosamente saltato. Proprio mentre Israele si accingeva – unico Paese al mondo- a essere addirittura sottoposto ad un rigido coprifuoco nella notte tra mercoledì e giovedì per impedire che le celebrazioni della Pesach, la Pasqua ebraica, favorissero il contagio, Gantz ha infatti annunciato la rottura delle trattative col Likud e ha chiesto al presidente della repubblica Rivlin una proroga dell’incarico sino a lunedì 13 aprile.

LO SCONTRO SULLA MAGISTRATURA

La rottura è avvenuta sullo scivolosissimo tema della nomina dei magistrati dell’accusa (i procuratori in Israele, secondo il sistema della Common Law sono di nomina governativa), punto cruciale per lo stesso processo contro Netanyahu. Questo, dopo che pure era stato trovato un accordo di governo sullo scabroso tema della annessione dei Territori palestinesi della valle del Giordano e delle colonie. Accordo che pareva impossibile.

QUASI 10 MILA CONTAGI

Dunque, nonostante 9.404 contagiati e 72 morti, nonostante le zone rosse imposte nei quartieri degli haredim (gli ebrei ortodossi, refrattari in Israele come a New York ad accettare addirittura la natura umane e non divina della pandemia), persino il Covid 19 fatica a imbrigliare la più riottosa dinamica politica di un Paese dalla democrazia febbricitante. Nell’attesa di nuovi colpi di scena.

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Quattro scenari per il futuro (incerto) dell’Iraq

Il Paese è sull'orlo di una guerra civile? È l'interrogativo che molti si pongono. Certo è che la crisi politica, le influenze esterne e regionali, Usa e Iran su tutti, il crollo del prezzo del petrolio e non ultimo il rischio della pandemia aumentano l'instabilità. Ma gli sbocchi potrebbero essere altri.

L’Iraq è sull’orlo della guerra civile? Questo fosco interrogativo che campeggiava con i caratteri tipici delle breaking news su una nota agenzia di notizie internazionali mi ha distolto dalle apprensive letture che da giorni faccio, come tante altre persone, sull’andamento della pandemia da coronavirus e delle sue micidiali ripercussioni sanitarie, sociali ed economiche.

Sull’Italia prima di tutto, ma anche sugli altri Paesi europei ed extraeuropei, in prima fila gli Usa di Donald Trump e la Gran Bretagna di Boris Johnson, i due negazionisti semi-pentiti della prima ora.

Mi ha distolto e mi ha spinto a cercare di comprendere la portata di quell’interrogativo ma mi ha anche indotto a interrogarmi sulla misura in cui l’esplosione del coronavirus abbia estremizzato, in me stesso e in tanti italiani, la naturale propensione a dare la priorità ai problemi nostrani.

I RISCHI DELLA PANDEMIA NEI PAESI FUORI DAI RIFLETTORI

Mi sono risposto che in questo caso specifico essa era tutto sommato comprensibile ma mi sono anche detto che il tempo era venuto per riprendere in mano le coordinate della nostra visione e attenzione del mondo. Non fosse altro che per parametrare le condizioni di vita del nostro mondo con quelle di altri Paesi meno richiamati all’attenzione ma destinati a condividere rischi analoghi se non peggiori, dato il più generale contesto in cui vivono le rispettive popolazioni.

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Da qui il campanello d’allarme suscitato in me da quell’interrogativo sull’Iraq, Paese immerso nel perimetro della cosiddetta regione Mena, cioè il Medio Oriente e l’Africa del Nord, tanto vicina a noi, che continua ad essere attraversata – dalla Libia allo Yemen per passare attraverso la Siria e appunto l’Iraq – da un garbuglio di interferenze politiche, militari ed economiche di un’affollata schiera di potenze regionali e internazionali. Pensiamo alla Turchia, all’Iran, agli Emirati e all’Arabia Saudita, ma anche alla Russia, agli Usa e, per certi versi, alla Cina.

QUATTRO SCENARI PER IL FUTURO DELL’IRAQ

Ebbene, questo Paese la cui popolazione sta pagando da molti anni dei prezzi alti, anzi, assai alti, sta più che mai soffrendo gli effetti di una sorta di camicia di Nesso di cui non è agevole prevedere lo sbocco finale: guerra civile? Divisione in tre parti (sciiti, sunniti e curdi) come si ipotizzava anni addietro? Subordinazione all’Iran o piuttosto agli Usa o riconquista di una propria soggettività nazionale al di là delle separazioni etniche, e/o settarie con cui deve fare i conti?

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Mi auguro che lo sbocco finale sia l’ultima ipotesi, ma certo è che la governance del Paese è da tempo indebolita, sotto il profilo della capacità istituzionale e della sicurezza interna, principalmente in connessione con la corruzione divenuta ormai strutturale, e la cattiva gestione dei servizi pubblici, in particolare quelli socio-economici, la cui combinazione è stata all’origine delle dimostrazioni di protesta dapprima pacifiche e quindi rese violente dalla brutale repressione (si parla di oltre 400 morti provocate dai servizi di sicurezza) dilagate nel Paese negli ultimi mesi del 2019.

LA CRISI POLITICA SVELA LE MANOVRE DI TEHERAN

Da qui la crisi politica che ha condotto alle dimissioni del premier Adil Abd al-Mahdi, al fallimento del tentativo di formare il governo da parte di Iyad Allawi e di quello in corso da parte di Adnan al Zurfi, il nuovo premier incaricato dal presidente Barham Salih di cui è nota la scarsa propensione per un governo filo-sciita, per non dire la sua vicinanza agli Usa le cui postazioni militari sono da tempo sotto attacco.

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Una crisi nella quale si stanno disvelando le manovre addebitabili a Teheran. La visita a Baghdad di Esmail Ghaani, l’attuale capo delle Forze Quds (Guardie rivoluzionarie) giudicata improvvida anche da alcune formazioni politiche filo-iraniane ne è stata una palese dimostrazione come del resto la candidatura di marca sciita di Mustafa al Kazemi del capo dell’intelligence nazionale formulata ufficialmente da Hadi Ameri, leader dell’alleanza Fatah, e da Ammar al Hakim del Movimento nazionale della saggezza.

IL CROLLO DEL PETROLIO ESASPERATO DAL DISSIDIO RUSSO-SAUDITA

Sullo sfondo di queste dinamiche, già di per sé problematiche, l’Iraq si è trovato coinvolto dal precipizio nel quale è caduto il prezzo del petrolio a causa del calo della domanda globale esasperato dal dissidio russo-saudita in cui gli Usa si sono inseriti, interessatamente, per ottenere una ritrovata convergenza capace di farlo risalire a livelli accettabili per le finanze pubbliche dei produttori. E l’Iraq, che ha nel petrolio la sua risorsa vitale, ha ben poche armi per evitarne le perniciose conseguenze che già si stanno facendo sentire. Aggiungiamo a tutto questo la diffusione del coronavirus. È pur vero che essa, secondo le autorità irachene, non avrebbe influito sulla produzione e l’esportazione del petrolio, ma non tranquillizza il fatto che si siano già riconosciuti ufficialmente più di 1.100 casi di contagio e diverse decine di morti. Tanto più se si considera la lunga frontiera con l’Iran – il Paese che nella regione presenta numeri piuttosto preoccupanti in termini di diffusione del contagio – ufficialmente chiusa.

LO STOP DELLE ATTIVITÀ DI ADDESTRAMENTO NATO

In conclusione il futuro prossimo dell’Iraq appare alquanto cupo e bene hanno fatto la Nato e la Coalizione internazionale a decidere la sospensione delle attività di addestramento delle forze di Baghdad in cui sono impegnati anche nostri militari. Ufficialmente la causa è il coronavirus, ma la situazione di costante instabilità interna e lo stato di “quasi guerra” tra gli Stati Uniti e le milizie scite filo-iraniane presenti in Iraq potrebbe aver influito su tale saggia decisione.

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Il bilancio della guerra in Libia a un anno dall’offensiva su Tripoli

Il generale Haftar lanciò l'attacco sulla capitale controllata dal governo di al Sarraj il 4 aprile 2019. Il bilancio delle vittime è di 2.200-3 mila morti. Dopo l'intervento massiccio delle potenze straniere, la situazione è in totale stallo.

È passato un anno da quando, il 4 aprile 2019, il generale Khalifa Haftar lanciò il suo attacco a Tripoli nel tentativo di rovesciare il governo di accordo nazionale del premier Fayez al-Sarraj: un’offensiva trasformatasi subito nello stallo di un conflitto tra milizie più o meno inquadrate che continua a causare vittime, anche civili, e distruzioni di case e infrastrutture, senza lasciar intravedere una soluzione di pace. Facendo anzi temere un’escalation, viste anche le forze straniere schierate in questa guerra. I morti in un anno di scontri soprattutto alla periferia sud di Tripoli sono – secondo stime peraltro impossibili da verificare – tra i 2.200 e i 3.000. Si tratta della più recente fase dell’ormai quasi decennale caos libico iniziato nel 2011 con la caduta del dittatore Muammar Gheddafi, abbattuto dalla primavera araba e soprattutto da potenze occidentali.

IL CORONAVIRUS NON FERMA GLI SCONTRI

Fra interessi confliggenti di potenze mondiali e regionali (Russia ed Egitto filo-Haftar e TurchiaQatar per Sarraj), la diplomazia internazionale ha prodotto un cessate il fuoco concordato invano alla conferenza di Berlino del novembre scorso e, appena un mese fa, il ritiro del quinto mediatore Onu bruciato dalla crisi libica, il libanese Ghassan Salamé. Dal canto suo l’Italia, che sostiene il governo di Sarraj riconosciuto dall’Onu ma parla anche con Haftar, lavora a una soluzione politica del conflitto che aiuti pure ad arginare i flussi migratori. E come confermano le ultime ore segnate fra l’altro da due civili uccisi e da annunci dell’abbattimento di un drone e di un monomotore L-39, viene ignorata anche la tregua umanitaria che sarebbe dovuta scattare di fronte alla pandemia da coronavirus.

L’INTERVENTO DELLA TURCHIA E IL NUOVO STALLO

Quel mix di truppe regolari e miliziani che è il sedicente Esercito nazionale libico, guidato da Haftar, a dicembre era sembrato prossimo alla vittoria anche grazie all’appoggio di mercenari russi (oltreché sudanesi e ciadiani) e all’uso di armamenti emiratini. Il suo controllo dei terminal della mezzaluna petrolifera della Cirenaica, sancito con il blocco dell’export che ha ridotto la produzione del greggio da 1,22 milioni di barili al giorno di gennaio agli 80 mila attuali, aveva rafforzato questa impressione. Vi è stato però l’intervento della Turchia ad aperto sostegno di Sarraj e delle milizie di Tripoli e Misurata che lo difendono. Soprattutto con la fornitura di apparati contraerei, ma anche con l’invio di un centinaio di propri militari e di mercenari siriani, Ankara ha provveduto «a riequilibrare il rapporto tra le forze sul campo», determinando «l’attuale situazione di stallo e di bassa conflittualità», come ha notato Karim Mezran, analista dell’Atlantic Council.

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L’ultima bomba di Assad sulla Siria è quella del coronavirus

Il dittatore ha vinto la guerra civile dopo aver distrutto per nove anni città e ospedali. Causando milioni di profughi interni senza medicine e il collasso dell'assistenza sanitaria. Nelle macerie lasciate dal regime, il Covid-19 rischia di essere incontenibile.

Il Covid 19 è arrivato in Siria – sinora con pochissimi casi conclamati, ma non si sa con quanti contagi occulti- e tutto indica che sarà una catastrofe epocale, che nulla e nessuno la possono contrastare e che l’epidemia si spargerà come in nessun altro Stato al mondo. Il governo di Damasco ha proclamato il coprifuoco dalle 18 alle 6 del mattino e un lockdown rigoroso, ma il vero disastro è che queste misure hanno poca o nulla possibilità di contenere l’epidemia in un Paese dalle città distrutte dai bombardamenti, nel quale le strutture ospedaliere sono state in larga parte distrutte da nove anni di guerra, nel quale vi sono milioni e milioni di profughi interni e nel quale in molte città e in tutti gli immensi campi profughi scarseggia addirittura l’acqua per lavarsi le mani, oltre a una radicale carenza di medici e medicinali.

LE SITUAZIONI CRITICHE A IDLIB E NEL NORD EST

Per non parlare del dramma di Idlib, ancora sottoposta all’assedio delle truppe di Assad, con più di un milione di profughi che vivono in assembramenti di fortuna. Nel Nord Est del Paese la situazione sanitaria era già drammatica prima dell’inizio dell’emergenza Covid 19. Dato che le Nazioni Unite non sono più in grado di fornire forniture mediche oltre confine, la capacità di molte organizzazioni umanitarie di soddisfare le esigenze sanitarie di coloro che si trovano in campi come Al Hol –  70 mila persone che vivono in condizioni estremamente anguste – è radicalmente compromessa.

UN OSPEDALE SU 16 PIENAMENTE FUNZIONANTE

Nel Nord Est della Siria, solo uno su 16 ospedali è pienamente funzionante, il che significa che due dei tre ospedali che sono stati identificati per mettere in quarantena e curare casi sospetti non sono adeguatamente attrezzati. Sono solo 28 i posti letto disponibili nelle unità di terapia intensiva nei tre ospedali, solo 10 ventilatori per adulti, un ventilatore pediatrico – e solo due medici addestrati su come usarli.

Una potenziale “bomba epidemiologica”

Anche i prodotti farmaceutici scarseggiano e l’approvvigionamento di attrezzature e medicine per rispondere a un focolaio di una malattia che può diffondersi rapidamente come Covid 19 è quasi impossibile.

IL TOTALE DISINTERESSE DELL’OCCIDENTE

La volontà perversa di Bashar al Assad di mettere il Paese a fuoco e fiamme per nove lunghi anni per mantenere il potere è risultata ad oggi vincente, ma a prezzo di centinaia di migliaia di morti, e solo grazie al fondamentale aiuto della Russia e di decine di migliaia di combattenti libanesi e iraniani agli ordini dei Pasdaran del generale Soleimani. Ora, quella vittoria politico-militare al prezzo disumano con la quale è stata conseguita, fa della Siria una potenziale  “bomba epidemiologica”. Sempre nel totale disinteresse dell’Occidente.

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Covid-19, la tragedia nascosta dell’Iran

Dati falsati. Tra le vittime anche molti 20enni e 30enni. Fosse comuni a Qom. E un establishment decimato dai contagi. La pandemia ha travolto la Repubblica islamica, isolata a livello internazionale e con un'economia già al collasso. Anche a causa della stretta Usa. Lo scenario.

Gli ultimi dati diffusi dal ministero iraniano della Sanità sul coronavirus parlano di 27 mila casi e più 2 mila morti.

Numeri importanti, che di per sé rendono la Repubblica islamica il sesto Paese per diffusione di Covid-19 al mondo.

Ma nessuno crede che siano veritieri e, anche in Iran, tutti pensano che il numero di malati e i morti per la pandemia sia molto maggiore.

A QOM SI USANO FOSSE COMUNI

Hanno fatto il giro del mondo, già un paio di settimane fa, le immagini satellitari diffuse dal Washington Post di un cimitero di Qom – città epicentro dell’epidemia nel Paese – dove per l’emergenza erano state scavate fosse comuni, riempite di centinaia di cadaveri. Abbiamo drammaticamente visto anche in Italia come, nelle aree focolaio, accada di non sapere dove mettere i morti. E in Iran, complici i forti e numerosi rapporti con la Cina, il virus ha iniziato a propagarsi rapidamente settimane prima che in Europa, da Qom verso Teheran.

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CONTAGI NELL’ESTABLISHMENT

Alcuni membri del parlamento appena rinnovato alle Legislative di febbraio e un consigliere della Guida suprema Ali Khamenei sono tra vittime del coronavirus. Vari personaggi di spicco del regime, tra i quali il vice ministro della Salute, il ministro dell’industria, la vicepresidente Masoumeh Ebtekar – famosa come Sister Mary per aver fatto, nel 1979, da ponte durante l’occupazione dell’ambasciata americana – e decine tra deputati, pasdaran e funzionari sono risultati positivi al test. Un canovaccio che si è ripetuto nei parlamenti e nei governi occidentali, fin dentro la Casa Bianca sanificata, con Donald Trump sottoposto a tampone (poi negativo): i virus sono democratici. Ma in Iran, anche dal poco che si sa, su scala maggiore che altrove. L’ultimo flash dell’establishment persiano è del presidente Hassan Rohani che tossisce, chiedendo la «fine delle sanzioni», riunito con i membri del governo e con altre autorità civili e militari. Tutti, tranne Rohani, indossavano la mascherina.

Coronavirus Iran Covid 19
Un ospedale per malati di Covid-19 in costruzione in un centro commerciale in Iran (Getty Images).

«UN MORTO OGNI 10 MINUTI»

La classe religiosa, politica e militare che governa l’Iran dalla rivoluzione khomeinista potrebbe finire decimata. A metà marzo il governo dichiarava «il picco superato, sulla base delle statistiche». Anche gli iraniani erano stati invitati a restare chiusi in casa e dovevano continuare a farlo. Tra le città e gli altri centri abitati erano stati bloccati i collegamenti e piazzati posti di blocco. Si invitava la popolazione persino a evitare di maneggiare moneta, pagando col bancomat. Mentre i contagi dilagavano si erano messi ai domiciliari ed erano stati concessi permessia quasi 100 mila detenuti, per evitare focolai nelle carceri, come vuol fare ora l’Italia e pensa anche Trump negli Usa. Tutto questo, appunto, nelle settimane del picco che in realtà anche nel governo si ritiene tutt’altro che superato. Il 18 marzo, il ministero della Sanità ha sconfessato Rohani, comunicando che «ogni 10 minuti in Iran c’è un morto di Covid-19».

TEHERAN HA CHIESTO AIUTO AL FMI E LO STOP ALL’EMBARGO DEGLI USA

Si lavora per ospedali da campo nei mall, e muoiono anche tanti giovani in un Paese dove l’età media è di 30 anni ed è privo di farmaci da un anno per le durissime sanzioni americane con il sistema sanitario inevitabilmente collassato. Le vittime più giovani, ufficialmente dichiarate, da Covid-19 nel Paese sono una 23enne di Qom appassionata della variante locale di calcio, il futsal, e un’infermiera 25enne della provincia di Gilan, sul mar Caspio, un altro focolaio.

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Tanti medici e sanitari 20enni e 30enni, ripresi a ballare per esorcizzare la tragedia, si sono ammalati, perdendo la vita. Il capodanno persiano del Nowruz (per l’equinozio di primavera) è trascorso sotto coprifuoco e listato a lutto. In queste settimane l’Iran ha chiesto aiuti per 5 miliardi di dollari al Fondo monetario internazionale (Fmi). E poi l’intercessione del papa, affinché in questa fase di emergenza per ragioni umanitarie sia rimosso l’embargo da parte degli Usa.

Coronavirus Iran Covid 19
Iran, ancora troppa gente in giro al bazar di Teheran. GETTY.

UN’ECONOMIA COLLASSATA PRIMA DELL’EPIDEMIA

L’economia iraniana era già devastata dall’uscita di Donald Trump dall’accordo internazionale sul nucleare, con le sanzioni indirette americane anche sull’import-export e le transazioni finanziare con i Paesi dell’Unione europea. Una situazione già terribile prima dell’epidemia del coronavirus, con l’inflazione galoppante e proteste interne. Da mesi Teheran dipendeva commercialmente dalla Cina, e si è vista come è andata a finire. Ancor prima che in Italia, Pechino è corsa in soccorso all’Iran con apparecchiature, mascherine, medici e kit della Croce rossa cinese. Lo stesso ha fatto la Russia con altro materiale, appellandosi anche a Washington per revocare l’embargo a Teheran. L’Organizzazione mondiale della sanità aveva mandato aiuti e personale in Iran. Ma nonostante la mobilitazione internazionale e lo sforzo dei medici, la situazione non appare sostanzialmente migliorata.

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AIUTI DA SVIZZERA E COREA DEL SUD

L’epidemia esplosa nella Repubblica islamica, mentre in Cina ancora dilagava, ha fatto da cassa di risonanza del virus in Medio Oriente. Dall’Iran sono arrivati i primi contagi in Iraq, Siria, Giordania, Libano, Afghanistan, fino agli Emirati arabi, al Bahrein e allo Yemen nella Penisola araba dove gli emissari di Teheran coltivano relazioni finanziarie ed esercitano grosse influenze politiche e militari. Tutti questi Paesi hanno bloccato o limitato i collegamenti con l’Iran, che per ragioni sanitarie è isolato anche dall’area mediorientale. Alla fine di febbraio, gli Stati Uniti hanno ritoccato le limitazioni all’Iran, per permettere l’arrivo di aiuti umanitari (prodotti alimentari e medicine) di aziende svizzere. Ma Trump non fa altri passi: sulla carta questo tipo di forniture è già esentato dall’embargo. Anche la Corea del Sud tratta con Rohani per assistenza e consulenza nei test. Ma che il regime, attraverso Khamenei, accusi gli Usa di complotto sul Covid-19 non aiuta.

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Il caso Zaky in stallo, tra resistenze egiziane e rinvii «per coronavirus»

Dopo l'udienza posticipata per l'allerta Covid-19, appello del ricercatore dal carcere: «Fatemi uscire il prima possibile da qui». La preoccupazione di Amnesty.

«Fatemi uscire il prima possibile da qui, voglio tornare all’università a studiare». È l’appello lanciato il 17 marzo da Patrick Zaky, lo studente egiziano iscritto all’ateneo di Bologna e detenuto in patria da ormai un mese e mezzo, secondo quanto si apprende da fonti vicine al ragazzo. Proprio il 16 marzo è stata rinviata, causa coronavirus, l’ennesima udienza che avrebbe dovuto decidere del suo destino.

DETENUTI IN LOCKDOWN CAUSA CORONAVIRUS

Fissata inizialmente per il 21 marzo, la nuova udienza sul suo caso era stata precipitosamente anticipata di cinque giorni, ma la pandemia del coronavirus tocca anche l’Egitto e ufficialmente, fanno sapere gli attivisti, nessuna udienza si è potuta svolgere perché i detenuti non possono essere trasferiti. La situazione è stata caotica fin dalle prime ore del mattino, fanno sapere alcuni amici egiziani di Patrick. Da Tora, il maxi complesso penitenziario alla periferia del Cairo, grande quanto un intero quartiere di Milano e con la temuta sezione di massima sicurezza ‘Scorpione’, nessun detenuto è stato fatto uscire per via del lockdown imposto dall’Egitto davanti alla pandemia della Covid-19. Nessuno, tantomeno Zaky, che infatti davanti ai giudici della severa Procura per la sicurezza dello Stato egiziana al Cairo non è mai comparso. Per il ragazzo, così come per altre decine di migliaia di detenuti egiziani, le preoccupazioni legate all’emergenza sanitaria sono fortissime. A Patrick, denunciano gli amici, è stata perfino negata la consegna di prodotti per l’igiene personale e di cibo da parte della famiglia.

ZAKY RISCHIA FINO A 25 ANNI DI CARCERE

L’ultima volta che i parenti l’hanno visto è stata martedì 10 marzo, poi più nulla perché causa coronavirus tutte le visite ai detenuti in Egitto sono state sospese. La situazione preoccupa gli attivisti e anche Amnesty International. «Ora è ancora più urgente scarcerare Patrick e tutti i prigionieri di coscienza egiziani», scrive Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, su Twitter, «oltre che garantire il diritto alla salute dei detenuti». Zaky rischia fino a 25 anni di carcere per 10 post di un account Facebook, che la sua difesa considera ‘falso’, ma che ha consentito alla magistratura egiziana di formulare pesanti accuse di “incitamento alla protesta” e “istigazione a crimini terroristici”. Dopo essere stato in due carceri nella sua città natale, a Mansoura, sul delta del Nilo, prima dell’udienza del 7 marzo era stato trasferito nel complesso di Tora.

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Minaccia coronavirus e rabbia: estremi rimedi contro Haftar

Prosegue il braccio di ferro tra il generale e Serraj. Una situazione destinata a proseguire con il rischio di una deriva ancora più sanguinosa. A meno che non insorga la popolazione contro la chiusura di pozzi e porti petroliferi. O non si affacci l'emergenza pandemia.

La richiesta di Ghassan Salame di essere sollevato dall’incarico di Inviato speciale Onu per la Libia, motivata da ragioni di salute che non gli permetterebbero più di reggere lo stress derivante dalla dinamica libica, ben rappresenta il garbuglio dei fattori di tensione in atto nel Paese.

Fattori interni ed esterni tanto strettamente interrelati da risultare reciprocamente paralizzanti nello scontro tra i due fronti principali – l’uno facente capo al generale Khalifa Haftar all’interno e a Egitto, Emirati, Francia, Russia all’esterno; l’altro al governo riconosciuto internazionalmente di Fayez al-Serraj (Tripoli) e a Turchia, Qatar all’esterno – sui quali interferiscono anche pesantemente milizie locali, per non parlare di quelle jihadiste in attività crescente. Un garbuglio che non serve né alla pace né alla guerra e che obbliga chi crede al superiore valore della prima a una sorta di riedizione della punizione di Sisifo.

LA NOMINA DEL DIPLOMATICO ALGERINO LAMAMRA

Ed è in nome di questa convinzione che, come era giusto e opportuno che fosse, Antonio Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite, ha ritenuto necessario procedere prontamente – in attesa del perfezionamento della procedura ufficiale di incarico al nuovo Inviato speciale dell’Onu, individuato nel diplomatico algerino Ramtane Lamamra – alla nomina di un facente funzioni, una specie di “Incaricato d’Affari” nella persona di Stephanie Williams, diplomatica statunitense di lungo corso che già rivestiva il ruolo di vice di Ghassan Salame. Dunque, un algerino, stimato diplomatico e politico di rilievo che, se confermato, si aggiungerà alla schiera degli Inviati speciali per la Libia, tra i quali il tedesco Martin Kobler e il discusso spagnolo Bernardino Leon.

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C’è da augurarsi e augurargli maggiore fortuna anche perché ha dalla sua un Paese che ha lavorato e sta lavorando intensamente a favore di una stabilizzazione e pacificazione della Libia; un Paese che condivide con la Libia un confine di oltre mille chilometri, interessi energetici di prima grandezza, una spinosa minaccia terroristica, l’appartenenza all’Unione africana che da tempo rivendica un maggior protagonismo nel contesto degli sforzi multilaterali e bilaterali che hanno occupato finora la scena libica.

HAFTAR NON ABBANDONA L’OPZIONE MILITARE

Del resto, proprio nei giorni scorsi si è svolto a Oyo (Congo) un incontro del gruppo di contatto dell’Unione africana per la Libia – cui ha partecipato la Williams – per ribadire l’impegno dell’Unione africana e delle Nazioni Unite a ritrovare, sulla scia del vertice di Berlino dello scorso gennaio, le fila di un dialogo fra tutte le parti capace di superare la profonda crisi in cui versa la Libia. Ma la strada resta in salita. È pur vero che la Cancelliera Angela Merkel ha sollecitato sia Haftar che Serraj a sottoscrivere il cessate il fuoco laboriosamente concordato a Ginevra tra i rappresentanti delle due principali parti in conflitto; ma è vero anche che fino a ora non solo non ci sono state concrete e inequivocabili prese di posizione da parte di Haftar in quel senso, ma si sono evidenziate indicazioni di segno contrario ad apparente dimostrazione che egli non rinuncia all’idea di risolvere la questione in chiave militare e teme di non riuscire a capitalizzare la sua posizione di maggior forza sul terreno al tavolo negoziale.

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Lo sostengono in questa visione tetragona, almeno fino a questo momento, i suoi principali sponsor esterni evidentemente convinti di potercela fare; anche attraverso un crescendo di mezzi e attrezzature militari che cercano di tenere in ombra anche attraverso le ripetute accuse (peraltro fondate) rivolte alla Turchia e al Qatar di intensificazione del loro appoggio militare alle forze schierate dietro a Serraj.

SI PREPARA LA CONTROFFENSIVA DI SERRAJ

Ed è singolare e tutt’affatto confortante il messaggio di cui si sta rendendo portatore Fathi Bashagha, uomo di Misurata e ministro degli Interni del governo Serraj, proiettato a rassicurare che ci sono le condizioni per allentare la presa sulla Capitale di alcune milizie e che è tuttora sul tavolo la prospettiva di un’intensificazione bellica finalizzata a porre fine all’attacco delle forze armate di Haftar se le Nazioni Unite (leggasi Consiglio di sicurezza) continueranno a non trovare la forza di imporsi alle parti in conflitto. Da Fathi Bashagha è venuta anche un’esplicita accusa alla Francia – oltre che a Berlino, Haftar è andato in visita a Parigi incontrando Emmanuel Macron in un’aura di sostanziale ambiguità – rea di appoggiare Haftar che altro non vuole che governare la Libia in maniera dittatoriale come accadeva sotto Gheddafi. Il governo Serraj, ha continuato, «è ora sottoposto a una tremenda pressione perché allontani Haftar dalla Capitale; ciò può avvenire solo con la forza che adesso (grazie alla Turchia e altri sponsor, mia annotazione) possiamo respingere». E parrebbe che in effetti le milizie pro-Serraj stiano preparando un attacco contro le milizie capitanate da Haftar a partire da Sirte.

L’ASSE TRA RUSSIA, SIRIA ED EGITTO

Nello stesso tempo e al contrario, si sta configurando un vero e proprio asse tra Russia, Siria ed Egitto (con gli alleati Hezbollah e Lna di Haftar) per contrastare la penetrazione turca in Libia e nel Mediterraneo orientale. Sì anche la Siria che proprio in questi giorni ha deciso di porre in essere formali rapporti diplomatici col “governo” che fa capo a Haftar. Staremo a vedere. Molto dipenderà dalla prossima mossa che farà Haftar in merito alla firma del documento sottoscritto ad referendum dalle delegazioni dei due contendenti. Se, come alcuni sostengono, e Macron ha accreditato, Haftar lo firmerà, si potrebbe aprire una fase potenzialmente costruttiva. Se invece pretenderà, da forza attaccante, che le milizie che sostengono Serraj – il cui governo non solo è riconosciuto internazionalmente ma è, di fatto, la parte attaccata – facciano altrettanto, l’attuale stallo ingarbugliato è destinato a proseguire con crescente rischio di una deriva decisamente e sanguinosamente conflittuale. In questo caso ci sarebbe quasi da sperare nell’arbitraggio del coronavirus che sembra si sia affacciato anche sul territorio libico se a mitigare le velleità di Haftar non interverrà la reazione della popolazione a fronte della chiusura forzata dei giacimenti e dei porti petroliferi che è costata quasi 1 milione di barili al giorno. Intanto l’Europa fa mostra di voler controllare il fiume in piena delle violazioni dell’embargo sulle armi.

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L’emergenza coronavirus in Italia vista dai migranti in Nord Africa

Dalle coste del Nord Africa le partenze sono diminuite. Ma solo per via delle condizioni del mare. Riprenderanno con la primavera. Il rischio del contagio al di là del Mediterraneo non preoccupa chi vuole partire. «Non c’è razionalità che possa fermare chi fugge da guerre e torture e ha investito tutto per questo viaggio», spiega una attivista.

Contagion area. Zone de contagion. Mintaqat aleadwaa. La notizia dell’emergenza coronavirus in Italia è arrivata dall’altro lato del Mediterraneo.

Nei centri di detenzione della Libia e nelle case che nascondono i migranti sulle coste della Tunisia e del Marocco, le voci corrono veloci di bocca in bocca, di dialetto in dialetto.

Ora tutti sanno che il Paese meta del loro viaggio verso la salvezza ha un grosso problema da affrontare. Le Ong che monitorano i barconi in mare hanno registrato una diminuzione delle partenze, ma nell’ultima settimana il mare è stato molto agitato. «Potrebbe essere solo una casualità», spiegano le organizzazioni umanitarie, «ben presto si tornerà a partire, soprattutto man mano che il clima diventerà più mite e il mare più calmo». Secondo i dati forniti dall’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), dal 28 febbraio non ci sono stati arrivi sulle coste italiane mentre gli sbarchi non si sono mai interrotti sulle isole greche e sulle coste spagnole. Una cosa appare certa: secondo le organizzazione nordafricane, il coronavirus in Italia non scoraggerà i migranti.

Migranti in un centro di Tripoli (Getty Images).

«PER CHI SCAPPA DALLA GUERRA IL VIRUS È L’ULTIMO DEI PROBLEMI»

«La percezione della situazione non può essere oggettiva fuori dall’Italia», racconta a Lettera43.it Mustapha Abdelkabir, presidente dell’Osservatorio tunisino sui diritti umani, «e per chi scappa dall’orrore, contrarre un virus è il più piccolo dei problemi. Non spaventa certo più di torture, guerre, rapimenti». Lo confermano i volontari delle associazioni marocchine che si occupano di coloro che vogliono partire alla volta del nostro Paese. Si tratta per lo più di uomini e donne che arrivano dall’Africa subsahariana.

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«Non hanno paura», dice la giovane attivista Nadja Assan, «anche se ho spiegato loro che è pericoloso arrivare in Italia in questo periodo, perché ci si può ammalare. Mi rispondono alzando le spalle, perché dopo aver attraversato a piedi il deserto, scampato a guerre e violenze, ormai l’obiettivo verso la salvezza è quasi a portata di mano. Non c’è razionalità che possa fermare chi ha investito tutto per questo viaggio», aggiunge l’attivista che tra l’altro ha parenti in Italia ed è molto preoccupata.

Il salvataggio di alcuni naufraghi nelle acque libiche (Getty Images).

MANCANO I SOCCORSI IN MARE

Secondo Alarm Phone, la linea telefonica diretta di supporto per persone che attraversano il Mar Mediterraneo verso l’Ue, non è escluso che possano partire altre imbarcazioni dalle coste del Nord Africa, ma il problema è che in questo momento in mare non c’è quasi nessuno che possa correre in loro soccorso. La situazione è ancora molto confusa e le Ong non sanno se e quando potranno ripartire. L’11 marzo è partita verso la zona Sar libica la nave spagnola Aita Mari, ma restano i problemi legati agli sbarchi. Dopo un salvataggio, se e quando viene concesso il porto, resta infatti l’obbligo di quarantena a bordo, come accaduto per la nave Sea Watch a fine febbraio.

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L’APPELLO DELLE NAZIONI UNITE PER GARANTIRE CURE A TUTTI

Intanto l’emergenza coronavirus ha spinto le Nazioni Unite a lanciare un appello di emergenza per raccogliere decine di milioni di dollari per proteggere i rifugiati vulnerabili. «Sarebbe necessario un importo iniziale di 33 milioni di dollari per rafforzare il sistema di prevenzione e risposta», ha affermato Filippo Grandi, Alto Commissario dell’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr). A oggi, non sono stati segnalati casi di contagi da Covid-19 nelle comunità di rifugiati e richiedenti asilo ma per l’Agenzia è necessario garantire a tutti cure e accesso alle strutture sanitarie.

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Col terzo giro di purghe, Mbs vuole chiudere la partita per Riad

Il principe saudita Mohammed bin Salman ha arrestato il potentissimo cugino bin Nayef e altri due membri della famiglia reale. L'obiettivo è garantirsi la successione al più presto. E i suoi avversari non sono in grado di contrastarlo.

Mohammed bin Salman è riuscito ancora una volta a stupire la platea internazionale: non solo ha arrestato il suo ex potentissimo cugino Mohammed bin Nayef (ex ministro degli Interni, ex pretendente al trono ed ex uomo di Washington a Riad), suo fratello Nawaf bin Nayef e il proprio zio, Ahmed bin Abdulaziz (ultimo figlio del fondatore del regno che può aspirare al trono), ma li ha soprattutto accusati di «tentare un colpo di Stato». Accusa che può portare alla pena di morte

LA TERZA PURGA IN TRE ANNI

È la terza volta che Mohammed bin Salman (Mbs) mena la scimitarra nelle stanze del palazzo reale di Riad. La prima volta ha eliminato appunto Mohammed bin Nayef dalla linea di successione e dal Ministero dell’Interno e ha arrestato alcuni principi (uno dei quali è  misteriosamente morto in volo mentre fuggiva dal Paese). La seconda volta, nel dicembre del 2017, ha “arrestato” (in realtà ha rinchiuso in alberghi di lusso), 20 principi suoi parenti, compreso il tycoon famosissimo in Occidente Waleed bin Talal, accusati di corruzione e si è fatto pagare decine di miliardi di dollari per liberarli. Oggi, vuole chiudere il cerchio delle epurazioni nella casa reale con un obiettivo chiaro: garantirsi definitivamente, a soli 34 anni, la successione al padre, il re Salman di 84 anni e semi demente per varie malattie.

GLI AVVERSARI NON RIESCONO A FARE BLOCCO CONTRO MBS

È dunque chiarissimo il suo disegno. Meno chiara è la debolezza dei suoi avversari incapaci di opporsi a questa sua spregiudicata e violenta corsa al trono. Mohammed bin Salman nei fatti è favorito dalla incredibile assenza in Arabia Saudita di una regola scritta e chiara che regolamenti la successione al trono. Alla morte di un re, per tradizione orale, si riunisce  il Consiglio della Corona che delibera, sulla base di misteriosi rapporti di forza tra le varie “cordate”, il nome del successore. Dalla morte del fondatore del regno Abdulaziz al Saud nel 1953, sino al 2015, la successione è stata orizzontale ed è passata ai vari suoi figli. Il regno dunque è passato da fratello a fratello.

Mbs approfitta dell’incapacità dei suoi avversari di contrastarlo

Ma ora è rimasto in vita – oltre a re Salman –  solo l’ultimo figlio di Abdulaziz al Saud, appunto quell’Ahmed bin Abdulaziz che Mbs ha arrestato, eliminandolo dalla possibile linea ereditaria del trono. Dunque, la successione deve iniziare ad essere verticale, di padre in figlio, formando per la prima volta nella storia del regno una dinastia. In questo contesto, Mbs sta riuscendo a profittare della incapacità dei suoi avversari a corte nel formare un blocco di potere unico che lo contrasti, divisi come sono in cordate disomogenee. Da qui la sua spregiudicata e violenta strategia che gli ha permesso sinora di eliminare uno a uno i suoi avversari. Altrettanto evidentemente, i principi arrestati l’8 marzo scorso, stavano tentando di precostituire nel Consiglio della Corona una maggioranza a lui avversa. Ma i loro disegni sono stati scompaginati.

LA STRATEGIA DEL PRINCIPE

Dalla sua parte, Mbs, ha non solo il controllo delle forze armate, della potente Guardia Nazionale, e delle forze di sicurezza, ma soprattutto una strategia a suo modo rivoluzionaria che convince buona parte delle classi dirigenti saudite, che ha chiamato Saudi Vision 2030. Nella sostanza, Mbs sta varando un mastodontico piano di investimenti per centinaia di miliardi di dollari che punta in un decennio a far sì che l’Arabia Saudita non si regga più sulla monocoltura delle entrate petrolifere, ma si doti di un forte apparato produttivo industriale, agricolo, turistico e di infrastrutture che la trasformi in un grande Paese con una economia basata sulla produzione di beni, non più solo sui petrodollari. Per la sola nuova città industriale di Neom, cuore del nuovo apparato produttivo saudita, sono previsti in 10 anni investimenti per 500 miliardi di dollari.

LA MODERNIZZAZIONE A COLPI DI SCIMITARRA

Da qui la privatizzazione parziale, in cantiere, della Saudi Aramco, la più grande holding energetica del pianeta (commercializza l’11% del greggio mondiale) e una accorta politica gestita da Mbs per attrarre investimenti internazionali. Dunque, un colossale progetto di modernizzazione e di investimenti, che però deve fare ancora i conti con un contesto politico saudita, di gestione e di trasmissione del potere di marca prettamente feudale e medievale, con marcatissime dinamiche tribali. Una contraddizione stridente. Un contesto che Mohammed bin Salman sta governando in modo classico: menando la scimitarra sul collo dei suoi avversari di corte.

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Libia, il thriller di Costantini sull’inferno libico

Intervista al giallista su "Una donna normale", spy story ambientata tra Roma e Tripoli, . L'agente italiana Aba in missione antiterrorismo tra le milizie, con la guardia costiera, nell'inferno dei campi profughi che guardano l'Italia.

Un thriller, per definizione, di fantasia. Costruito sulla trama degli interessi nazionali, di sicurezza e strategici, che uniscono l’Italia alla Libia. Tutto quello che state leggendo avidamente rincorrendo il finale, sembra alludere l’autore Roberto Costantini, è inventato ma possibile: può essere accaduto o potrà accadere; anche se resterebbe – o è rimasto e resterà per sempre – invisibile. Il possibile – e invisibile – più illuminato in Una donna normale (Longanesi, 2019), il primo volume della nuova serie del giallista del commissario Balistreri, è la vita estrema della protagonista 40enne Aba (nome in codice, e soprannome tra gli amici, Ice): una agente segreto italiana ai vertici dell’antiterrorismo; donna divisa tra le rigide e impenetrabili regole d’ingaggio, e la vita da comune, molto indaffarata, moglie e madre di famiglia.

Lo scrittore Roberto Costantini.

LA SPY STORY TRA ROMA E TRIPOLI

Aba è una civil servant nascosta per definizione. Per gli stereotipi di genere, ancora più degli uomini  in questa e in altre professioni. Il libro è innanzitutto un tributo, racconta Costantini a Lettera43.it, «al merito e alla dedizione di tutte le donne che lavorano con sforzo e nell’ombra, senza essere, inclusa la protagonista, delle wonder woman». Seguendo le missioni di Aba tra Roma e le coste di Tripoli, con un thriller si impara più sulla Libia degli ultimi anni che non dalle cronache dei media: quanto rischio di terrorismo arriva dal Nord Africa, quale imbarbarimento ha toccato la vita che ci guarda dal Mediterraneo, quali operazioni mette in campo l’Italia? Per imbastire con «sufficiente realismo la fiction ho impiegato un anno», spiega Costantini, ingegnere nato a Tripoli e formato a Stanford, «parlando con giornalisti dalle aree di crisi e il personale dei servizi».

L’altra figura centrale della spy story è il professor Johnny Jazir, guida archeologica in Libia e spietato ex capo-milizia in Niger, l’agente Marlow dei doppi e tripli giochi oltre il Mediterraneo. Indispensabile, anche all’intelligence italiana, per sventare attentati e salvare ostaggi: un mostro o un eroe?
Insieme a Ice, Marlow resterà il protagonista delle prossime storie della quadrilogia. Lo considero l’erede arabo di Mike Balistreri, l’eroe oscuro che nel primo thriller mette in crisi la visione del mondo fatta di bianchi e di neri di Aba: quel sistema di valori ferreo al quale il padre l’aveva educata ma dal quale dovrà liberarsi. Il professor Jazir addentra Aba in un mondo completamente diverso dal suo.

Da donna e da madre, atterrata a Tripoli Aba prima che Ice nota la distanza abissale della sua esistenza rispetto a quella delle mogli e dei ragazzi armati della Libia. Uno sguardo da occidentale, ipocrita per Marlow.
Questa dimensione della realtà va oltre i valori borghesi e occidentali di Aba, che Ice è chiamata a preservare. Ma per affrontare e compiere le missioni Ice dovrà capire il mondo alla Dostojevski di Marlow. Interpretare grazie a lui una complessità che in realtà, scoprirà, si cela anche dietro l’apparenza della sua famiglia perfetta.

Nel caso di un attentato da compiere in Italia, la via dalla Libia sarebbe la più semplice, e anche la principale per entrare


Tra Tripoli, Sabratha e Zuwarah Ice visita anche l’orrore degli «hotel a 4 stelle» dei migranti, pronti per le «crociere nel Mediterraneo». Oltre il breve spazio di mare che ci separa dalla Libia si è davvero al di là del bene e del male?
In Libia la minaccia è grave e imminente in ogni luogo. Ho vissuto a Tripoli fino a 18 anni e continuo ad avere contatti con degli amici libici, a sentirli. La Libia di oggi è un inferno, e va detto che la colpa di questa situazione è di tutti, meno che dei libici.

La missione di Aba è riuscire a identificare e catturare un little boy, un attentatore, del Niger della rete di Al Qaeda del Maghreb (Aqmi), che un infiltrato dell’Aisi ha rivelato partire dalla Libia per un attacco a Milano. Ma davvero, ci si chiede, un terrorista rischierebbe la vita in mare?
Nel caso di un attentato da compiere in Italia, quella sarebbe la via più semplice e anche la principale per entrare nel Paese, per questa ragione viene così monitorata. In realtà non tutti i barconi, come avviene nel libro, sono a rischio affondamento…

E i little boy del thriller non impiegano mesi o anni di sofferenze, come i migranti, a raggiungere la Libia dall’Africa centrale, anche perché la rete criminale di trafficanti che gestisce la tratta e le partenze dalla Libia è la stessa dei clan dell’Aqmi nel Sahel.
Non sapremmo mai se un attentato del genere sia stato tentato o sventato in Italia: resterebbe coperto da segreto. Di certo nel nostro Paese, al contrario che in Francia, nel Regno Unito, in Germania, e anche in Spagna non c’è mai stato in questi anni un attacco di terroristi islamici. Per caso o per fortuna, o magari perché i nostri servizi hanno lavorato bene.


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Prolungata la custodia in carcere per Patrick Zaky

Lo studente dell'Università di Bologna resterà in carcere per altre due settimane.

Ancora 15 giorni in carcere. La custodia cautelare per George Patrick Zaky, lo studente egiziano dell’università di Bologna arrestato in Egitto per propaganda sovversiva su Facebook, è stata rinnovata un’altra volta. Lo ha reso noto la sua legale Hoda Nasrallah. La decisione è stata presa dopo un’udienza presso la Procura per la sicurezza dello Stato al Cairo. In procura erano presenti diplomatici italiani, dell’Ue e svizzeri.

TRA I DETENUTI POLITICI

Zaky «resterà nel carcere di Tora in una sezione per detenuti politici», ha detto Hoda Nasrallah. «Comunque non è allo Scorpione», ha precisato una fonte della Eipr, la ong per cui lavorava Patrick, riferendosi alla famigerata sezione di massima sicurezza del complesso carcerario del Cairo. «Si trova meglio a Tora che a Mansura», ha assicurato comunque la legale, riferendo che il 7 marzo è stato dato ai genitori il permesso di vedere il figlio.

UNA DECISIONE AMPIAMENTE PREVISTA

Uno dei due legali che difendono il 27enne, Walid Hassan, aveva già detto mercoledì 4 marzo che la custodia sarebbe stata prolungata «al 90%». Le probabilità erano addirittura aumentate dopo che giovedì 5 si era appreso del trasferimento di Patrick dalla Prigione pubblica di Mansura al complesso carcerario di Tora, alla periferia sud del Cairo. Vista la rigidità delle procedure di ingresso alla Procura dell’Alta corte della sicurezza dello Stato, situata nel Quinto insediamento, distante una quindicina di chilometri in linea d’aria da Tora, ci si aspettava un’udienza a porte chiuse. Patrick, secondo la difesa sulla base di un account Facebook ‘fake’, è accusato fra l’altro di «istigazione alla violenza e ai crimini terroristici».

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Cosa succede se si rompe il patto tra Russia e Turchia

Gli ultimi sviluppi in Siria mettono a rischio l'alleanza ad hoc tra Mosca e Ankara. Gli interessi in gioco sono molti. Né Putin né Erdogan vogliono che la situazione precipiti. Ma non è detto che riescano a evitarlo.

Russia e Turchia non vogliono uno scontro militare diretto in Siria, ma né a Mosca né ad Ankara ci sono segnali della volontà di fare i passi indietro necessari per disinnescare le tensioni attuali e prevenirne di future. Il rischio di incidenti irreparabili sul fronte di Idlib resta alto, e nei prossimi mesi potrebbe aumentare ancora. Dal vertice di giovedì 5 marzo fra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan con ogni probabilità uscirà un accordo solo temporaneo. 

UN VERTICE «NON RISOLUTIVO»

«I due presidenti troveranno un’intesa per salvare la faccia, ma non sarà risolutiva: reggerà tutt’al più qualche settimana», dice a Lettera43 l’esperto moscovita di relazioni russo-turche Kerim Has. «Si deciderà di ricostituire le zone demilitarizzate già individuate nella conferenza di Sochi del 2018, ma non ci sarà un reale ritiro turco, né l’offensiva dell’alleato di Mosca si arresterà: Erdogan ha precisi motivi per fomentare la crisi, Assad è troppo vicino alla vittoria per fermarsi». E sull’intenzione del Cremlino di continuare ad appoggiare la spallata del dittatore di Damasco contro i ribelli anti-regime sostenuti dalla Turchia ci sono pochi dubbi. «La nostra posizione non è cambiata», ha detto il portavoce di Putin, Dmitri Peskov.

Una guerra russo-turca sarebbe troppo distruttiva per entrambi i contendenti

Fyodor Lukyanov, Vedemosti

Dopo che le forze turche presenti nella Siria nord-occidentale hanno abbattuto almeno due caccia-bombardieri siriani e colpito un aeroporto militare, il ministero della difesa russo ha avvertito che i velivoli di Ankara in azione sulla regione potrebbero diventare un bersaglio: suona come una minaccia, e parecchio realistica – dato che proviene da chi ha il completo controllo dello spazio aereo. Intanto, due fregate munite di missili da crociera Kalibr hanno attraversato il Bosforo seguite da una nave trasporto truppe, e si stanno avvicinando alle coste siriane, dove è già presente un’altra fregata: «Un segnale potente per far capire alla Turchia che è andata troppo oltre», ha commentato su Twitter Dmitri Trenin, uno dei più ascoltati analisti della politica estera di Mosca. 

«Una guerra russo-turca è fuori questione: sarebbe troppo distruttiva per entrambi i contendenti», ha scritto sul quotidiano Vedemosti Fyodor Lukyanov, direttore della rivista Russia in Global Affairs e membro del Consiglio russo per gli affari internazionali, emanazione del Cremlino. La convinzione dell’impossibilità di uno scontro diretto, però, ha fatto sottostimare a Mosca la determinazione di Ankara a perseguire i propri scopi ad ogni costo, a Idlib. Erdogan non vuole e non può lasciare la maggior parte della enclave a Bashar al-Assad, perché significherebbe riconoscere il fallimento di tutta la sua politica estera recente. Inoltre, nota Kerim Has, «il presidente turco ha bisogno di questa avventura militare per sopravvivere politicamente: il sostegno per il suo partito è in declino a causa dell’inasprirsi della crisi economica».

ERDOGAN E QUELL’ERRORE DI VALUTAZIONE

Il sultano deve distrarre i sudditi dai problemi interni e anche per questo combatte contro Assad e vuol continuare a farlo. A sua volta, e per motivi analoghi, Erdogan ha sottostimato la volontà russa di sostenere Assad anche nel caso di guerra aperta – come ormai di fatto è – fra Turchia ed esercito di Damasco. Mosca non vuole e non può permettere che le truppe siriane cedano territori conquistati in mesi di battaglie, perché ciò ridimensionerebbe la sua autorevolezza militare e farebbe pensare che è disposta a rinunciare al principale obiettivo del suo intervento in Siria: la vittoria completa del regime e il monopolio della ricostruzione del Paese. 

UNA STRANA ALLEANZA AD ALTO RISCHIO

Nell’inedita alleanza ad hoc stretta per finalità specifiche tra Russia e Turchia quattro anni fa, finora si è sempre trovato il modo di comporre i dissidi laddove gli obbiettivi divergevano, in nome della massimizzazione dei dividendi quando invece erano convergenti. Più volte all’interno di questa strana coppia dell’arena politica internazionale si è giocato col fuoco – come adesso – e ci si è fatti male a vicenda. Ma ci si è anche fermati prima che potesse accader di peggio, e gli incidenti sono stati constatati e risolti in via almeno apparentemente amichevole. Il meccanismo sembra essersi rotto improvvisamente il 27 febbraio scorso, quando non meno di 33 soldati di Ankara impegnati nella campagna per la riconquista di Idlib sono stati uccisi dagli alleati siriani di Mosca. E lo scenario peggiore è improvvisamente diventato un po’ meno «fuori questione».

Le strade di Idlib.

Il rischio di un conflitto diretto è «inferiore al 50% ma comunque alto», secondo l’analista Has. «Si è raggiunto un livello di tensione che crea moltissimi pericoli sul terreno, non sempre controllabili dalle parti». In particolare, l’abbattimento di un aereo russo, anche per sbaglio, «sarebbe un casus belli che Putin non potrebbe ignorare». Nel novembre del 2015, un F-16 turco colpì un cacciabombardiere Su-24 di Mosca, ed Erdogan fu sostanzialmente “perdonato” dal capo del Cremlino interessato ad “arruolarlo” nella sua battaglia per far tornare la Russia una grande potenza a scapito dell’ “eccezionalismo Usa”. 

LA RUSSIA HA TANTO DA PERDERE…

Nell’alleanza con Erdogan, il Cremlino ha investito più che nelle Olimpiadi invernali di Sochi, paradigma della dispendiosità nell’immaginario dei russi: dalla costruzione del TurkStream (11,4 miliardi di dollari) fino alla fornitura a credito (2,5 miliardi) del sofisticatissimo sistema di difesa anti aerea S-400, passando per la costruzione – ancora in corso – della centrale nucleare di Akkuyu. Il ritorno economico e soprattutto geopolitico di tutti questi investimenti è adesso messo in dubbio dal deteriorarsi della situazione, e potrebbe risultare nullo se si arrivasse al conflitto con la Turchia. Un motivo in più per cercare di evitarlo. Tra gli altri motivi, alcuni sono macroscopici: una guerra comporterebbe la chiusura di Bosforo e Dardanelli alle navi russe, e il probabile coinvolgimento della Nato. Di ragioni per evitare il conflitto e ripristinare buone relazioni, Ankara poi ne ha ancora di più.

… E LA TURCHIA ANCORA DI PIÙ

Prima di tutto, perché combatterebbe una guerra che non può vincere: la supremazia militare di Mosca è indubbia. Ed è altrettanto indubbio il potenziale di ricatto economico del Cremlino: la Turchia dipende dalla Russia per il 37,8% del suo fabbisogno energetico. In termini di bilancia commerciale, importa un dollaro per ogni 15 centesimi di export verso la Russia. Ogni estate, poi, cinque milioni di russi vanno vacanza in Turchia: qualche anno fa, un breve periodo di boicottaggio mise in ginocchio uno dei settori portanti dell’economia turca. Il coltello dalla parte del manico, insomma, ce l’ha Putin, che in precedenti faccia a faccia con Erdogan è riuscito a mediare soluzioni per situazioni delicate, anche se non pericolose come quella attuale. Il problema è che si è sempre trattato di soluzioni ad hoc, limitate nello scopo e nella durata. E in questo caso ogni soluzione temporanea e limitata è messa a rischio da tutte le situazioni incontrollabili e tutti gli incidenti tipici di un teatro bellico così attivo.

Il Cremlino aveva un sogno: allontanare Erdogan dall’Occidente. Per questo l’ex agente del Kgb Putin ha “reclutato” il leader turco

Pavel Felgenhauer, Novaya Gazeta

«Il Cremlino aveva un sogno», ha scritto sul quotidiano liberale moscovita Novaya Gazeta l’analista militare Pavel Felgenhauer: «Allontanare Erdogan dall’Occidente, indebolire la Nato, trasformare la situazione geopolitica in una zona vitale, salvaguardare il Mar Nero. Per questo l’ex agente del Kgb Vladimir Putin ha “reclutato” il leader turco. Quel sogno è andato in fumo in un solo giorno il 27 febbraio scorso, insieme a tutti i miliardi spesi per realizzarlo». L’ immagine è iperbolica ma rende l’idea. In realtà, per adesso si può solo dire che uno degli schemi portanti della politica mediorientale di Putin, quello costruito con cura sul rapporto con Ankara, corre come minimo il rischio di sbriciolarsi.

I LIMITI DELL'”OPPORTUNISMO COSTRUTTIVO” DI MOSCA

Finora la Russia è riuscita a giocare con successo sulle differenze e le intersezioni fra i diversi interessi delle parti in causa nel conflitto siriano. Solo Putin è riuscito a trovare un linguaggio comune con quasi tutti gli attori coinvolti. Ma sta emergendo un limite forte dell’ “opportunismo costruttivo” – come viene definito dagli stessi diplomatici di Mosca – della politica estera russa: fondandosi solamente su soluzioni “situazionali”, non può realisticamente ambire alla stabilità. Quindi non consente strategie di lungo termine, e  comporta rischi molto alti. A rimetterci, sono soprattutto le popolazioni dei teatri di guerra. Che, senza visioni di lungo termine da parte di chi bombarda, sono destinate ad esser composte solo di vittime, o di rifugiati. 

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Un kamikaze si è fatto esplodere davanti all’ambasciata Usa a Tunisi

Un uomo a bordo di una moto si è fatto esplodere vicino ad un check-point della polizia. Non ci sarebbero altre vittime.

Un uomo a bordo di una moto si è fatto esplodere a Tunisi davanti ad una banca vicino ad un check-point nei pressi dell’Ambasciata statunitense in Tunisia. L’attentato ha avuto luogo intorno alle 11.20, riportano fonti locali. Non si registrano al momento altre vittime oltre all’attentatore.

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Cosa prevede l’accordo tra Putin e Erdogan per la tregua a Idlib

Cessate il fuoco da mezzanotte del 5 marzo. Un corridoio per collegare il porto usato dai russi a Latakia con Aleppo (controllata dal regime). Pattugliamenti congiunti. La firma del documento dopo sei ore di trattativa.

Cessate il fuoco a partire dalla mezzanotte del 5 marzo, corridoio di sicurezza di sei chilometri, a Nord e a Sud, lungo la cruciale autostrada M4 che corre tra Latakia e Aleppo nei pressi di Saraqib, con in aggiunta pattugliamenti congiunti russo-turchi a partire dal 15 marzo.

Questi i risultati tangibili dei negoziati-fiume (oltre sei ore) fra Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin al Cremlino per alleviare la crisi in corso a Idlib.

ERDOGAN: «INCONTRO STORICO»

Un incontro definito «storico» dal sultano ma che, stringi stringi, rischia solo di rimandare a data da destinarsi la resa dei conti fra Ankara e Mosca. Lo zar, dal canto suo, ha elogiato una volta di più i buoni rapporti fra Russia e Turchia e, pur sottolineando che «non sempre concordiamo su tutto», quando il momento «si fa critico» i due Paesi sono «sempre in grado di trovare un’intesa comune e arrivare a una soluzione». «Lo abbiamo fatto anche oggi», ha detto Putin. Che poi ha, per così dire, portato acqua al suo mulino. Ovvero ha incassato l’ennesima assicurazione al rispetto della «sovranità e integrità» della Siria e alla lotta contro «i gruppi terroristici», che dall’inizio dell’anno hanno lanciato ben «15 attacchi missilistici» contro la base russa a Khmeimim.

PUTIN: «FINE ALLE SOFFERENZE DELLA POPOLAZIONE»

Putin inoltre ha ostentato l’intenzione di proteggere la popolazione civile. «Esprimo l’auspicio che questi accordi servano da buona base per porre fine alle ostilità nella zona di Idlib, pongano fine alle sofferenze della popolazione civile e alla crescente crisi umanitaria, e creino le condizioni per continuare il processo di pace in Siria». L’accenno rispecchia probabilmente il giro di consultazioni internazionali avuto da Putin prima del summit con Erdogan, non ultimo con il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel (dedicato principalmente alla crisi umanitaria in corso lungo la frontiera fra Grecia e Turchia). Ankara, giusto stamani, aveva promesso di inviare mille agenti delle forze speciali «per evitare i respingimenti» dei migranti da parte delle guardie di frontiera di Atene.

RESPIRO PER IL MILIONE DI SFOLLATI INTRAPPOLATI

Ora, stando all’accordo, la fase più acuta della crisi dovrebbe rientrare e dare respiro a quel milione di sfollati siriani, per lo più donne e bambini, che secondo l’Onu sono stati travolti dallo scontro tra fazioni nell’area di Idlib (numeri però che Mosca contesta e ridimensiona). Che l’intesa sia precaria lo si capisce però dai toni usati da Erdogan nel corso delle sue dichiarazioni. «Le forze del regime siriano hanno violato gli accordi e gli abitanti di Idlib sono scappati: Assad vuole spazzare via i civili in quella regione e noi non staremo a guardare», ha tuonato. La Turchia, ha messo in guardia, «si riserva il diritto di rispondere a qualsiasi attacco da parte del regime siriano con le proprie forze». Insomma, ognuno è chiamato ora a «trattenere i propri cani» e rimettere ordine nel cortile. Il punto è che, stando a molteplici analisti e osservatori, gli interessi di Mosca e Ankara in Siria sono sempre più divergenti.

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Impotenti in Libia, agli Usa non resta che trattare con Haftar

In un'informativa il Dipartimento di Stato spiega di non poter forzare i player regionali a cambiare condotta. Si dichiara attore disinteressato e allineato con l'Onu. E spinge il generale della Cirenaica a sospendere l'offensiva per iniziare a negoziare.

Sul quotidiano Libya Herald è apparsa una notizia che merita di essere ripresa e commentata; non perché relativa a casi di coronavirus ricercati su quei poveri disgraziati che a causa della guerra cercano anche adesso disperatamente di raggiungere le coste italiane, bensì per il rilievo assegnato a una speciale informativa sulla Libia del Dipartimento di Stato statunitense, resa a Washington nel fine settimana. 

Che cosa dice l’amministrazione Usa?

CONTRO LE TOSSICHE INTERFERENZE STRANIERE

Si afferma che il governo è fortemente impegnato in sforzi proiettati a mettere fine al conflitto libico e a minimizzare le «tossiche interferenze straniere» e dunque a promuovere una Libia stabile, unita e democratica capace di essere partner nella lotta contro il terrorismo e normalizzare la produzione petrolifera

GLI INCONTRI CON SERRAJ E HAFTAR

Che gli Usa incontrano regolarmente il premier Serraj, il generale Haftar e altri leader libici per ottenere una de-escalation del conflitto e dimostrare che le spinte conflittuali in atto possono (e debbono) trovare soluzione attraverso il negoziato.

L’INCONCLUDENZA DEL CONFLITTO

Che il conflitto libico, riacceso nell’aprile del 2019 da Haftar per impadronirsi di Tripoli, sede del governo (Gna) posto in essere con l’accordo del 2015, riconosciuto internazionalmente, ha visto 10 mesi di conflitto inconcludente lungo una linea di scontro rimasta sostanzialmente inalterata da allora. Ciò che ha ampiamente dimostrato come non ci sia soluzione militare al conflitto se non a prezzo di un bagno di sangue o un’insurrezione di lunga durata.

GLI INTERESSI DEI SOSTENITORI ESTERNI

Si afferma che sia lo Lna (Tobruk – Haftar) che il Gna (Tripoli – Serraj) hanno cercato supporto militare e finanziario da sostenitori esterni (Russia, Emirati, Turchia, Egitto, etc.) che vi stanno investendo per favorire i rispettivi interessi di sicurezza e commerciali (e non certo quelli libici).

IL SOSTEGNO ALL’ONU

Che gli Usa stanno sostenendo gli sforzi del Rappresentante speciale delle Nazioni Unite per negoziare la cessazione delle ostilità e una composizione politica globale, coordinandosi strettamente con il Regno Unito, l’Italia, la Francia, la Germania, l’Egitto, gli Emirati e la Turchia

LO SCETTICISMO SULL’ESITO DELLA CONFERENZA DI BERLINO

Si ricorda come il 19 gennaio gli Usa siamo stati alla Conferenza di Berlino dove tutti i Paesi chiave si sono impegnati a sospendere le operazioni militari e a fermare l’afflusso dall’esterno di armi e di militari. La Nota prosegue facendo il sunto degli avvenimenti post-Berlino che stanno inducendo molti a ritenere che il documento in 55 punti approvato in quella sede non valga la carta sulla quale è stato scritto. Ma gli Usa vogliono dimostrare un approccio propositivo ribadendo il loro sostegno alle Nazioni Unite e alla validità del percorso tracciato in quel documento in materia negoziale tra le due parti in conflitto sotto il profilo militare, economico e politico. E dichiarano che Ghassan Salame (ora dimissionario) sta facendo un ottimo lavoro che merita plauso e appoggio.

LA SOTTESA IMPOTENZA DEGLI USA VERSO I PLAYER REGIONALI

Nella Nota si aggiunge che l’Amministrazione americana è determinata a riaprire l’ambasciata a Tripoli non appena possibile sottolineando ad ogni buon fine come non sussistano al momento le necessarie condizioni di sicurezza. Si comprende, continua la Nota, che Paesi che interferiscono nel conflitto abbiano preoccupazioni profonde e profondamente sentite in merito al ruolo dell’Islam politico, la stabilità dei rispettivi regimi, l’influenza regionale e come gli Usa non possano forzarli a cambiare la loro linea di condotta.

I CONSIGLI AD HAFTAR

Ma poi stringe la lente su Haftar per osservare come egli stia inseguendo le cosiddette 3 M – milizie, money e Muslim brotherhood (Fratellanza musulmana) ma che in effetti, in questa fase, il perseguimento di tali obiettivi stia risultando controproducente perché sta rafforzando le milizie che difendono Tripoli; sta rafforzando gli estremisti; rende impossibile tracciare la distribuzione del denaro nel Paese. Da qui la conclusione: per il reale perseguimento dei suoi obiettivi sarebbe più consigliabile la sospensione «immediata» della sua offensiva.

IL COLLEGAMENTO CON LA PARTITA SIRIANA

Si precisa al riguardo come vi sia un gioco incrociato tra ciò che sta avvenendo nel conflitto siriano (Idlib) e quello in corso a Tripoli tra Russia e Turchia. La Siria, si sottolinea, è una sostanziale priorità per Turchia e Russia, più di quanto non lo sia la Libia. E in ogni caso si rileva come la presenza della Russia attraverso i mercenari Wagner si sia rivelata decisamente destabilizzante. Riferendosi ai suoi tradizionali alleati senza menzionarli, la Nota constata come qualcuno pensi che gli Usa possano cambiare le cose con un semplice schioccare di dita per risolvere i problemi della Libia. Ma non è così.

PRIMA CONSIDERAZIONE: GLI USA VOGLIONO MOSTRARSI IMPARZIALI

Questo in sintesi il senso della Nota statunitense da cui si possono trarre alcune considerazioni. Intanto si ribadisce che gli Usa sono una potenza decisa a sostenere le Nazioni Unite e il suo Rappresentante speciale, assumendo con ciò il ruolo di partner e broker affidabile perché disinteressato, a differenza delle altre potenze sopra citate che vi stanno interferendo.

SECONDA: GLI USA VOGLIONO CHE HAFTAR SI SIEDA A TRATTARE

In secondo luogo, vi compare un duro ammonimento rivolto a Haftar a non farsi utile oggetto e strumento nelle mani delle potenze che si sono coinvolte nel conflitto, suggerendo con forza che si decida a capitalizzare quanto prima il suo posizionamento militare al tavolo negoziale. 

TERZA: GLI USA TEMONO UN RAFFORZAMENTO DELLA FRATELLANZA MUSULMANA

In terzo luogo, si adombra piuttosto chiaramente come vi sia il rischio che i suoi avversari puntino a sfruttare la bandiera della Fratellanza – invisa a gran parte del mondo arabo – per colmare il divario di forza militare di cui aveva finora goduto rispetto alla periclitante Tripoli.

I DUBBI SULLE CAPACITÀ MILITARI DI HAFTAR

Meglio negoziare adesso sfruttando la posizione di relativa forza acquisita, che perdere tempo e correre un indebolimento tanto rischioso quanto irrecuperabile. Tutto ciò mentre sono diversi i segnali di un incrocio di cointeressenze tra gruppi jihadisti nel Sud del Paese come nel più vasto Sahel, che l’attuale stallo conflittuale sta minando i risultati positivi ottenuti in proposito da Haftar col plauso proprio di Washington. In questo contesto appare legittimo chiedersi a questo punto se Haftar, che ha dimostrato di essere privo di un esaltante curriculum militare, saprà essere un politico scaltro e magari anche lungimirante. Finora non ha dato di sé una chiara dimostrazione in tal senso mentre lo spregiudicato Erdogan se ne sta avvantaggiando, almeno fino a questo momento, sfruttando la consapevolezza dell’alta priorità assegnata al mantenimento della Turchia alla Nato. Se ne saprà di più dopo il prossimo incontro tra Putin ed Erdogan.

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Nella crisi dei profughi siriani stavolta la Germania non apre le porte

Telefonate continue di Merkel con Erdogan e Putin. Berlino è irritata per il ricatto «inaccettabile» della Turchia verso l'Ue. Ma solo i Verdi sono per l'accoglienza della nuova ondata dal Medio Oriente. Un'emergenza migratoria nell'emergenza coronavirus.

Altri miliardi di euro per tenersi altri milioni di profughi. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha portato di nuovo il conto all’Unione europea direttamente a colei che evidentemente ritiene la madrina dei rifugiati, la cancelliera tedesca Angela Merkel, determinante per le politiche comunitarie sui flussi. Si capisce perché la leader a capo del suo quarto, e traballante, esecutivo di Germania non abbia proferito quasi parola sull’epidemia del coronavirus che conta tra i tedeschi 199 casi di contagio (se non comunicare che in questo periodo non stringerà la mano agli interlocutori), e lasci parlare i ministri di governo: è assorbita dall’altra grave crisi del continente.

NUOVO FIUME DI SFOLLATI CHE ERDOGAN NON VUOLE

Merkel passa un giorno al telefono con Erdogan e l’altro con il presidente russo Vladimir Putin: l’arrivo dei profughi siriani in fuga dalla roccaforte dei ribelli di Idlib, bombardata da dicembre 2019 incessantemente dai caccia russi e dall’aviazione di Bashar al Assad. Quel nuovo fiume di sfollati Erdogan non ha intenzione di accollarseli, senza un nuovo accordo con l’Ue come nel 2016, su input allora proprio di Merkel. 

Germania profughi Turchia Merkel Erdogan
Profughi da Idlib alla frontiera tra Turchia e Grecia. (Getty)

L’EMERGENZA PROFUGHI NELL’EMERGENZA VIRUS

A centinaia di migliaia di profughi la Turchia ha aperto il varco verso l’Europa, per tentare l’ingresso dalla Grecia verso i Balcani. E tra loro, si scopre, ci sono anche pakistani, afgani, iracheni e mediorientali di altre nazionalità: il milione di siriani da Idlib è una parte della grande catena umana che si è rimessa in moto, non appena da Ankara è arrivato il via libera verso l’Ue che li respinge dai confini ellenici. Chi si occuperà di questa emergenza di donne e minori, tanti, da proteggere e da accogliere, mentre le protezioni civili degli Stati europei sono mobilitate nell’allestire strutture e ad assistere le migliaia di infettati da Covid-19? In Germania monta la preoccupazione per un’emergenza nell’emergenza. La telefonata di inizio marzo fatta dal presidente turco alla cancelliera tedesca, con il pressing a «dividersi il carico» del nuovo flusso, ha suscitato sdegno e irritazione a Berlino. Erdogan ha anche dichiarato che le «centinaia di migliaia di profughi in arrivo saranno presto milioni». 

A BERLINO IRRITATI COL SULTANO

Merkel ha colloqui da gennaio con Erdogan sulla crisi di Idlib. E già prima della chiamata la cancelliera era arrabbiata, pur «con tutta la comprensione» per il carico di oltre 4 milioni di profughi che da anni si porta sulle spalle Turchia, sull’uso «inaccettabile» che il leader turco fa dei rifugiati: «Sono di fatto messi nella condizione di andare al confine, dove finiscono in un vicolo cieco», ha affermato. Bloccati cioè oltre la frontiera turca e respinti dalla polizia europea Frontex e da quella greca. Tutta la politica tedesca è compatta, a parole, nel no al ricatto di Erdogan sul dramma umano che si consuma tra Turchia e Grecia. In particolare i Verdi, per bocca dell’ex leader Cem Özdemir, di origini turche, chiedono al «governo di porre finalmente fine alle politiche distensive con Ankara, e che sia la Germania da questo punto a far leva sugli indispensabili rapporti economici della Turchia con l’Ue, affinché Erdogan sia costretto a interrompere i cinici giochi di potere sulla pelle dei più deboli».

Germania profughi Turchia Merkel Erdogan
Profughi dalla Siria al confine turco con la Grecia. GETTY.

LA CDU CHIEDE PIÙ CONTROLLI E RESPINGIMENTI

Ma gli ambientalisti, il partito tedesco più aperto ai migranti, sono gli unici a schierarsi senza riserve per l’ingresso di altre migliaia di richiedenti asilo. Anche la sinistra radicale della Linke ha una componente sovranista prudente, e ormai i socialdemocratici (Spd) concordano pressoché con l’Unione dei cristiano democratici e sociali (CduCsu) di Merkel sui paletti all’entrata. La Spd propone che le «persone in fuga verso la Grecia vengano smistate tra tutti gli Stati dell’Ue» e che  «intanto intervenga sul posto l’ Unhcr, l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati». Per la Cdu è prioritario «intensificare i controlli alle frontiere esterne dell’Ue e anche i respingimenti ai confini nazionali»: la posizione tenuta da sempre dall’ala destra bavarese della Csu che come l’Austria chiude ai migranti. Inutile allora, da parte dei conservatori, dichiarare Erdogan «irresponsabile sui diritti umani e irrispettoso degli accordi»: con queste premesse Merkel dovrà ancora – e presto – sbrigarsela con lui.

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Netanyahu vince, ma formare un governo non sarà facile

Il premier è riuscito a ribaltare i pronostici e a dominare nel voto popolare: i processi di questi mesi lo hanno rafforzato invece che indebolito. Ma la strada per trovare una maggioranza è ancora in salita.

Bibi Netanyahu stravince il voto popolare, ma non quello per il governo (59 seggi alla coalizione che capeggia); Benny Gantz perde l’uno e l’altro (solo 32 seggi); grande successo della lista araba unita (15 seggi) e scomparsa virtuale della sinistra pur unita (7 seggi): in estrema sintesi questo il quadro all’indomani del terzo voto legislativo in 11 mesi in Israele.

BIBI RIBALTA IL TAVOLO

Il successo di Netanyahu è indubitabile, non solo dal punto di vista numerico, ma soprattutto da quello politico. Come notano entusiasti i giornali di destra e attoniti quelli progressisti, “Bibi” è riuscito in pieno a  ribaltare il tavolo (e i pronostici): i processi e le gravissime accuse che lo porteranno da qui a pochi giorni in tribunale, non solo non l’hanno penalizzato, ma sono stati al contrario il carburante della sua affermazione nel voto popolare (il suo Likhud ha avuto più del 28,52% dei voti). Nei fatti, le urne hanno confermato la sua tesi: i processi contro di lui sono visti come qualcosa di simile a un “colpo di Stato”. Un risultato clamoroso che apre peraltro una fase di fibrillazione istituzionale e costituzionale in Israele.

TRABALLA LA “TERZIETÀ” DELLA MAGISTRATURA

La piena sconfessione nelle urne dell’operato accusatorio della Procura Generale (che è di nomina politica in Israele, come nei paesi di rito anglosassone) fa traballare quell’istituzione e con essa quella “terzietà” della magistratura che per più di un settantennio è stato un prezioso punto fermo in un paese nel quale senza alcuna polemica politica un ex primo ministro (Olmert) è stato portato in carcere per corruzione e un ex presidente (Katzav) è stato condannato a 7 anni di prigione per molestie sessuali, peraltro da un giudice monocratico arabo-israeliano.

DUE OPZIONI: GOVERNO DI UNITÀ O EROSIONE DI DEPUTATI ALTRUI

Ma, al di là di questo indubbio successo, Netanyahu non ha ancora la strada spianata per formare un nuovo governo e lo spettro di una quarta votazione continua ad aleggiare su Israele. Con questi risultati, infatti l’attuale premier ha due strade davanti: un governo di unità nazionale con un Benny Gantz che non può più aspirare alla premiership (oggi è subissato di critiche per la sua opacità, proprio da quelli che dovrebbero essere i suoi supporter) e che deve quindi permettergli di capeggiarlo, togliendo il suo veto. Oppure l’erosione di quei due-tre deputati da una Lista Bianco e Blu in palese confusione post batosta, che gli permettano di metter insieme una maggioranza parlamentare, sia pur non adamantina. Esclusa la possibilità di una alleanza con Lieberman (discreta conferma la sua, con 7 seggi) che pare proprio non intenda cedere su una alleanza con i partiti religiosi alleati di Netanyahu. 

LA COALIZIONE DI GANTZ RISCHIA DI CROLLARE

Tertium non datur. Per ora. Infatti il terzo fallimento consecutivo del tentativo di spallata dello schieramento “Bianco e Blu” guidato da uno scialbo Benny Gantz, può portare a uno sfarinamento di questa coalizione. Impostare la campagna elettorale essenzialmente su un voto “contro” la leadership di Netanyahu, con poca capacità propositiva su programmi e prospettive, si è rivelato un errore. Non è detto quindi che questa coalizione ora non si decomponga. Con conseguenze inedite delle quali l’unico profittatore può essere un sempreverde “Bibi”.

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I processi non danneggiano Bibi: Israele verso lo stallo dopo le elezioni

Le disavventure giudiziarie non hanno intaccato il consenso di Netanyahu: secondo i sondaggi neanche questa volta il rivale Gantz riuscirà a ottenere la maggioranza. Mentre l'ago della bilancia resta il falco Lieberman. La stanca campagna elettorale vista da Tel Aviv.

Da Tel Aviv

«Ci toccherà votare una quarta volta…», non uno dei tanti israeliani con i quali abbiamo parlato in questi giorni pronostica la vittoria il 2 marzo dell’uno o dell’altro schieramento, incluso quello per il quale fa il tifo, e tutti sono pacificamente rassegnati a tornare al voto per l’ennesima volta in un anno. Sono i sondaggi a ispirare questo senso di olimpica rassegnazione ad uno stallo politico paradossale, con un Benjamin Netanyahu (grande ed efficace oratore) che non perde e un Benny Gantz (pessimo oratore, e leader abbastanza impacciato) che non vince.

UNA CAMPAGNA ELETTORALE CHE NON SCALDA PIÙ NESSUNO

D’altronde, questa terza campagna elettorale in 10 mesi è stanca, si trascina su sé stessa: pochi, pochissimi i manifesti elettorali, stanchi i dibattiti televisivi e grande la disattenzione generale.

Netanyahu non ha perso un voto dopo il rinvio a giudizio

L’unico dato politicamente interessante – e nuovo per la società israeliana- è che Netanyahu è riuscito a fare passare il messaggio che le accuse che gli ha rivolto il Procuratore Generale sono frutto di un “complotto politico” e non ha perso un solo voto nell’elettorato dopo che è stato rinviato a giudizio. Anzi. Dunque, la magistratura, anche in Israele, ha perso quella fama di assoluta “terzietà” e imparzialità che ha avuto per decenni e sino a poco tempo fa e una larga fetta dell’elettorato la ritiene impegnata in un gioco tutto politico e strumentale.

I SONDAGGI CONFERMANO LO STALLO

Prova ne sia che i sondaggi non registrano alcuna flessione nei favori al Likud di Netanyahu, anzi, al contrario, lo danno in leggero vantaggio sullo schieramento Bianco e Azzurro, di Benny Gantz. Ciò detto, anche i sondaggi più favorevoli non danno alla coalizione di destra guidata da Netanyahu più di 57 seggi (ne servono 61 su 120 per formare un governo) rendendo ancora una volta, la terza, Israel Beitenu di Avigdor Lieberman con i suoi pochi seggi (5 e 8 nelle elezioni di aprile e settembre 2019) detentore della golden share per la formazione di un esecutivo.

LIEBERMAN RESTA AGO DELLA BILANCIA

Ma Lieberman continua a dirsi assolutamente indisponibile a partecipare ad un governo con la coalizione di destra guidata dal Likud (si oppone infatti soprattutto ai partiti religiosi che la compongono e alle loro mire di ridurre gli spazi di laicità di Israele) e a proporsi solo come parte di un governo di unità nazionale. Governo che però, per ben due volte nel 2019 non si è potuto comporre a causa della indisponibilità di Netanyahu a lasciare a Benny Gantz la premiership. Dunque, stallo più che probabile ed elettorato sostanzialmente fermo con una estrema polarizzazione e personalizzazione del voto pro o contro Netanyahu.

IL TEMA DELL’ECONOMIA PREVALE SU QUELLO DELLA PALESTINA

Naturalmente, a differenza di quanto si pensa in Europa, il tema dei rapporti con i palestinesi è assolutamente sottotraccia tra l’elettorato israeliano in generale, tranne che nella fascia dei 650 mila abitanti della colonie in Cisgiordania (quasi il 10% dell’elettorato), nettamente schierati con Netanyahu e certi che una probabile riconferma di Donald Trump alla presidenza degli Usa non potrà che giocare a favore del piano di pace del presidente americano che tutto dà ad Israele (e ai coloni) e solo le briciole ai palestinesi. In realtà, queste elezioni si giocano essenzialmente sulla situazione economica del Paese che costituisce il grande successo di Netanyahu e che spiega la sua longevità al potere. Il Pil da anni cresce più del 3% annuo; il tasso di disoccupazione si aggira attorno ad un fisiologico 4% e lo Shekel è tanto forte che il cambio è passato da 5 a 1 col dollaro di qualche anno fa al 3,3-3,5 a 1 di oggi.

UN UNICA CERTEZZA: LA CRISI DELLA SINISTRA

Infine, ma non per ultimo, bisogna sempre avere presente che Israele è una nazione composta da elettorati molto diversi: c’è l’elettorato metropolitano, liberal e laico della “grande Tel Aviv” di più di tre milioni di abitanti; l’elettorato di Gerusalemme, città santa che sembra essere in un’altra nazione rispetto a quello di Tel Aviv; l’elettorato arabo; i coloni… Un’unica certezza si può dunque avere sul voto di lunedì prossimo: anche in Israele, la sinistra, in tutte le sue componenti (che hanno anch’esse cambiato più volte nome) è in profonda crisi e si vince al centro. Ma è un centro super affollato.

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Le cose da sapere sull’escalation tra Turchia e Russia a Idlib

Missili di Ankara in risposta alla strage di soldati turchi nella roccaforte dei ribelli siriani. Aumentano i profughi in fuga: si rischia la tragedia umanitaria. L'appello della Nato a fermare la «crisi pericolosa».

L’allarme globale per l’epidemia del coronavirus Covid-19 sgombra il campo alla guerra tra Russia e Turchia, in Siria, il confronto più pesante tra potenze che si registri dalle rivolte del 2011 e che non si annuncia finire con una schermaglia. Il conflitto è esploso nella roccaforte dei ribelli di Idlib, a guerra ufficialmente chiusa con la vittoria del regime di Bashar al Assad, che proprio in questi giorni aveva riaperto l’aeroporto di Aleppo una sessantina di chilometri a Nord di Idilb, dove gli scontri a terra non si sono mai spenti e dove in queste settimane si erano intensificati i raid. Nella notte missili turchi hanno colpito le postazioni dell’esercito siriano nelle province settentrionali di Aleppo, Hama e Latakia, in risposta ai raid dei caccia russi e siriani della sera prima che avevano ucciso anche 29 soldati turchi, sul campo nella provincia di Idlib in aiuto ai ribelli

Siria guerra escalation Turchia Russia
Ribelli siriani di Idlib armati dalla Turchia. GETTY.

I RIBELLI E I JIHADISTI CHE CONTROLLANO IDLIB

L’escalation in Medio Oriente oscurata dalla psicosi per il virus è il culmine di un crescendo di scontri anche a terra tra le forze siriane, armate e sostenute dai russi, e quel che resta ormai dei ribelli islamici. Cioè la coalizione di jihadisti di Hayat tahrir al sham (Hts), che include anche il ramo siriano di al Qaeda chiamato in origine al Nusra e vari gruppi salafiti: con la riconquista di territori di Assad, il cartello di estremisti ha ripiegato a Nord asserragliandosi nella ridotta di Idlib, da più di un anno sotto scacco dei jihadisti che hanno imposto agli abitanti la dittatura della sharia. Ufficialmente la Turchia ha dichiarato Hayat tahrir al sham un’organizzazione terroristica, come gli Usa, affermando di armare solo i ribelli moderati islamisti e schierare truppe in loro sostegno per liberare il territorio proprio dagli estremisti islamici. 

I SOSPETTI SUI LEGAMI DEI TURCHI COI JIHADISTI

Ma nei territori delle Hts le forze turche hanno potuto installare avamposti, tenuto conto che anche gli ex di al Nusra e i gruppi salafiti loro alleati combattono contro russi ed esercito siriano. Un’altra commistione è che l’Esercito libero siriano (Fsa) dei ribelli, armato e addestrato in Turchia, ha sempre avuto frange di combattenti migrate tra i jihadisti. Anche in al Nusra che contro l’Isis era coalizzata con la Fsa e che ha più volte ha preso il sopravvento sugli islamisti moderati, arrivando a dettare loro la linea. Come sull’Isis in Iraq, in Siria la Turchia resta ambigua su al Qaeda. Al contrario la posizione della Russia e del regime alleato di Assad è chiarissima: tutti gli insorti sono estremisti islamici da sradicare. Il compromesso sui ribelli nel Nord trovato da Vladimir Putin con Assad e l’omologo turco Recep Tayyip Erdogan ai negoziati di Astana è saltato.

Siria guerra escalation Turchia Russia
Siria, i raid sulla provincia di Idlib. GETTY.

PUTIN  BOMBARDA GLI OSPEDALI

A gennaio l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) contava una cinquantina di strutture sanitarie chiuse a Idlib, a causa delle bombe dell’aviazione russa e siriana, cadute anche sugli ospedali, che hanno innescato un esodo di centinaia di migliaia di profughi, tra loro oltre 6.500 bambini al giorno. A febbraio la situazione si è aggravata, fino al climax tra il 27 e il 28: nella rappresaglia all’offensiva russo-siriana su Idlib, l’esercito turco, ha comunicato da Ankara il ministero della Difesa, avrebbe «neutralizzato 329 soldati del regime», tra gli uccisi (16) e i feriti, «e colpito più di 200 obiettivi nemici», tra i quali  «5 elicotteri, 23 tank, 10 mezzi armati e numerosi depositi e armi delle forze governative». I toni sono esasperati: il portavoce di Erdogan ha dichiarato Assad «capo dello Stato terrorista» e «criminale di guerra».

NATO ESORTA A DE-ESCALATION

Il Cremlino ha fatto sfilare due fregate lanciamissili «dagli stretti del Bosforo e del Dardanelli», mandate di rinforzo alla «task force della marina russa di stanza permanente nel Mediterraneo» Ufficialmente, Mosca nega che i caccia russi – da sempre di sostegno nei raid all’aviazione sguarnita di Assad – fossero impegnati nell’area della strage dei militari turchi, ribadendo tuttavia che questi si trovavano «tra le formazioni dei terroristi». Riunita nel Consiglio Nord Atlantico, la Nato ha dato «piena solidarietà alla Turchia» e chiede una «de-escalation della situazione pericolosa». Dall’1 dicembre 2019 le Nazioni Unite contano quasi 1 milione di sfollati (948 mila) dalla regione di Idlib, 569 mila dei quali bambini e quasi 200 mila donne: insieme, oltre 80% delle persone in fuga. Mentre il mondo è distratto dal Covid-19, Turchia e Russia si prendono la Siria.


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La Turchia lascia passare i migranti verso l’Ue per proteggere Idlib

Erdogan sotto assedio a Idlib apre le porte ai profughi diretti in Europa per spingere gli alleati della Nato a sostenerlo nel suo scontro mediorientale con Putin. Grecia e Bulgaria mandano rinforzi ai confini. Il rischio di un ritorno alla crisi migratoria del 2015.

Da quando ha firmato l’accordo con la Turchia affinché nel 2016 interrompesse il flusso di migranti dalla Siria, Bruxelles ha messo nelle mani di Erdogan un’arma con cui poter tenere perennemente sotto scacco l’Unione europea. Ora che Ankara vede i suoi interessi in Siria a rischio, ha deciso di utilizzare quell’arma per cercare di difenderli. A partire dalla mattina del 28 febbraio, centinaia di profughi si stanno riversando sui confini di Grecia e Bulgaria per cercare di intraprendere la rotta balcanica che li porterebbe nei Paesi più benestanti del Vecchio continente. La Turchia ufficialmente sostiene di non aver cambiato le proprie politiche in termini di frontiere e di star rispettando l’accordo con Bruxelles (che prevede un pagamento di 6 miliardi di euro).

IL VIA LIBERA UFFICIOSO DI ERDOGAN AI MIGRANTI

Nei fatti, come denunciano diversi media e ong locali, Erdogan ha dato il via libera al passaggio dei profughi dalle sue frontiere. Contemporaneamente, ha chiesto una riunione straordinaria della Nato per discutere della recente offensiva del regime siriano su Idlib, città nel Nord-Ovest della Siria in mano ai ribelli e sotto la protezione di Ankara. Una sorta di exclave turca nel territorio di Bashar al Assad con la quale Erdogan è riuscito a rimanere protagonista nello scacchiere siriano ed essere in grado di trattare con gli altri attori regionali da un punto di forza.

SI INTENSIFICA L’OFFENSIVA SU IDLIB

Da qualche mese, però, il regime siriano sostenuto da Russia e Iran ha dato via, nonostante un precedente accordo che dava alla Turchia il controllo di fatto di quella zona, a un’offensiva su Idlib con il fine di riprendere il controllo di tutto il territorio siriano. Negli ultimi giorni gli scontri si sono intensificati e ci sono state diverse vittime sia tra le truppe regolari turche che tra quelle governative siriane. Assad e Putin non sembrano intenzionati a fermare il loro attacco, e Erdogan alla fine ha deciso di utilizzare la sua arma più forte per provare a trattare. L’obiettivo è quello di coinvolgere il più possibile gli alleati della Nato affinché facciano pressioni su Mosca, vero artefice dell’offensiva governativa su Idlib. Aprendo le porta ai migranti (e minacciando una nuova crisi come quella del 2015), Erdogan fa sentire tutto il suo peso nell’Alleanza di cui è ancora membro (scomodo).

LE MINACCE NEANCHE TROPPO VELATE DELLA TURCHIA

«Di fatto, alcuni migranti e richiedenti asilo nel nostro Paese, preoccupati dagli sviluppi a Idlib, hanno iniziato a muoversi verso i nostri confini occidentali con l’Ue. Se la situazione peggiora, il rischio continuerà a crescere», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri turco, Hami Aksoy. Una dichiarazione che suona come una minaccia, anche perché nei fatti i migranti non possono muoversi senza il benestare di Ankara. Se ora sono tornati a premere ai confini dell’Europa è solo per volontà del governo turco. 

L’APPOGGIO DELLA NATO ALLA TURCHIA

«Ieri sera ho parlato con il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu e lui ha richiesto questa consultazione, gli alleati hanno presentato le loro condoglianze e espresso la piena solidarietà alla Turchia», ha detto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg al termine del Consiglio Nord Atlantico. «Condannano gli attacchi da parte del regime siriano nella provincia di Idlib», ha aggiunto, «e chiedo di fermare l’offensiva, serve una de-escalation a questa situazione pericolosa e si torni al cessate il fuoco». Durante la riunione Nato, la Turchia parlava con l’arma dei migranti dietro la schiena. Gli altri Alleati lo sapevano, e ora sanno anche che può usarla a suo piacimento.

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Come si è arrivati all’irrilevanza del riformismo in Iran

Le scelte dell'amministrazione Trump, la postura aggressiva di Teheran e il malcontento popolare hanno spinto il regime ad escludere i moderati. Ma ora i conservatori devono affrontare lo sfacelo del Paese, che potrebbe obbligarli a un sostanziale pragmatismo. Per evitare il peggio.

Alcuni osservatori troppo ingenui o eccessivamente malevoli si sono chiesti la ragione per la quale un regime come quello iraniano, che già ha il pieno controllo del Paese, abbia bisogno di una qualsivoglia elezione visto che i candidati sono previamente selezionati dal Consiglio dei guardiani che risponde solo al grande Ayatollah e gli eletti non sono dichiarati tali senza l’approvazione finale dal suo Ufficio. La risposta al quesito è alquanto ovvia ed è riferibile ai diversi Paesi autarchici o decisamente autoritari: l’esibizione di un’architettura istituzionale che possa apparire di fattura democratica. Ma nel caso dell’Iran si può prendere in considerazione anche un fattore aggiuntivo: la volontà di ricondurre la dialettica politica esclusivamente all’interno di due aree – conservatrici ed ultraconservatrici – di stretta osservanza ideologico-religiosa ed escludere o tenere comunque marginalizzate le altre, riconducibili a quella riformista. Non dimentichiamo che l’attuale presidente Rohani non è un riformista, bensì un conservatore moderato e, se proprio lo si vuole considerare tale, un conservatore illuminato.

DALLE ALTE ASPETTATIVE AL MALCONTENTO

Ebbene, non sfuggirà come una tale esigenza difensiva sia stata acuita in conseguenza del diffuso scontento provocato dalle gravi conseguenze economiche e sociali dell’improvvida “massima pressione” delle sanzioni statunitensi di primo e secondo livello rimesse in opera dell’amministrazione Trump dopo l’altra improvvida decisione di tirarsi fuori dall’accordo sul nucleare siglato nel 2015. Si tratta di uno scontento che possiamo considerare proporzionale alle grandi aspettative alimentate dall’attuale governo di un vero e proprio rinascimento del Paese finalmente riammesso a pieno titolo in seno alla Comunità internazionale. Aspettative andate precipitosamente deluse anche a causa della incapacità/non disponibilità degli altri Paesi firmatari dell’accordo nucleare – Francia, Germania, Inghilterra, Mosca e Pechino (+ Unione Europea) – a compensare in qualche modo le perdite discendenti dall’azione statunitensi.

L’AGGRESSIVITÀ DI TEHERAN

Dobbiamo dire che Teheran, dal canto suo, ben poco ha fatto per smentire l’immagine di un regime fermamente intenzionato a consolidare e, ove possibile, ampliare il suo potere di influenza politico-militare e culturale, nella regione, dalla Siria al Libano dall’Iraq allo Yemen. Aggiungiamo a ciò il fatto che non ha esitato a mettere in discussione il rispetto da parte sua di alcuni punti qualificanti dell’accordo stesso e si è reso responsabile, direttamente o indirettamente, di una serie di attacchi nell’area del Golfo che certo non ne hanno arricchito il suo profilo pacifista.

LA FALCIDIE DEI RIFORMISTI

La brutalità della repressione con la quale ha risposto alle ultime manifestazioni di protesta soffocata, per ora, attraverso il cupo bilancio di centinaia di vittime ha solo appesantito il fardello delle sue criticità. L’ombra di queste criticità che si è allungata sensibilmente a mano a mano che si avvicinava la data delle elezioni parlamentari ha indotto il vertice iraniano ad un vigoroso giro di vite nei riguardi dei candidati aspirati a parteciparvi: la risultante è stata una vera e propria falcidie dei pochi riformisti e dei molti conservatori moderati a favore dei cosiddetti “hardliner” operata dall’organo deputato alla verifica delle loro rispettive idoneità a occupare un seggio in parlamento; falcidie accompagnata dai vigorosi e quasi assillanti richiami di marca nazionalistica e dunque ai valori della rivoluzione e della necessità di difenderli dagli attacchi dei nemici esterni, in primis il demone statunitense con i suoi alleati dove peraltro una discreta parte di quella dirigenza invia i propri figli a studiare e investe.

BASSA AFFLUENZA E VOTI AGLI HARDLINER

Alla luce di queste premesse, le previsioni della vigilia erano puntate su due principali aspetti: il tasso di affluenza alle urne per il quale si dava per scontata una percentuale piuttosto bassa – complice anche l’emersione del coronavirus – e la distribuzione delle preferenze tra le due fondamentali aree conservatrici, quella degli hardliner data per vincente a danno non solo dei riformisti, ma anche dei moderati. La sommatoria di queste ipotesi implicanti un cambio significativo del panorama politico iraniano. E in effetti sembra che questo sia in estrema sintesi il senso ultimo di quest’elezione di cui ancora non sono stati resi noti i risultati definitivi.

ACCUSE DI KHAMENEI ALL’OCCIDENTE SUL CORONAVIRUS

Quelli provvisori confermerebbero in ogni caso un’affluenza decisamente al disotto della media delle precedenti elezioni (poco sotto il 43% nella media nazionale ma con una punta del 73% nella capitale) specchio eloquente della crescente distanza che si è andata creando tra la popolazione e il regime. E sono apparse alquanto forzate le accuse rivolte da Khamenei all’Occidente di aver spaventato l’opinione pubblica iraniana, inducendola a disertare le urne, con le notizie fatte trapelare ad arte sulla rischiosa diffusione nel Paese del coronavirus.

LE DIFFICOLTÀ DI ROHANI

Altrettanto indiscutibile la vittoria dei conservatori (almeno 220 dei 290 seggi in palio), a cominciare dal ministro della cultura Mostafa Mirsalim al già sindaco della capitale Mohammad Baqer Qalibaf, il più votato e possibile prossimo Speaker, a Morteza Aqa-Tehrani del Fronte Paydari. Sarebbero risultati eletti anche alcuni sodali di Mahmoud Ahmadinejad. Penalizzato sarebbe invece l’attuale presidente, Rohani, che dovrà mettere in conto gli ostacoli che la nuova maggioranza parlamentare frapporrà alla sua azione di governo che già ora sconta l’accusa di essere all’origine dei problemi che affliggono attualmente il Paese. Difficoltà che non potranno non indebolirlo nei mesi che mancano alle Presidenziali del 2021.

IL FIGLIO DI RAFSANJANI: «LA DEMOCRAZIA È DIVENTATA UN EUNUCO»

Dura l’analisi che della situazione ha fatto Yasser Rafsanjani il figlio più giovane di Akbar Hashemi Rafsanjani, uno dei padri della rivoluzione iraniana al quale si deve anche la scelta di Khamenei al vertice del sistema: «La democrazia nel mio Paese è diventata un eunuco; è stata castrata e la nostra società è in qualche modo malata. Noi siamo infettati da virus… come il coronavirus, ma anche da un virus societario».

LE SCELTE IN MANO AI VINCITORI

Bisognerà vedere, adesso, se e in quale misura i vincitori vorranno sfidare il malumore di una parte importante della popolazione e il rischio di relativo isolamento sul piano internazionale che questo esito elettorale appare destinato ad accrescere. Ma non è detto che proprio in ragione di questa svolta non possano emergere segnali di apertura verso quel sostanziale pragmatismo cui le attuali circostanze sembrano obbligare. Ad evitare il peggio che è dietro l’angolo.

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Prolungata la costudia cautelare per Patrick George Zaky

Lo studente dell'Università di Bologna è stato arrestato l'8 febbraio. Custodia cautelare confermata per altri 15 giorni. Prossima udienza fissata per il 7 marzo.

Patrick George Zaky resta in cella, per almeno altri 15 giorni. A deciderlo è stato il tribunale di Mansura, in Egitto, sul delta del Nilo. Arrestato l’8 febbraio con accuse di propaganda sovversiva, lo studente di 27 anni dell’Università di Bologna ha provato a difendersi. «Non ho mai scritto i post su Facebook per i quali mi accusano di propaganda sovversiva», ha detto il ricercatore egiziano in aula. Alla domanda del giudice: «È tuo l’account?», Zaky ha risposto di «no».

«IN BUONE CONDIZIONI»

Il Procuratore ha ascoltato i legali di Patrick sostenere nuovamente «l’infondatezza delle accuse e i vizi di forma» dell’arresto a loro avviso preceduto da un sequestro delle forze di sicurezza all’aeroporto del Cairo e da falsi nelle verbalizzazione, si è appreso da una fonte informata a margine dell’udienza. «Patrick ha detto di essere in buone condizioni e di non subire maltrattamenti» in carcere, ha riferito ancora la fonte. Circa l’account, il giovane ha ribadito che quello su cui si basa l’accusa ha tre nomi mentre quello che lui curava solo due («Patrick George», senza il patronimico «Zaky»). Fra l’altro ha sottolineato di voler «continuare gli studi» a Bologna.

AMNESTY: «UNA DECISIONE CRUDELE»

«È una decisione crudele e non necessaria, perché non c’è alcuna possibilità di inquinare prove o di modificare il corso delle indagini», ha detto Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia. Si apre «lo scenario peggiore», ha detto Noury, «la mobilitazione sarà lunga». Il rinnovo della custodia cautelare in carcere per altri 15 giorni, per prolungare le indagini sul caso di Zaky, è lo scenario «peggiore», nel senso che questi rinnovi potranno andare avanti anche per mesi. «Una decisione brutta e crudele», ha aggiunto Noury, «che non fermerà la mobilitazione per chiedere il suo rilascio. L’appello è quello di rimanere tutti quanti mobilitati, di andare avanti così. Amnesty sta studiando nuove iniziative. Pensiamo che davanti a noi si apre una campagna di medio periodo che può durare anche mesi. Ognuno faccia la sua parte fino in fondo». La prossima udienza è fissata al 7 marzo. Lo rende noto l’avvocato della sua famiglia.

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L’Iran è il nuovo focolaio di coronavirus in Medio Oriente

Nel giorno delle elezioni parlamentari il Paese vede un'impennata di casi: 5 morti e 18 casi confermati. Ma quelli sospetti sono 750. Il Ministero della Salute: «Potrebbe essere presente in tutte le città».

L’Iran è il nuovo focolaio del coronavirus in Medio Oriente. Proprio nel giorno delle elezioni parlamentari, il Paese sta registrando un preoccupante picco nel numero dei casi e delle vittime. Gli assembramenti dovuti al voto non aiutano certo al contenimento del contagio. «Siamo preoccupati per l’aumento di casi di coronavirus in Iran dove ci sono 18 casi e almeno 5 morti», ha detto il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus nel bollettino da Ginevra assicurando che l’Oms «sta fornendo all’Iran i kit per i test». Ma la situazione rischia di essere decisamente più grave. Il ministro della Salute turco Fahrettin Koca, a seguito di una telefonata con il suo omologo iraniano Said Nemeki, ha fatto sapere che sono 750 i casi sospetti.

La diffusione del virus nel Paese sembra essere partita dalla città di Qom, centro religioso e culla della rivoluzione del 1979, per poi diffondersi a Teheran, Babol, Arak, Isfahan, Rasht. Secondo Minou Mohrez, membro del comitato nazionale per le malattie infettive del ministero della Salute, è possibile che «il virus sia già presente in tutte le città dell’Iran».

La Turchia ha preso misure di precauzione al valico di frontiera di Gurbulak con l’Iran. Tutti i passeggeri in arrivo con voli dalla Repubblica islamica sono inoltre sottoposti da ieri sera a controlli rafforzati.

L’Iraq ha annunciato nelle scorse ore la chiusura temporanea delle sue frontiere con la Repubblica islamica, mentre la compagnia di bandiera del Kuwait ha sospeso i voli verso il gigante dell’Asia centrale. Anche l’Armenia sta pensando a misure restrittive.

Il capo del comitato elettorale nella provincia iraniana di Isfahan ha annunciato che gli elettori che si recheranno alle urne per le parlamentari non saranno obbligati a farsi marchiare l’indice con l’inchiostro indelebile, dopo che si era diffusa la notizia che anche attraverso questa pratica si sarebbe potuto diffondere il coronavirus. Il responsabile del comitato, Heidar Qassemi, citato dall’agenzia Isna, ha sottolineato che ogni seggio è equipaggiato per riconoscere il numero delle carte d’identità degli elettori al fine di garantire che non votino più di una volta, e quindi non è necessario ricorrere all’inchiostro, come fatto finora.

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Perché la nuova missione Ue in Libia è destinata a fallire

L'embargo tanto voluto dal ministro Di Maio ha due falle che non si possono tappare: le armi possono arginare senza problemi il blocco navale e l'Ue non userà la forza per fermare cargo turchi o emiratini. Bruxelles continua a non avere un rapporto con la realtà.

L’Europa, Luigi di Maio in testa, continua a trastullarsi sulla Libia senza alcun rapporto con la realtà. Innanzitutto continua a dichiarare che la tregua “va consolidata”, ma in realtà quel cessate il fuoco non ha mai avuto luogo. Mercoledì 19 febbraio, ad esempio, le truppe di Haftar hanno lanciato addirittura tre bombe sulle navi ancorate nel porto di Tripoli e una nave metaniera che riforniva la città ha rischiato di essere presa in pieno. Ma il vecchio continente è ormai insuperabile nel trovare soluzioni e passi apparentemente decisivi, ma in realtà privi di senso.

LA NUOVA “MISSIONE DECISIVA”

Lunedì 17 ha deliberato di chiudere la missione Sophia per la semplice ragione che le sue navi rischiano di dover prendere a bordo migranti alla deriva. Austria e Paesi di Visegrad (e di Maio) sono stati inflessibili sul punto. Al posto di Sophia, Di Maio e il suo omologo austriaco Schallenberg hanno preannunciato una «decisiva missione» per bloccare l’arrivo delle armi ai due contendenti. Missione dotata di aerei e navi. Missione dislocata solo a Est della Libia, quindi di fatto col compito di bloccare solo le navi e gli aerei che riforniscono di armamenti Haftar (a Tripoli si arriva benissimo anche da Nord).

UN EMBARGO IMPOTENTE E AGGIRABILE

Una mossa priva di senso per molte ragioni. La prima è che Haftar è stato rifornito nelle ultime settimane di armi da non meno di 63 voli provenienti dagli Emirati Arabi Uniti. Bene, questi aerei non sono passati affatto a Est della Libia, ma da Sud, dal continente e continueranno così ad arrivare indisturbati. La seconda ragione per la quale questa missione europea fallirà è che dovrebbe usare la forza. Haftar e al Serraj non sono riforniti da trafficanti di armi privati, ma da Stati che impiegano anche aerei e navi militari e che non si fermeranno certamente a fronte dell’ordine di fermarsi diramato da navi e aerei dell’Ue. E allora che faranno? Spareranno? Non pare probabile che l’Europa scenda in guerra con gli Emirati Arabi Uniti o la Turchia. Tutto indica che faranno esattamente quello che fa l’Europa da un anno a fronte della crisi libica: faranno ammuina

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