Senza Netanyahu Israele verso un governo di unità o di sinistra

A sorpresa dal voto la lista araba è uscita come terza forza. E ha aperto alla trattativa con il centro di Ganz. Come l’ultranazionalista Lieberman, pronto alla grande coalizione. Tutti a patto che Bibi resti fuori.

Tutte le opzioni sono sul tavolo in Israele, meno che una. Come in primavera le due maggiori forze politiche (Likud e Lista blu e bianco) si fronteggiano quasi a parità di seggi (32 contro 31), eppure molto è cambiato dal voto precedente del 9 aprile 2019. Il premier Benjamin Netanyahu ha eroso il consenso del Likud, invece la Lista blu e bianco di Benny Gantz si è consolidata. E stavolta è certo che Avigdor Lieberman non sposterà i 9 seggi della sua lista Yisrael Beiteinu sull’alleanza di centrodestra – almeno finché Netanyahu sarà leader. Per poco, considerato che il premier uscente non ha la più maggioranza per un blocco conservatore religioso e da quasi un anno non riesce a formare un governo: la sconfitta dell’estrema destra di Potere ebraico, fuori dal parlamento, è anche sua. Dalla sera del 17 settembre Israele è meno a destra, e potrebbe andare a sinistra. Anche perché è successo l’impensabile: gli arabi sono andati a votare, e la loro lista sarà il terzo partito alla Knesset.

Israele elezioni governo Netanyahu
Il leadedr della lista araba nita Ayman Odeh. (Getty)

PER LA PRIMA VOLTA UNA LISTA ARABA UNITARIA

A ogni voto in Israele si dice che gli arabi-israeliani potrebbero fare la differenza. Ma solo alle seconde Legislative anticipate del 2019 (per la prima volta tanto ravvicinate in Israele) sono riusciti a mettere da parte la questione trasversale del sionismo, per un voto di unità contro Netanyahu, insieme con la sinistra e con i laici israeliani. La Lista unica che è riuscito a formare Ayman Odeh con le quattro sigle arabe ha guadagnato 13 seggi (più dei sei del Labor e dei cinque dell’Unione democratica dei verdi e dei centristi di Ehud Barak), perché da aprile l’affluenza tra l’elettorato arabo-israeliano è balzata dal 49% al 61%. L’obiettivo era «far fuori Netanyahu»: a centrarlo, ancor più della riconciliazione tra partiti arabi, ha giovato la campagna di odio contro gli arabi scatenata dal premier in testa, dal 2009, a esecutivi sempre più di ultradestra. Una corsa per protesta alle urne che darà a Odeh peso nelle consultazioni con il capo di Stato Reuven Rivlin.

Nelle consultazioni con il presidente della Repubblica la lista araba può sbilanciarsi in favore di Gantz premier

LA PORTA APERTA DI GANTZ

La notte del voto il leader arabo si è sentito al telefono con Gantz che è «pronto a parlare con tutti». Un incontro tra i due è in programma la sera del 18 settembre. Lo scoglio con Odeh, anche per un appoggio esterno, resta l’occupazione israeliana della Cisgiordania. Gantz e l’alleato Yair Lapid hanno il sionismo nel Dna come il Labor. Come l’ultranazionalista laico Lieberman, sono anche favorevoli all’espansione delle colonie. Né escludono l’annessione di parte dei territori palestinesi, proposta in campagna elettorale da Netanyahu. Odeh e Lieberman non possono stare insieme. Ma le liste che Odeh rappresenta non possono neanche convivere con parte della Lista blu e bianco e del Labor: un blocco a sinistra inclusivo di tutte le rappresentanze espresse dal voto resta di difficile costituzione in Israele. Tuttavia Odeh nel colloquio con Rivlin può sbilanciarsi per un governo di unità nazionale, o di sinistra, guidato da Gantz. Senza Netanyahu diverse cose si possono fare. 

Israele elezioni governo Netanyahu
Avigdor Lieberman, decisivo con i suoi 9 seggi per il prossimo governo di Israele. (Getty)

PER UNA SOCIETÀ PIÙ UNITA

Il leader della Lista blu e bianco è l’ex generale delle operazioni su Gaza, ma vuole «iniziare un viaggio per riparare la società israeliana, mettendo da parte le differenze. Lavorare insieme per una società più giusta e più equa». È vero, ha commentato il vice Lapid, che i «cittadini israeliani sono meglio dei loro politici e della loro politica». Nonostante la delusione, all’ultimo voto non ha sfondato la coalizione dell’estrema destra populista (7 seggi) dell’ex ministro di Giustizia Ayelet Shaked, disposta a tornare al governo con Netanyahu e appoggiare leggi ad personam per salvarlo dai processi. Il premier ha stufato anche i coloni che non hanno avuto più sicurezza, né più garanzie economiche e sociali: molti dei voti negli insediamenti sono andati a Lieberman, deciso a sferrare il colpo di grazia a Netanyahu per questioni personali. Come, per ragioni politiche, la lista unita degli arabi: felici per «la fine dell’era Netanyahu e per Potere ebraico fuori dal parlamento».

UN POSSIBILE GOVERNO DI UNITÀ NAZIONALE

Del resto per Odeh, 44enne leader nascente, «si può discutere a un tavolo con Gantz, studiare la mappa politica e decidere». Il 21% della popolazione israeliana chiede di non essere cittadino di serie B. La lista araba ribadisce le richieste di «rinnovare il processo di pace» dei negoziati per due popoli in due Stati e di «più fondi e investimenti per le città arabe». Ma più che un fronte di sinistra, converrebbe loro un governo centrista di unità nazionale tra la Lista blu e bianca di Gantz, il Likud – senza Netanyahu – e Lieberman o quel che resta di verdi e di laburisti. Così gli arabi sarebbero la «prima forza di opposizione. Un lavoro interessante», ha commentato il leader, «che ci renderebbe influenti». Netanyahu si affanna nel mantra, che non attacca più, della «minaccia esistenziale araba». Promette ancora un governo come se avesse i numeri, pronto a mandare il Paese a terze elezioni. Primo super pares, il presidente della Repubblica Rivlin farà di tutto per evitarle.

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Riad mostra i presunti droni iraniani usati contro le raffinerie

L'Arabia Saudita accusa: «Ecco i 18 aerei senza pilota e i sette missili Cruise fabbricati da Teheran e usati nei raid». E Trump annuncia nuove sanzioni.

L’Arabia Saudita punta il dito contro l’Iran per gli attacchi alle raffinerie del 14 settembre 2019. I militari hanno mostrato in una conferenza stampa a Riad missili Cruise e droni che sarebbero stati utilizzati nel corso dei raid rivendicati dai ribelli yemeniti houthi, affermando che siano di fabbricazione iraniana.

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«I 18 DRONI E I 7 MISSILI CRUISE NON VENGONO DALLO YEMEN»

Il colonnello saudita Turki al Maliki ha mostrato dati, immagini e reperti che indicherebbero che i 18 droni e i 7 missili Cruise mostrati alla stampa non vengano dallo Yemen ma da Nord. E che l’attacco, quindi, sia stato «sponsorizzato» da Teheran. L’alto ufficiale ha poi alzato il tiro: «Siamo testimoni di un chiaro aumento dell’aggressività iraniana. Questo non è un attacco contro Aramco o l’Arabia Saudita ma contro la comunità internazionale, l’intera economia mondiale e il commercio globale».

NON SI SA DA DOVE SIA PARTITO L’ATTACCO. E TRUMP ANNUNCIA SANZIONI

L’esercito ha anche parlato di due tattiche differenti negli assalti alle raffinerie: contro quella di Abqaiq, la più grande del mondo, sarebbero stati usati droni mentre quella di Khurais sarebbe stata colpita da 4 missili, più altri tre recuperati nel deserto. L’esercito saudita, ha detto ancora il colonnello al Maliki, non è per ora in grado di stabilire con precisione da dove sia partito l’attacco, che ha una dinamica molto simile ad episodi simili avvenuti il 14 maggio 2019 contro le cittadine di Afif e Dawadmi. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, intanto, ha annunciato nuove sanzioni contro l’Iran.

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L’attacco ai siti petroliferi sauditi e le tensioni Usa-Iran

Sul tappeto restano ancora molti interrogativi. E, soprattutto, pesa la contraddittorietà di Washington e Teheran.

Sarebbe un errore lasciare cadere nell’ombra la vicenda dell’attacco ai siti petroliferi dell’Arabia saudita per sprofondare di nuovo nel labirinto della politica nazionale. Restano infatti sul tappeto non pochi interrogativi che attendono risposte e, soprattutto, si sta avvicinando a grandi passi l’Assemblea generale dell’Onu che potrebbe segnare uno spartiacque nel dibattito sull’accordo nucleare iraniano che tanto peso esercita nella dinamica mediorientale.

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L’IRAN E LE CONTRADDIZIONI DI TRUMP

Ma andiamo con ordine, richiamando alcuni passaggi obbligatori soprattutto nella loro contraddittorietà. A cominciare dal presidente Donald Trump che, da un lato, ha detto e ripetuto di non voler fare la guerra all’Iran, ribadendo di essere pronto a incontrare la controparte iraniana senza pre-condizioni; dall’altro, di essere pronto a farla, questa guerra, se le circostanze lo imporranno. Insomma, Trump vuole riportare l’Iran al tavolo della trattativa per rivedere alcune fondamentali lacune che a suo giudizio rendono fragile l’accordo nucleare: dallo stop definitivo alle velleità iraniane al programma missilistico fino alla politica destabilizzante di Teheran a livello regionale.

Donald Trump e l’ex consigliere per la Sicurezza John Bolton.

TRABALLANO LA CREDIBILITÀ E LA LEADERSHIP DEGLI USA

Senza pre-condizioni, come già detto. Ma il tycoon non intende apparire come una tigre di carta in un momento in cui l’incapacità di “leggere l’attacco” ai siti petroliferi e di contrastarlo in tempo utile hanno inflitto una pesante penale di credibilità degli Usa quale potenza garante della sicurezza del Golfo e dell’Arabia saudita in particolare.

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Trump non vuole fare la guerra e in tale ottica ha tra l’altro licenziato il consigliere per la Sicurezza John Bolton, il super-falco della sua Amministrazione, grande patrocinatore dell’opportunità di impartire una lezione “esemplare” a Teheran e ai suoi pasdaran. Ma continua a tenere al suo fianco Mike Pompeo, il ministro degli Esteri, che pure è un falco, seppure di un gradino più basso, al quale non poteva non affidare il delicato compito di consultarsi con la Casa reale saudita per valutare i seguiti da riservare alla spinosa questione della risposta agli attacchi ai siti petroliferi.

ROUHANI TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO

Dall’altro canto, neppure l’Iran di Hassan Rohani vuole la guerra, ma nello stesso tempo non può neppure accettare di continuare a subire lo strangolamento delle sanzioni americane che stanno mettendo a dura prova la stabilità interna del Paese, sulla quale stanno speculando i duri e puri difensori e propagatori della rivoluzione iraniana, nella regione e oltre. Del resto, le prese di posizione più belligeranti sono venute proprio da questa ala del potere iraniano che nel bel mezzo di questa nuova crisi ha ben pensato di sequestrare nello stretto di Hormuz una nave degli Emirati con l’accusa di «contrabbando» di risorse energetiche. Con l’evidente copertura da parte dell’ayatollah Khamenei che non perde occasione per rigettare qualsivoglia opzione di dialogo con gli Usa.

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Il presidente iraniano Hassan Rohani.

Rouhani continua a dichiarare che non vuole la guerra ma arriva a considerare l’attacco ai siti petroliferi sauditi che gli Houthi si sono intestati con particolare clamore mediatico come «congrua risposta» a quella che viene definita «l’aggressione» della coalizione militare a guida saudita in Yemen, peraltro avvenuta su richiesta del presidente legittimamente eletto per contrastare il tentato e in parte riuscito colpo di Stato degli Houthi stessi.

LA PROPOSTA DI MEDIAZIONE DI MACRON

Non la vuole, ma ribadisce che non ci può essere dialogo con Washington se non previo annullamento delle sanzioni e in tale contesto sembra scomparsa dal radar la proposta di mediazione avanzata dal presidente francese Emmanuel Macron che pure resta sul tavolo quale punto di possibile contatto multi-bilaterale in occasione della già citata Assemblea generale delle Nazioni Unite. Vi ha fatto indiretto riferimento la cancelliera tedesca Angela Merkel che, con un equilibrismo degno di maggior causa, ha sottolineato l’esigenza di tornare all’accordo sul nucleare del 2015, sottolineando allo stesso tempo le zone d’ombra che gravano sull’accordo e citando espressamente il programma missilistico e la politica regionale iraniana.

Emmanuel Macron, Angela Merkel e Donald Trump.

UE, CINA E RUSSIA SI TRINCERANO DIETRO LA MANCANZA DI PROVE

Complice il cambio della guardia, l’Unione europea si è trincerata dietro la persistente mancanza della prova provata del coinvolgimento dell’Iran nell’attacco ai siti petroliferi sauditi e la forte raccomandazione a misurare toni e azioni suscettibili di sfuggire di mano e di innescare un’ulteriore, rischiosa escalation. La Cina ha fatto altrettanto, ben consapevole dell’importanza del fornitore saudita (come di quello iraniano). Sulla stessa linea Mosca che con la sua offerta ai sauditi dei propri sistemi di difesa ha puntato indirettamente il dito sulla perdita di credibilità della protezione americana. Tutti concordi nel sottolineare la mancanza della prova provata anche se pare sostanzialmente acquisito che l’attacco non è partito dallo Yemen ma dal Nord così come è un fatto che lo stesso Rohani abbia più volte minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz inducendo una seria riflessione sul possibile ruolo di uno Yemen in grado di condizionare il traffico da e per Bab el Mandel (Mar Rosso) percorso da oltre il 30% delle risorse energetiche mondiali. Ruolo che comprensibilmente pone l’Arabia saudita nell’incomoda percezione di una sorta di accerchiamento. Questa prova “decisiva” in effetti non c’è ancora e c’è chi dubita addirittura sulla portata dell’attacco.

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Una foto satellitare dell’impianto saudita attaccato.

OCCHI PUNTATI SULL’ASSEMBLEA ONU

I prossimi giorni ci diranno la verità? Non lo sappiamo e non sappiamo se mai si riuscirà a porre il sigillo della verità sull’accaduto. Resta la constatazione che i tempi del ripristino della normalità di estrazione e lavorazione dei siti colpiti dall’attacco saranno relativamente brevi anche se col contrappunto dell’Arabia saudita resa in qualche modo meno sicura nel suo ruolo di fondamentale co-garante del mercato energetico. E forse più desiderosa di prima di rivedere i termini della sua politica regionale, a cominciare dallo Yemen. Resta anche un Iran in difficoltà sociali ed economiche e in bilico tra i contrastanti interessi dei suoi poteri interni. Così come il comprensibile imbarazzo sul da farsi da parte di Washington. Resta pure l’aspettativa che la chiave di volta per una de-escalation stia proprio nel lavorio diplomatico in corso in vista dell’Assemblea Onu che ha uno straordinario bisogno di recuperare profilo e credibilità. Lo vedremo

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Conte in pressing su Sarraj per le condizioni nei lager libici

Il leader del governo di unità nazionale di Tripoli in visita a Palazzo Chigi. Al centro dell'incontro la situazione disperata dei migranti nei campi di detenzione.

Il capo del governo libico di accordo nazionale, Fayez al Sarraj, è stato in visita a Palazzo Chigi per incontrare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. In serata la Libia tornerà ad essere tra i temi principali sul tavolo del bilaterale, sempre a Palazzo Chigi, a partire dalle ore 20, tra Conte e il presidente francese Emmanuel Macron. Conte ha ribadito il sostegno italiano al Governo di Accordo Nazionale e nel contempo l’invito a continuare a farsi parte attiva per un ritorno ad un processo virtuoso e pacifico.

IL FOCUS SUI CENTRI DI DETENZIONE DEI MIGRANTI

«È stata segnalata la fortissima sensibilità dell’opinione pubblica italiana sulle gravi condizioni umanitarie, le questioni migratorie e la gestione dei centri di detenzione. Esortiamo da tempo una sinergia più forte con le agenzie Onu sul terreno. Auspichiamo che Serraj possa garantire un forte senso di responsabilità e confidiamo molto nella cooperazione esistente tra le Autorità competenti dei due Paesi», ha fatto sapere Palazzo Chigi. Nell’incontro Conte ha auspicato che Sarraj «possa garantire un forte senso di responsabilità» nella gestione della questione migranti e su quella dei centri di detenzione.

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Usa-Iran ai ferri corti, a rischio la presenza di Rohani all’Onu

Secondo fonti di Teheran, gli Stati Uniti non hanno ancora concesso il visto alla delegazione della Repubblica Islamica. Pronta a disertare il vertice nelle prossime ore.

Cresce giorno dopo giorno la tensione tra Iran e Usa, dopo che fonti investigative statunitensi hanno puntato il dito contro la Repubblica Islamica per l’attacco alle installazioni petrolifere in Arabia Saudita. L’Iran ha inviato agli Stati Uniti una nota formale attraverso la diplomazia svizzera per avvertire che qualsiasi eventuale azione ostile troverà «un’immediata risposta» da parte di Teheran. La nota, inviata il 16 settembre, ribadisce l’estraneità della Repubblica islamica agli attacchi contro gli impianti petroliferi di Saudi Aramco e «nega e condanna» le accuse di Washington al riguardo. L’ambasciata svizzera cura gli interessi Usa in Iran dalla rottura delle relazioni diplomatiche bilaterali a seguito della crisi degli ostaggi americani iniziata nel 1979.

Il 16 settembre, il presidente statunitense Donald Trump aveva dichiarato che un raid contro le installazioni iraniane sarebbe stata una risposta proporzionata agli attacchi in Arabia Saudita, sulle cui responsabilità tuttavia anche l’Onu continua a dire che non ci sono certezze. In questo contesto, rischia anche di saltare la partecipazione del presidente iraniano Hassan Rohani all’Assemblea generale dell’Onu, in programma a New York. Secondo l’agenzia iraniana Irna, gli Usa non hanno ancora rilasciato il visto a Rohani, al ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif e al resto della delegazione della Repubblica Islamica, e il governo di Teheran sarebbe pronto ad annullare la sua presenza al vertice se i documenti non arriveranno nelle prossime ore.

Nei giorni scorsi, il ministero degli Esteri di Teheran aveva ipotizzato ostacoli solo alla presenza di Zarif

Un eventuale annullamento della partecipazione di Rohani al summit delle Nazioni Unite risulterebbe clamoroso, anche tenendo conto delle aperture più volte manifestate da Trump a un possibile faccia a faccia con il suo omologo iraniano proprio in quella sede. Nei giorni scorsi, il ministero degli Esteri di Teheran aveva ipotizzato ostacoli solo alla presenza di Zarif, colpito questa estate dalle sanzioni Usa. Durante la sua ultima visita a New York a luglio per il forum Economico e Sociale (Ecosoc), gli spostamenti del capo della diplomazia iraniana erano già stati limitati dalle autorità Usa alle sedi Onu e alle residenze diplomatiche del suo Paese.

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Israele ha parlato: Netanyahu deve abdicare

Il premier uscente è il grande sconfitto alle urne. Per bloccarlo si sono mobilitati l'elettorato ebraico e quello arabo. In un voto che spinge il Paese un po' più a sinistra.

L’unico vincitore certo delle elezioni in Israele è Avigdor Lieberman che col suo Yisrael Beiteinu conquista solo una decina di seggi, su 120, ma può decidere liberamente quale governo fare perché ha la golden share della Knesset. L’unico perdente certo è Benjamin “Bibi” Netanyahu perché la sua coalizione di centrodestra ha mancato la maggioranza di ben cinque seggi ed è certo che non sarà più premier, anche se non è escluso che il suo Likud entri in un governo di coalizione. Non sfonda il partito Blue and White di Benny Gantz, che però ottiene gli stessi seggi (32) del Likud e ha ottime probabilità di entrare in una coalizione con discrete possibilità di ottenerne la premiership. Sfonda la Joint List dei partiti arabi che finalmente si presentano uniti e prendono 12 parlamentari. Disastro invece, e per fortuna, di Otza Yehudit, partito para fascista ebraico che non ottiene nessun parlamentare (e Netanyahu era pronto persino a fare un governo con questo gruppo xenofobo e razzista).

Come spenderà ora la sua golden share Lieberman? Nel modo a lui più utile, mettendosi al centro di un governo di coalizione nazionale con Blue and White e col Likud. È questa la proposta che infatti ha subito avanzato ed è quella che gli permette di dominare la scena politica, forse addirittura assumendone la premiership. Ma il Likud e Blue and White accetteranno questa proposta? Gantz ha tutto l’interesse ad accettarla per condizionare da posizioni di centrosinistra l’esecutivo. Più difficile prevedere cosa farà un Likud terremotato dalla sconfitta personale di un Netanyahu che per di più a breve andrà a processo per vari episodi di corruzione. A oggi, la guida del partito non è insidiata a Netanyahu da nessun forte oppositore e quindi Bibi, in un certo senso, “dá sempre le carte”. Ma non è detto che così sarà anche un domani. Né è prevedibile che Lieberman accetti di appoggiare la coalizione di centrodestra di Netanyahu dopo aver provocato elezioni anticipate proprio per averla rifiutata tre mesi fa.

SOFFIA VENTO DI CENTROSINISTRA

Nel complesso è una situazione fluida, dominata però da un dato di fatto ineludibile: per bloccare Netanyahu si è mobilitato sia l’elettorato ebraico che quello arabo con una partecipazione al voto eccellente. È questa mobilitazione ha vinto. Una volta “ferito” il leader del Likud, il sistema elettorale ultra proporzionale di Israele rende complicato costruire una alternativa. Ma il vento di centrosinistra che caratterizza questo voto dovrebbe infine imporsi anche a livello governativo.

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Il voto in Israele che raffredda i rapporti con gli Usa

Costretto a tornare alle urne, Netanyahu tenta una coalizione con l’estrema destra impresentabile e alleati inaffidabili. Offrendo ministeri in cambio di leggi ad personam per salvarsi dai processi. Mentre Trump si smarca.

È chiaro a tutti in Israele (amici, nemici politici, elettori) che il premier in carica dal 2009 Benjamin “Bibi” Netanyahu è arrivato al secondo voto anticipato del 2019 sotto il ricatto di tre possibili rinvii a giudizio all’inizio di ottobre per le accuse di corruzione e violazione della fiducia pubblica. Il procuratore generale che lo tallona, Avichai Mandelblit, è uno dei tanti ex fedelissimi diventati ostili. Ha negato a Bibi l’ennesimo rinvio delle udienze: la crisi di governo, irrisolta dalla fine del 2018, ha già contribuito abbastanza a trascinare le pendenze legali del premier, che avrà poco tempo per formare un esecutivo, schermandosi con l’immunità e con leggi ad personam. Ministeri in cambio dell’ok a una riforma della giustizia che lo tenga in piedi: la campagna di Netanyahu, svuotata di contenuti, è stata tutta tattica. E con tattica ha iniziato a muoversi anche Donald Trump nei confronti dell’alleato.

TRUMP SI È UN PO’ DEFILATO CON NETANYAHU

Complice il genero ebreo Jared Kushner, Trump è stato molto vicino a Netanyahu dall’arrivo alla Casa Bianca nel 2016. Ma alla seconda corsa elettorale del leader conservatore del Likud il presidente americano è calato sotto coperta. Non hanno giovato a “Bibi”, nell’estate del 2019, le continue aperture di Trump per un incontro con l’omologo iraniano Hassan Rohani e iniziare una mediazione. Ancora meno la cacciata, a settembre, del falco e primo consigliere alla Sicurezza nazionale John Bolton, legatissimo all’ultradestra americana e israeliana, sponsor convinto di una guerra all’Iran. I malumori sono cresciuti in casa Netanyahu verso un alleato che, anche in vista delle Presidenziali americane del 2020, certo non lo può scaricare. Ma che si è sgonfiato nel sostegno, come dimostra il no comment dalla Casa Bianca sulla promessa di Netanyahu di «annettere la Cisgiordania». 

Legislative Israele Netanyahu Trump Usa
Benjamin Netanyahu e Donald Trump in un manifesto elettorale per le Legislative in Israele. GETTY.

I REGALI DEGLI USA, POI IL SILENZIO

Anche nel tweet di auguri per le nuove Legislative del 17 settembre Trump se l’è cavata con un futuro «trattato di reciproca difesa». Si tratta dello stesso presidente che due anni prima dichiarò Gerusalemme capitale esclusiva di Israele, pochi mesi dopo trasferì l’ambasciata degli Usa nella città e mandò in fumo l’accordo sul nucleare con l’Iran di Barack Obama, datato 2015. Il terzo regalo di Trump a Netanyahu arrivò nel marzo 2019 – in piena campagna per le Legislative israeliane del 9 aprile – con il riconoscimento della sovranità di Israele sulle alture contese del Golan. Per l’occasione un insediamento della zona fu ribattezzato Ramat Trump, “l’altura di Trump”. Al contrario sulla Cisgiordania gli Stati Uniti tardano a esporsi: il piano di pace sulla Palestina che era tra le grandi ambizioni di Trump è stato congelato fino all’esito delle nuove elezioni israeliane.

Sul raffreddamento tra Trump e Netanyahu si è giocato di sponda durante la campagna elettorale

LA SPY STORY TRA ISRAELE E STATI UNITI

Gira voce che Trump sia spazientito dalle sabbie mobili di Netanyahu, incapace di rivincere dopo tre concessioni enormi. Dovesse saltare come premier, il tycoon è pronto a rimpiazzare l’improbabile piano sulla Palestina con una nuova pax con l’Iran. Ed è inevitabile che sul raffreddamento tra Trump e Netanyahu si sia giocato di sponda durante la campagna elettorale. A ridosso del voto cruciale, un’inchiesta di Politico ha rivelato, attraverso fonti dell’intelligence Usa, di apparecchi (i cosiddetti simulatori di ripetitori Sting Rays, in grado di captare i dati nei cellulari) piazzati nei paraggi della Casa Bianca e di altri palazzi del potere degli States. Trump ha due iPhone criptati dalla National security agency (Nsa), i servizi segreti interni, e un telefono personale che non vuole far toccare. Dalle indagini, gli apparecchi di intercettazione sarebbero riconducibili agli israeliani.

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Manifestazioni in Israele contro un nuovo governo di Benjamin Netanyahu. GETTY.

THE DONALD PRENDE TEMPO, “BIBI” ACCELERA

Tanto Trump quanto Netanyahu escludono le indiscrezioni della spy story tra alleati riportate dalla testata americana. Anche sulla, non casuale, nuova crisi tra l’Arabia Saudita e l’Iran nel Golfo persico gli Stati Uniti più che accendere hanno smorzato i toni: non si risparmieranno nella rappresaglia, ma sono «in corso accertamenti» e un conflitto è «da evitare». Scherzando, in estate il presidente americano aveva raccontato che avrebbe fatto «almeno un paio di guerre, se fosse stato per Bolton», poi lo ha silurato. L’impressione è che alla Casa Bianca si voglia far decantare l’intricata situazione politica di Israele. Netanyahu ha tentato il tutto e per tutto, chiedendo un «mandato chiaro» all’elettorato per il progetto di annessione della parte del Giordano e della fetta della Cisgiordania lungo il Mar morto. In modo da ricompattare sui conservatori i voti dell’estrema destra.

COALIZIONE ANCORA INCERTA

Sono state le prime Legislative della storia di Israele ripetute in un anno. Ad aprile il Likud vinse con una manciata di voti di scarto (26,5%) sulla lista Bianco e Blu di Benny Gantz (26,1%), ma non era poi riuscito a mettere insieme una coalizione con la maggioranza alla Knesset (61 seggi). Il problema si ripone – per tutti – in autunno. Persi i voti degli ultranazionalisti laici di Avigdor Lieberman, boia dell’ultimo esecutivo e del nuovo, i nodi per “Bibi” restano l’appoggio degli impresentabili di Potere ebraico, per l’annessione della Cisgiordania e la deportazione degli arabi, e la fedeltà dei fuoriusciti dal partito dei coloni Casa ebraica, come Naftali Bennett. Entrambi, in cambio di poltrone, sarebbero disposti a far passare le leggi ad personam, ma dei moderati del Likud potrebbero a questo punto lasciare il partito. Mentre la giustizia fa il suo corso Trump, dalla Casa Bianca, attende.

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Attacco al petrolio saudita, negli Usa si punta il dito contro l’Iran

Secondo fonti investigative citate dalla Cnn, è «molto probabile» che il raid sia partito da una base nella Repubblica Islamica. Merkel predica calma.

Gli Usa puntano il dito contro l’Iran. Secondo gli investigatori statunitensi e sauditi, ci sono «probabilità molto alte» che l’attacco del 14 settembre scorso agli impianti petroliferi sauditi sia stato lanciato con missili cruise da una base situata nella Repubblica Islamica, vicino al confine con l’Iraq. Lo riporta il 17 settembre la Cnn che cita fonti a conoscenza delle indagini. Le stesse fonti escludono che le traiettorie dei missili siano compatibili con un lancio da Sud, in particolare da postazioni così lontane come quelle in Yemen, dove gli Houthi – miliziani sostenuti dall’Iran – avevano rivendicato l’attacco.

DALL’IRAN, VIA KUWAIT: LA PRESUNTA TRAIETTORIA DEI MISSILI

Gli inquirenti hanno ricostruito una traiettoria dei missili sopra l’Iraq meridionale, attraverso lo spazio aereo del Kuwait. Kuwait che il 16 settembre ha annunciato di aver aperto un’inchiesta su avvistamenti di missili e droni avvenuti poco prima che venissero colpiti gli obiettivi in Arabia Saudita. Il rischio di una escalation nella regione è elevato. Il presidente statunitense Donald Trump, dopo aver detto di «non volere andare in guerra con nessuno», ha spiegato di ritenere che un raid militare Usa su impianti petroliferi iraniani sarebbe una risposta proporzionata agli attacchi contro i sauditi.

MERKEL FRENA: «NON CI SONO ANCORA RESPONSABILI CERTI»

A gettare acqua sul fuoco è intervenuta la cancelliera tedesca Angela Merkel: «Riguardo alle origini degli attacchi contro l’Arabia Saudita, che naturalmente condanniamo, dobbiamo aspettare e vedere cosa scoprirà l’intelligence», ha spiegato in conferenza stampa a Berlino, a margine di un incontro bilaterale con il re Abdullah II di Giordania. «Al momento non abbiamo ancora una posizione definitiva ma credo che tutto vada considerato nel contesto delle tensioni nella regione», ha concluso Merkel.

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Le cose da sapere sulle elezioni in Israele del settembre 2019

A soli cinque mesi dalla precedente tornata, Netanyahu cerca di assicurarsi una nuova maggioranza in quello che è ormai un referendum su di lui. L'ago della bilancia resta il falco Lieberman. L'incognita del voto arabo.

Riuscirà Benjamin Netanyahu a vincere le elezioni di martedì 17 settembre, vero e proprio referendum sulla sua permanenza al potere? Ad urne appena aperte (si vota dalle 07 alle 22 ora di Israele), non c’è alcuna certezza ma la situazione, come indicavano gli ultimi sondaggi, non appare favorevole al premier. Il suo partito, il Likud, infatti dovrebbe ottenere 32 seggi. Gli stessi del suo rivale Benny Gantz, il generale che ha per missione battere il più longevo premier mai avuto da Israele, compreso il padre della patria David Ben Gurion. A peggiorare la situazione – se i sondaggi avessero ragione – c’è che la possibile coalizione di destra di Netanyahu si fermerebbe a 58/59 seggi, senza raggiungere la soglia di almeno 61 (su 120 alla Knesset) in grado di assicurargli la maggioranza, seppure precaria.

1. COME SI È ARRIVATI A QUESTE ELEZIONI

Il 9 aprile 2019 Israele è andato al voto assegnando 35 seggi al Likud di Netanyahu e 35 al partito Blu e Bianco di Gantz. Il premier non è riuscito a trovare una nuova maggioranza, e il 30 maggio la Knesset ha votato per il proprio discioglimento, portando così alle elezioni anticipate. Obiettivo: impedire al presidente Reuven Rivlin di affidare un nuovo incarico a un altro deputato di destra o all’opposizione di centrosinistra di Gantz.

2. LIEBERMAN RESTA L’AGO DELLA BILANCIA

A decidere cinque mesi dopo il destino del premier non sarà tanto Gantz (alla sua coalizione andrebbero in tutto 53/54 seggi) quanto piuttosto Avigdor Lieberman, il nazionalista laico che già gli ha detto di no ad aprile scorso sbarrandogli la formazione di un nuovo governo. E che non ha alcuna intenzione di allearsi con il Likud se il partito continuerà ad avere Netanyahu come leader indiscusso. Così, a meno di un improbabile regicidio all’interno del partito di governo, sembra molto più probabile che Lieberman – come ha lasciato intendere lui stesso – con i suoi 9 seggi possa suggerire al presidente Rivlin di conferire l’incarico a Gantz nel quadro di un’intesa di governo tra il suo partito e ‘Blu-Bianco’.

3. L’INCOGNITA DEL VOTO ARABO

Dagli ultimi sondaggi emergono anche altri dati. Il primo sono i 12 seggi che andrebbero alla Lista Araba Unita – nonostante si tema una contrazione del voto degli arabi israeliani – più volte accusata da Netanyahu di perpetrare, come ad aprile scorso, brogli elettorali. Il secondo è il probabile superamento della soglia elettorale della lista di destra radicale ‘Otzma Yehudit’ (Potenza ebraica), che il premier vede come il fumo negli occhi in quanto le imputa di disperdere voti a favore del centrosinistra. Ci sarebbe poi il tonfo dei laburisti di Amir Peretz, che con 4 seggi andrebbero persino peggio delle passate elezioni. L’ex premier Ehud Barak, insieme al Meretz, avrebbe 6 seggi, utili, forse, per Gantz.

4. NETANYAHU PUNTA SULLA LINEA DURA

Nella lotta senza quartiere di questi ultimi giorni, Netanyahu si sta giocando tutte le carte che ha in mano, sia in politica interna che estera. Domenica 15 settembre ha dato il via alla legalizzazione dell’avamposto ebraico di Mevoot Yericho in Cisgiordania: anticipo della sua promessa, se rieletto, di annettere l’intera Valle del Giordano e poi gli insediamenti ebraici nei Territori Palestinesi. E non è un caso, come ulteriore occhiolino agli elettori di destra, che l’ultima riunione del governo l’abbia voluta svolgere proprio nella Valle del Giordano. E anche se sull’Iran l’intesa con il presidente Usa appare vacillare, l’inquilino della Casa Bianca non lo ha certo abbandonato prima del voto: Donald Trump non solo gli ha promesso un Trattato di difesa con Israele ma si è detto certo che sarà ancora Netanyahu il premier israeliano con cui dialogherà all’Onu alla prossima Assemblea. Le strade di Israele sono piene di cartelloni con le foto di Bibi e Donald insieme: il premier vuole sottolineare il fatto di essere l’unico politico in grado di assicurare l’amicizia di alleati potenti.

5. SU BIBI L’OMBRA DEL PROCESSO

Non bisogna dimenticare, come ulteriore variabile politica di queste seconde elezioni in un anno, che sul futuro di Netanyahu, premier o no, pesa ancora una possibile incriminazione per corruzione e truffa che dovrà essere confermata dall’Avvocato generale dello Stato dopo l’audizione di garanzia del primo ministro il prossimo 2 ottobre.

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Le Presidenziali anti establishment della Tunisia

Primo a sorpresa il giurista ultraconservatore Saied. Dietro il tycoon Karoui nei guai con la giustizia. L’elettorato islamista e dei socialisti ha punito i partiti tradizionali al governo. Riversandosi sugli outsider.

La disaffezione degli elettori era attesa, meno il risultato delle Presidenziali in Tunisia del 15 settembre che ha spazzato via al primo turno tutti i candidati convenzionali. Anticipare la chiamata alle urne, per influire sulle Legislative del 6 ottobre prossimo, ha accentuato la voglia di anti politica dei tunisini che per oltre il 55% hanno scelto di non votare alle elezioni democratiche. Il restante 45% (nel 2014 l’affluenza fu del 64%) ha fatto emergere a sorpresa l’outsider ultraconservatore Kais Saied (con il 19%), giurista indipendente tra i meno favoriti nelle intenzioni di voto. Al secondo turno dovrà sfidare il magnate della tivù Nabil Karoui (15%), dalle idee e dalla vita opposte alle sue. Il premier rottamatore Youssef Chahed è arrivato invece solo quinto con una manciata di voti (7%), dopo il ministro uscente della Difesa indicato come successore ideale del defunto presidente Beji Caid Essebsi, Abdelkarim Zbidi (10%). A sua volta dietro il leader degli islamisti di Ennahda Abdelfattah Mourou (13%).

Tunisia elezioni ballottaggio Saied Karoui
Il giurista indipendente Kais Saied, ultraconservatore, arrivato primo al primo turno delle Presidenziali in Tunisia. GETTY.

IL COSTITUZIONALISTA ULTRA-CONSERVATORE

Nessuno alla vigilia del voto avrebbe scommesso sul costituzionalista Saied, che senza strutture di partito ha condotto una campagna con mezzi minimi. Ma in linea di massima le idee degli oltre 7 milioni di aventi diritto al voto tunisini non sono cambiate: i due candidati anti-establishment riflettonono nella sostanza le visioni contrapposte dei partiti di massa al governo senza successo dalle Primavere arabe. Saied ha attinto dalla base del movimento degli islamisti della Fratellanza musulmana, puniti per il lustro trascorso nella grande coalizione (con vari rimpasti) con i laici progressisti. Accademico di lungo corso, 61 anni, il frontrunner delle Presidenziali del 2019 è contro la depenalizzazione del reato di omosessualità e per la pena di morte. Saied è anche un duro oppositore della legge per la parità tra uomini e donne in caso di eredità: una riforma voluta da Essebsi, morto il 25 luglio scorso a 93 anni, ma non ancora approvata in parlamento per l’aspro dibattito.

Forte dell’etere, per le Presidenziali del 2019 ha creato il movimento popolare Qalb Tounes, «cuore della Tunisia»

IL TYCOON SOCIALISTA BRACCATO DALLA GIUSTIZIA

Non avrebbe opposto resistenze al testo Karoui (che al ballottaggio dovrà vedersela con Saied), definito il Berlusconi tunisino. Le similitudini nell’ascesa e nelle vicissitudini politico-giudiziarie tra i due imprenditori sono impressionanti. Patron della tivù commerciale Nessma fondata nel 2007 grazie all’appoggio del regime laico socialista di Ben Ali, dopo le rivolte del 2011 Karoui si è riciclato appoggiando movimento socialdemocratico Nidaa Tounes, depurato da Essebsi dall’autoritarismo e antitetico all’islamismo. Ma è andata a finire che Nidaa Tounes ed Ennahda sono state costrette a governare insieme, come poi dal 2016 gli scissionisti di Nidaa Tounes del premier e leader del nuovo partito Tahya Tounes, Chahed. A destra ci ha guadagnato Saied. A sinistra invece il tycoon che, forte dell’etere, per le Presidenziali del 2019 ha creato il movimento popolare Qalb Tounes, il «cuore della Tunisia». Dicono i detrattori per salvarsi dai processi con l’immunità.

Tunisia elezioni ballottaggio Saied Karoui
Salwa Smaoui, moglie del magnate Nabil Karoui arrestato durante la campagna per le Presidenziali in Tunisia. GETTY.

I GUAI CON LE LICENZE E L’INCHIESTA PER RICICLAGGIO

Nessma è compartecipata dal 2008 da Mediaset (25%) e da Quinta Communications di Tarak Ben Ammar (25%). In primavera l’Authority indipendente per la comunicazione audiovisiva (Haica) della Tunisia ha sequestrato le attrezzature della tv, con l’accusa di trasmettere senza licenza dal 2014. Nel giugno dopo Karoui è sceso in campo per le Presidenziali. Ma il 23 agosto è stato arrestato, per un’inchiesta sul «riciclaggio di denaro» aperta dalla magistratura sulla base delle accuse anche di appropriazione indebita di fondi all’estero, tramite società cinematografiche, mosse dalla Ong tunisina I Watch, partner di Transparency. Ed è scattato il blocco di Haica a Nessma a trasmettere la campagna elettorale di Karoui. Ma la sua corsa è andata avanti con successo, attraverso la moglie Salma Smaoui diventata star dei comizi. E attraverso la rete assistenziale creata, alla morte del figlio nel 2016 in un incidente stradale, per la beneficenza tra i ceti umili e disagiati.

IL POPULISMO GARANTISTA BATTE IL GIUSTIZIALISMO

Le Monde ha definito il risultato del primo turno in Tunisia «un’insurrezione elettorale contro il sistema dei partiti». Il ballottaggio potrebbe tenersi con le Legislative: un duello descritto tra «populismo e ultraconservatorismo». L’arresto di Karoui ha dato vigore alla sua corsa: il 56enne, ex venditore e pubblicitario, denuncia dal carcere la persecuzione giudiziaria. E sebbene la Cassazione abbia respinto un ricorso per la sua liberazione, anche i repubblicani liberali di Afek Tounes e la Lega tunisina per i diritti umani chiedono il rispetto dello stato di diritto e sospettano di giustizia a orologeria il premier uscente. Di certo Chahed, che i garantisti temono aver smosso i giudici, ha fatto approvare in parlamento un emendamento per vietare le candidature alle Presidenziali di soggetti finanziati da associazioni di beneficenza o dall’estero. Un testo poi mai firmato dal capo dello Stato. Chahed potrebbe, come il governo Renzi in Italia, durare una stagione. Se gli elettori islamisti e socialisti si coaguleranno, come è probabile, sugli outsider.

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