Il voto in Iran con la metà dei candidati falcidiata

Venerdì 21 febbraio si va alle urne per rinnovare l'Assemblea consultiva islamica. Ma il 50% di chi puntava a essere eletto è stato "sterilizzato" da una massiccia invalidazione. Quasi la totalità dei riformisti. Ecco perché il confronto è tra conservatori e ultraconservatori. E vari oppositori invitano ad astenersi in segno di boicottaggio.

In Iran si vota il 21 febbraio. Venerdì: giorno di festa e preghiera nell’islam. Dalla Rivoluzione del 1979, sono le 11esime elezioni per il Majles-e Shura-ye Eslami: l’Assemblea consultiva islamica, una camera bassa con 290 eletti dal popolo. Il presidente deve invece essere eletto nel 2021, e addirittura nel 2024 il Majles-e-Khobregan, l’Assemblea degli esperti: una camera alta di 88 membri che devono essere tutti giuristi islamici, e che dura per otto anni.

TRA CRISI ECONOMICA E TENSIONI CON GLI USA

Una grave crisi economica, con l’aumento del 33% dei prezzi del carburante, a partire dal 15 novembre 2019 ha portato in piazza in Iran almeno 200 mila persone. Ne è seguita una repressione che ha fatto almeno 1.500 morti, 4.900 feriti e 7 mila arresti. Collegata a questa crisi è la rottura dell’accordo sul nucleare, da parte di Donald Trump. Una ricaduta di questa situazione è stata la mini-guerra che ha visto prima un attacco mirato Usa uccidere in Iraq il generale Qasem Soleimani, comandate della “Brigata Santa” forza di élite delle Guardie della Rivoluzione; poi l’Iran rispondere con il lancio di missili contro due basi Usa, pure in Iraq, e infine l’abbattimento del volo della Ukraine International Airlines 752, con 176 vittime. Un errore la cui ammissione è costata un duro scontro nelle sfere del potere di Teheran.

CASSATI 7 MILA CANDIDATI SU 14 MILA

In una dialettica politica normale, eventi del genere avrebbero potuto avere un ruolo importante per determinare il risultato. Ma in Iran ogni possibile ricaduta è stata “sterilizzata” in anticipo attraverso una massiccia invalidazione di candidati: 7.296, pari al 50,5% dei 14.444 che si erano registrati. Tra di loro, la quasi totalità dei riformisti. Tra i cassati anche 92 dei deputati uscenti. Nel 2016 la galassia di riformisti, centristi e conservatori moderati aveva ottenuto all’incirca il 41% dei seggi contro un 29% di ultraconservatori e un 28% di indipendenti. Ma con questa falcidia in pratica il confronto potrà essere solo tra i due schieramenti che gli osservatori occidentali definiscono genericamente “conservatori” e “ultraconservatori”. Punto di riferimento dei primi è considerato l’ex sindaco di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf, che si definisce «tecnocrate». Programma dei secondi è soprattutto l’opposizione all’accordo sul nucleare.

SEGGI ALLE MINORANZE RELIGIOSE E BALLOTTAGGI

Non c’è voto di lista. Cinque seggi sono assegnati alle minoranze religiose riconosciute: ebrei, zoroastriani, cristiani assiri, cristiani armeni del Nord, cristiani armeni del Sud. Per gli altri il complesso sistema elettorale prevede 196 collegi: alcuni uninominali; altri oligonominali. Nei collegi uninominali è eletto il candidato che arriva primo se ha almeno il 25% dei voti, se no si va a un ballottaggio tra i due più votati. Nei collegi oligonominali gli elettori possono dare tante preferenze quanti sono i seggi da assegnare, e sono subito eletti tutti i candidati che ricevano almeno il 25%. Se no si va al ballottaggio tra un numero di candidati doppio a quello dei seggi da assegnare. Se non ce ne sono, si considera valido il risultato del primo turno. La data del ballottaggio non è ancora stata fissata, ma potrebbe essere a aprile.

RIGIDI CRITERI PER INVALIDARE GLI ASPIRANTI DEPUTATI

Per votare, bisogna essere cittadini, avere 18 anni e non essere stati dichiarati incapaci di intendere e di volere. Ma un candidato deve inoltre dimostrare di essere un musulmano praticante: a meno di non voler concorrere per uno dei cinque seggi delle minoranze. E poi bisogna dichiarare la propria fedeltà alla Costituzione, essere alfabeti, «essere in buona salute», avere una età tra i 30 e i 75 anni, non avere una «cattiva reputazione». Una candidatura può essere cassata anche per aver sostenuto in passato lo Scià o partiti e organizzazioni politiche dichiarati illegali; per essere stato accusato di attività anti-governativa; per essere stato dichiarato colpevole di corruzione, tradimento, frode, malversazione, consumo o spaccio di stupefacenti, e anche di aver violato la Sharia. Criteri tali da permettere di invalidare più di metà dei candidati.

SULLE LEGGI DECIDE COMUNQUE IL CORANO

Bisogna inoltre ricordare che in linea di principio il sistema della Repubblica islamica riconosce la sovranità popolare nel solo esecutivo: e anche lì solo fino a quando, in base alla dottrina sciita, il Mahdi non uscirà dalla caverna in cui è nascosto, per stabilire il Regno di Allah sulla Terra. In campo legislativo la Sharia ha già stabilito i principi fondamentali in campo penale, civile ed economico. Per questo l’Assemblea è detta “consultiva”. I deputati possono pure votare qualche legge, ma c’è poi l’Assemblea degli esperti a verificare se queste leggi sono conformi al Corano. Se decide di no, le boccia senza possibilità di appello.

IL VERO CAPO DELLO STATO È IL RAHBAR

Allo stesso modo il presidente della Repubblica è pure eletto dal popolo a suffragio diretto, ma non è di fatto che un capo di governo, e anche debole. In realtà è il Rahbar (leader), noto anche come Vali-e-Faqih (Giurisperito Guardiano), il vero capo dello Stato. Colui che ha il compito di vegliare sulla condotta morale e politica di tutti gli uomini pubblici, compreso il presidente. Significativamente, è sempre lui che ha il comando diretto dei corpi armati dello Stato. Il leader è eletto a vita dall’Assemblea degli esperti, e poi sceglie parte direttamente e parte indirettamente i membri del Consiglio guardiano della Costituzione: Shūra-ye negahbān-e qānūn-e āsāsī. Composto da sei giuristi religiosi e sei laici, questo Consiglio ha appunto potere di veto sui candidati, così come l’Assemblea degli esperti lo ha sulle leggi.

POSSIBILE UNA FORTE ASTENSIONE PER PROTESTA

Proprio per via di questa invalidazione massiccia di candidati, vari oppositori chiedono di boicottare il voto. Tra loro l’attivista per i diritti umani Narges Mohammadi, che ha rivolto il suo appello dal carcere di Evin. Una agenzia demoscopica organizzata da studenti critici ha reso noto un sondaggio secondo il quale nella provincia di Teheran il 44% degli elettori avrebbe manifestato la volontà di astenersi, contro solo un 21% che vuole votare. Ovviamente non sono rilevazioni fatte con l’accuratezza che potrebbe esserci in Europa. Ma alla fine il tasso di partecipazione potrebbe essere più importante dei meri risultati. Il presidente Hassan Rohani, che si considera un centrista, critica anche lui il fatto che il Consiglio abbia bocciato candidati in massa. Spiega però che proprio una forte affluenza servirebbe a controbattere lo strapotere degli ultraconservatori. La risposta del portavoce del Consiglio guardiano Abbas-Ali Kadkhodaei è stata questa: «La nostra responsabilità è di garantire il corretto svolgimento delle elezioni. Che la gente voti in massa non ci riguarda».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Patrick George Zaky resta in carcere in Egitto

Il tribunale di Mansoura, in Egitto, respinge l'appello presentato dagli avvocati dell'Egyptian initiative for human rights.

Patrick George Zaky resta in carcere. L’appello presentato dagli avvocati dell’Egyptian initiative for human rights (Eipr), la ong con cui il giovane studente egiziano dell’Università di Bologna collabora, è stato respinto. La decisione è arrivata il 15 febbraio 2020, in mattinata, al tribunale di Mansoura.

«NON HO FATTO NULLA DI MALE»

«Non ho fatto nulla di male», aveva detto Zaky prendendo la parola davanti al giudice. «Sono uno studente. Studio a Bologna, in Italia  per il mio master. Voglio solo tornare a studiare». Il ragazzo era rientrato in Egitto per una visita alla sua famiglia che si trova a Mansoura, ma al suo arrivo all’aeroporto del Cairo era subito stato arrestato in virtù di un mandato di cattura spiccato contro di lui, e a sua insaputa, nel 2019. L’accusa è pubblicazione e diffusione di false notizie sul proprio profilo Facebook per spingere le persone a protestare contro le istituzioni.

UNA SOLA MANETTA

In tribunale si è presentato pallido e con una sola manetta, perché la seconda, che lo legava a un altro prigioniero, gli era stata tolta. Ai cronisti italiani che gli chiedevano come stesse, Zaky ha risposto «Bene. Tutto bene». La ong per cui lavora e Amnesty International hanno più volte denunciato le violenze subite dal ragazzo durante l’arresto e la detenzione preventiva. La sala laterale della corte di Mansoura era piena. Avvocati, poliziotti, e rappresentanti di tre ambasciate diverse: Italia, Canda e Svezia. Fuori è invece rimasto il diplomatico americano. La volontà è quella di tenere alta l’attenzione sulla vicenda, perché non si verifichi un nuovo caso Regeni.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’ex ambasciatore Boffo racconta il legame storico tra Italia e Yemen

Il diplomatico racconta il rapporto tra Roma e San'a e spiega perché dovrebbe essere il nostro Paese a tutelare il patrimonio culturale di questa civiltà. Ma denuncia: «Non abbiamo più la capacità di essere una leva della politica internazionale».

Quattro anni vissuti in Yemen, dal 2005 al 2010. Anni che Mario Boffo, ex ambasciatore italiano a Sana’a, definisce, con una punta di nostalgia, «interessanti».

Fino al 2008 il Paese era abbastanza sicuro, pieno di turismo. Certo già allora vi era il rischio di sequestri per i visitatori, ma il fine era sempre quello di ottenere qualche tipo di rivendicazione dal governo: una volta ottenuta, le persone rapite venivano liberate. «Durante la mia permanenza», racconta Boffo a Lettera43.it, «furono rapiti cinque italiani, me ne occupai io: per fortuna tutto si risolse senza danni per nessuno».

A partire dal 2008, però, le cose cambiarono. Al-Qaeda «iniziò a sequestrare e uccidere gli stranieri in vacanza nel Paese, per minare quella che era una fonte importante di guadagno per lo Yemen: il turismo».

LA CENTRALITÀ GEOPOLITICA DEL PAESE

«Arrivato nel Paese, non ci misi molto a rendermi conto di tre cose», prosegue l’ex ambasciatore. «In primo luogo che lo Yemen detiene un’importanza strategica fondamentale, in quanto domina lo stretto Bab al-Mandab, centrale per molti commerci, fra cui il petrolio: se divenisse impraticabile, lo stretto di Suez sarebbe inutile e tutte le navi dovrebbero circumnavigare l’Africa». Solo quelle italiane, per dare un’idea, ogni anno sono circa 2 mila. «Ho compreso anche», continua Boffo, «che lo Yemen è diverso da tutti gli altri Paesi del Golfo per la sua storia e per la capacità che ha avuto di contribuire alla crescita della stessa civiltà umana». Il Paese, infatti, è stato culla delle grandi civiltà islamite ed è patria di innumerevoli dinastie che per secoli si sono contese la penisola.

ITALIA, PRIMO INTERLOCUTORE

«Infine», sottolinea l’ex ambasciatore, «il Paese è stato centrale nella storia d’Italia: siamo stati i primi a riconoscerlo come Stato nel 1926, quando eravamo in Eritrea e c’erano quindi tutti i motivi di tessere buone relazioni con il vicinato, specie durante la caccia ai protettorati». L’Inghilterra, infatti, in quel periodo cercò di estendere il suo dominio in Yemen e l’Italia, un po’ per contrastare gli inglesi «non propose di creare un protettorato, ma un accordo paritario in cui riconosceva piena sovranità e indipendenza allo Yemen», sottolinea Boffo. Per questo l’Italia divenne il primo interlocutore del Paese.

QUEGLI ITALIANI CHE HANNO FATTO LA STORIA DELLO YEMEN

Non è un caso, quindi, che siano molti gli italiani a essere noti e apprezzati in Yemen: Giuseppe Caprotti, per esempio, «stabilì una agenzia di commercio a San’a’ già nel 1880 e divenne un punto di riferimento internazionale ed ebbe una onoreficenza da Israele quando aiutò gli ebrei yemeniti». In 30 anni passati in Yemen, Caprotti aveva recuperato un numero consistente di manoscritti (quasi 2 mila codici) che, nel 1909, giunsero alla Biblioteca Ambrosiana di Milano: oggi è la collezione più importante in Europa.

Grazie all’appello che Pasolini lanciò all’Unesco, San’a divenne in seguito patrimonio mondiale dell’umanità

Altro connazionale importante è Cesare Ansaldi, capo della missione medica italiana di San’a. Fra il 1929 e il 1932 scrisse Yemen nella storia e nei miti, un libro, spiega Boffo, «straordinario e ancora oggi attuale per comprendere questo Paese». Insieme ad altri medici che collaborarono alla stesura del libro, curò fino all’inizio degli Anni 60, in piena rivoluzione, gli ultimi imam e i primi presidenti, divenendo punto di riferimento sociale per popolo e autorità, oltre che personaggio di rilievo nella storia yemenita.

LEGGI ANCHE: Il 2020 sarà un anno pieno di incognite per il Medio Oriente

Anche Amedo Guillet soprannominato dai suoi soldati eritrei Commundàr es Sciaitan (Comandante Diavolo), ha lasciato un segno nel Paese mediorientale. Quando approdò nello Yemen venne subito convocato dal re e dal principe ereditario che volevano conoscerlo. Rientrato in patria fu nominato ambasciatore in Yemen, dove ritornò rinsaldando l’amicizia tra i due Paesi, interrotta durante la guerra. Lo stesso Pier Paolo Pasolini si innamorò del Paese e vi girò all’inizio degli Anni 70 il documentario Le mura di San’a, «dove ben si comprende la necessità di preservare questa sapienza antica», specifica l’ex ambasciatore. Grazie all’appello che lanciò all’Unesco, la città divenne in seguito patrimonio mondiale dell’umanità.

ROMA E QUEL RAPPORTO PRIVILEGIATO CON SAN’A

Per molti anni imprese italiane importanti investirono risorse per ristrutturare edifici e parti di città.«L’Istituto Veneto per il Restauro e la Conservazione (Ivbc) ad esempio fu contattato per realizzare i soffitti lignei della Grande Moschea di San’a direttamente dallo Stato, senza intervento della cooperazione», racconta Boffo. Durante i lavori, durati dal 2006 al 2015, sono stati rinvenuti dei manoscritti, antiche pergamene del VII secolo: l’Italia se ne interessò subito e propose una collaborazione ai ministri della religione che, con grande apertura, si dimostrarono entusiasti. «Poi venne la guerra e tutto si fermò», continua Boffo, «sappiamo che queste carte dovrebbero essere custodite nella “casa dei manoscritti” (Dar al-Makhṭūṭāt – DAM, ndr) e che sono pronte a un intervento, appena possibile».

Nel 2009 durante il G7 in Italia venne inserito nella relazione del ministro degli Esteri un paragrafo sullo Yemen, in cui lo si dichiarava a rischio di instabilità e lo si designava come luogo di cui urgeva occuparsi

In anni più recenti, allo scoppio della primavera yemenita, l’Italia fondò il gruppo internazionale “Amici dello Yemen” e spinse i Paesi del G8 a occuparsi di quel territorio. Nel 2009 «sotto la nostra guida», sottolinea l’ex ambasciatore, «il G7 inserì nella relazione del ministro degli Esteri un paragrafo sul Paese, in cui lo si dichiarava a rischio di instabilità e lo si designava come luogo di cui urgeva occuparsi». L’Italia ha quindi continuato ad avere un grande ruolo verso lo Yemen: «Ricordo con piacere un accordo di formazione strategica, tattica e tecnica siglato con le due rispettive guardie costiere: l’Italia fornì progetti di buona accoglienza per i rifugiati del corno d’Africa. Inoltre, ci occupammo per un anno intero della valorizzazione delle missioni archeologiche e anche di collaborazioni giudiziarie», precisa Boffo.

UN PAESE DIMENTICATO DALLA STAMPA INTERNAZIONALE

Attualmente l’Italia non potrebbe assumere un ruolo da mediatore nella crisi yemenita, neppure volendo: «L’Italia non ha più la capacità di essere una leva della politica internazionale», dice non senza rammarico Boffo, «a relazione privilegiata con lo Yemen, di cui sono stato testimone e osservatore diretto, oggi si è raffreddata. Quello che potrebbe e dovrebbe fare l’Italia, a mio avviso, è mantenere accorti contatti diplomatici con il governo riconosciuto in Yemen, con l‘Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, senza far nulla, restando pronti, una volta tornata la pace, a contribuire alla ricostruzione e alla tutela del patrimonio culturale yemenita».

Un bambino dentro un palazzo distrutto nella città di Taez, in Yemen.

LEGGI ANCHE: La pace in Yemen non è più un miraggio

L’inizio della guerra «è stato per me stimolo a dare forma al libro che avevo iniziato e che per 13 anni era rimasto fermo», rivela il diplomatico. Il titolo scelto, Yemen l’eterno, non è casuale: «L’auspicio è che, nonostante tutto, questo popolo umanamente provato, ferito nella sua cultura e danneggiato nel suo patrimonio, risorga dalle sue ceneri, perché è un popolo con uno spirito che non potrà essere distrutto». Questo libro fa parlare luoghi e persone, nei resoconti di uno sceicco vegliardo, in quelli di un aristocratico discendente del Profeta, nelle vicissitudini di un anonimo venditore di improbabili souvenir, nelle conversazioni di scrittori straordinari, nei racconti di una signora di centocinque anni di età, del villaggio di Bait Baus. «Tutto quello che vi ho inserito è reale», sottolinea Boffo, «è il Paese a raccontare se stesso, ma se lo facesse oggi, parlerebbe di un territorio distrutto e di una popolazione devastata dalla guerra».

La stampa dedica poco spazio alla guerra yemenita e quando lo fa, si limita a descrivere un luogo disastrato

Mario Boffo, ambasciatore italiano in Yemen dal 205 al 2010

Le stime Onu del 2019 segnalano che circa 24 milioni di yemeniti (l’80% della popolazione) necessitano di assistenza umanitaria. Eppure si tratta di un tema che a livello editoriale «non vende», se non nelle brevi e struggenti descrizioni fatte dai media. «La stampa dedica poco spazio alla guerra yemenita e quando lo fa, si limita a descrivere un luogo disastrato, dove le persone muoiono di bombe e stenti, mentre le bambine si sposano prima dei 15 anni», conclude l’ex ambasciatore. «Tutte cose verissime, ma dimenticano cosa è stato, cosa rappresenta e cosa torneranno a essere, dopo questa sanguinosa guerra, lo Yemen e la sua popolazione».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Lo “storico” piano di Trump per il Medio Oriente è già nelle secche

La maggior parte dei Paesi arabi lo rigetta. Mentre Netanyahu attacca Gantz e Olmert accusandoli di «favorire il terrorismo». Solo un cambio di governo in Israele potrebbe riaprire il dialogo tra Gerusalemme e Ramallah.

Come previsto, lo «storico piano di pace per il Medio Oriente» presentato due settimane fa da Donald Trump è finito nelle secche.

Netto, radicale e irremovibile il rifiuto a considerarlo anche solo una base di discussione da parte palestinese.

Durissima la reazione negativa da parte della maggior parte dei Paesi arabi e islamici; presa di distanza netta da parte dell’Unione europea e infine –ma non per ultimo – tiepido, tiepidissimo e guardingo l’appoggio da parte dei Paesi arabi che non l’hanno condannato: Egitto, Arabia Saudita e Qatar.

LA RESISTENZA DI ABU MAZEN

Trump tace al riguardo e invano l’ambasciatrice Usa alle Nazione Unite Kelly Craft dice ad Abu Mazen che «il nostro piano di pace non è un prendere o lasciare, ma l’inizio di una conversazione, non la fine». Abu Mazen non intende sentire ragione ed è volato alle Nazioni Unite nel vano tentativo di fare approvare dal Consiglio di Sicurezza una risoluzione presentata da Indonesia e Tunisia di condanna del piano Trump. Obiettivo mancato per mancanza di una maggioranza, anche prima dello scontato veto da parte degli Stati Uniti, seguito da una dichiarazione netta del presidente della Anp: «Non possiamo accettare il ruolo degli Usa come unico mediatore, il loro piano rafforza il regime di Apartheid di cui pensavamo di esserci sbarazzati molto tempo fa». Poi, sventolando davanti al Consiglio di Sicurezza la mappa dei confini tra i due Stati presentata da Trump chiosa: «Lo Stato che ci darebbero è come il formaggio svizzero: pieno di buchi!». L’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon ha liquidato il leader della Anp senza mezzi termini, chiedendogli in maniera ben poco protocollare le dimissioni: «Non ci saranno progressi verso la pace finché Abu Mazen rimarrà sulle sue posizioni: solo quando si dimetterà Israele e i palestinesi potranno fare passi avanti!».

NETANYAHU CONTRO GRANTZ E OLMERT

Impasse totale dunque, mentre ci si continua a chiedere a quale ratio risponda un piano di pace trumpiano così sbilanciato a unico favore di Israele, mentre l’opposizione israeliana a Bibi Netanyhau (che è ovviamente entusiasta della mossa di Trump) si defila da quel piano, tanto che Benny Gantz ha inviato alla Nazioni Unite il suo amico Ehud Olmert (ex premier e oggi privato cittadino) per contattare direttamente Abu Mazen, evidentemente per avviare un discorso di riavvicinamento da usare nella terza campagna elettorale consecutiva in Israele. Furibonda la reazione di Netanyhau che ha accusato Gantz e Olmert di «favorire il terrorismo», a riprova che un auspicabile cambio di governo in Israele potrebbe quantomeno riaprire un dialogo tra Gerusalemme e Ramallah, seppellendo definitivamente il ben poco “storico” piano di Trump.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Breve bilancio di 10 anni di guerra civile in Siria

Oltre 400 mila vittime, di cui molti civili, e 13 milioni di sfollati. Un massacro che sembra destinato a peggiorare mentre l'Europa resta paralizzata nella sua pavidità.

La Siria sta entrando nel decimo anno di una guerra civile brutalmente scatenata dalle forze militari del regime di Bashar al Assad per stroncare un’opposizione che chiedeva, a mani nude, solo riforme (siamo nel 2011). Scontro che si è inesorabilmente trasformato in una vera e propria guerra civile avvelenatasi nel tempo con l’inserimento nel conflitto di un consistente afflusso di milizie esterne, in larga misura estremiste, protese a far crollare Damasco. Si ricorderanno al riguardo le incertezze dell’amministrazione Obama (la mancata “punizione” per uso del gas) e la contemporanea politica di contrasto a Bashar al Assad condotta dalla Turchia anche attraverso il sostegno alle milizie estremiste. Poi l’intervento militare russo a rinforzo di quello iraniano, che ha ridato ossigeno al regime e l’inversione di rotta a suo favore.

E ciò grazie anche alla priorità assegnata alla lotta al terrorismo, in primis dell’Isis, portata avanti sia dal fronte del regime col sostegno di Mosca e di Teheran, sia dal fronte avverso capitanato dagli Usa e dalla Sdf (coalizione curdo-araba). Poi il disinvolto avvicinamento della Turchia alla Russia e all’Iran pur nella costante avversione a Damasco, che ha propiziato l’inaugurazione delle zone di de-escalation, una sorta di spartizione del Paese in aree di influenza sottostante al recupero del controllo del territorio da parte di Bashar al Assad. Poi la trista vicenda del dichiarato disimpegno statunitense nella Siria a Est dell’Eufrate (sulla pelle dei curdi ma non sulle aree ricche di risorse energetiche e non sulle postazioni riconducibili a Teheran affidate alle cure degli attacchi dell’alleato israeliano).

Ciò in omaggio alle «istanze di sicurezza» fatte militarmente valere da lungo il confine turco-siriano, destinato fatalmente a fare i conti con la legittima rivendicazione sovrana di Bashar al Assad. Rivendicazione che riguarda anche l’area di Idlib nel Nord-Ovest del Paese, l’ultimo baluardo degli oppositori siriani e degli estremisti, che Ankara vuole contrastare in ogni modo per il timore del massiccio esodo che si produrrebbe (e già avviene) verso la Turchia che già “ospita” oltre 3 milioni di rifugiati siriani. Timore che aveva portato da ultimo (settembre 2019) ad un accordo di de-escalation turco-russo mai pienamente rispettato e ora entrato definitivamente in crisi con l’offensiva di Damasco sostenuta dall’aviazione russa.

NÉ SIRIA NÉ TURCHIA SONO DISPOSTE A CEDERE

Si è trattato di una lunga marcia di riconquista che ha provocato oltre 300 mila vittime civili e l’esodo di poco meno di 600 mila fuggiaschi. Resisterebbero ancora diverse decine di migliaia di oppositori, estremisti tra i più radicalizzati, che rischiano seriamente di essere il bersaglio del massacro, già iniziato, paventato dalle Nazioni Unite assieme agli abitanti dell’area. Russi e turchi, in mezzo le forze armate di Damasco, si rimpallano da settimane le responsabilità della deriva conflittuale in cui sta precipitando quest’area e delle vittime riscontrate tra i rispettivi contingenti. E ora si è arrivati alla stretta finale con la riconquista da parte del regime di Bashar al Assad del controllo dell’autostrada M5, un’arteria di alto valore strategico che collega Aleppo a (un tempo il polmone economico della Siria) a Damasco e poi a Sud fino alla frontiera con la Giordania.

Un convoglio militare turchio viaggia verso Idlib.

Conquista che non può non incoraggiare adesso il regime siriano a completare l’opera “liberando” la restante zona di Idlib dagli estremisti, un popolo di diverse decine di migliaia di combattenti. Il problema è che neppure la Turchia è disposta a cedere dopo aver tanto investito nell’area in uomini e attrezzature – tra l’altro mettendo a punto ben 11 postazioni militari – a protezione degli oppositori a Bashar e dei suoi confini e in un momento in cui la popolazione turca sta dando segnali di insofferenza per la presenza dei già citati 3 milioni di rifugiati siriani. Si dirà che in questo modo Erdogan rischia di entrare in rotta di collisione con l’alleata Russia di Putin. In realtà vi è già entrata anche se dall’una e dall’altra parte si cercano versioni di comodo per non ammetterlo mentre si stanno valutando possibilità e modalità di superamento dell’attuale situazione sul campo senza peraltro trovarle.

INTANTO LE VITTIME SALGONO A OLTRE 400 MILA, 13 MILIONI GLI SFOLLATI

A Mosca interessa conservare buoni rapporti con Ankara per solidi interessi economici (risorse energetiche) politici (indebolire il vincolo con la Nato) e di confine. Ma non è detto che sia disposta ad apparire oltre che ad essere perdente con ciò che ne deriverebbe sul suo ruolo di sponsor primario di Damasco oltre che di ineludibile punto di riferimento nelle dinamiche dell’intero Medio Oriente. Tanto più alla luce di quando sta avvenendo in Libia dove pure si sta manifestando un concreto rischio di collisione.

Per ora ciò che più rileva è la preoccupazione per la devastante situazione umanitaria

Le ipotesi che si fanno sono diverse: tra chi sostiene che Erdogan abbia dalla sua parte i tempi medio-lunghi e chi pensa che alla fine sarà costretto a trovare un modo per salvare la faccia pur perdendo. Per ora ciò che più rileva è la preoccupazione per la devastante situazione umanitaria, «una catastrofe senza precedenti» secondo quanto affermato dalle Nazioni Unite per questa Siria straziata da un decennio di guerra, di morte e di distruzione – oltre 400 mila vittime in totale e 13 milioni di sfollati) – di cui si deve sottolineare con forza la fondamentale responsabilità del regime di Bashar al Assad e dei suoi sponsor. Responsabilità che ora vede in primo piano la pericolosa spregiudicatezza ottomana di Erdogan di fronte alla quale l’Europa sembra paralizzata dalla pavidità.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Studente dell’Università di Bologna arrestato al Cairo

Patrick George Zaky era tornato nel suo Paese per le vacanze. Attivista Lgbt, era ricercato dal 2019. Ma non lo sapeva.

Patrick George Zaky, attivista e ricercatore egiziano di 27 anni, iscritto a un master dell’Università di Bologna, è stato arrestato all’aeroporto del Cairo nella notte tra giovedì e venerdì. Lo ha confermato Amnesty International Italia. Il ragazzo, attivista per i diritti delle persone Lgbt, era rientrato in Egitto per una visita alla sua famiglia che si trova a Mansoura.

ORDINE DI CATTURA SPICCATO NEL 2019

Appena atterrato all’aeroporto del Cairo, Zaky è stato preso in custodia dalla polizia egiziana. La notizia è stata confermata sui social network anche dall’associazione locale Eipr (Egyptian Initiative for Personal rights), con cui lo studente collaborava. Da giovedì 6 febbraio i familiari hanno perso qualsiasi contatto col giovane. E dal suo arresto non avrebbe ancora avuto la possibilità di contattare il suo avvocato. Secondo quanto riferito da Amnesty International, Zaky era destinatario di un ordine di cattura spiccato nel 2019, ma non ne era a conoscenza. Non è noto cosa gli venga contestato. Amnesty ha espresso preoccupazione per le condizioni dello studente, che potrebbe essere stato torturato durante l’interrogatorio.

LE CRITICHE ALL’EGITTO

«L’Egitto non è affatto un Paese stabile, né dal punto di vista socio-economico né delle libertà fondamentali», aveva detto l’attivista all’agenzia Dire nel 2018. «La gente non trova lavoro, il costo della vita continua ad aumentare e il governo fa di tutto per limitare gli spazi del dissenso». Riccardo Noury ha dichiarato alla stessa agenzia che l’associazione con cui collabora Zaky «si batte per i nostri attivisti, ma anche per Giulio Regeni». Il protavoce di Amnesty ha proseguito: «Condanniamo l’arresto di un attivista per i diritti umani, che ora rischia un periodo di lunga detenzione e torture».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché lo scontro tra Turchia e Siria è destinato a peggiorare

Ankara, col placet Usa, non intende permettere al regime di Assad di riprendere il controllo del Paese e considera il confine settentrionale di Idlib un proprio protettorato. Damasco non intende tollerare il “padrinato” turco e con l'aiuto russo vuole debellare l'ultima roccaforte dell'Isis.

Lo scontro tra le militari siriani e turchi dì martedì 4 febbraio non è stato casuale, le decine di morti (soprattutto di parte siriana) rimasti sul terreno hanno infatti innescato una tempesta di accuse che spiegano come il conflitto tra Ankara e Damasco, tra Erdogan e Assad sia destinato a incancrenirsi.

La ragione è semplice: la Turchia non intende minimamente permettere al regime siriano di riprendere il pieno e totale controllo del Paese e considera tutta la fascia del confine settentrionale della Siria un proprio protettorato, sia che sia abitato dai curdi, sia dagli arabi di Idlib (e dai turcomanni). Assad, da parte sua non intende tollerare questo “padrinato” turco e – grazie all’azione determinante della aviazione russa, intende abbattere l’ultima roccaforte dell’Isis, ma anche eliminare quei gruppi armati legati alla Turchia che controllano parte della regione di Idlib.

Il tutto, in un contesto storico che già nel 1998 aveva visto i due Paesi sull’orlo di una vera e propria guerra per il controllo delle regioni siriane confinanti con la Turchia, evitata solo all’ultimo momento grazie alla pressante mediazione degli Stati Uniti e della Russia che portarono al cosiddetto trattato di Adana.

LA SIRIA FINANZIAVA I CURDI DEL PKK

Per comprendere come siano sempre state tese le relazioni tra i due Paesi, basta ricordare che Hafez al Assad, padre dell’attuale dittatore Beshar al Assad, aveva ospitato in Siria e finanziato i curdi del Pkk che conducevano una feroce guerriglia dentro la Turchia per poi rifugiarsi in territorio siriano. Solo dopo l’accordo di Adana questo appoggio declinò e lo stesso Abdullah Ocalan dovette lasciare il suo comodo rifugio di Damasco – ospite gradito di Assad – per riparare a Roma. Oggi, il livello della tensione turco-siriana è tale che fonti del ministero della difesa di Damasco hanno dichiarato addirittura che «la Turchia sostiene i terroristi in Siria», riferendosi appunto ai miliziani che combattono nella regione Nord-occidentale di Idlib contro le forze lealiste e che sono sostenuti direttamente o indirettamente da Ankara.

I bombardamenti siriani sulla città di Sarman, Idlib.

GLI USA SOSTENGONO L’AZIONE DI ERDOGAN

Da parte sua, Erdogan ha affermato che «se il regime siriano non si ritirerà entro febbraio dalle zone in cui si trovano le postazioni turche di monitoraggio a Idlib, fermando così la sua offensiva contro la roccaforte ribelle nel Nord-Uvest della Siria, la Turchia dovrà agire». Soprattutto, Erdogan ha minacciato ulteriori attacchi dei militari turchi contro le forze siriane: «La Turchia continuerà a usare il suo diritto per proteggersi da tali attacchi, nel modo più duro, le brutali azioni del regime di Assad, della Russia, del regime iraniano e di Hezbollah impediscono direttamente l’instaurazione di un cessate il fuoco nel Nord della Siria». Il tutto, con la piena copertura da parte della amministrazione Trump, tanto che il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha assicurato che «gli Stati Uniti sostengono pienamente il diritto all’autodifesa della Turchia». Si vedrà ora quali è quanti spazi avrà – se li vorrà avere – Vladimir Putin per tentare una difficile mediazione tra i due Stati.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il destino della Libia appeso a doppiogiochismi e ipocrisia

Quasi ogni Paese che sta partecipando direttamente o indirettamente all'intervento per la pacificazione gioca una partita personale. Così il futuro di Tripoli resta incerto, così come gli equilibri geopolitici della zona mediterranea.

La tutela e la promozione dei propri interessi nazionali costituiscono il principale motore della politica estera di ogni Paese. Questa regola aurea non deve essere mai dimenticata neppure quando si fa riferimento al “superiore” interesse della pace. Possiamo anche dire che nel perseguimento dei propri interessi si possa dare spazio anche alla dissimulazione quale modalità utile e talvolta necessaria allo scopo. Diverso è il caso in cui ci si affidi invece all’ipocrisia e ancor peggio al doppio gioco accusando altri di ipocrisia e di doppiogiochismo.

Questa annotazione mi è stata suggerita dall’affermazione fatta da un partecipante a un talk show televisivo per la quale, a proposito della guerra in corso in Libia, accusava la Comunità internazionale di incapacità di reazione, evitando, di fatto, di coinvolgere in tale accusa i Paesi che vi stanno partecipando direttamente e/o indirettamente e sorvolando sull’intervento militare del 2011 col quale ne è stata sciolta dell’acido la fragile coesione nazionale assicurata da Gheddafi. Invece è da qui che occorre muovere, richiamando con forza le responsabilità dei Paesi che hanno concorso alla defenestrazione e uccisione di Gheddafi, ricordando l’intesa di Skirat (Marocco) del 2015, la benedizione che vi hanno dato le Nazioni Unite e dalle quali è emerso il riconoscimento internazionale (cioè di tutti i loro membri) del governo della Libia presieduto da Fayed al Serraj (Tripoli).

Ricordiamo anche il fallimento dei vertici (Serraj e Haftar) di Parigi, di Palermo e di Abu Dhabi e Dubai tra il 2018 e il febbraio del 2019. E rammentiamo soprattutto la decisione del generale Haftar di scatenare la «guerra di liberazione di Tripoli dai terroristi» (cioè dallo stesso Serraj), con ciò gettando alle ortiche la prima riunione intra-libica che era stata preparata con grande pazienza e dispendio di energie dal Rappresentante speciale delle Nazioni Unite allo scopo di promuovere un’intesa tra tutte le parti libiche.

TANTE SCENEGGIATE E DOPPIOGIOCHISMI IN LIBIA

E che dire della sceneggiata di Haftar al vertice di Mosca dove se ne va senza sottoscrivere l’intesa sul cessate il fuoco e poi della plateale e non certo pacifista decisione di far bloccare una parte importante degli oleodotti della Libia mentre si affacciano a Berlino gli invitati alla Conferenza internazionale promossa dalla Germania sotto l’egida delle Nazioni Unite? E che dire del fatto che nel momento stesso in cui si stava asciugando l’inchiostro con cui era stato vergato il documento in 55 punti della road map di Berlino la conflittualità in Libia e sulla Libia è ripresa come se nulla fosse accaduto nel frattempo?

La Turchia ha saputo sfruttare il sostanziale abbandono in cui è stato lasciato Serraj per offrirgli sostegno militare e indurlo a sottoscrivere un accordo marittimo

Eppure a Berlino erano presenti tutti, dico tutti gli sponsor delle due parti in conflitto: l’una, capitanata dall’Egitto e dagli Emirati con la celata complicità saudita e quella, peraltro negata, da parte di Mosca, decisi a contrastare in ogni modo la Fratellanza musulmana in quella che da anni ormai è la benzina del conflitto intra-sunnita che, pur duro perché di matrice politico-settaria, poco ha a che vedere con il conflitto, sempre intra-sunnita, con il vero terrorismo jihadista (Daesh e Al Qaeda); l’altra, rappresentata sostanzialmente dalla sola Turchia che nella sua spregiudicatezza ha saputo sfruttare il sostanziale abbandono in cui è stato lasciato Serraj per offrirgli sostegno militare e indurlo a sottoscrivere un accordo marittimo (leggasi sfruttamento risorse energetiche) di difficile accettabilità da parte degli Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Da sinisrtra, Fayez al Serraj e Giuseppe Conte (foto Valerio Portelli/LaPresse)

Su questo sfondo ci si potrebbe chiedere la ragione per la quale tutti questi attori abbiano sottoscritto la road map per metterla quasi contemporaneamente in discussione ma questa circostanza non deve scandalizzare più di tanto perché nelle partite complesse, dove conflittualità verbale e militare si incrociano, l’ipocrisia regna sovrana. Soprattutto quando, come nel caso libico, la manovalanza bellica – e parliamo di migliaia di uomini – è costituita da mercenari della più diversa specie, dalle forze russe della Wagner ai jihadisti siriani, ai militari del Darfur. Non diverso è il caso dei materiali bellici, dai droni ai carri, a quant’altro, almeno in termini di costi se chi mette mano al portafogli se lo può permettere con una certa disinvoltura, come è certamente per gli sponsor di Haftar più che di Erdogan che peraltro ha dalla sua una sfrenata ambizione ottomana abbinata alla consapevolezza della capacità di ricatto (migranti) nei riguardi dell’Europa.

LA DOPPIEZZA DI MACRON

Nel perdurante clima di ipocrisia generalizzata si può legittimamente sostenere che la road map di Berlino resterà ai margini di una partita in cui la soluzione armata è ancora contemplata. Anche da Erdogan, che tuttavia la sta contemplando con la bandiera del difensore del «riconoscimento internazionale» di un Serraj che ha giustificato la sua richiesta di aiuto ad Ankara con l’argomento del rifiuto ad intervenire militarmente opposto ad analoga richiesta agli altri Paesi europei, Italia in testa. Per di più Erdogan sembra fare affidamento sulla posizione di Mosca che appare più incline ad evitare di alimentare un contrasto con l’avversario/amico in un momento in cui i rapporti fra i due Stati stanno attraversando la criticità dell’area di Idlib in Siria. Resta l’incognita degli Emirati e dell’Egitto.

Preoccupa il crescente ruolo che in questa magmatica situazione possono svolgere le milizie tribali

In questo contesto stupisce davvero leggere le accuse rivolte a Erdogan dal presidente francese Emanuel Macron che, prima di tutti, dovrebbe rimproverarsi della doppiezza della sua posizione nei riguardi di Haftar. Non stupisce invece l’apparente disinteresse del governo Sarraj per il problema migratorio che invece continua a essere in cima ai pensieri del governo italiano che, si dice, stia trattando riservatamente con Tripoli sul memorandum bilaterale stipulato in proposito ai tempi di Marco Minniti mentre stenta a guadagnare proseliti sulla risposta che sta maturando in sede europea in materia di strategia di inserimento nella road map berlinese.

Emmanuel Macron.

Preoccupa in ogni caso l’annuncio dell’Unhcr (Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) di voler sospendere le sue operazioni presso la Struttura di raccolta e partenza di Tripoli per il timore che possa diventare un obiettivo militare. E preoccupa il crescente ruolo che in questa magmatica situazione possono svolgere le milizie tribali. Sostanzialmente non pervenuta, per ora, la voce dell’amministrazione statunitense comprensibilmente impegnata in questioni interne e internazionali ritenute più emergenti.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Abu Mazen rompe le relazioni tra Palestina e Israele

Il presidente dell'Anp rompe le relazioni con Israele all'indomani della presentazione del piano di Trump per la pace.

Un piano così è decisamente inaccettabile. Anzi, di più, è un insulto. Così il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen ha deciso di rompere ogni relazione con Israele e sospendere tutti gli accordi. «Non accetterò l’annessione di Gerusalemme e non voglio passare alla storia come colui che ha venduto Gerusalemme», ha dichiarato Abu Mazen citato dall’agenzia Maan, aggiungendo che l’Anp «non accetterà mai gli Usa come unico mediatore al tavolo dei negoziati con Israele».

«CREDO ANCORA NELLA PACE»

Il presidente dell’Anp ha proseguito: «Israele non è la patria solo degli ebrei, ma anche dei musulmani e dei cristiani». È una rottura dovuta al fatto che sulla cartina disegnata da Trump, agli israeliani finiscono «oltre il 90% delle terre palestinesi», ma che non fa smettere Abu Mazen di «credere nella pace». Una pace che però si deve basare sulla «iniziativa araba» e le «risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite».

ALLA PALESTINA 50 MILIARDI MA NON LA SOVRANITÀ

Il piano di 80 pagine presentato a Washington, il 28 gennaio, da Trump e Netanyahu si basa su Gerusalemme unita capitale dello Stato di Israele e sulla creazione di uno Stato palestinese che avrà una capitale nell’area di Gerusalemme Est e sarà sostenuto da 50 miliardi di dollari di investimenti da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati. Ma non si tratterà di un territorio unico. Le sue diverse porzioni saranno unite da «strade, ponti e tunnel». Lo Stato palestinese avrebbe diverse limitazioni della propria sovranità: non potrà avere un esercito e non controllerà i suoi confini esterni e il suo spazio aereo. Inoltre diversi insediamenti legali in Cisgiordania diventeranno Stato di Israele, con Netanyahu che potrebbe annettere subito il 30% del territorio.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Dalla Turchia all’Iran: coro di proteste contro il piano di Trump

Erdogan e Khamenei all'attacco. Uno parla di proposta «inaccettabile». L'altro assicura che «non verrà realizzata». E anche l'Europa storce il naso.

Dalla Turchia all’Europa, si levano assordanti le proteste contro il piano di Donald Trump per Israele e Palestina. Secondo il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che negli ultimi anni ha provato a ergersi a paladino del mondo islamico, la proposta degli Usa è irricevibile: «Gerusalemme è sacra per i musulmani. Il piano di Trump che mira a dare Gerusalemme a Israele è assolutamente inaccettabile: ignora i diritti dei palestinesi e mira a legittimare l’occupazione israeliana. Non servirà né alla paca né alla ricerca di una soluzione». Sulla stessa lunghezza d’onda l’Iran, con la Guida suprema Ali Khamenei che attacca: «La questione della Palestina non verrà mai dimenticata. La nazione palestinese e tutte le nazioni musulmane si schiereranno e non permetteranno che il cosiddetto Accordo del Secolo venga realizzato».

LA LEGA ARABA INSORGE

La Lega Araba, che conta 22 Paesi membri – Palestina inclusa -, parla di «una grande violazione dei diritti dei palestinesi». E anche se in un comunicato il segretario generale, Ahmed Aboul Gheit, dice che «studieremo minuziosamente la prospettiva americana e siamo aperti a tutti gli sforzi seri a favore della pace», chiarisce che da «una lettura preliminare emerge una consistente violazione dei diritti legittimi dei palestinesi. La realizzazione di una pace giusta e durevole fra israeliani e palestinesi dipende dalla volontà delle due parti e non dalla volontà dell’una senza quella dell’altra. Il piano di pace annunciato dal presidente americano riflette una visione americana non vincolante». Dura anche la presa di posizione dell’Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa, secondo cui il piano «non porta soluzione ma al contrario crea maggiore tensione e probabilmente più violenza e spargimento di sangue. Deve essere considerato una mossa unilaterale visto che fa sua la maggioranza delle richieste di una parte, quella israeliana, e la sua agenda politica».

ANCHE L’EUROPA STORCE IL NASO

Quanto alla posizione dell’Europa, la linea prevalente (Regno Unito a parte) è che ogni colloquio dovrebbe seguire il progetto della soluzione a due Stati con Gerusalemme capitale condivisa. Lo dicono – pur con cautela – la Francia, la Germania e l’Italia. Secondo quanto comunicato dalla Farnesina, Roma «accoglie favorevolmente gli sforzi compiuti dagli Stati Uniti al fine di favorire il rilancio» del processo di pace in Medio Oriente, «tuttavia valuterà con molta attenzione i contenuti della proposta di Washington, in coordinamento con l’Ue e in linea con le rilevanti risoluzioni Onu. Ciò nella convinzione che la soluzione a due Stati resti la prospettiva più giusta e sostenibile, sebbene richieda un percorso ancora lungo e complesso di ricostruzione della fiducia tra le parti e di reciproca disponibilità al dialogo e al compromesso».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Trump ha svelato il suo piano per il Medio Oriente

Il presidente Usa ha presentato la sua strategia (architettata dal genero Kushner) per arrivare alla pace nel Levante alla presenza del premier israeliano Netanyahu.

Il presidente americano Donald Trump presenta oggi il suo Piano di pace per il Medio Oriente, che ieri ha avuto l’avvallo di Netanyahu e Gantz. Trump ha proposto la soluzione dei due Stati per la questione palestinese.

Abu Mazen ha convocato una seduta di emergenza per stasera a Ramallah, facendo appello agli ambasciatori arabi a disertare la cerimonia del presidente Usa.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

È morta Lina Ben Mhenni, voce della rivoluzione tunisina

Sul suo blog raccontò i fatti del 2010 e fu candidata al Nobel per la pace. Profilo dell'attivista scomparsa a 36 anni dopo una lunga malattia.

È morta a 36 anni dopo una lunga malattia Lina Ben Mhenni, blogger tunisina, giornalista, paladina del diritto alla libera espressione e attivista dei diritti umani. Il suo blog divenne famoso in tutto il mondo durante la rivoluzione dei gelsomini nel 2011 in Tunisia dove Lina, figlia del noto attivista Sadok Ben Mhenni, è stata spesso considerata come «la voce della rivolta».

LA CANDIDATURA DEL 2011 AL NOBEL PER LA PACE

Lina Ben Mhenni fu la prima a raccontare i fatti di Sidi Bouzid, dove nel dicembre del 2010 l’attivista Mohamed Bouazizi si diede fuoco per protestare contro le condizioni economiche in cui versava la Tunisia. Bouazizi morì il 4 gennaio del 2011. Nel 2011 Lina Ben Mhenni pubblicò, per le edizAioni Indigène, Tunisian Girl, blogueuse pour un printemps arabe, in cui racconta la sua storia di blogger indipendente e di manifestante, prima e dopo la rivoluzione. Nel 2011 venne candidata al premio Nobel per la Pace e molti sono stati i riconoscimenti che ha ricevuto in questi anni, tra i quali il Premio Roma per la Pace e l’Azione Umanitaria, il Premio come migliore reporter internazionale del quotidiano El Paìs nel 2011, il Premio Sean MacBride per la Pace, il Premio Minerva per l’azione politica, il Premio Ischia Internazionale di Giornalismo nel 2014.

SOTTO SCORTA PER LE MINACCE RICEVUTE

Negli anni successivi alla rivoluzione tunisina, Lina Ben Mhenni ha continuato a interessarsi ai problemi della gente denunciando le violazioni ai diritti umani e i soprusi del potere, finendo anche per vivere sotto scorta per le minacce di morte ricevute. Ultimamente aveva aderito con entusiasmo al movimento #EnaZeda, traduzione letterale di ‘Anch’io’, versione tunisina del fenomeno mondiale #Metoo a difesa di tutte le donne tunisine molestate. Grande il cordoglio in Tunisia da parte dei giornalisti e di tutta la società civile.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’equilibrismo di Putin tra Israele e i suoi nemici

La cooperazione con l'Iran, i piani per la ricostruzione in Siria, l'obiettivo di mediazione nei Territori Palestinesi: così lo zar si destreggia tra le crisi mediorientali senza perdere di vista il legame con Netanyahu.

Di fronte a un Vladimir Putin arrivato elegantemente in ritardo come si addice alle star, al Forum Mondiale sull’Olocausto riunitosi a Gerusalemme nell’auditorium del centro per la memoria Yad Vashem, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha tuonato contro l’Iran definendone il regime come «il più antisemitico del pianeta», e ha ringraziato gli Stati Uniti della risolutezza nel «confrontare i tiranni di Teheran». Ma per allontanare le forze dell’arcinemico sciita dalle frontiere, più che sull’alleato di sempre Netanyahu dovrà probabilmente puntare sul ritardatario Putin, che con l’arcinemico collabora. Perché la Russia è nella posizione ideale per mediare un ritiro iraniano dalla Siria, e ha qualche motivo per desiderarlo.

RELAZIONI FORTI CON TUTTE LE PARTI IN CAUSA

La Russia ha instaurato relazioni forti con tutte le parti in causa nel conflitto siriano, e ha dimostrato di saper far valere la leva della sua capacità militare e del suo peso politico per indirizzarle nelle direzioni desiderate. Coopera con le milizie di Hezbollah e con la Guardia rivoluzionaria iraniana nelle operazioni belliche, ma l’accordo di deconfliction con Israele per evitare scontri sul cielo della Siria, firmato all’inizio dell’intervento russo in difesa del regime di Bashar al-Assad nel settembre 2015, continua a funzionare in modo soddisfacente per entrambi i contraenti. Il fatto che le truppe armate da Teheran, contrariamente a quanto promesso da Mosca, mantengano posizioni vicine al confine israeliano del Golan, non ha provocato reali frizioni. Anche perché i russi – con qualche rimostranza solo formale – quelle posizioni agli israeliani le lasciano bombardare. E potrebbero facilmente impedirlo, usando il micidiale sistema di difesa anti-aerea S-400 installato nella loro base alle porte di Latakia. Sistema che non hanno voluto fornire all’Iran, né all’Iraq a influenza iraniana.

La cooperazione ad hoc con lo Stato sciita è calibrata in modo da non precludere al Cremlino alcuna alternativa

La cooperazione ad hoc con lo Stato sciita è calibrata in modo da non precludere al Cremlino alcuna alternativa. Gli interessi, a guerra finita, potrebbero divergere. La presenza di Hezbollah e dei suoi controllori perpetuando l’attrito con Israele mina ogni prospettiva di stabilità per la Siria. E può compromettere il ritorno che Mosca, come appaltatore privilegiato se non unico della ricostruzione, si aspetta dagli investimenti fatti. Una convergenza con Gerusalemme sul proposito di sottrarre la Siria alla morsa iraniana comporterebbe probabilmente il sacrificio di Assad, di cui l’Iran è il più stretto alleato. Ma il supporto della Russia al leader di Damasco «non è incondizionato», ha più volte affermato il Cremlino. Il cui scopo è evitare lo smembramento del Paese, non difenderne ad ogni costo il presidente. Per il quale negli ambienti diplomatici moscoviti si è spesso registrata insofferenza. E che è visto come il fumo negli occhi da un partner sempre più importante per il gioco di Putin in Medio Oriente e Nordafrica: la Turchia.

LO SCENARIO DI UNA CAMP DAVID SULLA MOSCOVA

Un accordo diplomatico per ridurre la tensione tra Israele e Iran potrebbe far da battistrada a un’apertura israeliana sull’obiettivo strategico di Putin di diventare il principale mediatore di nuovi colloqui per la pace in Palestina. Una Camp David sulla Moscova assicurerebbe una dimensione globale all’influenza geopolitica riconquistata dalla Russia con la sua avventura mediorientale, e darebbe a Putin la statura storica che da sempre persegue. I rapporti con l’Autorità nazionale palestinese sono frequenti. Il presidente russo ha visto il capo dell’Autorità Mahmoud Abbas anche durante la sua breve visita del 23 gennaio in Terra Santa. L’”accordo del secolo” proposto da Donald Trump in prima battuta è stato rigettato dai palestinesi. I dettagli del rilancio che la Casa Bianca si appresta a fare non sono stati ufficializzati, ma da quel che emerge il piano lascia spazio a soluzioni unilaterali per i territori occupati che somigliano parecchio all’ annessione già annunciata da Netanyahu. Inaccettabile per i palestinesi.

Ogni evoluzione dipenderà molto dai risultati elettorali in Israele – dove in marzo si vota per la terza volta in un anno – e nei Territori Palestinesi

Ogni evoluzione dipenderà molto dai risultati elettorali in Israele – dove in marzo si vota per la terza volta in un anno – e nei Territori Palestinesi. Putin però sembra essere in una posizione avvantaggiata rispetto a Trump, per sbrogliare la matassa. Non può e non vuole farlo da solo. Anche per questo nel discorso allo Yad Vashem ha proposto un summit dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Non sarebbe un summit sul Medio Oriente, ma è sul Medio Oriente che oggi lo zar può far leva per ufficializzare la fine all’ “eccezionalismo statunitense”. E confermare un ruolo paritario di Mosca rispetto a Washington nella soluzione delle crisi internazionali.

ISRAELE? «UN PAESE DI LINGUA RUSSA»

Intanto, l’amico Netanyahu ha dato a Putin il podio più accreditato da cui declamare al mondo una narrativa che ritiene cruciale per dare autorità morale al ruolo di grande potenza ed arbitro dei conflitti che Mosca rivendica: la Russia ha sopportato il maggior peso del nazismo e dell’antisemitismo e non è stata in alcun modo responsabile dello scoppio della Seconda guerra mondiale, ha detto in sostanza il capo del Cremlino al Forum Mondiale sull’Olocausto. Qualunque cosa dicano gli storici, e i polacchi – che al podio di Gerusalemme non son stati ammessi -, sul patto Molotov-Ribbentrop. Israele, dove il 17 % della popolazione parla l’idioma di Tolstoy, «è un Paese di lingua russa», ha ricordato anche recentemente Putin.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

In Libia si rischia il collasso della produzione di petrolio

L'allerta arriva dal capo dell'agenzia petrolifera. Mentre il governo di Tripoli annuncia la ripresa dei voli da Mitiga. La situazione.

In Libia «c’è il rischio» che «entro pochi giorni» la produzione di petrolio precipiti ai livelli più bassi dalla caduta di Muammar Gheddafi nel 2011. L’allerta arriva dal capo dell’agenzia petrolifera libica, Mustafa Sanalla, in una intervista al Financial Times. Si prevede che a causa del blocco dei terminal petroliferi nell’Est libico ordinato da Khalifa Haftar la produzione dei pozzi possa arrivare a «72mila barili al giorno». «La situazione peggiora di giorno in giorno, i blocchi sono illegali e vanno rimossi», avverte Sanalla.

RIPRENDONO I VOLI DA MITIGA

Nel frattempo, il governo di Tripoli ha deciso di riprendere i voli dall’aeroporto Mitiga sfidando la no-fly-zone imposta dal generale Haftar sulla capitale libica. La «ripresa del movimento di navigazione aerea all’aeroporto internazionale di Mitiga a partire da oggi, giovedì 23 gennaio 2020» e l’«incarico al ministero dei Trasporti di prendere le misure necessarie a questo fine» sono stati annunciati da un comunicato del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale pubblicato su Facebook.

L’APPELLO DI TRIPOLI ALLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

«Il Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale ha tenuto una riunione straordinaria e ha annunciato ciò che segue», premette il comunicato annunciando la ripresa dei voli. «All’inizio della riunione è stato messo l’accento sulle minacce chiare e pubbliche per la navigazione aerea e per il movimento dell’aviazione civile dichiarate dal portavoce ufficiale delle forze d’aggressione», viene aggiunto con riferimento ad Ahmed al-Mismari e alle milizie del generale Haftar. Tali minacce «rappresentano un premeditato crimine di guerra», si afferma nella dichiarazione che «ricorda» alla «comunità internazionale le sue responsabilità» in base ad «accordi» e trattati internazionali «sulla protezione dell’aviazione civile, degli aeroporti» e di tutte le strutture civili.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Libano, il nuovo governo non placa la piazza

Scontri davanti al parlamento all'indomani della nascita dell'esecutivo. Il premier Diab: «La situazione è catastrofica».

Violente proteste a Beirut, nel primo giorno di lavoro del nuovo governo libanese. Nel pomeriggio del 22 gennaio i manifestanti si sono scontrati con le forze di polizia nel centro della capitale davanti al parlamento. Già in mattinata, all’indomani dell’annuncio della formazione del nuovo governo guidato dal premier Hassan Diab, diverse strade nel Paese erano bloccate a causa delle proteste anti-governative in corso. Il ministero degli Interni ha riferito che le strade a Nord, a Sud e a Est della capitale Beirut sono state interrotte da manifestanti. Il clima nel Paese, dunque, resta tesissimo. E il nuovo esecutivo non pare soddisfare la richiesta di cambiamento dei manifestanti, in piazza da ottobre per protestare contro il carovita a la corruzione.

UN PREMIER VICINO A HEZBOLLAH

Il Libano è sull’orlo della bancarotta. Lo stesso Diab ha detto che il Paese si trova di fronte a una vera «catastrofe» e le sfide che attendono il nuovo governo sono immense. Diab, accademico di 61 anni vicino agli Hezbollah filo-iraniani, alla sua prima riunione di governo – dopo una notte intervallata da violenze in diverse città – ha promesso di affrontare la «sfida senza precedenti» che lo attende. «Siamo di fronte a un punto morto finanziario, economico e sociale», ha riconosciuto Diab. «Stiamo affrontando un disastro e dobbiamo alleviare l’impatto e le ripercussioni di questo disastro sui libanesi. Le sfide sono immense, i libanesi sono stanchi delle promesse e dei programmi che non vengono rispettati», ha sottolineato il nuovo premier di Beirut.

Questo è un governo che rappresenta le aspirazioni dei manifestanti

Hassan Diab

Il 21 gennaio, ufficializzata la nascita del nuovo governo, Diab aveva detto: «Questo è un governo che rappresenta le aspirazioni dei manifestanti che si sono mobilitati in tutto il Paese per più di tre mesi. [L’esecutivo] si adopererà per soddisfare le loro richieste di un potere giudiziario indipendente, per il recupero di fondi sottratti, per la lotta contro guadagni illegali».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Berlino non risolve le divisioni nell’Ue sulla Libia

Tripoli accusa Parigi di bloccare la dichiarazione contro Haftar. Mattarella: «Italia con Sarraj, no alla presa del potere con le armi».

La Conferenza di Berlino non sembra aver risolto i contrasti tra i Paesi che sostengono le diverse fazioni in Libia. Secondo Ashraf Shah, un esponente di spicco vicino all’esecutivo del premier Fayez Al-Sarraj, «la Francia sta bloccando l’emissione di una dichiarazione congiunta dei Paesi occidentali che condanni la chiusura di porti e campi petroliferi» imposta dal generale Khalifa Haftar «e che chieda che siano riaperti immediatamente». «Perciò i Paesi emetteranno dichiarazioni individuali che esprimono la loro posizione», ha aggiunto su Twitter l’ex-consigliere politico della presidenza dell’Alto consiglio di Stato libico.

L’UE PUNTA A RIMODULARE L’OPERAZIONE SOPHIA

Il presidente italiano Sergio Mattarella, da parte sua, incontrando a Doha l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani ha dichiarato: «Sosteniamo la legittimità del governo di al Sarraj ma dialoghiamo con tutti. Non è possibile che in Libia si prenda il potere con le armi». Nel frattempo, l’Unione europea ha convocato una riunione straordinaria del Comitato Europeo per la Politica e la Sicurezza (Cops) sulla Libia, per venerdì 24 gennaio. Secondo quanto si apprende da fonti diplomatiche europee, si inizierà così a lavorare sul mandato del consiglio per la rimodulazione dell’operazione Sophia, che dovrà essere profondamente rivista per indirizzarla sul monitoraggio dell’embargo di armi, non solo via mare ma anche via aria e auspicabilmente via terra.

L’INVITO AL DIALOGO DEL PRESIDENTE ALGERINO

Un invito al dialogo tra le parti in Libia è arrivato poi dal presidente algerino Abdelamadjid Tebboune, che si è offerto di ospitare ad Algeri un tavolo al fine di favorire i negoziati, stando a quanto ha reso noto l’agenzia di stampa ufficiale Aps dopo la partecipazione del presidente algerino alla Conferenza di Berlino. «Siamo chiamati a redigere una tabella di marcia con contorni chiari, che è vincolante per le parti, volta a stabilizzare la tregua, a fermare la fornitura di armi alle parti al fine di rimuovere lo spettro della guerra da tutta la regione» , ha detto Tebboune chiedendo «l’incoraggiamento dei partiti libici a sedersi attorno al tavolo per risolvere la crisi attraverso il dialogo e mezzi pacifici, evitando così slittamenti con conseguenze disastrose».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’Italia non dica no a una nuova missione Sophia

Abbiamo dato l’immagine di un Paese preoccupato molto di più della pressione migratoria che della stabilizzazione della Libia. Sarebbe un peccato che ripetessimo lo stesso errore. Il rischio è di essere ancora una volta lasciati da parte dalla comunità internazionale.

Chi ha vinto e chi ha perso a Berlino? Domanda mal posta per una Conferenza internazionale sulla Libia dove il meno che si possa dire è che è in corso un complesso intreccio di ambizioni locali, regionali e internazionali che non può essere ridotto al risultato di una partita di calcio. Cominciamo a dire che la Conferenza è nata sulle macerie di tentativi improduttivi posti in essere a Parigi, a Dubai, a Palermo e da ultimo a Mosca a opera di Vladimir Putin e di Recep Tayyip Erdogan che si è chiusa con la non-firma del cessate il fuoco da parte di Haftar.

Si può sostenere che questi tentativi sono stati utili per arrivare a Berlino? Certamente sì, nella misura in cui hanno in qualche modo preparato il terreno per il cessate il fuoco concordato da Putin ed Erdogan che ha esibito un’aspirazione “ottomana” invisa alla gran parte dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e preoccupante per gran parte delle altre potenze regionali. Per la sua mano rapace sulla piattaforma continentale per i suoi contenuti energetici; per incarnare una visione islamica, quella della Fratellanza islamica che dal Cairo agli Emirati è vista come il fumo negli occhi. Non dimentichiamoci al riguardo del colpo di Stato con cui l’attuale presidente egiziano ha deposto il presidente Mohamed Morsi, legittimamente eletto, e dopo aver messo al bando la Fratellanza ha avviato una sua crociata contro le sue bandiere tenute alte proprio da Erdogan anche all’estero, a cominciare dalla confinante Libia.

Non dimentichiamoci neppure della prospettiva di un ingresso vittorioso di Haftar in Tripoli suscettibile di aprire una spaventosa fase stragista dopo ben nove mesi di marcia per la conquista della capitale che doveva durare solo un paio di giorni, un tempo che la dice tutta sulla abilità militare di questo personaggio. E non dimentichiamo neppure che Erdogan ha posto la sua mano sulla Libia perché a ciò richiesto da un Serraj (Tripoli) lasciato sostanzialmente solo da quella stessa Comunità internazionale che lo aveva riconosciuto e posto a capo dell’attuale governo libico. Lo stesso Serraj se ne è lamentato, giustamente.

PRIMI PASSI VERSO UN PROCESSO DI STABILIZZAZIONE

La Conferenza di Berlino ha premiato la Germania – che nel 2011 aveva deciso di non partecipare alla missione anti-Gheddafi – e la capacità della cancelliera Angela Merkel di fare da sponda con i principali attori internazionali e alcuni regionali con l’obiettivo di coinvolgerli tutti in un esercizio diplomatico di proclamazione di un cessate il fuoco sotto l’egida delle Nazioni unite al quale «non potevano sottrarsi». E su tale premessa di ottenere che anche i due nemici locali fossero presenti anche se non partecipanti diretti all’esercizio. Recuperata in quest’esercizio anche l’Unione europea, l’Unione africana e la Lega araba. L’obiettivo di fondo era il cessate il fuoco e l’accoglimento di una maglia politico-concettuale-operativa in forza della quale farlo evolvere in un processo di stabilizzazione e, auspicabilmente, di pace. Un primo passo si dirà, ma un passo che solo una decina di giorni prima sembrava molto difficile realizzare.

L’obiettivo di fondo era il cessate il fuoco e l’accoglimento di una maglia politico-concettuale-operativa in forza della quale farlo evolvere in un processo di stabilizzazione

Dunque, un passo positivo che tra l’altro ha già comportato il ritiro dell’occupazione dei terminali petroliferi messo in atto in concomitanza con la Conferenza da una tribù affiliata a Haftar. Quale sarà il secondo? L’avallo del documento finale della Conferenza da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu e poi una Conferenza intra-libica, cioè con tutti i pezzi del mosaico libico a Ginevra, e più o meno in contemporanea la riunione dei membri della commissione militare paritetica (cinque di Serraj e cinque di Haftar) incaricata di monitorare il rispetto del cessate il fuoco. Infine il Comitato internazionale dei seguiti (International Follow-Up Committee) formato da tutti i Paesi e organismi presenti a Berlino chiamato a riunirsi una volta al mese per fare stato dell’andamento del post Conferenza. Seguiti richiamati nei 55 punti della Dichiarazione finale in cui mancano, è vero, le sanzioni per gli inadempienti. Ma sarebbe stato troppo sperare.

L’ITALIA PARE INTERESSARSI SOLO DELLA PRESSIONE MIGRATORIA

Tra pochi giorni dunque sapremo se e in quale misura la Conferenza di Berlino potrà cominciare a portare i primi risultati sperati e a fronteggiare i primi prevedibili ostacoli che incontrerà. L’Italia dovrà fare la sua parte facendo tra l’altro dimenticare il tempo, troppo lungo, nel quale ha dato l’immagine di un Paese preoccupato molto di più della pressione migratoria che della stabilizzazione della Libia che della pressione migratoria è la matrice. Per anni abbiamo fatto di tutto, e rumorosamente, per farlo sapere e ne abbiamo visto le conseguenze in termini di ruolo. Sarebbe un peccato che ripetessimo lo stesso errore anche adesso rifiutando, ancor prima che divenga un’ipotesi di lavoro, una riedizione dell’operazione Sophia arricchita del compito del controllo dell’embargo delle armi; e ciò nel timore che essa possa in qualche modo propiziare la ripresa della pressione migratoria di tre anni fa. Potremmo ancora una volta essere lasciati da parte. La riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue del 20 gennaio non ha dato un segnale positivo al riguardo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La conferenza di Berlino sulla Libia? Carta straccia

Il documento finale è un elenco di pie intenzioni che galleggiano sul nulla. L’unico impegno che hanno preso Haftar e al Serraj è la formazione di una commissione militare che verifichi il cessate il fuoco. Ma la guerra proseguirà.

Improntitudine e ipocrisia, non ci sono altri termini per definire la soddisfazione dei grandi d’Europa per i risultati della conferenza di Berlino sulla Libia. Nei fatti, il documento finale, che disegna un percorso virtuoso e luminoso per la pacificazione tra le parti e l’avvento della democrazia (!) a Tripoli e Bengasi è stato firmato da tutti, tranne… i libici Haftar e al Serraj.

Dunque è poco più che carta straccia, un elenco di pie intenzioni che galleggiano sul nulla. Non solo, la mancata firma di Haftar e al Serraj toglie ogni credibilità alle ipocrite firme dei loro partner, che hanno spinto Haftar alla guerra di conquista di Tripoli o che difendono al Serraj da quell’assedio. Per di più, neanche Erdogan pare abbia firmato, perché ha lasciato il vertice tre ore prima che finisse.

L’unico, tragicomico impegno che hanno preso Haftar e al Serraj – che mai si sono incontrati mentre Angela Merkel faceva una ridicola spola tra le loro stanze – è la formazione di una commissione militare che verifichi il cessate il fuoco e un generico impegno a non dar vita a una escalation del conflitto. Promesse da marinaio, palesemente.

UN NUOVO GOVERNO UNITARIO, UNO SCHIAFFO PER AL SERRAJ

Non solo, l’impostazione politica del documento finale è di fatto assolutamente inaccettabile per al Serraj, per le milizie di Misurata e per la Turchia. L’impegno a formare un nuovo governo unitario infatti sottende la piena delegittimazione del governo di Tripoli (sino a ieri l’unico formalmente riconosciuto dall’Onu e dalla comunità internazionale), a cui fa da contrappeso la piena legittimazione di Haftar che non viene assolutamente condannato – anzi – come aggressore e viene invece riconosciuto dai firmatari come forza più che legittima di governo della Libia. Quanto all’impegno di non fornire armi dall’estero ai contendenti, è chiaro che verrà disatteso come sempre. Nulla, assolutamente nulla che imponga ad Haftar di riaprire i porti alla esportazione del petrolio e di cessare di voler strozzare gli avversari con l’arma dei mancati proventi economici.

TRIPOLI APPROFFITERÀ DELLA TREGUA PER ARMARSI

Dunque, dopo Berlino, ad al Serraj, alle milizie di Misurata e ad Erdogan restano solo due prospettive: o accettare una sonora sconfitta da qui a poco e una vittoria sostanziale di Haftar, dell’Egitto, dell’Arabia Saudita e degli Emirati, o profittare della tregua malamente in atto. Nulla è prevedibile in Libia ma c’è da scommettere sulla probabilità che Tripoli approfitti della tregua per rafforzarsi militarmente, col determinante e massiccio appoggio sottobanco della Turchia di Erdogan, per tentare al più presto possibile una possente controffensiva. Intanto, l’Europa si balocca organizzando una seconda conferenza a Ginevra a febbraio. Terapia occupazionale per un Vecchio continente privo di forze e di idee.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La campagna libica di Putin vista dalla Russia

Il summit di Mosca non è stato un flop. Anzi. Il Cremlino continua ad accreditarsi come mediatore nel conflitto. Visti anche gli interessi petroliferi nel Paese. Ma l'obiettivo principale è rafforzare la partnership con Ankara in Medio Oriente. L'analisi.

Al Cremlino la mancata firma dell’accordo sul cessate il fuoco in Libia da parte di Khalifa Haftar non era stata vissuta come uno smacco.

Si ritiene che la mediazione russo-turca per il processo di pace potesse ancora aver successo, e che il generale libico dopo aver lasciato la conferenza di Mosca sbattendo la porta avrebbe preso presto la strada di Canossa. Come sta avvenendo.

Una strada che, secondo osservatori vicini all’amministrazione di Vladimir Putin, non passa da Berlino. E a finire di percorrerla potrebbe non essere Haftar.  

A MOSCA UN INCONTRO ASIMMETRICO

«Nessuno si aspettava davvero che dalla riunione moscovita arrivasse subito a un risultato», ha detto in un’intervista al canale televisivo governativo Rossiya-24 Fyodor Lukyanov, responsabile della rivista diplomatica pro-Cremlino Russia in Global Affairs. Gli organizzatori sapevano che non sarebbe stato possibile risolvere la crisi al primo colpo. Il compito che si erano dati era più modesto: fermare i combattimenti, garantire l’arrivo di aiuti umanitari alla popolazione, fare comunque dei primi passi. L’intransigenza di Haftar – si sottolinea a Mosca – è stata una conseguenza delle sue vittorie nelle battaglie di Sirte e delle periferie di Tripoli, costate troppo per poter fare concessioni immediate e palesi agli avversari.

LEGGI ANCHE: Erdogan prova a fare il sultano della Libia

Si nota inoltre che nel consesso moscovita non erano rappresentati i Paesi che sostengono l’uomo forte di Bengasi e che recentemente hanno intensificato i rifornimenti di armi e aumentato l’efficacia della propaganda a suo favore: mancava l’Egitto, mancavano gli Emirati Arabi. L’incontro era asimmetrico. Gli interessi del generale e dei suoi alleati non potevano essere garantiti. Ma tutto questo era scontato e considerato spendibile, da parte del Cremlino. In vista di risultati nel prossimo futuro, ritenuti a portata di mano grazie a una rafforzata partnership con Ankara sull’intero scacchiere mediorientale e nordafricano.  

SUMMIT DI BERLINO A RISCHIO FLOP

«L’atteggiamento di Haftar è influenzato dalle pressioni dei suoi sostenitori e dall’andamento del conflitto, che era sembrato preludere a una soluzione militare per lui vittoriosa. Solo la discesa in campo della Turchia ha cambiato la situazione», spiega Lukyanov. Che reputa probabile una temporanea ripresa delle ostilità. «Ma Haftar non riuscirà a risolvere la situazione militarmente: ci saranno presto nuovi incontri diplomatici». E a guidare il gioco saranno ancora Russia e Turchia. Perché dal summit di Berlino c’è da aspettarsi poco: «Non mi pare che la conferenza abbia senso, ad appena quattro giorni di distanza da quella moscovita. Comunque, l’Europa in questo conflitto è periferica. Germania e Francia non hanno alcun effetto leva da far valere in Libia. Per non parlar dell’Italia, nonostante i suoi legami storici con Tripoli. Si è visto il fiasco dell’iniziativa di qualche giorno fa a Roma. E anche Berlino sarà un fiasco. I tedeschi farebbero bene a risparmiarselo».

LEGGI ANCHE: In Libia l’Italia si è condannata all’irrilevanza

Mosca ritiene che la conferenza del 19 gennaio abbia il solo scopo di «risolvere un problema interno all’Ue: quello della rivalità creatasi tra Francia e Italia come conseguenza del conflitto in Libia», nota Grigory Lukyanov (stesso cognome, altro politologo), titolare del corso di Conflitti internazionali e peacemaking all’Alta scuola di economia – la Bocconi russa. 

GLI INTERESSI DELLA RUSSIA IN LIBIA

La Russia rivendica un ruolo da mediatore indipendente e vero pacificatore nel conflitto. Ha sempre sostenuto di non aver particolari interessi in Libia, e di voler mantenere contatti con tutte le parti in causa al solo fine di promuovere la pace. In realtà è interessata eccome. Ha forti motivi economici per voler consolidare le sue posizioni. La Libia ha le maggiori riserve provate di greggio del continente africano. Nel 2017, il gigante degli idrocarburi Rosneft, controllato dal Cremlino, ha firmato un accordo di esplorazione e produzione con la società petrolifera nazionale libica (Noc). Nel dicembre 2019, un’altra compagnia russa, la Tatneft ha ripreso le sue attività di esplorazione nel Paese, interrotte nel 2011 alla caduta del regime di Muammar Gheddafi. Mosca vorrebbe ripristinare almeno una parte dei contratti multimiliardari a suo tempo siglati con la Libia del colonnello. E poi ci sono i motivi geopolitici. I porti sul Mediterraneo sono logisticamente preziosi per le rinnovate ambizioni africane del Cremlino, esplicitate nella conferenza Russia-Africa di Sochi dell’ottobre scorso. Senza contare il peso che avrebbe nei rapporti con i Paesi Ue una stabile influenza sulle coste da cui, oltre che gas e petrolio, partono i flussi migratoriUn aspetto che la nostra diplomazia dovrà considerare con cura. 

I MERCENARI DELLA WAGNER E L’AMBIGUITÀ DEL CREMLINO

Riserve petrolifere e zone costiere sono per la maggior parte nel territori controllati da Haftar. I mercenari della compagnia militare privata russa Wagner stanno combattendo a fianco delle milizie del generale. Lo hanno raccontato i media internazionali, lo ha affermato il presidente turco Erdogan, e lo ha implicitamente ammesso lo stesso Vladimir Putin che sostiene di non averli mandati lui. Potrebbe anche essere vero. Le attività degli “imprenditori politici” che si muovono all’ombra del Cremlino a volte prendono uno slancio proprio. Ma certo la verticale del potere di Mosca, dove la politica estera la fa il capo, implica in questo caso il via libera del presidente. Fatto sta che i mercenari della Wagner cominciarono a essere avvistati in Libia alla fine del 2018, poco dopo un incontro di Haftar col ministro della Difesa russo Sergey Shoigu alla presenza di Evgeny Prigozhin, l’imprenditore amico di Putin considerato finanziatore e organizzatore della Wagner.

LEGGI ANCHE: Chi sono e dove operano i mercenari russi del gruppo Wagner

In quel periodo il supporto della Russia al comandante dell’Esercito nazionale libico (Lna) era sembrato totale. Ma il rapporto ha sempre avuto una dose di ambiguità. Solo Haftar e i media di Prigozhin lo hanno pubblicizzato come un appoggio incondizionato, il Cremlino è stato più cauto. E dopo l’arenarsi dell’offensiva dell’Lna su Tripoli, la scorsa estate, ha cercato di bilanciare narrativa e iniziative diplomatiche per evitare un’identificazione troppo diretta con le posizioni del generale. Arrivando a invitare il suo nemico Fayez al-Sarraj, capo del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli al summit di Sochi, in dicembre. 

LA PARTNERSHIP CON LA TURCHIA

Non che Mosca abbia mai “mollato” Haftar, ma certo sta cercando di differenziare i suoi investimenti nel caos libico. L’impressione è che del generale la Russia potrebbe benissimo fare a meno, se lasciasse il campo a politici meno divisivi e quindi più adatti a raggiungere un compromesso. L’investimento maggiore, per il quale si vuol massimizzare il ritorno, è quello sulla partnership con la Turchia. Per cercare di replicare in Libia il modello sviluppato con Ankara per la Siria: divisione in zone di influenza e processo di pace, nel rispetto dei reciproci interessi. Un successo permetterebbe di agevolare anche l’impegno russo sul fronte siriano. La cooperazione con la Turchia su singoli interessi coincidenti era da oltre tre anni un Leitmotif della politica mediorientale del Cremlino. Ora, il raggiungimento di un accordo in Nordafrica potrebbe farne l’architrave. A creare quest’opportunità per Mosca e Ankara ha fortemente contribuito l’Europa, che sulla Libia ha avuto una politica divisa e divisiva, concentrata solo sul problema dell’immigrazione, senza alcuna strategia per pacificare e stabilizzare il Paese. Senza immaginazione. 

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Haftar minaccia di chiudere i porti e i campi petroliferi dell’Est della Libia

Alla vigilia della conferenza di Berlino, le forze fedeli al generale annunciano il blocco dei porti e dei pozzi. La condanna della Noc e l'allarme dell'Onu.

Chiudere i porti e i campi petroliferi nell’Est della Libia e tagliare l’export di greggio. La nuova minaccia del generale Khalifa Haftar arriva alla vigilia della conferenza di Berlino che potrebbe essere disertata, secondo le ultime indiscrezioni, dal premier Fayez al Serraj pronto a inviare solo una delegazione.

La stretta è stata annunciata all’agenzia libica Lana da Al Haliq Al Zawi, leader della tribù Zouaiya della Libia orientale.

Al Zawi ha dichiarato che sono già stati chiusi il giacimento di Al Sarir e bloccato il porto petrolifero di Zueitina, e «domani assisteremo alla sospensione delle attività in tutti i giacimenti petroliferi e quindi alla sospensione di tutti i terminal nella parte Est del Paese».

«DECISIONE PURAMENTE POPOLARE»

«La chiusura dei giacimenti e dei terminal petroliferi è una decisione puramente popolare», ha commentato il portavoce delle forze pro-Haftar Ahmed Al-Mismari alla televisione libica Al-Hadath. «Sono stati i cittadini a decidere».

LA CONDANNA DELLA NOC

La minaccia è stata condannata, sabato mattina, dalla National Oil Corporation (Noc), la compagnia petrolifera nazionale libica, che ha definito l’ordine «criminale». «Il settore petrolifero e del gas», si legge in una nota pubblicata sul sito della Noc, «è la linfa vitale dell’economia libica e l’unica fonte di reddito per il popolo libico. Il petrolio e le strutture petrolifere appartengono al popolo libico. Non sono carte da giocare per risolvere questioni politiche», ha dichiarato il presidente Mustafa Sanalla. Lo stop prolungato a produzione ed esportazione, mette in guardia la Noc, provocherà il «crollo del tasso di cambio, un aumento enorme e insostenibile del disavanzo nazionale, la partenza di appaltatori stranieri e la perdita della produzione futura che potrebbe richiedere anni per ripristinare. I principali beneficiari di questo atto saranno altri stati produttori di petrolio e il danno sarà interamente per i libici. È come dare fuoco a casa tua».

L’ONU: «BLOCCO PETROLIO AVRÀ EFFETTI DEVASTANTI»

La missione Onu in Libia esprime «profonda preoccupazione per gli attuali sforzi per interrompere o compromettere la produzione di petrolio» nel Paese. «Questa mossa avrebbe conseguenze devastanti prima di tutto per il popolo libico che dipende dal libero flusso di petrolio», si legge in un comunicato dell’Unsmil, «e avrebbe effetti terribili per la situazione economica e finanziaria già deteriorata del Paese».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Khamenei guida la preghiera del venerdì dopo otto anni per attaccare Trump

La Guida suprema decide di tenere il suo sermone in pubblico a Teheran: non succedeva dal 2012. «Il presidente Usa è un pagliaccio».

Dopo otto anni la Guida suprema iraniana Ali Khamenei torna a guidare la preghiera islamica del venerdì. Le forze di sicurezza sono schierate a Teheran per controllare l’afflusso e ostacolare eventuali proteste. L’ultima volta che l’ayatollah Khamenei guidò la preghiera del venerdì, solitamente delegata ad altri imam, fu nel febbraio 2012, nel 33esimo anniversario della fondazione della Repubblica islamica. L’evento avviene in momenti ritenuti particolarmente critici per l’Iran.

Donald Trump è un «pagliaccio» che finge di sostenere il popolo iraniano ma poi lo «colpirà alle spalle con un pugnale velenoso», ha detto Khamenei durante il suo sermone, dopo che il presidente americano aveva dichiarato anche con un tweet in farsi di supportare le manifestazioni contro la Repubblica islamica. “Quei pagliacci che sostengono di essere dietro il popolo sono bugiardi. Sono manipolati dai nemici e non hanno dedicato le proprie vite alla sicurezza dell’Iran, diversamente da gente come Soleimani”. Lo ha detto la Guida suprema iraniana Ali Khamenei nel suo sermone a Teheran, accusando i manifestanti che nelle proteste dei giorni scorsi hanno strappato i poster appesi per commemorare il generale Qassem Soleimani.

Manifestazioni di piazza sono in corso in diverse città dell’Iran per esprimere sostegno alle autorità nazionali.

“I nemici hanno collocato il tumore di Israele nella regione dell’Asia occidentale”, creando “una minaccia permanente per i Paesi della regione”. Lo ha detto la Guida suprema iraniana Ali Khamenei durante il suo sermone a Teheran.

“Nelle ultime due settimane ci sono state giornate amare e dolci,un punto di svolta nella storia. I due grandi avvenimenti dei funerali del generale Qassem Soleimani e del giorno in cui l’Iran ha attaccato le basi Usa sono stati ‘Giorni di Allah’. I due episodi, miracoli delle mani di Allah, hanno mostrato il potere di una nazione che ha dato uno schiaffo in faccia agli Usa e che la volontà di Allah è continuare il cammino e conquistare la vittoria”.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Haftar è pronto ad accettare la tregua in Libia

Lo ha annunciato il ministro degli Esteri tedesco Maas. Mentre cresce l'attesa per la Conferenza di Berlino, a cui parteciperanno sia il generale sia al-Sarraj. Il punto.

Il generale Khalifa Haftar è pronto a rispettare il cessate il fuoco in Libia malgrado non abbia firmato l’accordo sulla tregua a Mosca. L’annuncio è del ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas che il 16 gennaio è volato a Bengasi per incontrare l’uomo forte della Cirenaica in vista della Conferenza di Berlino di domenica 19 gennaio, alla quale peraltro Haftar ha confermato di voler partecipare. L’emittente saudita al-Arabiya già il 14 gennaio aveva riferito che il generale aveva deciso di accettare l’invito a partecipare alla conferenza internazionale.

SALAMÉ: «LA CONFERENZA DI BERLINO È ESSENZIALE»

Le aspettative sono elevate. Secondo l’inviato speciale per le Nazioni Unite Ghassan Salamé, l’incontro di Berlino «è più essenziale che mai. Ho passato la maggior parte della giornata di martedì al telefono per rispondere alle chiamate preoccupate di libici di tutto il Paese, che mi domandavano se l’incontro si farà». «Molto lavoro è già stato fatto nel corso dei preparativi per la Conferenza di Berlino. Sono stati preparati diversi documenti e proposte sulle questioni importanti», ha proseguito l’inviato dell’Onu.

Il progetto di cessate il fuoco negoziato a Mosca conteneva già la nostra proposta di istituire immediatamente una commissione militare ‘5+5’ di cinque ufficiali per ogni parte

Ghassan Salamé, inviato speciale per le Nazioni Unite

Secondo Salamé, Haftar non ha sottoscritto il documento di Mosca, firmato invece dal rivale Fayez al-Sarraj, perchè «chiedeva dei cambiamenti sostanziali» come «linee guida più dettagliate sulle modalità di attuazione del cessate il fuoco. Voleva il disarmo dei gruppi armati a Tripoli». L’inviato ha poi specificato che molte proposte di cui si è parlato a Mosca contenevano già contenuti elaborati nella sua bozza, per esempio «il progetto di cessate il fuoco negoziato a Mosca conteneva già la nostra proposta di istituire immediatamente una commissione militare ‘5+5’ di cinque ufficiali per ogni parte».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Iran, il caso Soleimani e la strage aerea destabilizzano il voto

Il Paese si avvicina alle elezioni legislative scosso dalle proteste e dai lutti. Khamenei, responsabile delle forze armate, nel mirino anche dei leaeder riformisti. Ma se cade lui, il suo erede sarà un ultraconservatore.

La Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha ammesso «l’errore umano» e promesso giustizia sui 176 morti a bordo dell’aereo dell’Ukraine International Airlines abbattuto per errore. Sono stati comunicati i primi arresti, mentre il presidente Hassan Rohani ha esortato le forze armate a «scusarsi con il popolo e a rivelare tutto quello che è accaduto». A quasi un mese dalle Legislative del 21 febbraio 2020, la massima autorità e il responsabile del governo della Repubblica islamica si sono scusati pubblicamente per la «grande tragedia» delle tante «morti innocenti». «Un errore imperdonabile» ha scritto Rohani su Twitter quasi a voler tracciare una distanza tra lui, i suoi ministri, Khamenei (e chi conosce bene l’Iran aggiunge in calce il generale ucciso Qassem Soleimani, non tra i pasdaran più duri) e i falchi  dei guardiani della rivoluzione che l’8 gennaio, la notte della rappresaglia agli Usa, hanno lanciato due missili contro il Boeing civile.

L’AMMISSIONE DOPO DUE GIORNI DI BUGIE

Quella distanza, forse, esiste benché la Guida suprema sia a capo anche delle forze armate. E benché Rohani presieda le riunioni del Supremo consiglio nazionale di sicurezza del quale è stato a lungo segretario. La decapitazione di Soleimani dai vertici dei pasdaran, con lo strike del 3 gennaio ordinato da Donald Trump, accentua la linea oltranzista e favorisce al voto gli ultraconservatori. Anche a scapito della linea più morbida di Rohani e dello stesso Khamenei che dopo i due mandati presidenziali di Mahmoud Ahmadinejad, alle elezioni del 2014 aveva promosso un accordo tra moderati e riformisti. Ma il mea culpa, anche ripetuto, sul volo di linea scambiato per un missile Usa non basta all’opinione pubblica interna, soprattutto agli iraniani più giovani e critici verso il regime. L’ammissione dell’errore da parte di Khamenei, e poi dell’aviazione, è arrivata perché era inevitabile. Dopo oltre due giorni di smentite.

Iran proteste aereo elezioni Khamenei Soleimani
L’Iran in lutto per i 176 morti dell’aereo abbattuto per errore. GETTY.

LE PROVE INEQUIVOCABILI

Le autorità iraniane hanno dovuto dire la verità sull’aereo abbattuto, non caduto. I video diffusi in Rete e verificati, i resti a terra dei missili, e infine la scatola nera da inviare fuori dall’Iran incastravano i pasdaran. Era stato un missile e non potevano esserci altri colpevoli. Anche per le bugie dei primi giorni: davvero Khamenei, e a maggior ragione Rohani, erano stati tenuti all’oscuro dai Guardiani della rivoluzione? È molto probabile, come ricostruito, che la notte dell‘attacco calibrato dell’Iran alle basi Usa in Iraq (quando l’allerta sui siti sensibili era massima in Iran), al passaggio del volo non identificato sia mancata la comunicazione tra la contraerei e i comandi centrali. Ma è assai poco probabile che, subito dopo la strage, il governo e le massime autorità credessero al guasto al motore. Se Khamenei è sincero, allora è ritenuto inadeguato: sua è la responsabilità ultima delle forze armate. Gli iraniani che protestano ne chiedono le «dimissioni».

Khamenei è attaccato dai riformisti anche sulla strage aerea

KHAMENEI NEL MIRINO

Non era mai accaduto nella Repubblica islamica che folle in strada chiedessero l’uscita di scena dell’erede di Khomeini. E che le autorità del regime fossero costrette a tollerare l’onta, affermando di non sparare contro i manifestanti al contrario di quanto appena fatto durante le proteste per il raddoppio del prezzo della benzina. Gli studenti delle università di Teheran, Isfahan, anche della città santa di Mashad, denunciano che delle pallottole continuano a partire agli agenti. Ma le manifestazioni in memoria degli universitari e degli accademici – tra le migliaia di cervelli iraniani all’estero – morti sul tragico volo dell’Ukraine International Airlines appena decollato dalla capitale non si fermano. Dopo le masse oceaniche ai funerali di Soleimani, giornate di forti contraddizioni e di un gran fermento per l’Iran. Già contestato da alcuni deputati per il pressing sul parlamento sui rincari della benzina, Khamenei è attaccato dai riformisti anche sulla strage aerea.

Iran proteste aereo elezioni Khamenei Soleimani
La foto del generale Qasem Soleimani a un memoriale delle vittime della strage aerea, università di Teheran. GETTY.

«GUIDA SUPREMA INADEGUATA»

In una lettera di fuoco, l’ex capo del parlamento e uno dei leader dell’Onda verde del 2009, Mehdi Karroubi, lo ha dichiarato «inadatto» alla leadership. Accusando la Guida suprema di mancanza di «capacità di visione», «coraggio», «doti manageriali», addirittura di «sufficiente potere». Da tempo, ha scritto il leader riformista, pensava «a una lettera esauriente e dettagliata» a Khamenei, «sui fatti e sul management dell’Iran», «diventata ancora più urgente dopo l’aereo abbattuto». Ai domiciliari dal 2011, Karroubi considera Khamenei «direttamente responsabile» dell’abbattimento del Boeing, in qualità di comandante in capo delle forze armate iraniane. E, prima ancora, delle «uccisioni dei dimostranti durante le proteste per il prezzo della benzina dello scorso novembre» (per il quale dei deputati riformisti e indipendenti avevano chiesto l’impeachment del ministro dell’Interno) e della «brutale repressione delle manifestazioni durante le Presidenziali del 2009». 

Rohani chiede che i responsabili siano processati da una corte speciale presieduta da giudici di alto rango

Sebbene la maggioranza delle forze in parlamento, anche moderate, resti compatta nella difesa dei pasdaran (l’«errore» sul Boeing non cancella «l’encomiabile risposta missilistica alle basi Usa»), c’è chi critica le autorità per non aver sospeso i voli civili. Se davvero l’allerta per una rappresaglia di cruise americani era massima in quelle ore. Tra autorità militari e civili c’è lo scaricabarile sulla facoltà di chiudere lo spazio aereo. Il presidente Rohani, che ha fatto più volte ammenda, chiede il processo dei responsabili da una «corte speciale presieduta da giudici di alto rango, con decine di esperti». Ma dei sei arrestati per la strage aerea non sono state fornite neanche le generalità. È lontana la trasparenza chiesta dall’opinione pubblica sotto choc, in primo luogo a Khamenei. Ma se cade la sua testa il rischio è che la prossima Guida suprema sia più oltranzista. L’ultra-conservatore Ebrahim Raisi, capo della Giustizia iraniana, favorito nella successione.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Mandare i nostri soldati in Libia sarebbe un atto suicida e inutile

Chiunque abbia una minima, minimissima, frequentazione con i fatti di guerra sa bene infatti che non è possibile fare da interposizione in un contesto di guerriglia urbana come è quella in atto a Tripoli. Chiunque tranne il nostro governo.

Alla fase delle gaffe degli incontri a vuoto con i leader libici, alla quale non è sfuggito neppure Vladimir Putin, ora l’Italia di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (e l’Ue con loro) fa seguire quella che non possiamo che chiamare la fase delle farneticazioni avventuriste.

Altro termine non c’è, infatti, per definire la proposta partita dal nostro ineffabile e indefinibile ministro degli Esteri di inviare a Tripoli una forza militare di interposizione Ue (con perno sull’Italia) sul modello della Unifil libanese.

Chiunque abbia una minima, minimissima, frequentazione con i fatti di guerra sa bene infatti che non è possibile fare da interposizione in un contesto di conflitto e guerriglia urbana, come è quella in atto a Tripoli, se non al prezzo di pagare pesantissime perdite di soldati (anche italiani), con un esito peraltro fallimentare. Né ha il minimo la precondizione posta da Di Maio e da Conte di un intervento militare boots on the ground solo dopo la firma di una tregua tra le parti.

TERRITORIO URBANO TROPPO PERICOLOSO PER TRUPPE DI TERRA

Ammesso e non concesso che Haftar e al Serraj siglino questa tregua, non si sfugge a un dato di fatto: la forza militare di interposizione si deve, si dovrà disporre dentro uno spazio urbano (i quartieri periferici di Tripoli), letteralmente tra strade e palazzi, con cecchini e nidi di mitragliatrice dei due eserciti di fronte e alle spalle, a una distanza di poche, pochissime centinaia di metri.

I nostri militari, assieme a quelli della Ue, non possono, non potranno fare altro che da bersaglio, con scarsissime, nulle, possibilità di difesa

Uno scenario da incubo, impraticabile, nel quale i nostri militari, assieme a quelli della Ue, non possono, non potranno fare altro che da bersaglio, con scarsissime, nulle, possibilità di difesa. È infatti giocoforza che gli uni e gli altri contendenti libici (che si definiscono a vicenda «terroristi» e «criminali di guerra», non potranno desistere dal creare situazioni di continue provocazioni, con lo scopo peraltro di fare cadere sull’avversario la responsabilità di avere infranto la tregua. È un dato fisiologico, ineliminabile.

UN CONTESTO TERRIBILMENTE SIMILE A QUELLA DI MOGADISCIO NEL 1993

Chi si propone oggi come forza di interposizione in Libia deve ripetere dieci, mille volte queste parole: «Check point Pasta!», «Check point Pasta!», «Black Hawk down!», «Black Hawk down!». Deve ricordare insomma la dinamica della battaglia di Mogadiscio del 1993 (ma Di Maio aveva sei anni!), appunto in un contesto di guerra e guerriglia urbana nella quale caddero ben 13 militari italiani, 19 militari americani, 23 militari pakistani e migliaia di miliziani somali, alleati o avversari della missione Onu Unosom. Un grande contributo di sangue per una missione miseramente – e anche vergognosamente – fallita in toto, alla quale seguì un totale disimpegno, senza aver conseguito nessun risultato.

Citare oggi, come fanno Di Maio e Conte, il successo della azione di interposizione della missione Unifil in Libano rivela un’inquietante realtà: non hanno la minima idea di quello che dicono e quindi del contesto radicalmente diverso dei due scenari. In Libano la forza di interposizione Onu è schierata a ridosso di un confine ben definito e delineato che passa per campi, colline, agrumeti e leggiadri boschi. Una fascia larga decine di chilometri, in piena campagna dai larghi, larghissimi spazi, disseminata a distanza di chilometri l’uno dall’altro di ameni villaggi. In Libia la linea del fronte passa attraverso il dedalo dei palazzi e delle strade della periferia di Tripoli, con distanza di un centinaio di metri tra le due milizie. Un incubo di canyon, regno dei cecchini.

PARLANO DI INTERPOSIZIONE, MA INTENDONO FARE AMMUINA

È evidente insomma il pigro e dilettantesco meccanismo politico che porta ora Di Maio e Conte (ma anche l’Europa) a parlare di «interposizione». Partono dall’assunto – sbagliato – che non si deve scegliere di appoggiare nessuno dei due contendenti. Partono, dall’alto, non dalla conoscenza del teatro concreto di guerra, partono dal principio che ci si impegna militarmente solo per «pacificare», quindi ci si interpone, si media, si passa di riunione in riunione.

A meno che – peggio del peggio – non si intenda “interporsi” non a terra, ma solo pattugliando il mare e i cieli con la missione Sophia per far finta di aver fatto qualcosa per impedire ai due eserciti di essere riforniti di armi. Ma gli armamenti possono arrivare e arrivano copiosi in Libia via terra, dai porosissimi confini con l’Egitto, Ciàd, Sudan e Niger per Haftar e dalla Tunisia (complice probabilmente l’Algeria) per un al Serraj che infatti ha stretto rapporti recenti con i due governi, veicolati dalla comune appartenenza delle forze che di fatto sono il baricentro politico dei due Paesi, all’area politica della Fratellanza Musulmana. Insomma una “interposizione” di facciata, una “ammuina”. Specialità nella quale Di Maio e Conte (e l’Europa) sono maestri.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Un video mostra due missili iraniani colpire il Boeing ucraino

Il New York Times pubblica il nuovo filmato: il velivolo è stato abbattuto dalla contraerea di Teheran con due razzi sparati a distanza di 23 secondi. Tutte le novità sul caso.

Non uno, ma due missili hanno abbattuto il Boeing 737 ucraino colpito dalla contraerea iraniana a Teheran l’8 gennaio 2020. La novità è emersa da un nuovo filmato, mentre le autorità dell’Iran hanno fatto sapere che l’autore di un altro video, in cui si vedeva un razzo colpire il velivolo con 176 persone a bordo, è stato arrestato.

Il filmato è stato diffuso dal New York Times che ha assicurato di avere verificato l’autenticità e mostra l’aereo venire colpito due volte, a distanza di 23 secondi. I missili, ha riportato ancora il Nyt, sono stati lanciati da una base iraniana a circa 12 chilometri dall’aereo. Il nuovo video spiegherebbe anche perché il transponder del velivolo ha smesso di funzionare prima di essere colpito dal secondo missile. Successivamente il filmato, ripreso da una telecamera fissa, mostra l’aereo prendere fuoco quando è ancora in volo, prima di precipitare e schiantarsi al suolo. Per il quarto giorno di fila sono intanto tornati a manifestare gli studenti iraniani.

La magistratura ha promesso «un’indagine a tutto campo» sul disastro del volo PS752 della Ukrainian International Airlines, le cui scatole nere verranno inviate in Francia. A evocarla è stato anche il presidente Hassan Rohani, chiedendo un «tribunale speciale» per punire tutti i responsabili e sottolineando che il colpevole non può essere solo il soldato che ha sparato i missili. Intanto un nuovo vertice degli investigatori locali con quelli giunti da Ucraina e Canada si è svolto il 14 gennaio.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Erdogan prova a fare il sultano della Libia

Minaccia Haftar, polemizza con Putin e si pone come capofila nel conflitto interno al mondo sunnita contro i Fratelli musulmani. Il presidente turco fa il mattatore nel caos libico. E rievoca l'Impero Ottomano per sottolineare la vicinanza tra Ankara e Tripoli.

Khalifa Haftar non obbedisce affatto a Vladimir Putin, che non è in grado di dargli ordini: solo questo è chiaro dopo il clamoroso flop del vertice di Mosca nel quale il presidente russo ha clamorosamente fallito l’obiettivo di fargli firmare una tregua in Libia, accettata da Recep Tayyip Erdogan e Fayez al Serraj.

Per il resto, la situazione libica è convulsa, come sempre. Può darsi che Haftar firmi la tregua tra due giorni, come sostengono alcune fonti, può darsi che non la firmi.

Certo è che la sua richiesta prioritaria e vincolante di «disarmare le milizie» è inaccettabile dalla controparte di al Serraj che solo dalle milizie (quelle di Misurata) è difeso dalle cannonate e dai missili di Haftar.

I FRATELLI MUSULMANI AL CENTRO DELLA PARTITA LIBICA

È molto interessante il resoconto delle ragioni del fallimento del vertice convocato da Putin pubblicato dal quotidiano Al Arabi al Jadid (finanziato dal Qatar, quindi non equidistante, ma vicino al governo di al Serraj) secondo il quale da Mosca per sei ore Haftar ha interloquito col Cairo, con Riad e con Abu Dhabi e sarebbe stata proprio quest’ultima ad «avere avuto un ruolo di primo piano» nel rigettare l’accordo di tregua con al Serraj «spingendo Haftar a non firmare per tagliare la strada al ruolo turco nella risoluzione della crisi».

Da destra, Khalifa Haftar e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

La conferma insomma di due elementi determinanti: Putin è un “padrino” secondario per Haftar rispetto a quegli emiratini, egiziani e sauditi che maggiormente lo sostengono dal punto di vista militare e economico. Ma soprattutto la conferma che la partita libica ormai risponde a logiche tutte interne al conflitto tra le due grandi famiglie del mondo sunnita: quella che vuole schiantare l’influenza politica dei Fratelli Musulmani (Egitto, Arabia Saudita ed Eau) contrapposta a quella che fa capo al più forte governo vicino alla Fratellanza che è il baricentro del governo al Serraj: la Turchia.

ERDOGAN RIEVOCA L’IMPERO OTTOMANO

Erdogan, da parte sua, ha immediatamente capitalizzato la pessima figura fatta da Haftar (e da Putin) ed ha levato la voce grossa contro «il criminale di guerra»: «Non esiteremo a dare ad Haftar la lezione che merita se continua ad attaccare il governo legittimo e i nostri fratelli in Libia. Se la Turchia non fosse intervenuta, il criminale Haftar oggi avrebbe sequestrato l’intero Paese, tutto il popolo libico sarebbe caduto nelle grinfie della tirannia, ora è fuggito da Mosca dimostrando che vuole la guerra».

Haftar in Libia vuole eliminare e portare a termine “una pulizia etnica” degli eredi dell’Impero Ottomano

Inoltre, Erdogan, per la prima volta, ha legato il ruolo della Turchia nella crisi libica al passato ottomano, riferimento di enorme valenza politica: «La Libia può apparire lontana sulla cartina geografica, ma per noi è un luogo importante. La Libia è stata una componente importante dell’Impero Ottomano. Abbiamo profonde relazioni storiche e sociali. In quel Paese abbiamo fratelli che non accettano il golpista Haftar. Haftar vuole eliminarli e portare a termine “una pulizia etnica” degli eredi dell’Impero Ottomano».

QUELLE FRECCIATE DEL PRESIDENTE TURCO A PUTIN

Dunque, secondo Erdogan, il governo di al Serraj rappresenta una linea diretta di continuità col glorioso passato ottomano della Libia e della Turchia congiunte. Un passaggio cruciale, che illumina come pochi altri la posta in gioco e soprattutto il passaggio della crisi libica a una fase diversa, a una dimensione di equilibri mediterranei, ben al di sopra della litigiosità tra clan e tribù locali che l’hanno caratterizzata per sette anni, dalla caduta di Gheddafi in poi.

Da sinistra, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan.

Infine, ma non per ultimo, Erdogan ha tirato una frecciata polemica allo stesso Vladimir Putin: «La Turchia e il governo di al Serraj hanno fatto la loro parte per un accordo di cessate il fuoco. Noi abbiamo fatto la nostra parte, ora Putin e la sua squadra devono rispettare i loro impegni». Come dire: se Putin non riesce neanche a farsi rispettare e obbedire da un piccolo Haftar, allora…

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Iran: primi arresti per il Boeing ucraino abbattuto

Lo ha annunciato la magistratura di Teheran senza specificare né il numero né l'identità delle persone finite in manette. Rohani promette giustizia per le vittime.

L’Iran ha avviato «un’indagine a tutto campo sull’aereo ucraino abbattuto e alcune persone sono state arrestate in merito nelle ultime 72 ore».

Lo ha riferito il portavoce della magistratura di Teheran, Gholamhossein Esmaili senza specificare il numero esatto delle persone arrestate né la loro identità.

«Lo Stato maggiore delle forze armate, che è stato incaricato delle indagini, ha interrogato molte persone», ha aggiunto Esmaili, citato dalla tivù di Stato iraniana. Anche la magistratura ha avviato un’indagine in collaborazione con l‘esercito, l’Organizzazione per l’aviazione civile e altri enti che si occupano di attacchi cibernetici ed elettronici.

ROHANI PROMETTE GIUSTIZIA PER LE VITTIME

Il presidente iraniano Hassan Rohani ha annunciato in tivù la formazione di un tribunale speciale composto da «dozzine di esperti». «Questo non è un caso normale», ha sottolineato. «Tutto il mondo avrà gli occhi puntati su questa corte». Rohani ha ribadito che l’abbattimento dell’aereo con a bordo 176 passeggeri è stato «un errore doloroso e imperdonabile», promettendo che la sua amministrazione seguirà l’inchiesta con tutti i mezzi possibili e che «tutti i colpevoli saranno puniti».

LE SCATOLE NERE SARANNO INVIATE IN FRANCIA

Le scatole nere del Boeing saranno inviate in Francia per essere analizzate. Un coinvolgimento degli esperti di Parigi era stato annunciato dalle autorità della Repubblica islamica nei giorni scorsi. I motori dell’aereo del resto erano stati realizzati da una compagna francese.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Libia, Haftar ha lasciato Mosca senza firmare la tregua con al Sarraj

Il comandante dell'Esercito nazionale libico non ha comunicato se e quando riprenderà i colloqui per la firma di una tregua. Secondo fonti qualificate, il maresciallo sta studiando i termini dell'accordo per proporre delle modifiche.

Le trattative per il cessate il fuoco in Libia sono in stadby. Dopo la fumata nera del 13 gennaio 2020, oggi il maresciallo Khalifa Haftar ha lasciato Mosca senza firmare l’accordo di cessate il fuoco con il governo di accordo nazionale guidato da Fayez al-Sarraj. Ma il rifiuto del comandante dell’Esercito nazionale libico non è definitivo. Secondo quanto riferiscono fonti qualificate italiane, Haftar ha preso questa decisione per poter studiare e approfondire meglio i termini dell’accordo e poi proporre delle modifiche. Nel lasciare Mosca, però, il maresciallo non ha comunicato se e quando riprenderà i colloqui per la firma di una tregua. In sostanza, Haftar si è preso una pausa dalle trattative per discutere con i Paesi che lo supportano quali possano essere i termini accettabili per firmare. E proprio per questo motivo il maresciallo, dopo aver lasciato Mosca, si è diretto in un Paese del Medio Oriente dove ha in programma una serie di incontri.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

In Libia l’Italia si è condannata all’irrilevanza

Il nostro Paese si è accorto con otto mesi di ritardo che il conflitto si stava giocando al Cairo, Abu Dhabi e Riad. Lasciando un vuoto riempito da Mosca e Turchia. Ora Di Maio e Guerini propongono un modello Libano. Che però nell'’ex Jamahiriya è inapplicabile.

Regge malamente la tregua in Libia, ma regge. Per ora. Ma manca una proposta, una idea per andare oltre, per definire una pace.

Troppo lo squilibrio tra i due campi. Khalifa Haftar controlla tre quarti del Paese. Fayez al-Serraj solo tre quarti di Tripoli e l’intera Misurata.

In termini politici non è possibile congelare questo disequilibrio, anche se Recep Tayyp Erdogan e Vladimir Putin ci lavorano.

L’ITALIA SCONTA UN DISASTRO LUNGO OTTO MESI

Quanto all’Italia, scontiamo il disastro di otto lunghi mesi nei quali Giuseppe Conte, Enzo Moavero Milanesi e Luigi di Maio non si sono semplicemente accorti che il conflitto libico era diventato tutt’altra cosa. Sino all’aprile 2019 la Libia era attraversata da una complessa rete di conflitti tribali e clinici, polarizzati su Tripoli e Bengasi.

LEGGI ANCHE: La cronistoria della guerra in Libia

Il risultato era un conflitto a bassa, bassissima intensità e un mare di parole e proclami. Ma con la decisione di Haftar di conquistare Tripoli si è subito visto – ma i governi italiani e l’Europa non hanno saputo vedere – che si era fatto un passo avanti, decisivo. Il conflitto ha assunto una dinamica diversa, è diventato una guerra tra due blocchi del mondo musulmano le cui dinamiche non venivano più decise sul suolo libico ma ad Ankara, Il Cairo, Riad e Abu Dhabi (e Mosca).

Il conflitto è diventato una guerra tra due blocchi del mondo musulmano le cui dinamiche non vengono più decise sul suolo libico ma ad Ankara, Il Cairo, Riad e Abu Dhabi (e Mosca)

La totale incompetenza e inesperienza di Conte e di Maio si sono sposate con l’ignavia della Ue nel tardare a prendere atto del cambiamento e a intervenire. Il vertiginoso tour delle capitali e delle telefonate di queste ore di Di Maio e Conte avrebbe dovuto essere fatto otto mesi fa, un ritardo abnorme, determinante dentro un conflitto. Ma non è stato fatto e l’Italia ne paga ora le conseguenze in termini di prestigio. Poi, si aggiungono le gaffe e gli svarioni.

cessate-fuoco-libia
Fayez al-Serraj e Khalifa Haftar.

PERCHÉ IL MODELLO LIBANO È INAPPLICABILE

Infine, le proposte avventuriste: il “modello Libano” a cui mirano Di Maio e Lorenzo Guerini è pericolosissimo per le truppe di interposizione in Libia. In Libano, infatti, c’era e c’è una linea naturale: il confine nazionale tra Libano e Israele. In Libia, a Tripoli, quel confine naturale non solo è inesistente, ma segna, come si è detto, un equilibrio instabile tra i due fronti che uno dei due contendenti tenderà ineluttabilmente a modificare a proprio vantaggio. È più che realistico che i combattimenti riprendano, probabilmente con l’apporto determinante dei militari turchi che si stanno posizionando a favore di al Serraj. È più che probabile che la mediazione tra Putin ed Erdogan si sposti in avanti, in una fase più avanzata del conflitto. È solo certo che in tutto questa dinamica, nel futuro della Libia, l’Italia è la Ue faranno solo la parte delle comparse.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Libia, l’incontro tra Conte ed Erdogan ad Ankara

Il 19 gennaio 2020 ci sarà un vertice a Berlino a cui parteciperanno entrambi insieme a Vladimir Putin e agli attori libici.

Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte ha incontrato ad Ankara, il capo di Stato turco Recep Tayyip Erdogan per discutere della situazione in Libia. Uno dei punti centrali del meeting è stato proprio l’incontro di Mosca tra i due leader libici Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar che dovrebbero firmare una tregua. «Mi auguro che si arrivi al più presto al cessate il fuoco permanente», ha detto Erdogan. Una posizione condivisa anche dal premier Conte che però ha mostrato una maggiore preoccupazione: «Il cessate il fuoco può risultare una misura molto precaria se non inserito in uno sforzo della comunità internazionale per garantire stabilità alla Libia».

IL VERTICE DI BERLINO DEL 19 GENNAIO

Proprio per questo, il primo ministro italiano e il capo di Stato turco hanno annunciato che il 19 gennaio 2020 ci sarà un vertice a Berlino a cui parteciperanno entrambi insieme al presidente della Federazione russa Vladimir Putin. Ma non solo. Conte ha aggiunto che in Germania «ci saranno anche gli attori libici: non è possibile parlare di Libia se non ci sarà un approccio inclusivo. Qui si tratta di un processo politico». E, a proposito di “processo politico”, il presidente del Consiglio ha sottolineato che l’Italia sostiene per la Libia il «percorso già disegnato sotto egida Onu».

L’APPELLO DI CONTE AI CITTADINI LIBICI

Al termine del meeting con Erdogan, il presidente del Consiglio Conte ha fatto un appello a tutti i cittadini che vivono il Libia: «Ogni giorno con ogni comportamento che assumono decidono del loro futuro, se ne vogliono uno di prosperità e benessere e vogliono aprirsi alla piena vita democratica troveranno sempre nell’Italia un alleato, perché non mira a interferenze che possano condizionare uno scenario futuro di piena autonomia e stabilità».

ERDOGAN: «L’ITALIA È UN PARTNER STRATEGICO E ALLEATO»

Durante l’incontro con Conte, Erdogan non ha parlato solo di Libia. Il capo di Stato turco, infatti, si è anche augurato «che questa visita intensifichi i nostri rapporti. Quest’anno terremo un vertice intergovernativo, non ne facciamo uno dal 2012. L’Italia è partner strategico e alleato».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it