Il medico dell’Oms Alberto Montresor ricorda Carlo Urbani

A 17 anni dalla sua scomparsa un collega ricorda il medico che per primo scoprì la Sars salvando il mondo dalla pandemia.

Il 29 marzo di 17 anni fa, Carlo Urbani si spegneva in un letto di ospedale a Bangkok, ucciso dalla stessa malattia che lui per primo aveva diagnosticato. Il medico italiano dell’Oms è una delle 800 vittime della Sars, morto di un’epidemia mai giunta nel suo Paese, caduto sul campo, prestando servizio per il mondo intero, contribuendo enormemente a salvarlo da una pandemia che sarebbe stata infinitamente più letale di quella di Covid-19.

Urbani aveva scoperto ad Hanoi, da qualche settimana, il primo caso di Sars quando, su un volo per la Thailandia, cominciò a manifestare i sintomi della malattia. Allertò i colleghi medici, avvisandoli di andare a prelevarlo in aeroporto protetti, e si fece isolare in ospedale.

Chiese alla moglie di tornare in Italia portandosi dietro i tre figli piccoli. Lei accompagnò i bambini in aeroporto, li fece salire su un aereo, poi tornò in ospedale da lui, per stargli accanto, protetta da tuta e maschera, fino ai suoi ultimi giorni di vita. «Era un grande professionista, un grande clinico», racconta il professor Antonio Montresor, suo collega all’Oms, «un uomo che fu capace, a suo tempo, di accorgersi molto precocemente della severità della Sars».

Carlo Urbani.



In che rapporti eravate?
Era un amico, abbiamo fatto tanti viaggi insieme. Ci occupavamo del controllo dei parassiti nel mondo. Io ancora oggi lo faccio, organizzo grandi campagne anti-parassitaggio nelle scuole. Si tratta di vermi intestinali che impediscono ai bambini di crescere. Facevamo indagini a campione sul terreno per vedere quanti bambini erano infettati, se c’era bisogno organizzavamo il trattamento di massa. Dopo quasi 17 anni, questo sistema è stato implementato in tutto il mondo.

Lo chiamavano il medico del Mondo.
Sì, era il suo lavoro. Ha lavorato con l’Oms in Vietnam, per lo stesso tipo di malattie, forse facili da curare, legate all’assenza di misure igieniche e alla contaminazione da feci umane, bastano delle pastiglie per deparassitare periodicamente questi bambini. Ma ciò che bisogna fare è migliorare la situazione sanitaria di quelle zone. E questo non è altrettanto semplice.

Urbani si trovò, invece, a combattere un nemico sconosciuto.
Sì, era stato contattato dall’Ospedale francese di Hanoi per un caso molto sospetto di polmonite. Anche medici e infermieri avevano cominciato ad ammalarsi, nessuno sapeva cosa fare. Lui era nell’ufficio dell’Oms di Hanoi, andò, e da clinico molto bravo qual era capì subito che era una cosa che doveva essere affrontata con misure eccezionali di contenimento.

Chiese la chiusura dei confini.
E riuscì a convincere il governo di Hanoi a instaurare molto velocemente queste misure. Questo ha di fatto permesso di contenere la Sars, altrimenti sarebbe stata molto peggio di quello che stiamo vivendo adesso.

Forse anche grazie a questa esperienza oggi il Vietnam è tra i Paesi che rispondono meglio all’emergenza Covid.
Questo sicuramente. Tra l’altro mio figlio è architetto e lavora in Vietnam, ho notizie abbastanza di prima mano. Lì sono sicuramente stati molto attenti. È anche vero che sono Paesi in cui è anche più facile stabilire delle misure di controllo efficaci perché il controllo da parte dello Stato è già molto forte. Quando una decisione viene presa, di solito viene applicata. Ricordo che quando ci vivevo io decisero di vietare i botti per Capodanno, io mi dissi «figuriamoci se ci riescono». A Capodanno non ci furono botti.

Possiamo dire che Urbani ha salvato il mondo?
Sicuramente. Si è trovato al posto giusto nel momento giusto. Essendo all’Oms aveva un’influenza molto maggiore rispetto a persone del Sistema sanitario che non sempre sono ascoltate. Bisognava prendere decisioni molto importanti dal punto di vista economico, scelte che nessuno fa a cuor leggero. Il Vietnam ha passato per diversi anni a pagare le conseguenze economiche. Quando abitavo là io c’erano ancora case la cui costruzione era rimasta bloccata, scheletri di grattacieli, infrastrutture da terminare.

Quello di Urbani è un sacrificio che ricorda quello delle decine di medici e infermieri che si ammalano e muoiono in questi giorni. Forse non c’è abbastanza attenzione verso gli operatori sanitari?
Sì, certo, poi ci vuole un piano di emergenza. Chiaro che non si possono avere ospedali con un numero di terapie intensive che sia sempre disponibile per questi casi di emergenza, ma ci volevano dei piani per poter espandere gli ospedali, creare ospedali da campo, cosa che è stata fatta in ritardo, senza preparazione, come se tutto dovesse essere deciso al momento. Ci vuole una capacità effettiva di spostare medici da una zona all’altra. La Sars di fatto aveva creato questa condizione, purtroppo però non la si è mantenuta. D’ora in poi questi piani saranno mantenuti costantemente.

Ci eravamo illusi che anche stavolta, come per la Sars, l’epidemia non ci avrebbe toccato?
Sì. Questa è stata la differenza tra quello che è successo in Vietnam e da noi. Loro erano scottati dalla precedente esperienza, quindi erano allerta. Noi, invece, ci consideravamo protetti.

C’è qualche punto di contatto tra la situazione di oggi e quella di 17 anni fa?
Sono tanti, a partire dal virus, che è molto simile, anche se la sua letalità è fortunatamente molto inferiore a quella della Sars, che uccideva anche tante persone senza alcun problema di salute. Quello che stavolta è mancato è stata una persona come Carlo. Il medico cinese che si era reso conto del nuovo virus ha probabilmente cercato di fare del suo meglio per allertare la comunità scientifica, ma non essendo un medico dell’Oms ci ha messo più tempo ed è stato molto più difficile per lui.

L’essere umano ha la memoria corta?
Più che altro dobbiamo probabilmente vivere sulla nostra pelle queste esperienze. Credo che questa situazione non verrà dimenticata molto facilmente. Speriamo di uscirne presto e trarne le conseguenze, di imparare la lezione ed essere più preparati la prossima volta. Anche perché viviamo in un mondo globalizzato e, probabilmente, questa non sarà l’ultima.

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L’infermiera di Sala Consilina in prima linea nonostante la paura

Nel giro di un giorno e mezzo abbiamo ricoverato 35 pazienti. Il giorno dopo aver ricoverato il primo paziente Covid nella subintensiva, dove abbiamo 7 posti, eravamo già saturi”. Lo racconta alla Dire Serena Ricciardi, infermiera di Sala Consilina che lavora nel reparto di pneumologia riabilitativa a Pavia che da circa 10 giorni è stato riconvertito per l’assistenza dei pazienti con Sars-CoV-2. “Tutta la situazione – spiega – ci ha preso alla sprovvista perche’ non essendo un reparto di medicina e non avendo un pronto soccorso non eravamo abituati ai ricoveri di pomeriggio, di sera, senza medici di guardia. Poi e’ subentrata la questione dei dpi che non avevamo. Dopo sono arrivati, ma non sapevamo come vestirci e, soprattutto, come svestirci che e’ la parte piu’ pericolosa: ci siamo attrezzati tra noi colleghi guardando video dello Spallanzani o di altri ospedali. Io, ad esempio, sono claustrofobica e anche solo per tenere la maschera 8 ore ho dovuto fare un lavoro su me stessa. Abbiamo fatto anche un meeting virtuale per scambiarci idee e confrontarci sulle criticità che nascevano durante l’assistenza. È stato un crescendo di organizzazione”. Impegnati in prima linea, determinati, ma impauriti. “Il poter portare potenzialmente il virus in famiglia, a casa, spaventava tutti. Ma poi – sottolinea l’infermiera – vedi la sofferenza. La mancanza di respiro penso sia una delle cose più brutte. Le persone che vengono ricoverate non hanno la possibilità di vedere i propri cari e la cosa più straziante, di cui ti rendi conto durante i turni, è che quando ti chiamano i parenti al telefono sono disperati perchè non li vedono, non li sentono, non hanno notizie perchè ovviamente i medici o fanno assistenza o rispondono alle chiamate. Per noi infermieri è bruttissimo dovergli dire che non siamo autorizzati a dare per telefono informazioni e rimandarli a quando potranno sentire il medico”. “La prima cosa che ho domandato quando ho preso servizio nel reparto convertito – ammette – è stata di avere informazioni sull’età dei pazienti, l’ho fatto per capire se quello che si diceva in televisione corrispondesse alla realtà. Nel nostro reparto ci sono soprattutto anziani pluripatologici, ma ci sono anche pazienti tra i 40 e i 50 anni che posso ancora definire giovani e che, senza patologie di base, possono finire tracheoventilati”. I giovani sani, senza patologie pregresse, seppur presenti anche tra i pazienti piu’ critici, puntualizza, “non sviluppano la stessa difficolta’ dell’anziano a reagire al virus, la durata del ricovero tende ad essere minore e hanno una ripresa più rapida. Anche il cosiddetto paziente 1, che era ricoverato qui a Pavia in rianimazione, che ha avuto un decorso drammatico perchè è stato intubato e poi tracheoventilato, poi è uscito e, per fortuna, è a casa”. Anche dalla testimonianza di Serena Ricciardi viene fuori il dato per cui per la maggior parte i ricoverati sono uomini, sovrappeso che è una comorbidita’ che ‘aiuta’ il virus. “Ci sono anche tante coppie di mariti e mogli – aggiunge – nella stessa stanza e vediamo, oggettivamente, come il supporto di ossigeno per le donne sia minore”. Sul fronte della percentuale di medici, infermieri e operatori contagiati chiarisce: “Il fatto che ci sia una casistica cosi’ elevata di sanitari positivi e’ legato si’ all’assistenza, ma anche ad un ridotto controllo perchè si aspetta che il sanitario manifesti sintomi perchè se si ammala si riduce il personale che puo’ fronteggiare l’emergenza. Io ho dovuto fare il tampone perche’ prima che il mio reparto diventasse Covid abbiamo avuto dei casi che poi sono risultati essere positivi e quindi siamo entrati in contatto diretto con questi pazienti senza i dispositivi di protezione. Inizialmente c’e’ stata un po’ di confusione sul tamponamento del personale, se avessero previsto controlli ogni 15 giorni ai sanitari probabilmente avremmo potuto contenere anche il contagio perche’ credo che molti di noi, essendo piu’ esposti, siano vettori inconsapevoli di questo virus seppur osservando tutte le indicazioni al di fuori del lavoro e indossando le mascherine chirurgiche anche nel tragitto casa-ospedale”. Nella struttura in cui lavora “tramite il coordinatore infermieristico, ci e’ stata data la possibilita’ di avere un supporto psicologico che per il momento, per mancanza di tempo, non siamo riusciti a sfruttare. Questa è una cosa che ci porteremo dentro nel tempo, e’ come quando un militare torna dalla guerra: gli incubi la notte sono già iniziati, la paura di andare a lavoro c’e’ ed è tantissima. Lo affronti perchè sai di fare del bene, sai che puoi aiutare, per quanto possibile, qualcuno che da un momento all’altro si è ritrovato con un tubicino nel naso, con l’ossigeno, con una maschera. La maggioranza delle persone, spaventatissima, accetta tutto quello che gli fai, gli basta stare bene”

Consiglia

L’influenza sta per raggiungere il suo picco massimo

Entro la fine di gennaio si supereranno i 3 milioni di contagi. Nella sola settimana dal 6 al 12 si sono verificati 374 mila casi.

L’influenza sta per raggiungere il suo picco massimo. Lo dimostrano i dati che arrivano in queste prime settimane di gennaio 2020. Il virus ha avuto un brusco aumento di contagi. Basti pensare si sta per arrivare a 3 milioni di casi in tutta Italia. Il bollettino dell’Istituto superiore della sanità ha parlato di circa 374 mila persone allettate dall’influenza nella settimana che va dal 6 al 12 gennaio. Da metà ottobre i casi sono stati di circa 2.268.000 persone che si sono ammalate a causa del virus che sfiorano, come dicevamo, i 3 milioni se si sommano quelli della settimana – non ancora terminata – che va dal 13 al 19. Le regioni più colpite sono quelle del Centro-Nord con Piemonte, Lombardia, Liguria, Umbria, e Lazio a fare il ruolo dei leoni in questa infausta classifica.

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Cos’è l’animazione sospesa, la nuova frontiera della chirurgia

Consiste nel rallentare i parametri vitali del paziente e sostituire il sangue con una soluzione salina fredda. Le cose da sapere sulla tecnica sperimentata con successo negli Usa.

Abbassare la temperatura corporea del paziente, rallentandone le funzioni vitali, per dare ai chirurghi il tempo di intervenire: non è fantascienza, ma una tecnica innovativa sperimentata al Centro medico dell’università del Maryland, chiamata “animazione sospesa”. A dare la notizia è stato il settimanale di divulgazione scientifica inglese New Scientist.

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UNA PRATICA UTILIZZATA SOLTANTO NEI CASI GRAVI

Nell’animazione sospesa il sangue del paziente viene sostituito, a cuore fermo, da una soluzione salina fredda. Questa blocca l’attività cellulare del corpo, evitando i danni ai tessuti derivanti dalla scarsa ossigenazione. Viene utilizzata soltanto nei casi molto gravi, come nei traumi da arma da fuoco, quando il soggetto versa già in condizioni di parziale dissanguamento. Durante la procedura, il respiro e il battito cardiaco sono ancora rilevabili, ma soltanto con apposite strumentazioni di misura.

I PRIMI ESPERIMENTI SU CANI E TOPI

Il primo esperimento riuscito di animazione sospesa è stato condotto su un gruppo di topi nel laboratorio del biochimico americano Mark Roth. Gli animali sono stati introdotti in una camera contenente 80 ppm (parti per milione) di acido solfidrico per un periodo di sei ore, fino ad abbassare la loro temperatura intorno ai 13 gradi. Un altro tentativo è stato condotto nel 2005, questa volta da un gruppo di scienziati dell’Università di Pittsburgh. Gli animali in questione, dei cani, sono stati rianimati dopo tre ore di morte clinica, ma alcuni di loro hanno riscontrato notevoli danni al sistema nervoso. La sperimentazione sull’uomo è invece recentissima ed è stata messa in pratica, per la prima volta, al Centro medico dell’università del Maryland.

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A METÀ TRA LA SCIENZA E LA FANTASCIENZA

A partire dal XX secolo, l’animazione sospesa è diventato un tòpos della letteratura di fantascienza, utilizzato come artificio narrativo per giustificare la sopravvivenza dei personaggi per lunghi intervalli di tempo. Tuttavia, recentemente, l’idea è stata presa sul serio con l’obiettivo di condurre viaggi interstellari, della durata di centinaia o anche di migliaia di anni.

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Cos’è l’ittiosi Arlecchino, la malattia che ha colpito Giovannino

I neonati che ne sono affetti - meno di uno su un milione - presentano squame simili a placche su tutto il corpo, grave disregolazione della temperature, problemi alimentari e disturbi respiratori.

Squame grandi, spesse e simili a placche su tutto il corpo presenti al momento della nascita, che poi evolvono in una grave e cronica desquamazione della pelle. Questa la caratteristica dell’ittiosi Arlecchino, la rarissima malattia genetica da cui è affetto Giovannino, il bimbo di 4 mesi abbandonato dai genitori all’ospedale Sant’Anna di Torino. Variante più grave dell’ittiosi congenita autosomica recessiva, l’ittiosi Arlecchino, colpisce meno di un nuovo nato su un milione. I neonati che ne sono affetti, come spiega il portale delle Malattie Rare Orphanet, sono avvolti da una membrana simile a uno strato cutaneo aggiuntivo, associata a placche a corazza, distribuite su tutto il corpo, che limitano gravemente il movimento. I lineamenti del viso sono alterati da una grave estroflessione della palpebra inferiore e del labbro e i neonati spesso presentano dita dei piedi unite.

ELEVATA MORT

La malattia si associa a un’elevata mortalità immediatamente dopo la nascita, perché comporta una grave disregolazione della temperatura, problemi alimentari, infezioni e disturbi respiratori. Quando sopravvivono, i bambini che ne sono colpiti hanno un’attesa di vita normale, anche se possono sviluppare una grave malattia della pelle (la membrana di collodio si stacca dopo poche settimane e si trasforma in una eritrodermia con desquamazione), problemi agli occhi e ritardo nello sviluppo motorio e sociale. Vista la sua complessità, la presa in carico richiede un approccio multidisciplinare, composta da oftalmologi, chirurghi, dietologi e psicologi. La malattia è trasmessa come carattere autosomico recessivo. Quindi ai genitori dei bambini con tale malattia dovrà essere offerta la consulenza genetica per informarli del rischio di ricorrenza del 25%.

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Medicina – Giornata Mondiale Dissezione Aortica: al Gemelli con Massimo Massetti e Roberto Giacobbo (ilariagattina)

ilariagattina scrive nella categoria Medicina che: A Roma a partire dalle 10:30 il Policlinico Gemelli metterà a disposizione la hall dell’ingresso in largo Agostino Gemelli 8 per una serie di iniziative, che comprendono una piece teatrale e un conce
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Medicina – Curare le ragadi alle mani in maniera naturale (frarmg)

frarmg scrive nella categoria Medicina che: Come curare le ragadi alle mani in maniera naturale? Le ragadi alle mani non sono altro che quei piccoli taglietti provocati dalla pelle secca e ispessita che si manifestano in alcuni punti particol
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