La cerimonia degli arrivederci

Lettera43 chiude dopo avere sfiorato i 10 anni. E senza avere mai tradito la propria vocazione. Il pessimismo della ragione porterebbe a considerare terminata questa esperienza. Ma l'insano attaccamento al mestiere lascia aperto uno spiraglio per una ripartenza.

Chiudiamo, dopo aver sfiorato i 10 anni. Li avremmo compiuti ufficialmente il prossimo 7 ottobre, il giorno in cui nel 2010 Lettera43 ha debuttato. Ricordo la temperie dell’epoca, l’entusiasmo per le magnifiche sorti e progressive dell’informazione digitale, la convinzione dell’ineluttabile declino della carta stampata. Diciamo che è andata così per la seconda, mentre per la prima non è stato il pranzo di gala che allora ci si aspettava. Piuttosto, un desco frugale.

UNA VOCAZIONE MAI TRADITA

Lettera43 è nata e cresciuta con una vocazione mai tradita: quella di dare notizie, retroscena, alzare il velo sui ben paludati mondi del potere economico-finanziario (e non solo) che certo non gradiscono di essere scandagliati oltre la superficie. Di questo, anche molti che sono stati bersaglio dei nostri articoli, ci hanno alla fine reso merito. Abbiamo sempre cercato di andare dentro e dietro le cose, i fatti e i personaggi, fedeli alla convinzione che l’apparenza nasconde i veri accadimenti, che la realtà è diversa dal racconto che la filtra, dalla sua versione dominante.

LA PRODUZIONE CONTA, LA DISTRIBUZIONE PURE

Ho sempre considerato che dare le notizie, possibilmente scrivendole bene, fosse una filosofia che prescindeva dalla specificità del mezzo. In parte è vero, in parte mi sono sbagliato: ho capito con ritardo che sul digitale, per dirla all’ingrosso, la distribuzione conta più della produzione. Il più clamoroso scoop o la più bella inchiesta possono risultare inefficaci se non sai come immetterli nel micidiale circuito dove il combinato di indicizzazione sui motori di ricerca e social media la fa da padrone. Il non averlo da subito compreso ci ha fatto perdere treni importanti e tempo prezioso. Siamo comunque stati un giornale che nei momenti più alti poteva contare, stando alle classifiche e agli Analytics, su una media quotidiana di 250 mila lettori. Purtroppo, e questo sin dal primo anno, mai su un bilancio in pareggio per via di una struttura dei costi che, ancorché progressivamente ridotta, è risultata sempre pletorica.

Il passaggio della raccolta pubblicitaria dalle campagne premium al programmatico ha ridotto i prezzi e conseguentemente i ricavi

Crudo dirlo, ma sarebbe sciocco edulcorare. Il modello di business non ha mai trovato un equilibrio anche perché la diversificazione sulla carta con l’esperienza di Pagina99 ha aggravato la situazione. È stato un settimanale che tutti hanno riconosciuto di grande qualità, che ha vinto il premio della critica ma non quello dell’edicola e degli inserzionisti, indispensabile per la sua sopravvivenza. La gratuità dell’informazione online, unitamente ad una tanto invocata quanto disattesa riforma dell’editoria che prendesse in carico la peculiarità dei nuovi media e i mutamenti del mercato, hanno fatto il resto. Così come il passaggio della raccolta pubblicitaria dalle campagne premium al programmatico ha ridotto i prezzi e conseguentemente i ricavi.

Ciò nonostante quella di Lettera43 resta una preziosa esperienza: per la precisione e autorevolezza dell’informazione che su alcuni temi le sono state riconosciute, per aver potuto contare su un editore che ad essa ha garantito grande libertà. E per l’impegno di chi, giornalisti e non, in questi anni vi ha partecipato. Ora la casa editrice prosegue la sua attività con i periodici, Rivista Studio e Undici, che hanno saputo nel tempo trovare un equilibrio economico e un modello editoriale i cui risultati confortano e fanno sperare in un futuro di ulteriore crescita.

PORTE SOCCHIUSE PER UNA RIPARTENZA

Per quanto riguarda noi, questa non vorrebbe essere una cerimonia degli addii ma degli arrivederci. E così l’abbiamo titolata. Alla notizia della chiusura abbiamo ricevuto attestazioni di affetto e stima oltre ogni aspettativa. E parevano davvero sincere, non di circostanza o piaggeria (se pensi di aver svolto un ruolo importante sei un presuntuoso, se te lo riconoscono gli altri cominci a credere che possa essere vero). Sono stati comunque, nella buona come nella cattiva sorte, 10 anni belli e intensi. Il pessimismo della ragione, unito a un po’ di stanchezza e scoramento, porterebbe a considerarla finita qui. Ma l’ottimismo, la passione, l’insano folle attaccamento a un mestiere che ovviamente è il più bello del mondo, fanno sperare e lasciano le porte socchiuse per una ripartenza. Chissà.

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Lo spazio di Lettera43 e il tempo mancato per dire addio a Salvini

Questo giornale è stato un felice azzardo. Ringrazio e saluto, con il rimpianto per un giornale che aveva spazio e futuro. Anche per vedere la fine del leader della Lega.

Non so se oggi è l’ultimo o il penultimo giorno di Lettera43, ma preferisco andar via prima dei padroni di casa. È buona creanza.

In questa casa sono stato bene, ho trovato un direttore, Paolo Madron, molto bravo, di larghe vedute, un vero liberale e una redazione che ho sentito come una grande famiglia. Ringrazio anche la segreteria di redazione, in molti casi veramente amichevole.

IL FELICE AZZARDO

Potrei chiudere qui con questi ringraziamenti rivolti, di cuore, verso persone a cui non ho mai stretto la mano e tanto meno dato o ricevuto un abbraccio. Non c’entra la Covid19, c’entra la particolarità di questo strumento di comunicazione che descrivono freddo ma non lo è.

Io nel giornalismo ho provato tutte le esperienze, i quotidiani, il settimanale, la radio, qualche comparsata in tv ma il giornalismo on line mi si è presentato davanti all’improvviso per merito di Jacopo Tondelli, direttore de Linkiesta. Quando Jacopo, con Massimiliano Gallo, lasciò la sua creatura, andai via anche io per solidarietà e poco dopo ricevetti una bella telefonata di Paolo Madron che mi invitava a scrivere su Lettera43.

Pensai che sarebbe stato un azzardo cambiare, ma è stato un felice azzardo perché Lettera43. si è rivelato un giornale vero, con notizie tempestive, commenti puntuali, interazione con i lettori divertenti, urticanti, sempre utili.

AVREI VOLUTO DARE L’ADDIO A SALVINI

Mi sarebbe piaciuto che questa esperienza fosse durata di più. Avrei voluto scrivere una pagina di addio a Matteo Salvini quando sarà fatto fuori dalla Lega che cercherà di riconquistare uno status di partito serio, di governo, internazionalmente stimato. Mi sarebbe anche piaciuto celebrare anche il ritorno a casa di Luigi Di Maio la cui fragilità e mutevolezza di opinioni mi sembrano leggendarie. Pazienza.

Ho la soddisfazione di aver colto tempestivamente la crisi del governo giallo verde e il lento declino del facinoroso che guida la Lega.

Lettera43 nel panorama dell’informazione ha svolto un ruolo prezioso schierandosi, senza fanatismi, per un’Italia seria, aperta alle riforme, occidentale.

QUEI GIORNALI DIVENTATI MICRO PARTITI

L’equilibrio fra giornalismo di carta e giornalismo on line, malgrado la crisi in cui questa testata è precipitata, dice che sul medio periodo sarà la carta a lasciare il passo, non a cedere, ma a lasciare il passo ai giornali in Rete. C’è nell’online e in altri forme di comunicazione tecnologicamente avanzate una rapidità, una interrelazione con i fatti, una immediata percezione del rapporto con chi legge che la carta non ha mai realizzato né potrà mai realizzare. Non solo per ragione del tutto evidenti. La carta arriva dopo, ma anche perché i giornali di carta, ancora preziosissimi, sono in Italia micro-partiti politici. Ogni collega, è un “vizietto” anche mio, crede di essere il miglior leader del proprio schieramento. Cosa che a sinistra è riuscita solo a Ezio Mauro e a Paolo Mieli, mentre il mitico Scalfari, pur essendo un numero uno, non ce l’ha mai fatta.

A destra abbiamo molti replicanti di Vittorio Feltri, inarrivabile. È l’unico collega che cerca di apparire più respingente di quanto sia nella realtà, forse. Però sia la Repubblica di Ezio Mauro, sia il giornalismo tutto intero quando era egemonizzato da Paolo Mieli, sia il giornalismo feltrizzato appartengono a un’era che si sta esaurendo.

LO SPAZIO DI LETTERA43

Nel centro sinistra si vedono le tracce di questa crisi con la vicenda dell’estromissione di Verdelli a favore di un giornalista-senatore come Molinari. A destra non è visibile ancora perchè la pancia della destra e i suoi pensieri ribollono. Ma la destra, se non sceglie la strada della eversione (che non sceglierà), a un certo punto taglia le sue ali, e l’effetto di un mondo pieno di Trump, di Johnson, di Bolsonaro e Orban si rivelerà fragile perché tutti loro danno risposte a problemi che la loro cultura ha creato e perché nessuno di loro, o tutti loro in gruppo, non valgono la furbizia della classe dirigente cinese. E questo, da occidentale, non mi fa piacere.

Lo spazio per Lettera43, come si può capre da queste parole, secondo me c’era. Non l’ha pensata così l’editore. Spero solo che questa conclusione non disperda le qualità umane e intellettuali di una redazione di serie A. Questa sarebbe colpa grave.

Arrivederci a tutti e grazie.

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A Repubblica nasce il premio al giornalista della settimana

L'iniziativa del neodirettore Molinari istituisce un riconoscimento di 600 euro per chi saprà distinguersi con la proposta migliore.

Tra le doti richieste a un buon direttore di giornale c’è, ai primi posti, la capacità di motivare il proprio corpo redazionale. E spendersi ogni giorno per valorizzare un team di giornalisti dalle diverse capacità e visioni, riuscendo a mantenere il giusto equilibrio tra una sana competizione e lo spirito di squadra che necessariamente dovrebbe animare le stanze di un quotidiano.

UN RICONOSCIMENTO DI 600 EURO LORDI IN BUSTA PAGA

Non sempre accade, purtroppo, ma sarà forse questa la ragione che ha spinto il neodirettore di Repubblica, Maurizio Molinari, a pochi giorni dal suo insediamento, a istituire una sorta di riconoscimento individuale per il “giornalista della settimana”. Il premio consiste, si legge in un messaggio recapitato da Molinari ai suoi cronisti, in una R stilizzata con il nome del vincitore e un riconoscimento di 600 euro lordi in busta paga. Il “trofeo”, si legge ancora, sarà assegnato ogni lunedì mattina, scegliendo tra le proposte illustrate da ogni responsabile di settore, sia su carta che sul digitale.

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La polemica senza senso di neofascisti e sovranisti sullo spot Lavazza

Il video con in sottofondo il Discorso all'Umanità di Chaplin fa indignare nostalgici di ogni sorta. A 80 anni di distanza il Grande Dittatore non ha perso il suo potere.

Amicizia, amore, rispetto per l’ambiente. E per il prossimo. Così la Lavazza ha dato, in uno spot, il suo «buongiorno a un’umanità ritrovata». Un messaggio di speranza nel mezzo della pandemia Covid. Il tutto corredato dalla voce originale di Charlie Chaplin tratta da Il Grande Dittatore, capolavoro del 1940.

Tanto è bastato per animare sui social (compreso il canale YouTube del marchio) sovranisti, neofascisti e quant’altro irritati evidentemente da un “caffè” a loro parere «troppo gender e multicolore». O semplicemente «buonista». Ecco perché #Lavazza è schizzato primo nelle tendenze di Twitter.

IL DISCORSO ALL’UMANITÀ DI CHAPLIN

«Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro», dice Charlie Chaplin nel celebre Discorso all’Umanità. «In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca. È sufficiente per tutti noi».

E, ancora: «Combattiamo per un mondo nuovo, un mondo giusto, che dia a tutti un lavoro. Ai giovani un futuro e agli anziani la sicurezza. Combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere, eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza. Combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso, diano a tutti gli uomini il benessere. Uniamoci tutti!».

LE PAROLE DI CHAPLIN ANCORA “SCANDALOSE” DOPO 80 ANNI

Il Grande dittatore e il genio di Chaplin dunque paiono avere colpito ancora, se a distanza di quasi un secolo mantengono intatto il potere di “disturbare” neofascisti e nostalgici.

Nicola Brunialti, per 11 anni autore dello spot (quasi una saga) Lavazza ambientato in Paradiso, ha commentato: «Credo che il nuovo spot sia meraviglioso. La cosa incredibile è che il discorso di Chaplin sia del 1940. E c’è ancora chi trova quelle parole scandalose. 80 anni dopo…».

Molti anche gli apprezzamenti per lo spot e il messaggio. Come ha fatto notare Pamela Ferrara su Twitter è triste «vivere, nel 2020, in un mondo che non è ancora pronto per un discorso su progresso, sostenibilità e tolleranza pronunciato da un comico del secolo scorso».

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L’Osservatorio permanente Giovani Editori presenta l’evento Young Factor 2021

Il presidente dell'Osservatorio permanente Giovani Editori Andrea Ceccherini presenta l'evento che vedrà protagonisti il vicepresidente Bce e sei governatori di banche centrali europee.

Il 15 e il 16 giugno 2021 si terrà la seconda edizione dell’evento “Young Factor, un dialogo tra giovani, economia e finanza” promosso dall’Osservatorio Permanente Giovani Editori. Due giorni di incontri e dibattiti sul futuro e all’insegna dell’Europa

Protagonisti dell’incontro, che hanno raccolto l’invito di Andrea Ceccherini, saranno il vicepresidente della Bce, Luis De Guindos, e sei governatori di Banche Centrali europee, Francia (François Villeroy de Galhau), Germania (Jens Weidmann), Italia (Ignazio Visco), Olanda (Klaas Knot), Portogallo (Carlos Costa) e Spagna (Pablo Hernández de Cos). 

«La nostra due giorni di lavori vuol rappresentare un segno di fiducia nel futuro, offrendo un tavolo internazionale di confronto che vedrà giovani di tutta Europa confrontarsi, da pari a pari, con alcuni tra i più autorevoli Governatori delle Banche Centrali europee, per discutere di economia e finanza e soprattutto per dialogare insieme sul futuro», spiega Ceccherini. «Siamo consapevoli che l’ignoranza costa. E l’ignoranza economico- finanziaria costa cara. Proprio per questo è nato sei anni fa il nostro progetto “Young Factor”, che rincorre l’ambizione di elevare l’alfabetizzazione economico – finanziaria, a scuola, tra i giovani, convinti come siamo che essa sia un elemento competitivo essenziale, non solo per la ricerca di un’occupazione all’altezza degli studi, ma anche per il pieno esercizio dei più elementari diritti di cittadinanza».

«Con l’evento di Milano», prosegue Ceccherini, «questo nostro progetto Young Factor, oggi leader in Italia, muove il  primo passo nel processo di internazionalizzazione, divenendo una piattaforma a disposizione di tutti quei paesi europei che vorranno adottarla, nella prospettiva di fare della sfida di elevare l’alfabetizzazione economico-finanziaria dei giovani e il loro senso di appartenenza all’Unione europea, due bandiere distintive della nostra comunità». Il nostro obiettivo, continua il presidente, «è rendere i giovani più capaci di capire le dinamiche economiche che, volenti o nolenti, governano il mondo. Anche il loro mondo, rendendoli più padroni di un lessico economico e finanziario che vorremmo divenisse familiare, in modo da aiutarli a capirsi. Solo comprendendosi gli uni con gli altri, i ragazzi italiani con quelli tedeschi, i ragazzi spagnoli con quelli olandesi, potremmo continuare a camminare insieme in Europa. Dobbiamo ricordarci tutti che da soli, a volte, si può anche andare più veloci, ma è solo insieme che si può andare più lontano». «Per l’Osservatorio Permanente Giovani Editori e per Intesa San Paolo, che è nostro partner in questa sfida», conclude Ceccherini, «questo evento vuol essere un doveroso omaggio alla città di Milano e un concreto contributo al percorso di ricostruzione e ripresa economica del nostro Paese». 

L’appuntamento di Milano 2021, che sarà condotto da Maria Latella, prosegue il cammino avviato anni fa dall’Osservatorio. L’evento nasce infatti nell’ambito del progetto “Young Factor”, un’iniziativa di economic e financial-literacy che ha visto e continua a vedere la partecipazione di molti Governatori di Banche Centrali europee. Obiettivo del progetto è quello elevare il livello di alfabetizzazione economico-finanziaria dei più giovani, impegno particolarmente sentito da Intesa Sanpaolo che, come Banca leader in Europa, è un punto di riferimento per l’inclusione sociale e culturale. Compagni di viaggio nel percorso di economic and financial-literacy dell’Osservatorio, oltre a Intesa Sanpaolo, anche altri tre grandi istituti bancari del nostro Paese: UBI Banca, UniCredit e Banca Monte dei Paschi di Siena, che da anni sostengono nella scuola secondaria superiore il progetto di educazione finanziaria rivolto ai giovani, che solo in questo anno scolastico, conta oltre 617.188 studenti coinvolti, essendo ormai divenuto il progetto italiano leader in questo campo.

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Perché Domani di De Benedetti non darà fastidio a Repubblica

Il quotidiano di Molinari è la matrona del giornalismo italiano e questa cosa «non la scalfisci con un giornale corsaro diretto da ragazzini a meno che non siano capaci di rovesciare il mondo con notizie che nessun altro ha». L'analisi di Peppino Caldarola.

Se anche i giornali, come i partiti, nascono per necessità storica, ovvero perché ci sono diritti, interessi, culture da rappresentare perché diventati invisibili, non c’è ragione che nasca un nuovo giornale di carta. Si dice che manca un giornale alla sinistra. La sinistra ha bisogno di ben di più di un giornale e si comincia a vedere di che cosa si tratta, penso a un partito centrale nel sistema politico – come è il partito di Zingaretti – spostato sulle tematiche sociali, in grado di esser visionario sullo sviluppo, nettamente ecologista ma soprattutto radicato nei territori. Un giornale come quello che l’ingegnere De Benedetti vuol fare accompagnerà questo o solleciterà questo processo? Temo di no. È un giornale che nasce dall’alto, come creazione di un personaggio notevolissimo come l’Ingegnere di fronte allo snaturamento, dice lui, della sua creatura e di fronte all’avidità dei propri figli.

POTREBBE ESSERCI ANCHE LUCIA ANNUNZIATA

Domani sarà un giornale di poca foliazione, diretto da un giovane collega di grandi qualità. Stefano Feltri si era fatto notare nella scuderia del Riformista come un acuto narratore di vicende economiche con una visione che chiamavamo, per l’appunto, riformista. Poi la sorpresa del passaggio al Fatto, quotidiano che sembrava a lui culturalmente lontano, ma evidentemente sbagliavamo perché lì ha fatto una bella carriera (videdirettore) e dava in tv una delle poche immagini umane del prodotto travagliesco. Con Feltri ci saranno molti giovani, dice Carlo De Benedetti, e alcuni senior, probabilmente Lucia Annunziata. La collocazione dovrebbe esser di sinistra, ma conoscendo Lucia non si potrà mai dire quale sinistra sarà, essendo per sua antica vocazione e presunzione, sinistra solo quello che tocca lei.

REPUBBLICA NON CORRE RISCHI

Credo che, passate le prime settimane, Repubblica non soffrirà per la presenza del nuovo giornale. L’arrivo di Molinari, dopo Calabrese e Verdelli, era una pura necessità. Repubblica, prima ancora di essere giudicato per le battaglie che ha fatto, e ne ha fatte tante, va giudicata per la sua presenza , come dire?, scenica. Era la matrona del giornalismo, la sua Wanda Osiris e al tempo stesso la sua Anna Proclemar o Renata Tebaldi. Cotillon e il canto finale della Traviata. Questa roba qui non la scalfisci con un giornale corsaro diretto da ragazzini a meno che non siano capaci di rovesciare il mondo con notizie che nessun altro ha. Sperem. Repubblica per sopravvivere, un po’ ridimensionata, ha un gran bisogno di un pachiderma come Maurizio Molinari, uno che sa tutto, che conta negli ambienti in cui è bene contare, che conosce le cose del mondo.

LA SINISTRA HA BISOGNO DI FARE COSE GRANDIOSE PIÙ CHE DI UN GIORNALE

La sinistra potrebbe aver bisogno di un giornale come l’Unità che fecero Furio Colombo e Antonio Padellaro e che negli ultimi anni della vita del quotidiano mi incitava a fare il mio caro Giampaolo Pansa (e che io non volli fare), cioè un giornale con un nemico da distruggere pezzo a pezzo, anatema con anatema ecc. Eppure io credo che il mondo della sinistra nella sua stragrande maggioranza oggi voglia un’altra cosa. Non voglia strepiti, non voglia casini, sente che è arrivato il momento di fare cose grandiose come il Ponte di Genova. E per fare questo ha bisogno di un partito. Non di un giornale. Ha semmai bisogno, ma è un altro discorso, che la democrazia italiana si tuteli con migliaia di giornali on line, vere vedette della repubblica che denunciano , analizzano, chiamano alla ribalta intelligenze periferiche spesso assai più utili di consumati commentatori.

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Wikipedia ci insegna come sopravvivere nel web (e non solo)

L’enciclopedia libera digitale più famosa al mondo resiste dal 2001. Soprattutto grazie alla sua architettura emozionale e a un sistema orizzontale. Una lezione anche per le aziende che non operano in Rete.

Ai professionisti della comunicazione, impegnati nel fascinoso campo del personal branding, capita spesso di essere interrogati sul valore di Wikipedia nella costruzione/ricostruzione dell’immagine di una personalità. Non è raro infatti che si dedichi poca o nessuna attenzione a questa enciclopedia democratica e aperta, salvo quando si scopre, magari segnalato da un cacciatore di teste, che qualcuno – del tutto legittimamente – ha modificato il profilo e il curriculum.

STRUMENTO DI CONOSCENZA E DI POSIZIONAMENTO

Il più delle volte avviene citando a fonti giornalistiche parziali o corrette successivamente. Ma intanto resta sulla Rete la macchia di uno scandalo o di una inchiesta giudiziaria. Vale la pena allora approfondire questo strumento di conoscenza e anche di posizionamento.

UNICO SITO CHE NON PERSEGUE IL PROFITTO NELLA TOP 10

Raramente quando pensiamo al web e ai suoi strumenti riflettiamo sulla longevità e sul successo di Wikipedia. L’enciclopedia digitale, nata nel 2001, sostenuta e ospitata dalla Wikimedia Foundation, un’organizzazione senza scopo di lucro statunitense, dopo quasi 20 anni, è ancora uno strumento molto utilizzato e, spesso, insostituibile. Anche oggi, in un momento così complicato e delicato, quando le promesse della Silicon Valley sembrano meno dorate di prima, Wikipedia continua a brillare rimanendo l’unico sito che non persegue il profitto nella top 10 e uno dei pochi nella top 100.

UNA STABILE E LONGEVA AFFERMAZIONE

Ma cosa è che ha reso Wikipedia così longeva? Quale è la ricetta del suo successo? Vale la pena approfondire i suoi meccanismi e il suo funzionamento per comprendere quali sono le caratteristiche necessarie che hanno reso possibile la sua stabile affermazione nella quinta dimensione.

OGGI CALA FACEBOOK E SALE LINKEDIN

Sono stati, nel corso del tempo, tantissimi i social, le piattaforme e gli strumenti sul web che hanno visto picchi di reputazione e di user, ma sono spesso state soppiantati dall’avvento di nuovi mezzi. Basti pensare a Facebook, social indiscusso negli Anni 2000, che ha clamorosamente perso appeal negli ultimi anni a causa dell’affermarsi di Instagram. All’inverso, invece, si pensi allo straordinario successo di LinkedIn che, soprattutto in questa fase emergenziale, la sta facendo da padrone. La piattaforma si è infatti attivata per sostenere i settori in prima linea nella risposta al Covid-19. In particolare, LinkedIn ha reso possibile, fino al 30 giugno 2020, per aziende e organizzazioni del settore sanitario, supermercati, magazzini e organizzazioni no-profit di soccorso la pubblicazione gratuita di nuovi annunci di lavoro.

I PROBLEMI A WIKIPEDIA NON MANCANO

Dunque ciò che risulta evidente è che, nonostante la continua mutevolezza che caratterizza il web, Wikipedia è riuscita a rimanere un punto fermo per molti utenti. Questo, badi bene, non significa che Wikipedia sia perfetta, anzi. I suoi problemi sono discussi in modo molto dettagliato, proprio su Wikipedia stessa, spesso in forum dedicati all’autocritica che probabilmente rappresentano la sua forza. Inoltre, come il resto del mondo tecnologico, il sito soffre di uno squilibrio di genere; secondo recenti stime, il 90% dei suoi redattori volontari sono uomini. Infine, altro aspetto da non sottovalutare, collaboratori e collaboratrici hanno spesso riferito di frequenti molestie da parte dei loro colleghi, ma l’organizzazione non ha mai esitato a prendere posizione. Anzi, ha ripetutamente preso in mano la situazione con provvedimenti per porvi rimedio.

FONDAMENTALE LA PASSIONE DEI CURATORI VOLONTARI

Un’enciclopedia libera che racchiude tutto il sapere umano, scritta quasi interamente da volontari non retribuiti: ci credete che abbia funzionato? Ebbene sì e questo è potuto accadere, come ricordato in un recente articolo pubblicato su Wired, grazie a due caratteristiche fondamentali di Wikipedia: la sua architettura emozionale e il suo sistema orizzontale. Wikipedia è infatti costruita sugli interessi personali e sulle idiosincrasie dei suoi collaboratori. Sono state le passioni dei curatori a permettere di sviluppare una quantità di nozioni che non ha rivali e ad approfondirle con dettagli esaustivi. Wikipedia ci ha così posti dinnanzi a una incontrovertibile realtà: nessuna conoscenza è davvero inutile e questa si accresce solo se condivisa.

GERARCHIA ORIZZONTALE E AUTOCORREZIONE

La passione e la dedizione infatti non sono le uniche responsabili del successo di Wikipedia: il suo modello orizzontale è stato certamente parte integrante del suo successo. A dimostrarlo è anche il fallimento dei modelli top-down utilizzati dai competitor che non hanno mai raggiunto i risultati sperati. Con pochi contributori, la copertura delle informazioni era a macchia di leopardo e le lacune difficili da colmare. Wikipedia, invece, grazie alla sua gerarchia orizzontale ha permesso di estendere le proprie conoscenze, garantendo così una continua autocorrezione e un continuo scambio di informazioni, pensieri e idee.

MUTARE ADATTANDOSI ALLO SVILUPPO DEL WEB

Un’altra caratteristica di Wikipedia, ricordata anche nell’articolo di Wired, è che questa ha continuato a mutare nel tempo adattandosi allo sviluppo della Rete e dei bisogni delle società. Per esempio le licenze liberali di Wikipedia per i contenuti e la vasta riserva di informazioni di Wikipedia hanno permesso agli sviluppatori di addestrare le reti neurali molto più rapidamente e a basso costo. Per questo, quando si pone una domanda a Siri di Apple o Alexa di Amazon, Wikipedia aiuta a fornire la risposta e quando si cerca su Google una persona o un luogo famoso, Wikipedia spesso informa il “pannello di conoscenza” che appare accanto ai risultati della ricerca.

DIVERSI SPUNTI PER TUTTE LE AZIENDE

In conclusione, l’esempio di Wikipedia ci insegna molto e non solo nel web. Io stesso in Comin & Partners ho prediletto un approccio orizzontale. Il dialogo e lo scambio costante tra collaboratori, esterni e partner, quando alimentato da passione e determinazione, ha dimostrato essere il metodo più efficiente per condurre un’azienda. Insomma, dal web possiamo imparare molto, soprattutto in questo momento in cui, per forza di cose, siamo sempre più digitali.

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Cosa si sa di Domani, il nuovo giornale di De Benedetti

L'Ingegnere, 85 anni, lancia un nuovo progetto editoriale. Il quotidiano, su carta e su web, sarà fatto da giovani. A partire dal direttore Stefano Feltri, 35 anni. E avrà qualche firma storica di Repubblica.

Il domani, inteso come fase 2 e poi 3 della lotta al coronavirus, è pieno di incertezze. Ma una certezza c’è, ed è Domani, inteso come il nuovo quotidiano di Carlo De Benedetti. L’Ingegnere sarà l’unico azionista di una creatura che vuole prendersi lo spazio editoriale potenzialmente libero a sinistra dopo la rivoluzione a la Repubblica sotto la proprietà Elkann.

NIENTE VERDELLI NÉ LERNER ALLA GUIDA

Sarà un giornale su carta e su web fatto da giovani, a partire dal direttore che ha 35 anni: Stefano Feltri, vicedirettore de Il Fatto Quotidiano. Niente Carlo VerdelliGad Lerner alla guida, quindi.

FIRME STORICHE DA REPUBBLICA

Nel nuovo quotidiano potrebbero confluire diverse firme storiche proprio di Repubblica. Per De Benedetti, 85 anni, un’altra coraggiosa sfida in un settore in crisi come quello dell’editoria e in un momento economicamente drammatico per via della pandemia di Covid-19.

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Pubbliche relazioni: la Russia sfida le superpotenze a colpi di engagement

La presenza della società di pubbliche relazioni Ketchum dietro il governo russo ha destato stupore e scandalo. Eppure, per gli addetti ai lavori, questa sembra quasi una banalità. Comunicazione e pubbliche relazioni, in uno scenario così delicato in cui i social rappresentano il maggior canale di divulgazione delle informazioni, costituiscono mezzi utili ai governi nella costruzione del proprio posizionamento. È dunque importante fermarsi a ragionare su come reinventare il settore alla luce di queste nuove esigenze.

In un periodo storico in cui tutte le notizie diverse dal coronavirus passano in secondo piano, c’è un’altra questione ha particolarmente colpito e che è, forse, passata un po’ di nascosto nella cronaca monopolizzata in questi giorni dalla difesa dal Covid-19 e dalle decisioni europee: Vladimir Putin e le Pr di Stato, per citare il titolo dell’articolo pubblicato pochi giorni fa sull’Huff Post.

Ma andiamo per gradi. Molti giornali e trasmissioni italiane si sono interrogati sul ruolo giocato dalla Russia sullo scacchiere mondiale nel corso della pandemia da quando, a marzo, cortei militari russi hanno calpestato il suolo nostrano per sostenere il governo di Roma nel fronteggiare il dilagare del coronavirus. L’intervento russo non ha tardato a sollevare perplessità, tanto che un importante quotidiano come La Stampa, sempre a fine marzo, aveva manifestato i propri dubbi in merito pubblicando un’inusuale lettera aperta indirizzata al direttore dall’ambasciatore russo in Italia, Sergei Razov.

Alla lettera, il giornalista de La Stampa rispondeva sottolineando il fatto di essere in possesso di informazioni provenienti da «fonti politiche di alto livello», asseriva che «l’80% degli aiuti russi sarebbe totalmente inutile o poco utile». Un attacco plateale che ha goduto fin da subito di una grande eco. La risposta di Sergei Razov non ha tardato ad arrivare, ribadendo che non ci sono stati, né mai ci saranno, secondi fini negli aiuti russi.

IL LAVORO DELL’AGENZIA KETCHUM PER IL GOVERNO RUSSO

Dietro queste polemiche si cela una realtà incontrovertibile e oramai impossibile da eludere: l’Italia è diventata lo scenario di una serrata competizione tra le maggiori potenze mondiali che stanno cercando di ridefinire le loro influenze nel nostro Paese. La pandemia ha infatti offerto un’occasione unica per chiarire i bilanciamenti di interessi e poteri. In un Paese in cui la comunicazione è controversa e inquinata e si confondono gli aiuti cinesi e il sostengo degli Stati Uniti, la Russia sembra aver trovato terreno fertile per incrementare quella potrebbe sembrare una grandissima operazione di pubbliche relazioni internazionali, il cosiddetto soft power. Ci si è sorpresi che a supportare le iniziative del governo russo e del suo presidente, Vladimir Putin, vi fosse la società di pubbliche relazioni Ketchum che, dietro compenso pari a 23 milioni di dollari da metà 2006 a metà 2012 più altri 17 provenienti da Gazprom, avrebbe “piazzato” molti articoli filo governativi su giornali di rilevante importanza internazionale come il New York Times. Inoltre, l’agenzia Ketchum sarebbe riuscita, grazie ad un sottile lavoro di lobby, a riconoscere a Vladimir Putin il ruolo e la copertina di Personaggio dell’anno pubblicata sul Times nel 2007.

L’USO DI PR PER LA COMUNICAZIONE POLITICA RISALE ALLA GUERRA DEL GOLFO

Aldilà del giudizio morale che può facilmente scappare dalle nostre labbra, è possibile ancora stupirsi davvero dinnanzi a queste notizie? Anzi, come sottolineato dall’articolo dell’Huff Post, è molto più strano che, al giorno d’oggi, una informazione del genere diventi notizia, piuttosto dovremo stupirci se gli Stati, ed i governi protempore che li guidano, non si avvalgono di professionisti della comunicazione, soprattutto per iniziative che escono dalla gestione ordinaria della cosa pubblica. Certamente, alla luce della delicatissima situazione che stiamo vivendo, l’idea di essere diventati terreno di una campagna di pubbliche relazioni internazionale ci può sorprendere e forse anche spaventare, ma quel che è certo è che questo modo di operare non è nuovo: già nel corso della Guerra del Golfo del 1991 si era parlato molto dell’ingaggio di società di pubbliche relazioni da parte del Kuwait. Mentre la Casa Bianca per decenni si è avvalsa del colosso Usa delle Pr, Burston & Marseller. Avevamo dunque veramente bisogno dell’inchiesta di BuzzFeed News e di ProPublica per ricordare l’importanza delle pubbliche relazioni e della comunicazione anche per i Governi? Forse sì e questo ci permette di riflettere sul nostro mestiere e sulle sue implicazioni future.

SERVE TRASPARENZA DA PARTE DEI GOVERNI

In un’era sempre più digitalizzata e in una società che sta vivendo uno sconvolgimento che sembra essere inarrestabile, la notizia relativa al lavoro svolto dalla società Ketchum per il governo russo ha destato scalpore e diffidenza. Comunicata nel modo corretto, questa informazione sarebbe servita semplicemente a ribadire un concetto che, troppo spesso, è stato omesso e soppiantato: le attività di pubbliche relazioni, di comunicazione e di stakeholder engagement sono diventate, e lo saranno sempre più, imprescindibili anche per i governi. Solo una comunicazione trasparente e chiara su cosa svolgono queste società e come vengono ingaggiate dai governi potrà evitare che l’opinione pubblica si sorprenda o si schernisca. Oggi è normale per gli Stati affidare la propria comunicazione ad agenzie, perché, in un mondo sempre più complesso, nessuno, neanche gli Stati, possono prescindere dalle pubbliche relazioni, dalla creazione di strategie comunicative adeguate e dalla costruzione ragionata ed efficace della propria reputazione che è sempre più alla mercé di chiunque. È importante, dunque, che chiunque operi nel settore possa farlo senza doversi celare nell’ombra, screditando così la sua stessa attività.

Creare una strategia di stakeholder engagement e di comunicazione su territorio straniero è controverso quanto complesso

In conclusione, seppure le attività svolte dalla Russia possano spaventare per ambizione e determinazione, quel che risulta essere evidente è che la Federazione è certamente molto avanti rispetto a noi: creare una strategia di stakeholder engagement e di comunicazione su territorio straniero è controverso quanto complesso. È dunque necessario, per tutti quelli che “stanno a guardare” cercare di orientare i propri pensieri e il proprio business verso una nuova forma di brand reputation, quella degli Stati. Questo richiederà una profonda revisione di strategie, obiettivi e mezzi e richiederà agli addetti ai lavori di allargare i propri orizzonti e di reinventarsi: ora, più che mai, su un terreno così sconnesso, gli Stati avranno sempre più bisogno di questo appoggio.

Gianluca Comin è professore di Strategie di comunicazione alla Luiss di Roma

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Pdf pirata di giornali su Telegram: la procura di Bari indaga per reati di riciclaggio, ricettazione e violazione diritto autore

Disposto un sequestro preventivo di urgenza eseguito dalla parte guardia di Finanza. Il provvedimento riguarda persone in corso di identificazione.

Migliaia di riviste, giornali e libri sarebbero stati illecitamente diffusi attraverso almeno 17 canali Telegram. Èl’ipotesi della procura di Bari che ha disposto un sequestro preventivo di urgenza, in corso di esecuzione da parte della Guardia di Finanza, per i reati di riciclaggio, ricettazione, accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, furto e violazione della legge sul diritto d’autore.

Il provvedimento riguarda persone in corso di identificazione le quali, «in concorso tra loro», spiega la procura, «introducendosi nei sistemi informatici di numerose società editrici di riviste, giornali e libri protetti da misure di sicurezza, hanno sottratto migliaia di file in formato pdf dei predetti beni tutelati dal diritto di autore riversandoli illecitamente su numerosi canali della piattaforma di messaggistica istantanea denominata Telegram, permettendo così una tanto capillare quanto abusiva diffusione».

L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Roberto Rossi, è stata avviata dopo la denuncia della Federazione Italiana Editori Giornali (Fieg) su questo fenomeno di pirateria digitale presentata il 10 aprile all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom). «Le indagini», aggiunge la procura di Bari, «proseguono per ricostruire l’illecito giro di affari e individuare gli autori del reato nonché le responsabilità penali delle società coinvolte».

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Repubblica, i migliori (e i peggiori) anni della nostra vita

Il giornale fondato da Scalfari ha le radici ben piantate nel Novecento ma ora che il Secolo breve si allontana palesa tutto il suo smarrimento. Orgogliosamente rivendica il senso di sé e della sua storia, e fa appello alla sua comunità di lettori. Ma occorre sapere che quei lettori non sono più gli stessi.

Dovessi dare un suggerimento a Maurizio Molinari (scontato che arrivasse a Largo Fochetti, non l’infelice tempistica in cui ciò è avvenuto), gli regalerei uno slogan per la prossima campagna promozionale. «Repubblica è un giornale che è nato e cresciuto con l’idea di cambiare il mondo. Da oggi il mondo non lo cambierà, ma cercherà di spiegarlo». Forse questo potrebbe essere un buon proponimento per un giornale che vuole scrivere il futuro, ma che è condizionato dalla sua storia e dallo spirito identitario che ha saputo costruire negli anni.

La contraddizione è evidente, per certi versi lacerante: Repubblica ha le radici ben piantate nel Novecento in un contesto pre-caduta del Muro (non a caso a Berlino Ezio Mauro ha realizzato di recente uno dei suoi più bei reportage diventato poi libro velato di nostalgie), ma ora che il Secolo breve si allontana nel tempo palesa tutto il suo smarrimento. E cosa succede quando si perdono i punti di riferimento, i presupposti culturali su cui hai costruito la tua storia di enorme successo? Si diventa autarchici – la politica di questi anni conosce bene il fenomeno – e quindi inevitabilmente autoreferenziali. Ci si ritaglia uno spazio proprio da cui si guarda il mondo, e ci si lamenta se quel mondo non ti riconosce più, ha smesso di attribuirti il credito di cui prima godevi.

C’è un passaggio sempre uguale nei comunicati dei giornalisti che punteggiano le travagliate vicende che in questo ultimo lustro hanno coinvolto il giornale, anche in quest’ultimo seguito al licenziamento di Carlo Verdelli, che così recita: «Repubblica non è e non è mai stato un giornale come tutti gli altri. Ha sempre avuto una identità forte espressa in una linea chiara. È un giornale d’informazione il quale anziché ostentare una illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente di aver fatto una scelta di campo. Sono le parole usate dal fondatore Eugenio Scalfari nel suo primo editoriale del 1976. Parole che valevano allora. E valgono a maggior ragione oggi».

Due considerazioni. Dire che Repubblica non è mai stato un giornale come tutti gli altri può essere anche vero, ma introduce quel principio di supremazia morale che ha zavorrato il pensiero della Sinistra in questi anni. E la supremazia morale è l’anticamera di un’altra perniciosa condizione dello spirito, l’autoreferenzialità. Forse per provare a fare un giornale diverso occorre dismettere l’idea di sentirsi unici, privilegiando il racconto al pregiudizio, i fatti alle opinioni, lo sguardo e l’ascolto alla morale. Il riferimento alle parole del fondatore che hanno accompagnato l’esordio di Repubblica, 44 anni fa, è un giusto motivo di orgoglio. A patto di essere consapevoli che anche le parole possono perdere il loro peso, sono soggette all’usura del tempo, si ridefiniscono al mutare dei contesti.

In un momento decisivo della sua oramai lunga vita, Repubblica orgogliosamente rivendica il senso di sé e della sua storia, e fa appello alla comunità di lettori che la sostengono. Ma occorre sapere che quei lettori non sono più se non in minima parte gli stessi, e che il difficile è parlare a quelli nuovi. Che oggi sono ben diversi da quelli che un tempo avevano contribuito a decretarne il successo. Sono volubili, liberi dall’ideologia se non quella del mercato, infedeli nell’utilizzo dei supporti informativi, superficiali in senso etimologico e non dispregiativo. Surfano sulla superficie increspata del mare cavalcandone le onde senza mai tuffarvisi dentro.

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Molinari al posto di Verdelli alla direzione di Repubblica

Il gruppo Gedi rimescola le carte. Giannini dirigerà La Stampa. Elkann presidente, Scanavino amministratore delegato.

Cambio al vertice del quotidiano la Repubblica. Secondo le indiscrezioni riportate da Prima Comunicazione sarà infatti Maurizio Molinari – attuale direttore de La Stampa – a prendere il posto di Carlo Verdelli, direttore di Repubblica dal 19 febbraio 2019. Mentre Massimo Giannini assumerà la direzione del quotidiano piemontese e dei giornali locali.

Il gruppo Gedi avrà come presidente John Elkann e come amministratore delegato Maurizio Scanavino, da dicembre 2019 direttore generale. Il cda si riunirà tra poche ore e dovrebbe vedere confermati come consiglieri Marco De Benedetti, Carlo Perrone e Giacaranda Caracciolo.

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Televisione: Greco torna in Rai, Banfi la lascia. E Bonolis…

Porte girevoli a Viale Mazzini. L'ex conduttore di Agorà sarà il volto di un programma in seconda serata. Mentre l'autore de La vita in diretta passa a Tv 8. Tensioni tra Presta e i vertici Mediaset,

Gente che va, gente che viene, gente che torna in un mercato televisivo che si muove. È il caso di Gerardo Greco, il giornalista che conduceva Agorà e che nel giugno del 2018 aveva lasciato viale Mazzini per andare a dirigere la nuova Rete 4 di casa Mediaset. Approdo rivelatosi fin da subito difficile, tanto che dopo poco più di un anno Greco se ne andava da Cologno portandosi a casa una pingue buona uscita, si vociferava di 1,3 milioni.

RITORNO ALLA CASA D’ORIGINE

Dopo qualche ammiccamento con La7, e la promessa assai vaga di condurre una striscia quotidiana trasformatasi in qualche diuturna presenza a L’Aria che tira, il programma di Myrta Merlino, ora Greco fa ritorno alla casa d’origine. Da giugno condurrà un programma in seconda serata sulla falsariga di Patriae, ex Povera Patria, il talk di Annalisa Bruchi voluto a suo tempo da Carlo Freccero allora direttore di Rai due. Tra gli autori Carlo Puca e Alessandro Giuli, che con Aldo Cazzullo affiancava la Bruchi in studio sin dagli esordi di Povera Patria.

LE TENSIONI TRA PRESTA E LA DIRIGENZA DI MEDIASET

Per uno che torna, uno che se ne va. Alessandro Banfi, ex Mediaset, arrivato in Rai non senza polemiche come autore de La vita in diretta (un dei flop di ascolti della rete ammiraglia), passa a Tv 8 di Sky con un nuovo programma di informazione. Last but not least, nell’effimero mondo catodico occorre registrare il forte deterioramento dei rapporti tra Lucio Presta, nella cui scuderia militano tra i più famosi teledivi, e la dirigenza di Mediaset, tanto che l’agente potrebbe destinare altrove Paolo Bonolis, una delle punte di diamante sue e dell’intrattenimento del Biscione.

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Sfiducia della redazione di Lettera43.it al direttore Paolo Madron

Tra le motivazioni la cronica assenza di progettualità e il non aver in alcun modo protetto il giornale distrutto dalle ultime richieste di cassa integrazione.

La redazione di Lettera43.it ha votato la sfiducia al direttore Paolo Madron che è stata approvata con 11 voti a favore e due contrari. Tra le motivazioni addotte ci sono la mancanza di una reale guida della redazione, la cronica assenza di progettualità, l’aver anteposto gli interessi dell’azienda a quelli dei giornalisti, anche per il doppio ruolo ricoperto in passato di amministratore delegato e direttore, il non aver dimostrato rispetto per il lavoro dei redattori come nell’ultimo caso della chiusura della testata LetteraDonna.it avvenuta senza nemmeno aver avvisato i giornalisti che ci hanno lavorato per anni e il non aver infine protetto il giornale in un momento in cui è stato distrutto dalle diverse richieste di cassa integrazione che si sono succedute.

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Comunicato della redazione di Lettera43.it

I giornalisti prendono atto della decisione unilaterale dell'azienda sulla richiesta di cassa integrazione in deroga nonostante la mancanza del necessario accordo sindacale.

La redazione di Lettera43.it prende atto della decisione unilaterale dell’azienda di richiedere una cassa integrazione in deroga per l’emergenza coronavirus, iniziativa che i giornalisti ritengono ingiustificata per la mancanza dei presupposti di riduzione dell’attività lavorativa.

MANCA L’ACCORDO SINDACALE CHIAVE PER LA CIG IN DEROGA

La redazione ricorda che una circolare ministeriale vincola l’ottenimento della suddetta cassa proprio alla stipula di un accordo sindacale che non è stato raggiunto.

CONTINUA IL CLIMA DI INCERTEZZA

L’atteggiamento dell’azienda aggrava ancora di più il quadro di incertezza sul futuro giornalistico della testata dopo giorni in cui la situazione è precipitata e in cui si è ventilata l’ipotesi prima di cessione, poi di chiusura e quindi di cassa integrazione per cessazione delle pubblicazioni.

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Ascoltate gli esperti, non il dottor Bot

Mentre le aziende investono in comunicazione per affrontare l’emergenza Covid-19, sul web impazzano le bufale. Per colmare il gap è necessario mettere a punto strategie in grado di ricostruire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e negli esperti.

Mai come in questo momento, la condivisione del sapere e delle informazioni è diventata una pratica preziosa e necessaria.

Dalle crisi, come ho avuto modo di dire più volte, si può sempre imparare qualcosa e, in particolare in questa fase, è necessario che le conoscenze siano messe a disposizione di tutti per cercare di affrontare al meglio questa insolita realtà.

Steve Cody, Ceo e fondatore di Peppercomm, nel commentare lo studio Covid-19: Come le aziende stanno gestendo la crisi, che Peppercomm ha svolto insieme all’Institute for Public Relations, un’organizzazione no profit con sede negli Stati Uniti che sponsorizza ricerche sulle relazioni pubbliche, ha sottolineato che l’esigenza di capire come i migliori comunicatori del settore privato stiano operando in questo momento deriva dalla necessità di condividere questi risultati con altri che potrebbero avere difficoltà.

COOPERAZIONE E CONDIVISIONE SONO CENTRALI

Cooperazione e condivisione sono dunque alla base dell’operato delle aziende che, nel rispetto dei loro valori e dei propri obiettivi, cercano di comunicare e diffondere al meglio il proprio sapere, guadagnando la fiducia degli interlocutori. Lo studio internazionale ha rivelato che più di tre quarti dei dirigenti della comunicazione (81%) hanno dichiarato che la funzione di comunicazione della loro azienda è stata «importante» o «molto importante» per rispondere al Covid-19. Inoltre, nel comunicare informazioni sulla pandemia, l’81% degli intervistati ha dichiarato che i dipendenti sono una priorità «alta» o «essenziale».

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Il settore privato si sta, dunque, reinventando, impiegando una varietà di strumenti per comunicare con i propri dipendenti, tra cui piattaforme interne, applicazioni mobili e hotline. Queste hanno anche compiuto sforzi per aumentare le pratiche igienico-sanitarie e, alcune aziende, come dimostrato dallo studio, hanno addirittura fatto della propria intranet un hub Covid-19. La mobilitazione è dunque reale. In Italia, in queste settimane di emergenza, si sono moltiplicate le iniziative di solidarietà portate avanti da piccole e grandi imprese. Enel, Eni, Snam, il gruppo Rana, Ferrero, Gucci, Armani, sono tantissime le imprese che si stanno facendo avanti per fare la loro parte. Infatti, più della metà (53%) degli intervistati ha dichiarato che le loro aziende stanno aiutando o pianificano di aiutare le persone colpite dalla crisi. Ma mentre il settore privato e i comunicatori si stanno orientando in questo senso, cosa succede nel web?

LA RETE INVASA DA FAKE NEWS E BOT

Un mare torbido. Così appare Internet agli occhi di chi lo naviga. “Virus cinese”, “virus di Wuhan”, “ospedale trincea”, “guerra contro il virus”. Questo il linguaggio utilizzato sui media che ricalca spesso la politica e che rischia di creare sentimenti contrastanti nei cittadini. Proprio quei sentimenti che, con strategia e tecnologia, i comunicatori, le organizzazioni, le associazioni e le aziende stanno cercando di combattere. Come riportato da molti giornali, alcuni dei quali anche internazionali, la metafora del Paese in guerra è particolarmente rischiosa nell’emergenza che stiamo affrontando.

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Colpe, eroismi e invasioni non aiuteranno il mondo a uscire dalla pandemia, né a dipingere questa per quello che è. Ma come se non bastasse, la quinta dimensione sembra essere sotto attacco. Secondo un’analisi realizzata per Formiche dal Lab R&D di Alkemy SpA, in collaborazione con Deweave, Luiss Data Lab e Catchy, il 46,3% dei post su Twitter pubblicati tra l’11 e il 23 marzo con l’hashtag #forzaCinaeItalia sarebbe stata generata da bot. I bot sono account automatizzati creati con lo specifico scopo di diffondere l’hashtag e, come questi, ce ne sono molti altri che infettano internet. Non solo manipolazione, la proporzione delle fake news è aumentata così tanto da richiedere un intervento addirittura dello stesso WhatsApp. La richiesta di controlli sul nuovo coronavirus su WhatsApp supera già quanto registrato durante le campagne elettorali in Argentina, Brasile, Colombia, Spagna, India e Turchia. L’applicazione di messaggistica di Facebook ha così deciso di contattare l’International Fact-Checking Network per esplorare i modi per supportare i fact-checker. Con più di 1.000 richieste di Covid-19 fact-checker al giorno, alcune delle organizzazioni che fanno parte dell’alleanza CoronaVirusFacts / DatosCoronaVirus hanno passato l’ultima settimana ad analizzare i modi per soddisfare la gigantesca richiesta di informazioni affidabili.

GLI UTENTI NON CREDONO AGLI ADDETTI AI LAVORI

Dunque, mentre le aziende hanno riscoperto l’importanza della comunicazione e stanno investendo ulteriormente in questo settore, sul web e sui social spopolano le fake news che interferiscono con il lavoro di chi pianifica ed esercita una comunicazione trasparente ed efficiente. Il problema principale, però, non risiede nel fatto che la gente accetti qualsiasi informazione, messaggio o input: il problema è che la gente non crede all’expertise degli addetti ai lavori e non rispetta le raccomandazioni, peggiorando così la situazione.

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Questo atteggiamento è certamente dovuto alla crescente sfiducia che i cittadini nutrono nei confronti degli esperti, delle istituzioni e della politica. Le tante denunce che ci vengono raccontate ai telegiornali nei confronti di chi contravviene alle regole vigenti in Italia per fronteggiare l’emergenza non sono un caso isolato, basti ricordare che la diffusa diffidenza dei funzionari – tra gli altri fattori – ha portato 100 mila residenti di New Orleans a ignorare gli avvertimenti di evacuazione e a subire la piena forza dell’uragano Katrina. Tutto questo è segnale di profonda sfiducia in un sistema che, al contrario, dovrebbe tutelare i cittadini.

FACT-CHECKING PER RAFFORZARE LA FIDUCIA NELLE FONTI CERTIFICATE

Ecco perché il fact-checking di Facebook, Twitter o WhatsApp è necessario quanto importante per rafforzare la nostra fiducia nelle notizie reali. Lo scrupoloso controllo delle notizie è vitale per evitare fraintendimenti e, soprattutto, per garantire che i cittadini facciano attenzione alle notizie diffuse dagli enti certificati e dalle istituzioni. Bisogna quindi, non solo puntare sulla comunicazione e seguire attenti protocolli a questa relativi, ma è necessario elaborare una strategia coordinata in grado di stimolare l’attenzione e risvegliare la fiducia nei cittadini.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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Comunicato della redazione di Lettera43.it

La redazione di Lettera43.it esprime incredulità e sgomento per l’articolo comparso il 2 aprile su ItaliaOggi che annuncia la possibile imminente cessazione..

La redazione di Lettera43.it esprime incredulità e sgomento per l’articolo comparso il 2 aprile su ItaliaOggi che annuncia la possibile imminente cessazione delle pubblicazioni del quotidiano, uno stop che sarebbe previsto in «una ventina di giorni, un mese circa», per via del «progressivo esaurimento delle risorse finanziarie messe a disposizione dall’editore Matteo Arpe».

I lavoratori hanno dovuto quindi apprendere la notizia soltanto da un altro giornale e non dall’azienda, a cui erano state chieste delucidazioni sul futuro tramite una comunicazione scritta nella quale si domandava espressamente quale fosse lo stato della liquidità e quali fossero i piani della società per garantire una continuità editoriale in un momento difficile per i conti, assicurando un futuro ai giornalisti. Ma né l’amministratore delegato Giorgio Gabrielli né il direttore Paolo Madron si sono degnati di rispondere ufficialmente ai quesiti sollevati, lasciando che le informazioni arrivassero ai dipendenti per vie traverse.

Nell’articolo, mai smentito e poi addirittura sostanzialmente confermato dall’azienda nei suoi contenuti, si parla pure di una parallela chance di cessione di Lettera43.it, anche se sono presenti diverse inesattezze: l’amministratore delegato non è già uscito, ma è in uscita; la cassa integrazione biennale presentata a febbraio per riorganizzazione aziendale e che avrebbe coinvolto otto giornalisti non è stata già avviata, bensì è ancora in attesa di approvazione del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali; l’organico non comprende solo otto giornalisti, ma 13: otto sono quelli inquadrati con contratto articolo 1, cinque quelli con articolo 2.

E pensare che, quando solo nel gennaio del 2020 la redazione aveva manifestato preoccupazione per la sopravvivenza delle testate Lettera43.it e LetteraDonna.it paventando il fatto che venissero smantellate o chiuse, l’azienda aveva risposto di «non condividere le conseguenze adombrate sul futuro della casa editrice, che non ha alcuna intenzione di chiudere». Si è visto: LetteraDonna.it è stata messa offline assieme al suo archivio di articoli quasi decennale che la redazione continua a chiedere fermamente di ripristinare perché contiene il lavoro e la carriera giornalistica di diversi colleghi, mentre Lettera43.it è ora giunta a un passo dallo stop delle pubblicazioni.

L’azienda, in questa situazione precaria, il primo aprile 2020 ha avanzato anche la richiesta di cassa integrazione in deroga dovuta all’eccezionale situazione del coronavirus. Una scelta però illegittima ed eticamente censurabile, giustificata con la «riduzione dell’attività lavorativa dovuta all’emergenza sanitaria in corso». Ma la realtà è esattamente all’opposto: il lavoro – svolto in smart working – nel mese di marzo non si è interrotto, come capitato a diverse imprese italiane in difficoltà, anzi è aumentato proprio per la mole di notizie sul Covid-19, che il giornale è impegnato a trattare occupandosi prevalentemente di cronaca, politica ed economia. I clic e il traffico online, non a caso, sono raddoppiati.

Semmai allo sforzo profuso dai giornalisti e ai risultati ottenuti non è corrisposto un adeguato impegno del marketing e del management per valorizzarne il lavoro, con la paradossale conseguenza della richiesta di una cassa integrazione che riguarda solo i dipendenti giornalisti e non gli altri impiegati della società. Senza considerare che il servizio di informazione pubblica dovrebbe essere ritenuto in questo momento attività di primaria necessità

L’emergenza coronavirus tra l’altro era coincisa col richiamo al lavoro, tramite un solo giorno lavorativo di preavviso, di tutti i giornalisti che erano stati messi in smaltimento forzato delle ferie in attesa dell’avvento della precedente Cigs non ancora concessa dal ministero. Ora lo schema si è ripetuto: con un solo giorno di preavviso l’azienda aveva annunciato – tramite il cdr e senza nemmeno una comunicazione scritta ai singoli giornalisti – l’avvento della nuova organizzazione dovuta alla Cig in deroga (prima ancora che questa venga concessa) che prevede per 9 settimane la rotazione degli otto dipendenti art.1 e la rotazione a zero ore dei cinque art.2, cioè l’intero corpo redazionale, con un impiego di soli due lavoratori al giorno a occuparsi del giornale, che sarebbe così snaturato e distrutto.

Le modalità e le tempistiche ancora una volta hanno dimostrato l’assoluta mancanza di rispetto per il lavoro e per la vita dei redattori coinvolti, anche se poi l’azienda ha fatto una parziale retromarcia chiedendo ai sindacati un incontro prima di far scattare il riassetto dei giornalisti, chiamati alla rotazione senza alcuna garanzia di pagamento degli stipendi. E col rischio che, al termine delle nove settimane, la società possa comunque ricorrere ai licenziamenti ora momentaneamente bloccati dal decreto Cura Italia, nonostante la dirigenza solo pochi giorni prima avesse assicurato liquidità almeno per il mese di aprile. Ma poi è arrivata “l’eutanasia” annunciata da un articolo di giornale mentre sono ancora aperti i tavoli di due diverse richieste di cassa integrazione. Una fine senza dignità, ma in pieno stile aziendale, che Lettera43.it e i suoi lavoratori non meritavano.

La redazione di Lettera43.it

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Genséric Cantournet, il sanificatore di Repubblica che finì con l’essere sanificato

Il titolare della Kelony era stato chiamato dal gruppo Gedi per garantire la sicurezza dei giornalisti nell'emergenza Covid-19. Ma dopo un'intervista a La Verità sulla situazione trovata («Se un'azienda non ha nemmeno l'Amuchina...») il suo contratto è stato rescisso.

Il titolo era di quelli perentori. Un virgolettato. «Sono stato arruolato da Repubblica contro il contagio».

A parlare, in un’intervista del 26 marzo pubblicata da La Verità, Genséric Cantournet, imprenditore della sicurezza, origini francesi come tradisce il nome, titolare della società Kelony.

Nel suo curriculum di ex “carabiniere” francese, parecchi lavori, anche il diplomatico, prima di approdare alla security. Di recente, un contratto con la Rai, cui ha prestato svariati servigi compresa la sicurezza delle ultime due edizioni del Festival di Sanremo, nonché la protezione di 1.600 giornalisti «riportati a casa sani e salvi dalla Siria e dal Congo».

GENSÉRIC E L’EMERGENZA CORONAVIRUS A REPUBBLICA

Insomma, precedenti di rispetto che devono aver convinto il gruppo Gedi ad affidargli un analogo incarico. «Come ha trovato la situazione a Repubblica e dintorni?», gli chiede l’intervistatore. E il prode Gensèric, senza timori: «Se denunciassi pubblicamente ciò che ho trovato lì penso che qualcuno che si occupava della sicurezza dei dipendenti finirebbe in galera». Poffarbacco, e uno pensa alle penne del giornale lasciate in balìa del pericolo. Ma l’uomo va oltre: «In settimana darò i primi consigli agli inviati…la protezione del direttore Verdelli, che pure mi stima, è in carico alle istituzioni. Io sono stato chiamato da Gedi per affrontare l’emergenza coronavirus».

LO SCIVOLONE E LA RESCISSIONE DEL CONTRATTO CON GEDI

E già qui Gensèric è avviato verso una scivolosa china, e lo schianto si avvicina. Infatti è rimandato di poche righe. «Si occuperà anche di protezione dati?», chiede il giornalista Giacomo Amadori. «Certo. Perché è stato ucciso Giulio Regeni? Perché non è riuscito a difendere i suoi dati». E il giornalista, come il condor che vede la preda esangue: «E nel gruppo Gedi lo sanno fare?». A questo punto il francese ignaro di quel che dice si tira addosso la sua pietra tombale. «Se un’azienda non ha nemmeno l’Amuchina quale è la sua deduzione?». Quale sia stata la deduzione dei lettori immaginiamo ma non sappiamo. Sappiamo bene invece la ovvia e comprensibilissima deduzione del gruppo Gedi: immediata rescissione del contratto con la Kelony. Così calò il sipario sulla breve avventura del prode Gensèric, che voleva sanificare Repubblica e finì per essere sanificato.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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L’informazione ai tempi del virus: e il Tg5 batté il Tg1

Il sorpasso al fotofinish: il telegiornale diretto da Mimun ha registrato uno share del 21.6 contro il 21.5 di quello della rete ammiraglia della Rai. Un segnale che andrà a infiammare ulteriormente gli umori di Viale Mazzini. E dei partiti di maggioranza, in primis il Pd, che mal tollerano una immagine dell'azienda ancora a tinte gialloverdi.

Non capita spesso. Anzi, quasi mai. Ma ieri sera il Tg5 ha superato per ascolti il Tg1.

Di un nulla, al fotofinish: 21.6 lo share del telegiornale diretto da Clemente Mimun contro il 21.5 di quello della rete ammiraglia della Rai nell’edizione delle 20 del 25 marzo..

Ma è un segnale destinato a gettare ulteriore benzina sul fuoco degli umori già nervosi di viale Mazzini, e di quello di molti politici della maggioranza, in primis il Pd, che mal tollerano una fotografia dell’azienda che sostanzialmente riflette ancora gli assetti del governo Conte uno a maggioranza gialloverde.

IL CAOS DOPO IL RINVIO DEL PIANO INDUSTRIALE

Del resto, grande è la confusione sotto i cieli della tivù pubblica. Non più tardi di qualche giorno fa, nell’ultimo cda della Rai, l’ad Fabrizio Salini e il presidente Marcello Foa hanno annunciato l’impossibilità di realizzare il piano industriale approvato all’inizio del loro mandato. E ciò ha creato, di fatto, una situazione di ulteriore caos tra direttori di rete e di genere e complicando la strutturazione dei nuovi palinsesti.

SE LA VOGLIA DI INFORMARE PREVALE SULLE PRECAUZIONI

In questa situazione di assoluta emergenza interna ed esterna, la Lega ha ripreso campo e operatività. Foa incita i dipendenti, va ospite di RadioRai, Tg2 Post e Porta a Porta, oltre ad altre apparizioni, per lodarne lo spirito di sacrificio e ricordare il ruolo del servizio pubblico enfatizzato nelle situazioni di emergenza. Anche se questo comporta qualche rischio, e la voglia di informare prevale sulle precauzioni che tutti di questi tempi sarebbero chiamati a rispettare. I casi non mancano.

LEGGI ANCHE: In Rai c’è chi dice basta al Festival del coronavirus

Come quello di Uno Mattina. Il consigliere di Foa per la comunicazione Marco Ventura, che è anche capo autore del programma, ha deciso infatti di non usufruire di conference call attraverso Skype ma di mantenere le riunioni che si svolgono ogni giorno a Saxa Rubra verso le 10 -10:45 negli uffici della redazione.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Rai indietro tutta: il virus rinvia anche il piano industriale

Salini comunica in una mail ai dipendenti che la tempistica non sarà rispettata. Sconcerto in azienda. E per qualcuno l'ad ha solo colto l'occasione per congelare un progetto di difficile realizzazione.

Rai indietro tutta. Il Cda dell’azienda riunitosi venerdì 20 marzo ha deciso di rinviare il piano industriale che doveva costituire il perno dell’azione dell’ad Fabrizio Salini. In una mail spedita ai dipendenti, e controfirmata dal presidente Marcello Foa, dopo aver premesso che il coronavirus obbligava tutti a prendere atto della nuova drammatica realtà e agire di conseguenza, il manager scrive: «Purtroppo la tempistica prevista non potrà essere rispettata, essendo la Rai chiamata a onorare il proprio mandato di servizio pubblico in condizioni di emergenza per il Paese e dunque anche per la nostra azienda».

NESSUNA MODIFICA ALLE RETI E BUDGET RIVISTO

Il Consiglio ha pertanto condiviso unanimemente l’esigenza di rinviare l’implementazione del piano industriale e delle direzioni per generi. Questo significa che fino al 31 dicembre le reti opereranno secondo le modalità attualmente in vigore e che anche il budget 2020 sarà rivisto di conseguenza. «Sarà nostra premura», si legge, «tenervi informati sugli ulteriori sviluppi». «Desideriamo nell’occasione», prosegue Salini, «ringraziare ancora una volta tutti voi per lo sforzo profuso, nella certezza di poter contare sul vostro contributo straordinario fino a quando l’emergenza del coronavirus non sarà terminata».

SCONCERTO IN AZIENDA PER IL MESSAGGIO

La mail ha creato prevedibile sconcerto in azienda. Il piano industriale doveva essere il biglietto da visita della Rai del cambiamento che, a suo tempo, Salini aveva detto essere l’obiettivo del suo mandato. E molti, pur comprendendo le difficoltà del momento, vi hanno letto l’occasione per congelare un progetto di difficile esecuzione, che aveva creato confusione in azienda e spinto a una frenetica corsa alle poltrone. Nonché alle immancabili pressioni dei partiti per piazzare un proprio sodale sulle più influenti.

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Con l’emergenza coronavirus per la pubblicità sui media sarà un semestre da incubo

Fcp, la federazione delle concessionarie, stima perdite complessive per oltre 500 milioni. A risentirne maggiormente sarà la carta stampata, con un calo del 25%. Seguono televisione e digitale con un -15%. Ma anche le radio. Drammatico il crollo nei cinema.

I numeri (e le prospettive) sono da incubo. A elaborali Fcp, ovvero la Federazione che raggruppa le 41 concessionarie di pubblicità italiane, che sentiti i suoi associati ha fatto una previsione di quello che potrebbe essere l’andamento del mercato nel primo semestre del 2020.

E se già si intuiva che i riflessi del coronavirus sarebbero stati devastanti, le cifre danno concretezza a quello che sarà un drammatico calo. Con le aziende che taglieranno drasticamente i budget, si calcola che sarà di oltre 500 milioni di euro la perdita complessiva dei ricavi da pubblicità.

PER LA CARTA STAMPATA ATTESO UN -25%

Una perdita che colpirà duramente tutti i settori. In testa la carta stampata, con quotidiani e periodici accreditati di un calo del 25% (era a meno 4,4% il loro andamento a gennaio). Segue la televisione con il 15%, della stessa entità il calo dell’advertising digitale, in crescita a gennaio del 4,9%. Nel dato scomposto fa specie anche il crollo delle radio, settore sin qui considerato trainante e tra i più redditizi. Le previsioni parlano di una perdita di fatturato del 18%. E pensare che lo scorso gennaio l’indice di crescita segnava un più 11,8% rispetto all’analogo periodo del 2019.

DRAMMATICO IL CROLLO NEI CINEMA

Drammatico, ma facilmente prevedibile visto che i decreti del governo ne prevedono la chiusura delle sale, il crollo della pubblicità nei cinema, che una stima prudenziale indica non inferiore al 50%. Insomma, una Caporetto che viene a colpire un settore che già in tempi normali è affetto da profonda crisi, e che ovviamente costringerà gli editori a rendere ancora più severi i piani di ridimensionamento e riduzione dei costi.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Vespa se l’è presa con la Rai dopo lo stop a Porta a porta per coronavirus

Il giornalista contro l'azienda che ha sospeso la trasmissione fino a giovedì: «Decisione gravissima e pretestuosa, senza nessuna ragione sanitaria». Mercoledì 4 marzo era stato in studio Zingaretti, risultato poi positivo al contagio.

Nell’Italia “zona protetta” che si tutela dal coronavirus c’è chi lavora da casa, chi lavora lo stesso perché non può farlo da remoto e chi si lamenta perché non lo fanno lavorare. Come nel caso di Bruno Vespa con la Rai, che ha chiuso le porte di Porta a porta.

TUTTA “COLPA” DELLA POSITIVITÀ DI ZINGARETTI

La situazione particolare per la trasmissione sarebbe legata all’ospitata di Nicola Zingaretti, avvenuta poco prima che il segretario del Partito democratico e governatore della Regione Lazio risultasse positivo al contagio.

NIENTE PUNTATA MARTEDÌ, MERCOLEDÌ E GIOVEDÌ

Ma Vespa non ha preso bene la notizia della quarantena forzata: «Apprendo che la direzione generale della Rai avrebbe deciso di non mandare in onda Porta a porta nelle giornate di martedì, mercoledì, giovedì. Da soldato, sono abituato da sempre a rispettare le decisioni aziendali. Ma questa mi sembra gravissima e pretestuosa».

«NESSUNA RAGIONE SANITARIA»

Il conduttore ha quindi precisato i tempi del “contatto” con Zingaretti: «È venuto a Porta a porta nel pomeriggio di mercoledì 4 marzo e ha manifestato i primi sintomi di positività al virus sabato. Il direttore generale dello Spallanzani, professor Ippolito, mi ha confermato che il rischio si limita alle persone che nelle 48 ore precedenti (e non 72, come nel nostro caso) abbiamo avvicinato la persona infetta per più di mezz’ora a meno di un metro di distanza. Questo con Zingaretti non è avvenuto. Non esiste pertanto nessuna ragione sanitaria su cui si fondi il provvedimento».

«NON MI È STATO ACCORDATO NEMMENO DI CONDURRE DA CASA»

In una mail inviata a Dagospia, Vespa poi si è lamentato ancora: «Facendomi carico delle ansie del mondo produttivo del centro tivù di via Teulada, ho chiesto di poter condurre la trasmissione in collegamento da casa mia. Nemmeno questo mi è stato accordato».

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La rivincita della stampa affidabile e l’inattività molesta degli influencer

L'epidemia di coronavirus fa crescere l'audience delle reti televisive e delle testate giornalistiche. Mentre le chiacchiere sui social stanno a zero. Sarebbe il momento ideale per investire in campagne pubblicitarie strategiche, ma in troppi casi anche in questo campo prevale l'irrazionalità.

Boom di audience per le reti generaliste o all news, esplosione della lettura su smartphone. In questi giorni, se voleste chiedere notizia del traffico ai gestori di testate online o agli editori dei siti dei maggiori quotidiani, come abbiamo fatto noi, vi direbbero di aver sperimentato un aumento superiore anche al 50%. Dati simili escono dal sito di Repubblica, de Il Foglio, da questo stesso sito e, sul fronte certo non trascurabile della finanza visto che le Borse europee perdono in media il 3,5% al giorno da due settimane, dalla testata specializzata Investire.

TUTTI VOGLIONO INFORMARSI SUGLI EFFETTI DEL CORONAVIRUS

Tutti vogliono leggere, vogliono informarsi sulla realtà e gli effetti a medio termine della diffusione di coronavirus, e vogliono farlo in modo affidabile. Le chiacchiere stanno a zero, come si dice a Roma e sebbene le stesse circolino liberamente sui social: a dispetto dell’effetto di sfogo e/o di rassicurazione collettiva che garantiscono, in questi giorni di emergenza hanno assunto in via definitiva il loro vero volto, che è quello della vacuità assoluta e non di rado della pura ignoranza.

GLI INFLUENCER RISCHIANO DI SPARIRE

Ovunque si rincorrono dichiarazioni di superiorità o, al contrario, allarmismi biechi ed epiteti razzisti profusi a larghezza di tastiera (valga per tutti il monito di Giuliano Ferrara, spesso critico con questo esecutivo: «E ora fate quel che prescrive il governo e non rompete i c., idiots»). Mentre gli influencer, privi di occasioni ed eventi a cui apparire e di occasioni di “collaborazioni” con i marchi della moda, del turismo e del food, rischiano di sparire dal mercato contagiati dallo stesso virus che li definisce, e talvolta pure con addebito («nessuno che mi sta sul c. muore», il commento di tale Chiara Biasi, circa due milioni di followers che ora, probabilmente e sebbene la stessa abbia prontamente cancellato il post contando su un oblio che, disgraziatamente, online non è possibile ottenere in via definitiva, si domanderanno se valga la pena di interessarsi alle sue scelte), sugli smartphone di ognuno di noi vengono visualizzati più volte al giorno i siti dei quotidiani, e le dirette televisive, per l’aggiornamento sul numero dei nuovi “positivi”, dei contagiati e, purtroppo, dei morti.

COMPORTAMENTI CHE CAMBIANO

Nell’irrazionalità che colpisce sempre, in momenti di crisi, singoli e gruppi, il bollettino quotidiano contribuisce infatti soprattutto ad arginare la paura e ad esorcizzare i timori. Si cerca continuamente la conferma che non stia «capitando a vicino a noi», anzi a noi, alla nostra famiglia e ai nostri cari. Si tenta di capire se valga ancora la pena di prendere il treno per quel tale appuntamento importante, contando sui pochi passeggeri che ormai li affollano, o se sia davvero meglio evitare anche il minimo contatto con il prossimo, fossimo mai noi gli invisibili untori, i portatori asintomatici di coronavirus.

L’OCCASIONE IDEALE PER CAMPAGNE PUBBLICITARIE DI BRAND LOYALTY

Dunque, leggiamo di più, vediamo di più la tv e non solo perché costretti a casa; la Rai segnala forti aumenti nell’ascolto; tutte le reti inframmezzano le notizie e i programmi di approfondimento con film blockbuster di oggi e di ieri, con titoli e volti amati. Volessimo interpretare quello che dicono i manuali di marketing e di comunicazione che si studiano nelle università (e che talvolta noi stessi abbiamo scritto, o che comunque spieghiamo e interpretiamo), sarebbe questo il momento ideale per investire in pubblicità con campagne strategiche, mirate alla cosiddetta “costruzione di brand loyalty”, di fedeltà alla marca: milioni di persone costrette in casa o a usufruire dei soli servizi essenziali, desiderose di rassicurazioni e di certezze alle quali appigliarsi. Quale momento migliore per – appunto – rassicurare o permettere l’evasione con la fantasia? Quale momento migliore per siglare contratti vantaggiosissimi, prenotare pagine pubblicitarie a prezzi scontati, godere di posizioni di spicco sui giornali e in tv?

CRESCE ANCHE L’E-COMMERCE DI LIBRI

E invece, anche in questo caso l’irrazionalità di molti (non tantissimi, per fortuna) sta avendo la meglio sulla pianificazione intelligente di pochi. Allo stesso modo, il rito esorcistico del bollettino due-volte-al-dì sembra annullare i tanti buoni propositi di lettura intelligente, costruttiva, che tanti rivendicano sui famigerati social e anche nelle trasmissioni televisive. Sebbene l’e-commerce di libri sia aumentato del 20% circa in queste due settimane, come segnala Mondadori e siamo certi che andando a cercare fra i titoli maggiormente ordinati troveremmo La Peste di Albert Camus (diamo per scontato che tutti gli italiani abbiano una copia dei Promessi Sposi in casa), la frequentazione delle librerie è infatti crollata del 50%.

QUEI ROMANZI LASCIATI A METÀ

Eppure, nessuna come questa sarebbe l’occasione perfetta per riprendere il famoso romanzo lasciato a metà per presunta mancanza di tempo. Non diciamo di rileggere tutti i sette volumi della Recherche, che è quanto troviamo indicato più di frequente su Facebook fra i desiderata e che sappiamo essere una delle tante osservazioni senza senso seminate qua e là (se non avete letto Proust per trenta o anche sessant’anni, non lo farete certamente adesso che, affidandovi alla rapidità apodittica dei social, avete perso il gusto e anche la concentrazione necessari per affrontare libri più lunghi di cento pagine), ma qualche saggio intelligente, qualche romanzo storico ben scritto e documentato potrebbero rivelarsi la cura ideale per superare l’ansia, pure catartica epperò, del bollettino medico.

DUE SUGGERIMENTI DI LETTURA

Ve ne suggeriamo due, particolarmente adatti alle signore in questa giornata che non avrà cortei: Lessico femminile di Sandra Petrignani, un mosaico di letture e spunti che ricostruisce il sentire delle donne, e L’architettrice di Melania Mazzucco, narrazione a sfondo puntigliosamente storico della Roma barocca in cui si muove Plautilla Bricci (o Briccia), prima architetta (ma in effetti la definizione di architettrice rende meglio l’idea ed appare comunque più qualificante), ottima pittrice (quando percorrete di corsa la navata laterale di san Luigi dei Francesi per ammirare i  Caravaggio, fermatevi alla cappella che li precede) e donna pia e geniale.

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Cosa succede a La Stampa tra scioperi e riorganizzazione

Molinari ha presentato il piano di digitalizzazione voluto da Elkann. Accompagnato però da tagli a compensi e fogliazione, prospettiva di cassa integrazione e sette trasferimenti da Roma a Torino. Così i giornalisti sono andati allo scontro. Pronti a sfiduciare il direttore. In redazione serpeggiano delusione e sconcerto.

È a Torino, dove apparentemente le acque non erano proprio agitatissime (qualche mugugno in redazione per licenziamenti tra i poligrafici, voci ricorrenti ma mai confermate di una uscita del direttore Maurizio Molinari), che sono iniziate le grandi manovre destinate a ridisegnare in tempi brevi l’editoria italiana.

PROTESTA PESANTE CHE HA SORPRESO ELKANN

La Stampa non è andata in edicola sabato 15 e domenica 16 febbraio 2020 per uno sciopero deciso dai suoi giornalisti, che hanno anche ritirato le proprie firme sia dal giornale di carta sia dal web a tempo indeterminato. Risposta pesante, che non ha mancato di sorprendere John Elkann, tornato da poco editore dello storico giornale della famiglia Agnelli.

DOPO QUATTRO ANNI, ALL’IMPROVVISO IL PIANO

Piccola cronologia a monte. Venerdì 14 il Molinari ha presentato ai capiredattori e al comitato di redazione un piano di riorganizzazione del giornale. Lì per lì, tutti a chiedersi come mai il piano si fosse materializzato soltanto ora, visto che il direttore, che c’è da quattro anni, prima non aveva preso alcuna iniziativa in tal senso.

GLI SPUNTI PER SCANAVINO DALL’EDITORIA INTERNAZIONALE

L’interpretazione, quasi ovvia, è che la decisione sia proprio il frutto del cambio di proprietà, anche alla luce del fatto che da qualche tempo il plenipotenziario di Elkann, Maurizio Scanavino, ha visitato una serie di importanti realtà editoriali internazionali per ricavarne idee e suggestioni buone da applicare in casa.

DUE TURNI E DIVISIONE TRA HARD NEWS E SOFT NEWS

Prendendo spunto da varie esperienze nordeuropee il progetto di Molinari è stato accolto positivamente. In sintesi, la redazione viene divisa in hard news e soft news, cioè primo piano e secondo piano, e dedicata prevalentemente al sito con turni dalle 7 alle 15.15 e dalle 14.45 alle 23, più un turno di notte per pochissimi redattori. Un ammodernamento presentato con qualche modifica all’organico, che ha visto mettere da parte una serie di figure stanche lasciando spazio ai più motivati.

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Da destra John Elkann, il direttore de La Stampa Maurizio Molinari e il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. (Ansa)

UN ERRORE DI TEMPISMO HA PORTARTO ALLO SCONTRO

Tutto bene dunque? Non proprio, perché (e qui forse l’editore ha mostrato, se non ingenuità, un difetto di tempismo) il piano è stato accompagnato da una serie di altre decisioni che hanno portato al successivo scontro tra le parti.

NIENTE INVESTIMENTI NÉ ASSUNZIONI, ANZI

La prima è che la digitalizzazione non parte sul modello Washington Post con investimenti e assunzioni, ma a costo zero, con tagli ai compensi per straordinari e domeniche, la minaccia di una futura cassa integrazione finalizzata a prepensionamenti e, come se non bastasse, con un parallelo taglio della fogliazione nazionale di carta da 40 a 32 pagine e degli inserti settimanali cartacei Tuttosoldi, TuttosaluteTuttigusti. Esercizi di stile, che diventano canali web verticali.

SETTE TRASFERIMENTI DELLA DISCORDIA DA ROMA A TORINO

Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha portato alla decisione di scioperare (a La Stampa, dove la parola sciopero non veniva pronunciata da anni, negli ultimi mesi ne sono stati indetti tre) è stata la decisione di spostare dal 2 marzo da Roma a Torino sette redattori, di cui sei donne.

UNA STRATEGIA PER INCENTIVARE L’USCITA

Come sa chi è avvezzo a strategie sindacali, il trasferimento della sede di lavoro risponde alla speranze dell’editore che i giornalisti non accettino e decidano sua sponte di andarsene. Molti i precedenti in merito. L’ultimo, quello della chiusura della sede romana de il Giornale, con relativo spostamento di 18 redattori a Roma, non ha dato però l’esito immaginato visto che quasi tutti, pur di non perdere il lavoro, hanno accettato lo spostamento.

SPERANZE DEI GIORNALISTI GIÀ DELUSE

A Torino, mentre il giornale continua a uscire senza le firme, l’atteggiamento prevalente oscilla tra la delusione e lo sconcerto. Convinti di essere stati considerati dalla gestione De Benedetti il fratello minore de la Repubblica, erano sicuri che il ritorno del loro storico editore segnasse un riequilibrio paritario dei ruoli. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, probabilmente i giornalisti de La Stampa si sono sbagliati.

E SI SUSSURRA ANCHE DI UNA SFIDUCIA AL DIRETTORE

Così, tra bellicosi propositi di alzare il livello dello scontro fino, si sussurra, alla possibile sfiducia del direttore, e attese su un futuro che è ancora tutto da disegnare (l’operazione del passaggio da Gedi a Exor deve essere formalizzata ad aprile) a Torino si aspettano con una certa apprensione le prossime mosse. In primis gli interventi su la Repubblica, che potrebbero ridimensionare le ambizioni nazionali del quotidiano torinese.

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Ferragni & Co occhio: arrivano i micro-influencer

C'è la convinzione che per sviluppare e mantenere l’immagine positiva di un’azienda siano necessari costosi testimonial. Oggi, però, il mercato è diventato molto più competitivo. I big non passeranno di moda, ma si può investire sull'engagement social dei più piccoli. E perché no dei propri dipendenti.

Pochi soldi da investire e una grande fama da costruire? Non c’è problema.

Con l’avvento dei social e dell’uso diffuso di questi in ogni strato della società, non c’è più bisogno di spendere cifre astronomiche per ingaggiare influencer e testimonial famosi.

Si stanno infatti affacciando sul mondo digital i cosiddetti “micro-influencer”, gente comune che non vive di marketing e sponsor, ma che riesce a ingaggiare la sua fetta di pubblico in maniera autonoma e spontanea creando attorno a sé una piccola comunità attiva con cui è in grado di intrattenere un dialogo costante.

IL MONDO DEI MICRO-INFLUENCER

I micro-influencer sono, dunque, persone ordinarie che nel mondo virtuale possono raggiungere anche i 5 mila follower semplicemente comunicando le proprie passioni. Un numero ridicolo se paragonato a quello dei follower dei “signori influencer” come Chiara Ferragni (18,4 milioni su Instagram) o Gianluca Vacchi (14,7 milioni). Se si tiene conto, però, che queste persone non fanno del loro engagement un mestiere, il loro ruolo sui social può essere considerato una vera e propria skill.

LEGGI ANCHE: Attivismo online, così i millennial possono rottamare gli influencer

Nonostante la grande disparità nei numeri, il ruolo dei micro-influencer non è da sottovalutare, come non è da sottovalutare il ruolo che i singoli individui, anche quelli che non raggiungono i 5 mila follower, ricoprono nello spazio virtuale. Spesso le aziende, le stesse che cercano in tutti i modi di costruirsi una buona reputazione sul mercato, hanno proprio dentro le loro mura una grande opportunità senza, però, rendersene conto. 

SE IL DIPENDENTE DIVENTA TESTIMONIAL

Gli stessi dipendenti possono, infatti, partecipare sui social attivamente, influenzando silenziosamente altre persone e piccole comunità sulla qualità, quantità e innovazione del lavoro che svolgono. Alla luce di ciò, conoscere l’engagement dei propri dipendenti sui social è oramai prassi comune e questa conoscenza, se organizzata e sfruttata nella giusta maniera, può diventare un asset per l’azienda stessa. Instradare i propri dipendenti all’utilizzo cosciente dei social media può creare benefici da entrambe le parti: da un lato i dipendenti possono sentirsi liberi di esprimersi attraverso questi strumenti, dall’altro le aziende possono godere della “pubblicità” dei propri dipendenti.

L’ESEMPIO DI REGIONE LOMBARDIA

All’avanguardia, su questo aspetto, è la Regione Lombardia che nel “Piano di comunicazione e promozione 2020” ha specificato che «si lavorerà per favorire l’engagement e il coinvolgimento dei dipendenti come potenziali divulgatori delle politiche regionali». Tale coinvolgimento deve però essere soggetto a precise regole al fine di evitare possibili fraintendimenti. Per questi motivi, la Giunta ha comunicato che si darà vita a una vera e propria policy per l’utilizzo dei social da parte dei dipendenti affinché abbiano chiaro in che modo ed entro quali limiti poter utilizzare questi strumenti. 

BISOGNA MIGLIORARE LA COMUNICAZIONE INTERNA

Dunque, se il grande influencer sta pagando lo scotto di un mercato sempre più competitivo, le aziende hanno trovato la chiave di volta per risparmiare ingenti somme di denaro. Come ho avuto modo più volte di scrivere su questa rubrica, autenticità, riconoscimento e coinvolgimento dei propri interlocutori rappresentano elementi chiave per costruire una buona reputazione. Se questa autenticità, coinvolgimento e riconoscenza vengono dai propri dipendenti, il messaggio risulta essere ancora più incisivo. Chi vive l’azienda è il primo testimonial di questa e, con l’avvento dei social, manager e Ceo l’hanno capito. La reputazione costruita dai dipendenti rappresenta, però, un’arma a doppio taglio: il dipendente, infatti, valorizza solo se viene valorizzato. Malumori, informazioni poco chiare e disinteresse possono far fallire l’intento iniziale della costruzione di una buona reputazione e, anzi, addirittura creare l’effetto opposto. Dare vita e formalizzare un processo simile significa, quindi, apportare cambiamenti profondi alla comunicazione interna e creare un nuovo modo di lavorare. 

I BIG ENTRERANNO IN CRISI?

Ma che fine faranno i grandi influencer? Saranno costretti a cercare un altro lavoro? No, i big rimarranno sempre un esempio e un punto di riferimento per la società digitale, faro d’avanguardia ed emulazione per chiunque voglia intraprendere questo percorso. Quel che è certo è che, per molti, l’attività sui social come brand ambassador o influencer di piccole comunità sta diventando una sorta di “secondo lavoro”, se non addirittura il primo. Creando nuove figure professionali, il mondo virtuale risponde alla paura condivisa da 7 milioni di persone: perdere il lavoro a causa delle nuove tecnologie. I dati dell’ultima ricerca Censis-Eudaimon hanno dimostrato che soltanto il 14% dei lavoratori sono a rischio, mentre i social e lo sviluppo di nuove interfacce garantisce una continua evoluzione del mondo del lavoro. Il grande influencer non passerà quindi di moda: continuerà a intrattenere il suo pubblico a creare contenuti nuovi, ma dovrà certamente scontare il fatto che il mercato sarà sempre più competitivo e popolato da chi, nel suo piccolo, si è guadagnato una piccola fetta di torta. 

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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Non accettiamo che Vittorio Feltri riduca lo stupro a un dibattito da bar

Ha detto in radio e ribadito su Twitter che violentare una donna «è difficile e comporta una fatica bestiale». Una banalizzazione grave e insopportabile, ancor più da parte del direttore di un giornale. Perché il grado di resistenza della vittima non è un parametro in caso di abusi.

«Io sostengo che stuprare una donna sia uno schifo che comporta una fatica bestiale, mentre Parenzo dice che si fa facilmente. Chi ha ragione?». A parlare di violenza sessuale come fosse una partita di calcio di cui discutere al bar tra un rutto e una birra media è purtroppo un direttore di giornale: Vittorio Feltri, la cui misoginia è affare piuttosto noto. Parliamo sia dei suoi titoli – chi si ricorda il tristemente famoso “Patata bollente” in prima pagina su Libero riferito alla sindaca di Roma Virginia Raggi? – ma non solo: un paio di anni fa in un collegamento televisivo riuscì a parlare di «atto eroico» e di «pelo sullo stomaco» riferendosi allo stupratore di una senzatetto 74enne avvenuto a Roma. Parole offensive che fecero discutere. Feltri però non è cambiato di una virgola: nemmeno il #MeToo è riuscito a scalfire di un briciolo la sua volgarità, e il rispetto non è qualcosa che si impara.

LA «FATICA» PURE NEL SESSO CONSENZIENTE

Così l’11 febbraio il direttore di Libero è tornato a parlare di stupro – sarà un’ossessione? – in diretta a La Zanzara su Radio24. «Parenzo si è molto incazzato la settimana scorsa per una frase che tu hai detto sullo stupro: Si fa una grande fatica a scopare, figuriamoci a stuprare una persona», lo ha incalzato Cruciani. «Personalmente faccio fatica a scopare una che me la dà volentieri, figurati se posso scopare una che non me la vuole dare. Bisogna usare tutti i muscoli per tenerla ferma», risponde Feltri.

LO STUPRO «TECNICAMENTE DIFFICILE»

Parenzo, turbato, lo ha accusato di stupidaggine e di grezzume. Ma Feltri noncurante ha rincarato la dose. «Lo stupro è tecnicamente difficile, molto difficile. Bisogna usare la forza per piegarla alla sua volontà, ammetto che non saprei farlo».

Viene da chiedersi innanzitutto che senso abbia questa disgustosa conversazione e perché non è stata troncata sul nascere per rispetto di un tema serissimo e delle vittime di violenza sessuale che nel nostro Paese stanno salendo, come sottolineato dal rapporto Eures 2019 su femminicidio e violenza di genere. Solo quelle denunciate – quindi una minima parte – sono in costante aumento negli ultimi cinque anni: nel 2018 hanno raggiunto i 4.886 casi, con una crescita del 5,4% sul 2017 e del 14,8% sul 2014.

UNO STUPRO NON SI MISURA CON LA RESISTENZA DI UNA DONNA

Le parole offensive di Feltri non solo ignorano il dolore di queste vittime, banalizzando lo stupro, ma sembrano persino dare poca credibilità a questi episodi. Sembrano lasciar intendere: Se è così difficile violentare una donna, sarà vero che lo fanno in così tanti? Siamo sicuri che non ci sia un po’ di consenso? Siamo sicuri che lei si ribelli? Perché se si ribella non è facile andare fino in fondo… Pensieri inqualificabili e privi della minima cognizione di causa visto che sappiamo che ogni donna reagisce in modo diverso a un’aggressione, che lo choc e la paura possono immobilizzarci, ma che se in quel momento non abbiamo la forza di urlare o di provare a divincolarci non stiamo certo dicendo . Il consenso non si misura con il grado di resistenza della vittima. E no, per stuprare una donna non si fa nessuna fatica. La fatica la fa la vittima. Fatica nell’elaborare quello che è successo, nel riuscire a trovare la forza di raccontarlo, nel riviverlo nelle aule di tribunale, o nel tenerlo per sé se non ci si riesce. Il resto non meriterebbe nemmeno un commento. Ma non possiamo accettare che un direttore di un giornale si esprima in questi termini, e anziché scusarsi ne faccia persino un goliardico dibattito su Twitter.

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La domanda che nessuno fa: l’Italia saprebbe gestire un’epidemia di coronavirus?

Lo Spallanzani di Roma è un centro di altissimo livello. Ma non sappiamo cosa accadrebbe se invece di pochi casi, i contagiati fossero centinaia. Disinnescare la psicosi è corretto, ma non deve impedire una informazione completa.

Il nuovo virus nato in Cina ha avuto il suo eroe: ed è un eroe tutto cinese. Giovedì sera, dopo un balletto di smentite e conferme da parte delle autorità di Pechino, la stampa indipendente di Hong Kong ha dato la notizia della morte di Li Wenliang.

Li, medico oftalmologo di Wuhan, è stato il primo a dare l’allarme sul nuovo virus, ma non è stato creduto. Anzi, le autorità lo hanno fermato e interrogato accusandolo di diffondere notizie false e «fomentare il disordine sociale».

È stato completamente scagionato e riabilitato quando ormai la Cina non ha potuto più nascondere il disastro. Li, a quel punto, non ha perso tempo con i vittimismi ma silenziosamente è tornato in corsia, in mezzo agli ammalati, agli infettati. Senza pensare ai rischi per la sua vita, come i veri eroi.

LI WENLIANG, EROE COME CARLO URBANI

È triste ripensare a quanto la sua storia ricalchi in buona parte quella di un altro drammatico contagio – quello della Sars – che vide un altro medico-eroe, questa volta italiano: Carlo Urbani. Infettivologo dell’Oms, fu il primo a riconoscere l’allora misterioso virus-killer, il primo a indossare lo “scafandro” e, silenziosamente, a darsi da fare tra gli infettati in un ospedale thailandese. E anche lui si ammalò, sacrificando la sua vita. Carlo Ubani, Li Wenliang sono i veri eroi di questi nostri tempi di emergenza da virus. 

coronavirus primo medico allarme Li Wenliang
Li Wenliang.

A 17 ANNI DALLA SARS, LA CINA NON È ANCORA TRASPARENTE

Ripercorrere le ultime settimane di vita del medico cinese ci consente però anche di renderci conto di quanto questo nuovo virus sia in qualche modo anche il virus dell’ipocrisia. Quella della autorità cinesi e della stessa Organizzazione mondiale della Sanità. Se è vero che Pechino ha in qualche modo “imparato” dalla terribile lezione della Sars (17 anni fa nascose per mesi e mesi l’insorgere dei casi di polmonite letale specie nella regione del Guangdong), nemmeno questa volta la trasparenza è stata quella che ci saremmo aspettati da una nazione che negli ultimi anni ha fatto passi da gigante. Una nazione che vuole candidarsi a prima potenza globale ed esportare nel mondo il suo modello di sviluppo.

I RITARDI COLPEVOLI DI PECHINO E DELL’OMS

Adesso sappiamo che i primi casi si conoscevano nella regione di Wuhan, l’Hubei, fin dai primi di dicembre 2019 e che le autorità hanno atteso settimane, perdendo tempo prezioso, anzi preziosissimo, prima di dichiarare l’emergenza e adottare le misure draconiane di contenimento dell’epidemia che poi, effettivamente, hanno adottato. 

coronavirus quarantena italia europa
Controlli medici in Cina.

E adesso sappiamo che Pechino ha utilizzato tutto il peso che ha all’interno dell’Oms per far sì che procastinasse la decisione di dichiarare il nuovo coronavirus emergenza sanitaria globale. Ammissione arrivata solo qualche giorno fa. Ritardi, ancora una volta ritardi, tentativi di copertura, responsabilità rimpallate tra i vari funzionari dell’immensa macchina burocratica cinese. E poco importa che lo stesso sindaco di Wuhan abbia ammesso la responsabilità del ritardo, e con lui anche il capo della locale commissione sanitaria. Scuse, ammissioni anch’esse tardive.

La Borsa di Shanghai alla riapertura (Getty Images).

C’è poi un altro rischio che corriamo. Perché un conto è tentare di disinnescare la psicosi dilagante per non alimentare ulteriormente fake news e complottismi (e razzismo), un altro è non porsi domande più che lecite. Per esempio, in Italia si parla della coppia di cinesi ricoverati allo Spallanzani e del 30enne italiano rimpatriato da Wuhan e in quarantena con altri 54 connazionali. Nessuno però, nell’opinione pubblica, si pone apertamente il problema di cosa potrebbe succedere se questi casi diventassero non dico 2 mila, ma anche solo 200. Lo Spallanzani è una struttura di eccellenza nel trattamento di virus pericolosi, con ricercatori e medici che hanno dimostrato, ancora una volta, di essere altamente specializzati. Ma chi ci assicura che il nostro sistema sanitario sarebbe in grado di gestire un numero elevato di pazienti in assoluto isolamento?Aspettando una risposta ci consoliamo omaggiando il coraggioso medico Li Wenliang. Ma, ancora una volta, dovremmo anche ricordare quanto sia sventurata la terra che ha bisogno di eroi.

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È l’epidemia a fare informazione o l’informazione a fare l’epidemia?

La divulgazione scientifica, soprattutto se connessa ai rischi di salute, è una grandissima sfida. Esulando dalle grandi logiche della comunicazione di crisi, i casi quello quello del coronavirus possono essere considerate un asset strategico per implementare modelli informativi.

Infodemia”, questo è il termine, esplicativo, scelto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per spiegare (e lanciare l’allarme) il rischio di una epidemia di fake news, capaci di creare allarmismo e persino panico, capaci di creare mostri e far vacillare interi settori economici. Questo infatti stanno generando le informazioni relative alle epidemie sui social al divampare del Coronavirus riportando all’attenzione la questione, rimasta irrisolta, relativa alla comunicazione scientifica e, in generale, alla gestione delle crisi transnazionali.

Infodemia indica, secondo l’Oms, quell’«abbondanza di informazioni, alcune accurate e altre no, che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili quando ne hanno bisogno». La disinformazione, o meglio l’informazione fai da te, sul virus cinese e sulla sua pericolosità sta creando ulteriori effetti negativi nella gestione dell’epidemia.

Più che interrogarci sulle ragioni del fenomeno, ci dovremmo chiedere: è l’epidemia a fare informazione o l’informazione a fare l’epidemia? Il fenomeno, strettamente legato all’emotività e alla sensibilità dell’audience, rimane negli anni, nei suoi tratti caratteristici, uguale a sé stesso, mentre evolvono i mezzi con cui viene comunicato.

COMUNICARE UN’EPIDEMIA SIGNIFICA TOCCARE LA SFERA EMOTIVA

Se già in passato, attraverso i media tradizionali, le conseguenze della diffusione delle notizie scientifiche relative a possibili focolai di virus erano difficili da gestire, oggi la situazione sembra essere completamente sfuggita di mano. Attraverso piattaforme quali Facebook, Twitter, Linkedin, Instagram, ognuno può dire la sua, incidendo profondamente sulla percezione dell’avvenimento. Dunque, per affrontare al meglio la gestione di questo tipo di avversità è necessario ripensare il concetto di comunicazione di crisi.

L’informazione globale non consente di nascondere nulla

Come ho avuto modo più volte di ricordare in questa rubrica, nella società della post verità, le informazioni scientifiche sono sempre le più difficili da comunicare a causa del linguaggio, spesso tecnico e ostico, che viene utilizzato. Comunicare un’epidemia significa toccare la sfera emotiva del pubblico e questo, se fatto attraverso l’uso di un linguaggio poco chiaro, può comportare gravi incongruenze.

Controlli sui passeggero all’aeroporto Leonardo Da Vinci di Roma.

Le epidemie rappresentano una grave crisi transnazionale e come tali devono essere gestite. L’informazione globale non consente di nascondere nulla. Non ci si rivolge, poi, ad un unico target, ma ad un pubblico vasto che comprende ogni strato della società. Inoltre, in questo caso, gli attori coinvolti nel processo comunicativo solo molteplici e, spesso, autorevoli: dagli Stati alle organizzazioni internazionali, dalle multinazionali ai singoli ospedali, fino alle organizzazioni non governative. Una grande sfida per i comunicatori, dunque.

SERVONO TRASPARENZA, CREDIBILITÀ E DATI AGGIORNATI E ACCESSIBILI

La comunicazione di un’epidemia dovrebbe allora essere basata su almeno alcuni principi fondamentali, che l’Oms ha ben chiarito da tempo: trasparenza, credibilità, rilevanza, tempestività e chiarezza. Una comunicazione trasparente, basata su dati aggiornati e accessibili, costituisce sicuramente la base per creare con l’opinione pubblica la fiducia necessaria ad evitare il panico. La tempestività è fondamentale per evitare che informazioni sbagliate possano dare un quadro più drammatico della realtà sulle condizioni di diffusione dei virus. L’informazione deve essere poi chiara e rilevante, deve utilizzare un linguaggio semplice e fruibile da tutte le persone.

Servono messaggi brevi, precisi ed efficaci che siano in grado di trasmettere sicurezza

Inoltre, il messaggio, in questo caso più che mai, deve essere concreto. Non è necessario costruire storytelling sofisticati; è necessario comunicare i veri rischi presenti e come affrontarli. Messaggi brevi, precisi ed efficaci che siano in grado di trasmettere sicurezza. Usando quando possibile testimonial credibili e conosciuti. Questa la vera sfida per la comunicazione delle emergenze sanitarie. Con cosa comunicare? Dovendoci rivolgere ad ampi strati della pololazione, di diversa estrazione cultura, età e abitudini non dovremo rinunciare a nessun mezzo di comunicazione, da quelli diretti a quelli intermediati.

Ovviamente i social media sono lo strumento più immediato ed economico, ma non possono essere trascurati i tradizionali mezzi televisivi e cartacei, oltre ad un processo di comunicazione diretta come lettere e mail in casi puntuali ed estremi. È quindi importante mantenere un approccio strategico e integrato che permetta di avere sotto controllo le informazioni che circolano sui tutti i media e comunicare l’epidemia a ogni target. Il tempo saprà darci le risposte, quel che è certo è che siamo difronte all’inizio di una nuova era che potrebbe cambiare le regole del gioco.

GIanluca Comin è professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma.

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Il fondatore di Snapchat ospite dell’Osservatorio permanente giovani-editori

Evan Spiegel a marzo Firenze per festeggiare il 20esimo anniversario.

Sarà il fondatore e Ceo di Snapchat Evan Spiegel l’ospite di Andrea Ceccherini che interverrà, nel mese di marzo a Firenze, in occasione dei festeggiamenti del ventesimo anniversario dell’Osservatorio permanente giovani – editori.

Spiegel sarà in Italia per incontrare i giovani delle scuole secondarie superiori italiane che partecipano all’iniziativa “Il quotidiano in classe” e si confronterà sul futuro con il presidente dell’Osservatorio e l’amministratore delegato di Tim Luigi Gubitosi.

Tra i temi che verranno affrontati durante l’incontro, l’importanza della conoscenza e consapevolezza degli strumenti offerti dalla Rete e del loro corretto utilizzo, in particolar modo tra i giovani, su cui Tim e Osservatorio permanente giovani – editori intendono collaborare per rendere i giovani dei cittadini responsabili della nuova “digital society”.

La giornata evento che vedrà la partecipazione del leader di una delle app di foto e messaggi istantanei più popolari al mondo si inserisce nei festeggiamenti per il ventesimo anniversario dell’Osservatorio permanente giovani-editori, l’organizzazione leader nei progetti di educazione ai media e di alfabetizzazione economico finanziaria.

L’appuntamento, che vedrà al centro della scena i giovani, fa parte di una serie di grandi incontri, intitolati “20 anni di Osservatorio Permanente Giovani-Editori: un dialogo internazionale per connettere i giovani al futuro” che si è aperta lo scorso 3 Ottobre, sempre a Firenze, alla presenza del Ceo di Apple Tim Cook.

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Morta una Repubblica se ne fa un’altra

L'dea di ripetere l’avventura del 1976 sarebbe balenata nella testa di un terzetto dall’amicizia consolidata: Carlo De Benedetti, Carlo Feltrinelli e Gad Lerner. Per la direzione si pensa a Verdelli. Sempre che la proprietà di Gedi decida di rimpiazzarlo con Molinari della Stampa.

E se nascesse una Repubblica due? Pare, secondo sussurri e mezze ammissioni di corridoio prontamente intercettati da questa rubrica che l’idea di ripetere l’avventura del 1976, che sarebbe ormai allo stadio di progetto vero e proprio, sia balenata nella testa di un terzetto dall’amicizia consolidata: Carlo De Benedetti, Carlo Feltrinelli e Gad Lerner.

Con quest’ultimo a fare da anello di congiunzione anche con Carlo Verdelli, che formalmente da direttore dell’attuale quotidiano fondato da Eugenio Scalfari non può certo far parte di un’operazione concorrente.

Ma sarà proprio lui il direttore della nuova Repubblica, qualora la proprietà di Gedi subentrata ai fratelli Marco e Rodolfo De Benedetti decida, come sembra ormai certo, di rimpiazzarlo con l’attuale direttore della Stampa, Maurizio Molinari. Cosa che verosimilmente comporterà un significativo cambio di linea editoriale e politica di Repubblica.

LA TELA TESSUTA DA GAD LERNER

Ed è proprio per la prospettiva di questo cambio di direttore e di linea che Lerner ha tessuto la tela dell’idea di far nascere nella carta stampata “una cosa di sinistra”, facendo leva sulla sua amicizia sia con l’Ingegnere – voglioso di una rivincita dopo aver perso la battaglia per evitare che i suoi figli cedessero la casa editrice che edita la Repubblica e L’Espresso – che con l’amministratore delegato della Feltrinelli, il quale, forte del successo sia nella produzione di libri sia nella gestione della catena di librerie più moderna e diffusa d’Italia, sogna di fare qualcosa di grande che non gli abbia lasciato in eredità sua madre Inge.

TRA LE FIRME DA INGAGGIARE SERRA, DE GREGORIO E MERLO

Lerner, nel frattempo, sta stilando la lista delle firme da ingaggiare. Tra quelle attualmente in forza a Repubblica, si dice che in cima alla lista ci siano Michele Serra, Concita De Gregorio e Francesco Merlo. Un punto interrogativo è invece apposto a fianco del nome di Ezio Mauro: non si sa se l’ex direttore di Repubblica vorrà essere della partita.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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