Avere il cancro al tempo dei social network

Sono sempre di più le persone che, specialmente su Twitter, rivelano di avere un tumore cercando conforto nelle interazioni. Lo strazio di una verità che nessuno vorrebbe pronunciare ma un giorno si ritrova a urlare a una platea virtuale, sperando che diventi vera e curi almeno la solitudine.

Si parla tanto di tendenze in Rete, di insulti e controinsulti, di hate speech e free speech e c’è chi vuole metter dei sacchi di sabbia vicino alle finestre dei social, per dire il controllo anagrafico, capillare, maniacale che poi non serve a niente. Ecco, si parla sempre delle autostrade dell’odio che viaggiano tra Facebook e Twitter e non c’è dubbio, perché la pianta storta dell’umanità non può raddrizzarsi nel mondo virtuale, anzi si esalta nelle sue contorsioni, l’uomo storto nasce e storto muore.

Però, poi, c’è un però. Però non è solo questo, la Rete. Non sono solo questi, i social. Qui c’è tanta solitudine. Qui c’è paura, e disperato urlo muto di speranza, e sconcertata richiesta di qualcosa, qualcuno cui aggrapparsi anche per finta, anche senza conoscerlo. Qui c’è il grido: io sono vivo, io voglio restare vivo. Malgrado tutto, a dispetto della cattiveria degli umani, della loro distanza, di un domani che mi aspetta tremendo come un percorso di guerra.

Perché sui social, Twitter in particolare, sono sempre di più quelli che annunciano: ho un cancro, comincio la chiemioterapia, restatemi vicino. E li vedi, ci inciampi contro, e non sai come reagire, non sai cosa pensare: è giusto, dare in pasto il proprio male? È normale, chiedere aiuto in questo modo così drammatico e volatile? Serve a qualcosa, o è solo patetico? Ma poi, non siamo tutti patetici di fronte al nostro male, che minaccia di spegnerci? Che senso ha chiedere parole sconosciute, se siamo lastre di vetro dove parole scorrono?

QUELLE GRIDA DI AIUTO COSÌ DIVERSE E COSÌ UGUALI

Eppure, i social scoppiano di queste grida quiete, gentili, quasi titubanti, quasi esitanti. C’è la signora in età, i capelli bianchi, vaporosi, c’è la ragazzina che non penseresti mai, così fresca, così ragazzina. E c’è la donna fatta, coi suoi percorsi speciali, la fatica e il lavoro, donna madre con figli da rassicurare, mentre è lei a tremare. E c’è il signore che ti guarda fisso, vorrebbe dimostrarsi uomo, forte, sicuro anche in questa prova, ma cos’è un uomo senza la paura da sfidare?

Ho paura, non so chi sei, ma stammi vicino perché la vita mi sta mettendo alla prova più estrema e allora non c’è più spazio per l’odio, l’anonimato, il mondo virtuale, quello reale

Sono tanti, e sono sempre di più; anche a voler sospettare che qualcuno cerchi solo attenzione, o che, pure in buona fede, sia caduto nell’emulazione di quella spinosa tendenza tra i vip a raccontare proprio tutto, anche questo, anche la malattia, buona ultima Emma Marrone, la cantante di cui non si è mai capito del tutto il nemico, ma tutti abbiamo immaginato il peggiore, e finalmente, dopo un mese, eccola sulle pareti di tutte le stazioni della metropolitana col volto del suo nuovissimo disco; anche a calcolare la malizia degli uomini e donne che restano piante deboli e storte, la maggior parte di questi profili sono umani, troppo umani.

A questi non serve l’anonimato, non lo cercano. Vogliono solo che qualcuno, o tanti, tutti sconosciuti, che non incontreranno mai, che non li vedranno mai sulle loro poltrone di dolore, però si prendano cura di loro per un attimo: ho paura, non so chi sei, ma stammi vicino perché la vita mi sta mettendo alla prova più estrema e allora non c’è più spazio per l’odio, l’anonimato, il mondo virtuale, quello reale, le autostrade della follia.

LA RICERCA DI QUALCUNO NELLA SOLITUDINE DELLA MALATTIA

Adesso è solo assenzio, che brucia e, speriamo, guarisce, e pazienza, e dietro le vetrate quel sole che speriamo di poter riprendere in mano un giorno. Presto. Stammi vicino, ho un tumore, «domani inizio la chemioterapia, ma io sono forte, ce la farò». E, sotto, le centinaia le migliaia di cuori, di condivisioni, di auguri magari di circostanza, ma almeno ci sono: non sarebbe atroce se un urlo così cadesse in un imbuto di disattenzione? Forse, malgrado le storture, nella pianta umana qualcosa da salvare ancora c’è. C’è la fragilità di chi è colpito, la solidarietà automatica, distante, distratta, ma presente, di chi se ne accorge. «Aiutami», l’invocazione che rende umano un essere umano. «Ci sono», la risposta che rende umano un essere umano.

Nei social ci sono anche istanti di eternità, c’è lo strazio di una verità che nessuno vorrebbe pronunciare ma un giorno si ritrova ad urlare a una platea possibile, sperando che diventi vera

Magari, è solo un’illusione. Magari invece fa bene per davvero. Ma, ecco, è per dire che le autostrade dei social non sono solo piene di scontri di ego, carambole di meschinità, epocali cazzate senza speranza, finzioni di finzioni avvolte nella bugia. Ci sono anche istanti di eternità, c’è lo strazio di una verità che nessuno vorrebbe pronunciare ma un giorno si ritrova ad urlare a una platea possibile, sperando che diventi vera. L’incubo di tutti, ho un cancro, comincio una cura difficile, aleatoria, statemi vicino, vi cercherò inchiodato alla mia poltrona di dolore, mentre l’assenzio scorre in me insieme alla paura e alla speranza.

Non è un discorso d’odio e non lo è di libertà. È solo spavento, pietà. E sono così tanti, e poi sempre di più. Sì, probabilmente qualcuno ha pensato che se succede a un vip, se lo fa anche un vip, allora può farlo anche lui. E dopo di lui un altro, e un altro, e un altro. Tu ci inciampi e ti chiedi se sia giusto poi metterci un cuore, se sia giusto tirare via. In tutti i casi è strano, imbarazzante e ingrato. Ma, mentre vai via, più o meno leggero di un cuore distante, non puoi fare a meno di specchiarti. Perché un giorno quel grido muto su Twitter potresti lanciarlo tu.

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Corriere della Sera: per la direzione Cairo pensa a Molinari

Più nell'editore matura l’idea di scendere in politica, sempre meno Fontana - il cui contratto scade a fine anno - gli pare adatto a guidare il giornale. Meglio il numero 1 della Stampa. Forte di relazioni internazionali che un giorno potrebbero tornare utili.

Dopo averci pensato per parecchio tempo, ora Urbano Cairo avrebbe preso la decisione con lo stesso spirito con cui chiede a Walter Mazzarri di cambiare i giocatori del suo Torino: fuori Luciano Fontana e dentro Maurizio Molinari. Sono mesi che l’azionista di controllo di Rcs non è più soddisfatto del direttore del Corriere della Sera, che una volta portava in palmo di mano.

IL CONTRATTO DI FONTANA SCADE NEL 2019

Via via che in Cairo cresceva l’idea di imitare il suo maestro e idolo Silvio Berlusconi e di scendere in politica, sempre meno Fontana gli pareva adatto a guidare “politicamente” il suo giornale. «Troppo morbida e indefinita la linea politica, poco pop il profilo editoriale del giornale», ha confidato Cairo agli amici più fidati, cui ha svelato che il contratto di Fontana è in scadenza a fine 2019. Così aveva accarezzato l’idea di affidare le redini del quotidiano di via Solferino ad Aldo Cazzullo, capace, tra libri sfornati a getto continuo e molte presenze televisive, di una forte popolarità mediatica

A PESARE LE RELAZIONI INTERNAZIONALI DI MOLINARI

Poi però ci ha ripensato. Meglio il direttore della Stampa, Molinari, più sofisticato politicamente ma soprattutto dotato di un tale portafoglio di relazioni internazionali – più di altri Stati Uniti e Israele dove è stato a lungo corrispondente – che farebbe assai comodo a Cairo se decidesse di rompere gli indugi e mettersi alla testa di quel “partito di centro che non c’è” di cui tanto si parla. Naturalmente a Molinari non pare vero di approdare al soglio Solferino. E non solo per il prestigio del Corsera. Non gli dispiace affatto di lasciare Gedi, dove è sì finito lo scontro dentro la famiglia De Benedetti ma il futuro del gruppo è ancora tutto da scrivere.


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Gerd Leonhard: «Vi spiego perché l’uomo ringrazierà i robot»

In 20 anni cambierà tutto. Anche tanti media, di carta e online, spariranno. Con molto meno lavoro ma molti più profitti. Pure per lo Stato. La sfida nell’etica e nella redistribuzione. Il futurologo a L43.

Un mondo senza auto a carburante e call center. Dove lavorare da indipendenti per tre ore al giorno, mantenuti da un reddito minimo di base, garantito dagli introiti statali di energie potenzialmente illimitate e dai costi di produzione massicciamente abbattuti. Un mondo dove andare poi a svagarsi in locali magari con l’insegna no smartphone accanto a no smoke. O accendendo radio e tivù on demand. Navigando con la voce su una Rete molto più veloce e snella di siti web, grazie al 5G e all’intelligenza artificiale (Ai) che sbrigherà tutte le ricerche dati e i compiti di routine. Quel mondo, secondo le previsioni del futurologo tedesco Gerd Leonhard, pensatore e da anni studioso dell’impatto delle tecnologie digitali, non sarà la società mostruosa dei film sul futuro di Hollywood. Ma potrebbe diventarlo se l’etica umana non riuscirà a dominarla.

LA RIVOLUZIONE PIÙ RAPIDA

L’autore di Technology vs. Humanity (2016) non minimizza sulle distopie di un avvenire pervaso da macchine in potenza superuomini. «Potremo fare delle bombe o dei miracoli, una responsabilità tremenda», spiega a Lettera43.it dall’Internet Festival di Pisa, «il mondo cambierà più nei prossimi 20 anni che non negli ultimi 300. Il decollo concomitante di più tecnologie – dal 5G, all’Internet delle cose (Idc), all’ingegneria genetica che modificherà il genoma – porterà al più grande e repentino cambio di paradigma della storia». Per Leonhard, con alle spalle oltre 1500 speech anche tra i big del tech, settori come il bancario verranno smantellati. La gran parte dei giornali sparirà, anche online, se non diverranno un brand con più offerta digitale. «Ma l’umanità creativa» assicura «vincerà i robot e li guiderà».

Internet tecnologie futuro intervista Gerd Leonhard
Il futurolo Gerd Leonhard.

DOMANDA. Che input riceve quando raccomanda per esempio agli staff di Google o di Microsoft a restare umani, di collaborare per creare insieme i Consigli etici digitali?
RISPOSTA.
Sono fiducioso, anche loro sono esseri umani che non vogliono diventare macchine. Il problema delle tecnologie più potenti dell’uomo è che non hanno discrimine tra bene e male. Anche il Dalai Lama ritiene l’etica più importante della religione. Predico con urgenza una rete di Consigli etici digitali a livello di città, Paesi, regioni e infine del mondo, perché il gioco non sfugga di mano. Al momento sono una 20ina. Solo con questo sistema capillare e gerarchico potremo accordarci su cosa sia etico o meno. Dilemma tanto difficile quanto cruciale.

Non ci siamo riusciti nell’analogico su questioni come l’eutanasia o la maternità surrogata.
Spesso si fraintende che l’etica sia dire sempre no. Invece è discernere caso per caso. Se per esempio con le tecnologie dell’ingegneria genetica posso prevenire l’insorgere del cancro, salvando anche solo una vita umana, ho il dovere di sforzarmi come scienziato. Ma non di creare un super soldato o un dio.

È ottimista anche sulle ricadute della perdita di centinaia di professioni: davvero, come sostiene, dopo la grande contrazione torneranno a circolare soldi, tanti, che verranno distribuiti?
Per forza, i progressi saranno inevitabili, enormi e non graduali. E saranno un grosso business: comunicare diventerà come l’aria o l’acqua. L’energia pulita, solare e nucleare, sostituirà il petrolio e sarà illimitata. A basso costo come la gran parte della merce: con l’intelligenza artificiale, i computer quantistici e in 3d, le superconnessioni in 5G, si potrà produrre di più e in massa, a un costo infinitamente inferiore. I governi devono ancora incassare i soldi dai benefit: la sfida più grande, con l’etica, sarà la redistribuzione.

Ma i governi lo capiranno? Anche i partiti sono in una fase di rottura.
Ogni politico dovrebbe superare il test del futuro con patentino. Tanti vivono ancora nel passato ma se, come credo, comprenderanno i margini di guadagno del cambiamento, gli Stati potranno offrire servizi di base a tutti e un reddito minimo garantito. Basterà lavorare 2 o 3 ore al giorno, con gli stessi compensi di oggi, per tutta una serie di impieghi. Adesso lavoriamo di più proprio a causa delle nuove tecnologie, ma presto sarà l’opposto. L’idea del lavoro dovrà essere ridefinita.

Quali impieghi crolleranno drasticamente?
Le macchine faranno tutto il banking. Come parte dello scientifico e del sanitario: i robot operano già, in modo più invasivo e più economico dei chirurghi, e con più precisione. Tra 10 anni tutte le operazioni semplici, di contabilità e di routine saranno svolte dall’intelligenza artificiale in modo più efficiente e corretto: le informazioni per servizi si potranno avere in automatico parlando con le app: 20 milioni di operatori dei call center sono in estinzione. Come i contabili sostituiti da grandi calcolatori.

Lei prevede servizi pubblici più economici del 90% per i cittadini. Anche nell’informazione: libri e giornali di carta spariranno tra i media?
Toccare la carta dà piacere, nella mente si attivano circuiti diversi che quando navighiamo su Internet: sono convinto che l’80% dei libri resterà, leggeremo di più per il tempo libero. Con la gran parte dei giornali andrà diversamente: prima la stampa era un modello di business per la pubblicità, ma oggi non più. Non è affatto necessario comprare un giornale all’edicola per informarsi. Ci sono tante altre fonti.

Soprattutto sui siti Internet.
Distinguere tra carta e web è fuorviante. Tra 10 anni non ci saranno più neanche i siti web, tanto uomo  e macchina si comprenetreranno. Non servirà più digitare a mano per trovare informazioni sulle pagine online: roba di 20 anni fa. Sarà tutto disponibile a voce, on demand. E comunicheremo a distanza con audio, video, ologrammi…

Così anche il giornalismo morirà.
Affatto. Come altre professioni creative e umane sopravviverà, soprattutto nello storytelling. Il giornalismo non verrà soppiantato da macchine incapaci di comprendere e di intuire situazioni e relazioni, di indagare e di verificare dati, di creare video e immagini originali. I computer sono ottimi database e potranno anche simulare storie, ma in modo dozzinale: capire il mondo non è un dato di fatto. Certo di sicuro cambieranno i mezzi: vedremo le radio sparire dalle auto connesse a Internet. Tra i quotidiani reggeranno solo quelli molto buoni come il New York Times, l’Economist, il Guardian o der Spiegel in Germania, che da fogli di carta si stanno trasformando in brand digitali del lifestyle. Cioè in potenti società tecnologiche.

Internet tecnologie futuro intervista Gerd Leonhard
Il cervello artificiale di un umanoide. GETTY.

Due multinazionali digitali per eccellenza, Google e Facebook, cercano di fare informazione.
Ma siamo già a una crisi dei social media, per la spazzatura generata dagli algoritmi. Che di per sé sono insufficienti a fare informazione, devono incontrarsi con gli old media. Con questo abbaglio negli ultimi 10 anni sono stati persi molti soldi, molti media hanno chiuso e quel che abbiamo è un cattivo giornalismo. Ma con la redistribuzione assisteremo a un grande revival, soprattutto dei media pubblici. Anche su questo sono ottimista.

Cos’altro non diventerà mai macchina, nonostante corpi contaminati dai chip, estensioni di robot?
Ci sarà molta assistenza dell’Ai. Ma difficilmente guidare un’auto sarà totalmente automatizzato, a causa dell’imprevedibilità del traffico. Parte dei negozi resterà gestito da persone, per via delle relazioni umane indispensabili per la nostra natura. Pensiamo ai contatti in un café, al lavoro di uno chef… C’è principio paradossale nella scienza: tutto ciò che è semplice per un computer è difficile per l’uomo, e viceversa. Gli uomini hanno dei limiti logici che le macchine non hanno. In compenso riescono a comprendere e a sentire.  

Però le menti dei bambini potrebbero essere plasmate dalle tecnologie, diventando macchine: si vedono navigare negli smartphone prima di imparare a leggere e a scrivere.
È un’urgenza, come detto, proteggere la parte umana circondata da tecnologie potenti, accattivanti come le droghe. Ma c’è una strada già tracciata: i bambini per esempio non dovrebbero poter usare gli smartphone a scuola. E nei ristoranti sarebbe una bella regola il no smartphone – su base volontaria, non come obbligo per i ristoratori – oltre al no smoke.

Quali Paesi sono più avanti nella gestione responsabile delle nuove tecnologie?
Paesi nordici come Finlandia e Danimarca. In Finlandia si educano già i bambini a essere più umani in un mondo digitale: lo scontro con le nuove tecnologie si vince grazie alla cultura. Occorre capire che insegnare la meccanica ai giovani li renderà disoccupati: se diventeremo macchine saremo oscurati dai robot.


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Jimmy Wales lancia la Wikipedia delle notizie contro le fake news

Il fondatore della enciclopedia libera ha deciso di applicare lo stesso modello a una piattaforma social dedicata all'informazione. Si chiama Wt.social e ha già 25 mila iscritti.

Il modello Wikipedia come arma nella guerra contro le fake news. È quello che ha pensato Jimmy Wales, co-fondatore dell’enciclopedia libera più famosa del mondo e attivista da sempre schierato a favore della libertà della Rete e che lo ha portato a lanciare Wt.social, una piattaforma social dedicata alle notizie. «Mi sono reso conto che il problema delle fake news e della disinformazione ha molto a che fare con le piattaforme social», spiega Wales dal suo profilo Twitter, specificando che questa nuova piattaforma è una evoluzione di WikiTribune, sito fondato nel 2017 in cui giornalisti e volontari, in stile Wikipedia, scrivono notizie neutrali e verificate. «Gli attuali social network si reggono su un modello di business legato alla pubblicità. Questo porta ad una dipendenza, a rimanere incollati ad un sito e ad essere trasportati in discorsi di odio e radicali, non nella cura del lato umano», aggiunge Wales. Per iscriversi alla piattaforma bisogna registrarsi ed essere maggiori di 13 anni. «Non venderemo mai i vostri dati – specifica il sito – ci manterremo sulle donazioni per assicurare la protezione della privacy e che lo spazio social sia privo di annunci». Insomma, lo stesso modello su cui si basa Wikipedia. L’interfaccia di Wt.social è solo in inglese ma si può pubblicare in qualsiasi lingua.

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Il Corriere della Sera e il contributo non condizionante

In occasione dell'evento Tempo della salute, in Rcs si sono inventati una dicitura inedita nel mondo dei contenuti sponsorizzati: una genialata destinata ad aprire nuovi orizzonti per l'editoria agonizzante.

Peculiarità del tempo, anzi dei Tempi, direbbe la nota influencer Taylor Mega. Dopo quello delle donne, gigantesca macchina che alterna eventi, ospiti e sponsor generalmente catalogati come powered by in quanto fornitori di generoso contributo, il marketing del Corriere della sera replica con il Tempo della salute, una due giorni che inizia sabato 9 novembre e dove ciascuno può ritrovare l’universo mondo dei propri acciacchi e fior di esperti che pensosamente ne dibattono. Con tanto di aziende che per ciascun incontro aprono il portafoglio e finanziano.

Solamente che, a differenza delle Donne, qui lo sponsor puzza, trattandosi per la gran parte di aziende farmaceutiche che evidentemente potrebbero pesantemente condizionare il libero contenuto degli eventi. Naturalmente nessuno dubita della correttezza deontologica per cui se parlo di mal di testa non citerò ai quattro palmenti il marchio di una nota aspirina.

Però siccome a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca, in Rcs si sono inventati una dicitura inedita: il contributo non condizionante. Cosa vuol dire? Beh, che se si parla di osteoporosi e si illustreranno le medicine prodotte dalla Amgen non è perché il nome dell’azienda americana figura il calce come contributore, visto che il suo apporto è specificatamente indicato come non condizionante.

I NUOVI ORIZZONTI DEL CONTENUTO SPONSORIZZATO

Voi capite bene che nel rutilante e sempre più invasivo universo del contenuto sponsorizzato (del resto i giornali da soli faticano a stare in piedi) l’ingresso del contributo non condizionante è una genialata destinata ad aprire nuovi orizzonti. Prendiamo un caso: di recente il cdr del quotidiano si è lamentato dello spazio dato dalle sue austere colonne alla presentazione del calendario di For men magazine, che ha per protagonista una prorompente, sensuale e poco coperta Taylor Mega.

Siamo entusiasticamente convinti che il contributo non condizionante sarà la nuova frontiera, oltre che la panacea, dell’editoria agonizzante

I giornalisti hanno subito storto il naso, biasimando che la loro autorevole testata dedicasse spazio a un calendario per camionisti, ancorché realizzato su iniziativa di un periodico del loro editore. Ebbene, se Rcs avesse accompagnato all’occasione la performance di Taylor Mega con la dicitura di «contributo non condizionante della Cairo communication» si sarebbero evitata la ridda di mal di pancia. Siamo dunque entusiasticamente convinti che il contributo non condizionante sarà la nuova frontiera, oltre che la panacea, dell’editoria agonizzante. Fin da subito.

Urbano Cairo.

LEGGI ANCHE: La Lega di Salvini è all’opposizione, ma non in Rai

Infatti a guardare il calendario di Tempo della salute è tutto un florilegio di contributi non condizionanti. Con qualche effetto di involontaria ironia che deve essere sfuggito agli organizzatori. Quando per esempio si illustrano i contenuti della conferenza sull’emicrania, si definisce l’emicranico come «un malato in libertà condizionata tra una crisi e l’altra». Chissà che il contributo non condizionante della Novartis possa essere un benaugurante segno di guarigione possibile dalla fastidiosa malattia.

P.s. Questo articolo è stato scritto senza alcun contributo non condizionante, ma se qualcuno volesse farsi avanti, sempre senza condizionare, il marketing di Lettera43 è a diposizione.

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La Bbc sbarca nel dark web per aggirare la censura dei regimi

La Bbc va nel dark web, l’internet oscuro spesso usato per traffici illeciti, per un buon motivo. Il servizio radiotelevisivo..

La Bbc va nel dark web, l’internet oscuro spesso usato per traffici illeciti, per un buon motivo. Il servizio radiotelevisivo pubblico britannico ha infatti deciso di aprire una versione del proprio sito di notizie visualizzabile solo tramite la rete anonima Tor. Alla base della decisione – spiega la stessa Bbc – c’è la volontà di rendere disponibile la propria informazione anche in quei Paesi in cui il normale sito web viene bloccato, come la Cina, l’Iran e il Vietnam.

IL SERVIZIO SUL BROWSER TOR

Il browser Tor è un software focalizzato sulla privacy utilizzato per accedere al web oscuro, può oscurare chi lo sta utilizzando e quali dati sono accessibili, caratteristiche che possono aiutare gli utenti ad evitare la sorveglianza e la censura dei governi. La versione della Bbc per il dark web è quella internazionale, vista dall’esterno del Regno Unito. Comprenderà servizi in lingua straniera, anche il russo. La novità si aggiunge ad un’altra innovazione tecnologica annunciata dalla Bbc lo scorso agosto: un assistente vocale rivale di Amazon e Google che consente alle persone di trovare i loro programmi preferiti ed interagire con i servizi online del grande gruppo media. Si chiamerà Beeb, è sviluppato da un team interno della Bbc e verrà lanciato nel 2020.

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L’ex direttore del Sole 24 Ore Napoletano è stato rinviato a giudizio

Il Gup Maria Cristina Mannocci ha disposto il processo nell'ambito della vicenda sulle presunte irregolarità nei conti del gruppo. Accolto il patteggiamento dell'ex Ad Treu, dell'ex presidente Benedini e della società.

L’ex direttore responsabile ed editoriale de Il Sole 24 Ore Roberto Napoletano è stato rinviato a giudizio dal gup Maria Cristina Mannocci nell’ambito della vicenda delle presunte irregolarità nei conti del gruppo. Il giudice inoltre ha accolto la richiesta di patteggiamento dell’ex ad Donatella Treu e dell’ex presidente Benito Benedini rispettivamente a un 1 anno e 8 mesi e 300mila euro e a 1 anno e 6 mesi e 100mila euro e anche della stessa società Sole 24 Ore a una sanzione pecuniaria di 50.310 euro. Per Napoletano il processo si aprirà il 16 gennaio.

CONFINDUSTRIA E CONSOB COME PARTI CIVILI NEL PROCESSO

Roberto Napoletano è il solo tra gli imputati a non aver chiesto il patteggiamento e ad aver scelto il rito ordinario. Per lui il dibattimento verrà celebrato davanti alla seconda sezione penale del Tribunale. Il gup, che nelle scorse udienze ha ammesso come parti civili Confindustria e Consob, il rappresentante comune dei titolari di azioni di categoria speciale Marco Pedretti e i sei piccoli azionisti, tra dipendenti ed ex dipendenti, compresi quattro giornalisti, con due provvedimenti distinti, uno con cui ha disposto il rinvio a giudizio e l’altro i patteggiamenti, ha accolto l’ipotesi formulata dalla Procura.

TRA LE ACCUSE FALSE COMUNICAZIONI E AGGIOTAGGIO

Per il pm Gaetano Ruta, titolare dell’indagine condotta dalla Guardia di Finanza e nella quale sono stati contestati i reati di false comunicazioni sociali e aggiotaggio informativo, Napoletano, è stato indagato in qualità di “amministratore di fatto” del gruppo dal 23 marzo 2011 al 14 marzo 2017 «per via della partecipazione ai consigli di amministrazione della società e del coinvolgimento delle scelte gestionali attinenti alle modalità di diffusione del quotidiano ed alla comunicazione esterna dei dati diffusionali e dei ricavi ad essi correlati». L’ex direttore, come si legge nel capo di imputazione, assieme a Donatella Treu e Benedini, «al fine di assicurare a se stessi e a terzi un ingiusto profitto» avrebbe esposto nella semestrale del giugno 2015, nel resoconto intermedio del settembre successivo, nonché nel bilancio del dicembre dello stesso anno, «fatti materiali non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società».

NAPOLETANO: «AL PROCESSO EMERGERÀ LA VERITÀ»

«Avrei potuto patteggiare come gli altri, ma non posso patteggiare per un reato che non ho commesso. Sono innocente e affronterò a testa alta il dibattimento e sono consapevole che in quella sede emergerà la verità», sono state le prime parole di Napoletano dopo la decisione del gup di Milano.

L’AZIENDA: «CHIUSO UN CAPITOLO»

In uno comunicato dopo la decisione del Gup la società ha scritto che «la decisione del Tribunale di Milano, che va ad aggiungersi all’archiviazione del procedimento sanzionatorio Consob nei confronti della Società, permette al Gruppo di chiudere un capitolo del passato». «La Società», conclude la nota, «potrà così concentrarsi sulle tematiche industriali e continuare con lo sviluppo in atto, che ha già visto in questi mesi il varo di numerose iniziative editoriali innovative».

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Berlusconi riconosce la leadership di Salvini. Anche in Mediaset

Nei palinsesti del Biscione sotto la supervisione di Siria Magri dilagano le trasmissioni sovraniste. Grande spazio dunque al segretario della Lega. E trattamento non proprio amichevole per Matteo Renzi, reo di aver tentato di scippare voti a Forza Italia con la sua Italia viva.

L’Umbria fa scuola, anche in Mediaset. Forza Italia vale la metà di Giorgia Meloni, ma un ringalluzzito Silvio Berlusconi rivendica la clamorosa vittoria nella regione che fu rossa come un trionfo del centrodestra unito. La cui leadership però non è certo la sua, ma di Matteo Salvini. Non è una novità, ma ora il Cav lo riconosce apertamente. E siccome il suo è sempre stato un partito azienda, ecco che l’azienda fa altrettanto incoronando il capo leghista a riferimento politico numero uno.

NEI PALINSESTI MEDIASET DILAGANO LE TRASMISSIONI SOVRANISTE

Dilagano dunque nei palinsesti (anche come durata) le trasmissioni sovraniste. Claudio Brachino, direttore di Video News, ovvero la struttura che sovrintende l’informazione, viene rimosso dall’onnipotente Mauro Crippa che al suo posto (anche fisicamente, visto che ne ha preso ufficio e segretaria) ha insediato la condirettora Siria Magri.

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Giovanni Toti e Siria Magri.

Una che l’azienda la conosce bene, ed è stimata dai vertici al punto che la sua irresistibile ascesa non ha subito alcun contraccolpo (e ci mancherebbe, le colpe dei mariti non devono ricadere sulle mogli) per il fatto di essere la consorte di Giovanni Toti, “il traditore”, quello che ha lasciato il suo mentore pascolianamente «solo come l’aratro in mezzo alla maggese», dopo che Silvio lo aveva fatto suo consigliere politico e da ultimo coordinatore del partito

L’IRRITAZIONE DI RENZI OSPITE A MATTINO5

Acqua passata. Ora Toti può posizionare il suo partitino (nei sondaggi del maratoneta Mentana vale l’1,6%) sulla scia dell’imponente onda sovranista e presto farà la pace col suo ex dante causa, Berlusconi si accredita come faccia mite ed europea di una destra che non ha più tanta voglia di ingaggiare furibonde battaglie con Bruxelles, e Siria acconcia i palinsesti alle nuove configurazioni della politica. Vale per gli amici – oramai praticamente Salvini dorme negli studi del Biscione -, ma anche per i nemici. Come Matteo Renzi, il cui esplicito progetto di svuotare Forza Italia dell’acqua del suo sempre più esiguo pozzo elettorale non è piaciuta al Cavaliere, e nemmeno alle sue televisioni. Così a Mattino5, intervistato in occasione della Leopolda, non gli è stato riservato un trattamento con i guanti. Passi il servizio in esterna dall’ex stazione, che Matteo ha giudicato obiettivo, ma la raffica di impertinenti domande che in studio gli ha riservato il conduttore Francesco Vecchi lo ha fatto non poco arrabbiare. «Io da quelli non ci vado più», avrebbe detto l’ex premier. Proposito che, visti i pregressi («se perdo il referendum lascio la politica») dureranno lo spazio di un Mattino (5). Sempre che, a Cologno, Siria lo inviti ancora. 

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Negli Usa arriva Facebook News: test a New York e Los Angeles

Il social network lancia la nuova sezione dedicata alle Notizie, a cui lavora un team di giornalisti.

Facebook lancia negli Stati Uniti una nuova sezione del suo social dedicata alle notizie. Si chiama News e per ora, spiega l’azienda in un post, è in fase di test su un gruppo di utenti, a cui fornirà notizie nazionali e locali in alcune aree metropolitane come New York e Los Angeles. Un team di giornalisti sceglierà le notizie del giorno da mettere in evidenza. Facebook ha lavorato al progetto per mesi. La novità arriva proprio in una fase in cui il social è alle prese con la proliferazione di fake news.

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La nuova battaglia degli editori francesi contro Google

La Francia è il primo Paese che ha tradotto in legge nazionale la direttiva Ue sul copyright. Risultato: Big G ha semplicemente rifiutato di negoziare un compenso con l'industria dei media e ne ha oscurato i contenuti. Ora editori e presidenza della Repubblica sono pronti a ricorrere all'authority.

La battaglia si combatte in Francia, ma riguarda tutta l’Unione europea, visto che Google sta cercando di fatto di affossare la direttiva Ue sul copyright. E su questo fronte le parole di Jean-Michel Bayet, presidente de La Depeche du Midi, quotidiano del Sud della Francia, e dell’Alliance de la presse d’information générale, associazione degli editori francese, sono chiarissime: «Siamo furiosi! C’è una legge e nessuno ha il diritto di aggirarla, alterando la democrazia», . La platea, nella sede del gruppo Les Echos-Le Parisien, poco lontano dalla Tour Eiffel, lo ascolta preoccupata. Nel mirino di Bayet e degli editori francesi, Google, che non si adatta alle nuove regole sul copyright dettate dalla direttiva europea sull’informazione on line. La Francia è stata il primo Paese a tradurre in legge nazionale – entrata in vigore il 24 ottobre – la direttiva Ue che ha creato il principio del «diritto connesso» il copyright sulle informazioni dei media che il più grande motore di ricerca del web snocciola fra i risultati di chi fa una ricerca.

IL RIFIUTO DI GOOGLE DI NEGOZIARE

Il principio varato dovrebbe consentire agli editori dei giornali, sempre più in difficoltà per la loro diffusione e per la raccolta pubblicitaria di fronte ai giganti del web, di negoziare soprattutto con Google e Facebook una remunerazione per l’utilizzo dei loro contenuti in Rete. Ma un mese fa, Google ha fatto sapere di rifiutare ogni trattativa su queste basi, e per conformarsi alla legge francese ha modificato i propri parametri. In concreto, se vogliono evitare che i risultati con contenuti della propria testata vengano oscurati (rimarrebbe soltanto un titolo e un link, niente foto, vignette o testi), gli editori devono garantire la gratuità a Google. Per evitare di perdere milioni di lettori utenti del web, la stragrande maggioranza dei media francesi è costretta al momento a non reclamare quanto sarebbe dovuto in base alla legge. Ma gli editori sono determinati a dare battaglia: «La nostra», ha rincarato Bayet davanti a un pubblico di editori, direttori di giornali e agenzie, giornalisti, «è una battaglia di libertà. Google ci mette in una situazione terribile, quella di scegliere fra la peste e il colera. Ma noi difenderemo i nostri interessi e non ci piegheremo di fronte a Google».

RICORSO ALL’AUTHORITY PER FARE DELLA FRANCIA UN CASO SIMBOLO

«La settimana prossima presenteremo un ricorso all‘Authority della concorrenza. Loro fanno della Francia un caso simbolico, quello che succede qui accadrà anche altrove. È un chiaro caso di abuso di posizione dominante». «La stampa ha perso in 10 anni il 50% dei suoi introiti pubblicitari», ha rincarato Pierre Louette, presidente del gruppo editoriale Les Echos-Le Parisien. «Google e Facebook raccolgono il 90% della pubblicità. Noi perdiamo copie e perdiamo lettori. Se questa è la fase di transizione verso il mondo digitale, possiamo osservare che al momento di sono due piattaforme dominanti: una, Google, ha privatizzato la ricerca on line, l’altra, Facebook, ha privatizzato l’agorà, la ‘piazza pubblica’». Un documento firmato da oltre un migliaio di professionisti del settore e da personalità europee, ha lanciato un appello all’Ue per «rafforzare i testi affinché Google non possa più aggirarli», utilizzando «tutte le misure possibili contro l’abuso di posizione dominante».

ANCHE L’ELISEO PRESENTA IL SUO RICORSO

«Non ci arrenderemo», ha commentato il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron. In una dichiarazione all’agenzia France Presse, che presenterà all’Antitrust una propria denuncia non facendo parte dell’Alliance, Google sottolinea che il proprio motore di ricerca «aiuta gli internauti a trovare contenuti di attualità presso molte fonti e i risultati sono basati sulla pertinenza, non su accordi commerciali. Gli editori – secondo Big G – non hanno mai avuto così tanta scelta rispetto al modo in cui i loro contenuti vengono mostrati su Google». Un portavoce ha sottolineato che la legge “non impone una remunerazione per la pubblicazione di link e gli editori europei già incassano somme significative per gli 8 miliardi di visite che ricevono ogni mese dai navigatori web che fanno ricerche su Google».

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Il cda Rai contro Report dopo il servizio su Salvini

Secondo i consiglieri di maggioranza di Lega e Fratelli d'Italia il servizio su Moscopoli ha violato la par condicio in vigore per le Regionali in Umbria. Ma Borioni (Pd) e Laganà (dipendenti) respingono l'accusa: «Solo diritto di cronaca».

Il servizio di Report sul Russiagate leghista qualcosa ha mosso. Almeno politicamente: a una parte del consiglio di amministrazione della Rai per esempio non è piaciuta l’inchiesta giornalistica trasmessa nella serata di lunedì 21 ottobre dalla trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci sul presunto finanziamento da Mosca verso il partito di Matteo Salvini e sui legami tra il Carroccio e ambienti di estrema destra conservatrice e omofoba russa. L’accusa dei consiglieri di maggioranza Igor De Biasio (indicato dalla Lega) e Giampaolo Rossi (Fratelli d’Italia) è quella di aver violato le norme sulla par condicio, in riferimento all’appuntamento elettorale di domenica 27 ottobre con le Regionali in Umbria. Una tesi respinta da Rita Borioni (Partito democratico) e Riccardo Laganà (dipendenti) che hanno difeso Report, che avrebbe solo esercitato il diritto di cronaca.

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Mondadori vende il pacchetto periodici a Belpietro

Accordo raggiunto tra il gruppo e il direttore/editore della Verità: lasceranno Segrate TuStyle, Confidenze, Starbene, Sale&Pepe e Cucina Moderna. Interrogativi sulle condizioni applicate ai giornalisti.

Aggiudicato. Dopo una trattativa di pochi mesi è arrivato in porto il 22 ottobre, a quanto risulta a Lettera43.it, l’accordo per vendere a Maurizio Belpietro un bel pacchetto di periodici Mondadori. Il direttore-editore della Verità è andato stamattina a Segrate, forse per mettere a punto gli ultimi dettagli o forse solo per un atto di cortesia verso la presidente del gruppo Marina Berlusconi. Sta di fatto che subito dopo la sua visita l’azienda ha fissato un incontro per la mattina del 23 con il comitato di redazione, cui comunicherà ufficialmente la non inattesa notizia.

L’accelerazione di queste ore ha colto un po’ tutti alla sprovvista, ma della vendita delle testate minori del gruppo si parla ormai da settimane. Lettera43.it ne ha dato conto ai lettori con diversi articoli, segnalando che l’ultima mossa dell’azienda, la costituzione di una nuova società ad hoc per i periodici, sembrava preludere proprio a una divisione fra quelli da tenere e quelli da alienare. A lasciare Segrate saranno TuStyle, Confidenze, Starbene, Sale&Pepe, Cucina Moderna, di cui l’azienda già da tempo ha fatto capire di volersi liberare, mentre dovrebbero restare in casa tutte le più importanti, da Tv Sorrisi e Canzoni a Grazia, da Chi a Donna Moderna.

Ultimamente si diceva che l’operazione fosse pronta già da tempo e che solo le complicazioni sorte con la vendita di Panorama allo stesso Belpietro (cause di lavoro di giornalisti contro la cessione del ramo d’azienda) avessero consigliato di metterla in stand by. Il primo dei punti interrogativi dell’accordo riguarda infatti le condizioni applicate ai giornalisti delle testate. Si chiederà loro, come avvenuto appunto con i colleghi di Panorama, di ridursi lo stipendio? Si saprà al momento della comunicazione al comitato di redazione, mentre sarà più difficile chiarire altri dettagli della vendita. Per Panorama circolò a suo tempo informalmente la notizia (mai smentita) che Belpietro non solo non abbia pagato nulla, ma abbia ottenuto da Mondadori due anni di stipendio per ogni giornalista come incentivo all’acquisto. Ammesso che sia vero, la stessa formula è stata replicata anche per questa nuova cessione?

La faccenda non si presenta semplice neppure dal punto di vista sindacale, perché due delle cinque testate in procinto di essere cedute, Sale&Pepe e Cucina Moderna, fanno parte di un’unità lavorativa che ne comprende anche una terza digitale, Giallo Zafferano, destinata invece a restare. È possibile spezzare la formazione senza che questo faccia venir meno la tipologia di «ramo d’azienda» utilizzata per la vendita? Inoltre i giornalisti e le giornaliste di questo sottogruppo oggi lavorano senza distinzioni per tutti e tre i periodici. Con quale criterio si stabilirà chi va da Belpietro e chi resta invece a Segrate? Si preannunciano giorni caldi per la rappresentanza sindacale dei periodici Mondadori.

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Il settembre caldo di Sole24Ore e Rcs

Dopo l'ex presidente Benedini e l'ex ad Treu, anche la società di via Monte Rosa chiede il patteggiamento per uscire dal processo sulle presunte copie gonfiate. Mentre per Cairo entra nel vivo la battaglia con Blackstone.

Settembre caldo per l’editoria. Giovedì 12, all’udienza preliminare al Tribunale di Milano, anche Il Sole 24 Ore, dopo quanto annunciato dall’ex presidente Benito Benedini e dall’ex ad Donatella Treu, presenterà istanza di patteggiamento per uscire dal processo. È quanto ha consigliato lo studio Severino che assiste la casa editrice nella vicenda, un suggerimento che i nuovi amministratori hanno accettato di buon grado desiderosi di voltare finalmente pagina. Deciso (salvo ravvedimenti dell’ultima ora) ad andare a processo invece l’ex direttore Roberto Napoletano convinto, come ha fatto sapere in più dichiarazioni, di non aver commesso i reati che gli vengono ascritti. Per tutti l’accusa aveva ipotizzato i reati di false comunicazioni sociali e aggiotaggio informativo.

LEGGI ANCHE: Stangata della Consob sugli ex vertici de Il Sole 24 ore

Conti col passato finalmente regolati? Non del tutto (intanto nel pomeriggio dell’11 anche la Consob ha pronunciato il suo verdetto comminando sanzioni ai tre ex amministratori e di fatto archiviando la posizione della società), visto che restano da vedere gli esiti dell’azione di responsabilità contro Benedini, Treu e Napoletano approvata dall’assemblea degli azionisti e su cui pende la richiesta di onerosi risarcimenti.

L’ARBITRATO RCS-BLACKSTONE PER VIA SOLFERINO

Settembre di trepidazione (anche se vista la tempistica sarebbe più giusto dire autunno) anche per Rcs. Venerdì 27 i legali della casa editrice, ovvero lo studio Erede, dovranno depositare le argomentazioni in vista della prima udienza dell’arbitrato sulla vendita del palazzo di via Solferino al fondo americano Blackstone. Sulla casa editrice e Urbano Cairo come persona fisica pendono richieste risarcitorie per complessivi 600 milioni di dollari. La prima udienza del collegio arbitrale è stata fissata per il 20 ottobre.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Stangata della Consob sugli ex vertici de Il Sole 24 ore

Sanzioni a Donatella Treu, Roberto Napoletano, Anna Matteo, Massimo Arioli, Alberto Biella per i dati gonfiati sulle copie vendute. L'azienda deve rispondere in solido fino a 1 milione e 50 mila euro.

Mano pesante della Consob sugli ex vertici de Il Sole 24 ore. Con la delibera 21017 la Commissione nazionale per le società e la Borsa presieduta da Paolo Savona ha stangato cinque vecchi dirigenti del quotidiano di via Monte Rosa sulla vicenda dei numeri sulle vendite delle copie cartacee e digitali che sarebbero stati gonfiati.

INDICAZIONI «FALSE E FUORVIANTI» SULLE AZIONI DEL GRUPPO

L’accusa è quella di aver definito pratiche commerciali che hanno «incrementato artificiosamente i dati diffusionali del quotidiano», così creando «dal 2013 al 2016 un quadro informativo falso della situazione economico-finanziaria de Il Sole suscettibile di fornire indicazioni false e fuorvianti» sulle azioni del gruppo.

L’AZIENDA RISCHIA DI PAGARE OLTRE 1 MILIONE

Sono stati colpiti dalle sanzioni Donatella Treu, Roberto Napoletano, Anna Matteo, Massimo Arioli, Alberto Biella. In caso di mancati pagamenti è lo stesso Sole a rispondere dell’intera multa di poco oltre un milione di euro.

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Cosa c’è dietro la chiusura del giornale “Democratica”

Il sito di informazione online del Pd fondato in era renziana ha chiuso i battenti. La decisione è stata presa dal segretario Nicola Zingaretti lo scorso luglio. Per ora i giornalisti sono stati riassorbiti nell'ufficio stampa del partito.

«Mi chiedono perché non esca più. È stata chiusa e non so dire le ragioni». Con questo tweet Mario Lavia, vicedirettore della testata online del Pd Democratica, ha annunciato mestamente l’addio alle armi dell’ultimo quotidiano dem. Formula tipica della Prima Repubblica, che negli ultimi 30 anni ha “bruciato”, uno dopo l’altro, protagonisti storici del giornalismo italiano a partire da lUnità (organo del Pci che per un lungo periodo ha avuto tirature maggiori di molte testate indipendenti). Ma quel tempo è solo un ricordo. Neppure le loro versioni esclusivamente digitali ormai reggono più. «Peccato», ha aggiunto l’ex vicedirettore, «perché era un piccolo ma utile strumento».

LA CHIUSURA DECISA DA ZINGARETTI

Forse. Ma evidentemente non abbastanza utile per la strategia del segretario del Pd Nicola Zingaretti, a cui si deve la decisione di chiudere i battenti. «Fra i contatti del sito e quanti scaricavano il pdf del quotidiano», dice a Lettera43.it il deputato dem Andrea Romano, che di Democrtatica era il direttore e ne è stato il fondatore in piena epoca renziana, «avevamo circa 100 mila lettori, quindi non si può dire che si tratti di una scommessa persa. Tuttavia la chiusura è una scelta del tutto legittima della segreteria, con cui non voglio assolutamente polemizzare».

Il deputato dem Andrea Romano, direttore di Democratica.

LEGGI ANCHE: Il Pd salverà il governo, ma chi salverà il Pd?

IL FUTURO DEI GIORNALISTI DELLA TESTATA

I giornalisti che ci lavoravano (cinque a parte il vicedirettore) sarebbero stati già riassorbiti nell’ufficio stampa dem, in attesa che il gruppo possa ricomporsi, forse, nella nuova fondazione del Pd a cui sta lavorando da tempo l’ex deputato (membro della Direzione) Gianni Cuperlo. Questo almeno è quello che si riesce a sapere, per quanto in modo non ufficiale, dal Nazareno. Ma la faccenda suscita chiaramente un certo imbarazzo nel partito. «Di Democratica non so assolutamente nulla», risponde seccamente lo stesso Cuperlo, senza aggiungere altro. Inoltre la nuova funzione immaginata per Democratica all’interno della fondazione non sarebbe quella di una testata giornalistica. Piuttosto uno strumento di raccordo fra militanti e dirigenti di partito o gruppi parlamentari, che difficilmente potrà piacere ai giornalisti che ci hanno lavorato finora. Comunque si tratta di qualcosa ancora ben lungi dall’essere definito.

LEGGI ANCHE: Bozzanca di InOltre sul governo giallorosso e sulle sfide del Pd

LA DECISIONE DI CHIUDERE I BATTENTI PRESA A LUGLIO

Quel che sembra da escludersi è che la decisione abbia a che fare con le ultime novità politiche, essendo stata presa in luglio, prima dell’apertura della crisi politica che ha portato imprevedibilmente il Pd al governo. Anzi, nella nuova congiuntura Democratica avrebbe potuto forse essere più efficace di prima, sia perché i rapporti fra la segreteria di Zingaretti e Matteo Renzi, che aveva messo in pista la testata, sono nel frattempo migliorati, sia per le prevedibili battaglie mediatiche che vedranno impegnato nei prossimi mesi il Pd con l’opposizione di destra e anche con l’alleato di governo. Ma per questo scopo si punta evidentemente su strumenti che sappiano meno di antico. In ogni caso la decisione era già stata presa e a nessuno è venuto in mente di cambiarla.

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Vivendi di nuovo alla carica: mega offerta per comprare tutta Mediaset

ESCLUSIVO. Il banchiere d'affari de Vecchi (Citigroup) ha incontrato Berlusconi per conto di Bolloré. Sul tavolo una proposta choc: rilevare la maggioranza del Biscione a oltre il 30% rispetto agli attuali valori di Borsa.

Nuovi governi, nuove maggioranze. E scenari che non possono non riverberarsi sul mondo degli affari. Sarà un caso, ma mentre Giuseppe Conte pronunciava il suo discorso sulla fiducia in Senato, uno dei banchieri d’affari più in vista, Luigi de Vecchi, presidente della divisione Continental Europe di Citigroup, varcava la soglia di Palazzo Grazioli dove lo aspettava Silvio Berlusconi. Quella di de Vecchi però, che per altro conosce il Cav da molto tempo, non era una visita di cortesia.

Luigi de Vecchi, presidente della divisione Continental Europe di Citigroup.

L’OFFERTA DI BOLLORÉ AL CAV

Il banchiere ha sondato il terreno per conto di colui che, dopo essere stato suo alleato, ora è il nemico giurato di Fininvest, ovvero Vincent Bolloré. Secondo le indiscrezioni che Lettera43.it è stata in grado di raccogliere, la proposta del finanziere bretone al Cav sarebbe di quelle difficili da rifiutare. Ovvero un’offerta per acquistare la quota di maggioranza Mediaset allo stesso valore di mercato, sopra i 3,5 euro, che Vivendi ha riconosciuto quando ha lanciato la scalata alle tivù del Biscione nel dicembre 2016 e che lo ha portato a conquistare il 29,9% della società.

I RAPPORTI CONFLITTUALI TRA VIVENDI E MEDIASET

Insomma, de Vecchi avrebbe proposto al Cav un’operazione che supera di oltre il 30% gli attuali valori su cui viaggia in Borsa il titolo Mediaset. Una proposta, quella di Vivendi, che arriva nel momento in cui i rapporti tra i due gruppi sono forse all’apice della conflittualità, con i francesi che si erano strenuamente opposti alla mega fusione transfrontaliera tra Mediaset e la sua controllata spagnola da cui è nata Mediaset Investment N.V., società di diritto olandese interamente e direttamente controllata da Mediaset, che diventerà la nuova società holding del Gruppo Mediaset.

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Periodici: Mondadori preme per vendere, ma Belpietro nicchia

Sul tavolo un pacchetto di testate che il gruppo di Segrate vuole dismettere in fretta dopo la cessione di Panorama al direttore de La Verità. Ma la trattativa è in una fase di stallo vista l'emorragia di copie e di pubblicità.

L’ultimo incontro c’è stato mercoledì 4 settembre. Carlo Mandelli, direttore generale dei periodici Mondadori, si è intrattenuto una ventina di minuti con Maurizio Belpietro nei nuovi e superprotetti uffici milanesi de La Verità. Oggetto della chiacchierata il passaggio al direttore-editore di alcuni giornali del gruppo di Segrate che il management vuole dismettere in fretta. Anche perché l’ad Ernesto Mauri aveva presentato a Marina Berlusconi un piano che prevedeva la loro cessione in tempi molto più brevi.

LE TESTATE OGGETTO DELLA TRATTATIVA

Mondadori, come noto, ha deciso di concentrarsi sui libri e, dopo l’acquisizione di Banzai media, sul digitale, dando il via a una imponente ristrutturazione se si pensa che fino a pochi anni fa la divisione Periodici era quella che pesava di più nel portafoglio ricavi del gruppo. Ma erano altri tempi, altre condizioni di mercato. Così, dopo che nel dicembre del 2018 Panorama è entrato a far parte della casa editrice di Belpietro, era quasi subito iniziata una trattativa con in ballo un altro pacchetto di testate. Confidenze, Sale e pepe, Cucina moderna, Starbene, Spy e, si diceva, anche Il mio Papa, di cui ai piani alti di Segrate si sarebbero già da tempo sbarazzati non fosse che il Vaticano ha mandato segnali non proprio di giubilo all’idea che il giornale che racconta le gesta di Francesco finisse in area culturale sovranista.

LA PRUDENZA DI BELPIETRO

Solo che la fretta a chiudere di Mondadori si scontra oggi con la comprensibile prudenza di Belpietro ad accollarsi altri giornali. Va bene che, come fu per Panorama, sul piatto ci sarebbe per lui una ricca dote, ma le prospettive della periodica, anche a fronte di una drastica riduzione dei costi come fu per il newsmagazine, prevedono che non si arresti l’emorragia delle copie e della pubblicità. Quindi, se La Verità dovesse aumentare i suoi asset, lo farebbe a fronte di condizioni ultra vantaggiose, cosa che probabilmente Mauri e Mandelli sono almeno al momento restii a concedere. Per ora dunque, gli interlocutori continuano a parlarsi, ma la trattativa sembra entrata in una fase di stallo.

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