Cosa succede a La Stampa tra scioperi e riorganizzazione

Molinari ha presentato il piano di digitalizzazione voluto da Elkann. Accompagnato però da tagli a compensi e fogliazione, prospettiva di cassa integrazione e sette trasferimenti da Roma a Torino. Così i giornalisti sono andati allo scontro. Pronti a sfiduciare il direttore. In redazione serpeggiano delusione e sconcerto.

È a Torino, dove apparentemente le acque non erano proprio agitatissime (qualche mugugno in redazione per licenziamenti tra i poligrafici, voci ricorrenti ma mai confermate di una uscita del direttore Maurizio Molinari), che sono iniziate le grandi manovre destinate a ridisegnare in tempi brevi l’editoria italiana.

PROTESTA PESANTE CHE HA SORPRESO ELKANN

La Stampa non è andata in edicola sabato 15 e domenica 16 febbraio 2020 per uno sciopero deciso dai suoi giornalisti, che hanno anche ritirato le proprie firme sia dal giornale di carta sia dal web a tempo indeterminato. Risposta pesante, che non ha mancato di sorprendere John Elkann, tornato da poco editore dello storico giornale della famiglia Agnelli.

DOPO QUATTRO ANNI, ALL’IMPROVVISO IL PIANO

Piccola cronologia a monte. Venerdì 14 il Molinari ha presentato ai capiredattori e al comitato di redazione un piano di riorganizzazione del giornale. Lì per lì, tutti a chiedersi come mai il piano si fosse materializzato soltanto ora, visto che il direttore, che c’è da quattro anni, prima non aveva preso alcuna iniziativa in tal senso.

GLI SPUNTI PER SCANAVINO DALL’EDITORIA INTERNAZIONALE

L’interpretazione, quasi ovvia, è che la decisione sia proprio il frutto del cambio di proprietà, anche alla luce del fatto che da qualche tempo il plenipotenziario di Elkann, Maurizio Scanavino, ha visitato una serie di importanti realtà editoriali internazionali per ricavarne idee e suggestioni buone da applicare in casa.

DUE TURNI E DIVISIONE TRA HARD NEWS E SOFT NEWS

Prendendo spunto da varie esperienze nordeuropee il progetto di Molinari è stato accolto positivamente. In sintesi, la redazione viene divisa in hard news e soft news, cioè primo piano e secondo piano, e dedicata prevalentemente al sito con turni dalle 7 alle 15.15 e dalle 14.45 alle 23, più un turno di notte per pochissimi redattori. Un ammodernamento presentato con qualche modifica all’organico, che ha visto mettere da parte una serie di figure stanche lasciando spazio ai più motivati.

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Da destra John Elkann, il direttore de La Stampa Maurizio Molinari e il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. (Ansa)

UN ERRORE DI TEMPISMO HA PORTARTO ALLO SCONTRO

Tutto bene dunque? Non proprio, perché (e qui forse l’editore ha mostrato, se non ingenuità, un difetto di tempismo) il piano è stato accompagnato da una serie di altre decisioni che hanno portato al successivo scontro tra le parti.

NIENTE INVESTIMENTI NÉ ASSUNZIONI, ANZI

La prima è che la digitalizzazione non parte sul modello Washington Post con investimenti e assunzioni, ma a costo zero, con tagli ai compensi per straordinari e domeniche, la minaccia di una futura cassa integrazione finalizzata a prepensionamenti e, come se non bastasse, con un parallelo taglio della fogliazione nazionale di carta da 40 a 32 pagine e degli inserti settimanali cartacei Tuttosoldi, TuttosaluteTuttigusti. Esercizi di stile, che diventano canali web verticali.

SETTE TRASFERIMENTI DELLA DISCORDIA DA ROMA A TORINO

Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha portato alla decisione di scioperare (a La Stampa, dove la parola sciopero non veniva pronunciata da anni, negli ultimi mesi ne sono stati indetti tre) è stata la decisione di spostare dal 2 marzo da Roma a Torino sette redattori, di cui sei donne.

UNA STRATEGIA PER INCENTIVARE L’USCITA

Come sa chi è avvezzo a strategie sindacali, il trasferimento della sede di lavoro risponde alla speranze dell’editore che i giornalisti non accettino e decidano sua sponte di andarsene. Molti i precedenti in merito. L’ultimo, quello della chiusura della sede romana de il Giornale, con relativo spostamento di 18 redattori a Roma, non ha dato però l’esito immaginato visto che quasi tutti, pur di non perdere il lavoro, hanno accettato lo spostamento.

SPERANZE DEI GIORNALISTI GIÀ DELUSE

A Torino, mentre il giornale continua a uscire senza le firme, l’atteggiamento prevalente oscilla tra la delusione e lo sconcerto. Convinti di essere stati considerati dalla gestione De Benedetti il fratello minore de la Repubblica, erano sicuri che il ritorno del loro storico editore segnasse un riequilibrio paritario dei ruoli. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, probabilmente i giornalisti de La Stampa si sono sbagliati.

E SI SUSSURRA ANCHE DI UNA SFIDUCIA AL DIRETTORE

Così, tra bellicosi propositi di alzare il livello dello scontro fino, si sussurra, alla possibile sfiducia del direttore, e attese su un futuro che è ancora tutto da disegnare (l’operazione del passaggio da Gedi a Exor deve essere formalizzata ad aprile) a Torino si aspettano con una certa apprensione le prossime mosse. In primis gli interventi su la Repubblica, che potrebbero ridimensionare le ambizioni nazionali del quotidiano torinese.

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Ferragni & Co occhio: arrivano i micro-influencer

C'è la convinzione che per sviluppare e mantenere l’immagine positiva di un’azienda siano necessari costosi testimonial. Oggi, però, il mercato è diventato molto più competitivo. I big non passeranno di moda, ma si può investire sull'engagement social dei più piccoli. E perché no dei propri dipendenti.

Pochi soldi da investire e una grande fama da costruire? Non c’è problema.

Con l’avvento dei social e dell’uso diffuso di questi in ogni strato della società, non c’è più bisogno di spendere cifre astronomiche per ingaggiare influencer e testimonial famosi.

Si stanno infatti affacciando sul mondo digital i cosiddetti “micro-influencer”, gente comune che non vive di marketing e sponsor, ma che riesce a ingaggiare la sua fetta di pubblico in maniera autonoma e spontanea creando attorno a sé una piccola comunità attiva con cui è in grado di intrattenere un dialogo costante.

IL MONDO DEI MICRO-INFLUENCER

I micro-influencer sono, dunque, persone ordinarie che nel mondo virtuale possono raggiungere anche i 5 mila follower semplicemente comunicando le proprie passioni. Un numero ridicolo se paragonato a quello dei follower dei “signori influencer” come Chiara Ferragni (18,4 milioni su Instagram) o Gianluca Vacchi (14,7 milioni). Se si tiene conto, però, che queste persone non fanno del loro engagement un mestiere, il loro ruolo sui social può essere considerato una vera e propria skill.

LEGGI ANCHE: Attivismo online, così i millennial possono rottamare gli influencer

Nonostante la grande disparità nei numeri, il ruolo dei micro-influencer non è da sottovalutare, come non è da sottovalutare il ruolo che i singoli individui, anche quelli che non raggiungono i 5 mila follower, ricoprono nello spazio virtuale. Spesso le aziende, le stesse che cercano in tutti i modi di costruirsi una buona reputazione sul mercato, hanno proprio dentro le loro mura una grande opportunità senza, però, rendersene conto. 

SE IL DIPENDENTE DIVENTA TESTIMONIAL

Gli stessi dipendenti possono, infatti, partecipare sui social attivamente, influenzando silenziosamente altre persone e piccole comunità sulla qualità, quantità e innovazione del lavoro che svolgono. Alla luce di ciò, conoscere l’engagement dei propri dipendenti sui social è oramai prassi comune e questa conoscenza, se organizzata e sfruttata nella giusta maniera, può diventare un asset per l’azienda stessa. Instradare i propri dipendenti all’utilizzo cosciente dei social media può creare benefici da entrambe le parti: da un lato i dipendenti possono sentirsi liberi di esprimersi attraverso questi strumenti, dall’altro le aziende possono godere della “pubblicità” dei propri dipendenti.

L’ESEMPIO DI REGIONE LOMBARDIA

All’avanguardia, su questo aspetto, è la Regione Lombardia che nel “Piano di comunicazione e promozione 2020” ha specificato che «si lavorerà per favorire l’engagement e il coinvolgimento dei dipendenti come potenziali divulgatori delle politiche regionali». Tale coinvolgimento deve però essere soggetto a precise regole al fine di evitare possibili fraintendimenti. Per questi motivi, la Giunta ha comunicato che si darà vita a una vera e propria policy per l’utilizzo dei social da parte dei dipendenti affinché abbiano chiaro in che modo ed entro quali limiti poter utilizzare questi strumenti. 

BISOGNA MIGLIORARE LA COMUNICAZIONE INTERNA

Dunque, se il grande influencer sta pagando lo scotto di un mercato sempre più competitivo, le aziende hanno trovato la chiave di volta per risparmiare ingenti somme di denaro. Come ho avuto modo più volte di scrivere su questa rubrica, autenticità, riconoscimento e coinvolgimento dei propri interlocutori rappresentano elementi chiave per costruire una buona reputazione. Se questa autenticità, coinvolgimento e riconoscenza vengono dai propri dipendenti, il messaggio risulta essere ancora più incisivo. Chi vive l’azienda è il primo testimonial di questa e, con l’avvento dei social, manager e Ceo l’hanno capito. La reputazione costruita dai dipendenti rappresenta, però, un’arma a doppio taglio: il dipendente, infatti, valorizza solo se viene valorizzato. Malumori, informazioni poco chiare e disinteresse possono far fallire l’intento iniziale della costruzione di una buona reputazione e, anzi, addirittura creare l’effetto opposto. Dare vita e formalizzare un processo simile significa, quindi, apportare cambiamenti profondi alla comunicazione interna e creare un nuovo modo di lavorare. 

I BIG ENTRERANNO IN CRISI?

Ma che fine faranno i grandi influencer? Saranno costretti a cercare un altro lavoro? No, i big rimarranno sempre un esempio e un punto di riferimento per la società digitale, faro d’avanguardia ed emulazione per chiunque voglia intraprendere questo percorso. Quel che è certo è che, per molti, l’attività sui social come brand ambassador o influencer di piccole comunità sta diventando una sorta di “secondo lavoro”, se non addirittura il primo. Creando nuove figure professionali, il mondo virtuale risponde alla paura condivisa da 7 milioni di persone: perdere il lavoro a causa delle nuove tecnologie. I dati dell’ultima ricerca Censis-Eudaimon hanno dimostrato che soltanto il 14% dei lavoratori sono a rischio, mentre i social e lo sviluppo di nuove interfacce garantisce una continua evoluzione del mondo del lavoro. Il grande influencer non passerà quindi di moda: continuerà a intrattenere il suo pubblico a creare contenuti nuovi, ma dovrà certamente scontare il fatto che il mercato sarà sempre più competitivo e popolato da chi, nel suo piccolo, si è guadagnato una piccola fetta di torta. 

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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Non accettiamo che Vittorio Feltri riduca lo stupro a un dibattito da bar

Ha detto in radio e ribadito su Twitter che violentare una donna «è difficile e comporta una fatica bestiale». Una banalizzazione grave e insopportabile, ancor più da parte del direttore di un giornale. Perché il grado di resistenza della vittima non è un parametro in caso di abusi.

«Io sostengo che stuprare una donna sia uno schifo che comporta una fatica bestiale, mentre Parenzo dice che si fa facilmente. Chi ha ragione?». A parlare di violenza sessuale come fosse una partita di calcio di cui discutere al bar tra un rutto e una birra media è purtroppo un direttore di giornale: Vittorio Feltri, la cui misoginia è affare piuttosto noto. Parliamo sia dei suoi titoli – chi si ricorda il tristemente famoso “Patata bollente” in prima pagina su Libero riferito alla sindaca di Roma Virginia Raggi? – ma non solo: un paio di anni fa in un collegamento televisivo riuscì a parlare di «atto eroico» e di «pelo sullo stomaco» riferendosi allo stupratore di una senzatetto 74enne avvenuto a Roma. Parole offensive che fecero discutere. Feltri però non è cambiato di una virgola: nemmeno il #MeToo è riuscito a scalfire di un briciolo la sua volgarità, e il rispetto non è qualcosa che si impara.

LA «FATICA» PURE NEL SESSO CONSENZIENTE

Così l’11 febbraio il direttore di Libero è tornato a parlare di stupro – sarà un’ossessione? – in diretta a La Zanzara su Radio24. «Parenzo si è molto incazzato la settimana scorsa per una frase che tu hai detto sullo stupro: Si fa una grande fatica a scopare, figuriamoci a stuprare una persona», lo ha incalzato Cruciani. «Personalmente faccio fatica a scopare una che me la dà volentieri, figurati se posso scopare una che non me la vuole dare. Bisogna usare tutti i muscoli per tenerla ferma», risponde Feltri.

LO STUPRO «TECNICAMENTE DIFFICILE»

Parenzo, turbato, lo ha accusato di stupidaggine e di grezzume. Ma Feltri noncurante ha rincarato la dose. «Lo stupro è tecnicamente difficile, molto difficile. Bisogna usare la forza per piegarla alla sua volontà, ammetto che non saprei farlo».

Viene da chiedersi innanzitutto che senso abbia questa disgustosa conversazione e perché non è stata troncata sul nascere per rispetto di un tema serissimo e delle vittime di violenza sessuale che nel nostro Paese stanno salendo, come sottolineato dal rapporto Eures 2019 su femminicidio e violenza di genere. Solo quelle denunciate – quindi una minima parte – sono in costante aumento negli ultimi cinque anni: nel 2018 hanno raggiunto i 4.886 casi, con una crescita del 5,4% sul 2017 e del 14,8% sul 2014.

UNO STUPRO NON SI MISURA CON LA RESISTENZA DI UNA DONNA

Le parole offensive di Feltri non solo ignorano il dolore di queste vittime, banalizzando lo stupro, ma sembrano persino dare poca credibilità a questi episodi. Sembrano lasciar intendere: Se è così difficile violentare una donna, sarà vero che lo fanno in così tanti? Siamo sicuri che non ci sia un po’ di consenso? Siamo sicuri che lei si ribelli? Perché se si ribella non è facile andare fino in fondo… Pensieri inqualificabili e privi della minima cognizione di causa visto che sappiamo che ogni donna reagisce in modo diverso a un’aggressione, che lo choc e la paura possono immobilizzarci, ma che se in quel momento non abbiamo la forza di urlare o di provare a divincolarci non stiamo certo dicendo . Il consenso non si misura con il grado di resistenza della vittima. E no, per stuprare una donna non si fa nessuna fatica. La fatica la fa la vittima. Fatica nell’elaborare quello che è successo, nel riuscire a trovare la forza di raccontarlo, nel riviverlo nelle aule di tribunale, o nel tenerlo per sé se non ci si riesce. Il resto non meriterebbe nemmeno un commento. Ma non possiamo accettare che un direttore di un giornale si esprima in questi termini, e anziché scusarsi ne faccia persino un goliardico dibattito su Twitter.

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La domanda che nessuno fa: l’Italia saprebbe gestire un’epidemia di coronavirus?

Lo Spallanzani di Roma è un centro di altissimo livello. Ma non sappiamo cosa accadrebbe se invece di pochi casi, i contagiati fossero centinaia. Disinnescare la psicosi è corretto, ma non deve impedire una informazione completa.

Il nuovo virus nato in Cina ha avuto il suo eroe: ed è un eroe tutto cinese. Giovedì sera, dopo un balletto di smentite e conferme da parte delle autorità di Pechino, la stampa indipendente di Hong Kong ha dato la notizia della morte di Li Wenliang.

Li, medico oftalmologo di Wuhan, è stato il primo a dare l’allarme sul nuovo virus, ma non è stato creduto. Anzi, le autorità lo hanno fermato e interrogato accusandolo di diffondere notizie false e «fomentare il disordine sociale».

È stato completamente scagionato e riabilitato quando ormai la Cina non ha potuto più nascondere il disastro. Li, a quel punto, non ha perso tempo con i vittimismi ma silenziosamente è tornato in corsia, in mezzo agli ammalati, agli infettati. Senza pensare ai rischi per la sua vita, come i veri eroi.

LI WENLIANG, EROE COME CARLO URBANI

È triste ripensare a quanto la sua storia ricalchi in buona parte quella di un altro drammatico contagio – quello della Sars – che vide un altro medico-eroe, questa volta italiano: Carlo Urbani. Infettivologo dell’Oms, fu il primo a riconoscere l’allora misterioso virus-killer, il primo a indossare lo “scafandro” e, silenziosamente, a darsi da fare tra gli infettati in un ospedale thailandese. E anche lui si ammalò, sacrificando la sua vita. Carlo Ubani, Li Wenliang sono i veri eroi di questi nostri tempi di emergenza da virus. 

coronavirus primo medico allarme Li Wenliang
Li Wenliang.

A 17 ANNI DALLA SARS, LA CINA NON È ANCORA TRASPARENTE

Ripercorrere le ultime settimane di vita del medico cinese ci consente però anche di renderci conto di quanto questo nuovo virus sia in qualche modo anche il virus dell’ipocrisia. Quella della autorità cinesi e della stessa Organizzazione mondiale della Sanità. Se è vero che Pechino ha in qualche modo “imparato” dalla terribile lezione della Sars (17 anni fa nascose per mesi e mesi l’insorgere dei casi di polmonite letale specie nella regione del Guangdong), nemmeno questa volta la trasparenza è stata quella che ci saremmo aspettati da una nazione che negli ultimi anni ha fatto passi da gigante. Una nazione che vuole candidarsi a prima potenza globale ed esportare nel mondo il suo modello di sviluppo.

I RITARDI COLPEVOLI DI PECHINO E DELL’OMS

Adesso sappiamo che i primi casi si conoscevano nella regione di Wuhan, l’Hubei, fin dai primi di dicembre 2019 e che le autorità hanno atteso settimane, perdendo tempo prezioso, anzi preziosissimo, prima di dichiarare l’emergenza e adottare le misure draconiane di contenimento dell’epidemia che poi, effettivamente, hanno adottato. 

coronavirus quarantena italia europa
Controlli medici in Cina.

E adesso sappiamo che Pechino ha utilizzato tutto il peso che ha all’interno dell’Oms per far sì che procastinasse la decisione di dichiarare il nuovo coronavirus emergenza sanitaria globale. Ammissione arrivata solo qualche giorno fa. Ritardi, ancora una volta ritardi, tentativi di copertura, responsabilità rimpallate tra i vari funzionari dell’immensa macchina burocratica cinese. E poco importa che lo stesso sindaco di Wuhan abbia ammesso la responsabilità del ritardo, e con lui anche il capo della locale commissione sanitaria. Scuse, ammissioni anch’esse tardive.

La Borsa di Shanghai alla riapertura (Getty Images).

C’è poi un altro rischio che corriamo. Perché un conto è tentare di disinnescare la psicosi dilagante per non alimentare ulteriormente fake news e complottismi (e razzismo), un altro è non porsi domande più che lecite. Per esempio, in Italia si parla della coppia di cinesi ricoverati allo Spallanzani e del 30enne italiano rimpatriato da Wuhan e in quarantena con altri 54 connazionali. Nessuno però, nell’opinione pubblica, si pone apertamente il problema di cosa potrebbe succedere se questi casi diventassero non dico 2 mila, ma anche solo 200. Lo Spallanzani è una struttura di eccellenza nel trattamento di virus pericolosi, con ricercatori e medici che hanno dimostrato, ancora una volta, di essere altamente specializzati. Ma chi ci assicura che il nostro sistema sanitario sarebbe in grado di gestire un numero elevato di pazienti in assoluto isolamento?Aspettando una risposta ci consoliamo omaggiando il coraggioso medico Li Wenliang. Ma, ancora una volta, dovremmo anche ricordare quanto sia sventurata la terra che ha bisogno di eroi.

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È l’epidemia a fare informazione o l’informazione a fare l’epidemia?

La divulgazione scientifica, soprattutto se connessa ai rischi di salute, è una grandissima sfida. Esulando dalle grandi logiche della comunicazione di crisi, i casi quello quello del coronavirus possono essere considerate un asset strategico per implementare modelli informativi.

Infodemia”, questo è il termine, esplicativo, scelto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per spiegare (e lanciare l’allarme) il rischio di una epidemia di fake news, capaci di creare allarmismo e persino panico, capaci di creare mostri e far vacillare interi settori economici. Questo infatti stanno generando le informazioni relative alle epidemie sui social al divampare del Coronavirus riportando all’attenzione la questione, rimasta irrisolta, relativa alla comunicazione scientifica e, in generale, alla gestione delle crisi transnazionali.

Infodemia indica, secondo l’Oms, quell’«abbondanza di informazioni, alcune accurate e altre no, che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili quando ne hanno bisogno». La disinformazione, o meglio l’informazione fai da te, sul virus cinese e sulla sua pericolosità sta creando ulteriori effetti negativi nella gestione dell’epidemia.

Più che interrogarci sulle ragioni del fenomeno, ci dovremmo chiedere: è l’epidemia a fare informazione o l’informazione a fare l’epidemia? Il fenomeno, strettamente legato all’emotività e alla sensibilità dell’audience, rimane negli anni, nei suoi tratti caratteristici, uguale a sé stesso, mentre evolvono i mezzi con cui viene comunicato.

COMUNICARE UN’EPIDEMIA SIGNIFICA TOCCARE LA SFERA EMOTIVA

Se già in passato, attraverso i media tradizionali, le conseguenze della diffusione delle notizie scientifiche relative a possibili focolai di virus erano difficili da gestire, oggi la situazione sembra essere completamente sfuggita di mano. Attraverso piattaforme quali Facebook, Twitter, Linkedin, Instagram, ognuno può dire la sua, incidendo profondamente sulla percezione dell’avvenimento. Dunque, per affrontare al meglio la gestione di questo tipo di avversità è necessario ripensare il concetto di comunicazione di crisi.

L’informazione globale non consente di nascondere nulla

Come ho avuto modo più volte di ricordare in questa rubrica, nella società della post verità, le informazioni scientifiche sono sempre le più difficili da comunicare a causa del linguaggio, spesso tecnico e ostico, che viene utilizzato. Comunicare un’epidemia significa toccare la sfera emotiva del pubblico e questo, se fatto attraverso l’uso di un linguaggio poco chiaro, può comportare gravi incongruenze.

Controlli sui passeggero all’aeroporto Leonardo Da Vinci di Roma.

Le epidemie rappresentano una grave crisi transnazionale e come tali devono essere gestite. L’informazione globale non consente di nascondere nulla. Non ci si rivolge, poi, ad un unico target, ma ad un pubblico vasto che comprende ogni strato della società. Inoltre, in questo caso, gli attori coinvolti nel processo comunicativo solo molteplici e, spesso, autorevoli: dagli Stati alle organizzazioni internazionali, dalle multinazionali ai singoli ospedali, fino alle organizzazioni non governative. Una grande sfida per i comunicatori, dunque.

SERVONO TRASPARENZA, CREDIBILITÀ E DATI AGGIORNATI E ACCESSIBILI

La comunicazione di un’epidemia dovrebbe allora essere basata su almeno alcuni principi fondamentali, che l’Oms ha ben chiarito da tempo: trasparenza, credibilità, rilevanza, tempestività e chiarezza. Una comunicazione trasparente, basata su dati aggiornati e accessibili, costituisce sicuramente la base per creare con l’opinione pubblica la fiducia necessaria ad evitare il panico. La tempestività è fondamentale per evitare che informazioni sbagliate possano dare un quadro più drammatico della realtà sulle condizioni di diffusione dei virus. L’informazione deve essere poi chiara e rilevante, deve utilizzare un linguaggio semplice e fruibile da tutte le persone.

Servono messaggi brevi, precisi ed efficaci che siano in grado di trasmettere sicurezza

Inoltre, il messaggio, in questo caso più che mai, deve essere concreto. Non è necessario costruire storytelling sofisticati; è necessario comunicare i veri rischi presenti e come affrontarli. Messaggi brevi, precisi ed efficaci che siano in grado di trasmettere sicurezza. Usando quando possibile testimonial credibili e conosciuti. Questa la vera sfida per la comunicazione delle emergenze sanitarie. Con cosa comunicare? Dovendoci rivolgere ad ampi strati della pololazione, di diversa estrazione cultura, età e abitudini non dovremo rinunciare a nessun mezzo di comunicazione, da quelli diretti a quelli intermediati.

Ovviamente i social media sono lo strumento più immediato ed economico, ma non possono essere trascurati i tradizionali mezzi televisivi e cartacei, oltre ad un processo di comunicazione diretta come lettere e mail in casi puntuali ed estremi. È quindi importante mantenere un approccio strategico e integrato che permetta di avere sotto controllo le informazioni che circolano sui tutti i media e comunicare l’epidemia a ogni target. Il tempo saprà darci le risposte, quel che è certo è che siamo difronte all’inizio di una nuova era che potrebbe cambiare le regole del gioco.

GIanluca Comin è professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma.

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Il fondatore di Snapchat ospite dell’Osservatorio permanente giovani-editori

Evan Spiegel a marzo Firenze per festeggiare il 20esimo anniversario.

Sarà il fondatore e Ceo di Snapchat Evan Spiegel l’ospite di Andrea Ceccherini che interverrà, nel mese di marzo a Firenze, in occasione dei festeggiamenti del ventesimo anniversario dell’Osservatorio permanente giovani – editori.

Spiegel sarà in Italia per incontrare i giovani delle scuole secondarie superiori italiane che partecipano all’iniziativa “Il quotidiano in classe” e si confronterà sul futuro con il presidente dell’Osservatorio e l’amministratore delegato di Tim Luigi Gubitosi.

Tra i temi che verranno affrontati durante l’incontro, l’importanza della conoscenza e consapevolezza degli strumenti offerti dalla Rete e del loro corretto utilizzo, in particolar modo tra i giovani, su cui Tim e Osservatorio permanente giovani – editori intendono collaborare per rendere i giovani dei cittadini responsabili della nuova “digital society”.

La giornata evento che vedrà la partecipazione del leader di una delle app di foto e messaggi istantanei più popolari al mondo si inserisce nei festeggiamenti per il ventesimo anniversario dell’Osservatorio permanente giovani-editori, l’organizzazione leader nei progetti di educazione ai media e di alfabetizzazione economico finanziaria.

L’appuntamento, che vedrà al centro della scena i giovani, fa parte di una serie di grandi incontri, intitolati “20 anni di Osservatorio Permanente Giovani-Editori: un dialogo internazionale per connettere i giovani al futuro” che si è aperta lo scorso 3 Ottobre, sempre a Firenze, alla presenza del Ceo di Apple Tim Cook.

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Morta una Repubblica se ne fa un’altra

L'dea di ripetere l’avventura del 1976 sarebbe balenata nella testa di un terzetto dall’amicizia consolidata: Carlo De Benedetti, Carlo Feltrinelli e Gad Lerner. Per la direzione si pensa a Verdelli. Sempre che la proprietà di Gedi decida di rimpiazzarlo con Molinari della Stampa.

E se nascesse una Repubblica due? Pare, secondo sussurri e mezze ammissioni di corridoio prontamente intercettati da questa rubrica che l’idea di ripetere l’avventura del 1976, che sarebbe ormai allo stadio di progetto vero e proprio, sia balenata nella testa di un terzetto dall’amicizia consolidata: Carlo De Benedetti, Carlo Feltrinelli e Gad Lerner.

Con quest’ultimo a fare da anello di congiunzione anche con Carlo Verdelli, che formalmente da direttore dell’attuale quotidiano fondato da Eugenio Scalfari non può certo far parte di un’operazione concorrente.

Ma sarà proprio lui il direttore della nuova Repubblica, qualora la proprietà di Gedi subentrata ai fratelli Marco e Rodolfo De Benedetti decida, come sembra ormai certo, di rimpiazzarlo con l’attuale direttore della Stampa, Maurizio Molinari. Cosa che verosimilmente comporterà un significativo cambio di linea editoriale e politica di Repubblica.

LA TELA TESSUTA DA GAD LERNER

Ed è proprio per la prospettiva di questo cambio di direttore e di linea che Lerner ha tessuto la tela dell’idea di far nascere nella carta stampata “una cosa di sinistra”, facendo leva sulla sua amicizia sia con l’Ingegnere – voglioso di una rivincita dopo aver perso la battaglia per evitare che i suoi figli cedessero la casa editrice che edita la Repubblica e L’Espresso – che con l’amministratore delegato della Feltrinelli, il quale, forte del successo sia nella produzione di libri sia nella gestione della catena di librerie più moderna e diffusa d’Italia, sogna di fare qualcosa di grande che non gli abbia lasciato in eredità sua madre Inge.

TRA LE FIRME DA INGAGGIARE SERRA, DE GREGORIO E MERLO

Lerner, nel frattempo, sta stilando la lista delle firme da ingaggiare. Tra quelle attualmente in forza a Repubblica, si dice che in cima alla lista ci siano Michele Serra, Concita De Gregorio e Francesco Merlo. Un punto interrogativo è invece apposto a fianco del nome di Ezio Mauro: non si sa se l’ex direttore di Repubblica vorrà essere della partita.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Le polemiche in Rai tra lo spot pro Salvini e i cachet di Sanremo

L'ad Salini prova a rimediare al pasticcio della propaganda leghista piazzata durante l'intervallo di Juve-Roma. Che ha fatto 5 milioni di spettatori. Ma come garantire a Zingaretti lo stesso pubblico durante un break di Don Matteo? Intanto le richieste degli ospiti del Festival fanno discutere: Georgina vuole 140 mila euro, Benigni 300 mila, Rula 25 mila.

Clima da “ultimi giorni di Pompei” alla Rai, mentre si avvicina l’appuntamento televisivo più importante dell’anno, il Festival di Sanremo, in un vorticoso aumento delle polemiche.

FOA INTANTO RESPIRA ARIA BUONA A DAVOS

Intanto, forse per prendersi un pausa e respirare un po’ di buona aria di montagna, il presidente Marcello Foa è andato a Davos, al Forum mondiale dell’economia che vede ogni anno riuniti i grandi della terra. In questa edizione in particolare per parlare di clima. Quello di viale Mazzini, si sa, in queste settimane è particolarmente mefitico.

GUALTIERI VUOLE DIMISSIONARE L’AD SALINI

E l’amministratore delegato Fabrizio Salini, di cui molti giornali scrivono che l’azionista, ossia il ministero dell’Economia, ossia il suo titolare Roberto Gualtieri, si prepara a dimissionare? Sta chiuso nel bunker a cercare di risolvere le infinite grane scaturite dal famoso o famigerato spot con Matteo Salvini per lanciare l’edizione di Porta a Porta fatto nell’intervallo della partita di Coppa Italia tra Juventus e Roma. Che ha totalizzato nelle rilevazioni più di 5 milioni di spettatori.

L’ARDO RIEQUILIBRIO DA TROVARE CON DON MATTEO

L’idea, come noto, è quella di offrire al segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti un analogo spazio all’interno di Don Matteo, una delle fiction più di successo della tivù pubblica. Un riequilibrio arduo da ottenere perché Don Matteo ha più di un break pubblicitario e quindi non è facile centrarne uno che abbia parità di ascolti.

CHI SI OCCUPA DELLA GRANA JUNIOR CALLY?

Come se non bastasse, e tornando a Sanremo, c’è poi il caso del cantante rapper Junior Cally, meglio dire dei testi violenti e sessisti delle sue canzoni, su cui a oggi Salini e il suo staff non hanno ancora detto una parola. La loro idea è che dovesse essere il neo direttore di RaiUno Stefano Coletta a sciropparsi la questione. Ma il manager, che ha sostituito in corsa Teresa De Santis alla guida della rete ammiraglia, ha avuto buon gioco nel dire che il problema non l’ha provocato lui.

GEORGINA, COMPARSATA DA 140 MILA EURO

E a proposito di problemi, impazzano quelli relativi ai cachet degli ospiti al Festival. Georgina Rodriguez, la compagna di Cristiano Ronaldo, per la sua comparsata sul palco dell’Ariston – immaginiamo al braccio del suo celeberrimo fidanzato calciatore della Juventus – vuole 140 mila euro più le spese, una cifra che potrebbe essere pagata in condominio con Rai pubblicità.

BENIGNI SPARA ALTO: 300 MILA EURO

Roberto Benigni, come ampiamente riportato dai giornali, di euro ne vuole invece 300 mila più le spese, una vera follia se la Rai accettasse di pagarglieli. Rula Jebreal invece per il suo monologo sulla violenza contro le donne si accontenta di 25 mila più spese.

SENZA DI MAIO CAPO M5S VIA LIBERA A ORFEO AL TG3?

Un’ultima annotazione. Con Luigi Di Maio non più capo politico del Movimento 5 stelle la posizione di Salini, che all’interno del governo è pesantemente sotto attacco del Pd, si è molto indebolita. E un primo risultato potrebbe essere il venir meno del veto pentastellato sulla candidatura di Mario Orfeo alla direzione del Tg3.

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Le sfide della MotoGp arrivano su Dazn

Per le stagioni 2020 e 2021 le competizioni di Moto 2, Moto 3 e MotoGp saranno visibili anche sulla piattaforma di streaming live.

Si apre con una novità il 2020 di Dazn, il primo servizio internazionale di streaming live e on demand interamente dedicato allo sport e presente a oggi in nove Paesi che, a partire da marzo, trasmetterà le gare di Moto 2, Moto 3 e MotoGp per le stagioni 2020 e 2021.

OFFERTA SEMPRE PIÙ MULTISPORT

Non solo il grande calcio in questa nuova stagione, ma anche e sempre di più un’offerta multisport completa che vede nella MotoGp l’ulteriore conferma della volontà di Dazn di essere il punto di riferimento di tutte le passioni sportive degli italiani.

«USEREMO IL NOSTRO SOLITO LINGUAGGIO DIRETTO»

Veronica Diquattro, Executive vice president Southern Europe, ha dichiarato che «non possiamo che essere felici e orgogliosi di questo ulteriore successo che conferma l’impegno di Dazn a essere il punto di riferimento degli eventi sportivi per tutti i tifosi italiani. Le competizioni di MotoGp sono adrenalina pura, emozione e coraggio e noi le racconteremo con il nostro solito linguaggio diretto e immediato che porterà il tifoso al centro della scena».

PREZZO CONFERMATO: 9,99 EURO AL MESE

Prosegue quindi la crescita di Dazn che rende disponibile, sulla sua piattaforma streaming, sempre più eventi sportivi per soddisfare le esigenze e le passioni di un numero crescente di appassionati. L’unica cosa che rimane invariata nel percorso di crescita di Dazn è il prezzo, riconfermato a 9,99 euro al mese.

TRE PARTITE DI SERIE A E TANTO CALCIO INTERNAZIONALE

Con l’ingresso, all’interno del catalogo del servizio streaming Dazn, delle competizioni Moto 2, Moto 3, MotoGp, l’offerta sportiva è cosi composta da tre partite per ogni giornata di Serie A e da tutti i match della Serie B; da alcune tra le migliori competizioni europee – Liga, Ligue 1, Fa Cup, Efl League Cup, Eredivisie e Championship – e sudamericane – Copa Libertadores e Copa Sudamericana -, oltre che da altri campionati internazionali – Major League Soccer (Mls), la J1 League giapponese e la Chinese Super League.

SPORT AMERICANI, BOXE E RUGBY

L’offerta extra calcistica include gli sport americani – Nfl e Mlb, gli sport da combattimento come la boxe e le arti marziali miste (Ufc e Bellator), i motori con World Rally Championship (Wrc), IndyCar, Nascar e Dtm, le principali competizioni europee di rugby (Pro14, Champions Cup e Challenge Cup), la Cev Champions League di pallavolo e i darts.

DISPONIBILI ANCHE I CANALI DI EUROSPORT

Inoltre, su Dazn sono disponibili i canali Eurosport 1 Hd ed Eurosport 2 Hd, che trasmettono alcuni tra i più grandi eventi sportivi al mondo: Giro d’Italia, Tour de France, Vuelta di ciclismo, Australian Open, Roland Garros e Us Open di tennis, Formula E, 24 Ore di Le Mans, campionato WTCR di motori, Serie A ed Eurolega di basket, le principali discipline invernali, i Giochi olimpici. Senza dimenticare InterTV e Milan Channel che consentono di vivere la vita quotidiana delle due grandi squadre milanesi.

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Lucia Annunziata lascia la direzione dell’Huffington Post

Cambia conduzione il quotidiano online, finora sempre diretto dall'ex presidente della Rai. Ancora riserbo sul suo successore.

Cambio di rotta al timone dell’edizione italiana dell’Huffington Post. Lucia Annunziata ha annunciato l’addio alla direzione del quotidiano online da lei guidato sin dalla nascita. Al contempo, Annunziata ha dato l’addio definitivo anche al Gruppo Gedi, confermando soltanto la sua presenza alla conduzione della trasmissione di RaiTre Mezz’ora in più. Secondo quanto riporta Primaonline.it, dietro la scelta, motivata da un generico avvicendamento dei vertici editoriali, ci sarebbero in realtà le criticità che hanno colpito l’Huffington Post. In particolare, si parla di una redazione ridotta all’osso malgrado gli alti costi per i servizi generali e di ricavi pubblicitari non più così solidi.

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Atto finale dell’arbitrato Rcs-Blackstone sul palazzo del Corsera

Il 14 gennaio gli avvocati delle parti hanno depositato le memorie finali. Ora il collegio ha dai 15 ai 90 giorni per esprimere il verdetto. Intanto Cairo ha chiesto una perizia sul valore dei suoi asset.

Atto finale nella vicenda che oppone Urbano Cairo e il fondo Blackstone sulla contestata vendita del palazzo milanese di via Solferino, storica sede del Corriere della Sera.

In breve: acquistato dagli americani nel 2013 per 120 milioni di euro, lo scorso anno stava per essere rivenduto ad Allianz per una cifra quasi doppia quando Cairo ha contestato l’operazione adducendo come motivazione che gli americani avessero approfittato delle difficoltà di Rcs per costringendola a svendere. Tesi che Blackstone ha duramente contestato.

Blackstone ha fatto causa chiedendo alla casa editrice un indennizzo monstre, oltre 300 milioni di dollari, e per analogo importo al suo proprietario come persona fisica. Tutto poi è finito nelle mani di un collegio arbitrale (presidente Renato Rordorf, Enzo Roppo per Rcs e Vincenzo Mariconda per Blackstone) ora alle battute finali.

IL COLLEGIO HA DAI 15 AI 90 GIORNI PER ESPRIMERSI

Martedì 14 gennaio gli avvocati delle parti (Sergio Erede e Francesco Mucciarelli per Rcs, Francesco Gatti, Carlo Pavesi e Giuseppe Iannaccone per il fondo americano) hanno depositato le ultime memorie atte a illustrare le ragioni dei loro clienti, e ora il collegio ha dai 15 ai 90 giorni di tempo per esprimersi. Se venisse rispettata la parte bassa dell’arco temporale, a fine mese ci sarà dunque il verdetto. Entrambe le parti, come è ovvio che sia, si dicono confidenti in un esito a loro favorevole.

CAIRO HA CHIESTO UNA PERIZIA SUL VALORE DEI SUOI ASSET

Intanto Cairo, ma non è detto che la sua iniziativa sia correlata all’arbitrato, ha chiesto a una nota società di consulenza e revisione una perizia sul valore di tutti i suoi asset. In genere, simili mosse preludono a una riorganizzazione societaria o a qualche operazione di natura straordinaria.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere

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L’Agcom ordina a Rai, Sky e La7 di riequilibrare il pluralismo

Per l'Authority occorre un'immediata inversione di tendenza nei notiziari rispetto a quanto rilevato nel trimestre settembre-novembre 2019.

Il Consiglio dell’Agcom ha deciso a maggioranza di rivolgere a Rai, Mediaset, Sky Italia e La7 «un ordine affinché provvedano ad assicurare nei notiziari una immediata e significativa inversione di tendenza rispetto a quanto rilevato nel trimestre settembre-novembre 2019». La decisione è stata presa dopo aver esaminato i dati dei tg relativi a dicembre 2019 nei quali l’Agcom «ha accertato il permanere delle criticità : in particolare, i tempi fruiti da alcuni soggetti politici non sono risultati coerenti con le rispettive rappresentanze parlamentari». Per l’andamento registrato nel trimestre settembre-novembre, le tre emittenti erano state già invitate, con comunicazione trasmessa il 30 dicembre, «a garantire il più rigoroso rispetto dei principi sanciti a tutela del pluralismo dell’informazione, avendo cura di assicurare, pur nel rispetto della libertà editoriale e alla luce dell’attualità della cronaca, un equilibrato accesso di tutti i soggetti politici al fine di garantire un’informazione completa ed imparziale».

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Comunicato della redazione di Lettera43.it e LetteraDonna.it

I giornalisti proclamano tre giorni di sciopero dopo la decisione della società di procedere alla richiesta di Cassa integrazione guadagni straordinaria a zero ore per riorganizzazione aziendale.

L’8 gennaio 2020 la società editoriale News3.0 ha presentato ai redattori un documento scritto sull’apertura della procedura di richiesta della Cassa integrazione guadagni straordinaria a zero ore per riorganizzazione aziendale. Un provvedimento pronto a colpire otto giornalisti sugli attuali 14 assunti, che con le dimissioni di un altro lavoratore ridurrebbero l’organico a sole cinque unità.

La redazione considera gravissime e sproporzionate le misure, che tra l’altro non sono stato oggetto di discussione o trattativa con l’azienda per cercare eventuali alternative possibili. In gioco, oltre al posto dei giornalisti, c’è anche la sopravvivenza delle testate Lettera43.it e LetteraDonna.it che dopo anni di lavoro vengono così di fatto smantellate o chiuse.

Le motivazioni addotte alla decisione di chiedere la Cigs, e cioè la necessità di sistemare i conti in un contesto di crisi generalizzata del settore dell’editoria, vengono usate come scuse per nascondere incapacità manageriali e per falcidiare in questa misura il corpo redazionale, che tra l’altro negli anni e tra diverse difficoltà, ripetute riduzioni di organico e licenziamenti improvvisi non ha mai fatto mancare il suo apporto e la sua professionalità, a ogni ora del giorno e della notte, in ogni giorno dell’anno e fuori dalle mansioni contrattuali.

Ora i redattori pagano sulla loro pelle le ripercussioni di vecchie esperienze fallimentari, come FreeJourn, Pagina99, Sextelling, ExpoNotizie e altri progetti abortiti negli anni che hanno portato allo sperpero di risorse e alla perdita di opportunità di investimenti, a cui si sono sommate le ultime scelte che si sono rivelate profondamente sbagliate, come la decisione di affidarsi a un inefficace restyling del sito e a un disastroso Content management system che ha impattato negativamente sulle prestazioni del quotidiano online, sul lavoro dei giornalisti e sui risultati in termini di traffico, mentre nessuno di chi ha preso le suddette decisioni ha subìto conseguenze.

La società nella sua comunicazione si è data l’obiettivo di recuperare con il nuovo assetto un «gap di competenze» identificando «personale con soft skill» legate all’«ambiente digitale», che però la redazione attuale possiede già, a differenza di quanto dimostrato dalla dirigenza negli anni.

La redazione, già in stato di agitazione da mesi dopo la richiesta mai soddisfatta di ottenere un piano editoriale, condanna la decisione presa dall’azienda, che nelle figure del direttore e dell’amministratore delegato non ha avuto neanche la decenza di comunicare direttamente ai redattori l’avvento della Cigs, e proclama sciopero per le giornate di venerdì 10 gennaio, lunedì 13 e martedì 14.

Il cdr di Lettera43.it e LetteraDonna.it

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Repubblica, Ceccherini alza il tiro

Dopo la causa civile a Calabresi, Gatti e Pier Luca Santoro per un articolo del 2018 ritenuto diffamatorio, il fondatore dell’Osservatorio Giovani-Editori sta valutando l’azione penale.

Un inizio anno non dei migliori per Claudio Gatti, Mario Calabresi e Pier Luca Santoro, fondatore del sito Datamedia hub. A guastare le feste dei due giornalisti di Repubblica e di Santoro ci ha pensato un vecchio articolo dedicato all’Osservatorio Permanente Giovani-Editori apparso nel marzo 2018 sul Venerdì di Repubblica, considerato fin da subito gravemente diffamatorio dagli interessati, e ripreso poi sul sito online del quotidiano romano.

SCENDONO IN CAMPO I PENALISTI

Inizialmente Andrea Ceccherini, fondatore e anima dell’Osservatorio, sembrava voler limitare la propria azione contro i due giornalisti e Santoro al classico ambito civile. Perciò aveva messo in pista un pool di avvocati di rango, guidato dal professor Guido Alpa, balzato agli onori della cronaca per essere stato storico sodale del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Tuttavia qualcosa di nuovo deve essere emerso se solo qualche giorno fa i civilisti sono stati affiancati da un pool di penalisti dai nomi eccellenti (tra cui lo studio fiorentino Taddeucci-Sassolini) cui è stato dato l’incarico di verificare se, nell’ambito della conduzione dell’indagine giornalistica, si siano consumate fattispecie di reati o se invece tutto si sia svolto correttamente. I penalisti dovranno riferire nei primi mesi dell’anno le loro valutazioni, per permettere all’Osservatorio di decidere se procedere o limitarsi all’originaria causa civile.

NO COMMENT DA FIRENZE

L’Osservatorio, che fin dall’inizio aveva reagito al servizio di Gatti con durezza, sembra oggi intenzionato ad alzare ulteriormente il livello dello scontro, probabilmente consigliato dagli stessi legali. Anche se, secondo quanto risulta a Lettera43, sembra che Ceccherini voglia approfondire adeguatamente i fatti e gli atti, prima di muovere un ulteriore passo. Quello che è certo è che il recente cambio di proprietà del giornale, passato dalla famiglia De Benedetti alla Exor di John Elkann, non sembra abbia indotto il manager fiorentino a recedere. Anzi. Interpellati sulle indiscrezioni raccolte da questo giornale, al quartier generale di Firenze hanno preferito non rilasciare dichiarazioni in materia. L’unica cosa di cui sono disposti a parlare è la grande soddisfazione per la partnership strategica con Apple, celebrata in pompa magna a Firenze lo scorso 13 ottobre, che ha contribuito a ispessire il profilo internazionale dell’Organizzazione, tanto da meritare il plauso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

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Facebook spiega ai giudici che CasaPound è «odio organizzato»

Il social network ha presentato un reclamo contro l'ordinanza del tribunale di Roma che aveva chiesto di riattivare l'account del movimento neofascista: «Abbiamo una policy sulle organizzazioni pericolose».

Facebook ha presentato un reclamo contro l‘ordinanza del Tribunale di Roma che il 12 dicembre scorso aveva ordinato al social di riattivare gli account di CasaPound. «Ci sono prove concrete che CasaPound sia stata impegnata in odio organizzato e che abbia ripetutamente violato le nostre regole. Per questo motivo abbiamo presentato reclamo», fa sapere un portavoce di Facebook.

«ABBIAMO UNA POLICY SULLE ORGANIZZAZIONI PERICOLOSE»

«Non vogliamo che le persone o i gruppi che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono utilizzino i nostri servizi, non importa di chi si tratti. Per questo motivo abbiamo una policy sulle persone e sulle organizzazioni pericolose che vieta a coloro che sono impegnati in ‘odio organizzato’ di utilizzare i nostri servizi», ha dichiarato il portavoce di Facebook.

«LE REGOLE VALGONO AL DI LÁ DELLA IDEOLOGIA»

«Partiti politici e candidati, così come tutti gli individui e le organizzazioni presenti su Facebook e Instagram, devono rispettare queste regole, indipendentemente dalla loro ideologia». Il reclamo di Facebook è contro l’ordinanza con cui il 12 dicembre il tribunale civile di Roma ha ordinato al social network la riattivazione immediata della pagina Facebook di CasaPound, oltre che del profilo personale e della pagina pubblica dell’amministratore Davide Di Stefano. Tali account erano stati disattivati da Facebook il 9 settembre.

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Tensione alle stelle tra Mainetti e il Foglio

L'editore, che era all'oscuro, disconosce la battaglia tra la direzione del giornale e il Dipartimento per l'Editoria. Negli anni contestati i proprietari erano altri. Nel 2018 fu la redazione a criticare un suo intervento in difesa del primo governo Conte.

L’editore del Foglio Valter Mainetti prende le distanze dalla battaglia sui contributi pubblici tra la testata e il governo che rischia di portare alla chiusura del giornale fondato da Giuliano Ferrara. Un articolo molto informato di Primaonline racconta come l’immobiliarista editore, in scontro aperto con la redazione, consideri gli accertamenti della Guardia di Finanza come un problema non lo riguarda, perché sono relativi a 6 milioni di contributi versati al giornale nel 2009 e 2010, anni in cui lui non ne era ancora diventato proprietario.

MAINETTI IN BUONI RAPPORTI CON IL DIPARTIMENTO PER L’EDITORIA

Una presa di distanze dovuta anche, secondo le indiscrezioni, al fatto che la direzione del Foglio non l’abbia avvisato prima di sferrare alla vigilia di Natale il suo attacco al governo, e in particolare al Dipartimento per l’Editoria con il quale Mainetti sarebbe in buoni rapporti.

Valter Mainetti.

Un «cavatevela da soli» che suona anche come una vendetta servita fredda per un contro editoriale pubblicato dal Foglio e titolato “La voce del padrone” in cui la redazione si dissociava da un intervento di Mainetti sul quotidiano diretti da Claudio Cerasa a favore del Conte I. Una ferita apertasi nel giornale tra proprietario e direzione nel giugno 2018 che da allora non si è mai rimarginata.

IL PASSAGGIO DI MANO DAL 2016

La società di Mainetti, spiega Primaonline, «ha acquisito il completo controllo della società proprietaria del Foglio solo nel 2016, mentre all’epoca delle contestazioni della Guardia di Finanza le quote appartenevano ancora a Veronica Lario (38%), all’imprenditore Sergio Zancheddu (25%), a Denis Verdini (15%), a Giuliano Ferrara (10 %) e allo stampatore Luca Colasanto (10%)». 

TOTALE AUTONOMIA DEL GIORNALE RISPETTO ALLA PROPRIETÀ

Da quando l’immobiliarista è diventato proprietario, continua il giornale online, «il rapporto con ‘Il Foglio Quotidiano società cooperativa’ (…) editore e destinataria dei contributi statali, è regolato da un dettagliato contratto di affitto per la pubblicazione della testata (…) che prevede a fronte di un ‘canone’ anche la totale autonomia, tanto nella gestione economica che nella linea politica».

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“Patata bollente”: Feltri a processo per il titolo sulla Raggi

Il direttore editoriale di Libero rinviato a giudizio insieme al responsabile Senaldi con l'accusa di diffamazione aggravata.

«Molti ricorderanno un “raffinatissimo” titolo che mi dedicò oltre due anni fa il quotidiano Libero, “La patata bollente“, ed un articolo di Feltri condito dai più beceri insulti volgari, sessisti rivolti alla mia persona: nessun diritto di cronaca esercitato né di critica politica… semplicemente parole vomitevoli», ha scritto su Facebook la sindaca di Roma Virginia Raggi, annunciando che il Gup di Catania «accogliendo la richiesta della procura, ha disposto il rinvio a giudizio per il direttore Vittorio Feltri per diffamazione aggravata».

«Avevo annunciato che avrei querelato il giornale e i suoi responsabili per diffamazione. L’ho fatto», ha spiegato la sindaca Raggi sul Facebook, «e oggi voglio darvi un aggiornamento: mi sono costituita parte civile ed il Gup di Catania ieri, accogliendo la richiesta della procura, ha disposto il rinvio a giudizio per il direttore Vittorio Feltri e per il direttore responsabile Pietro Senaldi. Andranno a processo per rispondere di diffamazione aggravata».

«VITTORIA PER TUTTE LE DONNE»

«È un primo importante risultato. Non tanto per me, ma per tutte le donne e tutti gli uomini che non si rassegnano a un clima maschilista, a una retorica fatta di insulti o di squallida ironia», continua la sindaca di Roma, «e il mio pensiero va a tutti coloro, donne e uomini, che hanno subito violenze favorite proprio da quel clima. Gli pseudointellettuali, i politici e alcuni giornalisti che fanno da megafono ai peggiori luoghi comuni, nella speranza di vendere qualche copia o conquistare qualche voto in più, arrivano persino a infangare la memoria di figure istituzionali come Nilde Iotti o a insultare le donne emiliane e romagnole. Patata bollente e tubero incandescente mi scrivevano..io non dimentico… vediamo come finisce in Tribunale questa vicenda».

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Salini cede ad Agnes e la Rai rifà Check-up

Collocata nel palinsesto 2020 sul secondo canale la trasmissione ideata negli Anni 70 dallo storico direttore generale. Ora la figlia Simona ha convinto l'attuale ad dopo i no di Gubitosi, Campo Dall'Orto e Orfeo. Arriva dunque l'ennesimo programma sulla salute.

La Rai del cambiamento che a detta di presidente e amministratore delegato dovrebbe cambiare linguaggi, contenuti editoriali e modalità di fruizione, sta decidendo in queste ore per un ritorno al passato. L’idea è quella di riprogrammare Check-up, una famosa trasmissione ideata negli Anni 70 da Biagio Agnes che è stato per lungo tempo direttore generale a Viale Mazzini.

Perciò si sta lavorando per trovargli una collocazione in palinsesto e, salvo sorprese, l’ipotesi è che la nuova edizione di Check-up possa essere inserita nella programmazione di RaiDue nel periodo febbraio-marzo 2020.

Simona Agnes, figlia di Biagio, e presidente della fondazione che porta il nome del padre, aveva già tentato più volte in passato di riproporre il format ricevendo sempre un cortese quanto fermo no da parte degli ultimi tre direttori generali della tivù pubblica, ossia Luigi Gubitosi, Antonio Campo Dall’Orto e Mario Orfeo.

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Simona Agnes. (Ansa)

Invece con Fabrizio Salini è riuscita nell’impresa, avendo anche trovato una buona sponda in un consigliere del consiglio di amministrazione. L’attuale ad, dopo una serie di riunioni operative che hanno visto coinvolte alcune direzioni, avrebbe dato semaforo verde. L’appalto è esterno, visto che il nuovo Check-up sarà un prodotto fornito chiavi in mano da una società della Agnes. E andrà ad aggiungersi alla miriade di programmi sulla salute che già esistono nei palinsesti delle tre reti.

Unica novità rispetto all’originale che andava in onda sul primo canale, per il nuovo Check-up è stata scelta RaiDue, la rete di cui dopo l’uscita di Carlo Freccero l’ad Salini è direttore ad interim.

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Greta Thunberg sulla copertina di Time come persona dell’anno

L'attivista svedese che si batte contro i cambiamenti climatici è la più giovane a essere finita sulla copertina della celebre rivista americana.

L’attivista Greta Thunberg è stata scelta da Time come persona dell’anno 2019. La 16enne svedese che si batte contro i cambiamenti climatici ha conquistato la copertina del numero di dicembre, assegnata dal 1927 alla persona che secondo la rivista ha segnato l’anno in maniera indelebile, nel bene o nel male. Greta ha battuto il presidente Donald Trump, la speaker della Camera Nancy Pelosi, la ‘talpa’ che ha messo in moto la procedura per l’impeachment contro il presidente e i manifestanti di Hong Kong. È la più giovane Persona dell’Anno di Time.

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Ultimatum di Damasco alla Rai per la messa in onda di un’intervista ad Assad

Viale Mazzini ne avrebbe rinviato più volte la trasmissione senza spiegazione. L'ufficio stampa della presidenza siriana dà fino al 9 dicembre. Poi la diffonderà sui media locali.

Meno di 48 ore. Se la Rai non manderà in onda entro lunedì 9 dicembre l’intervista realizzata da Monica Maggioni al presidente siriano Bashar al Assad, che doveva essere trasmessa il 2 dicembre scorso, Damasco programmerà sui media del Paese il colloquio senza la contemporaneità prevista dagli accordi. Lo rende noto l’Agi.

L’ACCORDO CON DAMASCO

«Il 26 novembre 2019, il presidente al-Assad ha rilasciato un’intervista alla Ceo di RaiCom, Monica Maggioni», ha scritto l’ufficio stampa della presidenza siriana in una nota pubblicata su Facebook in cui spiega i termini dell’accordo. «Si è convenuto che l’intervista sarebbe andata in onda il 2 dicembre su Rai News 24 e sui media nazionali siriani». Così però non è andata. Il 2 dicembre RaiNews24 ha chiesto di posticipare la messa in onda senza, stando alla versione di Damasco, ulteriori spiegazioni. A questo sono seguiti, sempre secondo l’ufficio stampa della presidenza siriana, altri due rinvii. «Questo», conclude la nota, «è un ulteriore esempio dei tentativi occidentali di nascondere la verità sulla situazione in Siria e sulle sue conseguenze sull’Europa e nell’arena internazionale». Così è scattato l’ultimatum: o l’intervista va in onda oppure la presidenza siriana la trasmetterà alle 21 di lunedì.

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Diminuisce la fiducia dei comunicatori: come invertire la tendenza

Davanti alle nuove sfide dovute alla digitalizzazione occorre mettere in piedi sinergie solide tra pubbliche relazioni, giornalisti e leader. Solo così sarà possibile consolidare la corporate reputation.

Le aspettative della società nei confronti del business, delle aziende e dei leader sono in costante aumento.

In un contesto sfidante dove emergono tematiche quali quelle ambientali, della crisi economica e della digitalizzazione è sempre più facile comunicare la propria opinione e parlare alle persone attraverso l’uso delle tecnologie.

In particolare, l’utilizzo di queste ha permesso lo sviluppo della comunicazione disintermediata, quel tipo di comunicazione tramite la quale vengono eliminati i filtri e i corpi intermedi. Questo modo di comunicare aiuta a mantenere vivo il rapporto con la propria platea e a garantire contatti con nuovi soggetti.

ESPORSI SU TEMATICHE CRUCIALI AIUTA A MANTENERE CREDIBILITÀ

In un mondo così complesso, dunque, esporsi in tempo reale su tematiche cruciali per il proprio business è necessario per ottenere e mantenere una certa credibilità. Attraverso genuini scambi di opinione su social, siti web e piattaforme dedicate, è possibile trasmettere i valori della propria azienda alla luce degli obiettivi che questa si è prefissa di perseguire. Mission, vision e valori sono elementi imprescindibili per garantire un buon andamento dell’attività e rappresentano un faro per le attività di comunicazione. La comunicazione è, dunque, uno degli strumenti chiave per la gestione della reputazione ed è una leva di successo per le performance di business, in grado di creare una profonda cultura di impresa. Per questi motivi, anche per i leader di grandi aziende, la comunicazione e il ruolo dei comunicatori sta diventando sempre più centrale. 

LA SFIDUCIA NEI PROFESSIONISTI NELL’ERA DELLA DISINTERMEDIAZIONE

Nonostante il ruolo cruciale che la comunicazione riveste per il business e per il funzionamento di grandi e medie aziende, il ruolo dei comunicatori professionisti sembra sperimentare una profonda crisi. Secondo quanto riportato nel rapporto Euprera (European Public Relations Education and Research Association) realizzato in Germania, Italia e Regno Unito dalla Leipzig University, la Leeds Beckett University e lo Iulm sul livello di fiducia nei confronti dei professionisti della comunicazione, la popolazione generale ha una forte diffidenza. Questo è dovuto, in particolare, alle percezioni confuse sugli obiettivi e le attività di pubbliche relazioni da parte della popolazione. Non è un caso, dunque, che il 50% degli intervistati sia indifferente alle attività di pubbliche relazioni e il 38% degli intervistati non abbia fiducia nei confronti di chi fa attività di pubbliche relazioni. Questi dati risultano essere in forte contrasto con la percezione che i professionisti della comunicazione hanno di se stessi: ritengono di ottenere il 55% della fiducia, mentre in realtà arrivano a sfiorare solo il 12%. L’unico modo per affrontare questa situazione critica risiede, dunque, nello sviluppo di sinergie solide tra pubbliche relazioni, giornalisti, leader e comunicatori. 

QUALE FUTURO PER I LEADER E I COMUNICATORI?

Come ho scritto nel mio ultimo libro Comunicazione integrata e reputation Management, edito dalla Luiss University Press, populismi, cambiamenti climatici, demografici e digitalizzazione stanno influenzando e impatteranno sempre più sul nostro modo di vivere, lavorare e comunicare. I nuovi sistemi di comunicazione sfidano i divari geografici e temporali accorciando le distanze, disintermediando e, allo stesso tempo, accrescendo problemi relativi a reputazione e credibilità. La comunicazione integrata, come ho scritto e ripetuto più volte nel libro, può rispondere a questi problemi, definendo un filo logico in cui gli strumenti comunicativi e le tecniche impiegate in ciascuna delle aree di comunicazione siano allineati con la strategia complessiva dell’impresa. Solo in questo modo sarà garantita la possibilità di far leva sulle tecniche di comunicazione per consolidare la corporate reputation e conseguire una posizione distintiva rispetto ai concorrenti in un orizzonte di lungo termine. Infine, se questa strategia viene accompagnata da una elevata dose di empatia, risulterà certamente vincente, come dimostrato dai risultati della ricerca pubblicata questo mese sul McKinsey Quarterly, basati su sondaggi e interviste con un gruppo di borsisti di Ashoka, una delle comunità di imprenditori sociali più importanti al mondo.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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Squid App sarà il fornitore di notizie sugli smartphone Huawei

La società svedese diventa content partner della compagnia cinese. «Il nostro obiettivo è di fare appassionare le giovani generazioni alla lettura di notizie di qualità e allo stesso tempo aiutare le testate giornalistiche ad acquisire più traffico e più ricavi», ha commentato il Ceo Johan Otelius.

Squid, società media-tech di Stoccolma, sarà content partner per il newsfeed in Huawei Browser e Huawei Assistant. Agli utenti verrà fornito un feed consigliato con notizie provenienti da diverse categorie e da una varietà di editori. «Siamo entusiasti che Huawei ci abbia scelto come partner per offrire ai suoi utenti le notizie di attualità più interessanti», ha commentato Johan Othelius, Ceo e fondatore di Squid App. «Il nostro obiettivo è di fare appassionare le giovani generazioni alla lettura di notizie di qualità e allo stesso tempo aiutare le testate giornalistiche ad acquisire più traffico e più ricavi». Squid App offre agli utenti Huawei notizie in 35 lingue e permette ai lettori di personalizzare il proprio newsfeed. L’obiettivo è di aprire le porte dei millennial, soprattutto in Europa e America Latina, a un mondo di notizie dalle fonti più autorevoli.

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Cos’ha deciso la holding dei De Benedetti sulla vendita di Gedi

Accordo con Exor per la cessione delle quote di Cir nel gruppo editoriale (43,78%) al prezzo di 0,46 euro per azione, per un controvalore pari a 102,4 milioni di euro.

Al termine di un cda durato tutta la giornata, la finanziaria controllata dai De Benedetti (Cir) ha firmato un accordo per la cessione a Exor (famiglia Agnelli) della sua partecipazione nel Gruppo Gedi al prezzo di 0,46 euro per azione, per un controvalore pari a 102,4 milioni di euro. Si tratta di quasi il doppio della cifra (0,25 euro ad azione) offerta a metà ottobre da Carlo De Benedetti per riprendere dai figli il controllo del gruppo editoriale. Al termine dell’operazione, da realizzare tramite una società di nuova costituzione, verrà lanciata un’opa allo stesso prezzo. Cir reinvestirà nella nuova società per una quota pari al 5% di Gedi.

ELKANN: «PROGETTO EDITORIALE RIGOROSO»

«Con questa operazione ci impegniamo in un progetto imprenditoriale rigoroso, per accompagnare Gedi ad affrontare le sfide del futuro», ha detto John Elkann, presidente e amministratore delegato di Exor.

RODOLFO DE BENEDETTI: «TESTIMONE A UN AZIONISTA DI LIVELLO»

«Passiamo il testimone ad un azionista di primissimo livello, che da più di due anni partecipa alla vita della Società, che conosce l’editoria e le sue sfide, che in essa ha già investito in anni recenti e che anche grazie alla propria proiezione internazionale saprà sostenere il gruppo nel processo di trasformazione digitale in cui esso, come tutto il settore, è immerso», è stato il commento del presidente di Cir, Rodolfo De Benedetti.

IL GRUPPO GEDI

Gedi è il primo editore di quotidiani in Italia, con La Repubblica, La Stampa e 13 testate locali, edita periodici tra cui il settimanale L’Espresso, è leader per audience nell’informazione digitale ed è uno dei principali gruppi nel settore radiofonico, con tre emittenti nazionali, tra cui Radio Deejay. Opera, inoltre, nel settore della raccolta pubblicitaria, tramite la concessionaria Manzoni, per i propri mezzi e per editori terzi.

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Torna Studio in Triennale: il programma dell’edizione 2019

La due giorni di dibattiti e interviste organizzata da Rivista Studio va in scena sabato 30 novembre e domenica 1 dicembre. Moda, design, mobilità sostenibile, sport e tanto altro ancora.

Studio in Triennale, il festival organizzato da Rivista Studio in collaborazione con Triennale Milano, torna per l’ottava edizione in programma sabato 30 novembre e domenica 1 dicembre 2019. Teatro dell’evento il Palazzo dell’Arte in viale Alemagna.

Il filo rosso della due giorni di dibattiti e interviste dedicati a media, cultura, innovazione, design, stili di vita, sport e ambiente sarà il superamento di ogni codice, genere, limite e barriera. Tutti gli incontri sono a ingresso libero. Ecco il programma completo.

SABATO 30 NOVEMBRE

Ore 14.00
No Code!
Moda, design, arte, stili di vita: la rottura dei codici
Con: Yong Bae Seok (designer), Lorenza Baroncelli (direttrice artistica Triennale Milano), Michele Lupi (Tod’s), Angela Rui (curatrice).
Modera: Federico Sarica (direttore Rivista Studio)

Ore 15.15
Come ci muoveremo
Dallo skateboard all’elettrico, ragionamenti attorno alla mobilità sostenibile
Con: Pablo Baruffo (skatepark designer, CTRL+Z), Paolo Gagliardo (Ad Qooder), Michele Lupi (Tod’s), Diana Manfredi (regista).
Modera: Serena Scarpello (Rivista Studio)

Ore 16.30
I nuovi femminili
Le donne, i media e le community, fra social e giornali tradizionali
Con: Imen Boulahrajane (esperta di economia e influencer), Francesca Delogu (direttrice Cosmopolitan), Cristina Fogazzi (Estetista Cinica), Annalisa Monfreda (direttrice Donna Moderna).
Modera: Silvia Schirinzi (Rivista Studio)

Ore 17.45
Incontro con David Szalay, scrittore (Turbolenza, Adelphi)
Intervengono: Veronica Raimo, Marco Rossari (autori di Le Bambinacce, Feltrinelli).

Ore 18.45
Incontro con Lawrence Wright, scrittore (Dio salvi il Texas, NR Edizioni)
Intervengono: Giuseppe De Bellis (direttore Sky Tg24), Paola Peduzzi (Il Foglio)

DOMENICA 1 DICEMBRE

Ore 11.00
Fabbrica Futuro
Dalle nuove professioni alla formazione continua, ragionamenti sul futuro del lavoro
Con: Riccardo Barberis (AD ManpowerGroup Italia), Davide Oldani (chef)
Modera: Giuseppe De Bellis (direttore SkyTg24)
Case history: Barbara Cominelli (Microsoft Italia), Giampaolo Grossi (Starbucks Italy) 

Ore 12.00
Il calcio è donna (finalmente!)
La rottura dei codici tradizionali nello sport maschile per eccellenza
Con: Regina Baresi (Inter FC), Carolina Morace (Sky), Francesca Vitale (AC Milan)
Modera: Alessia Tarquinio (Sky Sport)

A seguire
Il tennis come istigazione al racconto
Un monologo breve
di Matteo Codignola (Adelphi)

Ore 14.30
Incontro con Marracash, musicista
Interviene: Giovanni Robertini (autore tv e giornalista)

Ore 15.30
Il caso Fitzcarraldo
Come un editore indipendente può arrivare, in cinque anni, a pubblicare due premi Nobel (e delle copertine bellissime)
Con: Jacques Testard (direttore Fitzcarraldo Editions)
Modera: Cristiano de Majo (Rivista Studio)

Ore 16.45
Contro Milano. Viva Milano
Una riflessione aperta sulla città e il suo rapporto col resto del Paese
Con: Michele Masneri (Il Foglio), Francesco Caldarola (autore tv), Mattia Carzaniga (giornalista), Irene Graziosi (autrice Venti), Virginia Valsecchi (produttrice).
Modera: Federico Sarica (direttore Rivista Studio)

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Rai: le spine di Salini sono le nomine tigì, Fiorello e Mn

L'ad di Viale Mazzini sotto pressione per il cambio dei direttori dei telegiornali. Ma a preoccupare sono anche il presunto conflitto di interessi del capo comunicazione Giannotti e il costo dell'operazione Viva RaiPlay.

Il 26 novembre Fabrizio Salini è pronto a essere ascoltato in Commissione di vigilanza Rai. Per l’amministratore delegato della tivù di Stato si annunciano giorni di passione, cosa che lui, che soffre la troppa pressione, sicuramente vorrebbe evitarsi. Ma oramai la partita Rai non è più rinviabile. Ovvero non è più procrastinabile intervenire su una situazione che è ancora figlia del Conte Uno e dell’alleanza giallo-verde.

Ora, se Giuseppe Conte (bis) e i grillini sono rimasti, sono il Pd e Matteo Renzi che, entrati nella nuova compagine di governo, reclamano a gran voce che il tormentato universo della tivù pubblica ne prenda atto. Come fatto trapelare senza troppi paludamenti, il partito di Nicola Zingaretti punta al Tg1, guidato ora da Giuseppe Carboni in quota M5s. Il suo candidato è il sempreverde (il colore non allude ovviamente a simpatie leghiste) Antonio Di Bella, attualmente alla guida di Rai News.

Di Bella è il candidato più forte, ma non l’unico: c’è il vecchio direttore della testata ammiraglia nonché ex direttore generale dell’ente Mario Orfeo che chiede di essere valorizzato. Momentaneamente parcheggiato a Rai Way, Orfeo vuole tornare a pieno titolo nell’agone delle news. Sconta però un certo ostracismo dei pentastellati, che gli preferiscono di gran lunga Franco Di Mare, da luglio vicedirettore di RaiUno con delega agli approfondimenti e alle inchieste.

ANCORA NESSUNA CERTEZZA PER LE NOMINE DEI TELEGIORNALI

Ma che i telegiornali vengano toccati dall’ondata delle future nomine è ancora tutto da vedere. Salini sa che la materia è incandescente, e nel tentativo di limitare i danni vorrebbe offrire in pasto alla politica solo il rinnovo dei direttori di rete. I corridoi di viale Mazzini segnalano, ma con la dovuta aleatorietà di una situazione che cambia da un giorno all’altro, il seguente organigramma: Stefano Coletta a RaiUno, Marcello Ciannamea alla Seconda Rete, e l’onniprensente Di Mare, sempre non vada al Tg1, al vertice di RaiTre.

A viale Mazzini quasi sempre chi entra papa rimane cardinale

Ma si sa, a viale Mazzini quasi sempre chi entra papa rimane cardinale, e dunque la prudenza è d’obbligo. Un puzzle che è ulteriormente complicato dal fatto che Salini, forte dell’approvazione del suo piano industriale da parte del Mise, deve procedere alla nomina dei responsabili delle divisioni trasversali. Lo farà o tergiverserà ancora? Qualcosa forse si saprà nel cda Rai che si terrà due giorni dopo l’audizione dell’ad in Commissione di vigilanza.

Foto di Stefano Colarieti / LaPresse.

E poi c’è una ulteriore grana che non promette nulla di buono. Complice Striscia la notizia, è deflagrato il caso della società di comunicazione Mn, dove Fabrizio Giannotti ha lavorato dal 2015 al 2018 prima di essere chiamato da Salini a guidare la comunicazione Rai. Quasi sicuro che il cda chiederà a Salini spiegazioni su quello che alcuni giudicano un conflitto di interessi, altri come minimo una evidente caduta di stile. Mn, in trattativa per Sanremo (anche se la società smentisce), segue la comunicazione di Fiorello e della nuova serie I Medici, pagata da Lux Vide ma nell’ambito di una coproduzione Rai.

I DETTAGLI ECONOMICI SUL PROGRAMMA DI FIORELLO RIMANGONO UN MISTERO

Sempre nei corridoi di viale Mazzini si sussurra anche di un altro capitolo che chiamerebbe in causa Giannotti, ovvero una serie di contatti che la Comunicazione avrebbe sottoscritto con alcune testate online per ospitare una serie di redazionali sull’attività della Rai e del suo ad. E poi c’è il caso Fiorello, l’operazione su cui Salini ha puntato, ma i cui contorni sono ancora avvolti nel mistero. Per quello che è stato venduto come l’appuntamento televisivo dell’anno, il ritorno dello showman sulla piattaforma di Rai Play, non sono mai stati comunicati i dettagli economici.

Indiscrezioni in possesso di Lettera43 parlano di un costo complessivo dell’operazione Fiorello di circa 10 milioni di euro

Sarà il prossimo cda l’occasione per fare chiarezza? Indiscrezioni in possesso di Lettera43 parlano di un costo complessivo dell’operazione di circa 10 milioni di euro. Una cifra che comprende l’ingaggio di Fiorello, quello dei suoi autori, la campagna di marketing che ha accompagnato il ritorno dello showman sul piccolo schermo, e la realizzazione di tre set volanti destinati a essere smontati il prossimo dicembre alla fine del programma.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Le anticipazioni di Amadeus sul Festival di Sanremo 2020

I big in gara saranno non meno di 20 e non più di 24. I nomi verranno resi pubblici il 6 gennaio, durante la puntata speciale dei "Soliti ignoti" dedicata alla Lotteria Italia. Spunta l'ipotesi Chiara Ferragni sul palco dell'Ariston.

I big in gara al Festival di Sanremo 2020 li conosceremo ufficialmente il 6 gennaio, durante la puntata speciale dei Soliti ignoti su Rai 1 dedicata alla Lotteria Italia. Lo show sarà condotto da Amadeus, che come tutti sanno è anche il direttore artistico della 70esima edizione del Festival. Ma nelle ultime ore si sta facendo largo un’ipotesi suggestiva: accanto a lui, sul palco dell’Ariston, potrebbe esserci Chiara Ferragni.

Amadeus ha dato qualche anticipazione sul Festival che verrà durante l’incontro ‘Milano-Saremo’, che ha aperto la Milano Music Week. Il numero dei cantanti in gara, ha spiegato l’ex dj, è ancora incerto, ma «saranno non meno di 20 e non più di 24, per motivi televisivi». Gli otto artisti che si contenderanno il Sanremo Giovani si conosceranno il 19 dicembre, mentre il cast dei conduttori sarà presentato a metà gennaio, nella tradizionale conferenza stampa ufficiale del Festival.

In Rete, tuttavia, circola con insistenza un’indiscrezione. A Sanremo 2020 potrebbe approdare l‘influencer più famosa d’Italia, ovvero Chiara Ferragni. Lei stessa, intervistata dal quotidiano il Messaggero, ha in qualche modo contribuito ad alimentare queste voci. Alla domanda: «A Sanremo va oppure no?», ha infatti risposto: «Mi dicono di dire no comment su Sanremo». Una frase che – naturalmente – ha scatenato le speculazioni. Dopo l’esperienza al cinema con il documentario Chiara Ferragni Unposted, non è quindi escluso che la moglie di Fedez possa misurarsi anche con la televisione. E il debutto a Sanremo sarebbe un colpo mediatico di grande richiamo.

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Gian Micalessin spiega come è cambiato il giornalismo di guerra

L'inviato del Giornale racconta 30 anni di reportage. Ma anche la paura e la perdita di amici come Almerigo Grilz. E mette in guardia dall'informazione mordi e fuggi sui social. L'intervista.

Raccontare i conflitti del mondo. Quelli lontani, dimenticati, sconosciuti. E quelli più vicini. Dall’Afghanistan alla Birmania, dall’Ucraina alla ex Jugoslavia. Dall’Africa fino al Medio Oriente. Al seguito di guerriglie, eserciti e soldati di ventura. Nel deserto o nella giungla. Tra speranze, violenze e sogni. È quello che da più di 30 anni fanno Gian Micalessin e Fausto Biloslavo che hanno raccolto molti dei loro lavori nel libro Guerra, guerra, guerra, uscito per Mondadori nell’aprile del 2018 e ora in edicola con Il Giornale.

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UN’AVVENTURA COMINCIATA IN AFGHANISTAN NEL 1983

Quello scelto dagli autori è un titolo con due significati ben precisi. «Guerra tre volte perché attraverso i reportage raccontiamo i cambiamenti intercorsi nell’arco di tre decenni», spiega a Lettera43.it Gian Micalessin. Il lavoro dei due reporter, infatti, inizia al seguito dei mujaheddin nell’Afghanistan del 1983 invaso quattro anni prima dall’Unione Sovietica. «Il mondo era ancora diviso tra Usa e Urss, l’Italia si affacciava sulla scena internazionale con la missione in Libano, internet e telefoni cellulari appartenevano alla fantascienza e noi eravamo dei ragazzini poco più che ventenni», racconta il giornalista. «Sotto i nostri occhi, mentre corriamo da una guerra all’altra, si susseguono i grandi cambiamenti politici e tecnologici che modificheranno la nostra vita e il mondo. Tutto questo si  riflette, inevitabilmente, anche nelle guerre e nel nostro modo di raccontarle»

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IL RICORDO DI ALMERIGO GRILZ

Nei racconti scritti nel libro, con Micalessin e Biloslavo continua a viaggiare e vivere anche il ricordo di Almerigo Grilz, «l’amico e compagno di viaggi con cui iniziammo questa lunga avventura». Il reporter ucciso e il 19 maggio 1987 mentre raccontava la guerra civile in Mozambico, è stato il primo giornalista italiano a cadere dopo la Seconda Guerra mondiale. Ma è anche il più ignorato dagli ambienti  giornalistici del nostro Paese. «Questo libro», precisa Micalessin, «è anche un modo per contribuire al suo ricordo e a quello di altri amici persi lungo la strada».

QUELLA PAURA CHE NON SCOMPARE MAI

A distanza di oltre 30 anni, la vicinanza con la morte continua a fare paura. «La paura c’è sempre. C’è prima di partire, quando ti dici non può andare sempre bene. C’è prima di andare in battaglia perché sai che non ci sono garanzie», mette in chiaro Micalessin. «In due occasioni ho avuto più paura del solito, in Congo nel 1995 e in Iraq nel 2016.  In Congo perché andai a raccontare non una guerra, ma la seconda grande epidemia di Ebola. E lo feci direttamente dall’epicentro del contagio a Kikwit. Qui l’incubo maggiore fu ignorare, per oltre 20 giorni dopo il ritorno a casa, se il virus aveva colpito anche me». E poi nel 2016, in Iraq, quando il reporter era insieme alle milizie sciite che andavano all’attacco dell’aeroporto di Tal Afar sotto scacco dello Stato Islamico. «Alle tre di notte mia moglie, che era incinta, mi mandò l’immagine della prima ecografia in cui si vedevano i 23 millimetri di mio figlio Almerigo. Andare in battaglia alle sei di mattina con quell’immagine negli occhi non fu per niente facile». 

IL VIAGGIO INDIMENTICABILE IN BIRMANIA

Uno dei reportage a cui Micalessin è più affezionato e che viene raccontato anche su Guerra Guerra Guerra, è un lungo viaggio nel Sud-Est dell’Asia. «Nel 1985 io e Almerigo tornammo nelle terre dei Karen in Birmania per realizzare uno speciale di Jonathan, la trasmissione condotta da Ambrogio Fogar sul giornalismo di guerra. Viaggiammo per un mese seguendo una colonna di combattenti che prima risalì il fiume Salween e poi con gli elefanti attraversò le giungle e le montagne del Paese spingendosi ai limiti estremi dei territori controllati da questa minoranza dimenticata ancora in guerra». Un viaggio avventuroso in una terra fuori dal tempo e dalla civiltà che Micalessin sogna di rifare. «Ancora oggi sogno di tornare a inseguire quelle lunghe colonne di elefanti e uomini immergendomi in un reportage lontano dalle frenesie dei collegamenti via satellite e degli articoli quotidiani».

INTERNET E I SOCIAL HANNO SOSTITUITO IL “VECCHIO” GIORNALISMO

Già, perché il giornalismo è cambiato. E purtroppo lo spazio per raccontare le guerre dimenticate è sempre di meno. «Al tempo stavamo via mesi e quando tornavamo vendevamo le nostre storie alle grandi reti televisive che le mandavano in onda come se fossero state girate qualche ora prima. Oggi sarebbe impossibile, i telefonini e internet ci raccontano quel che succede anche nei posti dove i giornalisti non arrivano», spiega il reporter. Questo, però, diffonde solo la sensazione di sapere tutto e conoscere tutto anche senza il tramite dei professionisti, perché «quel che vediamo e conosciamo è solo un post o un tweet, non certo un racconto giornalistico vissuto in prima persona». 

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Se il business mette a rischio le nostre democrazie

Le grandi società possono influire sulle istituzioni. Arrivando persino a distorcere la realtà, manipolando l'opinione pubblica. Per questo è necessario un serio processo di responsabilizzazione.

Gli attacchi alla democrazia sono sempre più frequenti, strutturati e imprevedibili. Le minacce, al giorno d’oggi, provengono da più fronti: dalla finanza al web fino alla globalizzazione, sono tantissimi i fattori che influenzano negativamente l’andamento delle democrazie globali e minano il ruolo delle istituzioni. Non è un caso, infatti, che il premio Nobel per l’Economia, Joseph Stiglitz, lo scorso sabato a Roma al Festival Economia Come: l’impresa di crescere, abbia ribadito che i sistemi democratici sono sotto attacco, incrinando così il rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni. Nel suo discorso, Stiglitz, una delle voci più autorevoli nella critica della globalizzazione e del liberismo, ha sottolineato che l’aspetto più inquietante del presente momento politico risiede nell’attacco al nostra conoscenza con effetti di vasta portata sulla civiltà, sul nostro standard di vita e sul funzionamento dei nostri sistemi di organizzazione politica e sociale. Un chiaro esempio di questi effetti, ha aggiunto Stiglitz, risiede nella negazione del cambiamento climatico e nella disinformazione perpetrata a riguardo negli ultimi anni. Tale negazione e manipolazione di informazioni ha provocato, infatti, effetti «esistenziali», come li ha definiti lo stesso premio Nobel, mettendo in crisi la credibilità delle istituzioni stesse.

PIÙ UN’ISTITUZIONE È NEUTRALE E PIÙ È CONSIDERATA AFFIDABILE

I continui attacchi alla democrazia hanno instillato sospetto e incertezze nei confronti delle istituzioni, accrescendo sentimenti di sfiducia da parte dei cittadini. I recenti studi condotti da Fondapol.org (Fondation pour l’innovation politique), think tank francese liberale, insieme con l’Iri (International Republican Institute), un’organizzazione no profit e non profit, già richiamati in altri articoli, hanno rilevato, a riguardo, un dato sorprendente: il governo (64%), il parlamento (59%), i partiti politici (77%), i sindacati (55%) e i media (66%) non sono ritenuti affidabili dalla maggioranza degli intervistati. Più un’istituzione appare neutrale e non legata alla politica, più questa viene percepita come essenziale e affidabile per rispondere ai bisogni fondamentali dei cittadini. Non è un caso, quindi, che le Ong (60%) ottengano un livello di fiducia maggioritario. Si tratta, quindi, di una relazione che associa fiducia e prossimità, servizi forniti e neutralità politica.

TRA I BIG TECH SCRICCHIOLA SOLO FACEBOOK

Diversa è, invece, la percezione e la fiducia dei cittadini nei confronti delle imprese. Nonostante la maggior parte degli intervistati affermi di non fidarsi delle grandi imprese e di prediligere le piccole e medie (78%), Microsoft (77%), Google (75%), Amazon (71%) e Apple (69%) ricevono un buon tasso di fiducia. Solo Facebook genera la maggior parte della sfiducia (58%). Questa è causata dal coinvolgimento dell’azienda in numerose controversie, compresa la sua influenza politica, la sua associazione con le notizie false e il suo trattamento dei dati personali degli utenti.

GLI ATTACCHI DI WARREN A EXON MOBIL

Nonostante il loro successo in termini di credito, le Big Tech e le grandi imprese pesano sulla democrazia e sono in grado di inficiare il lavoro delle istituzioni democratiche, dei politici e del sistema giudiziario attivando processi mirati di disinformazione, come ricordato dallo stesso Stiglitz. Proprio martedì, la candidata alle primarie democratiche per le Presidenziali Usa del 2020, Elizabeth Warren, di cui abbiamo già avuto modo di parlare relativamente alla sponsorizzazione intenzionale di fake news su Mark Zuckerberg, ha lanciato una nuova campagna su Twitter contro alcuni operatori dell’industria accusati di fornire consapevolmente informazioni false e fuorvianti alle agenzie di regolamentazione federali, fornendo così materiale da utilizzare come scusa per invalidare le regole vigenti. Nello specifico, la campagna di Warren si rivolge alla Exxon Mobil, uno dei principali gruppi mondiali del settore energetico. Gli scienziati del gigante petrolifero, pur avendo confermato negli Anni 70 e 80 che i combustibili fossili hanno contribuito al riscaldamento globale, avrebbero poi successivamente chiuso la loro ricerca sul clima, secondo quanto riportato, abbracciando una campagna di pubbliche relazioni per diffondere dubbi sulla scienza del clima e finanziare la negazione del cambiamento climatico. Dunque, secondo la candidata, la Exxon avrebbe speso milioni di dollari in think tank per generare incertezza sulla scienza del clima, pubblicando e promuovendo una scienza non revisionata per fuorviare il popolo americano sui cambiamenti climatici.

I GUAI GIUDIZIARI DEL GIGANTE PETROLIFERO

La Exxon è attualmente coinvolta in molteplici cause legali che sostengono che l’azienda abbia ingannato i suoi azionisti sui rischi climatici. New York ha citato in giudizio l’azienda per presunte frodi climatiche ed è in attesa di una sentenza del giudice della Corte Suprema di New York, Barry Ostrager. Qualora le accuse trovassero fondamento, si tratterebbe di una delle tante falsità intenzionalmente diffuse da grandi aziende per agevolare il business, ostacolando, però, la comprensione dei fatti per i cittadini e influenzando agenzie federali come l’Epa (United States Environmental Protection Agency). Le agenzie federali, in alcuni casi, sollecitano il pubblico a fornire informazioni sulle regole proposte attraverso un processo chiamato notice-and-comment, che dovrebbero aiutare l’agenzia a sollecitare il feedback degli esperti, rendendo chiaro, trasparente e responsabile il processo.

SONO NECESSARI PROCESSI DI RESPONSABILIZZAZIONE

Investimenti finalizzati alla disinformazione possono minare, dunque, i processi democratici. Se questi provengono da aziende, in particolare grandi aziende, risulta essere sempre più necessario dare vita a processi di responsabilizzazione. Questo può avvenire, non solo attraverso l’istituzione di una legge sulla “falsa testimonianza aziendale“, come suggerito da Warren, ma attraverso la creazione di una nuova sensibilità e di un piano strategico di comunicazione istituzionale interna ed esterna volta a evitare quanto preannunciato da Stiglitz, ovvero un attacco incontrastato al sistema epistemologico di base. 

SONO IN GIOCO LA REPUTAZIONE E IL BUSINESS DELL’AZIENDA

Comunicazione e digitalizzazione ricoprono un ruolo fondamentale in questo campo e rappresentano attori cruciali e preziosi per lo sviluppo di una coscienza responsabile, in grado di mettere al primo posto il benessere dei cittadini e ispirare loro fiducia e solidità. Per quanto difficile possa essere trasmettere la complessità delle istituzioni e verificare la serietà e responsabilità aziendale, questo risulta essere necessario per il futuro, non solo delle istituzioni, ma delle aziende stesse: il conseguimento di una buona responsabilità aziendale può rappresentare un’ottima leva per incrementare la reputazione dell’azienda stessa e il suo business.  

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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