Quattro scenari per il futuro (incerto) dell’Iraq

Il Paese è sull'orlo di una guerra civile? È l'interrogativo che molti si pongono. Certo è che la crisi politica, le influenze esterne e regionali, Usa e Iran su tutti, il crollo del prezzo del petrolio e non ultimo il rischio della pandemia aumentano l'instabilità. Ma gli sbocchi potrebbero essere altri.

L’Iraq è sull’orlo della guerra civile? Questo fosco interrogativo che campeggiava con i caratteri tipici delle breaking news su una nota agenzia di notizie internazionali mi ha distolto dalle apprensive letture che da giorni faccio, come tante altre persone, sull’andamento della pandemia da coronavirus e delle sue micidiali ripercussioni sanitarie, sociali ed economiche.

Sull’Italia prima di tutto, ma anche sugli altri Paesi europei ed extraeuropei, in prima fila gli Usa di Donald Trump e la Gran Bretagna di Boris Johnson, i due negazionisti semi-pentiti della prima ora.

Mi ha distolto e mi ha spinto a cercare di comprendere la portata di quell’interrogativo ma mi ha anche indotto a interrogarmi sulla misura in cui l’esplosione del coronavirus abbia estremizzato, in me stesso e in tanti italiani, la naturale propensione a dare la priorità ai problemi nostrani.

I RISCHI DELLA PANDEMIA NEI PAESI FUORI DAI RIFLETTORI

Mi sono risposto che in questo caso specifico essa era tutto sommato comprensibile ma mi sono anche detto che il tempo era venuto per riprendere in mano le coordinate della nostra visione e attenzione del mondo. Non fosse altro che per parametrare le condizioni di vita del nostro mondo con quelle di altri Paesi meno richiamati all’attenzione ma destinati a condividere rischi analoghi se non peggiori, dato il più generale contesto in cui vivono le rispettive popolazioni.

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Da qui il campanello d’allarme suscitato in me da quell’interrogativo sull’Iraq, Paese immerso nel perimetro della cosiddetta regione Mena, cioè il Medio Oriente e l’Africa del Nord, tanto vicina a noi, che continua ad essere attraversata – dalla Libia allo Yemen per passare attraverso la Siria e appunto l’Iraq – da un garbuglio di interferenze politiche, militari ed economiche di un’affollata schiera di potenze regionali e internazionali. Pensiamo alla Turchia, all’Iran, agli Emirati e all’Arabia Saudita, ma anche alla Russia, agli Usa e, per certi versi, alla Cina.

QUATTRO SCENARI PER IL FUTURO DELL’IRAQ

Ebbene, questo Paese la cui popolazione sta pagando da molti anni dei prezzi alti, anzi, assai alti, sta più che mai soffrendo gli effetti di una sorta di camicia di Nesso di cui non è agevole prevedere lo sbocco finale: guerra civile? Divisione in tre parti (sciiti, sunniti e curdi) come si ipotizzava anni addietro? Subordinazione all’Iran o piuttosto agli Usa o riconquista di una propria soggettività nazionale al di là delle separazioni etniche, e/o settarie con cui deve fare i conti?

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Mi auguro che lo sbocco finale sia l’ultima ipotesi, ma certo è che la governance del Paese è da tempo indebolita, sotto il profilo della capacità istituzionale e della sicurezza interna, principalmente in connessione con la corruzione divenuta ormai strutturale, e la cattiva gestione dei servizi pubblici, in particolare quelli socio-economici, la cui combinazione è stata all’origine delle dimostrazioni di protesta dapprima pacifiche e quindi rese violente dalla brutale repressione (si parla di oltre 400 morti provocate dai servizi di sicurezza) dilagate nel Paese negli ultimi mesi del 2019.

LA CRISI POLITICA SVELA LE MANOVRE DI TEHERAN

Da qui la crisi politica che ha condotto alle dimissioni del premier Adil Abd al-Mahdi, al fallimento del tentativo di formare il governo da parte di Iyad Allawi e di quello in corso da parte di Adnan al Zurfi, il nuovo premier incaricato dal presidente Barham Salih di cui è nota la scarsa propensione per un governo filo-sciita, per non dire la sua vicinanza agli Usa le cui postazioni militari sono da tempo sotto attacco.

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Una crisi nella quale si stanno disvelando le manovre addebitabili a Teheran. La visita a Baghdad di Esmail Ghaani, l’attuale capo delle Forze Quds (Guardie rivoluzionarie) giudicata improvvida anche da alcune formazioni politiche filo-iraniane ne è stata una palese dimostrazione come del resto la candidatura di marca sciita di Mustafa al Kazemi del capo dell’intelligence nazionale formulata ufficialmente da Hadi Ameri, leader dell’alleanza Fatah, e da Ammar al Hakim del Movimento nazionale della saggezza.

IL CROLLO DEL PETROLIO ESASPERATO DAL DISSIDIO RUSSO-SAUDITA

Sullo sfondo di queste dinamiche, già di per sé problematiche, l’Iraq si è trovato coinvolto dal precipizio nel quale è caduto il prezzo del petrolio a causa del calo della domanda globale esasperato dal dissidio russo-saudita in cui gli Usa si sono inseriti, interessatamente, per ottenere una ritrovata convergenza capace di farlo risalire a livelli accettabili per le finanze pubbliche dei produttori. E l’Iraq, che ha nel petrolio la sua risorsa vitale, ha ben poche armi per evitarne le perniciose conseguenze che già si stanno facendo sentire. Aggiungiamo a tutto questo la diffusione del coronavirus. È pur vero che essa, secondo le autorità irachene, non avrebbe influito sulla produzione e l’esportazione del petrolio, ma non tranquillizza il fatto che si siano già riconosciuti ufficialmente più di 1.100 casi di contagio e diverse decine di morti. Tanto più se si considera la lunga frontiera con l’Iran – il Paese che nella regione presenta numeri piuttosto preoccupanti in termini di diffusione del contagio – ufficialmente chiusa.

LO STOP DELLE ATTIVITÀ DI ADDESTRAMENTO NATO

In conclusione il futuro prossimo dell’Iraq appare alquanto cupo e bene hanno fatto la Nato e la Coalizione internazionale a decidere la sospensione delle attività di addestramento delle forze di Baghdad in cui sono impegnati anche nostri militari. Ufficialmente la causa è il coronavirus, ma la situazione di costante instabilità interna e lo stato di “quasi guerra” tra gli Stati Uniti e le milizie scite filo-iraniane presenti in Iraq potrebbe aver influito su tale saggia decisione.

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La situazione tra Iran e Usa dopo l’uccisione di Soleimani

Il Pentagono nega nuovi raid, ma manda 2.800 soldati in Medio Oriente. Teheran assicura di non volere una escalation, ma promette vendetta. Razzo su un aeroporto di Baghdad che ospita truppe americane.

Il Pentagono assicura che, almeno per il momento, non sono previsti altri raid aerei degli Stati Uniti contro le milizie filo-iraniane. Teheran da una parte, col suo ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, dichiara di non volere alcuna escalation, dall’altra, attraverso i Pasdaran e il presidente Rohani, manda chiari messaggi minacciosi all’America. E due razzi che colpiscono la superprotetta Green Zone di Baghdad, vicino all’ambasciata americana, e la base aerea di Balad, che ospita truppe americane, centrata da missili Katyusha. Non vi sono al momento notizie di vittime.La situazione in Medio Oriente, nel giorno in cui il feretro dell’eroe nazionale iraniano Qassem Soleimani è sfilato per le vie di Baghdad accompagnato dalla folla che gridava «morte all’America», sembra quella di una pentola a pressione pronta a esplodere.

NUOVI SOLDATI AMERICANI

La sensazione, al di là delle parole, è che però tiri un deciso vento di guerra. Così gli Stati Uniti hanno deciso di inviare circa 2.800 soldati a protezione delle sedi diplomatiche e degli interessi Usa nell’area, i punti nevralgici più sensibili a una rappresaglia iraniana che è impossibile pensare non arrivi. D’altra parte l’ambasciata americana a Baghdad era già stata assaltata da migliaia di manifestanti pochi giorni prima dell’uccisione di Soleimani.

INCONTRO IRAN-QATAR

Intanto il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha ricevuto a Teheran il suo omologo del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani. Zarif ha definito l’attacco Usa un «atto terroristico» che ha portato al «martirio» del comandante, ma ha anche aggiunto che «l’Iran non vuole tensioni nella regione, ed è la presenza e l’interferenza di forze straniere che causa instabilità, insicurezza e aumento della tensione nella nostra delicata regione».

IL QATAR PROVA A MEDIARE

Il Qatar, un alleato chiave degli Stati Uniti nella regione, ospita la più grande base militare di Washington in Medio Oriente , e Al-Thani ha definito la situazione nella regione «delicata e preoccupante» e ha invitato a trovare una soluzione pacifica che porti a una de-escalation. Il ministro del Qatar ha incontrato anche il presidente iraniano Hassan Rohani, che aveva giurato vendetta per il sangue di Soleimani. L’Arabia Saudita, il Bahrain, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto hanno interrotto ogni rapporto con il Qatar nel 2017, accusando Doha di appoggiare l’estremismo e promuovere legami con l’Iran, accuse che il Qatar ha sempre respinto.

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Gian Micalessin spiega come è cambiato il giornalismo di guerra

L'inviato del Giornale racconta 30 anni di reportage. Ma anche la paura e la perdita di amici come Almerigo Grilz. E mette in guardia dall'informazione mordi e fuggi sui social. L'intervista.

Raccontare i conflitti del mondo. Quelli lontani, dimenticati, sconosciuti. E quelli più vicini. Dall’Afghanistan alla Birmania, dall’Ucraina alla ex Jugoslavia. Dall’Africa fino al Medio Oriente. Al seguito di guerriglie, eserciti e soldati di ventura. Nel deserto o nella giungla. Tra speranze, violenze e sogni. È quello che da più di 30 anni fanno Gian Micalessin e Fausto Biloslavo che hanno raccolto molti dei loro lavori nel libro Guerra, guerra, guerra, uscito per Mondadori nell’aprile del 2018 e ora in edicola con Il Giornale.

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UN’AVVENTURA COMINCIATA IN AFGHANISTAN NEL 1983

Quello scelto dagli autori è un titolo con due significati ben precisi. «Guerra tre volte perché attraverso i reportage raccontiamo i cambiamenti intercorsi nell’arco di tre decenni», spiega a Lettera43.it Gian Micalessin. Il lavoro dei due reporter, infatti, inizia al seguito dei mujaheddin nell’Afghanistan del 1983 invaso quattro anni prima dall’Unione Sovietica. «Il mondo era ancora diviso tra Usa e Urss, l’Italia si affacciava sulla scena internazionale con la missione in Libano, internet e telefoni cellulari appartenevano alla fantascienza e noi eravamo dei ragazzini poco più che ventenni», racconta il giornalista. «Sotto i nostri occhi, mentre corriamo da una guerra all’altra, si susseguono i grandi cambiamenti politici e tecnologici che modificheranno la nostra vita e il mondo. Tutto questo si  riflette, inevitabilmente, anche nelle guerre e nel nostro modo di raccontarle»

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IL RICORDO DI ALMERIGO GRILZ

Nei racconti scritti nel libro, con Micalessin e Biloslavo continua a viaggiare e vivere anche il ricordo di Almerigo Grilz, «l’amico e compagno di viaggi con cui iniziammo questa lunga avventura». Il reporter ucciso e il 19 maggio 1987 mentre raccontava la guerra civile in Mozambico, è stato il primo giornalista italiano a cadere dopo la Seconda Guerra mondiale. Ma è anche il più ignorato dagli ambienti  giornalistici del nostro Paese. «Questo libro», precisa Micalessin, «è anche un modo per contribuire al suo ricordo e a quello di altri amici persi lungo la strada».

QUELLA PAURA CHE NON SCOMPARE MAI

A distanza di oltre 30 anni, la vicinanza con la morte continua a fare paura. «La paura c’è sempre. C’è prima di partire, quando ti dici non può andare sempre bene. C’è prima di andare in battaglia perché sai che non ci sono garanzie», mette in chiaro Micalessin. «In due occasioni ho avuto più paura del solito, in Congo nel 1995 e in Iraq nel 2016.  In Congo perché andai a raccontare non una guerra, ma la seconda grande epidemia di Ebola. E lo feci direttamente dall’epicentro del contagio a Kikwit. Qui l’incubo maggiore fu ignorare, per oltre 20 giorni dopo il ritorno a casa, se il virus aveva colpito anche me». E poi nel 2016, in Iraq, quando il reporter era insieme alle milizie sciite che andavano all’attacco dell’aeroporto di Tal Afar sotto scacco dello Stato Islamico. «Alle tre di notte mia moglie, che era incinta, mi mandò l’immagine della prima ecografia in cui si vedevano i 23 millimetri di mio figlio Almerigo. Andare in battaglia alle sei di mattina con quell’immagine negli occhi non fu per niente facile». 

IL VIAGGIO INDIMENTICABILE IN BIRMANIA

Uno dei reportage a cui Micalessin è più affezionato e che viene raccontato anche su Guerra Guerra Guerra, è un lungo viaggio nel Sud-Est dell’Asia. «Nel 1985 io e Almerigo tornammo nelle terre dei Karen in Birmania per realizzare uno speciale di Jonathan, la trasmissione condotta da Ambrogio Fogar sul giornalismo di guerra. Viaggiammo per un mese seguendo una colonna di combattenti che prima risalì il fiume Salween e poi con gli elefanti attraversò le giungle e le montagne del Paese spingendosi ai limiti estremi dei territori controllati da questa minoranza dimenticata ancora in guerra». Un viaggio avventuroso in una terra fuori dal tempo e dalla civiltà che Micalessin sogna di rifare. «Ancora oggi sogno di tornare a inseguire quelle lunghe colonne di elefanti e uomini immergendomi in un reportage lontano dalle frenesie dei collegamenti via satellite e degli articoli quotidiani».

INTERNET E I SOCIAL HANNO SOSTITUITO IL “VECCHIO” GIORNALISMO

Già, perché il giornalismo è cambiato. E purtroppo lo spazio per raccontare le guerre dimenticate è sempre di meno. «Al tempo stavamo via mesi e quando tornavamo vendevamo le nostre storie alle grandi reti televisive che le mandavano in onda come se fossero state girate qualche ora prima. Oggi sarebbe impossibile, i telefonini e internet ci raccontano quel che succede anche nei posti dove i giornalisti non arrivano», spiega il reporter. Questo, però, diffonde solo la sensazione di sapere tutto e conoscere tutto anche senza il tramite dei professionisti, perché «quel che vediamo e conosciamo è solo un post o un tweet, non certo un racconto giornalistico vissuto in prima persona». 

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Le cose da sapere sulla Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in situazioni di guerra

Il 6 novembre è la Giornata internazionale delle Nazioni Unite per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in situazioni di guerra e conflitto armato.

Tra le vittime della guerra non ci sono soltanto i soldati e i civili ma anche le risorse naturali e gli ecosistemi. Per questo, nel 2001, l’Assemblea Generale dell’Onu ha istituito la “Giornata internazionale delle Nazioni Unite per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in situazioni di guerra e conflitto armato”, celebrata ogni anno il 6 novembre. Una cerimonia che ha come obiettivo la sensibilizzazione della società sugli effetti dannosi della guerra sull’ambiente.

I CONFLITTI CONNESSI ALLO SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE

Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) ha detto che il 40% di tutti i conflitti interni globali è strettamente connesso allo sfruttamento delle risorse naturali: tra i beni contesi non ci sono soltanto quelli ad alto valore economico, come i diamanti, l’oro o il petrolio, ma anche quelli necessari alla sopravvivenza, come l’acqua o i terreni fertili.

L’IMPORTANZA DELL’AMBIENTE PER MANTENERE LA PACE

Secondo l’Onu non può esserci pace duratura se le risorse naturali e gli ecosistemi vengono distrutti. In pratica, quando nell’arco di un conflitto si radono al suolo i campi da coltivazione e si avvelenano i pozzi pur di contrastare il nemico, contemporaneamente si impedisce alla popolazione di provvedere al proprio sostentamento. E se queste condizioni sopravvivono alla guerra, è molto probabile che diventino in futuro la causa di nuovi conflitti. Per questo motivo le Nazioni Unite considerano l’ambiente una variabile importantissima sia nella prevenzione dei conflitti, sia nel mantenimento e nel consolidamento della pace.  

I DANNI DELLA GUERRA DEL VIETNAM E QUELLA DEL GOLFO

Ci sono molti esempi di guerre che hanno provocato terribili devastazioni ai territori sui quali sono state combattute. Una di queste è sicuramente quella del Vietnam, dove le forze armate americane hanno sparso ingenti quantità di defolianti per ripulire alcuni settori della giungla dalla vegetazione. L’Agente arancio, la sostanza chimica più utilizzata, ha cancellato nell’arco del conflitto migliaia di ettari tra foreste e campi coltivati. Un altro caso noto è quello della prima guerra del Golfo, durante la quale c’è stata la più grande fuoriuscita di petrolio della storia, con effetti a lungo termine sia sulla fauna sia sull’ambiente circostante.

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