Basta con i giochi di Renzi, l’Italia si merita le elezioni

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

Giocano. Ormai giocano. Che cos’altro pensare di questo Matteo Renzi che propone l’elezione diretta del presidente della Repubblica nel pieno di un casino in cui il tema non esiste.

Ormai lo scontro fra due schieramenti trasversali è difficile da riconoscere. Possiamo solo dividerci in quello delle persone serie e quello dei “rottamatori”.

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

IL SOLITO TORMENTONE DELLA POLITICA ITALIANA

Renzi non ha il coraggio di dire che si è convinto che, fallito il desiderio di dirigere la sinistra, vuole dirigere la destra guidandone l’ala governista e moderata. È il solito tormentone della politica italiana che ci trasciniamo dal 1992. Allora un gruppo azionista e anticomunista sperò di ingabbiare i post berlingueriani impaurendoli con minacce di arresti e ricatti vari, alcuni venivano anche dall’interno. I post Pci caddero nella trappola. Bettino Craxi non capì la natura della crisi comunista perché aveva guardato al Pci come un monolite. Errore bestiale. E la sinistra perse così l’ultimo tram.

SE LA SINISTRA NON VA DAL POPOLO, IL POPOLO VA DALLA DESTRA

Negli anni successivi questo mondo di giornalisti, intellettuali, magistrati guidati dal partito dei giudici (la peggiore iattura italiana) tentarono di prendersi il potere annichilendo il Pds. Con Tangentopoli hanno tentato di costruire una ipotesi di sinistra che fosse a loro immagine e somiglianza. Manette invece di giustizia sociale. Volevano una sinistra “sminchiata” che non facesse a cazzotti col capitale e che facesse proprie tutte le regolette  del liberismo. Poi è finita come è finita. Tony Blair si è rivelato un cretino patentato, la crisi del 2008 ha rivelato gli errori del liberismo clintoniano, si sono affacciati milioni di persone che hanno perso la battaglia per la vita migliore ma che non vogliono morire. Da qui poteva nascere la sinistra. E ci sono voluto altri anni per capire che se la sinistra non va dal popolo, il popolo va dalla destra.

LA QUESTIONE SOCIALE È STATA DIMENTICATA

Ora è tutto chiaro, e invece di occuparsi di queste cose fondamentali dobbiamo perdere tempo con un referendum per idioti, con la proposta di eleggere direttamente il capo dello Stato, con altre astruserie che non danno pane. Il dramma italiano è che i movimenti di protesta, dai 5 stelle alle Sardine, si sono fermati un passo prima di affrontare la questione sociale. Se si avventurassero in questo magma avremmo una vera rivoluzione. E sarebbe quella di cui l’Italia ha bisogno.

QUEI PASTICCIONI CHE CREDONO DI ESSERE STATISTI

La politica ufficiale invece si trastulla con “chiacchiere e tabacchiere di legno”, cerca responsabili per sorreggere o far cadere un governo e così un folto gruppo di pasticcioni si consola credendo di essere statisti. La ricordate la storiellina del topolino che corre affannato e baldanzoso dietro una mandria di elefanti che ovviamente fa con i suoi passi un gran rumore? Un topo suo amico gli si affianca e gli chiede: «Che stai facendo?». E lui: «Non lo vedi? Stamo affa’ un gran casino». Io vedo solo elefanti che fanno rumore e troppi topolini che si credono elefanti.

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I dubbi crescenti di Conte sull’incontro con le Sardine

Telefonata notturna tra il premier, che pensa già a una futura lista col Pd, e Santori. Con la promessa di un appuntamento che i "pesciolini" volevano fissare in un centro sociale occupato. Ma Palazzo Chigi ha frenato. Anche per le dure prese di posizione del movimento su decreti sicurezza, De Luca, Egitto e le polemiche coi grillini.

Ci provano i pesciolini. Dopo la vittoria di Stefano Bonaccini e la sconfitta della Lega in Emilia-Romagna la fase due delle Sardine ha come obiettivo il consolidamento, primo indispensabile passo per la sopravvivenza in mare aperto. Una missione che vogliono completare, da un lato, attraverso la creazione di una “struttura” interna che ha già provocato le prime scissioni. Dall’altro, attraverso l’accreditamento “istituzionale”.

MISSIONE: RECUPERARE CREDIBILITÀ

Così, dopo la photo-(in)opportunity con i Benetton, Mattia Santori & friends hanno provato a recuperare credibilità incontrando prima il ministro Giuseppe Provenzano, poi Francesco Boccia e adesso puntano al bersaglio grosso, cioè Palazzo Chigi.

AL PREMIER PIACE L’ATTENZIONE AL “SUO” SUD

La lettera precedentemente inviata dalle Sardine a Giuseppe Conte, infatti, non è rimasta inascoltata. Il premier l’ha letta attentamente e, specialmente dopo l’attenzione riservata al “suo” Sud, ha deciso di darne seguito. Come? Innanzitutto telefonando a Santori in una tarda domenica notte, in modo da stabilire un contatto diretto. E poi ragionando con lui sull’immediato futuro e sulla possibilità di un incontro.

LOCATION: SPIN TIME NO, CASA DELLE DONNE?

Certo, il primo ministro è rimasto un po’ stupito quando come luogo dell’incontro gli è stato proposto Spin Time, centro sociale della Capitale nel vortice delle polemiche per un’occupazione abusiva che dura dal 2012, quello a cui l’elemosiniere del papa riattaccò la luce illegalmente. Sempre complicata, ma almeno possibile, l’idea di vedersi alla Casa internazionale delle donne. Ma certo, dalle parti di Palazzo Chigi sono convinti che le Sardine non si rendano affatto conto della situazione e degli equilibri dell’attuale fase politica.

TRA PROGETTI DI “LISTA CONTE” E PENTIMENTO CRESCENTE

Conte ha così deciso di prendere tempo, rinviando un incontro che si sarebbe già potuto organizzare. D’altra parte, le Sardine potrebbero essere un tassello importante se dovesse in futuro davvero nascere una “lista Conte” alleata con il Partito democratico. Ma il premier valuta anche un presente ballerino. Le prese di posizione delle Sardine sui decreti sicurezza, contro la candidatura di Vincenzo De Luca, contro l’Egitto per la questione Zaki e, soprattutto, la polemica ai ferri cortissimi tra i pesciolini e i grillini rischiano infatti di mettere in (ulteriore) imbarazzo il premier. Che, dice chi gli sta vicino, di quella chiamata notturna un po’ si sta pentendo.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Renzi a Porta a Porta sfida Conte e il governo

Il leader di Italia viva potrebbe mettere sul tavolo proposte inaccettabili per Palazzo Chigi e spingere il premier alla crisi. Tra le ipotesi quella dell'elezione diretta del presidente del consiglio.

«Se dovessi dare un consiglio, ascolterei Vespa. Secondo me mercoledì sera è una cosa che può avere un senso per il prosieguo della legislatura», ha detto Matteo Renzi parlando con i cronisti nel Transatlantico al Senato, riferendosi alla sua presenza prevista a Porta a porta di Bruno Vespa. «Dirò alcune cose», ha aggiunto.

Secondo il Corriere della Sera, «dallo studio di Bruno Vespa potrebbe servire una mozione di sfiducia al premier Giuseppe Conte proponendo una nuova e rinnovata compattezza del governo, basata su posizioni inaccettabili da Palazzo Chigi. Una su tutte la cancellazione del ddl sulla prescrizione, ma non solo».

“Noi non cambiamo idea. Pensiamo che sia sbagliata la posizione sulla giustizia assunta dal ministro e pensiamo che quella assunta da Bonafede sulla prescrizione non tuteli i cittadini. Vogliamo andare avanti con la maggioranza”. Lo ha detto Matteo Renzi conversando con i cronisti al termine della cena con i parlamentari di Italia Viva al ristorante Teo a Trastevere. “Sono giorni – aggiunge -che ci dicono che perdiamo persone oggi invece ne abbiamo prese due. Conte nel mirino? Non esiste. Non voglio far cadere il governo voglio far correre il governo”. E per quanto riguarda la sua decisione di correre da solo alle regionali osserva: “In Puglia c’è Emiliano che su Ttap e Ilva ha detto tutto il contrario di noi. Ma che c’entra con Conte? Non abbiamo fatto una gara di parlamentari. Molti hanno scritto che noi li avremmo persi e invece ne abbiamo presi altri. E questo vuol dire che IV c’è Se poi c’è qualcuno che vuole fare a meno dei parlamentari di IV faccia pure. Non credo che abbia i numeri, ma faccia pure….”, conclude.

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Aridatece Razzi e Scilipoti e tenetevi Cerno

La mandria di persone che sta passando dal Pd a Iv (e viceversa) sta lacerando ulteriormente il rapporto tra cittadini e politica. Non andare al voto subito è stato inutile: è ora di mandare al diavolo chi elemosina una riconferma in parlamento.

Dovremmo chiedere scusa a Domenico Scilipoti e a quel simpaticone di Antonio Razzi che per anni abbiamo sfottuto e celebrato come simboli del trasformismo.

Non eravamo ancora arrivati a Teresa Bellanova, a Tommaso Cerno e a quelli che stanno lasciando Matteo Renzi per dare una mano a Giuseppe Conte.

I due parlamentari lasciarono Antonio Di Pietro. In sé non è una colpa. E passarono con Silvio Berlusconi a cui rimasero fedeli. Scilipoti lentamente è sparito, Razzi ha calcato le scene ma oggi è in un cono d’ombra. A parte la facondia di Scilipoti e le chiacchiere di quell’anziano ragazzo che si presentava come ambasciatore della Corea del Nord, i due “voltagabbana” ci hanno fatto sorridere e non hanno fatto molti danni.

I VOLTAGABBANA PD E IV, SONO LORO IL VERO DANNO

La piccola mandria di persone che di questi tempi passa dal Pd a Renzi con andata e ritorno, che si appresta a sostenere il governo ovvero la scommessa di destra del “rottamatore”,  un danno grosso, invece, lo sta facendo. Sono loro e i loro dante causa, si chiamino Renzi o Goffredo Bettini o altri ancora, che stanno lacerando ancora di più il rapporto fra cittadini e politica.

SE AVESSIMO VOTATO, SALVINI SI SAREBBE GIÀ AUTOSABOTATO

Si scelse il governo giallorosso per evitare il voto e la vittoria di Matteo Salvini (ma ci dissero che era per non aumentare l’Iva). Un «vasto programma» che tuttavia non ha dato grandi risultati. Renzi si è praticamente suicidato, i voti dei 5 stelle stanno andando a Giorgia Meloni, il Pd si barcamena attorno al 20%. Valeva la pena?

LEGGI ANCHE: Renzi e il sogno della grande destra

Se avessimo votato, avremmo avuto probabilmente un governo di destra (senza centro) e in pochi mesi Salvini sarebbe riuscito a farsi cacciare dopo un incidente diplomatico con gli Usa o la Francia, dopo un conflitto sociale molto acuto, dopo una bevuta. E oggi staremmo discutendo di un nuovo voto con la Lega  finalmente libera dal suo energumeno di quartiere. Ovviamente sono solo mie suggestioni, ma resta vero che senza il voto l’Italia non è migliorata malgrado alcuni ministri seri e, lo dico a mio rischio, un presidente del Consiglio che è meglio dei suoi critici.

IL FALLIMENTO DEI 5 STELLE

L’altra ragione, tutta politica per non votare, è stata quella di favorire una ricollocazione dei 5 stelle. È un movimento di popolo con dentro tanta gente di sinistra, ci spiegarono. A conti fatti hanno distrutto Roma, hanno, con Alfonso Bonafede, attaccato i diritti dei cittadini abolendo la prescrizione, si sono presi lo sfizio di fare un dispetto provvisorio a ex senatori e deputati che fra qualche tempo riavranno dai tribunali ordinari le loro indennità ricostruite. Insomma questi bravi ragazzi allevati da Beppe Grillo non erano riformabili. Sono riusciti, persino, sulla giustizia a far fare una bella figura a Renzi. Ora siamo in un vicolo cieco. Il governo può restare in piedi per mesi o cadere e favorire l’ascesa di un altro esecutivo precario. Il voto si allontanerà. Faremo un referendum cretino (io voto No) per diminuire i parlamentari cosa che non ci garantisce di levarci dalle palle Paola Taverna. Così gli italiani si guarderanno attorno e cercheranno la soluzione d’urto che solo la destra può dare.

BASTA CON CHI ELEMOSINA UNA RICONFERMA IN PARLAMENTO

Ci mancano oggi quelle personalità pubbliche che sappiano parlare al Paese e, mostrando disinteresse personale, spingano per far tornare tutto nelle regole: governo che faccia cose, opposizione che si opponga, nuovi movimenti che si mettano alla prova. Ma soprattutto bisogna mandare al diavolo quelli che stanno facendo il giro delle Sette Chiese per cercare la riconferma al parlamento. Non possiamo giocarci la democrazia per far campare Tommaso Cerno. Queste personalità devono essere credibili politicamente, devono essere dei due campi, deve risultare evidente che non governerebbero mai assieme a meno che non arrivino i marziani e che sappiano muoversi con spirito repubblicano. Sennò, arrangiamoci e  spegniamo quel televisore. Un altro dibattito con Daniele Capezzone, proprio no.

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Le trame sulle partecipate che la maggioranza vuole spartirsi

M5s contro la permanenza di Descalzi in Eni. Starace verso la conferma a Enel. Mps alla prova della nazionalizzazione. D'Alema in orbita Leonardo. Tutti i rinnovi delle aziende di Stato che fanno gola ai partiti al governo. Tra i pochi motivi, secondo i maligni, per cui il Conte 2 è ancora in piedi.

Per i maligni, le fibrillazioni quotidiane interne alla maggioranza avrebbero il solo scopo di reclamare un posto al tavolo della spartizione delle poltrone nelle partecipate. Non deve stupire se, ai commensali di rito, ossia il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (Partito democratico), il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro e il premier Giuseppe Conte, entrambi in quota Movimento 5 stelle, viste le intemperanze, si aggiungesse anche un delegato di Matteo Renzi.

LE SETTE QUOTATE VALGONO 160 MILIARDI

Del resto, molte delle aziende pronte a rinnovare i propri vertici fanno parte dei cosiddetti “gioielli di famiglia” e rappresentano la ghiotta opportunità di piazzare persone di fiducia in posizioni che contano, se si considera che, da sole, le sette quotate in ballo valgono oltre 160 miliardi di euro.

ENI: ITALIA VIVA RIVUOLE DESCALZI, IL M5S NO

Una delle portate principali del menu 2020 riguarda senz’altro il nome da mettere in arcione del Cane a sei zampe di Eni (25,76% di Cassa depositi e prestiti, 4,34% del Tesoro). Individuare chi, insomma, possa prendere il posto della presidente Emma Marcegaglia e dell’amministratore delegato, Claudio Descalzi, scelto da Renzi nella primavera 2014 e riconfermato tre anni dopo da Paolo Gentiloni. Quella poltrona sembra interessare ancora molto il senatore di Rignano, tra i maggiori “picconatori” del Conte 2 sul fronte della prescrizione. Si dice che Italia viva punterebbe alla riconferma di Descalzi.

Emma Marcegaglia.

A dicembre, però, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il cinque stelle Fraccaro, aveva già avvertito gli alleati di volere operare all’insegna della discontinuità: «Ci si lamenta sempre che in Italia non ci siano manager, ma dobbiamo dare loro anche le opportunità, come iniziare a fare esperienza nelle grandi aziende di Stato», aggiungendo: «Dobbiamo assumerci la responsabilità dei manager che prenderemo per le aziende che rappresentano il 3% del Pil».

Claudio Descalzi.

A ipotecare la permanenza di Descalzi ai vertici di Eni, ipotesi già di per sé indigeribile ai grillini, soprattutto a coloro che fanno riferimento alla fronda di Alessandro Di Battista (che non ha mai perso occasione di attaccarlo), non solo un vecchio endorsement di Matteo Salvini quando era ancora ministro dell’Interno del 18 dicembre 2018 («Stimo Descalzi e lo ringrazio per ciò che fa»), ma soprattutto la faccenda giudiziaria delle presunte tangenti nigeriane arrivata a lambire persino la consorte.

ENEL: STARACE HA I RISULTATI DALLA SUA PARTE

Altro scranno parecchio ambito è quello di Enel (23,59% del Tesoro), su cui siede, attualmente, Francesco Starace. E proprio Starace pare tra i papabili nella successione di Descalzi a Eni, ipotesi che il diretto interessato ha sempre respinto (del resto ormai Enel ha superato in Borsa la capitalizzazione di Eni), lasciando trapelare che preferirebbe rimanere dov’è. Opzione che potrebbe consolidarsi soprattutto a fronte degli incoraggianti risultati preliminari del gruppo resi noti a inizio mese (ricavi a 80,3 miliardi di euro, in crescita del 6,1%; margine operativo lordo ordinario a 17,9 miliardi, più del 10% rispetto all’anno precedente; indebitamento finanziario netto a 45,2 miliardi di euro, in crescita del 10% sul 2018).

Francesco Starace.

Insomma, la politica non ha motivi reali per pensionarlo, soprattutto laddove non riesca a garantirgli una poltrona di identico prestigio. Secondo i rumor, però, il Movimento 5 stelle preferirebbe piazzare ai vertici di Enel Marco Alverà, dal 2016 numero uno di Snam mentre il Pd parteggerebbe invece per Stefano Cao, attuale amministratore delegato di Saipem. Si tratta di voci di corridoio, ma quello che è certo è che i pentastellati difficilmente potranno fare la voce grossa, reduci dall’ennesimo ridimensionamento elettorale.

MPS: VERSO UNA ROTTURA COL PASSATO

Uno dei mantra dei cinque stelle riguarda la possibilità di nazionalizzare anche gli istituti di credito, laddove versino in difficoltà finanziarie. Ora dovranno rivelarsi all’altezza della sfida: la partita più urgente è infatti rappresentata da Monte dei Paschi di Siena, che dal 2017 ha visto l’ingresso dello Stato nel proprio capitale. Le poltrone in scadenza sono quelle dell’amministratore delegato Marco Morelli e della presidente Stefania Bariatti. L’impressione è che la maggioranza sia intenzionata a trovare nominativi che rappresentino una rottura con il passato. L’assemblea è già stata convocata per il 6 aprile: i candidati devono essere resi noti entro il 12 marzo.

Marco Morelli.

Nello stesso periodo, se non prima, è atteso il responso della Commissione europea sul piano di scissione dei crediti deteriorati da 14 miliardi da trasferire ad Amco, la ex Sga (Società per la gestione di attività) controllata dal ministero dell’Economia anch’essa con il consiglio di amministrazione in scadenza. Il nodo cruciale sarà dato da quanto si discosterà il prezzo di cessione rispetto al valore di mercato per non incorrere nell’ipotesi dell’aiuto di Stato, vietata dai trattati. L’eventuale ok di Bruxelles avrebbe ripercussioni non solo sul futuro della banca senese, ma anche sulle nomine dei vertici da parte della maggioranza.

POSTE E TERNA: I MERCATI PREMIANO LE ATTUALI GESTIONI

Proseguendo con il calendario delle assemblee, le altre due date cerchiate in rosso sono il 16 aprile per Poste italiane (35% di proprietà di Cdp e 29,26 del Tesoro) e il giorno successivo per Terna (29% di Cdp). L’elenco dei candidati, secondo quanto prescrive la legge, deve pervenire almeno 25 giorni dall’assemblea degli azionisti, quindi dal 5 di marzo in poi. In entrambi i casi i mercati hanno premiato le attuali gestioni. Poste Italiane con Maria Bianca Farina e Matteo Del Fante ha certamente fatto felici gli azionisti con un dividendo passato da 0,39 del giugno 2017 allo 0,44 del giugno 2019. Ma entrambi, secondo i beninformati, sarebbero bersaglio degli strali renziani per aver supportato con troppa enfasi il progetto del reddito di cittadinanza dei cinque stelle, aiutandone la concretizzazione nel momento in cui appariva di più difficile realizzazione. Per ciò che concerne Terna, Catia Bastioli (presidente) e Luigi Ferraris (ad) riconsegnano nelle mani degli azionisti una azienda che ha segnato il +36% in Borsa (+45% l’EuroStoxx Utilities).

Matteo Del Fante.

LEONARDO: SI PARLA DI D’ALEMA, MA ANCHE LEU VUOLE CONTARE

Cambiamenti in vista anche in Leonardo. Tra i nomi ventilati persino quello di Massimo D’Alema (per il Giornale destinato invece a succedere a Descalzi in Eni), dato che anche Liberi e uguali chiederà di avere voce in capitolo. Ipotesi che non è stata né confermata né cassata dal Pd, secondo quanto ha dichiarato il segretario Nicola Zingaretti a SkyTg24 ospite di Maria Latella: «Sono gossip che fanno tanto divertire chi li scrive e qualcuno che li commenta». Un altro nome ventilato è quello di Domenico Arcuri, al terzo giro in Invitalia. Mentre l’attuale amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo, è dato dagli allibratori tra i probabili successori di Fabrizio Palermo in Cassa depositi e prestiti.

d'alema pd m5s
Massimo D’Alema.

ENAV, CONSIP, TRENITALIA, RFI: 400 POLTRONE IN PALIO

Ma l’elenco pubblicato dal ministero dell’Economia delle controllate che nel 2020 rinnoveranno i vertici, i consigli d’amministrazione e i collegi sindacali è ben più lungo e ricomprende anche, tra le tante, l’Enav, RaiWay, Consip, Consap, il Poligrafico, Trenitalia e Reti ferroviarie italiane. Un totale di circa 400 poltrone. Per i maligni il solo motivo per cui il Conte 2 è ancora in piedi.

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Nella battaglia con Conte Renzi rischia di rimanere solo

L'ex premier non solo si deve guardare da possibili defezioni di "responsabili" da Italia viva, ma rischia anche di perdere il sostegno di quanti negli anni lo hanno appoggiato nel centrosinistra sia politico che culturale. Nuovi attacchi da Bettini e Serra.

Matteo Renzi rischia di rimanere con il cerino in mano. Dai giorni del Papeete e dalla fondazione di Italia viva, il Machiavelli di Rignano ha giocato la sua partita abilmente, riuscendo a conquistarsi un potere probabilmente sproporzionato al suo effettivo patrimonio di voti. Ma nella battaglia con Giuseppe Conte potrebbe essersi spinto troppo in là, e da attaccante diventare l’attaccato. L’ex premier non solo deve ora guardarsi da possibili tradimenti di “responsabili” di Italia viva pronti a tornare nel Pd per salvare il governo. Ma rischia anche di perdere il sostegno di quanti negli anni lo hanno più o meno appoggiato, nel centrosinistra sia politico che culturale. L’ultima presa di distanze è arrivata da Goffredo Bettini, esponente di rilievo ma sempre di basso profilo del Pd romano, secondo molti deus ex machina del governo Conte bis e dell’alleanza coi grillini. «Oggi è chiaro a tutti, tranne ai fanatici, che la condotta di Renzi pone problemi acutissimi al campo democratico e al governo Conte», ha scritto domenica su Facebook, «(…) Renzi è una tigre di carta.
Il suo tentativo di creare un terzo polo sta naufragando così rapidamente da renderlo prigioniero di un attivismo autodistruttivo. Così come, la scelta di passare all’altro campo non convincerebbe la stragrande maggioranza dei suoi elettori. (…) Quanta pazienza si può avere ancora con il fiorentino? (…) C’è invece la possibilità, certamente allo stato attuale tutta da costruire, di sostituire Italia Viva con parlamentari democratici (in quanto non sovranisti, illiberali e autoritari) pronti a collaborare con Conte fino alla fine della legislatura». Il riferimento è a un manipolo di senatori di Italia viva, cinque i nomi che circolano (il Corsera parla di Cucca, Conzatti, Comincini, Grimani e Vono, che smentiscono), molto corteggiati in queste ore dal Partito democratico. Quella di Bettini è una vera e propria chiamata alle armi, sostenuta da una vera e propria fuga culturale a sinistra dal leader di Italia viva. Non è passata inosservata l’Amaca di Michele Serra del 15 febbraio, in cui il commentatore di Repubblica fa atto di pentimento per avere sostenuto Renzi in passato: «Pareva l’uomo che con il quaranta per cento faceva volare il centrosinistra, è invece l’uomo che con il tre per cento ha il potere di affondarlo.(…) Essendo il sottoscritto uno dei milioni di gonzi che gli avevano creduto, forse farei meglio a tacere. Ma in quanto gonzo che gli aveva creduto, magari ho il diritto di ricordargli che non è per dividere e litigare che lo votammo in tanti, ma perché si sperava che proprio la sua leggerezza post-ideologica, diciamo così la sua modernità di quarantenne, e perfino il suo cinismo, potessero servire ad aggiungere pezzi al centrosinistra». Un’abiura sostenuta il giorno successiva dal padre del quotidiano Eugenio Scalfari, che definisce gli atteggiamenti dell’ex premier da «dittatore potenziale». Con il fine settimana che si chiude, fonti di Italia viva hanno voluto far sapere all’Ansa che «il tentativo di trovare responsabili per sostituire Iv – caldeggiato fino a stamani dalle veline di Palazzo Chigi che parlava di “tolleranza zero” e dalle parole di Goffredo Bettini – sembra miseramente fallito. Al momento non solo nessuno si stacca da Iv ma i gruppi renziani si dichiarano fiduciosi di accogliere nuovi ingressi già dalla settimana prossima». Al di là delle possibili fuoriuscite dal suo partito, Renzi rischia di perdere il retroterra che gli era rimasto nel centrosinistra. Perché anche se riuscirà a tenere insieme i suoi parlamentari, non è detto che riesca a salvare un consenso già profondamente minato.

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Quante infrazioni Ue ha l’Italia e quanto ci costano

Le procedure aperte da Bruxelles nei nostri confronti sono 83. Ben 24 dall'inizio di questa legislatura. La maggior parte riguardano l'ambiente. E in sette anni abbiamo pagato 550 milioni di sanzioni. Il punto.

Un’Italia sempre più in fuorigioco con le regole europee. È costante l’aumento dei rilievi provenienti da Bruxelles con un peso per le casse pubbliche di oltre 500 milioni di euro negli ultimi sette anni.

Non solo: il rischio è che il quadro peggiori nei prossimi mesi con altri 18 provvedimenti ad appesantire il fardello. I numeri sono impietosi: le procedure di infrazione dell’Unione europea a carico di Roma sono salite a 83 a gennaio, 24 in più rispetto all’inizio di questa legislatura.

Nemmeno il cambio di maggioranza ha stoppato la deriva. Certo, con l’arrivo al ministero per gli Affari europei di Vincenzo Amendola si è registrata una frenata del problema, senza comunque portare a un’inversione di tendenza.

IN SETTE ANNI 550 MILIONI DI SANZIONI

Ma cos’è la procedura di infrazione? È uno strumento di diritto dell’Ue per garantire il rispetto delle norme, incluso il recepimento delle direttive europee che forniscono un quadro legislativo su determinati temi agli Stati membri, chiamati così a legiferare, rispettando quella cornice normativa fornita da Bruxelles. Le procedure possono essere aperte su vari settori: dall’ambiente alla giustizia, dalla concorrenza all’agricoltura. Insomma, un mare magnum di questioni.

LEGGI ANCHE: La sentenza della Corte Ue contro l’Italia sui debiti della Pa

I Paesi inadempienti, se sanzionati al termine del contenzioso, sono costretti a pagare una multa variabile in base alla gravità dell’inadempienza. Il mancato rispetto delle regole comunitarie è costato all’Italia, dal 2012 a oggi, 550 milioni di euro di sanzioni. Al fianco delle procedure ci sono i cosiddetti Eu-Pilot, uno scambio di informazioni tra la Commissione europea e gli Stati membri che indicano delle criticità. Una sorta di avviso su una possibile procedura di infrazione.

L’ITALIA HA AL MOMENTO 83 INFRAZIONI APERTE

La sottosegretaria agli Affari europei, Laura Agea, ha fornito i dati ufficiali durante un question time in commissione Politiche dell’Unione europea alla Camera. All’inizio della legislatura l’Italia aveva un passivo di 59 infrazioni aperte e 57 EU-Pilot. Oggi la situazione è di 83 infrazioni aperte, 66 per violazione del diritto dell’Unione e 17 per mancato recepimento di direttive, e 53 Eu-Pilot. All’orizzonte non si scorge niente di buono. «Nei prossimi mesi», ha confermato Agea, «si potrebbero verificare 18 nuove potenziali aperture di procedure di infrazione per mancato recepimento».  

LE PROCEDURE APERTE: DALL’AMBIENTE ALLA SICUREZZA

Nella lunga lista dei rilievi dell’Unione spiccano mancanze su temi ambientali (21 le procedure aperte a riguardo) come la «non conformità alla direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane», la «non corretta attuazione della direttiva relativa alla determinazione e alla gestione del rumore ambientale» per le «mappe acustiche strategiche», e la «cattiva applicazione della direttiva relativa alla qualità dell’aria» sul «superamento dei valori limite di PM10 in Italia». Non solo. C’è anche una vecchia questione politica: la «compatibilità comunitaria della Legge Gasparri con la direttiva quadro sulle reti e servizi di comunicazione elettronica». E ancora: sul fronte sicurezza emerge il «mancato recepimento delle Decisioni del Consiglio riguardanti il potenziamento della cooperazione transfrontaliera soprattutto con riferimento alla lotta al terrorismo e alla criminalità transfrontaliera». Per non tacere della «mancata ottemperanza alla direttiva sulla lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile». Oltre all’ambiente, i punti più dolenti per l’Italia sono fiscalità e dogane (13 infrazioni), i trasporti (9) e concorrenza e aiuto di Stato e giustizia (5).

NEL MIRINO LA LENTEZZA CON CUI VENGONO ATTUATE LE LEGGI

Le responsabilità sono da attribuire al «ritardo accumulato nella prima parte della legislatura» ma anche a qualche lentezza sull’attuazione delle leggi. Per il ministero guidato da Amendola infatti «le ragioni di questo progressivo aggravamento sono molteplici ma la più importante riguarda il ritardo dell’iter di adozione delle ultime leggi di delegazione europea e legge europea». Il Consiglio dei ministri ha così licenziato il disegno di legge di delegazione europea qualche giorno fa, lo scorso 23 gennaio, passando ora la parola al parlamento.

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La sottosegretaria Agea ha provato comunque a fare professione di ottimismo: «Considerando gli aspetti positivi, a maggio, sono ipotizzabili 11 chiusure di procedure per violazione del diritto dell’Unione e due chiusure di procedure per mancato recepimento». Inoltre «delle sei procedure aperte il 23 gennaio, cinque riguardano deleghe inserite nella legge di delegazione europea 2018 e la sesta deve essere attuata con norma diretta inserita nel disegno di legge europea 2019-2020. Altre sei chiusure potrebbero verificarsi relativamente ad altrettante direttive la cui delega alla trasposizione è contenuta sempre nella legge di delegazione europea 2018», ha sottolineato.

A PESARE IL PASSAGGIO DAL CONTE 1 AL CONTE 2

L’aumento delle procedure va quindi addebitato in gran parte al primo governo Conte, anche a causa della guida incerta del ministero degli Affari europei: dopo le dimissioni di Paolo Savona nel marzo 2019, c’è stato l’interregno dell’interim assunto dal presidente del Consiglio, fino all’approdo al dicastero, il 10 luglio, di Lorenzo Fontana. Ma il leghista non ha avuto nemmeno il tempo di assumere il controllo: ad agosto c’è stata la crisi di governo. Di conseguenza, a settembre scorso, poche settimane dopo l’insediamento del Conte 2, il numero di infrazioni contestate all’Italia era salito a 81: dopo qualche mese sono scese a 77, dando una breve illusione. A gennaio è risalito a 83.

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Lo scontro Conte-Renzi si riduce a una sceneggiata

«Italia viva maleducata», «se vuole ci cacci pure»: tra gli alleati volano stracci. Ma alla fine il senatore di Rignano voterà la fiducia. E il premier lascia le porte aperte. Perché nessuno vuole davvero la crisi.

Giuseppe Conte nega di lavorare a un suo «governo ter». Matteo Renzi smentisce di voler essere lui a rompere. Ma tra i due prosegue una partita che rischia di far saltare l’esecutivo. Il giorno dopo lo strappo dei renziani in Consiglio dei ministri, nessuno apre formalmente la crisi. «Porte aperte a Iv», dice il premier, che ai renziani chiede un chiarimento. E Italia viva annuncia che la prossima settimana voterà la fiducia al governo sul decreto Milleproroghe alla Camera. Ma Renzi non depone le armi sulla prescrizione, mantiene la minaccia di una mozione di sfiducia al ministro Bonafede, e porta avanti la sua guerriglia in Senato. È quello il campo di battaglia. Il Pd dice che l’unica alternativa a questa maggioranza è il voto. Ma a Palazzo Madama è pronta a muoversi una pattuglia di senatori in soccorso del governo, magari proprio per un “Conte ter”. La prima prova sarà il decreto sulle intercettazioni, in Aula martedì e sul quale il governo dovrebbe mettere la fiducia. «Se la voteremo? Dipende…», rispondono fonti renziane. Il presidente del Consiglio riunisce i ministri membri del Comitato per gli affari europei, poi vola a Gioia Tauro per presentare il piano per il Sud e in serata presiede il tavolo di governo per la riforma fiscale (presente Iv). Il messaggio è chiaro: «Ho un programma da realizzare e ho chiesto la fiducia per quello. Se mi fido di Renzi? Non do spazio a personalismi. Ma Renzi che dice del Sud, niente?», dice il premier in Calabria tra gli applausi della platea. Gli fa sponda il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che sottolinea i «risultati concreti» che si ottengono quando si spegne propaganda e polemiche. Ma i contatti con Iv risultano al lumicino e il premier viene descritto irritato con Renzi, determinato a sterilizzarne le sortite. Il suo obiettivo, secondo i renziani, è «cacciarli» dalla maggioranza e dar vita a un suo governo “ter”. Di più. «Zingaretti», sostiene un dirigente di Iv, «gli propone di andare al voto appena possibile e fare il leader della coalizione con una lista modello Dini». Ma la finestra del voto, causa referendum per il taglio dei parlamentari, è chiusa fino a settembre, tanto che c’è chi ipotizza in caso di crisi un governo istituzionale guidato da una figura come il ministro Luciana Lamorgese. Perciò per i renziani il disegno di Conte sarebbe un “ter”: a provarlo citano un audio del portavoce del premier, Rocco Casalino, che cita proprio quello scenario, anche se da Chigi parlano di una battuta. Gli alleati-avversari accusano Renzi di puntare a ottenere una legge elettorale più favorevole e più nomine, quando a fine marzo si rinnoveranno i vertice delle grandi partecipate pubbliche: «Non a caso», nota un Dem, «minaccia di sfiduciare Bonafede proprio a fine marzo». Il tavolo nomine è già aperto, anche se Roberto Gualtieri dice solo che ai vertici «non ci saranno politici». Iv dovrebbe restare a bocca asciutta su Agcom e Autorità per la privacy, dove Fi dovrebbe ottenere un posto in quota opposizione. «Ma più in generale i dirigenti vicini ai renziani», dicono fonti 5s, «sono in bilico». Tra gli esempi si fa il nome di Francesco Starace che all’Enel potrebbe essere sostituito e già si citano Carlo Tamburi (Enel), Stefano Donnaruma, Luigi Ferraris (Terna). «Se vuole Conte ci cacci, siamo alleati non sudditi», torna ad attaccare Renzi, che nei prossimi giorni sarà all’estero. Il suo obiettivo sarebbe quello di sostituire Conte con un altro premier e magari una maggioranza «con un pezzo di M5s, quasi tutto il Pd e una parte di centrodestra». I nomi? Si citano Gualtieri o Mario Draghi, Pier Carlo Padoan, Marta Cartabia, Paola Severino. Il Pd fa sapere che non sosterrà un’operazione del genere: «Nessun mio governo», dice Gualtieri, «Conte arriverà a fine legislatura».

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Il premier tira dritto e lavora a una maggioranza senza Renzi

Conte è sempre più irritato dal comportamento di Italia viva e Palazzo Chigi starebbe lavorando per trovare nuovi responsabili che puntellino l'esecutivo. Il percorso resta tutto da definire ma alcuni senatori potrebbero puntellare l'esecutivo giallo-rosso.

La linea rossa è stata superata, l’idea di una maggioranza senza Matteo Renzi ormai è un’opzione praticabile. Nel giorno del grande strappo di Italia viva si è ragionato soprattutto di questo, a Palazzo Chigi. Dopo lunghe ore di silenzio il premier Giuseppe Conte ha puntellato ogni virgola dello showdown con cui, di fatto, ha messo una pietra tombale alla collaborazione con Italia viva. Inviperito dagli attacchi personali e da un gesto, l’assenza in Cdm, che gli ha ricordato l’ultimo Matteo Salvini dell’era giallo-verde.

UNO STRAPPO ARRIVATO FINO AL COLLE

Conte ha deciso di andare avanti sulla strada tracciata di un governo riformatore che risponda alle esigenze del Paese. Un governo che, nella testa del presidente del Consiglio, potrebbe anche andare avanti senza i renziani. La strada non è facile e diventa, inesorabilmente, anche il tema della telefonata che, nel pomeriggio, Conte ha fatto al presidente Sergio Mattarella. Dal Colle, del resto, si guarda con crescente preoccupazione allo scontro interno al governo. Un governo, si sottolinea, che così non lavora per il Paese. In caso di crisi il presidente della Repubblica non scioglierebbe subito le Camere. C’è prima il referendum sul taglio dei parlamentari e la successiva ridefinizione dei collegi (con eventuale legge elettorale). Al voto si andrebbe tra luglio e settembre e il Paese sarebbe guidato da un governo traghettatore.

CAMBIO DI MAGGIORANZA NON IMMINENTE

La strada di una maggioranza senza Iv, in ogni caso, non verrà presa subito. Ci vuole tempo e prudenza, soprattutto sul nodo della prescrizione, su cui Forza Italia difficilmente abbasserà la guardia. Il premier necessita, innanzitutto, di un forte solidità di intenti tra Pd, M5s e Leu. E, in questo senso, le dichiarazioni prima dei big dem e poi dei grillini lo confortano. Ma c’è un problema di numeri, con la maggioranza che, al Senato, senza renziani fa 158. E c’è, soprattutto, il problema di certificare l’esistenza di questi numeri nel momento in cui Conte dovesse andare al Quirinale per comunicare il cambio di maggioranza. Al momento nessuno, nel drappello di potenziali responsabili, è venuto allo scoperto. Ma la fronda esiste e sebbene i diretti interessati neghino, i nomi girano da tempo.

I NOMI DEI POSSIBILI RESPONSABILI

Circolano, ad esempio, quelli di Lorenzo Cesa, Massimo Mallegni, Paolo Romani o Antonio Saccone. Nomi che potrebbero venir fuori nel momento in cui Conte tornerà alle Camere per chiedere un nuovo voto di fiducia. Magari dispiegando le priorità di quell’Agenda 2023 su cui il governo lavora proprio in questi giorni. Del resto, l’idea di tornare in Aula per «smascherare» quello che diverse fonti della maggioranza definiscono il «bluff» di Iv è ormai sul tavolo di Palazzo Chigi. Dove, c’è la convinzione che non tutti, in Iv, seguano la linea di Renzi. Non a caso, prima Graziano Del Rio, poi Andrea Orlando e infine Zingaretti hanno mandato un messaggio ben chiaro ai renziani: dopo questo esecutivo ci sono nuove elezioni, non c’è neanche un governo del presidente. Tradotto: sondaggi alla mano e con il taglio dei parlamentari in vigore in pochi, in Iv, tornerebbero in Parlamento.

UNA CRISI NATA PER LE NOMINE DI PRIMAVERA

Ma non è di voto che si parla nella maggioranza in queste ore. Dove, più di una fonte, ha indicato un’altro fattore anti-crisi: l’infornata di nomine di primavera. Nomine sul quale, anche i pontieri azzurri hanno concentrato l’attenzione. Nomine dalle quale Renzi sarebbe escluso. Anzi c’è chi dice che la sua offensiva sia partita proprio quando a Iv è stato evidente la sua marginalità sulla partita delle nomine.

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Zingaretti ha regalato a Renzi la battaglia sulla giustizia

Invece di spingere il M5s a rinunciare alla riforma Bonafede, il segretario Pd si è infilato in un vicolo cieco. Un assist per il senatore di Rignano che, nonostante l'arroganza, ha fatto suo il tema del garantismo. Così i dem rischiano di perdere voti.

Non si sa se in queste ore si troverà un accordo per sminare lo scontro sulla prescrizione formato Bonafede. Non si contano i “lodi”.

Ce n’era uno dell’onorevole Lucia Annibali accettabile, ma è stato respinto e Annibali è stata al centro di una sequenza di insulti vergognosi. Stiamo dalla sua parte, tutti dobbiamo stare dalla sua parte.

Il merito della questione lo conoscete. Si discute ora non tanto una legge,  ma quanto tempo deve durare la proroga nella sua applicazione.

IL PD SI È INFILATO IN UN VICOLO CIECO

Insisto nel dire che non capisco perché Nicola Zingaretti si sia fatto infilare in un simile vicolo cieco. La prescrizione Bonafede è una aberrazione giuridica e una offesa alla società civile. Il Pd avrebbe dovuto spingere i 5 stelle a rinunciarvi minacciando anche l’uscita dal governo. Nessun governo vale la libertà dei cittadini e le regole della Costituzione. L’“eterno colpevole” funziona nei sogni di Piercamillo Davigo e di altri magistrati, ma non c’entra nulla con un Paese laico e moderno. 

RENZI CAVALCA BENE IL TEMA DEL GARANTISMO

Zingaretti ha così dato un vantaggio tematico a Matteo Renzi. Io sono convinto che la contrapposizione con Renzi giovi a Zingaretti. Renzi è, purtroppo per lui e i suoi scarsi seguaci, un personaggio privo di immagine pubblica positiva. L’arroganza sua e delle sue attempate girl è da avanspettacolo. Tuttavia ha imbroccato un tema: quello di una giustizia che rispetta l’innocenza del cittadino fino a prova contraria. Nel Pd in nome della necessità di tenere in vita il Conte bis, e forse perché vi sono componenti culturalmente affini al giustizialismo, si è chiuso un occhio sostenendo che tutto sarebbe stato risolto da una legge nuova sul giusto processo che avrebbe accorciato i tempi di durata del medesimo. Campa cavallo.

NO A UN PAESE DI PRESUNTI COLPEVOLI

Intanto abbiamo una legge che, se imputati, ci fa restare tali per tutta la vita terrena. Una vera vergogna. Assieme alla vergogna di immaginare un Csm in cui agli avvocati e solo a loro si chiede di essere lontani dalla politica e di non aver praticamente mai fatto i parlamentari. Non difendo gli avvocati, ma l’attacco a cui sono ormai sottoposti dal gruppo Davigo e dai suoi parlamentari è inaccettabile. Stiamo diventando un Paese di presunti colpevoli, che ha avvocati che non possono difendere e  magistrati onnipotenti. Zingaretti, così non va bene. Così perdi voti, anche il mio.

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Il governo è ostaggio di Renzi ma Italia viva mugugna

Come su sugar tax, plastic tax e legge di bilancio, Conte resta prigioniero dell'altro Matteo. Anche se a una parte del partito nato da una costola del Pd non piacciono le forzature dell'ex rottamatore. Che rischiano di portare all'autolesionismo del voto anticipato. Il retroscena.

Un rinvio dopo l’altro. A colpi di polemiche e di veti. Era stato così su sugar tax e plastic tax, durante la discussione della legge di bilancio, e si sta ripetendo sul tema della prescrizione. Si prevede una navigazione a vista, con varie turbolenze, in un governo che ha una sola certezza: è ostaggio di Matteo Renzi.

QUANTE FIBRILLAZIONI DAL KING MAKER DELL’ALLEANZA

Il leader che nell’estate del 2019 ha voluto questa alleanza si sta confermando il king maker dell’operazione politica. Tanto che adesso tiene prigioniero Palazzo Chigi, trascinando i parlamentari di Italia viva a compiere una serie di forzature. Con il rischio che gli stessi renziani ci rimettano il posto nel caso dovessero precipitare gli eventi in direzione elezioni anticipate. Non a caso qualche malumore, tra uno sparuto gruppo di parlamentari di Iv, si è manifestato. Per loro il voto sarebbe una iattura.

GOVERNO “SENZA INTESE” PER COLPA DI TUTTI I PALETTI

Nei partiti di maggioranza il malessere verso Italia viva è evidente. Anche il leader dem, Nicola Zingaretti, è intervenuto con forza contro l’ex compagno di partito. Eppure, stando ai fatti, l’azione di governo è appesa ai desiderata di Renzi. La tensione sulla prescrizione è uno dei tanti episodi che costringe l’esecutivo a non decidere, a rimandare qualsiasi provvedimento. Dalle approvazioni “salvo intese” dell’era gialloverde si è passati al “senza intese” del Conte 2. Il motivo? I paletti piantati da Italia viva.

ALTRI SCONTRI IN ARRIVO SU ECONOMIA E CRESCITA

Il remake della scena è atteso a breve su altri capitoli, sempre che l’alleanza tenga sulla giustizia. I punti sotto osservazione sono economia e crescita. Il piano choc da 120 miliardi di euro, annunciato da Iv, è destinato a diventare un nuovo capitolo divisivo. «È una versione riveduta e corretta dello Sblocca Italia del governo Renzi», spiegano fonti di maggioranza. E quel decreto non fu accolto da tappeti rossi, anche a sinistra. Figurarsi tra i cinque stelle. Così, nei corridoi della Camera, c’è chi scommette che sono in arrivo ulteriori fibrillazioni.

LA FORZA ATTRATTIVA DI ITALIA VIVA SEMBRA FINITA

Italia viva conta su 46 parlamentari, suddivisi tra 29 deputati e 17 senatori. La forza di attrazione sembra già esaurita, visto che lo stesso Renzi aveva dichiarato di puntare a «50 parlamentari» entro la fine del 2019. Un obiettivo non raggiunto, seppure di poco. L’ultimo ad aggregarsi alla Camera è stato, il 20 dicembre, l’ex Forza Italia Davide Bendinelli. Dopo lo smottamento iniziale dal Pd, con la fondazione del nuovo partito renziano, solo i deputati Catello Vitiello (eletto nel Movimento 5 stelle ma subito espulso) e Giuseppina Occhionero (proveniente da Liberi e uguali), e la senatrice ex Pd Annamaria Parente hanno scelto di traslocare sotto le insegne di Iv. Una frenata che i dem guardano con soddisfazione e anche con sollievo rispetto ai timori di un ulteriore smottamento. A settembre, quando è nato il progetto di Italia viva, si paventavano sconquassi.

SCETTICISMO INTERNO SULLA STRATEGIA RENZIANA

Tra i gruppi di Iv inizia a serpeggiare un certo scetticismo sulla strategia di Renzi. In alcuni casi cresce un vero dissenso. Certo, nelle dichiarazioni pubbliche il mantra è che «i principi vengono prima delle poltrone», rispolverando peraltro un linguaggio più affine ai toni degli “odiati alleati” del M5s. Una facciata di unità granitica. Dietro agli interventi ufficiali, in privato monta più di qualche preoccupazione. La battaglia sulla prescrizione, nel merito, viene condivisa con reale convinzione. Molto meno apprezzata è la strategia arrembante con l’ipotesi di presentare una mozione di sfiducia al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Il Guardasigilli è uno dei volti di primo piano dei cinque stelle e soprattutto il nuovo capo delegazione nella squadra di governo. Una dichiarazione di guerra che viene interpretata come un avviso di crisi. E nel caso di strappo definitivo, le urne sono un incubo per i parlamentari renziani: avrebbero tutto da perdere e nulla da guadagnare.

IL PD GUARDA CON INTERESSE A EVENTUALI DEFEZIONI

Il Pd segue con interesse le dinamiche interne a Italia viva. Il primo motivo è chiaro: lo strappo di Renzi sarebbe il colpo di grazia all’esperienza del Conte 2. E il secondo non è da meno: eventuali defezioni all’interno di Iv sarebbero vissute come un trionfo, un pentimento dei parlamentari visto come il riscatto dopo i patemi inflitti dall’ex presidente del Consiglio. Certo, i deputati e senatori di Italia viva più scettici si muovono con prudenza. Qualsiasi segnale di retromarcia verso il Pd sarebbe difficile da spiegare: di sicuro si esporrebbero a feroci critiche. E forse a Largo del Nazareno l’accoglienza sarebbe calorosa solo in un primo momento, un perdono concesso nel breve tempo del rientro all’ovile. Senza dare poi un ampio spazio politico. L’alternativa non è più esaltante: finire nel Gruppo Misto, con certificata condanna all’irrilevanza. E quindi i meno contenti della linea politica di Renzi devono, volenti o nolenti, stringersi intorno al leader, magari sussurrando di non esagerare nelle polemiche. Per scongiurare fughe in avanti, tipo l’ipotesi ventilata (e poi negata) di ritirare la delegazione dal governo, optando per l’appoggio esterno.

MATTEO HA CHIESTO COMPATTEZZA AI SUOI FEDELISSIMI

Renzi sta seguendo l’evoluzione degli eventi da vicinissimo e ha chiesto ai fedelissimi di non fare alcun distinguo: pure una dichiarazione dissonante suonerebbe come un segnale di debolezza. La sua volontà è quella di mostrare la totale coesione nei gruppi, puntando magari a qualche nuovo ingresso da Forza Italia, in cui la situazione resta magmatica. Una strategia tutta orientata sui suoi progetti. Mentre il governo è paralizzato da quel che fu il principale sponsor.

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Furbate governative: meno Pil, più coronavirus

Solo in Italia è stato il presidente del Consiglio ad annunciare in conferenza stampa i primi due contagi. Viene il dubbio che stia cavalcando l'allarme per far dimenticare il preoccupante dato negativo sulla crescita. E i più convinti di questo sono proprio i ministri 5 stelle.

Il coronavirus? Fa bene…al governo. Giuseppe Conte è il primo e unico primo ministro al mondo ad averlo cavalcato. Solo in Italia il capo del governo ha annunciato in conferenza stampa la scoperta di due cinesi contagiati.

In tutti gli altri Paesi comunicazioni di questo tipo sono venute, al massimo, dal ministro della Salute. Giuseppi, invece, ha voluto i riflettori tutti sulla sua pochette. E poi, tutti in coro a dire: niente allarmismo.

Vista la scelta del governo di esasperare al massimo la comunicazione sulla diffusione del virus non ci si deve meravigliare se una gelateria di Fontana di Trevi mette in vetrina il cartello «fuori i cinesi». È il minimo che possa avvenire. Senza parlare del fatto che il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità ha spiegato che per il 99% il virus resta concentrato in Cina. Nella stessa occasione ha anche illustrato che si è diffuso in altri quattro Paesi. E tra questi non ha citato l’Italia.

NEL QUARTO TRIMESTRE 2019 IL PIL È ARRETRATO DELLO 0,3%

È evidente, quindi, che l’annuncio a notte fonda di Conte dalla sala stampa di Palazzo Chigi possa ingenerare un dubbio più che lecito: non è che sia stato proprio Conte (imboccato dall’onnipotente Rocco Casalino) a voler dirottare l’attenzione pubblica sul coronavirus, argomento forte che mette ogni altra cosa in secondo piano, per far dimenticare altre notizie di giornata? Anzi, una: il brutto dato Istat sul Pil del quarto trimestre del 2019. Tra ottobre e dicembre, infatti, l’economia italiana è arretrata dello 0,3%, e per di più in un periodo dell’anno che solitamente, invece, fa registrare un aumento del Pil, non foss’altro per il pagamento delle tredicesime. 

LO SCONCERTO DEI MINISTRI 5 STELLE

Di solito, l’Istat comunica informalmente (e in anticipo) a Palazzo Chigi i dati che si accinge a diffondere. Insomma, è assai probabile che Conte e Casalino fossero preventivamente a conoscenza del dato negativo sulla crescita, e che per questo abbiano voluto forzato la mano sul virus cinese, anche a rischio di generare allarmismo nella popolazione, per far dimenticare il Pil. Diversi ministri se ne dicono certi. E sconcertati. E sapete chi sono i più convinti? I cinque stelle.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Non confondiamo il taglio del cuneo con una mancetta

RIFLESSIONI IN BICICLETTA. Il provvedimento appena varato è un rimborso fiscale. Non riduce il costo del lavoro, non crea occupazione e non libera risorse per l'innovazione. Ancora una volta invece di pensare agli interessi del Paese, la politica decide di tutelare solo una categoria di lavoratori. Un elettorato anziché un altro.

Il governo Conte II ha annunciato in tono solenne, e appena prima della scadenza elettorale di domenica scorsa, l’introduzione di un taglio del cuneo fiscale che permette di estendere il bonus di 80 euro ideato da Matteo Renzi (introdotto dall’art. 1 del D.L. n. 66/2014, e confermato a regime dalla legge di Stabilità 2015) sia nell’entità – giungendo a un valore massimo di 100 euro – sia nella platea dei beneficiati: oltre 700 mila lavoratori in più.

Siamo ovviamente compiaciuti che a quasi 16 milioni di lavoratori giunga un piccolo sgravio, ma ci sono almeno due cose che proprio non vanno in questa vicenda, e la seconda discende dalla prima.

È SOLO UN RIMBORSO FISCALE

Il governo può prendersi la libertà di chiamare le cose come vuole, ma un buon giornalismo dovrebbe porsi il problema di capire se le definizioni date dal governo siano corrette o no. Il taglio del cuneo fiscale è stato accettato passivamente per tale e ha imperversato sui titoli di ogni testata, ma questo provvedimento NON è un taglio del cuneo fiscale. Il cuneo fiscale è, infatti, la quota che separa il reddito netto dei lavoratori dal costo lordo sostenuto per l’azienda.

È sorprendente, irritante, vedere i sindacati festeggiare per questo provvedimento, questa mancetta, oltretutto dopo che contestarono aspramente il bonus Renzi

Tagliare il cuneo fiscale è una iniziativa importante perché riduce il costo del lavoro, favorendo le condizioni che permettono alle imprese di espandersi, svilupparsi, investire, assumere. Insomma è una manovra che combatte la disoccupazione. Il rimborso fiscale destinato ad alcuni lavoratori, secondo criteri di reddito, che è stato promulgato (con un impatto di oltre 3 miliardi di euro sul bilancio pubblico) non costituisce un taglio del cuneo fiscale, non riduce in alcuna parte il costo del lavoro per le imprese, non ha una funzione di incentivo alle assunzioni e non determina nessun miglioramento della disoccupazione.

UNA MANCETTA CHE NON RISOLVE I PROBLEMI DELL’ITALIA

Eppure dovrebbe essere un problema che conosciamo bene: a 12 anni dallo scoppio della Grande crisi finanziaria il tasso di disoccupazione in Italia è ancora pari al 9,7%, ed è quindi sorprendente, irritante, vedere i sindacati festeggiare per questo provvedimento, questa “mancetta”, oltretutto dopo che contestarono aspramente il bonus Renzi da 80 euro. Le iniziative vanno valutate per quello che sono, non in base alle simpatie verso chi le introduce.

Una riforma fiscale sarebbe stata forse più onerosa, ma avrebbe agito in termini strutturali, non creando asimmetrie tra lavoratori che usano contratti diversi

Ancora una volta ci troviamo di fronte a una situazione che racconta molto della politica e dei problemi economici del nostro Paese. Una riforma fiscale sarebbe stata forse più onerosa, ma avrebbe agito in termini strutturali, non creando asimmetrie tra lavoratori che usano contratti diversi. La ragione per cui accadono continuamente queste cose è che le rappresentanze politiche tendono, nella loro rotazione al governo, a legiferare in tutela delle categorie di cui si sentono rappresentanti a danno delle altre, confidando in un giro di compensazioni e risarcimenti che arriverà dai governi successivi. Il centrosinistra agevola i salariati, il centrodestra promette fiscalità agevolata alle partite Iva, una futura coalizione si occuperà dei dipendenti pubblici, un’altra si occuperà di facilitazioni per gli esuberi nelle banche.

LA SMANIA DI TROVARE IL RISOLUTORE CI CONDANNA ALLA DELUSIONE

In tutto questo, è debellata come una brutta malattia l’idea che qualcuno possa governare pensando agli interessi del Paese nel suo insieme, invece che a tutela di alcuni contro altri. Ahimè chi dovesse farlo sarebbe visto come un traditore del suo elettorato che si sente legittimato ormai ad attendersi il proprio risarcimento dopo una vittoria elettorale. Il problema vero, dunque, risiede nelle aspettative degli elettori, nella implicita domanda politica che viene espressa. Come giocatori del Superenalotto, gli italiani votano sperando di “vincere”, di aver trovato un risolutore, e di poter “vivere di rendita” grazie alla risoluzione finale dei problemi.

Come giocatori del Superenalotto, gli italiani votano sperando di “vincere”, di aver trovato un risolutore, e di poter “vivere di rendita” grazie alla soluzione finale dei problemi

Dovremmo abituarci all’idea che governare è una cosa diversa, che la cultura del jackpot milionario che fa sognare di risolvere i problemi della vita per generazioni non va declinata in politica, il cui ruolo è semmai quello di costruire piccole conquiste a piccoli passi. Invece la smania di trovare il “risolutore” ci consegna invariabilmente alla delusione, alla frustrazione, alla continua voglia di azzerare e rifare, giocare un’altra schedina. La parte del mondo occidentale che va meglio racconta chiaramente questa storia, e con meno inutile rabbia da frustrazione ne guadagneremmo anche in salute.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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Il governo Conte riparte da prescrizione, autostrade e Ilva

I capi delegazione dei partiti convocati a Palazzo Chigi il 30 gennaio. La riforma fiscale sembra mettere tutti d'accordo, ma giustizia e concessioni autostradali rischiano di sfaldare la maggioranza. I dossier che scottano sulla scrivania del premier.

È un cantiere tutto da costruire, quello della verifica di governo. A dettare i tempi è il premier Giuseppe Conte, che ha convocato i capi delegazione di maggioranza per il 30 gennaio alle 18.30. A rappresentare il M5s ci sarà il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, fresco di nomina.

LE PRIORITÀ DEI PARTITI

I partiti sono pronti a presentare una serie di proposte con le loro priorità nei primi giorni di febbraio. Il Pd mette in cima la svolta green e la modifica dei decreti sicurezza, il M5s rilancia sul salario minimo, Liberi e uguali vuole cambiare il Jobs act, Italia viva spinge per un piano choc sulle infrastrutture.

I DOSSIER CHE SCOTTANO

Il dossier della riforma fiscale, che mette d’accordo tutti, dovrebbe essere il primo a essere avviato, una volta trovata la quadra sull’Iva. Ma a complicare le cose ci sono i nodi a lungo rinviati e ora venuti al pettine: la prescrizione, che sembra complicarsi dopo la nomina di Bonafede a capo delegazione del M5s; la revoca della concessione autostradale ad Atlantia; la trattativa sull’Ilva, con la necessità di chiudere un’intesa con Mittal entro il 7 febbraio.

IL TRAVAGLIO NEL M5S

La richiesta del Pd e di Liberi e uguali è chiara: aprire al più presto una nuova fase. Ma poiché stressare il M5s in una fase di forte crisi è un rischio per il governo, non si stresseranno – scommette un ministro dem – i tempi di elaborazione del nuovo cronoprogramma: «Non siamo in emergenza». Di sicuro c’è che tra i pentastellati si è aperta la battaglia per il futuro, sia in termini di collocazione politica, sia in termini di leadership. E i “dimaiani”, fautori della terza via in alternativa al sistema bipolare, non sembrano gradire la spinta di Conte ad abbracciare i dem.

IL PERICOLO DI UNO SFALDAMENTO

Ma il premier subisce anche il pressing dei “contiani”, che lo spronano al contrario a essere più deciso nelle dinamiche interne al M5s. La priorità è tenere tutti insieme, perché l’unico vero ostacolo al governo può venire ora dallo sfaldamento della maggioranza. Sminare è la parola d’ordine che Conte condivide con il Pd, che pure rivendica una nuova centralità. Matteo Renzi, però, va subito al sodo e tira in ballo i temi che più dividono gli alleati: la prescrizione e la revoca della concessione ad Atlantia.

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Tensione alle stelle tra Pd e M5s dopo il voto in Emilia Romagna

Il segretario del Partito democratico Zingaretti dopo il successo di Bonaccini: «Per il governo parte la fase 2». Il reggente del Movimento Crimi: «I rapporti di forza nell'esecutivo non cambiano».

«Si sta tornando a un sistema bipolare tra due grandi campi che si contendono la leadership e lo fanno su scelte politiche alternative, quindi credo che questo travaglio del M5s avrà e sta avendo una discussione. Spero che sempre di più di questo elemento si prenda atto, come in Calabria e in Emilia Romagna, si scelga tra i due principali contendenti. Il Movimento si troverà di fronte a questo dilemma, ma lo dico da alleato e non da avversario», ha affermato Nicola Zingaretti a caldo commentando l’esito delle regionali. Un messaggio che ha messo in guardia il Movimento e il suo nuovo reggente, Vito Crimi. «Ho ascoltato le parole di Conte e Zingaretti: l’idea oggi è di lavorare su progetti e sull’idea di Paese. Abbiamo un’agenda che nasce da prima di queste regionali, che peraltro ha riguardato due regioni, non tante. I rapporti di forza non cambiano, il parlamento è questo e dura cinque anni», ha detto Crimi.

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Il governo in fibrillazione per il voto in Emilia Romagna

I giallorossi assicurano che il Conte bis reggerà anche in caso di vittoria del centrodestra. Ma Delrio ammette: «Se perdessimo qualcosa deve cambiare».

Il conto alla rovescia verso le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna prosegue spedito. Mentre i candidati rincorrono ogni voto, la politica italiana comincia a provare a immaginarsi quelle che potrebbero essere le conseguenze. Mentre il 21 gennaio i due principali candidati si sfideranno in due confronti diretti, non sfugge a nessuno, infatti, che – sia che Stefano Bonaccini riesca a difendere il feudo Emilia-Romagna, sia che Lucia Borgonzoni riesca nell’impresa di strappare al centrosinistra la propria regione simbolo – il panorama politico, da lunedì in poi, sarà mutato. Graziano Delrio, che oltre a essere il capogruppo alla Camera è anche uno dei big del Pd emiliano-romagnolo, lo dice senza troppi giri di parole: «Bonaccini vincerà, tutti gli indicatori ci dicono che domenica festeggeremo, ma se dovessimo perdere, ci sarebbero ovviamente tantissime ripercussioni su tutti i fronti. Non cadrà il governo ma non potremmo di certo far finta di nulla. Vinceremo, ma se perdessimo sarebbe una botta che farebbe molto male e un fatto da affrontare con un’analisi molto dolorosa per tutti».

E anche Zingaretti assicura che se anche il Pd dovesse perdere l’Emilia-Romagna, il governo non cadrà. Ma sono numerosi i ministri del centrosinistra che in questi giorni fanno tappa in Emilia-Romagna per sostenere la conferma di Stefano Bonaccini. Di tutt’altro parere il centrodestra: Giorgia Meloni sostiene che in caso di vittoria il Capo dello Stato dovrebbe sciogliere le Camere, mentre il leader della Lega Matteo Salvini da giorni gira senza sosta per città e paesi dell’Emilia-Romagna per dire che la vittoria di Lucia Borgonzoni sarebbe un avviso di sfratto per il governo Conte. Il suo tour proseguirà anche nei prossimi giorni: giovedì sarà a Bibbiano, dove, probabilmente, incrocerà la manifestazione delle sardine che dopo aver riempito ieri la piazza di Bologna, seguiranno Salvini nell’ultima tappa prima delle elezioni.

Venerdì, mentre il segretario leghista sarà a Ravenna, le sardine andranno a pochi chilometri, al Papeete, beach club di Milano Marittima, diventato quest’anno celebre anche nel dibattito politico. Domani intanto, dopo le polemiche per quello saltato a Sky Tg24, è la giornata dei confronti. Bonaccini e Borgonzoni si sfideranno in due duelli: uno in televisione, all’emittente bolognese È-tv, l’altro nella redazione del Resto del Carlino. Saranno i primi faccia a faccia dopo quello organizzato a Cartabianca, quando la campagna elettorale, però, stava muovendo i suoi primi passi. I temi non mancheranno: sono giorni, infatti, che la polemica si accende praticamente su ogni questione e rimbalza sui social coinvolgendo anche i sindaci: come quella di Riccione, Renata Tosi, accusata di aver postato una notizia di sei anni fa, su un’indagine riguardante Bonaccini, e conclusasi in un niente di fatto poche settimane dopo.

O come l’arresto di un avvocato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e che sui suoi social faceva propaganda per Bonaccini. Il conto alla rovescia riguarda anche la Calabria, altra regione chiamata alle urne domenica. Qui a contendersi la presidenza sono Jole Santelli di Forza Italia, l’imprenditore Pippo Callipo sostenuto dal centrosinistra e Francesco Aiello del Movimento 5 Stelle. Matteo Salvini e gli altri leader non le hanno dedicato la stessa attenzione dell’Emilia-Romagna: il leader della Lega sarà a Catanzaro mercoledì per chiudere la campagna, prima di tornare in Emilia-Romagna per il rush finale.

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Il governo propone il taglio delle tasse sul lavoro per i redditi fino a 40mila euro

Incontro tra il premier Conte e i sindacati. Per chi guadagna fino a 28 mila euro dovrebbero essere circa 100 euro in più in busta paga. Diventano 80 euro tra 28mila e 35 mila.

L’incontro era atteso, la riforma annunciata. Il premier Giuseppe Conte il 17 gennaio ha illustrato ai sindacati le proposte dell’esecutivo per tagliare il cuneo fiscale sui redditi da lavoro. «L’appuntamento oggi è dedicato alle modalità di attuazione del taglio del cuneo e al progetto di riforma complessiva del sistema fiscale, in particolare l’Irpef, che è fondamentale per semplificare il nostro sistema tributario e ridurre il carico fiscale su famiglie, lavoratori e pensionati. Coinvolgeremo nel piano di riforma fiscale anche i pensionati. L’obiettivo è restituire sicurezza economica ai lavoratori e alle famiglie, rendendo più equo il sistema tributario», ha detto il premier.

PER CHI GUADAGNA FINO A 28 MILA EURO SONO 100 EURO IN PIÙ

Il taglio del cuneo fiscale che interesserà i redditi fino a 40 mila euro, arrivando a 100 euro al mese per chi guadagna fino a 28 mila euro, per poi scendere con un doppio sistema di decalage. Sarebbe questa l’ipotesi illustrata dal governo al tavolo con i sindacati in corso a Palazzo Chigi. Dopo i 28 mila euro e fino ai 35 mila, la riduzione delle tasse calerebbe gradualmente fino ad arrivare a 80 euro al mese; oltre i 35 mila euro scenderebbe ancora fino ad azzerarsi. Si starebbe ancora valutando oltre quale soglia trasformare il bonus fiscale in detrazione.

GUALTIERI: «TAGLIO DEL CUNEO SOLO IL PRIMO PASSO»

L’incontro con i sindacati è andato «molto bene, c’è stata ampia convergenza sulla modalità con cui varare questo primo intervento importante a sostengo dei redditi da lavoro dipendente», ha detto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri al termine dell’incontro. Il taglio del cuneo fiscale «rappresenta il primo passo di una più generale riforma fiscale» che sarà elaborata nei prossimi mesi con l’obiettivo di varare la legge delega entro aprile. Si tratta comunque di «un primo segnale importante e concreto a sostegno della crescita».

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Taglio dei parlamentari, la battaglia sul referendum allunga la vita al governo

A tre giorni dalla scadenza del 12 gennaio, si tirano indietro quattro senatori di Forza Italia vicini a Mara Carfagna. Ma le defezioni sono almeno otto. Ora diventa cruciale il ruolo della Lega, che potrebbe decidere di invertire la rotta.

Il destino del referendum contro il taglio dei parlamentari è appeso a una manciata di firme. A tre giorni dalla scadenza del termine per la presentazione della richiesta, prevista per il 12 gennaio, si sono infatti tirati indietro quattro senatori di Forza Italia vicini a Mara Carfagna. Ma le defezioni sarebbero di più, almeno otto. E sono pronti al ritiro anche tre senatori del Pd.

La consultazione rischia quindi di saltare: se ciò accadesse, la legge entrerebbe subito in vigore. Ma a “salvare” il referendum potrebbero pensarci altri senatori di Forza Italia, o più probabilmente della Lega. Perché in un intreccio pericolossimo per le sorti del governo, solo se ci sarà il referendum sul taglio dei parlamentari ha buone probabilità di tenersi anche il referendum promosso dal Carroccio per il maggioritario in tema di legge elettorale, su cui il 15 gennaio è chiamata a esprimersi la Corte Costituzionale.

La maggioranza vuole provare a evitarli entrambi. Da una parte pressa i senatori per il ritiro delle firme, dall’altra deposita il “Germanicum”, una proposta di legge elettorale proporzionale. Mentre prosegue il lavoro sotterraneo per “blindare” la maggioranza e metterla al riparo dagli smottamenti nel M5s, magari con l’ingresso di un gruppetto di senatori in uscita da Forza Italia.

LE APERTURE DI CONTE

Tra i parlamentari non sono passate inosservate le parole con cui il premier Giuseppe Conte ha risposto a una domanda del quotidiano Il Foglio sulla possibilità che una parte degli azzurri possa appoggiare maggioranza, votando con Pd e M5s come già avvenuto al parlamento europeo: «Se si dovesse verificare questa condizione la valuteremo. Sarebbe un passaggio senz’altro significativo». Antonio Tajani ha subito parlato di «ipotesi dell’irrealtà», ma di un gruppo di deputati e senatori cosiddetti “responsabili” si vocifera con insistenza.

IL GESTO DEGLI AZZURRI VICINI ALLA CARFAGNA

Del resto i quattro senatori Franco Dal Mas, Massimo Mallegni, Laura Stabile e Barbara Masini, che hanno annunciato di aver ritirato le firme sulla richiesta di referendum per «impedire a qualcuno di farsi prendere dalla tentazione di andare a votare senza ridurre prima il numero degli eletti», sono tutti di Forza Italia. Il gesto prelude allo sbarco in maggioranza degli azzurri che fanno riferimento a Mara Carfagna? Fonti vicine alla vice presidente della Camera, per il momento, negano: «Voce libera vuole che il governo cada. Ma non si può andare a votare con mille parlamentari, alimentando ancora il M5s anti casta».

I CALCOLI CHE STANNO DIETRO AI GIOCHI POLITICI

La tesi prevalente è che se venisse indetto il referendum, si aprirebbe una finestra per far saltare il governo e andare a votare per eleggere 630 deputati e 315 senatori, prima che vengano ridotti a 400 e 200. In tal caso chi vince vincerebbe di più, e chi perde perderebbe di meno. Ma nei giochi politici di queste ore viene fatto anche un altro calcolo: per un cavillo giuridico, se verrà indetto il referendum costituzionale, avrà più probabilità di essere ammesso anche il referendum promosso dalla Lega per una legge elettorale maggioritaria. A quel punto potrebbe essere indetto un election day capace di far fibrillare l’esecutivo, in coincidenza con le elezioni regionali di primavera.

LA MAGGIORANZA PROVA A SMINARE IL CAMPO SULLA LEGGE ELETTORALE

«Rischierebbe di essere un mega-referendum su Salvini», osservano fonti del Pd. E anche per non dare all’ex ministro dell’Interno altre armi di propaganda, il governo prova a tenersi fuori dalla battaglia. Conte e i capi delegazione di maggioranza hanno deciso infatti di non costituire l’esecutivo in giudizio di fronte alle Corte costituzionale. Per “sminare” la questione e dimostrare alla Consulta che sul sistema di voto sta già legiferando il parlamento, è stata accelerata anche la presentazione del Germanicum, nato da un primo accordo di maggioranza che non convice in pieno Liberi e uguali.

IL SEGNALE SALVINI: «FAREI REFERENDUM SU TUTTO»

Il testo è stato depositato da Giuseppe Brescia del M5s. Prevede un sistema con soglia di sbarramento al 5% (nell’iter parlamentare, complici i voti segreti, c’è il rischio che scenda) e diritto di tribuna per i piccoli partiti. Anche in nome di questa prima bozza di legge elettorale tre senatori del Pd, Roberto Rampi e gli orfiniani Francesco Verducci e Vincenzo D’Arienzo, potrebbero ritirare le firme sul taglio dei parlamentari. I senatori dem che hanno firmato in tutto sono sette, gli altri quattro resistono. Il 10 gennaio anche i Radicali presenteranno i risultati della loro raccolta. Ma adesso sarà determinante il ruolo della Lega: «Io farei referendum su tutto», ha detto in serata Salvini. E sembra un segnale chiaro rivolto ai suoi: invertire la rotta sul tema della riduzione del numero dei parlamentari, firmare e metterci la faccia.

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La proposta di Paola Pisano su username e password statali

La ministra della Pubblica amministrazione propone l'identità digitale unica. Per accedere ai servizi pubblici ma anche a quelli privati. Sui social scoppia la polemica. E lei prova a fare chiarezza con un tweet.

Un’unica e sola user e password per accedere a tutti i servizi digitali. Della pubblica amministrazione ma non solo, anche al proprio conto in banca, per acquistare un biglietto del cinema, per prenotare un’auto. La proposta lanciata dalla ministra della Pa Paola Pisano al programma Eta Beta di Radio1 ha fatto discutere parecchio, muovendo non poche perplessità.

MADIA CRITICA

L’iniziativa ha però trovato le critiche di Marianna Madia, ex titolare dello stesso ministero occupato dalla Pisano: «Sono molto perplessa per le posizioni espresse oggi dalla ministra Pisano relative all’identità digitale», ha affermato la deputata del Partito democratico. «Credo occorra un confronto urgente sulle scelte complessive del governo in materia di digitale e dati. Si tratta di un tema strategico per i diritti dei cittadini, la democrazia e la competitività del Paese. Alcune scelte meritano un approfondimento e un confronto ampio e non possono essere rilasciate ad improvvisazioni estemporanee».

SENSI E ATTIVISSIMO PREOCCUPATI

Quella della Madia non è stata l’unica voce critica. In tanti, sui social, hanno espresso dubbi e timori in termini di privacy e sicurezza. «Una sola password e pure di Stato?», ha commentato il debunker Paolo Attivissimo, «significherebbe collegare le attività private (che non devono interessare a uno Stato) a quelle che riguardano lo Stato (tasse, certificati, atti pubblici)». Ancora più netto e duro Filippo Sensi: «A me questa cosa mette i brividi e mi fermo per carità di patria».

IL CHIARIMENTO DELLA MINISTRA

La polemica è montata rapidamente sui social, tanto che la titolare della Pa è dovuta tornare sull’argomento con un tweet: «Vediamo di sgombrare il campo da ogni equivoco: l’identità digitale sarà rilasciata dallo Stato e servirà a identificare il cittadino in modo univoco verso lo Stato stesso. In futuro, per aziende e cittadini che lo vorranno, potrebbe essere un ulteriore sistema di autenticazione».

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Le reazioni politiche alle dimissioni del ministro Fioramonti

Voci critiche interne alla maggioranza e attacchi netti dall'opposizione. Mentre i presidi delle scuole sono sempre più preoccupati.

Le dimissioni del ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti tengono banco nel dibattito politico sotto le feste. E fioccano le polemiche, dentro e fuori dal governo, tra maggioranza e opposizione. Fioramonti è vittima anche di quello che dovrebbe essere fuoco amico. «Se veramente ci si vuole battere per avere più risorse per la scuola bisogna stare in parlamento non all’estero, non a presentare un libro o a fare conferenze stampa», hanno attaccato Gabriele Toccafondi e Daniela Sbrollini, capogruppo di Italia Viva in Commissione Cultura a Camera e Senato, che hanno difeso il lavoro del governo sul fronte scuola: «In quattro mesi questa maggioranza ha votato un decreto scuola, con 50 mila assunzioni e risorse. Non è quanto volevamo, ma nella legge di Bilancio, di risorse per l’istruzione, ci sono». Secondo Giacomo Portas, deputato indipendente di Italia Viva: «Questo governo perde i ministri come le foglie d’autunno di un albero. La sua credibilità è ridotta a zero, e ogni giorno sono sempre più convinto di aver fatto bene a non votare la fiducia»

DADONE: «SE HAI CORAGGIO NON SCAPPI»

Non fa il nome di Fioramonti, ma forse non ce n’è bisogno, la ministra per la Pubblica amministrazione Fabiana Dadone: «Trovo stucchevole che chi professi coraggio agli elettori poi scappi dalle responsabilità politiche», ha scritto in un post su Facebook. «Se hai coraggio, non scappi. Se condividi davvero una battaglia, non scappi, ma mangi sale quando devi e porti avanti un progetto (ammesso che lo si abbia mai realmente condiviso). La coerenza è per lo più un pregio, ma a volte rischia di sconfinare nella sterile testimonianza che, peraltro, si addice poco a chi occupa posizioni di responsabilità».

CARFAGNA: «ORA UN MINISTRO INDIPENDENTE»

Mara Carfagna guarda invece avanti, a ciò che sarà poi, e auspica la nomina di un ministro che sia indipendente e autonomo dalle forze politiche della maggioranza: «Il ministero dell’Istruzione da anni è considerato un parcheggio per notabili di partito in cerca di collocazione. Dal 2013 abbiamo avuto ben cinque ministri, e in seguito alle dimissioni di Fioramonti verrà nominato il sesto», ha detto la vicepresidente della Camera.«È tempo di affidare l’incarico a una personalità autorevole e capace di far capire ai partiti che il sistema dell’istruzione è il “core business” di un Paese moderno».

FORZA ITALIA: «ATTO GRAVE E IRRESPONSABILE»

Durissimi i deputati di Forza Italia in commissione cultura alla Camera Valentina Aprea (capogruppo), Luigi Casciello, Marco Marin, Antonio Palmieri e Gloria Saccani. «Le dimissioni del ministro Fioramonti, costituiscono un atto grave e irresponsabile», hanno scritto in una nota congiunta. «Già minacciate sin dal suo insediamento, arrivano ora in un momento delicato e denso di appuntamenti amministrativi per l’attività del ministero dell’Istruzione. Avere maggiore disponibilità finanziarie per le politiche della scuola, dell’Università e della ricerca è da sempre aspirazione legittima di tutti i ministri dell’istruzione della Repubblica, ma Fioramonti sembra aver sottovalutato irresponsabilmente di essere arrivato a Viale Trastevere da soli quattro mesi, in un momento di crisi economica del Paese». Il gruppo di Forza Italia ha aggiunto che «formalizzerà nelle prossime ore una richiesta di audizione urgente del presidente del consiglio Conte in commissione per conoscere le determinazioni che intenderà assumere per far fronte alla grave situazione che si è determinata nella guida di un settore, quello dell’istruzione, così strategico per le nuove generazioni e per il Paese».

CALDEROLI RINGRAZIA BABBO NATALE

Sarcastico il senatore della Lega Roberto Calderoli: «Grazie a Babbo Natale per aver pensato ai nostri bambini mandando a casa con un sacco di carbone il pessimo ministro Fioramonti, uno dei peggiori ministri della storia repubblicana, quello che voleva tassare le merendine, quello che voleva togliere il crocifisso dalle aule perché non ci rappresenta. Grazie Babbo Natale per averlo fatto andare via, ora confidiamo nella Befana che magari nella calza ci farà trovare le dimissioni di tutto il governo».

PREOCCUPATI I PRESIDI

Preoccupazione è stata invece espressa dall’Associazione nazionale presidi: «Le dimissioni del ministro Lorenzo Fioramonti. nell’aria da alcuni giorni, ci preoccupano per l’inevitabile incertezza che si abbatte sul mondo della scuola e, soprattutto, per le ragioni delle dimissioni legate al mancato reperimento dei fondi necessari all’istruzione ed alla ricerca», ha affermato il presidente Antonello Giannelli. «Fioramonti, che ringrazio per l’impegno profuso durante il mandato, è stato un interlocutore sensibile e partecipe; questo suo gesto dimostra coerenza ma rende evidente la scarsa considerazione della politica per la scuola».

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Le parole di Fioramonti sulle sue dimissioni da ministro

La notizia dell'addio all'incarico era filtrato la sera di Natale. La spiegazione è arrivata la mattina dopo con un post su Facebook. «Si trovano risorse per tutto, ma mai per l'istruzione».

Non avrebbe voluto andarsene così, con tutto quel clamore la sera di Natale. Lorenzo Fioramonti, la sua lettera di dimissioni al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, l’aveva presentata il 23, prima della Vigilia, ma aveva deciso di aspettare a rendere pubblica la sua decisione e di collaborare per una transizione rapida ed efficace al vertice del ministero dell’Istruzione. La notizia però è filtrata nel bel mezzo delle feste, così anche lui si è trovato a fornire la sua versione dei fatti la mattina del 26.

L’ATTESA PER L’APPROVAZIONE DELLA MANOVRA

«Prima di prendere questa decisione, ho atteso il voto definitivo sulla Legge di Bilancio, in modo da non porre tale carico sulle spalle del parlamento in un momento così delicato», ha spiegato il ministro dimissionario con un post sulla sua pagina Facebook. «Le ragioni sono da tempo e a tutti ben note: ho accettato il mio incarico con l’unico fine di invertire in modo radicale la tendenza che da decenni mette la scuola, la formazione superiore e la ricerca italiana in condizioni di forte sofferenza».

La sera del 23 dicembre, ho inviato al Presidente del Consiglio la lettera formale con cui rassegno le dimissioni da…

Posted by Lorenzo Fioramonti on Thursday, December 26, 2019

PER L’ISTRUZIONE SOLO 1,9 MILIARDI

Un fine che evidentemente non riteneva più raggiungibile, considerando che dei 3 miliardi che aveva chiesto per la scuola in linea di galleggiamento, ne sono arrivati solo 1,9. «Mi sono impegnato per rimettere l’istruzione – fondamentale per la sopravvivenza e per il futuro di ogni società – al centro del dibattito pubblico, sottolineando in ogni occasione quanto, senza adeguate risorse, fosse impossibile anche solo tamponare le emergenze che affliggono la scuola e l’università pubblica».

«NON È STATA UNA BATTAGLIA INUTILE»

Nonostante le dimissioni, per Fioramonti «non è stata una battaglia inutile e possiamo essere fieri di aver raggiunto risultati importanti: lo stop ai tagli, la rivalutazione degli stipendi degli insegnanti (insufficiente ma importante), la copertura delle borse di studio per tutti gli idonei, un approccio efficiente e partecipato per l’edilizia scolastica, il sostegno ad alcuni enti di ricerca che rischiavano di chiudere e, infine, l’introduzione dell’educazione allo sviluppo sostenibile in tutte le scuole (la prima nazione al mondo a farlo)».

«SERVIVA PIÙ CORAGGIO»

Ma non è bastato: «La verità è che sarebbe servito più coraggio da parte del governo per garantire quella ‘linea di galleggiamento’ finanziaria di cui ho sempre parlato, soprattutto in un ambito così cruciale come l’università e la ricerca. Pare che le risorse non si trovino mai quando si tratta della scuola e della ricerca, eppure si recuperano centinaia di milioni di euro in poche ore da destinare ad altre finalità quando c’è la volontà politica».

«COMBATTUTO PER OGNI EURO IN PIÙ»

Sulle tempistiche delle sue dimissioni ha precisato: «Alcuni mi hanno criticato per non aver rimesso il mio mandato prima, visto che le risorse era improbabile che si trovassero. Ma io ho sempre chiarito che avrei lottato per ogni euro in più fino all’ultimo, tirando le somme solo dopo l’approvazione della Legge di Bilancio. Ora forse mi criticheranno perché, in coerenza con quanto promesso, ho avuto l’ardire di mantenere la parola».

«UN GOVERNO CHE PUÒ ANCORA FARE BENE»

L’ormai ex ministro ha poi fatto capire di sostenere ancora il governo, invocando però quel coraggio necessario per fare le scelte giuste: «Le dimissioni sono una scelta individuale, eppure vorrei che – sgomberato il campo dalla mia persona – non si perdesse l’occasione per riflettere sull’importanza della funzione che riconsegno nelle mani del governo. Un governo che può fare ancora molto e bene per il Paese se riuscirà a trovare il coraggio di cui abbiamo bisogno».

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Il Mes spacca il M5s, Di Maio a un bivio

Il capo politico vuole evitare di appiattirsi sul Pd presentando una risoluzione solitaria sul Salva Stati. Dall'altro sa che non può tirare troppo la corda. Lo scenario.

Archiviato il braccio di ferro sulla manovra su cui la maggioranza pare essere arrivata a un accordo, Luigi Di Maio deve vedersela con il dossier Mes. Permanenza al governo, tenuta di una leadership sempre più in discussione e sopravvivenza dello stesso Movimento 5 stelle.

Lunedì mattina comincia il conto alla rovescia. I pentastellati hanno 48 ore per cercare di assottigliare il fronte contrario a una risoluzione di maggioranza con il Pd sul fondo Salva Stati. Portare in Aula una risoluzione in solitaria per il M5s equivarrebbe infatti accendere la miccia della crisi di governo.

DI MAIO ABBASSA I TONI

I dissidenti, in Senato e alla Camera, ci sono e ci saranno. E Di Maio lo sa. Tutto dipende dal loro numero. Difficile convincere parlamentari come Paragone, Grassi, Giarrusso, Maniero o Raduzzi, i duri e puri contro il Mes. Giuseppe Conte dal canto suo ostenta sicurezza e tranquillità. Mentre il capo politico M5s, dopo aver teso la mano ad Alessandro Di Battista, abbassando i toni. Né Beppe Grillo, né la maggior parte degli eletti vuole la crisi. Lo confermano le parole di Roberta Lombardi che sabato a SkyTg24 ha difeso il governo chiedendo di fatto a Di Maio «meno tweet e più mediazione». Il capo politico M5s è di fronte a un bivio. Da un lato vuole difendere l’identità del Movimento senza appiattirsi sul Pd, dall’altro sa che è necessario non tirare troppo la corda con gli alleati visto che in caso di una vittoria in Emilia-Romagna Nicola Zingaretti potrebbe rompere facendo di fatto cadere l’esecutivo.

MESSAGGI DI PACE NEL M5S

Un primo risultato Di Maio lo ha raggiunto. In una nota congiunta del vice capogruppo M5s alla Camera Francesco Silvestri e dei 14 capicommissioni viene negata con forza la stesura di un documento politico contro di lui. Resta però «la necessità di un confronto periodico perché ognuno deve essere un pezzo di un ingranaggio collegiale», è la linea dei capicommissione. Una linea che un parlamentare sintetizza così: «Non vogliamo più sapere cosa farà il M5s dai giornali».

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M5s, Lombardi: «Da Di Maio vorrei meno tweet e più mediazione»

La capogruppo pentastellata alla Regione Lazio a SkyTg24 difende il governo. E critica l'atteggiamento del capo politico troppo «muscolare».

Luigi Di Maio, sempre più isolato all’interno del M5s, lo ha negato con insistenza: l’idea che il M5s voglia fare cadere il governo «è una sciocchezza», ha ribadito il 6 dicembre a Radio Capital. «Lo abbiamo fatto nascere noi, altrimenti non lo facevamo partire». Eppure le acque pentastellate restano increspate.

LOMBARDI DIFENDE IL GOVERNO CON IL PD

Sabato a lanciare la frecciata quotidiana all’indirizzo del ministro degli Esteri e capo politico del M5s è stata Roberta Lombardi. «Io so che Di Maio sta cercando di porre all’attenzione del governo dei punti di vista tipici del M5s ma preferirei ci fosse molto meno la ricerca del tweet e molto più la voglia di conciliare punti di vista diversi che però hanno pari dignità e devono trovare una forma di mediazione», ha detto la capogruppo pentastellata alla Regione Lazio ospite de L’intervista di Maria Latella su Skytg24. Insomma l’atteggiamento di Di Maio «è quello del capo politico di una forza che sta cercando di mantenere la propria identità all’interno del governo ma», ha messo in chiaro, «lo fa in una modalità molto muscolare che non condivido, preferirei che fosse più mediata».

LOMBARDI: «DIAMO UN’OPPORTUNITÀ A QUESTO PAESE»

Alla domanda su cosa pensi Di Maio di questo governo, Lombardi ha risposto in pieno stile pentastellato delle origini. «Io vengo da una scuola del M5s dove quello che interessa non è l’opinione del singolo. Sono stata uno degli sponsor di questo governo perché ho detto che c’è la possibilità di fare delle cose bene insieme. Diamo un’opportunità a questo Paese, adesso questo governo deve continuare a essere utile». Del resto, ha ricordato la capogruppo 5 stelle alla Pisana, anche il garante Beppe Grillo ha sempre detto che «ci sono dei temi» su cui Pd e M5s possono trovare un punto di accordo. Come M5s, ha aggiunto, «abbiamo fatto un investimento su questo governo perché volevamo fare delle cose utili per il Paese. Quindi sicuramente questo modo continuo di porre dei distinguo, anche semplificando il messaggio politico alla ricerca sempre del titolo o dell’agenzia che ti ponga più in evidenza, è stancante», ha messo in chiaro Lombardi.

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Perché il 12 gennaio è uno snodo cruciale per la legislatura

Si tratta della scadenza per la richiesta di referendum sul taglio dei parlamentari. Un bivio che avrà ripercussioni sulle prossime mosse del capo dello Stato.

Il 12 gennaio 2020 è una data da segnare in rosso nel calendario della politica. È la scadenza del termine per depositare la richiesta di referendum sul taglio dei parlamentari. E, se si volesse andare alle elezioni mantenendo l’attuale numero di deputati e senatori, le Camere andrebbero preferibilmente sciolte entro la prima metà di gennaio. Prima, cioè, del 12 gennaio. Senza contare che tre giorni dopo c’è un’altra delicatissima scadenza dal forte impatto politico: il 15 gennaio è prevista la sentenza della Corte costituzionale sul referendum per la legge elettorale chiesto da diverse Regioni.

LEGGE APPROVATA A MAGGIORANZA ASSOLUTA

Il presidente della Repubblica, trovandosi di fronte a una improvvisa crisi di governo e senza maggioranze alternative, avrebbe il dovere di sciogliere le Camere e chiamare il Paese al voto con il sistema vigente al momento, visto che l’iter della riforma costituzionale per la riduzione dei parlamentari non sarà completo fino alla fine degli adempimenti formali (leggi referendum e collegi elettorali). La legge costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari è stata approvata in seconda lettura con la maggioranza assoluta (e non con quella dei due terzi). Può, dunque essere sottoposta a referendum entro il 12 gennaio su richiesta di un quinto dei membri di una Camera (65 senatori o 126 deputati), di 500 mila elettori o di cinque Consigli regionali. E al momento al Senato si contano già ben 52 firme raccolte. Se non fosse avanzata richiesta di referendum, alla scadenza dei tre mesi dalla pubblicazione del testo in Gazzetta il presidente della Repubblica dovrà pubblicare la legge entro il 12 febbraio. Se, invece, la richiesta di referendum arrivasse, la Cassazione dovrà pronunciarsi sulla sua ammissibilità.

I TEMPI (LUNGHI) PER L’ENTRATA IN VIGORE

Tra decisione ed eventuali ricorsi potranno servire tra 20 e 30 giorni. Il referendum sarà quindi indetto entro 60 giorni dall’ordinanza che lo ammette, e potrà svolgersi in una domenica compresa tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo al decreto di indizione. A conclusione positiva del referendum, avranno luogo proclamazione del risultato, pubblicazione della legge costituzionale e vacatio legis (complessivamente almeno 20/30 giorni), prima dell’entrata in vigore della legge stessa. Sia in caso di esito positivo del referendum sia nell’ipotesi in cui esso non venga richiesto, in base all’articolo 4 della legge sulla riduzione del numero dei parlamentari le nuove norme potranno applicarsi non prima che siano decorsi 60 giorni dalla loro entrata in vigore. In caso di mancata richiesta di referendum quindi, considerati i tempi per accertare la mancata richiesta, la pubblicazione in Gazzetta e la vacatio legis, questi 60 giorni potranno decorrere dalla prima metà di febbraio, per concludersi orientativamente entro metà aprile, quando la riduzione dei parlamentari sarà effettiva. A quel punto, il governo avrà 60 giorni per ridisegnare i collegi elettorali.

Alcuni esperti sottolineano che ipotesi diverse di scioglimento e conseguenti elezioni potrebbero far sorgere dubbi sulla rappresentatività del nuovo parlamento

In definitiva, ove venisse richiesto un referendum sulla legge costituzionale per la riduzione dei parlamentari, i tempi per l’entrata in vigore della nuova normativa potrebbero superare i 10 mesi dalla data della pubblicazione della legge elettorale. Ove il referendum non fosse invece richiesto, sembrerebbero necessari tra i cinque e i sei mesi dalla data del 12 ottobre e quindi, come ricordato, la piena operatività della norma partirebbe dal mese di aprile. Si tratta di uno snodo politico delicato: infatti alcuni esperti sottolineano che ipotesi diverse di scioglimento e conseguenti elezioni potrebbero far sorgere dubbi sulla rappresentatività del nuovo parlamento. Bisognerebbe, infatti, affrontare la non secondaria questione di un parlamento – che dovrà scegliere il nuovo capo dello Stato – eletto pochissimo tempo prima dell’operatività di una norma che ne avrebbe modificato in maniera significativa la rappresentatività.

IL NODO DELL’ELEZIONE DEL CAPO DELLO STATO

Il dubbio è che venga in tal modo gettata un’ombra sulla stessa rappresentatività del nuovo capo dello Stato, scelto da un organo numericamente diverso da quello disciplinato dalle norme che saranno vigenti al momento della sua elezione: organo costituitosi solo pochi giorni prima l’entrata in vigore delle nuove, più restrittive norme. Per questo, è l’analisi di alcuni esperti, ove si volesse procedere linearmente a nuove elezioni con l’attuale numero dei parlamentari, sarebbe meglio attivare lo scioglimento prima del 12 gennaio. Altrimenti, sia in caso di mancata richiesta di referendum sia di proposizione della richiesta stessa, lo scioglimento dovrebbe aver luogo dopo la piena operatività delle nuove norme, e quindi con il ridotto numero dei parlamentari. Nel primo caso in primavera avanzata, e nel secondo non prima del prossimo autunno.

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Cosa c’è nel maxi emendamento del governo alla manovra

Quasi azzerata la tassa sulle auto aziendali. Dimezzata quella sulla plastica. Ma spunta una clausola di salvaguardia sulle accise della benzina nel 2021. Le novità.

Arriva una Robin tax sui concessionari, viene quasi azzerata la tassa sulle auto aziendali e si riduce del 50% quella sulla plastica. Dopo settimane di tavoli di maggioranza e ipotesi, la manovra cambia volto con un maxi emendamento presentato dal governo.

Mentre alla Camera viene posta la fiducia sul decreto fiscale, l’esecutivo tenta uno sprint per portare in Aula la legge di bilancio lunedì 9 dicembre, in una corsa contro il tempo che non scongiura il rischio del via libera finale solo tra Natale e Capodanno.

Il maxi emendamento comprende una ventina di misure per un totale di 1,7 miliardi. Per coprire i buchi che derivano dallo stop alle microtasse, viene inserita una clausola di salvaguardia che farebbe aumentare di circa 900 milioni le accise sulla benzina nel 2021. I nodi politici, però, non sono tutti risolti: Italia viva storce il naso sulla Robin tax e chiede l’abolizione totale della tassa sulla plastica e anche della sugar tax, che potrebbe essere cambiata alla Camera.

SALE L’IRES PER LE SOCIETÀ CONCESSIONARIE DI SERVIZI PUBBLICI

La novità principale del maxi emendamento è proprio la Robin tax, ovvero l’aumento dell’Ires del 3% per le società concessionarie di servizi pubblici, per tre anni. La misura, voluta dal Pd, è destinata a far discutere. Anche perché si applica ad Autostrade, mentre è in corso l’istruttoria per la revoca della concessione. L’aumento dell’Ires sostituisce la stretta sull’ammortamento prevista inizialmente per i soli concessionari autostradali e destina i 647,1 milioni stimati nel 2020 (369,8 milioni nel 2021 e 2022) a migliorare le infrastrutture e combattere il degrado sociale. L’aumento scatta per chi gestisce porti, aeroporti, autostrade, lo sfruttamento di acque minerali, la produzione di energia elettrica, le ferrovie, le frequenze radio tv e telefoni. Sono salvi i balneari e le concessioni petrolifere.

SCOMPARE IL BOLLO SUI CERTIFICATI PENALI

Tra le novità annunciate in manovra c’è poi la scomparsa del bollo sui certificati penali, l’arrivo di 40 milioni per i Vigili del fuoco e 50 milioni per il sostegno agli affitti.

QUASI AZZERATA LA TASSA SULLE AUTO AZIENDALI

C’è poi il quasi azzeramento, con solo un milione di incasso nel 2020, della tassa sulle auto aziendali: non solo slitta a luglio e si applica alle nuove immatricolazioni, ma si articola in quattro fasce in base alle emissioni. I mezzi in fringe benefit concorreranno al reddito per il 25% per le auto più ecologiche, mentre si arriverà al 60% per quelle che più inquinanti.

DIMEZZATA LA PLASTIC TAX

Infine, la plastic tax: l’imposta si dimezza a 50 centesimi al chilo e si escludono i prodotti che contengono plastica riciclata, tutti i contenitori di medicine e dispositivi medici.

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Perché sulla prescrizione Di Maio e il governo si giocano il futuro

Trovare un'intesa o far crollare tutto: giustizia decisiva per le sorti dei giallorossi. E anche per quelle del capo M5s: in caso di elezioni sarebbe sostituito da Di Battista. Ma tra paletti renziani e scenari di asse Pd-Forza Italia l'accordo sembra lontano.

La prescrizione potrebbe essere la miccia accesa per far deflagrare il governo. La preoccupazione rimbalza da Palazzo Chigi alle Camere, attraversando le segreterie dei partiti. È il tema su cui Luigi Di Maio manifesterà le reali intenzioni sull’alleanza con Partito democratico e Italia viva. Nei fatti può tirare la corda fino a spezzarla, senza che nessuno gli possa rinfacciare alcunché: la cancellazione della prescrizione è una misura bandiera del Movimento 5 stelle.

BONAFEDE IN PRIMA FILA

Fonti della maggioranza osservano: «Nessuno potrà polemizzare sulla prescrizione. Nemmeno i suoi più tenaci detrattori». Di sicuro al fianco di Di Maio c’è il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che ha voluto questo provvedimento quando era al governo con la Lega e che lo sta difendendo anche dai rilievi del Pd.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede all’epoca del governo gialloverde con la Lega di Matteo Salvini.

ATTESO UN GESTO DI CHIAREZZA DAI CINQUE STELLE

Dunque se il numero uno della Farnesina vuole davvero far cadere il Conte II ha l’occasione giusta: quasi irripetibile. Al contrario se dovesse mostrare disponibilità a trovare un’intesa, allora agli alleati arriverebbe un messaggio chiaro: la volontà, nonostante tutto, di proseguire con il governo. Insomma, sulla prescrizione è atteso il gesto di chiarezza invocato da più parti, qualunque sia la direzione.

DI MAIO PERÒ RISCHIA ANCHE LA SUA FINE POLITICA

La partita presenta un alto coefficiente di rischio per Di Maio: la fine di questo esecutivo sarebbe in pratica la fine della sua parabola politica. Una prescrizione delle sue ambizioni. La coalizione con i dem è tuttora sponsorizzata da Beppe Grillo: resta convinto che il Conte II sia un’opportunità per il M5s. La sola idea di staccare la spina fa virare i suoi umori verso il nero. E chissà che l’Elevato, come si è proclamato l’ex comico, in caso di crisi di governo non decida di avviare “il processo” di destituzione del capo politico, raccogliendo tutti i malumori nel Movimento. Che sono tanti e solidi, come testimonia il costante sbandamento dei gruppi parlamentari.

DA ESCLUDERE UN RITORNO CON LA LEGA

Di Maio dovrebbe avere un piano B da tirar fuori come un coniglio dal cilindro per garantirsi un futuro politico. Neppure nella più incallita professione di ottimismo può immaginare di tirare dritto, come se nulla fosse, di fronte all’eventuale showdown che porterebbe il Paese alle elezioni. Perché non ci sono altre strade percorribili. Il remake dell’alleanza con la Lega è impraticabile per varie ragioni. Prima di tutto i gruppi parlamentari del M5s sono nettamente contrari a un ritorno al passato; inoltre Matteo Salvini non avrebbe alcun motivo per tornare indietro.

DI BATTISTA PRONTO A DIVENTARE NUOVO UOMO IMMAGINE

E infine il Quirinale ha fatto filtrare più volte l’orientamento: dopo il Conte II è quasi impossibile pensare che possano esserci altri esecutivi in questa legislatura. Quindi resta solo lo scenario elettorale e l’ipotesi del tandem con Alessandro Di Battista: l’ex deputato sarebbe l’uomo immagine con il capo politico a fare da regista alle spalle. Ma si torna al punto di partenza: è una sfida spericolata, che finge di non considerare gli effetti del trauma di una rottura. E che ignora il calo nei sondaggi.

di maio di battista prescrizione
Luigi Di Maio con Alessandro Di Battista. (Ansa)

M5S CONTRO I «PALETTI RENZIANI»

Guarda caso, però, proprio Di Battista è tornato a pestare duro sulla cancellazione della prescrizione, rinsaldando la ritrovata intesa con il leader del Movimento. «I politici del Pd, che osano mettere a rischio questa norma di civiltà, dovrebbero avere il coraggio di andare dai familiari dei morti di Casale Monferrato, guardarli negli occhi e imbastire le ormai ventennali supercazzole sul tema», ha attaccato ricordando le vittime dell’Eternit e parlando poi di «pali renziani» all’interno del Pd.

CONTE, FIUTATA L’ARIA, VUOLE MEDIARE

Praticamente in contemporanea Di Maio ha evocato un Nazareno 2.0 sulla Giustizia, una rinnovata intesa PdForza Italia, sfoderando il lessico marcatamente ostile ai dem. Giuseppe Conte ha fiutato l’aria ed è intervenuto dicendosi di sicuro che sarà «trovata una soluzione». Le ostilità sono aperte e la tensione è troppo alta: per questo il presidente del Consiglio ha cercato di stemperare la polemica.

IL PD OSSERVA E NON FA PASSI INDIETRO

A Largo del Nazareno, intanto, non c’è alcuna intenzione di giocare al ruolo di “responsabili” a ogni costo. Sul tema della prescrizione men che meno. Il segretario Nicola Zingaretti ha lanciato avvertimenti chiari: c’è stato il tweet di Pierluigi Castagnetti, figura molto vicina al Quirinale, sulla chiusura del sipario di questo esecutivo, poi l’intervista di Goffredo Bettini, in estate grande tifoso del “governo di legislatura” con il Movimento, che ha avvertito come la pazienza stia per finire. A seguire le dure prese di posizione dei capigruppo di Camera e Senato, Graziano Delrio e Andrea Marcucci, che hanno vestito i panni delle colombe durante la nascita del Conte II. Ma anche loro sono irritati. Segnali di fumo non trascurabili. Per il momento la linea politica è quella di osservare cosa accade nel Movimento, senza cedere, cercando di comprendere il progetto di Di Maio. Che continua a muoversi su un filo.

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E ora serve un bel “vaffa” di Zingaretti a Di Maio

Farsi imbottigliare dalle stupidaggini del M5s, che continua a guardare verso destra è un errore fatale. Meglio mandarli al diavolo domani, anzi ieri.

La cronaca politica propone due domande: ma che cosa vogliono Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista? Ovvero vogliono qualcosa? L’unica cosa chiara è che i due baciati in fronte da Beppe Grillo hanno il terrore di finire male.

Per loro finire male significa uscire dall’orbita reale, per l’uno, potenziale per l’altro, del governo. E oggi l’orbita del governo ruota attorno a Salvini-Meloni.

L’altra paura è che hanno la matematica certezza che se non fanno ammuina il loro movimento arriva alle elezioni “sminchiato”, quindi con pochi voti e probabilmente senza quelli che potrebbero eleggere l’uno e l’altro o l’uno o l’altro.

DI MAIO E DI BATTISTA CONTINUANO A GUARDARE A DESTRA

Era sembrato, nelle scorse settimane, che Beppe Grillo riuscisse a portare i pentastellati fuori dall’attrazione pericolosa della destra. Grillo aveva addirittura immaginato di progettare cose in comune con il Pd. Di Maio e Di Battista, e forse Casaleggio, hanno detto di “sì”, ma si sono mossi lungo la strada opposta. Nessuno di noi sa se Matteo Salvini e soprattutto la sua temibile competitrice Giorgia Meloni vorranno aggregare questi due giovani cadaveri della politica nel governo che faranno dopo le elezioni, tuttavia Di Maio e Di Battista, fedeli figli di cotanti padri di destra, cercano da quelle parti la soluzione che li porti ad una più che dignitosa sopravvivenza economica.

Quando cadrà il governo Conte sarà chiaro che la coppia destrorsa del M5s sarà davanti all’uscio di Salvini a chiedere un posto

Il dramma dei cinque stelle, nati sulla base di una cultura che definimmo populista, di decrescita felice, di guerra alla democrazia rappresentativa, è che oggi sono il nulla assoluto. Da quelle parti ci sono solo “no”, sulle cose che capiscono, e ancora “no” su quelle che non capiscono. E tutto ciò accade mentre gran parte del loro elettorato è scappato e altro andrà via quando cadrà il governo Conte e sarà chiaro che la coppia destrorsa del M5s sarà davanti all’uscio di Salvini a chiedere un posto, una sistemazione, una cosa per campare. Sta arrivando il momento in cui la voracità della destra riuscirà a cancellare l’episodio grillino.

LA SINISTRA DEVE MOLLARE IL M5S PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI

Chi di noi analizzò il fenomeno dei cinque stelle non in base alla composizione sociale ma in relazione alla cultura che esprimevano e alla direzione di marcia che avevano preso, non sono sorpresi né dalla svolta a destra né dalla loro prossima fine. Questo non vorrà dire che il sistema politico si sistemerà. La pattuglia grillina nel prossimo parlamento, a meno che non vengano fatti fuori Di Maio e i suoi e che Di Battista vaghi a fare niente per il mondo, sarà il più massiccio episodio di ascarismo parlamentare. «Accattataville».

Manifestazione delle Sardine in Piazza Duomo a Milano.

Salvini dovrà far digerire ai suoi il ritorno dei traditori, per giunta statalisti. La Meloni non li ha mai sopportati. Resta la sinistra che tarda a comprendere che farsi imbottigliare dalle stupidaggini di Di Maio e Salvini su un fondo salva Stati che quei due conoscevano e che, lo vogliano o no, ci sarà, è un errore, meglio mandarli al diavolo domani, anzi ieri. Perché l’unica campagna elettorale che si può fare richiede di rubare alle sardine il tema della civiltà politica e alla destra “sovranista e antitaliana” la questione dell’onore della patria che la destra attuale vorrebbe nuovamente serva di una potenza straniera.

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Di Maio fa il pompiere sul Mes

Il leader del M5s dopo il gelo con il premier: «Ho sentito Conte e siamo in piena sintonia». Ma l'asse con Di Battista preoccupa il Pd. Occhi puntati sul ministro Gualtieri, che all'Eurogruppo tratterà modifiche alla riforma del fondo salva-Stati.

Negoziare all’Eurogruppo e con i leader europei, ottenere almeno un rinvio della firma del Meccanismo europeo di stabilità.

Per raffreddare gli animi in Senato ed evitare che l’11 dicembre una spaccatura della maggioranza apra una crisi politica. Il rischio c’è, affermano dal Pd, anche perché il gruppo M5s è spaccato e imprevedibile. In più, preoccupa l’asse di Luigi Di Maio con Alessandro Di Battista contro la riforma del fondo salva-Stati: «Il M5s è l’ago della bilancia, decidiamo noi».

Il ministro degli Esteri invia un segnale distensivo: «Conte l’ho sentito due ore fa e siamo in piena sintonia, sia sul Mes sia sul tema della prescrizione», ha detto a Di Martedì su La7. Ma i dem non si fidano e le fibrillazioni preoccupano anche Italia viva.

LEGGI ANCHE: Cos’è il Mes e perché Salvini e Meloni attaccano il governo

Nelle prossime ore gli occhi saranno tutti puntati sul ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che all’Eurogruppo tratterà con gli alleati europei sul Mes. In discussione non c’è l’impianto del Meccanismo, ma regolamenti secondari ancora oggetto di negoziato. In più, in una “logica di pacchetto”, si avvierà la trattativa sull’Unione bancaria, che è ancora a una prima stesura: il ministro, come più volte affermato, dirà che l’Italia si oppone al meccanismo – sostenuto dalla Germania ma per noi svantaggioso – che punta a ponderare i titoli di Stato detenuti dalle banche sulla base del rating dei singoli Paesi.

LA FIRMA DEL MES NON PRIMA DI FEBBRAIO

Anche Conte, nei suoi colloqui a margine del vertice Nato di Londra, discuterà del “pacchetto” europeo con gli altri leader, a partire da Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Ma è il fattore tempo quello su cui il governo spera di far leva, nell’immediato. La firma del Mes, anche per ragioni tecniche, non dovrebbe arrivare prima di febbraio. Da quel momento i singoli Paesi dovranno ratificare il trattato. La speranza è che i dubbi emersi anche in Francia e fattori come la crisi di governo a Malta possano spingere la lancetta un po’ più in là.

LA DIFFICILE RICERCA DI UN’INTESA IN PARLAMENTO

Negoziazioni nell’ambito del “pacchetto” Ue e rinvii saranno la leva sulla quale si cercherà di plasmare un’intesa di maggioranza sulla risoluzione che dovrà essere votata l’11 dicembre in Parlamento, alla vigilia della partecipazione di Conte al Consiglio europeo. «Sono legittime diverse sensibilità», dichiara il premier cercando di placare gli animi e assicurando che «l’ultima parola spetta al Parlamento» e che «lavoriamo per rendere questo progetto utile agli interessi dell’Italia».

BASTA UNA MANCIATA DI VOTI PER METTERE IN CRISI IL GOVERNO

Da Bruxelles, però, Matteo Salvini incalza e rilancia Mario Draghi come candidato al Colle: «Il trattato non è emendabile, bisogna bloccarlo. Conte ha lo sguardo di chi ha paura e scappa». Lega e Fratelli d’Italia non faranno sconti in Aula. Ed è in Aula che può scoppiare l’incidente. Perché, spiegano fonti dem dal Senato, è impossibile prevedere i comportamenti dei senatori M5s (Paragone e Giarrusso già si sono smarcati). I “contiani” lavorano a un’intesa, ma basta una manciata di voti a far andare in minoranza il governo. Di qui il pressing su Di Maio perché lavori per compattare le truppe su una posizione unica e chiara in asse con il governo. Il M5s sta lavorando a una risoluzione di maggioranza, a partire dalle proprie posizioni. Ma i dem non sono disposti a cedere. Per chiudere, servirà probabilmente un nuovo vertice di maggioranza. Ma, come emerge da un incontro di Italia viva con Conte, i punti di divergenza sono tanti e il clima sempre più agitato.

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Perché le bugie di Salvini e Meloni porteranno l’Italia alla rovina

La guerra al Mes ripete un copione già visto che ci isolerà in Europa e causerà divisioni interne. Davanti a questa minaccia, la sinistra dovrebbe avere l'umiltà di unirsi per costruire un muro di resistenza civile.

Matteo Salvini dichiara di saper nulla del Salva Stati di cui ieri si è discusso in parlamento.

Le notizie su quell’accordo inter-Stati, come è stato ben detto durante la trasmissione Tagadà, erano invece sui maggiori giornali quando Salvini era ministro degli Interni con Giuseppe Conte.

Forse in quei giorni aveva già bevuto troppi moijto per sfogliare il Corriere della Sera, che va letto da sobri.

IL POTENZIALE ELETTORATO CREDE ALLE SCIOCCHEZZE DELLA DESTRA

Il guaio è che una gran parte dell’elettorato potenziale crede alle  sciocchezze di Salvini e di Giorgia Meloni dimenticando come i due abbiano nel proprio passato, o comunque in quello dei loro partiti, uno degli episodi più vergognosi e menzogneri della Storia d’Italia. Furono loro che stabilirono (cioè costrinsero il parlamento a votare) che la ragazza di Silvio Berlusconi era la nipote di Mubarak. Anche la battagliera Meloni, fustigatrice di presunte bugie di altri e dimentica delle proprie.

UN COPIONE GIÀ VISTO

Quello che viene fuori in questi giorni dalla destra è una sorta di ripetizione del copione che l’ha portata sulla cresta dell’onda. Si intimoriscono i risparmiatori, si favoleggia contro l’Europa (poi, come fa Salvini, si tratta sottobanco per entrare nel Partito popolare europeo) e quando si sarà fatta strada negli italiani di esser alla rovina si ritornerà sui migranti. La paura della miseria, l’odio verso la casta europea precedono sempre la xenofobia.

LEGGI ANCHE: La svolta moderata di Salvini è una barzelletta

È il copione della destra degli Anni 20 e 30. Ma non faccio paragoni con Mussolini e Hitler. Salvini e Meloni sono su un livello molto più modesto e saranno d’ora in poi impegnati in una battaglia fratricida per la leadership

PER IL PAESE SI AVVICINA UN’ALBA TERRIBILE

Perché è importante sottolineare che Salvini e Meloni sono due politici che dicono cose non vere, che agitano temi in cui non credono, e che addirittura attaccano posizioni da loro difese precedentemente? Per una ragione assai semplice. Perché, con buona pace di Alessandro Campi, politologo raffinatissimo e critico intelligente della sinistra, con questi due imbroglioni l’alba che si avvicina sarà terribile e porterà al governo, ancora una volta, la peggiore classe dirigente del Paese. Forse è bene che noi italiani si beva l’amaro calice fino in fondo. Forse è necessario immaginare scelte politiche, come quella delle Sardine, che sappiano smontare la catena di odio che viene fuori dagli interventi di Meloni e Salvini. Questa Italia che potrebbe uscire dalle prossime elezioni non sarà più un Paese europeo. Forse non sarà più un Paese. Non sarà un Paese europeo perché chi mai potrà fidarsi di questa classe dirigente di incendiari senza progetto? Non sarà un Paese perché la tentazione del potere assoluto tornerà a farsi viva e troverà una riposta adeguata che dividerà gli italiani.

È NECESSARIO COSTRUIRE UN MURO DI RESISTENZA CIVILE

Non capirò mai perché di fronte a questi due incompetenti che rischiano di prendersi l’Italia non si trovi l’umiltà di unirsi a sinistra. Dai giovani, dai movimenti delle donne questa richiesta viene. È un delitto non capirlo: chi vorrà sottrarsi a questo compito di creare un muro di resistenza civile contro la coppia dei facinorosi porterà grandi responsabilità. Loro non ci porteranno al fascismo. Non non ne sono capaci e noi li fermeremo prima. Ma percorreranno fino in fondo la strada dell’isolamento dell’Italia dall’Europa e della divisione degli italiani. Insisto: i pensosi intellettuali di destra sono soddisfatti? Avete un problema.

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Cosa ha detto Conte alla Camera sul Mes

Il premier attacca Salvini e Meloni: «Accuse infamanti contro di me. Diffuse notizie allarmistiche, palesemente false».

È iniziata con un attacco frontale a Matteo Salvini e Giorgia Meloni l’informativa urgente del premier Giuseppe Conte sul Mes, in corso alla Camera. «Dalle opposizioni accuse infamanti contro di me. Sono state diffuse notizie allarmistiche, palesemente false. Del senatore Salvini non mi stupisco, è nota la sua difficoltà a studiare i dossier. Mi meraviglio invece della deputata Meloni», ha detto infatti il capo del governo, rivolgendosi direttamente alla leader di Fratelli d’Italia.

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Meloni, presente in Aula, ha reagito urlando e scatenando una breve bagarre, prontamente sedata dal presidente di Montecitorio, Roberto Fico. Conte ha proseguito così: «Sono qui per l’informativa sulle modifiche al Mes non solo perché doverosa dopo la richiesta, ma anche perché ho sempre cercato di assicurare un’interlocuzione chiara e trasparente con il parlamento. Chi è all’opposizione sta dando prova di scarsa cultura delle regole e mancanza di rispetto per le istituzioni».

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Il premier ha messo in fila tutte le accuse che gli sono state rivolte, smontandole pezzo dopo pezzo: «È stato detto che il Mes sarebbe stato già firmato e per giunta di notte. Anche chi è all’opposizione ha compiti di responsabilità. Una falsa accusa di alto tradimento della Costituzione è questione differente dall’accusa di avere commesso errori politici o di avere fatto cattive riforme. È un’accusa che non si limita solo a inquinare il dibattito pubblico e a disorientare i cittadini, è indice della forma più grave di spregiudicatezza. Perché pur di lucrare un qualche effimero vantaggio finisce per minare alle basi la credibilità delle istituzioni democratiche e la fiducia che i cittadini ripongono in esse».

L’Italia «si è espressa in sede europea in maniera perfettamente coerente con il mandato ricevuto da questo parlamento. Su tali basi è stato dato l’incarico all’Eurogruppo di procedere alla predisposizione di una bozza di revisione» del fondo salva-Stati.

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