Cura Italia, sì ma come?

L'anticipo da parte delle banche per la cassa integrazione è solo un palliativo. Per non parlare dei diversi accordi regionali. Mentre la richiesta del bonus per Partite Iva e autonomi rischia di trasformarsi in una giungla. Sindacati, associazioni datoriali e consulenti del lavoro denunciano gli ostacoli all'attivazione delle misure del governo.

Il governo ha già annunciato alcune misure del secondo decreto economico, da varare ad aprile per fronteggiare l’emergenza coronavirus. Solo che al momento molti dei provvedimenti inseriti nel Cura Italia di marzo non sono ancora attivabili. Quando lo sono, poi, rischiano di finire nel caos più totale.

Lunedì sera sera è stato tappato un buco, con la disponibilità delle banche ad anticipare 1.400 euro di cassa integrazione, che altrimenti non sarebbero arrivati prima di qualche settimana.

Ma si tratta di una goccia nel mare, come fanno notare sindacati, associazioni datoriali, consulenti del lavoro.

LA CORSA PER LA RICHIESTA DEL BONUS

Mercoledì per esempio sarà il giorno per le partite Iva e autonomi di richiedere il bonus ‘una tantum’ da 600 euro sul sito dell’Inps, per un limite di spesa di 203,4 milioni, come spiega la circolare dell’Istituto. «Soldi che non basteranno per tutti. Per cui potrà accedervi solo chi è più veloce a fare domanda. Una assurdità, perché sarà solo la fortuna a decidere chi potrà avere i soldi e chi no», spiega il presidente di Confimprenditori, Stefano Ruvolo, il quale sottolinea anche che «in quella che sarà una ressa, saranno i consulenti del lavoro a inviare le richieste, per cui c’è il rischio che chi non riceverà il sussidio se la prenderà con loro, accusandoli di aver fatto favoritismi». Oltretutto, già il 30 marzo, primo giorno di invio delle domande di cassa integrazione da parte delle imprese, il sito dell’Inps è andato completamente in tilt. « E c’è il rischio che questo accada di nuovo», spiega Ruvolo.

BEN 21 REGOLAMENTI REGIONALI PER RECEPIRE IL CURA ITALIA

Sulla stessa linea Marina Calderone, presidente dei Consulenti del Lavoro, che mette in evidenza come il sito dell’Inps sia già fermo perché in molti stanno facendo richiesta del pin necessario per inoltrare la domanda. Tra l’altro, per i consulenti del lavoro è difficile che l’erogazione della cassa integrazione possa partire prima del 15 aprile. Anzi si potrebbe arrivare fino a 60 giorni seguendo le normali procedure. Per le aziende con più di cinque dipendenti, infatti, è obbligatorio siglare un accordo sindacale da presentare alle Regioni. E oggi, a recepire il decreto legge Cura Italia per quanto riguarda la cassa integrazione in deroga ci sono 21 regolamentazioni territoriali diverse. Cinque Regioni devono ancora firmare gli accordi-quadro con le parti sociali e altre 13, pur avendolo sottoscritto, non hanno ancora avviato la procedura. «Visto che le aziende hanno chiuso per cause di forza maggiore e indipendentemente dalla loro volontà, non c’è ragione né formale né sostanziale all’obbligo di accordo con i sindacati per accedere alla cassa integrazione. Si tratta di un inutile passaggio che va eliminato immediatamente» sostengono ancora da Confimprenditori.

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Non è un caso che qualcuno si sia già organizzato per velocizzare le procedure. Molte banche hanno già inviato online ai propri clienti la proposta di sospensione dei mutui. E i vertici del settore, anche se non ancora tutti i singoli istituti, hanno offerto disponibilità ad anticipare la liquidità con Abi, Mef, Bankitalia e Mediocredito Centrale, che hanno costituito una task force per garantire l’effettiva e immediata fruizione delle misure di supporto alla liquidità state adottate con il Cura Italia.

LE CIFRE A DISPOSIZIONE BASTERANNO PER TUTTI?

Sempre lunedì notte poi è arrivato l’accordo tra banche e parti sociali per un anticipo forfettario complessivo di 1400 euro della cassa integrazione, che saranno erogati proprio dagli istituti di credito. Ma è solo primo passo, un palliativo, tanto che il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, ha già chiesto di estendere la cassa integrazione a tutti i lavoratori, superando la distinzione in base alle fasce di reddito. Insomma, parti sociali e istituti di credito si stanno organizzando per superare almeno alcuni degli ostacoli tecnici contenuti nei provvedimenti del governo. Senza dimenticare che dopo i problemi procedurali, se superati, verranno quelli sostanziali. A cominciare dall’ammontare delle cifre a disposizione, che potrebbero non bastare per tutti.

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Conte in parlamento difende il governo sul coronavirus: «La storia ci giudicherà»

Informativa urgente del premier alle Camere: «Abbiamo agito con determinazione e speditezza. Ora è il tempo dell'azione». E cita Manzoni: «Del senno del poi sono piene le fosse».

Dopo le accuse di aver un po’ troppo snobbato il parlamento, un decreto dopo l’altro, Giuseppe Conte si è infine presentato alle Camere. Alle 18 di mercoledì 25 marzo, a oltre un mese dallo scoppio dell’emergenza coronavirus, il presidente del Consiglio ha riferito in Aula con un’informativa urgente le misure assunte dal governo nel contenimento del contagio, provando a fornire quei chiarimenti che gli venivano chiesti da più parti. E bacchettando l’Europa: «L’Unione agisca subito, le risposte tardive non sono utili». Un intervento che alla fine è stato applaudito solo dalla maggioranza, altro che spirito di unità nazionale di fonte alla crisi sanitaria.

«NON CI DIMENTICHEREMO DELLO SFORZO DEI SANITARI»

Conte, con una frase a effetto, ha detto: «Saremo all’altezza? La storia ci giudicherà, verrà il tempo dei bilanci, tutti avranno la possibilità di sindacare». Ha parlato poi dello «sforzo straordinario» di medici, infermieri e di chi è in prima linea: «Mi ha scritto Michela, un’infermiera che lavora al reparto Covid dell’ospedale di Senigallia. Con grande dignità mi ha chiesto che i rischi che si stanno assumendo lei e suoi colleghi non siano dimenticati. A nome del governo, ma credo anche del parlamento, dico che noi non ci dimenticheremo di voi».

«IL GOVERNO HA AGITO CON DETERMINAZIONE E SPEDITEZZA»

Il premier ha rivendicato le modalità degli interventi dell’esecutivo: «Ci sarà tempo per tutto, ma questo è il tempo dell’azione. Il governo ha agito con la massima determinazione, con assoluta speditezza».

CITATO MANZONI: «DEL SENNO DEL POI SONO PIENE LE FOSSE»

Conte non si è fatto mancare una citazione letteraria: «In questi giorni molti hanno riletto ed evocato, anche pubblicamente, le pagine sulla peste scritte da Manzoni nei Promessi sposi: proprio in quest’opera viene ricordato un antico proverbio, ancora oggi fortemente in auge, per cui “del senno del poi son piene le fosse”. Ci sarà un tempo per tutto. Ma oggi è il tempo dell’azione, il tempo della responsabilità».

CHIESTA ALL’EUROZONA UN «SALTO DI QUALITÀ»

Il presidente ha spiegato che «l’Italia sta lavorando alla creazione di strumenti di debito comune dell’Eurozona», chiarendo che lo stop al patto di stabilità «è stato essenziale per ulteriori stanziamenti di risorse. Tuttavia l’impatto finanziario della pandemia sarà tale da chiedere alla governance dell’Eurozona un salto di qualità all’altezza della sfida. L’unione monetaria potrà uscire vincitrice solo se le sue istituzioni saranno rafforzate nel segno della solidarietà e dell’unità».

APPELLO AI PAESI SUL RISCHIO DI UN CONTAGIO DI RITORNO

Il nostron premier ha rivolto un appello agli altri Stati che stanno affrontando la nostra stessa sfida: «Nessuno può accettare, men che meno l’Italia che sta facendo sacrifici enormi per contrastare il virus, che altri Paesi non raccolgano questa soglia di attenzione di precauzione massima. Immaginate la iattura di un contagio di ritorno, ove la soglia di altri Paesi nella linea di precauzione non fosse rigorosa».

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I piani dei partiti per disarcionare Conte

Passata l'emergenza Covid-19, la crisi economica si abbatterà sul governo. A quel punto la Lega, con la sponda di Fi e Iv ma senza Meloni, tenterà la spallata, scommettendo sul calo di popolarità del premier. L'idea è puntare su Draghi a Palazzo Chigi fino al semestre bianco per poi promuoverlo al Colle e quindi andare al voto con un anno di anticipo. Mentre M5s e Pd sono alle prese con frizioni interne. Lo scenario.

Cambiare governo, disarcionando Giuseppe Conte. E lanciando l’unità nazionale per il tempo necessario a risollevare il Paese con un governo autorevole, composto da tutti, o quasi, i partiti.

La Lega pensa (o, meglio, torna a pensare) di sparigliare le carte, con la sponda di Italia viva nella maggioranza e l’assenso di Forza Italia dall’opposizione. Lo scopo è quello di liberarsi dell’avversario principale di Matteo Salvini: il presidente del Consiglio, l’avvocato del popolo. Le resistenze maggiori, tuttavia, sono di Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia, al momento, non vuole sentir ragioni su possibili governissimi.

Partito democratico e Movimento 5 stelle intanto vivono i loro assestamenti interni e lavorano alle prime misure anti-Covid, con uno sguardo alle evoluzioni politiche.

LA ROAD MAP PER DISARCIONARE CONTE

Il tavolo permanente tra governo e leader delle opposizioni può diventare il punto di partenza di un progetto politico che conduce allo sbocco di un nuovo esecutivo. Una sorta di incubatore dell’unità nazionale. La strategia, nella visione dei consiglieri di Salvini, non va attuata subito, in piena emergenza coronavirus, perché «sarebbe impossibile anche fare le consultazioni», osservano da ambienti di centrodestra. E soprattutto non sarebbe giustificabile davanti ai cittadini una trattativa di governo mentre migliaia di italiani perdono la vita a causa dell’infezione.

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Bisognerà accelerare sul progetto solo dopo, quando infurierà la buriana economica e sociale. E quando, come ammette un parlamentare della maggioranza «ci sarà la concreta possibilità che la popolarità del presidente del Consiglio diminuisca molto più velocemente di quanto sia aumentata». Perché, è il ragionamento che rimbalza nei partiti, tra qualche settimana si potrà configurare uno scenario di crisi economica inimmaginabile. 

DRAGHI, CARTA ANTI-CRISI PRIMA A PALAZZO CHIGI POI AL COLLE

A quel punto il nome di Mario Draghi, che già circola da qualche giorno, rimbalzerà sulla bocca di tutti. Con un’idea, ancora in fase embrionale, che potrebbe lentamente prendere forma: inviare l’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi fino al semestre bianco (che scatta ad agosto 2021), per poi promuoverlo al Quirinale. Così la legislatura sarebbe messa al riparo fino ai primi mesi del 2022, rasserenando i parlamentari in carica. Solo quel punto si potrà considerare il voto anticipato di un anno.

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Al di là delle prospettive, un dato è certo: il nuovo rapporto con  il centrodestra, improntato al dialogo, segna una discontinuità nella legislatura. Salvini ha apprezzato l’intervento di Sergio Mattarella per avviare un percorso di condivisione dei provvedimenti economici, e non solo. Anche se nella Lega sono consapevoli che il gesto del Colle non è affatto una prova tecnica di nuovo esecutivo, ma soltanto la spinta a un confronto, senza pregiudizi, tra maggioranza e opposizione. Il Quirinale non architetta ribaltoni: è un punto fermo del mandato di Mattarella.

SALVINI IN MASCHERINA IN CERCA DI RIFLETTORI

Salvini vuole ritrovare la centralità nella scena politica. E per questo ha già pronta una lista di proposte, alcune delle quali indigeribili per Conte e gran parte del governo. Anche perché di soldi extra da stanziare nel Cura Italia non ce ne sono più. A quel punto, dopo gli inevitabili rifiuti, dovrà tirare le somme. E cercare di forzare sull’esecutivo di unità nazionale, forte della sponda di Renzi e Berlusconi. E chissà se solo loro. Di mezzo, però, c’è sempre Meloni: la leader di Fdi si gode la crescita nei sondaggi, frutto di una linea intransigente. Difficile che possa avallare una scelta dall’impatto prevedibilmente negativo sul suo consenso.

IL FRONTE SINDACALE E I MALUMORI NEL PD

Il Pd attende la guarigione da Covid-19 di Nicola Zingaretti per rilanciare l’azione politica. Di certo a Largo del Nazareno i malumori sono cresciuti rispetto alla gestione dell’emergenza, dalla modalità comunicazione a un certo personalismo politico di Conte. Le proteste delle fabbriche, poi, hanno fatto scattare l’allarme. Il Pd zingarettiano ha la sua ragione sociale nel recupero del dialogo con i lavoratori, mettendo alle spalle l’era renziana delle frizioni con i sindacati. E non può voltarsi dall’altra parte di fronte alla mobilitazione di migliaia di operai, preoccupati della tutela della loro salute. Questo non significa un beneplacito immediato alla formazione di nuovi governi, ma tra i dem ci sono varie sensibilità. Qualcuno può drizzare le antenne. L’intervento pro-dialogo con il centrodestra di Goffredo Bettini, consigliere ascoltato da Zingaretti, è un segnale. Perché stare al governo “da soli” non conviene. Tantomeno a un Pd in risalita nei sondaggi.

RENZI LAVORA SOTTOTRACCIA

Renzi, intanto, continua a lavorare sottotraccia. Garantisce sostegno al Conte bis, bacchetta la comunicazione del governo da Grande Fratello e chiede al suo bersaglio preferito, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, di andare in parlamento per parlare delle misure contro il sovraffollamento delle carceri. I suoi continuano a pungolare la maggioranza, a cominciare da Luigi Marattin che ha chiesto di cancellare il taglio al cuneo fiscale, che entrerà in vigore in estate. Mentre il deputato Michele Anzaldi, un giorno sì e l’altro pure, polemizza con la gestione della comunicazione governativa, orchestrata dal portavoce del presidente Consiglio, Rocco Casalino

NEL M5S DI MAIO TORNA IN SELLA

L’emergenza coronavirus sta rilanciando il ruolo di Luigi Di Maio nel Movimento 5 stelle. Il ministro degli Esteri è convinto di aver fatto la mossa giusta con le dimissioni da capo politico. In questi momenti difficili si sta concentrando sul lavoro alla Farnesina, ottenendo una rinnovata visibilità. Un beneficio legato all’impegno diplomatico per rintuzzare gli attacchi degli altri Paesi e per contrastare il blocco del materiale sanitario proveniente all’estero. E mentre Di Maio si ricolloca, i suoi avversari interni sono in affanno. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, sarà chiamato ad affrontare una crisi senza precedenti. Probabile che finisca sulla graticola. Il presidente della Camera Roberto Fico è criticato per l’assenza del parlamento in questa delicata fase per il Paese. I pentastellati, all’ombra del silenzio di Beppe Grillo, vivono nuovi sommovimenti. Anche perché Giggino è ancora il leader perfetto per dialogare, di nuovo, con Salvini. Del resto i rapporti personali non sono affatto pessimi.

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Le frizioni nella maggioranza sul decreto Cura Italia

Il pacchetto di aiuti nei fatti è una manovra. E ha fatto riemergere vecchie tensioni e spaccature interne. Il Pd è allergico all'autonomia di Gualtieri e nel M5s Di Maio cerca di depotenziare Patuanelli. Mentre Renzi ha preso atto dell'impossibilità di ogni piano anti-Conte. Ma è pronto a tornare alla carica con il suo piano choc.

La pax nel governo è già finita. Non appena sul tavolo sono arrivate misure economiche anti coronavirus, sono riapparse le vecchie tensioni, portando tutti sull’orlo di una crisi di nervi.

Il decreto, ribattezzato ‘Cura Italia’, ha quindi fatto risalire la temperatura tra i partiti di maggioranza. Un provvedimento così importante (25 miliardi) dal peso di una Legge di Bilancio, ha scatenato gli appetiti di tutti: Pd, M5s, Italia viva e Liberi e uguali hanno cercato di piazzare le rispettive bandierine, riportando indietro le lancette della politica alla fase pre-coronavirus.

L’unica differenza è che nessuno si è sognato di agitare lo spettro di una crisi di governo. Il momento è troppo delicato per fughe in avanti di questo tipo.

IL DECRETO È UNA MANOVRA COMPRESSA IN POCHE ORE

«La Finanziaria richiede un iter di mesi, con le polemiche e le solite tensioni che ben conosciamo», spiega a Lettera43.it una fonte di maggioranza. «Immaginate cosa possa aver causato un decreto che è di fatto una manovra, compressa in poche ore, in una situazione di emergenza sanitaria». L’effetto è stato un tutti contro tutti, in continuità con le abitudini di questa maggioranza. Con la presenza sulla scena di un evergreen della politica e dell’economia italiana: il destino di Alitalia; salvata dall’ennesimo intervento pubblico e indirizzata verso la nazionalizzazione.

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Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

CONTE SEMPRE PIÙ INTOCCABILE

Rispetto ai mesi scorsi c’è una novità: il crescente malumore per gli spazi di autonomia che si stanno ritagliando il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Tuttavia, adesso il numero uno di Palazzo Chigi è visto quasi come un intoccabile: gli indici di gradimento dei sondaggi volano in alto e non è il caso di metterlo in discussione. Almeno per ora. Secondo l’ultima rilevazione Ipsos il premier è salito al 52% di gradimento, mentre il 62% degli italiani promuove l’operato del governo. A mettere in dubbio Conte ha provato il leader di Iv, Matteo Renzi, bacchettando il governo con la stampa estera sulla gestione del coronavirus nella prima fase. Ma non ha attecchito. 

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LA FUGA IN AVANTI DI GUALTIERI

Il discorso è diverso per Gualtieri: secondo gli alleati, già da qualche tempo, ha il “vizietto” di presentare dei pacchetti quasi preconfezionati che suscitano una certa irritazione. E talvolta si rivelano un boomerang perché allungano i tempi di confronto, osserva una fonte parlamentare, in una serie di dispetti e veti incrociati. Così si spiega il lungo confronto, seppure a distanza per ragioni di sicurezza sanitaria, tra i ministri impegnati a a infilare misure a loro gradite all’interno del provvedimento.

Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (Ansa).

ALITALIA E LE SPACCATURE ALL’INTERNO DEL M5S

Il Cura Italia è anche un Salva Alitalia. La compagnia di bandiera beneficerà di un nuovo sostegno statale, con la motivazione della pandemia che ha provocato la cancellazione di voli e quasi l’azzeramento de traffico aereo. Ma il via libera è stato foriero di tensione: il Pd ha spinto per la sostanziale nazionalizzazione, trovando la contrarietà di parte dei 5 stelle, che avrebbero voluto destinare quei fondi ad altri capitoli. Una posizione sorprendente anche perché la partita è nelle mani del ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli. Il tracollo della compagnia lo avrebbe messo in difficoltà e proprio il ministro aveva parlato a novembre di una possibile nazionalizzazione di Alitalia. La spiegazione di questa strategia si può rintracciare nelle spaccature interne al Movimento: Luigi Di Maio, che di fatto continua a muoversi da vero leader del M5s, vede nel collega di governo (e suo successore al Mise) un antagonista alla guida dei grillini. Lasciargli una situazione scottante non avrebbe provocato grossi dispiaceri, specie su un tema così controverso.

LEU CHIEDE MAGGIOR PRESSING SULL’EUROPA

Anche da LeU, uno degli alleati più accomodanti, è arrivato un attacco: la richiesta di fare pressioni sull’Europa. «Dalla Ue dichiarazioni ma pochi fatti. O l’Europa cambia e si dimostra entità istituzionale e politica in grado di proteggere i propri cittadini e i Paesi che la compongono oppure finirà per apparire inutile agli occhi degli europei», hanno attaccato i capigruppo alla Camera e al Senato, Federico Fornaro e Loredana De Petris. Una presa di posizione che ha fatto seguito alla proposta del senatore di Leu, Francesco Laforgia, di seguire la Spagna sull’emergenza coronavirus con la sostanziale requisizione delle strutture sanitarie private da mettere a disposizione del pubblico.

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Matteo Renzi.

IL PRESSING (PER ORA SPUNTATO) DI RENZI

Renzi ha dovuto prendere atto che l’emergenza rende impraticabile qualsiasi operazione anti-Conte. Ma può sempre pungolare il governo sul merito dei provvedimenti. Nell’ultimo decreto Italia viva ha cercato di rivendicare le misure per la famiglia, con la ministra Elena Bonetti, ma soprattutto l’impegno per gli autonomi su cui, ha scandito il coordinatore di Iv, Ettore Rosato, «bisogna fare uno sforzo aggiuntivo nel prossimo provvedimento». La mira è già spostata in avanti, al decreto che sarà vaglio del Consiglio dei ministri tra qualche settimana. Quando i renziani torneranno alla carica con il piano choc da 120 miliardi di euro, rilanciando un loro cavallo di battaglia. Da sempre inviso agli alleati.

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Cosa prevede la bozza provvisoria del nuovo decreto sul coronavirus

Tra i punti più importanti, lo slittamento del referendum sul taglio dei parlamentari (entro l'autunno) e la proroga di tre mesi al mandato delle giunte regionali di Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia. Ma non solo. Il testo prevede anche la riduzione delle bollette per tutto il 2020, la sospensione delle imposte per i settori più colpiti e fondi per ammortizzatori sociali.

Il governo è al lavoro sulla bozza provvisoria del nuovo decreto sul coronavirus. Il testo è ancora un “cantiere aperto” e si basa sulle proposte arrivate la sera del 12 marzo dai vari ministeri. Tra i punti più importanti, lo slittamento del referendum sul taglio dei parlamentari (entro l’autunno) e la proroga di tre mesi al mandato delle giunte regionali di Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia. Ma non solo. Il documento prevede anche la riduzione delle bollette per tutto il 2020, la sospensione delle imposte per i settori più colpiti e fondi per ammortizzatori sociali.

REFERENDUM SUL TAGLIO DEI PARLAMENTARI ENTRO L’AUTUNNO

Il termine entro il quale è indetto il referendum per il taglio dei parlamentari «è fissato in 240 giorni». L’ordinanza che ha ammesso il referendum risale a fine gennaio e dunque i 240 giorni scadrebbero a fine settembre. La data potrebbe essere fissata tra i 50 e i 70 giorni successivi e quindi la consultazione può slittare fino all’autunno.

PROROGA DI TRE MESI AL MANDATO DELLE GIUNTE REGIONALI DI VENETO, LIGURIA, TOSCANA, MARCHE, CAMPANIA E PUGLIA

Il mandato delle giunte regionali a statuto ordinario in scadenza viene prorogato di tre mesi rispetto alla durata prevista fino ad ora dalla legge. «Gli organi elettivi delle Regioni a statuto ordinario il cui mandato scade entro il 31 luglio 2020, durano in carica 5 anni e 3 mesi», si legge nel testo che interviene su Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia. Le Giunte potranno essere operative nella pienezza dei poteri loro attribuiti.

SLITTANO LE ELEZIONI COMUNALI PREVISTE NEL 2020

Slittano le elezioni comunali previste nel 2020. «In deroga a quanto previsto dall’articolo 1, comma 1, della legge 7 giugno 1991, n. 182, limitatamente all’anno 2020, le elezioni dei consigli comunali, previste per il turno annuale ordinario, si tengono in una domenica compresa tra il 15 ottobre e il 15 dicembre 2020», si legge nel testo provvisorio.

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RIDUZIONE DELLE BOLLETTE, SOSPENSIONE DELLE IMPOSTE E FONDI PER AMMORTIZZATORI SOCIALI

Un altro punto del testo provvisorio riguarda la riduzione delle bollette per tutto il 2020. Ma non solo. Sono previsti anche fondi per gli ammortizzatori sociali e la sospensione delle imposte per i settori più colpiti, a partire da turismo e spettacolo.

STOP A VERSAMENTI DI RITENUTE E CONTRIBUTI E AGLI AFFITTI DEGLI IMPIANTI SPORTIVI

Sospesi anche i versamenti di ritenute e contributi e gli affitti degli impianti sportivi. Le misure valgono sia per le società professionistiche sia per associazioni e società dilettantistiche e sospendono i versamenti fino a fine maggio e i canoni di locazione fino a giugno. Si chiede anche di istituire un fondo speciale al Credito sportivo per stornare gli interessi sui mutui.

PROROGA DEL VOTO PER AGCOM E GARANTE DELLA PRIVACY

Il voto delle commissioni parlamentari e delle Camere sulle Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e del Garante per la protezione dei dati personali slitterà ad una data fino a 60 giorni dalla cessazione dell’emergenza coronavirus. Il rinvio, si legge nella bozza provvisoria, si limita a prorogare la durata in carica degli attuali componenti delle due Authority senza ulteriori spese.

SLITTA DI TRE MESI LA REVISIONE AUTO

Tre mesi in più per fare la revisione auto. Nella bozza provvisoria del nuovo decreto sul coronavirus si spiega la necessità di rinviare «di 90 giorni decorrenti dalla scadenza ordinaria» con l’impossibilità di portare i mezzi alla revisione in tempo date le misure di contenimento del Covid-19, che impongono di rimanere a casa il più possibile. Tra le proposte anche quella di prorogare al 31 agosto la validità dei documenti di identità.

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Il governo ha inasprito ulteriormente le restrizioni anti coronavirus in tutta Italia

Chiusi tutti i negozi a eccezione di supermercati e farmacie. Stop a bar e ristoranti, ma restano le consegne a domicilio. Garantiti i trasporti. Da incentivare lavoro agile e ferie. Arcuri di Invitalia nominato super commissario con ampi poteri. Le nuove misure valide fino al 25 marzo.

E alla fine è arrivato anche il terzo comunicato serale del governo per contenere la diffusione del coronavirus. Dopo quello notturno tra sabato e domenica anticipato dalla fuga di notizie che isolava tutta la Lombardia e dopo quello che estendeva la zona rossa a tutta l’Italia, con il decreto “io resto a casa“. Ora cosa cambia?

GARANTITI I TRASPORTI, OK ALLE CONSEGNE A DOMICILIO

Queste le misure, valide fino al 25 marzo, annunciate dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte: chiusura di tutte le attività commerciali, di vendita al dettaglio, a eccezione di supermercati e farmacie. Chiusi bar e ristoranti, lasciando la possibilità di fare consegne a domicilio. Restano garantiti i trasporti. Aperti uffici postali e banche, così come le edicole, gli stampatori e i tabaccai.

DA INCENTIVARE LAVORO AGILE E FERIE

E per le attività produttive? Più possibile lavoro agile, vanno incentivate le ferie. Chiudono i servizi di mensa che non garantiscono la distanza di un metro di sicurezza. Restano chiusi i reparti aziendali non indispensabili per la produzione: le industrie e le fabbriche potranno continuare a svolgere le proprie attività produttive a condizione che assumano misure di sicurezza adeguate a evitare il contagio. Si incentiva la regolazione di turni di lavoro, ferie anticipate, chiusura dei reparti non indispensabili.

ARCURI DI INVITALIA NOMINATO COMMISSARIO

Nominato anche un commissario con ampi poteri di deroga: Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia.

GLI EFFETTI IN UN PAIO DI SETTIMANE

Il premier ha detto che l’Italia sta «dando prova di essere un grande Paese e una grande comunità, il mondo ci guarda mentre diventiamo giorno dopo giorno un modello per gli altri». Per poi aggiungere: «Ho fatto un patto con la mia coscienza, mettendo al primo posto la salute dei cittadini». Secondo Conte l’effetto di queste misure si vedrà in «un paio di settimane» almeno.

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Chi tifa per un governo di salute pubblica contro Conte

Dare vita a un esecutivo di larghe intese per affrontare l'emergenza. E disarcionare il premier. I piani di Renzi non dispiacciono a Salvini, visto che l'emergenza ha congelato ogni scadenza elettorale. Né ai fedelissimi di Di Maio, irritati dall'autonomia del presidente del Consiglio. Che però intanto cresce nei sondaggi.

Un governo di salute pubblica. E mai come in questo caso la definizione è perfetta. All’ombra dell’emergenza coronavirus, sono in corso manovre per ridisegnare il quadro politico e istituzionale del Paese.

Il grande regista dell’operazione è Matteo Renzi, che sta giocando di sponda con l’altro Matteo, Salvini, per creare i presupposti della nascita di un nuovo esecutivo.

Qualche abboccamento c’è stato anche con il Partito democratico, che se ne tiene fuori e valuta l’evoluzione gli eventi, mentre nel Movimento 5 stelle i fedelissimi di Luigi Di Maio non sarebbero così contrari a un ridimensionamento della figura di Giuseppe Conte.

CONTE ANCORA IN TESTA AI SONDAGGI

Sulla strada del governissimo, però, c’è un macigno: la volontà del presidente del Consiglio di tirare dritto. E portare il Paese fuori dall’emergenza. Con un grande vantaggio: nonostante le polemiche social sulla gestione del coronavirus, i sondaggi lo danno in crescita. Stando alle rilevazioni Ixè per Cartabianca su RaiTre, Conte resta il leader in cui gli italiani hanno più fiducia. Con il 42% guida infatti la classifica, seguito da Giorgia Meloni al 34%, Salvini al 31%, Nicola Zingaretti al 29%, Di Maio al 22%, Silvio Berlusconi al 19% e infine Renzi al 13%

Matteo Renzi in Senato (Ansa).

RENZI SOGNA UNA SQUADRA DI ECCELLENZE

Una squadra di eccellenze italiane: così viene immaginato da Italia viva il governo di salute pubblica, etichetta dal sapore antico, ma non casuale. Sarebbe chiamato a tutelare la salute dei cittadini, per poi varare un gigantesco programma di rilancio dell’economia, contrattando con l’Unione europea margini di flessibilità impensabili fino a dicembre scorso.

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Del resto proprio Renzi è stato il primo a lanciare l’idea di un governissimo appena si sono diffusi i primi casi di Covid-19. Un’ipotesi che era stata in parte raccolta dal leader della Lega, a patto che durasse otto mesi al massimo, il tempo di tornare alle elezioni tra settembre e ottobre. «Ma vedrete che alla fine mi daranno ragione», ha confidato il senatore di Rignano ai suoi pretoriani in parlamento. Spiega a Lettera43.it una fonte renziana: «Sarebbe necessaria una vera unità nazionale, un allargamento della squadra. Bisogna considerare che questa alleanza è nata in emergenza, l’estate scorsa, ma non per fronteggiare questa emergenza».

positivo poliziotto scorta salvini coronavirus
Matteo Salvini (Ansa).

AFFINITÀ ELETTIVE TRA I DUE MATTEO

La comunanza di vedute tra Renzi e Salvini è già agli atti. Il leader di Italia viva, dalla maggioranza, ha chiesto l’estensione della zona rossa a tutto il Paese e il numero uno leghista, dall’opposizione, ha proposto la stessa ricetta. Pochi giorni dopo l’ex presidente del Consiglio ha rilanciato sulla zona rossa in tutta Europa e ha trovato d’accordo l’ex ministro dell’Interno. Idem sull’idea del commissario straordinario rispolverando Mr. Emergenza, l’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Ipotesi questa poi rigettata dallo stesso premier. Insomma «Renzi e Salvini», fa notare un esponente della maggioranza, «sono gli unici leader che continuano a cercare distinguo dalla linea di Conte, apprezzata dagli italiani».

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I MOTIVI DEL RIPENSAMENTO DEL LEADER DELLA LEGA

Ma come mai Salvini sta valutando un ripensamento sulle larghe intese di salute pubblica? La risposta è semplice: prima del 2021 le elezioni sono ora impensabili. Il referendum sul taglio dei parlamentari è slittato a data da destinarsi e in molti prevedono un rinvio a settembre anche delle Regionali. Maggio è dietro l’angolo, la campagna elettorale dovrebbe iniziare ad aprile. E chissà come sarà la situazione in quel momento. «Ci sono esponenti politici contagiati o in quarantena, come possiamo pensare una campagna elettorale?», si chiede uno dei pochi deputati presenti alla seduta di mercoledì. Quindi la Lega ha solo un modo per tornare centrale: rimescolare le carte.

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Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini. (Ansa)

Un grande supporter del governo di salute pubblica resta il numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti. Qualche giorno fa, prima che il parlamento riducesse i giorni di riunione, ha ironizzato con i giornalisti, definendosi «un vero responsabile». Giorgetti aveva infatti proposto le larghe intese quando ancora non era scoppiata la crisi Covid-19. All’epoca, qualche settimana fa, si parlava solo di emergenza economica. Ora quell’emergenza è diventata drammatica. Tuttavia, bisogna capire cosa voglia fare davvero Salvini, ondivago per sua natura politica.

L’ATTENDISMO DEL PD

Il Pd in questa fase è concentrato sull’azione di governo. Il capo delegazione dem, il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, sta posizionando il suo partito in un ruolo sempre più centrale. Tanto da provocare qualche irritazione nel principale alleato e cioè il M5s.

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Il segretario dem Nicola Zingaretti.

Il contagio da Covid-19 del segretario Zingaretti ha congelato qualsiasi iniziativa: da Largo del Nazareno l’ordine è quello di proseguire con il Conte 2, senza distrazioni. Eppure, soprattutto tra i centristi dem, è diminuita l’ostilità verso uno scenario di governo diverso dinanzi all’emergenza.

DI MAIO E L’INSOFFERENZA NEI CONFRONTI DI CONTE

Il coronavirus sembra aver congelato le fratture all’interno del Movimento. La linea resta quella di andare avanti, ignorando le manovre renziane. D’altra parte, di fronte a un quadro diverso, con un Pd orientato a sposare la causa del governo di salute pubblica, una parte del M5s potrebbe non ostacolare l’operazione. Di Maio ha il suo da fare alla Farnesina, e non starebbe elaborando strategie in tal senso. Ma i suoi fedelissimi non perdono occasione per pungolare il governo e quindi chi lo presiede. Non è un mistero che per Di Maio, Conte non sia più la «perla rara» dell’estate scorsa (la definizione arrivò nei giorni bollenti della crisi di governo ad agosto).

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Luigi Di Maio a Palazzo Chigi. (Ansa)

L’OSTACOLO PALAZZO CHIGI E LA MONTAGNA QUIRINALE

Tutto facile, quindi, per il cambio a Palazzo Chigi? Non proprio. Il progetto per il governo di salute pubblica incontra vari ostacoli: su tutti la tenacia di Conte a resistere alle polemiche, unita alla sua crescente popolarità. Nell’emergenza coronavirus, gli italiani si sono affidati all’avvocato del popolo, nonostante le bozze di decreto fuggite e le accuse su presunti ritardi nelle mosse del governo. Infine, c’è da considerare la posizione del Quirinale: il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha lasciato intendere che in questa fase bisogna cercare l’unità nazionale, ma nel rigoroso rispetto dei ruoli di maggioranza e opposizione. E per convincerlo del contrario ci vorrebbero argomentazioni che al momento è difficile scorgere all’orizzonte. Anche perché sarebbero difficili da spiegare agli italiani.

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Le misure economiche previste nel nuovo decreto anti-coronavirus

Nella bozza del decreto nuovi interventi a sostegno di famiglie e imprese.

Il governo è al lavoro per garantire ulteriori interventi a favore di famiglie e imprese per affrontare l’emergenza coronavirus.

In totale si parla di una cifra intorno ai 10 miliardi, ha confermato il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli. «Probabilmente chiederemo un deficit leggermente più alto per avere più possibilità di interventi. Non è detto che utilizziamo tutto nel primo decreto. Il limite di 7,5 miliardi è un limite che superiamo».

Dalla moratoria per prestiti e mutui ai congedi parentali, ecco le misure sul tavolo.

DUE MILIARDI PER LA CASSA IN DEROGA

La ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, parlando a Rainews24, ha annunciato che sono in arrivo «2 miliardi circa per la cassa in deroga per coprire tutti i settori non coperti». Nel nuovo decreto anti-coronavirus, ha aggiunto la pentastellata, ci sarà «anche la possibilità di usare in deroga al limite massimo e con procedura semplificata la cassa integrazione ordinaria», mentre la Cigs verrà «interrotta e le aziende per 2 mesi potranno utilizzare la cassa ordinaria», un «rafforzamento del fondo di integrazione salariale con 500 milioni» cui potranno accedere anche «le aziende da 5 a 15 dipendenti».

CONGEDI SPECIALI ANCHE PER GLI AUTONOMI

Per i congedi finora si sono ipotizzate tre fasce, con la garanzia del 100% della retribuzione per i redditi più bassi. Ora, ha spiegato Catalfo, «saranno previsti per tutti i lavoratori dipendenti e autonomi e si potranno usare in alternativa al voucher babysitter». Si tratterà di «una forma speciale di congedo dai 12 ai 15 giorni, allungato fino ai 12 anni di età dei figli, con indennità parametrata alla retribuzione». Niente limiti di età, invece, per le famiglie con figli disabili.

BONUS BABYSITTER PIÙ ALTO PER IL PERSONALE INFERMIERISTICO

Sarà incrementato il bonus babysitter per il personale infermieristico. In più, spiegano dal ministero, con la ministra della Famiglia Elena Bonetti si sta studiando la possibilità di inserire un bonus per le famiglie che assistono anziani non autosufficienti.

NORME PER STAGIONALI E AUTONOMI

Il ministero del Lavoro sta elaborando «norme per gli stagionali del turismo», mentre per i lavoratori autonomi ci sarà «una sospensione dei versamenti dei contributi oltre a una indennità per quei settori più colpiti» dall’emergenza.

MORATORIA SU PRESTITI E MUTUI

Tra le misure in cantiere, il viceministro all’Economia all’Economia Antonio Misiani ha citato una «ampia moratoria» sui prestiti, che potrebbe tradursi in un rafforzamento del Fondo di Garanzia per le Pmi e in uno stop alle rate dei mutui prima casa per 18 mesi per le famiglie.

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Cacciate Casalino o il governo non è credibile

Non si può più accettare però che chi sta al potere non sappia comunicare e che ci siano falle nella comunicazione, per insipienza, per mancanza di professionalità, per dolo.

Tardive o meno, le misure del governo sono comprensibili e giuste. Dovremo prepararci, se l’epidemia non cala, a provvedimenti più severi. Personalmente penso che a questo Paese ingovernabile farebbe bene anche un breve periodo di coprifuoco che impedisca le serate per strada e nei locali. Tutto può accadere e tutto dobbiamo aspettarci. Non si può più accettare però che il governo non sappia comunicare ovvero che ci siano falle nella comunicazione, per insipienza, per mancanza di professionalità, per dolo.

Il capo della comunicazione del governo deve lasciare. Sia o no lui il responsabile non si comprende come questa serie di insuccessi comunicativi possa restare senza che qualcuno paghi e senza che si volti pagina con nomi forti, professionalmente indiscutibili, autorevoli. Non mi frega niente di Rocco Casalino né del suo passato artistico. Né mi importa quanto comandi dentro il Movimento 5 stelle. Constato che mentre in quel movimento sembra emergere una serietà insperata, al vertice della comunicazione abbiano un suo uomo totalmente inadeguato.

Ho già ricordato che per un errore fatto da Sandro Pertini il povero Antonio Ghirelli, suo portavoce, si immolò incolpevole dimettendosi. Non faccio paragoni fra Ghirelli e Casalino , credo che il Paese che recalcitra a fare sacrifici, che dovrà esser costretto da una mano severa a farne, abbia bisogno di sapere che al vertice dello Stato ci sono persone serie e affidabili che non giocano con le proprie future carriere.

I GIORNALISTI DEVONO LAVORARE SECONDO COSCIENZA

Mi interessa meno il ragionamento attorno ai compiti dei giornalisti che ricevono notizie. Non ci sono lezioni da dare. Spetta alla loro coscienza. So che una volta quando sapemmo all’Unità, e lo sapevamo solo noi, che il piccolo Di Matteo , figlio di un pentito di mafia, era stato rapito dalle cosche per vendetta, autorevoli personalità degli apparati di forza mi pregarono di non dare la notizia perché avevano la sensazione che il silenzio avrebbe favorito una soluzione, non so quale. Ci arrovellammo per un po’, il giornalista che aveva avuto la notizia all’inizio era molto dubbioso, io ero nettamente contrario a dare la notizia. Alla fine decidemmo che un errore valeva una vita umana. Purtroppo la rinuncia allo scoop non portò ad alcun risultato ma la notte dormo tranquillo. Per questo dico che i giornalisti facciamo quello che gli impone la coscienza. Gli altri no. Gli altri facciano il loro dovere.

CONTE NON PUÒ PERMETTERSI DI FARSI VEDERE INDEBOLITO

Il premier Giuseppe Conte si sta comportando, secondo me, bene. Sa però che è molto impopolare a destra e in quegli ambienti che lo hanno accusato di trasformismo mentre lo osannavano quando stava con Matteo Salvini. La regole del “cerchiobottismo” portano a non accettare tutto ciò che si volge a sinistra e a sostenere tutto ciò che si volge a destra. È una vecchia storia di giornalisti ex estremisti di sinistra che hanno preso ad odiare il loro passato e soprattutto quello che fu il loro nemico principale, che li ha battuti, il Pci e ciò che è venuto dopo.

Quando stava con Salvini, Conte piaceva alla destra come piaceva la nipote di Mubarak

Conte è intollerabile per queste “penne” perché ha voltato gabbana per andare da quelli che vengono dal Pci. Quando stava con Salvini a loro piaceva come piaceva la nipote di Mubarak. Lasciamo perdere. Resta il tema. Conte anche a questi non deve regalare una propria immagine ferita. Casalino l’ha gravemente ferita. Se ne vada.

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Coronavirus, le misure allo studio del governo per sostenere le famiglie

La ministra Bonetti: «Voucher per le baby sitter e congedi straordinari per i genitori».

La ministra per la Famiglia, Elena Bonetti di Italia viva, ha detto che il governo sta pensando ad alcuni provvedimenti per sostenere economicamente le famiglie dopo la decisione di chiudere le scuole in tutta Italia fino al 15 marzo per l’emergenza coronavirus.

«Sto pensando a possibilità di sostegno per i costi delle baby sitter tramite voucher. E anche i nonni vanno tutelati, cercando di limitare le possibilità di contagio tra loro e i nipotini. Quindi stiamo valutando anche congedi straordinari per i genitori», ha detto la ministra a Radio Capital.

«Abbiamo chiesto flessibilità all’Unione europea e la spesa che serve deve essere messa in campo per sostenere le famiglie», ha aggiunto Bonetti, ricordando che «avevamo già un voucher per le baby sitter, che non è stato reintrodotto con l’ultima legge di bilancio».

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Un governo d’emergenza? Sì, ma solo a queste condizioni

Davanti alla minaccia del coronavirus si sente il bisogno di un esecutivo forte. Attenzione però. Dovrebbe avere un tempo breve e un programma preciso. Gli appetiti dei partiti e i protagonismi andrebbero accantonati. E ci sarebbe spazio solo per chi è capace davvero.

Era il 14 aprile 2011 quando, in un editoriale sul Manifesto, Alberto Asor Rosa propose un governo d’emergenza formato dagli apparati di forza, cioè carabinieri, poliziotti e militari vari.

Non si capì mai bene se la sortita di Asor fosse una provocazione ovvero la resa di un intellettuale di fronte al degrado della politica.

Ovviamente non se ne fece niente. Per fortuna da decenni le sciabole non tintinnano più dentro le stanze del potere e negli apparati di forza abbiamo fior di democratici.

L’INCERTEZZA DI FRONTE ALL’EMERGENZA COVID-19

Tuttavia quando in queste ore, rese drammatiche dalla esagerata rappresentazione della pericolosità del coronavirus, ci imbattiamo in situazioni che mostrano una certa incertezza o confusione nel comando, sentiamo tornare l’esigenza di un governo forte. Non un governo che dia a un tizio che beve mojito i pieni poteri, ma di un governo talmente autorevole da poter prendere decisioni forti e indiscutibili.

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Si legge nelle cronache che da Matteo Renzi a Giancarlo Giorgetti è tutto un fiorire di ipotesi su questo governo di emergenza presentato come governo di tutti. C’è un primo equivoco da sfatare: il governo d’emergenza, che per nascere ha bisogno di una vera dichiarazione d’emergenza proclamata dal capo dello Stato, dalle presidenze delle Camere e da tutti, dicasi tutti, i partiti, non può essere il governo di tutti ma il governo di nessuno.

NON DEVE ESSERE UN MODO PER CONSUMARE VENDETTE

Per un tempo brevissimo, che va definito in anticipo (sei mesi, un anno, due anni), questo governo guidato da un indiscutibile servitore dello Stato e formato da personalità politiche o tecniche di altissimo livello (grandi amministratori o anche politici di grande esperienza (Giorgetti e non Salvini, Guido Crosetto e non Giorgia Meloni) deve muoversi in un parlamento che discuta i suoi provvedimenti con lo stato d’animo prefabbricato di doverli approvare a meno di non trovarsi di fronte a tentativi di modificare la democrazia repubblicana.

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Il governo d’emergenza non serve ad accantonare Giuseppe Conte, a sottolineare le sue vaghezze, a consumare vendette. Serve a dire al Paese e al mondo che la ricreazione è finita, che l’Italia torna a camminare, che non c’è alcun Paese al mondo che ha una guida così autorevole con cui vale la pena fare affari e prendere impegni. 

BASTA CAPRICCI E PROTAGONISMI

Gli appetiti dei partiti dovrebbero quindi restare insoddisfatti. Le 400 nomine non dovranno più essere fatte sulla base di una specie di Cencelli ma sulla base di criteri di efficienza e credibilità internazionale. L’intero sistema istituzionale deve ruotare attorno a questa fonte di iniziativa che non potrà accettare capricci e protagonismi. Michele Emiliano, Vincenzo De Luca, Luca Zaia, Attilio Fontana se ne dovranno fare una ragione. Dovranno essere in linea con il governo oppure il governo deciderà per loro.

LE RESPONSABILITÀ DEL CAPO DELLO STATO

Il governo di emergenza deve nel giro di poche ore definire un programma breve e le modalità con cui lo attuerà, i suoi ministri parleranno per acta, l’informazione giustamente gli farà le pulci e cercherà di scoprire errori e magagne ma chi sarà chiamato a guidare il Paese dovrà andare avanti per la sua strada. Il capo dello Stato in questo caso si assumerebbe la grande e inedita responsabilità di essere la prima fonte di potere del governo e di garantire verso il Paese che non si uscirà mai dai binari della Costituzione. I partiti saranno presenti nel governo con le loro migliori personalità e nel Paese con le loro iniziative, proposte, proteste. Dopo un tempo breve gli elettori sceglieranno. Rovesciando il motto leniniano, è l’infantilismo la malattia senile del populismo e del sovranismo. È per questo che devono tornare i seniores e quelli che sanno.

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Il guaio coronavirus è grosso, dimentichiamoci Salvini

L'emergenza è un banco di prova per il Paese e per la politica. Le sorti del governo Conte dipendono da come verrà gestita, non certo dalle tentate spallate del leader della Lega. Non ci resta che ascoltare gli esperti, diffidando da chi sottovaluta a tutti i costi e da chi perde tempo ad accusare l'avversario.

Il coronavirus ci dirà che Paese siamo. Se abbiamo o no una classe dirigente, di governo o di opposizione, quanto valgono gli uomini e le donne che dirigono grandi amministrazioni e imprese, lo stato delle strutture pubbliche, infine il carattere della opinione pubblica.

È un gigantesco esame collettivo che, a giudicare dai primi giorni, si presenta come assai difficile. La classe politica sembra sorpresa e naviga a vista, nell’opposizione emergono la lealtà di Giorgia Meloni e il solito cinismo di Matteo Salvini. Fra gli scienziati e gli specialisti vi sono divisioni che oltrepassano spesso i toni accettabili.

Avremo alla fine di questa vicenda che spaventa tutti un identikit del Paese, delle sue istituzioni, di chi lo governa o vorrebbe farlo.

INUTILE PERDERE TEMPO CON LE POLEMICHE POLITICHE

Inutile quindi che le persone serie perdano tempo con chi vuole consumare vendette politiche, con giornali e tivù che cercano di far crescere la paura per rovesciare un governo. Giuseppe Conte non sarà rovesciato da Salvini ma cadrà se si rivelerà inadatto a guidare il Paese qui e ora. 

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GLI SCIENZIATI DIANO UN’IMMAGINE MENO SGUAIATA DI SÉ

La comunità scientifica avrebbe il dovere di dare di sé un’immagine meno sguaiata. Io personalmente credo molto di più a Roberto Burioni che a coloro che sottovalutano il rischio, ma Burioni non può comportarsi come in curva Sud. La paura delle persone agisce direttamente sulla loro capacità di reagire all’epidemia. Se si sparge il panico, siamo persi. Se si finge che nulla accade siamo persi. Non siamo persi se l’opinione pubblica sa fidarsi dei suoi scienziati. E se sa fidarsi dei suoi amministratori locali. Il governatore del Veneto Luca Zaia ha fatto una buona impressione. Vedremo gli altri e vedremo soprattutto quelli del Sud quando il coronavirus scenderà alla fine dello Stivale e nelle Isole.

L’EMERGENZA È UNA GRANDE OPERAZIONE VERITÀ

Insomma è una prova difficile anche di fronte all’Europa che guarda questo litigioso Paese per scoprire che non sa curarsi, che non sa difendersi avendo dedicato tutte le proprie energie alla lite politica compulsiva. Negli anni del grande terremoto dell’Irpinia, nella grande sventura del terrorismo misurammo così una classe dirigente. Oggi il coronavirus ci spingerà verso la stessa operazione-verità.

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Diffidare da chi vuole sottovalutare, da chi propone misure blande, da chi perde tempo ad accusare il nemico politico. La cosa è seria e, come vedremo nelle prossime ore, molto seria. Bisogna che dal basso cresca un nuovo senso civico e che vi siano forze che  si impegnino generosamente a tenerlo in vita. Salvini, i facinorosi di Rete 4 o dei quotidiani a caccia di copie per gente spaventata sono il danno collaterale dell’epidemia. Lasciamoli perdere, lasciamoli alle loro grida, occupiamoci del Paese e delle sue paure.

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Nomine e legge elettorale: il doppio canale per trattare con Renzi

Pd e M5s provano a mediare con Italia viva mettendo sul tavolo la selezione dei posti chiave nelle partecipate e un accordo sulla soglia di sbarramento. Con una certezza: l'opzione "responsabili" non piace a nessuno.

Matteo Renzi sembra pronto a tutto pur di far valere le proprie ragioni. Giuseppe Conte non ha alcuna intenzione di farsi logorare. Ma c’è un doppio canale che, se esplorato con successo, potrebbe portare ad una ricucitura: è quello delle nomine e della legge elettorale. È su questo terreno, sotterraneamente, che gli alleati di Iv proveranno a lanciare la loro mediazione. Con una convinzione che soggiace al Pd, al M5s e forse anche al premier Giuseppe Conte: la sostituzione di Iv con i Responsabili conviene poco sia a Iv che alla maggioranza stessa. Sulla legge elettorale la maggioranza stringerà. L’obiettivo è arrivare almeno ad un primo ok parlamentare prima del referendum sul taglio dei parlamentari del 29 marzo. È, di fatto, la risposta di M5s e Pd alla proposta del “Sindaco d’Italia” lanciata da Renzi. L’asse tra Movimento e Dem sul proporzionale è saldo. E per sminare la trincea di Iv, emerge in queste ore l’idea dell’abbassamento della soglia di sbarramento dal 5% al 4%. «Tanto bisogna vedere se ci arriva, al 4%», ironizza una fonte del M5s senza smentire l’ipotesi. Il mese cruciale sarà marzo. Lo stesso in cui la maggioranza sarà chiamata a stringere sulle nomine. Sono 400 in totale, molte delle quali determinanti. Enel, Eni, Terna, Poste, Leonardo, tanto per fare qualche nome. La maggioranza dovrebbe comunicare al Mef le proprie indicazioni diversi giorni prima delle varie assemblee che si terranno nelle partecipate. Non a caso oggi Stefano Buffagni – spesso emissario del M5s su questi dossier – lascia una prima traccia. «Ho visto che Renzi è preoccupato per le nomine, bene. Ma prima di parlare di nomi apriamo un dibattito sull’orizzonte delle aziende di Stato», spiega il viceministro al Mise lanciando qualche idea su Terna, Eni, Enel. Tutte partecipate nel campo dell’energia, settore tradizionalmente caro all’universo pentastellato. Serve parlarsi. E Conte e Renzi lo faranno. L’incontro tra il premier e l’ex premier e le comunicazioni con cui Conte poi tasterà (senza fiducia) la sua maggioranza in parlamento daranno le risposte forse definitive. Passaggi che vedono il Quirinale mero osservatore: il presidente Sergio Mattarella non vuole farsi coinvolgere in dinamiche parlamentari. Un fatto, tuttavia, è ormai certo: le Camere non saranno sciolte prima del 29 marzo, cioè prima del referendum sul taglio dei parlamentari. Tradotto, si potrà votare solo all’inizio di settembre viste le tempistiche costituzionali (e della rimodulazione dei collegi) post-referendum. E su questo punto che Renzi mette in campo la sua strategia anti-Responsabili. Ma al Senato, fuori taccuino, serpeggia una certezza: la risoluzione che seguirà alle comunicazioni di Conte potrebbe vedere qualche new entry. L’obiettivo del premier, però, è non perdere Iv. O almeno una parte di essa.

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Basta con i giochi di Renzi, l’Italia si merita le elezioni

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

Giocano. Ormai giocano. Che cos’altro pensare di questo Matteo Renzi che propone l’elezione diretta del presidente della Repubblica nel pieno di un casino in cui il tema non esiste.

Ormai lo scontro fra due schieramenti trasversali è difficile da riconoscere. Possiamo solo dividerci in quello delle persone serie e quello dei “rottamatori”.

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

IL SOLITO TORMENTONE DELLA POLITICA ITALIANA

Renzi non ha il coraggio di dire che si è convinto che, fallito il desiderio di dirigere la sinistra, vuole dirigere la destra guidandone l’ala governista e moderata. È il solito tormentone della politica italiana che ci trasciniamo dal 1992. Allora un gruppo azionista e anticomunista sperò di ingabbiare i post berlingueriani impaurendoli con minacce di arresti e ricatti vari, alcuni venivano anche dall’interno. I post Pci caddero nella trappola. Bettino Craxi non capì la natura della crisi comunista perché aveva guardato al Pci come un monolite. Errore bestiale. E la sinistra perse così l’ultimo tram.

SE LA SINISTRA NON VA DAL POPOLO, IL POPOLO VA DALLA DESTRA

Negli anni successivi questo mondo di giornalisti, intellettuali, magistrati guidati dal partito dei giudici (la peggiore iattura italiana) tentarono di prendersi il potere annichilendo il Pds. Con Tangentopoli hanno tentato di costruire una ipotesi di sinistra che fosse a loro immagine e somiglianza. Manette invece di giustizia sociale. Volevano una sinistra “sminchiata” che non facesse a cazzotti col capitale e che facesse proprie tutte le regolette  del liberismo. Poi è finita come è finita. Tony Blair si è rivelato un cretino patentato, la crisi del 2008 ha rivelato gli errori del liberismo clintoniano, si sono affacciati milioni di persone che hanno perso la battaglia per la vita migliore ma che non vogliono morire. Da qui poteva nascere la sinistra. E ci sono voluto altri anni per capire che se la sinistra non va dal popolo, il popolo va dalla destra.

LA QUESTIONE SOCIALE È STATA DIMENTICATA

Ora è tutto chiaro, e invece di occuparsi di queste cose fondamentali dobbiamo perdere tempo con un referendum per idioti, con la proposta di eleggere direttamente il capo dello Stato, con altre astruserie che non danno pane. Il dramma italiano è che i movimenti di protesta, dai 5 stelle alle Sardine, si sono fermati un passo prima di affrontare la questione sociale. Se si avventurassero in questo magma avremmo una vera rivoluzione. E sarebbe quella di cui l’Italia ha bisogno.

QUEI PASTICCIONI CHE CREDONO DI ESSERE STATISTI

La politica ufficiale invece si trastulla con “chiacchiere e tabacchiere di legno”, cerca responsabili per sorreggere o far cadere un governo e così un folto gruppo di pasticcioni si consola credendo di essere statisti. La ricordate la storiellina del topolino che corre affannato e baldanzoso dietro una mandria di elefanti che ovviamente fa con i suoi passi un gran rumore? Un topo suo amico gli si affianca e gli chiede: «Che stai facendo?». E lui: «Non lo vedi? Stamo affa’ un gran casino». Io vedo solo elefanti che fanno rumore e troppi topolini che si credono elefanti.

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I dubbi crescenti di Conte sull’incontro con le Sardine

Telefonata notturna tra il premier, che pensa già a una futura lista col Pd, e Santori. Con la promessa di un appuntamento che i "pesciolini" volevano fissare in un centro sociale occupato. Ma Palazzo Chigi ha frenato. Anche per le dure prese di posizione del movimento su decreti sicurezza, De Luca, Egitto e le polemiche coi grillini.

Ci provano i pesciolini. Dopo la vittoria di Stefano Bonaccini e la sconfitta della Lega in Emilia-Romagna la fase due delle Sardine ha come obiettivo il consolidamento, primo indispensabile passo per la sopravvivenza in mare aperto. Una missione che vogliono completare, da un lato, attraverso la creazione di una “struttura” interna che ha già provocato le prime scissioni. Dall’altro, attraverso l’accreditamento “istituzionale”.

MISSIONE: RECUPERARE CREDIBILITÀ

Così, dopo la photo-(in)opportunity con i Benetton, Mattia Santori & friends hanno provato a recuperare credibilità incontrando prima il ministro Giuseppe Provenzano, poi Francesco Boccia e adesso puntano al bersaglio grosso, cioè Palazzo Chigi.

AL PREMIER PIACE L’ATTENZIONE AL “SUO” SUD

La lettera precedentemente inviata dalle Sardine a Giuseppe Conte, infatti, non è rimasta inascoltata. Il premier l’ha letta attentamente e, specialmente dopo l’attenzione riservata al “suo” Sud, ha deciso di darne seguito. Come? Innanzitutto telefonando a Santori in una tarda domenica notte, in modo da stabilire un contatto diretto. E poi ragionando con lui sull’immediato futuro e sulla possibilità di un incontro.

LOCATION: SPIN TIME NO, CASA DELLE DONNE?

Certo, il primo ministro è rimasto un po’ stupito quando come luogo dell’incontro gli è stato proposto Spin Time, centro sociale della Capitale nel vortice delle polemiche per un’occupazione abusiva che dura dal 2012, quello a cui l’elemosiniere del papa riattaccò la luce illegalmente. Sempre complicata, ma almeno possibile, l’idea di vedersi alla Casa internazionale delle donne. Ma certo, dalle parti di Palazzo Chigi sono convinti che le Sardine non si rendano affatto conto della situazione e degli equilibri dell’attuale fase politica.

TRA PROGETTI DI “LISTA CONTE” E PENTIMENTO CRESCENTE

Conte ha così deciso di prendere tempo, rinviando un incontro che si sarebbe già potuto organizzare. D’altra parte, le Sardine potrebbero essere un tassello importante se dovesse in futuro davvero nascere una “lista Conte” alleata con il Partito democratico. Ma il premier valuta anche un presente ballerino. Le prese di posizione delle Sardine sui decreti sicurezza, contro la candidatura di Vincenzo De Luca, contro l’Egitto per la questione Zaki e, soprattutto, la polemica ai ferri cortissimi tra i pesciolini e i grillini rischiano infatti di mettere in (ulteriore) imbarazzo il premier. Che, dice chi gli sta vicino, di quella chiamata notturna un po’ si sta pentendo.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Renzi a Porta a Porta sfida Conte e il governo

Il leader di Italia viva potrebbe mettere sul tavolo proposte inaccettabili per Palazzo Chigi e spingere il premier alla crisi. Tra le ipotesi quella dell'elezione diretta del presidente del consiglio.

«Se dovessi dare un consiglio, ascolterei Vespa. Secondo me mercoledì sera è una cosa che può avere un senso per il prosieguo della legislatura», ha detto Matteo Renzi parlando con i cronisti nel Transatlantico al Senato, riferendosi alla sua presenza prevista a Porta a porta di Bruno Vespa. «Dirò alcune cose», ha aggiunto.

Secondo il Corriere della Sera, «dallo studio di Bruno Vespa potrebbe servire una mozione di sfiducia al premier Giuseppe Conte proponendo una nuova e rinnovata compattezza del governo, basata su posizioni inaccettabili da Palazzo Chigi. Una su tutte la cancellazione del ddl sulla prescrizione, ma non solo».

“Noi non cambiamo idea. Pensiamo che sia sbagliata la posizione sulla giustizia assunta dal ministro e pensiamo che quella assunta da Bonafede sulla prescrizione non tuteli i cittadini. Vogliamo andare avanti con la maggioranza”. Lo ha detto Matteo Renzi conversando con i cronisti al termine della cena con i parlamentari di Italia Viva al ristorante Teo a Trastevere. “Sono giorni – aggiunge -che ci dicono che perdiamo persone oggi invece ne abbiamo prese due. Conte nel mirino? Non esiste. Non voglio far cadere il governo voglio far correre il governo”. E per quanto riguarda la sua decisione di correre da solo alle regionali osserva: “In Puglia c’è Emiliano che su Ttap e Ilva ha detto tutto il contrario di noi. Ma che c’entra con Conte? Non abbiamo fatto una gara di parlamentari. Molti hanno scritto che noi li avremmo persi e invece ne abbiamo presi altri. E questo vuol dire che IV c’è Se poi c’è qualcuno che vuole fare a meno dei parlamentari di IV faccia pure. Non credo che abbia i numeri, ma faccia pure….”, conclude.

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Aridatece Razzi e Scilipoti e tenetevi Cerno

La mandria di persone che sta passando dal Pd a Iv (e viceversa) sta lacerando ulteriormente il rapporto tra cittadini e politica. Non andare al voto subito è stato inutile: è ora di mandare al diavolo chi elemosina una riconferma in parlamento.

Dovremmo chiedere scusa a Domenico Scilipoti e a quel simpaticone di Antonio Razzi che per anni abbiamo sfottuto e celebrato come simboli del trasformismo.

Non eravamo ancora arrivati a Teresa Bellanova, a Tommaso Cerno e a quelli che stanno lasciando Matteo Renzi per dare una mano a Giuseppe Conte.

I due parlamentari lasciarono Antonio Di Pietro. In sé non è una colpa. E passarono con Silvio Berlusconi a cui rimasero fedeli. Scilipoti lentamente è sparito, Razzi ha calcato le scene ma oggi è in un cono d’ombra. A parte la facondia di Scilipoti e le chiacchiere di quell’anziano ragazzo che si presentava come ambasciatore della Corea del Nord, i due “voltagabbana” ci hanno fatto sorridere e non hanno fatto molti danni.

I VOLTAGABBANA PD E IV, SONO LORO IL VERO DANNO

La piccola mandria di persone che di questi tempi passa dal Pd a Renzi con andata e ritorno, che si appresta a sostenere il governo ovvero la scommessa di destra del “rottamatore”,  un danno grosso, invece, lo sta facendo. Sono loro e i loro dante causa, si chiamino Renzi o Goffredo Bettini o altri ancora, che stanno lacerando ancora di più il rapporto fra cittadini e politica.

SE AVESSIMO VOTATO, SALVINI SI SAREBBE GIÀ AUTOSABOTATO

Si scelse il governo giallorosso per evitare il voto e la vittoria di Matteo Salvini (ma ci dissero che era per non aumentare l’Iva). Un «vasto programma» che tuttavia non ha dato grandi risultati. Renzi si è praticamente suicidato, i voti dei 5 stelle stanno andando a Giorgia Meloni, il Pd si barcamena attorno al 20%. Valeva la pena?

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Se avessimo votato, avremmo avuto probabilmente un governo di destra (senza centro) e in pochi mesi Salvini sarebbe riuscito a farsi cacciare dopo un incidente diplomatico con gli Usa o la Francia, dopo un conflitto sociale molto acuto, dopo una bevuta. E oggi staremmo discutendo di un nuovo voto con la Lega  finalmente libera dal suo energumeno di quartiere. Ovviamente sono solo mie suggestioni, ma resta vero che senza il voto l’Italia non è migliorata malgrado alcuni ministri seri e, lo dico a mio rischio, un presidente del Consiglio che è meglio dei suoi critici.

IL FALLIMENTO DEI 5 STELLE

L’altra ragione, tutta politica per non votare, è stata quella di favorire una ricollocazione dei 5 stelle. È un movimento di popolo con dentro tanta gente di sinistra, ci spiegarono. A conti fatti hanno distrutto Roma, hanno, con Alfonso Bonafede, attaccato i diritti dei cittadini abolendo la prescrizione, si sono presi lo sfizio di fare un dispetto provvisorio a ex senatori e deputati che fra qualche tempo riavranno dai tribunali ordinari le loro indennità ricostruite. Insomma questi bravi ragazzi allevati da Beppe Grillo non erano riformabili. Sono riusciti, persino, sulla giustizia a far fare una bella figura a Renzi. Ora siamo in un vicolo cieco. Il governo può restare in piedi per mesi o cadere e favorire l’ascesa di un altro esecutivo precario. Il voto si allontanerà. Faremo un referendum cretino (io voto No) per diminuire i parlamentari cosa che non ci garantisce di levarci dalle palle Paola Taverna. Così gli italiani si guarderanno attorno e cercheranno la soluzione d’urto che solo la destra può dare.

BASTA CON CHI ELEMOSINA UNA RICONFERMA IN PARLAMENTO

Ci mancano oggi quelle personalità pubbliche che sappiano parlare al Paese e, mostrando disinteresse personale, spingano per far tornare tutto nelle regole: governo che faccia cose, opposizione che si opponga, nuovi movimenti che si mettano alla prova. Ma soprattutto bisogna mandare al diavolo quelli che stanno facendo il giro delle Sette Chiese per cercare la riconferma al parlamento. Non possiamo giocarci la democrazia per far campare Tommaso Cerno. Queste personalità devono essere credibili politicamente, devono essere dei due campi, deve risultare evidente che non governerebbero mai assieme a meno che non arrivino i marziani e che sappiano muoversi con spirito repubblicano. Sennò, arrangiamoci e  spegniamo quel televisore. Un altro dibattito con Daniele Capezzone, proprio no.

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Le trame sulle partecipate che la maggioranza vuole spartirsi

M5s contro la permanenza di Descalzi in Eni. Starace verso la conferma a Enel. Mps alla prova della nazionalizzazione. D'Alema in orbita Leonardo. Tutti i rinnovi delle aziende di Stato che fanno gola ai partiti al governo. Tra i pochi motivi, secondo i maligni, per cui il Conte 2 è ancora in piedi.

Per i maligni, le fibrillazioni quotidiane interne alla maggioranza avrebbero il solo scopo di reclamare un posto al tavolo della spartizione delle poltrone nelle partecipate. Non deve stupire se, ai commensali di rito, ossia il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (Partito democratico), il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro e il premier Giuseppe Conte, entrambi in quota Movimento 5 stelle, viste le intemperanze, si aggiungesse anche un delegato di Matteo Renzi.

LE SETTE QUOTATE VALGONO 160 MILIARDI

Del resto, molte delle aziende pronte a rinnovare i propri vertici fanno parte dei cosiddetti “gioielli di famiglia” e rappresentano la ghiotta opportunità di piazzare persone di fiducia in posizioni che contano, se si considera che, da sole, le sette quotate in ballo valgono oltre 160 miliardi di euro.

ENI: ITALIA VIVA RIVUOLE DESCALZI, IL M5S NO

Una delle portate principali del menu 2020 riguarda senz’altro il nome da mettere in arcione del Cane a sei zampe di Eni (25,76% di Cassa depositi e prestiti, 4,34% del Tesoro). Individuare chi, insomma, possa prendere il posto della presidente Emma Marcegaglia e dell’amministratore delegato, Claudio Descalzi, scelto da Renzi nella primavera 2014 e riconfermato tre anni dopo da Paolo Gentiloni. Quella poltrona sembra interessare ancora molto il senatore di Rignano, tra i maggiori “picconatori” del Conte 2 sul fronte della prescrizione. Si dice che Italia viva punterebbe alla riconferma di Descalzi.

Emma Marcegaglia.

A dicembre, però, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il cinque stelle Fraccaro, aveva già avvertito gli alleati di volere operare all’insegna della discontinuità: «Ci si lamenta sempre che in Italia non ci siano manager, ma dobbiamo dare loro anche le opportunità, come iniziare a fare esperienza nelle grandi aziende di Stato», aggiungendo: «Dobbiamo assumerci la responsabilità dei manager che prenderemo per le aziende che rappresentano il 3% del Pil».

Claudio Descalzi.

A ipotecare la permanenza di Descalzi ai vertici di Eni, ipotesi già di per sé indigeribile ai grillini, soprattutto a coloro che fanno riferimento alla fronda di Alessandro Di Battista (che non ha mai perso occasione di attaccarlo), non solo un vecchio endorsement di Matteo Salvini quando era ancora ministro dell’Interno del 18 dicembre 2018 («Stimo Descalzi e lo ringrazio per ciò che fa»), ma soprattutto la faccenda giudiziaria delle presunte tangenti nigeriane arrivata a lambire persino la consorte.

ENEL: STARACE HA I RISULTATI DALLA SUA PARTE

Altro scranno parecchio ambito è quello di Enel (23,59% del Tesoro), su cui siede, attualmente, Francesco Starace. E proprio Starace pare tra i papabili nella successione di Descalzi a Eni, ipotesi che il diretto interessato ha sempre respinto (del resto ormai Enel ha superato in Borsa la capitalizzazione di Eni), lasciando trapelare che preferirebbe rimanere dov’è. Opzione che potrebbe consolidarsi soprattutto a fronte degli incoraggianti risultati preliminari del gruppo resi noti a inizio mese (ricavi a 80,3 miliardi di euro, in crescita del 6,1%; margine operativo lordo ordinario a 17,9 miliardi, più del 10% rispetto all’anno precedente; indebitamento finanziario netto a 45,2 miliardi di euro, in crescita del 10% sul 2018).

Francesco Starace.

Insomma, la politica non ha motivi reali per pensionarlo, soprattutto laddove non riesca a garantirgli una poltrona di identico prestigio. Secondo i rumor, però, il Movimento 5 stelle preferirebbe piazzare ai vertici di Enel Marco Alverà, dal 2016 numero uno di Snam mentre il Pd parteggerebbe invece per Stefano Cao, attuale amministratore delegato di Saipem. Si tratta di voci di corridoio, ma quello che è certo è che i pentastellati difficilmente potranno fare la voce grossa, reduci dall’ennesimo ridimensionamento elettorale.

MPS: VERSO UNA ROTTURA COL PASSATO

Uno dei mantra dei cinque stelle riguarda la possibilità di nazionalizzare anche gli istituti di credito, laddove versino in difficoltà finanziarie. Ora dovranno rivelarsi all’altezza della sfida: la partita più urgente è infatti rappresentata da Monte dei Paschi di Siena, che dal 2017 ha visto l’ingresso dello Stato nel proprio capitale. Le poltrone in scadenza sono quelle dell’amministratore delegato Marco Morelli e della presidente Stefania Bariatti. L’impressione è che la maggioranza sia intenzionata a trovare nominativi che rappresentino una rottura con il passato. L’assemblea è già stata convocata per il 6 aprile: i candidati devono essere resi noti entro il 12 marzo.

Marco Morelli.

Nello stesso periodo, se non prima, è atteso il responso della Commissione europea sul piano di scissione dei crediti deteriorati da 14 miliardi da trasferire ad Amco, la ex Sga (Società per la gestione di attività) controllata dal ministero dell’Economia anch’essa con il consiglio di amministrazione in scadenza. Il nodo cruciale sarà dato da quanto si discosterà il prezzo di cessione rispetto al valore di mercato per non incorrere nell’ipotesi dell’aiuto di Stato, vietata dai trattati. L’eventuale ok di Bruxelles avrebbe ripercussioni non solo sul futuro della banca senese, ma anche sulle nomine dei vertici da parte della maggioranza.

POSTE E TERNA: I MERCATI PREMIANO LE ATTUALI GESTIONI

Proseguendo con il calendario delle assemblee, le altre due date cerchiate in rosso sono il 16 aprile per Poste italiane (35% di proprietà di Cdp e 29,26 del Tesoro) e il giorno successivo per Terna (29% di Cdp). L’elenco dei candidati, secondo quanto prescrive la legge, deve pervenire almeno 25 giorni dall’assemblea degli azionisti, quindi dal 5 di marzo in poi. In entrambi i casi i mercati hanno premiato le attuali gestioni. Poste Italiane con Maria Bianca Farina e Matteo Del Fante ha certamente fatto felici gli azionisti con un dividendo passato da 0,39 del giugno 2017 allo 0,44 del giugno 2019. Ma entrambi, secondo i beninformati, sarebbero bersaglio degli strali renziani per aver supportato con troppa enfasi il progetto del reddito di cittadinanza dei cinque stelle, aiutandone la concretizzazione nel momento in cui appariva di più difficile realizzazione. Per ciò che concerne Terna, Catia Bastioli (presidente) e Luigi Ferraris (ad) riconsegnano nelle mani degli azionisti una azienda che ha segnato il +36% in Borsa (+45% l’EuroStoxx Utilities).

Matteo Del Fante.

LEONARDO: SI PARLA DI D’ALEMA, MA ANCHE LEU VUOLE CONTARE

Cambiamenti in vista anche in Leonardo. Tra i nomi ventilati persino quello di Massimo D’Alema (per il Giornale destinato invece a succedere a Descalzi in Eni), dato che anche Liberi e uguali chiederà di avere voce in capitolo. Ipotesi che non è stata né confermata né cassata dal Pd, secondo quanto ha dichiarato il segretario Nicola Zingaretti a SkyTg24 ospite di Maria Latella: «Sono gossip che fanno tanto divertire chi li scrive e qualcuno che li commenta». Un altro nome ventilato è quello di Domenico Arcuri, al terzo giro in Invitalia. Mentre l’attuale amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo, è dato dagli allibratori tra i probabili successori di Fabrizio Palermo in Cassa depositi e prestiti.

d'alema pd m5s
Massimo D’Alema.

ENAV, CONSIP, TRENITALIA, RFI: 400 POLTRONE IN PALIO

Ma l’elenco pubblicato dal ministero dell’Economia delle controllate che nel 2020 rinnoveranno i vertici, i consigli d’amministrazione e i collegi sindacali è ben più lungo e ricomprende anche, tra le tante, l’Enav, RaiWay, Consip, Consap, il Poligrafico, Trenitalia e Reti ferroviarie italiane. Un totale di circa 400 poltrone. Per i maligni il solo motivo per cui il Conte 2 è ancora in piedi.

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Nella battaglia con Conte Renzi rischia di rimanere solo

L'ex premier non solo si deve guardare da possibili defezioni di "responsabili" da Italia viva, ma rischia anche di perdere il sostegno di quanti negli anni lo hanno appoggiato nel centrosinistra sia politico che culturale. Nuovi attacchi da Bettini e Serra.

Matteo Renzi rischia di rimanere con il cerino in mano. Dai giorni del Papeete e dalla fondazione di Italia viva, il Machiavelli di Rignano ha giocato la sua partita abilmente, riuscendo a conquistarsi un potere probabilmente sproporzionato al suo effettivo patrimonio di voti. Ma nella battaglia con Giuseppe Conte potrebbe essersi spinto troppo in là, e da attaccante diventare l’attaccato. L’ex premier non solo deve ora guardarsi da possibili tradimenti di “responsabili” di Italia viva pronti a tornare nel Pd per salvare il governo. Ma rischia anche di perdere il sostegno di quanti negli anni lo hanno più o meno appoggiato, nel centrosinistra sia politico che culturale. L’ultima presa di distanze è arrivata da Goffredo Bettini, esponente di rilievo ma sempre di basso profilo del Pd romano, secondo molti deus ex machina del governo Conte bis e dell’alleanza coi grillini. «Oggi è chiaro a tutti, tranne ai fanatici, che la condotta di Renzi pone problemi acutissimi al campo democratico e al governo Conte», ha scritto domenica su Facebook, «(…) Renzi è una tigre di carta.
Il suo tentativo di creare un terzo polo sta naufragando così rapidamente da renderlo prigioniero di un attivismo autodistruttivo. Così come, la scelta di passare all’altro campo non convincerebbe la stragrande maggioranza dei suoi elettori. (…) Quanta pazienza si può avere ancora con il fiorentino? (…) C’è invece la possibilità, certamente allo stato attuale tutta da costruire, di sostituire Italia Viva con parlamentari democratici (in quanto non sovranisti, illiberali e autoritari) pronti a collaborare con Conte fino alla fine della legislatura». Il riferimento è a un manipolo di senatori di Italia viva, cinque i nomi che circolano (il Corsera parla di Cucca, Conzatti, Comincini, Grimani e Vono, che smentiscono), molto corteggiati in queste ore dal Partito democratico. Quella di Bettini è una vera e propria chiamata alle armi, sostenuta da una vera e propria fuga culturale a sinistra dal leader di Italia viva. Non è passata inosservata l’Amaca di Michele Serra del 15 febbraio, in cui il commentatore di Repubblica fa atto di pentimento per avere sostenuto Renzi in passato: «Pareva l’uomo che con il quaranta per cento faceva volare il centrosinistra, è invece l’uomo che con il tre per cento ha il potere di affondarlo.(…) Essendo il sottoscritto uno dei milioni di gonzi che gli avevano creduto, forse farei meglio a tacere. Ma in quanto gonzo che gli aveva creduto, magari ho il diritto di ricordargli che non è per dividere e litigare che lo votammo in tanti, ma perché si sperava che proprio la sua leggerezza post-ideologica, diciamo così la sua modernità di quarantenne, e perfino il suo cinismo, potessero servire ad aggiungere pezzi al centrosinistra». Un’abiura sostenuta il giorno successiva dal padre del quotidiano Eugenio Scalfari, che definisce gli atteggiamenti dell’ex premier da «dittatore potenziale». Con il fine settimana che si chiude, fonti di Italia viva hanno voluto far sapere all’Ansa che «il tentativo di trovare responsabili per sostituire Iv – caldeggiato fino a stamani dalle veline di Palazzo Chigi che parlava di “tolleranza zero” e dalle parole di Goffredo Bettini – sembra miseramente fallito. Al momento non solo nessuno si stacca da Iv ma i gruppi renziani si dichiarano fiduciosi di accogliere nuovi ingressi già dalla settimana prossima». Al di là delle possibili fuoriuscite dal suo partito, Renzi rischia di perdere il retroterra che gli era rimasto nel centrosinistra. Perché anche se riuscirà a tenere insieme i suoi parlamentari, non è detto che riesca a salvare un consenso già profondamente minato.

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Quante infrazioni Ue ha l’Italia e quanto ci costano

Le procedure aperte da Bruxelles nei nostri confronti sono 83. Ben 24 dall'inizio di questa legislatura. La maggior parte riguardano l'ambiente. E in sette anni abbiamo pagato 550 milioni di sanzioni. Il punto.

Un’Italia sempre più in fuorigioco con le regole europee. È costante l’aumento dei rilievi provenienti da Bruxelles con un peso per le casse pubbliche di oltre 500 milioni di euro negli ultimi sette anni.

Non solo: il rischio è che il quadro peggiori nei prossimi mesi con altri 18 provvedimenti ad appesantire il fardello. I numeri sono impietosi: le procedure di infrazione dell’Unione europea a carico di Roma sono salite a 83 a gennaio, 24 in più rispetto all’inizio di questa legislatura.

Nemmeno il cambio di maggioranza ha stoppato la deriva. Certo, con l’arrivo al ministero per gli Affari europei di Vincenzo Amendola si è registrata una frenata del problema, senza comunque portare a un’inversione di tendenza.

IN SETTE ANNI 550 MILIONI DI SANZIONI

Ma cos’è la procedura di infrazione? È uno strumento di diritto dell’Ue per garantire il rispetto delle norme, incluso il recepimento delle direttive europee che forniscono un quadro legislativo su determinati temi agli Stati membri, chiamati così a legiferare, rispettando quella cornice normativa fornita da Bruxelles. Le procedure possono essere aperte su vari settori: dall’ambiente alla giustizia, dalla concorrenza all’agricoltura. Insomma, un mare magnum di questioni.

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I Paesi inadempienti, se sanzionati al termine del contenzioso, sono costretti a pagare una multa variabile in base alla gravità dell’inadempienza. Il mancato rispetto delle regole comunitarie è costato all’Italia, dal 2012 a oggi, 550 milioni di euro di sanzioni. Al fianco delle procedure ci sono i cosiddetti Eu-Pilot, uno scambio di informazioni tra la Commissione europea e gli Stati membri che indicano delle criticità. Una sorta di avviso su una possibile procedura di infrazione.

L’ITALIA HA AL MOMENTO 83 INFRAZIONI APERTE

La sottosegretaria agli Affari europei, Laura Agea, ha fornito i dati ufficiali durante un question time in commissione Politiche dell’Unione europea alla Camera. All’inizio della legislatura l’Italia aveva un passivo di 59 infrazioni aperte e 57 EU-Pilot. Oggi la situazione è di 83 infrazioni aperte, 66 per violazione del diritto dell’Unione e 17 per mancato recepimento di direttive, e 53 Eu-Pilot. All’orizzonte non si scorge niente di buono. «Nei prossimi mesi», ha confermato Agea, «si potrebbero verificare 18 nuove potenziali aperture di procedure di infrazione per mancato recepimento».  

LE PROCEDURE APERTE: DALL’AMBIENTE ALLA SICUREZZA

Nella lunga lista dei rilievi dell’Unione spiccano mancanze su temi ambientali (21 le procedure aperte a riguardo) come la «non conformità alla direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane», la «non corretta attuazione della direttiva relativa alla determinazione e alla gestione del rumore ambientale» per le «mappe acustiche strategiche», e la «cattiva applicazione della direttiva relativa alla qualità dell’aria» sul «superamento dei valori limite di PM10 in Italia». Non solo. C’è anche una vecchia questione politica: la «compatibilità comunitaria della Legge Gasparri con la direttiva quadro sulle reti e servizi di comunicazione elettronica». E ancora: sul fronte sicurezza emerge il «mancato recepimento delle Decisioni del Consiglio riguardanti il potenziamento della cooperazione transfrontaliera soprattutto con riferimento alla lotta al terrorismo e alla criminalità transfrontaliera». Per non tacere della «mancata ottemperanza alla direttiva sulla lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile». Oltre all’ambiente, i punti più dolenti per l’Italia sono fiscalità e dogane (13 infrazioni), i trasporti (9) e concorrenza e aiuto di Stato e giustizia (5).

NEL MIRINO LA LENTEZZA CON CUI VENGONO ATTUATE LE LEGGI

Le responsabilità sono da attribuire al «ritardo accumulato nella prima parte della legislatura» ma anche a qualche lentezza sull’attuazione delle leggi. Per il ministero guidato da Amendola infatti «le ragioni di questo progressivo aggravamento sono molteplici ma la più importante riguarda il ritardo dell’iter di adozione delle ultime leggi di delegazione europea e legge europea». Il Consiglio dei ministri ha così licenziato il disegno di legge di delegazione europea qualche giorno fa, lo scorso 23 gennaio, passando ora la parola al parlamento.

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La sottosegretaria Agea ha provato comunque a fare professione di ottimismo: «Considerando gli aspetti positivi, a maggio, sono ipotizzabili 11 chiusure di procedure per violazione del diritto dell’Unione e due chiusure di procedure per mancato recepimento». Inoltre «delle sei procedure aperte il 23 gennaio, cinque riguardano deleghe inserite nella legge di delegazione europea 2018 e la sesta deve essere attuata con norma diretta inserita nel disegno di legge europea 2019-2020. Altre sei chiusure potrebbero verificarsi relativamente ad altrettante direttive la cui delega alla trasposizione è contenuta sempre nella legge di delegazione europea 2018», ha sottolineato.

A PESARE IL PASSAGGIO DAL CONTE 1 AL CONTE 2

L’aumento delle procedure va quindi addebitato in gran parte al primo governo Conte, anche a causa della guida incerta del ministero degli Affari europei: dopo le dimissioni di Paolo Savona nel marzo 2019, c’è stato l’interregno dell’interim assunto dal presidente del Consiglio, fino all’approdo al dicastero, il 10 luglio, di Lorenzo Fontana. Ma il leghista non ha avuto nemmeno il tempo di assumere il controllo: ad agosto c’è stata la crisi di governo. Di conseguenza, a settembre scorso, poche settimane dopo l’insediamento del Conte 2, il numero di infrazioni contestate all’Italia era salito a 81: dopo qualche mese sono scese a 77, dando una breve illusione. A gennaio è risalito a 83.

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Lo scontro Conte-Renzi si riduce a una sceneggiata

«Italia viva maleducata», «se vuole ci cacci pure»: tra gli alleati volano stracci. Ma alla fine il senatore di Rignano voterà la fiducia. E il premier lascia le porte aperte. Perché nessuno vuole davvero la crisi.

Giuseppe Conte nega di lavorare a un suo «governo ter». Matteo Renzi smentisce di voler essere lui a rompere. Ma tra i due prosegue una partita che rischia di far saltare l’esecutivo. Il giorno dopo lo strappo dei renziani in Consiglio dei ministri, nessuno apre formalmente la crisi. «Porte aperte a Iv», dice il premier, che ai renziani chiede un chiarimento. E Italia viva annuncia che la prossima settimana voterà la fiducia al governo sul decreto Milleproroghe alla Camera. Ma Renzi non depone le armi sulla prescrizione, mantiene la minaccia di una mozione di sfiducia al ministro Bonafede, e porta avanti la sua guerriglia in Senato. È quello il campo di battaglia. Il Pd dice che l’unica alternativa a questa maggioranza è il voto. Ma a Palazzo Madama è pronta a muoversi una pattuglia di senatori in soccorso del governo, magari proprio per un “Conte ter”. La prima prova sarà il decreto sulle intercettazioni, in Aula martedì e sul quale il governo dovrebbe mettere la fiducia. «Se la voteremo? Dipende…», rispondono fonti renziane. Il presidente del Consiglio riunisce i ministri membri del Comitato per gli affari europei, poi vola a Gioia Tauro per presentare il piano per il Sud e in serata presiede il tavolo di governo per la riforma fiscale (presente Iv). Il messaggio è chiaro: «Ho un programma da realizzare e ho chiesto la fiducia per quello. Se mi fido di Renzi? Non do spazio a personalismi. Ma Renzi che dice del Sud, niente?», dice il premier in Calabria tra gli applausi della platea. Gli fa sponda il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che sottolinea i «risultati concreti» che si ottengono quando si spegne propaganda e polemiche. Ma i contatti con Iv risultano al lumicino e il premier viene descritto irritato con Renzi, determinato a sterilizzarne le sortite. Il suo obiettivo, secondo i renziani, è «cacciarli» dalla maggioranza e dar vita a un suo governo “ter”. Di più. «Zingaretti», sostiene un dirigente di Iv, «gli propone di andare al voto appena possibile e fare il leader della coalizione con una lista modello Dini». Ma la finestra del voto, causa referendum per il taglio dei parlamentari, è chiusa fino a settembre, tanto che c’è chi ipotizza in caso di crisi un governo istituzionale guidato da una figura come il ministro Luciana Lamorgese. Perciò per i renziani il disegno di Conte sarebbe un “ter”: a provarlo citano un audio del portavoce del premier, Rocco Casalino, che cita proprio quello scenario, anche se da Chigi parlano di una battuta. Gli alleati-avversari accusano Renzi di puntare a ottenere una legge elettorale più favorevole e più nomine, quando a fine marzo si rinnoveranno i vertice delle grandi partecipate pubbliche: «Non a caso», nota un Dem, «minaccia di sfiduciare Bonafede proprio a fine marzo». Il tavolo nomine è già aperto, anche se Roberto Gualtieri dice solo che ai vertici «non ci saranno politici». Iv dovrebbe restare a bocca asciutta su Agcom e Autorità per la privacy, dove Fi dovrebbe ottenere un posto in quota opposizione. «Ma più in generale i dirigenti vicini ai renziani», dicono fonti 5s, «sono in bilico». Tra gli esempi si fa il nome di Francesco Starace che all’Enel potrebbe essere sostituito e già si citano Carlo Tamburi (Enel), Stefano Donnaruma, Luigi Ferraris (Terna). «Se vuole Conte ci cacci, siamo alleati non sudditi», torna ad attaccare Renzi, che nei prossimi giorni sarà all’estero. Il suo obiettivo sarebbe quello di sostituire Conte con un altro premier e magari una maggioranza «con un pezzo di M5s, quasi tutto il Pd e una parte di centrodestra». I nomi? Si citano Gualtieri o Mario Draghi, Pier Carlo Padoan, Marta Cartabia, Paola Severino. Il Pd fa sapere che non sosterrà un’operazione del genere: «Nessun mio governo», dice Gualtieri, «Conte arriverà a fine legislatura».

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Il premier tira dritto e lavora a una maggioranza senza Renzi

Conte è sempre più irritato dal comportamento di Italia viva e Palazzo Chigi starebbe lavorando per trovare nuovi responsabili che puntellino l'esecutivo. Il percorso resta tutto da definire ma alcuni senatori potrebbero puntellare l'esecutivo giallo-rosso.

La linea rossa è stata superata, l’idea di una maggioranza senza Matteo Renzi ormai è un’opzione praticabile. Nel giorno del grande strappo di Italia viva si è ragionato soprattutto di questo, a Palazzo Chigi. Dopo lunghe ore di silenzio il premier Giuseppe Conte ha puntellato ogni virgola dello showdown con cui, di fatto, ha messo una pietra tombale alla collaborazione con Italia viva. Inviperito dagli attacchi personali e da un gesto, l’assenza in Cdm, che gli ha ricordato l’ultimo Matteo Salvini dell’era giallo-verde.

UNO STRAPPO ARRIVATO FINO AL COLLE

Conte ha deciso di andare avanti sulla strada tracciata di un governo riformatore che risponda alle esigenze del Paese. Un governo che, nella testa del presidente del Consiglio, potrebbe anche andare avanti senza i renziani. La strada non è facile e diventa, inesorabilmente, anche il tema della telefonata che, nel pomeriggio, Conte ha fatto al presidente Sergio Mattarella. Dal Colle, del resto, si guarda con crescente preoccupazione allo scontro interno al governo. Un governo, si sottolinea, che così non lavora per il Paese. In caso di crisi il presidente della Repubblica non scioglierebbe subito le Camere. C’è prima il referendum sul taglio dei parlamentari e la successiva ridefinizione dei collegi (con eventuale legge elettorale). Al voto si andrebbe tra luglio e settembre e il Paese sarebbe guidato da un governo traghettatore.

CAMBIO DI MAGGIORANZA NON IMMINENTE

La strada di una maggioranza senza Iv, in ogni caso, non verrà presa subito. Ci vuole tempo e prudenza, soprattutto sul nodo della prescrizione, su cui Forza Italia difficilmente abbasserà la guardia. Il premier necessita, innanzitutto, di un forte solidità di intenti tra Pd, M5s e Leu. E, in questo senso, le dichiarazioni prima dei big dem e poi dei grillini lo confortano. Ma c’è un problema di numeri, con la maggioranza che, al Senato, senza renziani fa 158. E c’è, soprattutto, il problema di certificare l’esistenza di questi numeri nel momento in cui Conte dovesse andare al Quirinale per comunicare il cambio di maggioranza. Al momento nessuno, nel drappello di potenziali responsabili, è venuto allo scoperto. Ma la fronda esiste e sebbene i diretti interessati neghino, i nomi girano da tempo.

I NOMI DEI POSSIBILI RESPONSABILI

Circolano, ad esempio, quelli di Lorenzo Cesa, Massimo Mallegni, Paolo Romani o Antonio Saccone. Nomi che potrebbero venir fuori nel momento in cui Conte tornerà alle Camere per chiedere un nuovo voto di fiducia. Magari dispiegando le priorità di quell’Agenda 2023 su cui il governo lavora proprio in questi giorni. Del resto, l’idea di tornare in Aula per «smascherare» quello che diverse fonti della maggioranza definiscono il «bluff» di Iv è ormai sul tavolo di Palazzo Chigi. Dove, c’è la convinzione che non tutti, in Iv, seguano la linea di Renzi. Non a caso, prima Graziano Del Rio, poi Andrea Orlando e infine Zingaretti hanno mandato un messaggio ben chiaro ai renziani: dopo questo esecutivo ci sono nuove elezioni, non c’è neanche un governo del presidente. Tradotto: sondaggi alla mano e con il taglio dei parlamentari in vigore in pochi, in Iv, tornerebbero in Parlamento.

UNA CRISI NATA PER LE NOMINE DI PRIMAVERA

Ma non è di voto che si parla nella maggioranza in queste ore. Dove, più di una fonte, ha indicato un’altro fattore anti-crisi: l’infornata di nomine di primavera. Nomine sul quale, anche i pontieri azzurri hanno concentrato l’attenzione. Nomine dalle quale Renzi sarebbe escluso. Anzi c’è chi dice che la sua offensiva sia partita proprio quando a Iv è stato evidente la sua marginalità sulla partita delle nomine.

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Zingaretti ha regalato a Renzi la battaglia sulla giustizia

Invece di spingere il M5s a rinunciare alla riforma Bonafede, il segretario Pd si è infilato in un vicolo cieco. Un assist per il senatore di Rignano che, nonostante l'arroganza, ha fatto suo il tema del garantismo. Così i dem rischiano di perdere voti.

Non si sa se in queste ore si troverà un accordo per sminare lo scontro sulla prescrizione formato Bonafede. Non si contano i “lodi”.

Ce n’era uno dell’onorevole Lucia Annibali accettabile, ma è stato respinto e Annibali è stata al centro di una sequenza di insulti vergognosi. Stiamo dalla sua parte, tutti dobbiamo stare dalla sua parte.

Il merito della questione lo conoscete. Si discute ora non tanto una legge,  ma quanto tempo deve durare la proroga nella sua applicazione.

IL PD SI È INFILATO IN UN VICOLO CIECO

Insisto nel dire che non capisco perché Nicola Zingaretti si sia fatto infilare in un simile vicolo cieco. La prescrizione Bonafede è una aberrazione giuridica e una offesa alla società civile. Il Pd avrebbe dovuto spingere i 5 stelle a rinunciarvi minacciando anche l’uscita dal governo. Nessun governo vale la libertà dei cittadini e le regole della Costituzione. L’“eterno colpevole” funziona nei sogni di Piercamillo Davigo e di altri magistrati, ma non c’entra nulla con un Paese laico e moderno. 

RENZI CAVALCA BENE IL TEMA DEL GARANTISMO

Zingaretti ha così dato un vantaggio tematico a Matteo Renzi. Io sono convinto che la contrapposizione con Renzi giovi a Zingaretti. Renzi è, purtroppo per lui e i suoi scarsi seguaci, un personaggio privo di immagine pubblica positiva. L’arroganza sua e delle sue attempate girl è da avanspettacolo. Tuttavia ha imbroccato un tema: quello di una giustizia che rispetta l’innocenza del cittadino fino a prova contraria. Nel Pd in nome della necessità di tenere in vita il Conte bis, e forse perché vi sono componenti culturalmente affini al giustizialismo, si è chiuso un occhio sostenendo che tutto sarebbe stato risolto da una legge nuova sul giusto processo che avrebbe accorciato i tempi di durata del medesimo. Campa cavallo.

NO A UN PAESE DI PRESUNTI COLPEVOLI

Intanto abbiamo una legge che, se imputati, ci fa restare tali per tutta la vita terrena. Una vera vergogna. Assieme alla vergogna di immaginare un Csm in cui agli avvocati e solo a loro si chiede di essere lontani dalla politica e di non aver praticamente mai fatto i parlamentari. Non difendo gli avvocati, ma l’attacco a cui sono ormai sottoposti dal gruppo Davigo e dai suoi parlamentari è inaccettabile. Stiamo diventando un Paese di presunti colpevoli, che ha avvocati che non possono difendere e  magistrati onnipotenti. Zingaretti, così non va bene. Così perdi voti, anche il mio.

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Il governo è ostaggio di Renzi ma Italia viva mugugna

Come su sugar tax, plastic tax e legge di bilancio, Conte resta prigioniero dell'altro Matteo. Anche se a una parte del partito nato da una costola del Pd non piacciono le forzature dell'ex rottamatore. Che rischiano di portare all'autolesionismo del voto anticipato. Il retroscena.

Un rinvio dopo l’altro. A colpi di polemiche e di veti. Era stato così su sugar tax e plastic tax, durante la discussione della legge di bilancio, e si sta ripetendo sul tema della prescrizione. Si prevede una navigazione a vista, con varie turbolenze, in un governo che ha una sola certezza: è ostaggio di Matteo Renzi.

QUANTE FIBRILLAZIONI DAL KING MAKER DELL’ALLEANZA

Il leader che nell’estate del 2019 ha voluto questa alleanza si sta confermando il king maker dell’operazione politica. Tanto che adesso tiene prigioniero Palazzo Chigi, trascinando i parlamentari di Italia viva a compiere una serie di forzature. Con il rischio che gli stessi renziani ci rimettano il posto nel caso dovessero precipitare gli eventi in direzione elezioni anticipate. Non a caso qualche malumore, tra uno sparuto gruppo di parlamentari di Iv, si è manifestato. Per loro il voto sarebbe una iattura.

GOVERNO “SENZA INTESE” PER COLPA DI TUTTI I PALETTI

Nei partiti di maggioranza il malessere verso Italia viva è evidente. Anche il leader dem, Nicola Zingaretti, è intervenuto con forza contro l’ex compagno di partito. Eppure, stando ai fatti, l’azione di governo è appesa ai desiderata di Renzi. La tensione sulla prescrizione è uno dei tanti episodi che costringe l’esecutivo a non decidere, a rimandare qualsiasi provvedimento. Dalle approvazioni “salvo intese” dell’era gialloverde si è passati al “senza intese” del Conte 2. Il motivo? I paletti piantati da Italia viva.

ALTRI SCONTRI IN ARRIVO SU ECONOMIA E CRESCITA

Il remake della scena è atteso a breve su altri capitoli, sempre che l’alleanza tenga sulla giustizia. I punti sotto osservazione sono economia e crescita. Il piano choc da 120 miliardi di euro, annunciato da Iv, è destinato a diventare un nuovo capitolo divisivo. «È una versione riveduta e corretta dello Sblocca Italia del governo Renzi», spiegano fonti di maggioranza. E quel decreto non fu accolto da tappeti rossi, anche a sinistra. Figurarsi tra i cinque stelle. Così, nei corridoi della Camera, c’è chi scommette che sono in arrivo ulteriori fibrillazioni.

LA FORZA ATTRATTIVA DI ITALIA VIVA SEMBRA FINITA

Italia viva conta su 46 parlamentari, suddivisi tra 29 deputati e 17 senatori. La forza di attrazione sembra già esaurita, visto che lo stesso Renzi aveva dichiarato di puntare a «50 parlamentari» entro la fine del 2019. Un obiettivo non raggiunto, seppure di poco. L’ultimo ad aggregarsi alla Camera è stato, il 20 dicembre, l’ex Forza Italia Davide Bendinelli. Dopo lo smottamento iniziale dal Pd, con la fondazione del nuovo partito renziano, solo i deputati Catello Vitiello (eletto nel Movimento 5 stelle ma subito espulso) e Giuseppina Occhionero (proveniente da Liberi e uguali), e la senatrice ex Pd Annamaria Parente hanno scelto di traslocare sotto le insegne di Iv. Una frenata che i dem guardano con soddisfazione e anche con sollievo rispetto ai timori di un ulteriore smottamento. A settembre, quando è nato il progetto di Italia viva, si paventavano sconquassi.

SCETTICISMO INTERNO SULLA STRATEGIA RENZIANA

Tra i gruppi di Iv inizia a serpeggiare un certo scetticismo sulla strategia di Renzi. In alcuni casi cresce un vero dissenso. Certo, nelle dichiarazioni pubbliche il mantra è che «i principi vengono prima delle poltrone», rispolverando peraltro un linguaggio più affine ai toni degli “odiati alleati” del M5s. Una facciata di unità granitica. Dietro agli interventi ufficiali, in privato monta più di qualche preoccupazione. La battaglia sulla prescrizione, nel merito, viene condivisa con reale convinzione. Molto meno apprezzata è la strategia arrembante con l’ipotesi di presentare una mozione di sfiducia al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Il Guardasigilli è uno dei volti di primo piano dei cinque stelle e soprattutto il nuovo capo delegazione nella squadra di governo. Una dichiarazione di guerra che viene interpretata come un avviso di crisi. E nel caso di strappo definitivo, le urne sono un incubo per i parlamentari renziani: avrebbero tutto da perdere e nulla da guadagnare.

IL PD GUARDA CON INTERESSE A EVENTUALI DEFEZIONI

Il Pd segue con interesse le dinamiche interne a Italia viva. Il primo motivo è chiaro: lo strappo di Renzi sarebbe il colpo di grazia all’esperienza del Conte 2. E il secondo non è da meno: eventuali defezioni all’interno di Iv sarebbero vissute come un trionfo, un pentimento dei parlamentari visto come il riscatto dopo i patemi inflitti dall’ex presidente del Consiglio. Certo, i deputati e senatori di Italia viva più scettici si muovono con prudenza. Qualsiasi segnale di retromarcia verso il Pd sarebbe difficile da spiegare: di sicuro si esporrebbero a feroci critiche. E forse a Largo del Nazareno l’accoglienza sarebbe calorosa solo in un primo momento, un perdono concesso nel breve tempo del rientro all’ovile. Senza dare poi un ampio spazio politico. L’alternativa non è più esaltante: finire nel Gruppo Misto, con certificata condanna all’irrilevanza. E quindi i meno contenti della linea politica di Renzi devono, volenti o nolenti, stringersi intorno al leader, magari sussurrando di non esagerare nelle polemiche. Per scongiurare fughe in avanti, tipo l’ipotesi ventilata (e poi negata) di ritirare la delegazione dal governo, optando per l’appoggio esterno.

MATTEO HA CHIESTO COMPATTEZZA AI SUOI FEDELISSIMI

Renzi sta seguendo l’evoluzione degli eventi da vicinissimo e ha chiesto ai fedelissimi di non fare alcun distinguo: pure una dichiarazione dissonante suonerebbe come un segnale di debolezza. La sua volontà è quella di mostrare la totale coesione nei gruppi, puntando magari a qualche nuovo ingresso da Forza Italia, in cui la situazione resta magmatica. Una strategia tutta orientata sui suoi progetti. Mentre il governo è paralizzato da quel che fu il principale sponsor.

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Furbate governative: meno Pil, più coronavirus

Solo in Italia è stato il presidente del Consiglio ad annunciare in conferenza stampa i primi due contagi. Viene il dubbio che stia cavalcando l'allarme per far dimenticare il preoccupante dato negativo sulla crescita. E i più convinti di questo sono proprio i ministri 5 stelle.

Il coronavirus? Fa bene…al governo. Giuseppe Conte è il primo e unico primo ministro al mondo ad averlo cavalcato. Solo in Italia il capo del governo ha annunciato in conferenza stampa la scoperta di due cinesi contagiati.

In tutti gli altri Paesi comunicazioni di questo tipo sono venute, al massimo, dal ministro della Salute. Giuseppi, invece, ha voluto i riflettori tutti sulla sua pochette. E poi, tutti in coro a dire: niente allarmismo.

Vista la scelta del governo di esasperare al massimo la comunicazione sulla diffusione del virus non ci si deve meravigliare se una gelateria di Fontana di Trevi mette in vetrina il cartello «fuori i cinesi». È il minimo che possa avvenire. Senza parlare del fatto che il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità ha spiegato che per il 99% il virus resta concentrato in Cina. Nella stessa occasione ha anche illustrato che si è diffuso in altri quattro Paesi. E tra questi non ha citato l’Italia.

NEL QUARTO TRIMESTRE 2019 IL PIL È ARRETRATO DELLO 0,3%

È evidente, quindi, che l’annuncio a notte fonda di Conte dalla sala stampa di Palazzo Chigi possa ingenerare un dubbio più che lecito: non è che sia stato proprio Conte (imboccato dall’onnipotente Rocco Casalino) a voler dirottare l’attenzione pubblica sul coronavirus, argomento forte che mette ogni altra cosa in secondo piano, per far dimenticare altre notizie di giornata? Anzi, una: il brutto dato Istat sul Pil del quarto trimestre del 2019. Tra ottobre e dicembre, infatti, l’economia italiana è arretrata dello 0,3%, e per di più in un periodo dell’anno che solitamente, invece, fa registrare un aumento del Pil, non foss’altro per il pagamento delle tredicesime. 

LO SCONCERTO DEI MINISTRI 5 STELLE

Di solito, l’Istat comunica informalmente (e in anticipo) a Palazzo Chigi i dati che si accinge a diffondere. Insomma, è assai probabile che Conte e Casalino fossero preventivamente a conoscenza del dato negativo sulla crescita, e che per questo abbiano voluto forzato la mano sul virus cinese, anche a rischio di generare allarmismo nella popolazione, per far dimenticare il Pil. Diversi ministri se ne dicono certi. E sconcertati. E sapete chi sono i più convinti? I cinque stelle.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Non confondiamo il taglio del cuneo con una mancetta

RIFLESSIONI IN BICICLETTA. Il provvedimento appena varato è un rimborso fiscale. Non riduce il costo del lavoro, non crea occupazione e non libera risorse per l'innovazione. Ancora una volta invece di pensare agli interessi del Paese, la politica decide di tutelare solo una categoria di lavoratori. Un elettorato anziché un altro.

Il governo Conte II ha annunciato in tono solenne, e appena prima della scadenza elettorale di domenica scorsa, l’introduzione di un taglio del cuneo fiscale che permette di estendere il bonus di 80 euro ideato da Matteo Renzi (introdotto dall’art. 1 del D.L. n. 66/2014, e confermato a regime dalla legge di Stabilità 2015) sia nell’entità – giungendo a un valore massimo di 100 euro – sia nella platea dei beneficiati: oltre 700 mila lavoratori in più.

Siamo ovviamente compiaciuti che a quasi 16 milioni di lavoratori giunga un piccolo sgravio, ma ci sono almeno due cose che proprio non vanno in questa vicenda, e la seconda discende dalla prima.

È SOLO UN RIMBORSO FISCALE

Il governo può prendersi la libertà di chiamare le cose come vuole, ma un buon giornalismo dovrebbe porsi il problema di capire se le definizioni date dal governo siano corrette o no. Il taglio del cuneo fiscale è stato accettato passivamente per tale e ha imperversato sui titoli di ogni testata, ma questo provvedimento NON è un taglio del cuneo fiscale. Il cuneo fiscale è, infatti, la quota che separa il reddito netto dei lavoratori dal costo lordo sostenuto per l’azienda.

È sorprendente, irritante, vedere i sindacati festeggiare per questo provvedimento, questa mancetta, oltretutto dopo che contestarono aspramente il bonus Renzi

Tagliare il cuneo fiscale è una iniziativa importante perché riduce il costo del lavoro, favorendo le condizioni che permettono alle imprese di espandersi, svilupparsi, investire, assumere. Insomma è una manovra che combatte la disoccupazione. Il rimborso fiscale destinato ad alcuni lavoratori, secondo criteri di reddito, che è stato promulgato (con un impatto di oltre 3 miliardi di euro sul bilancio pubblico) non costituisce un taglio del cuneo fiscale, non riduce in alcuna parte il costo del lavoro per le imprese, non ha una funzione di incentivo alle assunzioni e non determina nessun miglioramento della disoccupazione.

UNA MANCETTA CHE NON RISOLVE I PROBLEMI DELL’ITALIA

Eppure dovrebbe essere un problema che conosciamo bene: a 12 anni dallo scoppio della Grande crisi finanziaria il tasso di disoccupazione in Italia è ancora pari al 9,7%, ed è quindi sorprendente, irritante, vedere i sindacati festeggiare per questo provvedimento, questa “mancetta”, oltretutto dopo che contestarono aspramente il bonus Renzi da 80 euro. Le iniziative vanno valutate per quello che sono, non in base alle simpatie verso chi le introduce.

Una riforma fiscale sarebbe stata forse più onerosa, ma avrebbe agito in termini strutturali, non creando asimmetrie tra lavoratori che usano contratti diversi

Ancora una volta ci troviamo di fronte a una situazione che racconta molto della politica e dei problemi economici del nostro Paese. Una riforma fiscale sarebbe stata forse più onerosa, ma avrebbe agito in termini strutturali, non creando asimmetrie tra lavoratori che usano contratti diversi. La ragione per cui accadono continuamente queste cose è che le rappresentanze politiche tendono, nella loro rotazione al governo, a legiferare in tutela delle categorie di cui si sentono rappresentanti a danno delle altre, confidando in un giro di compensazioni e risarcimenti che arriverà dai governi successivi. Il centrosinistra agevola i salariati, il centrodestra promette fiscalità agevolata alle partite Iva, una futura coalizione si occuperà dei dipendenti pubblici, un’altra si occuperà di facilitazioni per gli esuberi nelle banche.

LA SMANIA DI TROVARE IL RISOLUTORE CI CONDANNA ALLA DELUSIONE

In tutto questo, è debellata come una brutta malattia l’idea che qualcuno possa governare pensando agli interessi del Paese nel suo insieme, invece che a tutela di alcuni contro altri. Ahimè chi dovesse farlo sarebbe visto come un traditore del suo elettorato che si sente legittimato ormai ad attendersi il proprio risarcimento dopo una vittoria elettorale. Il problema vero, dunque, risiede nelle aspettative degli elettori, nella implicita domanda politica che viene espressa. Come giocatori del Superenalotto, gli italiani votano sperando di “vincere”, di aver trovato un risolutore, e di poter “vivere di rendita” grazie alla risoluzione finale dei problemi.

Come giocatori del Superenalotto, gli italiani votano sperando di “vincere”, di aver trovato un risolutore, e di poter “vivere di rendita” grazie alla soluzione finale dei problemi

Dovremmo abituarci all’idea che governare è una cosa diversa, che la cultura del jackpot milionario che fa sognare di risolvere i problemi della vita per generazioni non va declinata in politica, il cui ruolo è semmai quello di costruire piccole conquiste a piccoli passi. Invece la smania di trovare il “risolutore” ci consegna invariabilmente alla delusione, alla frustrazione, alla continua voglia di azzerare e rifare, giocare un’altra schedina. La parte del mondo occidentale che va meglio racconta chiaramente questa storia, e con meno inutile rabbia da frustrazione ne guadagneremmo anche in salute.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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Il governo Conte riparte da prescrizione, autostrade e Ilva

I capi delegazione dei partiti convocati a Palazzo Chigi il 30 gennaio. La riforma fiscale sembra mettere tutti d'accordo, ma giustizia e concessioni autostradali rischiano di sfaldare la maggioranza. I dossier che scottano sulla scrivania del premier.

È un cantiere tutto da costruire, quello della verifica di governo. A dettare i tempi è il premier Giuseppe Conte, che ha convocato i capi delegazione di maggioranza per il 30 gennaio alle 18.30. A rappresentare il M5s ci sarà il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, fresco di nomina.

LE PRIORITÀ DEI PARTITI

I partiti sono pronti a presentare una serie di proposte con le loro priorità nei primi giorni di febbraio. Il Pd mette in cima la svolta green e la modifica dei decreti sicurezza, il M5s rilancia sul salario minimo, Liberi e uguali vuole cambiare il Jobs act, Italia viva spinge per un piano choc sulle infrastrutture.

I DOSSIER CHE SCOTTANO

Il dossier della riforma fiscale, che mette d’accordo tutti, dovrebbe essere il primo a essere avviato, una volta trovata la quadra sull’Iva. Ma a complicare le cose ci sono i nodi a lungo rinviati e ora venuti al pettine: la prescrizione, che sembra complicarsi dopo la nomina di Bonafede a capo delegazione del M5s; la revoca della concessione autostradale ad Atlantia; la trattativa sull’Ilva, con la necessità di chiudere un’intesa con Mittal entro il 7 febbraio.

IL TRAVAGLIO NEL M5S

La richiesta del Pd e di Liberi e uguali è chiara: aprire al più presto una nuova fase. Ma poiché stressare il M5s in una fase di forte crisi è un rischio per il governo, non si stresseranno – scommette un ministro dem – i tempi di elaborazione del nuovo cronoprogramma: «Non siamo in emergenza». Di sicuro c’è che tra i pentastellati si è aperta la battaglia per il futuro, sia in termini di collocazione politica, sia in termini di leadership. E i “dimaiani”, fautori della terza via in alternativa al sistema bipolare, non sembrano gradire la spinta di Conte ad abbracciare i dem.

IL PERICOLO DI UNO SFALDAMENTO

Ma il premier subisce anche il pressing dei “contiani”, che lo spronano al contrario a essere più deciso nelle dinamiche interne al M5s. La priorità è tenere tutti insieme, perché l’unico vero ostacolo al governo può venire ora dallo sfaldamento della maggioranza. Sminare è la parola d’ordine che Conte condivide con il Pd, che pure rivendica una nuova centralità. Matteo Renzi, però, va subito al sodo e tira in ballo i temi che più dividono gli alleati: la prescrizione e la revoca della concessione ad Atlantia.

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Tensione alle stelle tra Pd e M5s dopo il voto in Emilia Romagna

Il segretario del Partito democratico Zingaretti dopo il successo di Bonaccini: «Per il governo parte la fase 2». Il reggente del Movimento Crimi: «I rapporti di forza nell'esecutivo non cambiano».

«Si sta tornando a un sistema bipolare tra due grandi campi che si contendono la leadership e lo fanno su scelte politiche alternative, quindi credo che questo travaglio del M5s avrà e sta avendo una discussione. Spero che sempre di più di questo elemento si prenda atto, come in Calabria e in Emilia Romagna, si scelga tra i due principali contendenti. Il Movimento si troverà di fronte a questo dilemma, ma lo dico da alleato e non da avversario», ha affermato Nicola Zingaretti a caldo commentando l’esito delle regionali. Un messaggio che ha messo in guardia il Movimento e il suo nuovo reggente, Vito Crimi. «Ho ascoltato le parole di Conte e Zingaretti: l’idea oggi è di lavorare su progetti e sull’idea di Paese. Abbiamo un’agenda che nasce da prima di queste regionali, che peraltro ha riguardato due regioni, non tante. I rapporti di forza non cambiano, il parlamento è questo e dura cinque anni», ha detto Crimi.

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Il governo in fibrillazione per il voto in Emilia Romagna

I giallorossi assicurano che il Conte bis reggerà anche in caso di vittoria del centrodestra. Ma Delrio ammette: «Se perdessimo qualcosa deve cambiare».

Il conto alla rovescia verso le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna prosegue spedito. Mentre i candidati rincorrono ogni voto, la politica italiana comincia a provare a immaginarsi quelle che potrebbero essere le conseguenze. Mentre il 21 gennaio i due principali candidati si sfideranno in due confronti diretti, non sfugge a nessuno, infatti, che – sia che Stefano Bonaccini riesca a difendere il feudo Emilia-Romagna, sia che Lucia Borgonzoni riesca nell’impresa di strappare al centrosinistra la propria regione simbolo – il panorama politico, da lunedì in poi, sarà mutato. Graziano Delrio, che oltre a essere il capogruppo alla Camera è anche uno dei big del Pd emiliano-romagnolo, lo dice senza troppi giri di parole: «Bonaccini vincerà, tutti gli indicatori ci dicono che domenica festeggeremo, ma se dovessimo perdere, ci sarebbero ovviamente tantissime ripercussioni su tutti i fronti. Non cadrà il governo ma non potremmo di certo far finta di nulla. Vinceremo, ma se perdessimo sarebbe una botta che farebbe molto male e un fatto da affrontare con un’analisi molto dolorosa per tutti».

E anche Zingaretti assicura che se anche il Pd dovesse perdere l’Emilia-Romagna, il governo non cadrà. Ma sono numerosi i ministri del centrosinistra che in questi giorni fanno tappa in Emilia-Romagna per sostenere la conferma di Stefano Bonaccini. Di tutt’altro parere il centrodestra: Giorgia Meloni sostiene che in caso di vittoria il Capo dello Stato dovrebbe sciogliere le Camere, mentre il leader della Lega Matteo Salvini da giorni gira senza sosta per città e paesi dell’Emilia-Romagna per dire che la vittoria di Lucia Borgonzoni sarebbe un avviso di sfratto per il governo Conte. Il suo tour proseguirà anche nei prossimi giorni: giovedì sarà a Bibbiano, dove, probabilmente, incrocerà la manifestazione delle sardine che dopo aver riempito ieri la piazza di Bologna, seguiranno Salvini nell’ultima tappa prima delle elezioni.

Venerdì, mentre il segretario leghista sarà a Ravenna, le sardine andranno a pochi chilometri, al Papeete, beach club di Milano Marittima, diventato quest’anno celebre anche nel dibattito politico. Domani intanto, dopo le polemiche per quello saltato a Sky Tg24, è la giornata dei confronti. Bonaccini e Borgonzoni si sfideranno in due duelli: uno in televisione, all’emittente bolognese È-tv, l’altro nella redazione del Resto del Carlino. Saranno i primi faccia a faccia dopo quello organizzato a Cartabianca, quando la campagna elettorale, però, stava muovendo i suoi primi passi. I temi non mancheranno: sono giorni, infatti, che la polemica si accende praticamente su ogni questione e rimbalza sui social coinvolgendo anche i sindaci: come quella di Riccione, Renata Tosi, accusata di aver postato una notizia di sei anni fa, su un’indagine riguardante Bonaccini, e conclusasi in un niente di fatto poche settimane dopo.

O come l’arresto di un avvocato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e che sui suoi social faceva propaganda per Bonaccini. Il conto alla rovescia riguarda anche la Calabria, altra regione chiamata alle urne domenica. Qui a contendersi la presidenza sono Jole Santelli di Forza Italia, l’imprenditore Pippo Callipo sostenuto dal centrosinistra e Francesco Aiello del Movimento 5 Stelle. Matteo Salvini e gli altri leader non le hanno dedicato la stessa attenzione dell’Emilia-Romagna: il leader della Lega sarà a Catanzaro mercoledì per chiudere la campagna, prima di tornare in Emilia-Romagna per il rush finale.

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Il governo propone il taglio delle tasse sul lavoro per i redditi fino a 40mila euro

Incontro tra il premier Conte e i sindacati. Per chi guadagna fino a 28 mila euro dovrebbero essere circa 100 euro in più in busta paga. Diventano 80 euro tra 28mila e 35 mila.

L’incontro era atteso, la riforma annunciata. Il premier Giuseppe Conte il 17 gennaio ha illustrato ai sindacati le proposte dell’esecutivo per tagliare il cuneo fiscale sui redditi da lavoro. «L’appuntamento oggi è dedicato alle modalità di attuazione del taglio del cuneo e al progetto di riforma complessiva del sistema fiscale, in particolare l’Irpef, che è fondamentale per semplificare il nostro sistema tributario e ridurre il carico fiscale su famiglie, lavoratori e pensionati. Coinvolgeremo nel piano di riforma fiscale anche i pensionati. L’obiettivo è restituire sicurezza economica ai lavoratori e alle famiglie, rendendo più equo il sistema tributario», ha detto il premier.

PER CHI GUADAGNA FINO A 28 MILA EURO SONO 100 EURO IN PIÙ

Il taglio del cuneo fiscale che interesserà i redditi fino a 40 mila euro, arrivando a 100 euro al mese per chi guadagna fino a 28 mila euro, per poi scendere con un doppio sistema di decalage. Sarebbe questa l’ipotesi illustrata dal governo al tavolo con i sindacati in corso a Palazzo Chigi. Dopo i 28 mila euro e fino ai 35 mila, la riduzione delle tasse calerebbe gradualmente fino ad arrivare a 80 euro al mese; oltre i 35 mila euro scenderebbe ancora fino ad azzerarsi. Si starebbe ancora valutando oltre quale soglia trasformare il bonus fiscale in detrazione.

GUALTIERI: «TAGLIO DEL CUNEO SOLO IL PRIMO PASSO»

L’incontro con i sindacati è andato «molto bene, c’è stata ampia convergenza sulla modalità con cui varare questo primo intervento importante a sostengo dei redditi da lavoro dipendente», ha detto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri al termine dell’incontro. Il taglio del cuneo fiscale «rappresenta il primo passo di una più generale riforma fiscale» che sarà elaborata nei prossimi mesi con l’obiettivo di varare la legge delega entro aprile. Si tratta comunque di «un primo segnale importante e concreto a sostegno della crescita».

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