Serve un governo e questo non lo è

Basta chiacchiere su migranti, Mes e mascherine. Se Conte non è capace di fare un salto di qualità, deve saltare e lasciare il posto.

L’Italia, sempre ma soprattutto nel tempo del Covid, ha bisogno di un governo. Quali caratteristiche deve avere questo governo? Deve essere innanzitutto autorevole. L’autorevolezza non significa il consenso bulgaro, ma che il governo sappia comandare la macchina dello stato, sappia prendere decisioni tempestive, indichi ai cittadini i comportamenti che in fase di emergenza si possono temere o no, sappia guidare il sistema regionale, dia agli imprenditori prospettive serie in tempi stabiliti, sappia alleviare le sofferenze dei più poveri.

BASTA CON LE CHIACCHIERE

Queste cose le può fare un governo di sinistra o di destra. A scelta vostra, io ovviamente ho la mia scelta. Non è necessario che questo governo abbia applausi o like sui social, l’importante è che faccia. Una volta Cuore fece l’elenco delle correnti del Pci, che ufficialmente non esistevano, e ne indicò una a guida Gerardo Chiaromonte, storico leader riformista, che aveva come nome “Basta con le chiacchiere”. Ecco: basta con le chiacchiere. Con quelle sui migranti, sul Mes, sulle mascherine ecc. ecc.

UNA SITUAZIONE DI PERICOLO, A PARTIRE DA SILVIA ROMANO

Senza un governo con queste caratteristiche diventa difficile anche la cosa più semplice e si discute di stupidaggini ogni giorno che dio manda in terra. I giornali di destra stanno massacrando la povera Silvia creando attorno a lei una situazione di pericolo che merita di essere vigilata. Un governo serio, in via informale, suggerisce alla prefettura di Milano di non perdere tempo nel darle la tutela. Magari il conto lo mandiamo a Feltri.

SULLE MASCHERINE SI MUOVA IL MINISTRO DEGLI INTERNI

Mancano la mascherine? Oppure ci sono nei depositi delle regioni? Il ministro degli Interni scateni l’inferno e trovi le mascherine e se 0,50 non è remunerativo per i farmacisti (e non lo è) si stabilisca un prezzo equo.

Il Mes, basta con le chiacchiere appunto, chissenefrega delle opinioni dei 5 stelle. Più parlano, più l’Italia appare un debitore inaffidabile.

ORGANIZZAZIONI CRIMINALI IN PIENA FASE 3

E poi occhio a quel che succede nel grande mondo della piccola e media distribuzione: usurai, finanziamenti fasulli ad esercizi per riciclare denaro sporco. Anche le organizzazioni criminali sono uscite dal letargo della Fase 1 e sono in piena Fase 3.

Queste cose ed altre le può fare un governo vero.

Soprattutto una deve fare. Abbiamo sempre saputo qual era la collocazione internazionale dell’Italia. Ora invece c’è chi tira per Putin e chi per la Cina. L’innamoramento cinese è trasversale. Dovremmo essere, invece, europeisti e atlantisti. Invece siamo tornati una Italietta che si è messa sul mercato. Uno squallore prima che un errore.

O CONTE FA IL SALTO DI QUALITÁ O DEVE SALTARE

Questo governo che servirebbe con tutta evidenza non è il governo Conte. Penso che il premier abbia fatto cose che altri suoi sodali giallo verdi non avrebbero mai fatto. Ha avuto alle spalle un partito generoso, il Pd. Ora non basta più. Ora serve un salto di qualità, o lui fa il salto o deve saltare e lasciare il posto a un altro.

P.S. Leggo che fra qualche giorno questo giornale chiuderà. Mi dispiace molto e sono grato alla redazione e a Paolo Madron pe lo spazio di libertà che mi hanno dato. Io scendo qui. I funerali non mi piacciono.

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I nodi da sciogliere nel decreto Rilancio

Regolarizzazione dei lavoratori immigrati, bonus vacanze, tutela delle banche. La maggioranza è ancora divisa su alcune delle misure.

Manca ancora un accordo di fondo sul tanto atteso decreto Rilancio, già decreto aprile e decreto maggio. Le misure che valgono 55 miliardi di euro devono essere ancora limate visto che tra i partiti di maggioranza restano distanze su alcuni nodi.

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IL BRACCIO DI FERRO SULLA REGOLARIZZAZIONE

Il primo riguarda la regolarizzazione degli immigrati che lavorano come braccianti, colf e badanti (circa 500 mila persone) su cui si sta consumando il braccio di ferro tra M5s e Pd. I pentastellati hanno alzato le barricate contro ogni tipo di sanatoria. Nella serata di lunedì il ministro all’Economia Roberto Gualtieri e fonti del Pd hanno assicurato che la norma arriverà in cdm, come concordato già domenica notte. Il via libera, ribadiscono, nel corso del vertice di governo è arrivato anche dai ministri M5s, che sarebbero stati sempre in contatto con il capo politico Vito Crimi. Nel testo, spiegano i dem, «sono stati inseriti una serie di vincoli per accogliere le obiezioni M5s, inclusa l’esclusione di ogni sanatoria per chi sia stato condannato per reati come il caporalato: non si può continuare a discutere all’infinito». Al premier Giuseppe Conte, dicono le stesse fonti, spetterà una mediazione.

BANCHE E BONUS VACANZE

Ma non è finita qui. Ad agitare il percorso del decreto in casa M5s anche il tema della tutela delle banche, norma che prevede garanzie statali per sei mesi dal valore di 15 miliardi. Italia viva invece punta i piedi sul bonus vacanze riservato, nei piani, alle famiglie con un Isee fino a 50 mila euro. I renziani sarebbero per destinare i 2 miliardi direttamente agli imprenditori che, invece, sarebbero costretti ad anticipare il bonus ai clienti in cambio di un credito di imposta a fine anno.

LEGGI ANCHE: Il governo dà l’ok alle Regioni: riaperture differenziate dal 18 maggio

LE REGIONI CHIEDONO 5,4 MILIARDI

Infine resta il nodo degli enti locali. I presidenti di Regione hanno chiesto un impegno economico maggiore degli 1,5 miliardi stanziati nel decreto: ne servono 5,4.

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Zingaretti mette in guardia Conte: «Se il governo non ce la fa, si va al voto»

Dopo le bordate di Renzi e Italia viva al premier, il segretario del Pd invita l'esecutivo a dialogare con le opposizioni escludendo però maggioranze alternative.

«Il governo deve dialogare con le opposizioni. Se non ce la fa, vedo difficile che si possa riproporre una maggioranza diversa». È questa la posizione di Nicola Zingaretti, segretario del Pd.

Intervistato a SkyTg24 Zingaretti ha “messo in guardia” il premier Giuseppe Conte dopo il fuoco incrociato delle opposizioni e di Matteo Renzi. In caso in cui all’esecutivo venisse meno l’appoggio necessario, l’unica via d’uscita per il leader dem sarà «il voto».

«IL PD NON SI PRESTA AI GIOCHI DELLA POLITICA»

Circa la polemica sollevata dal caso Di Matteo-Bonafede, Zingaretti ha messo in chiaro che il Pd «non si presterà a giochi di Palazzo o alla politica del chiacchiericcio e degli sgambetti». Alla politica, ha aggiunto, «dico che la priorità è capire come combattere le mafie nelle carceri e come contrastarne l‘inquinamento dell’economia legale. Su questo dobbiamo trovare insieme le soluzioni e questo non c’entra nulla con il chiacchiericcio del sistema politico in queste ore».

«STATALIZZAZIONI? SOLO BALLE»

Per quanto riguarda invece la fase 2, Zingaretti ha bocciato ogni ipotesi di statalizzazione delle imprese. Lo Stato, ha chiarito, deve dare «sostegno alle imprese non per governarle o statalizzarle. Quelle sono balle». Sì invece al «sostegno pubblico per costruire un rapporto serio con chi vuole riprendere a produrre e difendere le aziende». Mentre sulla minaccia di dimissioni della ministra all’Agricoltura renziana Teresa Bellanova Zingaretti spera che «si trovi una soluzione. Il piano proposto è corretto ed è una esigenza sotto tanti aspetti. C’è rigidità soprattutto per ragioni di visibilità politica».

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Cauta fiducia e tamponi: così usciremo dalla pandemia

Col pessimismo, l'allarmismo, l’invito a non fare non si va lontano e l'Italia muore. Con il Covid dobbiamo imparare a convivere senza diventare il Paese dei tragediatori. Ed è qui che il governo deve dare prova di sé.

Dobbiamo seguire con attenzione quelli che ci invitano a non abbassare la guardia, che ci ricordano che il vaccino sarà pronto fra un anno (o due), che la cura anti-Covid è tuttora sperimentale, che ci sono troppi contagiati che non lo sanno e così via.

Una sana dose di pessimismo e un allarmismo giudizioso fanno bene a un Paese che peraltro ha mostrato una capacità di disciplina, soprattutto con i più giovani, straordinaria.

Tuttavia col pessimismo, il cauto allarmismo, l’invito a non fare non si va lontano e un Paese muore. Ormai abbiamo capito, anche noi orgogliosamente non virologi, che la quarantena serve per piccole realtà, un paese, una residenza, ma non si possono chiudere regioni o città a meno che non scoppi l’ambaradan.

UNA MACCHINA BUROCRATICO-SANITARIA CONTRO IL COVID

Le esperienze più riuscite dicono che là dove c’è un contagio c’è un tampone, una cura per l’ammalato, la ricerca di tutti coloro che potrebbe aver contagiato, l’eventuale loro isolamento. Serve una macchina burocratico-sanitaria che abbia tamponi, che sia attrezzata tecnologicamente, che sappia intervenire per tempo sui casi che ogni volta si prospettano. In Italia abbiamo questa capacità? È qui che si deve misurare la qualità del governo. L’affaire deve passare dalla ministra Luciana Lamorgese ad altri ministri, per esempio al mite e operoso Roberto Speranza dandogli mezzi e staff adeguati.

OSARE SIGNIFICA ANCHE TORNARE ALLA VITA “NORMALE”

Però il pessimismo no. Il Covid, ci spiegano i virologi, sarà un compagno di merenda, più o meno aggressivo, a vita. Nel frattempo che facciamo, andiamo in campagna a cercare tuberi da bollire o mettere sulla brace un cinghialone inurbato? No, bisogna osare, come avrebbe detto il presidente Mao. Osare significa far ripartire la produzione e la vita normale. Una vita che non sarà mai normalissima. A nessuno di noi piacerà sedere al ristorante a un tavolino attaccato a un altro che ospita uno sconosciuto. La stessa cosa al bar. Tutti però abbiamo imparato a rispettare le regola del distanziamento e, udite udite, anche l’abitudine a fare la coda. Molti si sono scandalizzati per quella lunga striscia di auto che andavano ai McDonald, poco riflettendo sul fatto che erano tranquillamente in coda. Molto british, no?

L’ITALIA NON SIA IL PAESE DEI TRAGEDIATORI

Non so se usciremo da questa pandemia migliori o peggiori. Non lo sa nessuno e ciascuno lo valuterà a secondo della propria visione del mondo (catastrofisti versus provvidenzialisti), tuttavia abbiamo imparato a come evitare di farci del male. Dovremmo anche imparare a non rompere le palle agli altri. Troppi giocano a fare gli sbirri, le spie per vedere se nei parchi (nei parchi, signora mia) ci sono bambini e famiglie. L’invito alla fiducia e al tempo stesso l’obbligo dello Stato di rivelarsi tecnologicamente attrezzato sono l’unica garanzia per salvare il salvabile e per progettare il futuro. Sennò diventeremo il Paese dei “tragediatori”.

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Perché Conte non cadrà (almeno per ora)

I giornali di destra spingono per la defenestrazione del premier. Il suo governo ha fatto errori, ma ci sta portando fuori dal momento più brutto del virus. Renzi e Salvini rosicano che ci stia lui là. E l'opzione di unità nazionale di Draghi non funzionerebbe certo coi due Mattei in agguato. Fino alla fase 3, cioè fino al vaccino, tutto resterà così.

Il tema dei giornali di destra e di molti ambienti della stessa maggioranza è come far cadere Giuseppe Conte (c’è anche il tema dei capelli di Giovanna Botteri, povera stella, bravissima collega). La prospettiva ha addirittura tirato fuori dai cassetti conservati in soffitta gli appelli pro e contro. Tutti ben firmati, tutti ridondanti, tutti inutili malgrado molte persone che hanno apposto la firma all’uno o all’altro siano degnissime. La verità è che Conte, a meno di errori clamorosi che rendano inevitabile la sua caduta da cavallo immediata e visibile, è per ora in sella e ci resterà a lungo.

IL SUCCESSO DI CONTE RAFFORZEREBBE ANCHE IL PD

Le ragioni per defenestrarlo sono molteplici e non tutte fanno riferimento a critiche sul suo operato. Il governo ha fatto molti errori, ma ha affrontato un evento inedito e spaventoso come il coronavirus, e lentamente e con momenti di confusione ci sta tirando fuori dal momento più brutto. Conte deve essere fatto fuori per altre ragioni. Perché il suo successo darebbe vita a una nuova formazione politica e forse a una nuova maggioranza stabile con il Partito democratico.

LO ACCUSANO DI AVER TRADITO

Conte deve essere fatto fuori perché Matteo Renzi e Matteo Salvini, gli sfigati di questa fase politica, non reggono che stia lui là dove sono stati o erano sul punto di andare loro. Conte deve essere fatto fuori perché il suo ministro degli Esteri ammicca troppo a Cina e Russia e ciò irrita gli Usa (e anche me, nel mio piccolo). Conte deve essere fatto fuori, secondo la destra, perché ha tradito. Qui siamo di fronte al capolavoro delle falsificazioni. Si lamenta il tradimento di Conte e si ignorano le coglionate di Salvini di cui una destra seria si sarebbe liberata da tempo.

SARÀ IN GRADO DI REGGERE LA FASE 3?

Poi c’è il dubbio, che è anche il mio, se Conte sarà in grado di reggere la cosiddetta fase 3, cioè quella in cui la questione sociale si presenterà con caratteri mai visti prima. Nessuno sa se Conte avrà la forza per affrontare quei marosi. Soprattutto il dubbio non riguarda lui, bensì se lui è in grado, senza un partito solido alle spalle, di tenere unito lo Stato di fronte a un passaggio che sarà terribile.

PER L’UNITÀ NAZIONALE SERVE ZAIA, NON SALVINI

Da qui la suggestione di un cambio importante con una personalità del livello di Mario Draghi. Nessuno dice che questo cambio verrebbe favorito se una parte dei protagonisti di oggi si levassero dalle palle. Non si può fare Draghi premier, provare l’unità nazionale e avere alle spalle di simile operazione un uomo non presente a se stesso come Salvini che dopo un bicchiere di birra potrebbe far saltare una grande operazione. Con Luca Zaia si può.

DOPO IL VACCINO VIA ALLA GUERRA CIVILE A BASSA INTENSITÀ

Anche questa ultima suggestione cozza però con un dato di fatto. Quando si dovrebbe fare questa operazione? Si dice dopo l’estate, finita la Fase 2. Ma quando finiscono le fasi nessuno lo sa e forse l’unico termine di riferimento potrebbe essere il momento in cui milioni di italiani saranno vaccinati e quindi il Paese potrebbe iniziare la sua bella guerra civile a bassa intensità. Prima di allora cambiare il governo è impresa difficile, rischiosa, anche avventuristica. A meno che non sia Conte, come settimane fa gli suggerii, a dichiarare chiusa la propria esperienza mettendosi in riserva della Repubblica.

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Nella bozza del Def ci sono 55 miliardi di deficit per il decreto aprile

Il governo prevede un crollo del Pil dell'8% alla fine del 2020. Convocato per il 24 aprile il Consiglio dei ministri che deve varare le nuove misure anticrisi.

Ricchezza nazionale in caduta libera, con perdite per 126 miliardi e chiusura a fine 2020 nel migliore dei casi a -8%, debito che schizza al 155,7% del Pil – ma rimane sostenibile – e un indebitamento a due cifre, attorno al 10,4%, compreso il nuovo deficit fino a 55 miliardi di euro che servirà per finanziare il decreto aprile contro le conseguenze economiche del coronavirus.

Si compone di cifre mai viste prima la bozza del Documento di Economia e Finanza (Def) che il governo ha messo a punto non senza intoppi in vista del Consiglio dei ministri del 24 aprile, sia per la complessità dell’elaborazione delle stime in un contesto più che mai incerto, sia per le difficoltà nel ricomporre le spinte della maggioranza.

Il virus avrà effetti a lungo sull’economia, che si esauriranno nel primo trimestre del prossimo anno: nel frattempo bisognerà continuare con il distanziamento sociale e i protocolli di sicurezza per evitare il riaccendersi di nuovi focolai.

Il nuovo scenario presuppone dunque un rimbalzo nel secondo semestre dell’anno, con l’epidemia sotto controllo e la ripartenza graduale di tutte le attività. E mette in conto per il 2021 un recupero della crescita al 4,7% e l’eliminazione definitiva delle clausole di salvaguardia sull’Iva, complice la sospensione delle regole del Patto di stabilità nell’emergenza che si presume non sarà riattivato già dal prossimo anno.

Superata l’emergenza il quadro sarà rivisto: intanto il governo lavora a misure per attenuare i danni economici del virus e mette in conto semplificazioni e riforma delle tasse tra le riforme strutturali che contribuiranno a mantenere la credibilità sui mercati e a riportare (in 10 anni) il debito sulla media europea.

Le riunioni si susseguono ininterrottamente da giorni e nelle ultime ore rispuntano tensioni tra i partiti davanti alle scelte da fare per distribuire i circa 3 punti aggiuntivi di scostamento dagli obiettivi di deficit, che il Parlamento voterà all’inizio della prossima settimana. Per chiudere il Def è necessario prima trovare un’intesa di massima sugli interventi del decreto aprile tra sanità, ammortizzatori, aiuti alle imprese e alle famiglie.

Sui titoli tutti d’accordo ma sulle singole misure emergono le differenze: il M5S spinge per ottenere il massimo sul fronte del reddito di emergenza, nuova ‘costola’ del reddito di cittadinanza da destinare alle fasce più deboli della popolazione. Ma c’è il rischio di sovrapposizione con altri strumenti, dagli indennizzi per chi ha lavoro atipico o saltuario fino al nuovo sussidio in arrivo per colf e badanti, avvisano gli alleati. Il nuovo Rem, nelle intenzioni 5S sarà comunque un assegno temporaneo “vicino ai 500 euro” come ribadisce il viceministro all’Economia Laura Castelli negando tensioni con il ministro Roberto Gualtieri.

Ma la riunione notturna, racconta più di un partecipante, è stata parecchio agitata anche per la richiesta del ministro della Famiglia, Elena Bonetti, di inserire nell’elenco anche l’assegno per i figli, indipendentemente dal reddito familiare. Misura più adatta “alla legge di Bilancio”, fa notare qualcuno, ma sulla quale Italia viva annuncia battaglia: se non ci fossero risorse, secondo qualcuno, non è escluso che la ministra di Iv possa arrivare a minacciare le dimissioni. La sintesi sarà lasciata a una riunione del premier Giuseppe Conte e di Gualtieri con i capidelegazione prima del Consiglio dei ministri, rimandato più volte negli ultimi due giorni.

Un punto di caduta si trova intanto su un altro dei cavalli di battaglia dei renziani, il rinvio di sugar e plastic tax (costo circa 200 milioni) che quindi dovrebbero scattare non da luglio ma dal prossimo anno. Boccata di ossigeno per le imprese che dovrebbero anche vedersi sbloccare rapidamente vecchi crediti della P.a. ancora non pagati per 12 miliardi.

Altri 10 miliardi arriveranno invece sotto forma di ristori diretti per 8 miliardi per le attività più piccole, con meno di 10 dipendenti, e con altri 2 miliardi di aiuti per gli affitti e le bollette. A sanità e protezione civile dovrebbero andare altri 4-5 miliardi mentre il pacchetto più consistente sarà quello dei sostegni a lavoro e reddito: ci sarà il rifinanziamento di Cig e cassa in deroga per altre 9 settimane con 13 miliardi, 7 miliardi andranno all’aumento da 600 a 800 euro dell’indennità per gli autonomi, che sarà erogata per altri due mesi (aprile e maggio), mezzo miliardo servirà per la proroga dei congedi speciali e del bonus babysitter per le famiglie con i figli ancora a casa da scuola mentre circa 1,3 miliardi andranno al rafforzamento della Naspi e al sussidio per colf e badanti. Infine 1 miliardo servirà per il reddito di emergenza.

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M5s e Pd ancora ai ferri corti sul Mes

I pentastellati accusano l'alleato dem di andare contro il governo e il premier. La risposta del capogruppo Marcucci: «In Europa è stato fatto un capolavoro».

Non c’è pace nella maggioranza sul Mes e sul possibile ricorso dell’Italia al Salva Stati. Continua a distanza il braccio di ferro tra il M5s, contrario, e il Pd favorevole insieme con Italia viva (e Silvio Berlusconi che si è smarcato da Lega e FdI).

A mettere l’ennesimo paletto è stato il capo politico dei 5 stelle Vito Crimi che in una intervista al Fatto Quotidiano ha accusato l’alleato dem di mettere «in discussione la linea del governo e del presidente del Consiglio Conte che ha espresso la necessità di altri strumenti contro la crisi». Un atteggiamento che, a suo dire, rischia di danneggiare anche la trattativa in Europa. Rispetto a un’ipotesi di un chiarimento nella maggioranza Crimi ha poi tagliato corto: «No, serve che il Pd chiarisca al Paese perché ha cambiato posizione».

MARCUCCI: «IL GOVERNO HA FATTO UN CAPOLAVORO»

La risposta piddina è arrivata a stretto giro. «Il governo non rischia sul Mes, è il governo che ha ottenuto questo miracolo, trasformando il Mes», ha ribadito a Repubblica.it il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci. «Legarsi alla terminologia senza andare a vedere che cosa è cambiato, vuol dire rifiutare l’oggettività dei risultati ottenuti da Conte, che è riuscito a fare una rivoluzione. Il Mes ora è a disposizione dei Paesi su interventi prioritari nel campo sanitario senza condizionamenti. È cassa disponibile e bisogna accedervi». Insomma, il governo in Europa ha fatto un «capolavoro».

DELRIO: «PERCHÉ NON USARE MILIARDI PRESTATI SENZA INTERESSI?»

Sulla stessa linea Graziano Delrio, capogruppo dei dem alla Camera. «Accettare il Mes mette in discussione Conte? Non si mette in discussione nulla, il 99% degli italiani capisce che se non ci sono condizioni capestro il nostro Paese deve usare tutte le risorse necessarie: se ci vengono prestati senza interessi dei miliardi perché non dobbiamo usarli?», ha detto a Radio Anch’io. E ha aggiunto: «È un successo aver ottenuto il Mes senza condizionalità, il governo deciderà ma non può dire di non averne bisogno e poi non finanziare alcune cose perché non ci sono le risorse. Non buttiamo a mare la disponibilità di miliardi per la sanità pubblica».

DI STEFANO: «DELRIO VA ALLA CIECA CONTRO IL GOVERNO»

Nel ping pong di dichiarazioni, è intervenuto per il Movimento il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano. «La verità è che le condizionalità del Mes esistono e il fatto che siano light non cambia la sostanza», ha attaccato, «vieni spinto dentro l’austerity passando dalla porta di servizio, invece che dall’ingresso principale». Mentre Delrio, secondo il grillino, «va alla cieca contro il governo».

BUFFAGNI INSISTE SUGLI EUROBOND

In un’intervista a Radio24 il viceministro al Mise Stefano Buffagni è tornato invece a insistere sulla necessità degli eurobond. Il Mes, ha detto «ci impone dei limiti che dovrà pagare pure mio figlio fra 30 anni. Si tratta di ulteriore debito che verrebbe dato in cambio di alcuni limiti che sono previsti dai Trattati. Allora o si cambiano i Trattati, oppure sono solo parole. Noi abbiamo bisogno di uno strumento che permetta all’Italia e a tutta l’Europa di ripartire. Gli eurobond devono servire a far ripartire il Paese e l’Europa».

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Nomine, fumata nera ma tanti nomi sul piatto

Stamattina riunione della maggioranza. Pd conservativo, 5 Stelle scatenati. Verso la riconferma Starace in Enel e Descalzi in Eni. Per le presidenze in pole, rispettivamente, Bernabè e De Gennaro. In Leonardo quasi certo l'arrivo di Carta dall'Aise. In caso il ceo Profumo saltasse, tra i candidati Caio, Donnarumma, Ferraris. Con l'incognita Altavilla. Tutte le caselle aperte.

È finita con una fumata nera anche la riunione nella mattinata del 14 aprile per la scelta dei prossimi vertici delle società partecipate dallo Stato. E, d’altra parte, nessuno si aspettava un accordo a sette giorni dalla scadenza della presentazione delle liste.

Come capita più o meno dall’inizio del Conte bis, fino all’ultimo M5s e Pd si scontreranno. I primi chiedono un ricambio profondo, gli altri la conferma di tutti gli amministratori delegati.

Finirà con una mediazione, come si confà a un governo di coalizione che ha tra i suoi azionisti il M5s al 50%, il Pd al 30%, i renziani al 15% e LeU al 5%. Vediamo allora casella per casella cosa è sul tavolo del comitato composto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, dal ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini, dal viceministro all’Economia Antonio Misiani. E, last but not least, Maria Elena Boschi per i renziani di Italia viva.

LE ROSE DEI CANDIDATI

ENEL. Conferma scontata per l’attuale ad Francesco Starace, che nel gioco delle attribuzioni sarà assegnato in quota Renzi (che lo avrebbe voluto in Eni). Alla presidenza si fa largo l’ipotesi di Franco Bernabè, grande amico di Casaleggio padre.

ENI. Anche qui nessuna novità per il capoazienda, Claudio Descalzi, che si è conquistato l’appoggio del Pd e del premier Giuseppe Conte grazie alla sua costante consulenza di politica estera. Alla presidenza circola con insistenza il nome del prefetto Gianni De Gennaro, ora in Leonardo, che dovrà garantire il governo verso le procure che hanno messo Eni nel mirino.

Alessandro Profumo.

POSTE. Matteo Del Fante, che piace a Renzi ma anche ai 5 stelle, grazie al grande supporto dato dalla sua azienda al reddito di cittadinanza, resta al suo posto. Alla presidenza il Pd spinge per Alessandro Profumo, ammesso che l’ex banchiere si sottragga alla regola della riconferma degli ad, per via della pletora di appetiti che si addensa su Leonardo.

LEONARDO. Per l’ex Finmeccanica la pattuglia dei pretendenti non è certo smilza. Quasi sicura la casella della presidenza per Luciano Carta, direttore dell’Aise e apprezzato generale della Finanza. Per l’ad, se non venisse confermato Profumo, molti i nomi che girano. Da Francesco Caio, attuale presidente di Saipem, a Stefano Donnarumma, ora in Acea, ma con un trascorso anche nel mondo dell’industria (Bombardier, etc). Da Luigi Ferraris, ad di Terna, con una lunga precedente esperienza di Cfo in Enel e Poste a Giuseppe Giordo, spinto dai grillini e ben visto anche da Renzi. Giordo, attualmente direttore generale della divisione navi militari di Fincantieri, è già stato in Finmeccanica come capo di Alenia, per poi passare alla concorrente cecoslovacca Aero Vodochody Aerospace perché entrato in rotta di collisione con l’allora ad Mauro Moretti. Tra le possibili sorprese anche Alfredo Altavilla, ex braccio destro di Sergio Marchionne in Fca e ora consigliere in Tim.

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Francesco Caio (Ansa)

TERNA. Il Mef insiste per la conferma di Luigi Ferraris al vertice della società che gestisce la rete elettrica, al suo primo mandato. Ma Fraccaro gioca anche qui la carta Donnarumma, manager che gode della sua stima. Nel caso succedesse, per Acea si è fatto avanti l’ex ad della municipalizzata milanese A2A Luca Valerio Camerano. Alla presidenza, finita l’era di Catia Bastioli, potrebbe arrivare Lucia Calvosa, docente all’università di Pisa e consigliere d’amministrazione indipendente di Tim.

ENAV. Lotta in corso anche per la società quotata del trasporto aereo. L’ad Roberta Neri è stimata dalle parti del ministro Roberto Gualtieri e del mondo dalemiano, ma nessuno crede ce la farà. Il M5s rivendica la poltrona per un suo uomo. Sarà Paolo Simioni, che guida ora la disastrata Atac? Qualcuno sussurra che potrebbe essere un giovane emergente gradito dalle alte sfere militari.

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Roma decide troppo e comanda poco: Conte esca di scena

Nonostante abbia dalla sua parte molti italiani, il premier ormai ha perso il controllo del Paese. Le Regioni vanno in ordine sparso. E un suo passo indietro lascerebbe politicamente nudi i Salvini e le Meloni colpevoli di una opposizione irresponsabile.

La situazione di Giuseppe Conte, presidente del Consiglio per caso e a capo di due governi con maggioranze opposte, si fa ogni giorno più complicata.

Molti cittadini hanno deciso di stare dalla sua parte. Il suo vantaggio è che dall’altra parte ci sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni, due politicanti a cui nessuno affiderebbe l’Italia per evitare che ne facciano uso come hanno fatto della Lombardia.

Tuttavia i consensi che Conte ha accumulato sono fragili sia perché fronteggiano una marea umana e politica di ostilità molto combattiva sia perché dietro Conte c’è il nulla (lo dico senza aver intenzione di offendere Marco Travaglio e Andrea Scanzi).

LE REGIONI ORMAI VANNO IN ORDINE SPARSO

Il tempo che viviamo richiede governi forti, politicamente forti. Governi cioè che possano dare agli italiani indicazioni, direzione di marcia, idee, sicurezza. Conte non riesce a creare questa immagine di sé. È diventato più popolare. È indubbiamente una sorpresa nella politica italiana. Ha fatto, a mio parere, cose buone, ma non è l’uomo che potrà trascinarci fuori da questo casino.

L’affare Colao ha portato in prima linea tecnici di valore, ma ha creato una situazione di doppio governo che è al limite della Costituzione

Ci sono alcuni problemi che sembrano al di fuori della sua portata. Non riesce a esercitare da Roma un “comando” sul Paese. Ormai le Regioni vanno in ordine sparso. L’approvvigionamento di materiali sanitari è stato afflitto da una lentezza esasperante e si trema all’idea di come un governo così combinato potrà gestire in autunno la probabile e augurabile distribuzione massiva del vaccino. Le misure di distanziamento sono molto severe e il governo non si accorge, come non se ne accorgono anche gli esperti, che il Paese – che si è comportato benissimo – è sull’orlo di una gigantesca crisi di nervi. L’ affare Colao ha portato in prima linea tecnici di valore, ma ha creato una situazione di doppio governo che è al limite della Costituzione. Potrei continuare.

NESSUNO RINUNCIA ALLA MISERABILE POLEMICHETTA POLITICA

Tutto nasce dal fatto che l’Italia ha mostrato molte meraviglie e talenti in tanti campo ma tutte le sue miserie nella politica e nel giornalismo (fa testo lo scontro Casalino-Mentana). L’Italia invece ha bisogno di una premiership, di una maggioranza, di una opposizione che siano in grado di creare il big bang della solidarietà politica. L’Italia è sempre riuscita a trovare questa strada. Non c’è crisi dal Dopoguerra che non abbia visto forze opposte continuare a combattersi ma unite nella difesa della patria. Questa volta nessuno rinuncia alla sua miserabile polemichetta. Todos caballeros.

L’USCITA DI SCENA DEL PREMIER DISARMEREBBE GLI OPPOSITORI

Ecco perché servono due cose. La prima è un gesto di lungimiranza da parte di Conte. Si intesti l’uscita dalla fase 1 e lasci. Il Paese lo richiamerà, prima o poi. La seconda è che il capo dello Stato non potrà più fare la “rammendatrice” quando gli sbreghi politici e istituzionali si rivelano così laceranti. Deve dare al Paese un altro punto di riferimento. Deve darlo in modo che la cabina di comando sia rispettosa delle regole parlamentari e tenti di mettere assieme gli opposti. Con i facinorosi faremo i conti dopo. La stagione di Conte è arrivata al termine. La sua breve carriera si è fondata su un mutamento di alleanza che per molti italiani è una ferita. La sua dignitosa uscita di scena lascerebbe nudi, politicamente, i suoi oppositori che hanno mostrato una totale incapacità di saper gestire con responsabilità il ruolo di opposizione. Il Paese è al limite. Fingere di non saperlo è criminale.

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Il governo pone la fiducia al Senato sul Cura Italia: l’unità nazionale scricchiola

Le opposizioni lamentano un mancato coinvolgimento e la mancanza di dibattito in Aula. Anche se molti dei loro emendamenti sono stati recepiti.

L’unità nazionale, almeno di facciata, in nome dell’emergenza coronavirus scricchiola.

A inasprire i rapporti la fiducia annunciata dal governo in Senato sul decreto Cura Italia, che stanzia 25 miliardi, l’opposizione ha reagito negando il suo sì al decreto. Per la prima volta non ci sarà dunque un voto bipartisan su un provvedimento legato al contrasto della pandemia.

Tuttavia non si può parlare propriamente di rottura visto che nell’esame del decreto in commissione Bilancio sono stati approvati molti emendamenti del centrodestra, e diversi ordini del giorno, con cui l’esecutivo si è impegnato a recepire nel decreto di metà aprile una serie di misure suggerite dalle opposizioni che hanno assicurato di rispettare l’accordo tra gruppi sul contingentamento di senatori presenti in Aula.

LE CRITICHE DELL’OPPOSIZIONE

Il decreto, che nel testo originario conteneva 127 articoli, è letteralmente raddoppiato poiché sono stati inglobati due precedenti decreti varati ai primi di marzo: uno di carattere economico (del 2 marzo) e uno sugli aspetti sanitari (del 9 marzo). Proprio la ravvicinata scadenza di questi è stata indicata dal governo come motivo del ricorso alla fiducia, una procedura che accelera i tempi di approvazione, ma che cancella di fatto la possibilità di ulteriore confronto in Aula, dopo quello in commissione. Ed è ciò che lamentano le opposizioni che accusano il governo di aver rotto il clima di unità.

LE MISURE CONTENUTE NEL DECRETO

La legge riguarda tutti gli aspetti della vita civile, economica e sociale: il lavoro (la cassa integrazione per i dipendenti e i 600 euro per gli autonomi), la sospensione del pagamento di tasse e rate dei mutui, il prolungamento della validità dei documenti in scadenza, la previsione che i Consigli comunali e regionali si riuniscano online e che altrettanto facciano le scuole con i consigli di classe e di istituto, la sanificazione delle scuole e di uffici pubblici, il lavoro agile nella Pa, il rinvio di concorsi, e ancora misure economiche per i vari settori produttivi, per l’amministrazione della giustizia, per le carceri, e un’infinità di altre misure. Tra gli emendamenti approvati il rinvio del pagamento della RC auto, la sospensione degli sfratti e delle procedure di pignoramento della casa.

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I sondaggi politici sul coronavirus del 7 aprile

Secondo l'Istituto Piepoli, Conte è il leader più apprezzato, davanti anche a Mattarella. Il 66% degli italiani approva l'operato del governo, mentre il 55% vorrebbe un'Europa più unita. I temi di maggiore interesse? La crescita dei contagi, il numero delle vittime, le manifestazioni di solidarietà e l'arrivo dei medici albanesi.

Gli italiani nell’emergenza coronavirus sono sempre più soddisfatti dell’azione del governo, e in particolare del premier Conte, mentre restano critici con la risposta che l’Europa sta dando alla crisi. Il tema che li attira di più è quello dell’andamento della curva dei contagi e del numero delle vittime, quello che li colpisce di meno è il ricovero di Boris Johnson in ospedale. È questo il quadro che emerge dallo studio dell’Istituto Piepoli Il barometro #insiemeoltreilvirus. Uno studio che ha lo scopo di monitorare, ogni settimana, il sentiment dell’opinione pubblica rispetto all’evoluzione del fenomeno Covid-19.

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IL LEADER PIÙ APPREZZATO È CONTE

Cresce di giorno in giorno la fiducia nel governo e il leader più apprezzato è il premier Giuseppe Conte (68%), che supera di un punto anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (67%) al vertice del gradimento degli italiani. A propendere per il capo dello Stato sono i cittadini che si definiscono di centrosinistra (94%) e quelli di centrodestra (55%). Mentre i primi scelgono Conte per l’82% e i secondi per il 34%. Ma a fare la differenza sono i sostenitori del M5s: l’85% sceglie Conte, il 58% il capo dello Stato.

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GRADIMENTO DEL GOVERNO AL 66%

Complessivamente, al governo viene dato un gradimento del 66%. Plauso cresciuto progressivamente in sei giorni, dal 24 al 30 marzo, visto che si partiva dal 38%. Il 76% del campione dà un giudizio positivo sulle azioni messe in campo per fronteggiare l’epidemia nel Paese (nel Nord Ovest riscuote un 72% di consensi, nel Nord Est il 73%, l’80% al Centro, 77% al Sud e nelle Isole), mentre quelle di natura economica anti-crisi ricevono un gradimento del 60% (i più contenti nel Centro Italia, 64%, il 56% nel Nord Ovest, il 57% nel Nord Est, il 59% a Sud e nelle Isole).

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IL 55% DEGLI ITALIANI VORREBBE UN’EUROPA PIÙ UNITA

Sei italiani su 10 vorrebbero un’Europa unita, cioè il 55% (i contrari sono il 34%), ma pochi di loro sono soddisfatti per come l’Unione stia rispondendo ai bisogni dei Paesi più colpiti dal virus. Per il 42% sta facendo «poco», per il 41% «nulla» e solo per il 14% «abbastanza». Per il 64% degli italiani l’emergenza coronavirus comporterà degli effetti negativi per l’Ue, mentre solo per il 15% saranno positivi.

CINA, ALBANI E RUSSIA I PAESI AMICI

Il Paese che gli italiani vedono come quello che li sta aiutando di più è senz’altro la Cina (52%), seguita dall’Albania (18%) e dalla Russia (9%). Solo per il 3% sarebbero gli Usa.

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IL 90% È FAVOREVOLE ALL’ALLUNGAMENTO DEL LOCKDOWN

Il 90% degli italiani, cioè nove su 10, sono favorevoli a che le misure di contenimento anticontagio, cioè il lockdown, si protraggano oltre il 13 Aprile. Il 61% è «molto favorevole», mentre il 29% «abbastanza». Solo il 2% è «totalmente contrario» al protrarsi dell’obbligo di restare a casa.

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IL TIMORE DEL CONTAGIO IN LIEVE CALO

Cala leggermente negli ultimi giorni la paura del contagio. Dal 71 si passa al 67%. Quelli più spaventati sono nelle Isole con la punta del 79% che poi cala al 70% nell’ultimo periodo. Leggermente in controtendenza è il Nord Ovest, la zona più colpita dal Covid, dove la percentuale di chi teme il contagio passa dal 63% del 9 marzo al 69% del 23 dello stesso mese.

L’ARGOMENTO DI MAGGIOR INTERESSE È LA CRESCITA DEI CONTAGI E IL NUMERO DELLE VITTIME

Il 48% del campione intervistato – che è rappresentativo della popolazione italiana dai 18 anni in su, segmentato per sesso, età e collocazione geografica – è stato colpito dalla crescita dei contagi e dal numero delle vittime. Mentre il 13% ha rivolto la sua attenzione alle manifestazioni di solidarietà ricevute, come l’arrivo in Italia dei medici albanesi. Il 7% ha preso a cuore il dibattito nell’Unione europea sui coronabond e soltanto l’1% le sorti del premier britannico Boris Johnson ricoverato in ospedale.

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Cura Italia, ok al bonus di 600 euro per collaboratori dello Sport

Si potrà ottenere l'aiuto solo se si ha un reddito entro i 10 mila euro. Inoltre il beneficiario non dovrà aver percepito entrate per il mese di marzo 2020 né il Rdc e non potrà cumulare le indennità con le altre previste dal decreto.

Continuano a essere discussi gli emendamenti al decreto Cura Italia per fare fronte alla crisi causata dal Covid-19.

Lunedì mattina si è svolta l’ultima riunione del tavolo presieduto dal ministro dei Rapporti con il parlamento Federico D’Incà tra governo e opposizioni, mentre nel pomeriggio è convocata la commissione Bilancio del Senato per le votazioni.

VIA LIBERA AL BONUS PER COLLABORATORI DELLE ASSOCIAZIONI SPORTIVE

C’è intanto il via libera al bonus di 600 euro per i collaboratori delle associazioni sportive. Il decreto ministeriale che attua la normativa ha infatti ottenuto il placet della Ragioneria generale. Prevede che entro aprile si possano presentare le domande a Sport e Salute spa – che avrà per questo risorse per 50 milioni – attraverso un’apposita piattaforma informatica. È stabilito uno specifico ‘paletto’ di reddito (10 mila euro) entro il quale poter ottenere l’aiuto e ulteriori domande saranno accettate solo se ci saranno eventuali risorse residue. Il collaboratore sportivo, inoltre, non dovrà aver percepito né altro reddito da lavoro per il mese di marzo 2020 né il reddito di cittadinanza, dovrà non essere pensionato e non potrà cumulare le indennità con le altre previste dal decreto Cura Italia.

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Il rapporto di collaborazione sportiva cui si riferisce la domanda deve essere già in vigore alla data del 23 febbraio 2020 e ancora in corso alla data del 17 marzo scorso, ovvero la data di entrata in vigore del Cura Italia. Le autocertificazioni, compreso l’ammontare dei compensi percepiti nel 2019, verranno fornite online, e alla domanda si dovrà allegare soltanto la copia fronte-retro di un documento di riconoscimento valido e una copia del contratto di collaborazione o della lettera di incarico, o in alternativa copia della quietanza dell’avvenuto pagamento del compenso nel mese di febbraio 2020.

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Decreto liquidità: le misure sul tavolo del governo

Fondo di garanzia per le Pmi da 7 miliardi. Prestiti senza burocrazia fino a 25 mila euro. Ed estensione del golden power. I sostegni alle imprese al centro del cdm.

Attesa per il varo del decreto imprese nel Consiglio dei ministri di lunedì 6 aprile. Sul tavolo del governo per affrontare l’emergenza Covid-19 nuova liquidità al sistema, ulteriore sospensione delle scadenze fiscali, estensione del golden power per evitare scorrerie pirata sulle aziende italiane di settori strategici. E, ancora, il decreto per la scuola, il rinvio delle elezioni amministrative e il probabile rinvio al 3 maggio della chiusura dei tribunali.

Nel governo si tratta fino all’ultimo miglio. Al centro delle tensioni interne alla maggioranza non c’è solo la quota di garanzia statale da assicurare per i prestiti bancari alle imprese ma, soprattutto, il ruolo di Cassa Depositi Prestiti.

LE MISURE SUL TAVOLO

Le ultime novità prevedono prestiti garantiti al 100% e senza istruttoria e senza costi fino a 25 mila euro per le piccole e medie imprese. Garanzia totale fino a 800 mila euro mentre per le concessioni maggiori la garanzia scenderà al 90% ma moduli semplificati di valutazione economico finanziaria. Passerà per il fondo di garanzia delle Pmi una parte della liquidità che arriverà alle imprese italiane, quelle medio piccole che rappresentano il tessuto economico più diffuso in Italia. Il fondo sarà rifinanziato con 7 miliardi garantendo liquidità per 100 miliardi. «È uno strumento che le banche conoscono bene», ha detto il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, «e tutto sarà più rapido: tempo qualche giorno e le persone potranno recarsi presso gli istituti i credito». A valutare le grandi imprese, invece, sarà chiamata la Sace.

LIQUIDITÀ, PRESTITI E GARANZIE

Una delle parole chiave è liquidità. Le attività imprenditoriali in lockdown non hanno incassi ma devono ancora fronteggiare pagamenti certi. Finanziarle sarebbe dare ossigeno all’economia. È qui che entra in campo il Fondo di Garanzia per le Pmi che agirà su tre filoni principali: garanzia al 100% per i prestiti fino a 25 mila euro, senza alcuna valutazione del merito di credito; garanzia al 100% per i prestiti fino a 800 mila euro, con la valutazione del merito di credito; garanzia al 90% per i prestiti fino a 5 milioni di euro, potendo arrivare al 100% con la controgaranzia dei Confidi. Prestiti più facili anche per le partite Iva. Sulla soglia del 90% c’è stata un confronto su chi da una parte riteneva che questo potessi bloccare molti prestiti verso imprese che hanno avuto qualche difficoltà, legando le mani al sistema bancario.

IL RUOLO DI CASSA DEPOSITI E PRESTITI

In campo, su questo fronte della liquidità, il governo chiamerà di nuovo Cdp, che già nel decreto Cura Italia ha ottenuto risorse per 500 milioni in grado di sostenere prestiti per 10 miliardi. La dote sarà ora alimentata in modo sostanzioso. Si è definito anche il ruolo di Sace, che da Cdp è controllata e che rimarrà partecipata dalla Cassa anche se si sarebbe valutato lo spostamento per un controllo diretto dal parte del ministero dell’Economia. Sace, specializzata nel garantire le imprese nei loro impegni internazionali, avrà un ruolo chiave nella valutazione delle garanzie per i prestiti nei confronti delle imprese medio-grandi, alle quali viene esteso l’intervento con il decreto imprese.

RINVIO DELLE SCADENZE FISCALI

Un secondo capitolo del decreto, finalizzato a lasciare risorse nelle casse delle imprese, è quello fiscale, con il rinvio di scadenze ora fissate al 31 maggio e un ampliamento della platea non solo alle filiere più colpite ma anche a chi abbia registrato perdite consistenti del fatturato, insieme alla creazione di un fondo per i futuri ristori. E, accanto a questo, si sta ipotizzando anche di abbassare gli acconti delle tasse di giugno-luglio – lasciando ad esempio ai Comuni la possibilità anche di rinviare l’Imu-Tasi-Tari – vista la riduzione di tutte le attività per le misure restrittive di contenimento del virus. Le norme fiscali sarebbero poi accompagnate da un alleggerimento della stretta per i rimborsi fiscali. Salterebbe anche l’esame di ‘fedeltà fiscale‘ che le amministrazioni pubbliche devono fare sui propri fornitori prima di pagarli.

ESTENSIONE DEL GOLDEN POWER

A difesa delle imprese italiane, infine, è in arrivo un rafforzamento dei ‘poteri speciali’ per evitare che, con il calo dei titoli borsistici, le imprese italiane di settori strategici possano essere acquistate all’estero a prezzi di saldo. È prevista un’estensione del golden power, che già esiste sui settori della difesa, telecomunicazioni, energia, anche per alimentare, sanità, banche e assicurazioni. Il governo potrebbe utilizzarlo anche per tutelare le imprese medio-piccole, con meccanismi preventivi senza attendere la notifica di un take-over, proteggendo le società anche in ambito europeo.

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Cura Italia, sì ma come?

L'anticipo da parte delle banche per la cassa integrazione è solo un palliativo. Per non parlare dei diversi accordi regionali. Mentre la richiesta del bonus per Partite Iva e autonomi rischia di trasformarsi in una giungla. Sindacati, associazioni datoriali e consulenti del lavoro denunciano gli ostacoli all'attivazione delle misure del governo.

Il governo ha già annunciato alcune misure del secondo decreto economico, da varare ad aprile per fronteggiare l’emergenza coronavirus. Solo che al momento molti dei provvedimenti inseriti nel Cura Italia di marzo non sono ancora attivabili. Quando lo sono, poi, rischiano di finire nel caos più totale.

Lunedì sera sera è stato tappato un buco, con la disponibilità delle banche ad anticipare 1.400 euro di cassa integrazione, che altrimenti non sarebbero arrivati prima di qualche settimana.

Ma si tratta di una goccia nel mare, come fanno notare sindacati, associazioni datoriali, consulenti del lavoro.

LA CORSA PER LA RICHIESTA DEL BONUS

Mercoledì per esempio sarà il giorno per le partite Iva e autonomi di richiedere il bonus ‘una tantum’ da 600 euro sul sito dell’Inps, per un limite di spesa di 203,4 milioni, come spiega la circolare dell’Istituto. «Soldi che non basteranno per tutti. Per cui potrà accedervi solo chi è più veloce a fare domanda. Una assurdità, perché sarà solo la fortuna a decidere chi potrà avere i soldi e chi no», spiega il presidente di Confimprenditori, Stefano Ruvolo, il quale sottolinea anche che «in quella che sarà una ressa, saranno i consulenti del lavoro a inviare le richieste, per cui c’è il rischio che chi non riceverà il sussidio se la prenderà con loro, accusandoli di aver fatto favoritismi». Oltretutto, già il 30 marzo, primo giorno di invio delle domande di cassa integrazione da parte delle imprese, il sito dell’Inps è andato completamente in tilt. « E c’è il rischio che questo accada di nuovo», spiega Ruvolo.

BEN 21 REGOLAMENTI REGIONALI PER RECEPIRE IL CURA ITALIA

Sulla stessa linea Marina Calderone, presidente dei Consulenti del Lavoro, che mette in evidenza come il sito dell’Inps sia già fermo perché in molti stanno facendo richiesta del pin necessario per inoltrare la domanda. Tra l’altro, per i consulenti del lavoro è difficile che l’erogazione della cassa integrazione possa partire prima del 15 aprile. Anzi si potrebbe arrivare fino a 60 giorni seguendo le normali procedure. Per le aziende con più di cinque dipendenti, infatti, è obbligatorio siglare un accordo sindacale da presentare alle Regioni. E oggi, a recepire il decreto legge Cura Italia per quanto riguarda la cassa integrazione in deroga ci sono 21 regolamentazioni territoriali diverse. Cinque Regioni devono ancora firmare gli accordi-quadro con le parti sociali e altre 13, pur avendolo sottoscritto, non hanno ancora avviato la procedura. «Visto che le aziende hanno chiuso per cause di forza maggiore e indipendentemente dalla loro volontà, non c’è ragione né formale né sostanziale all’obbligo di accordo con i sindacati per accedere alla cassa integrazione. Si tratta di un inutile passaggio che va eliminato immediatamente» sostengono ancora da Confimprenditori.

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Non è un caso che qualcuno si sia già organizzato per velocizzare le procedure. Molte banche hanno già inviato online ai propri clienti la proposta di sospensione dei mutui. E i vertici del settore, anche se non ancora tutti i singoli istituti, hanno offerto disponibilità ad anticipare la liquidità con Abi, Mef, Bankitalia e Mediocredito Centrale, che hanno costituito una task force per garantire l’effettiva e immediata fruizione delle misure di supporto alla liquidità state adottate con il Cura Italia.

LE CIFRE A DISPOSIZIONE BASTERANNO PER TUTTI?

Sempre lunedì notte poi è arrivato l’accordo tra banche e parti sociali per un anticipo forfettario complessivo di 1400 euro della cassa integrazione, che saranno erogati proprio dagli istituti di credito. Ma è solo primo passo, un palliativo, tanto che il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, ha già chiesto di estendere la cassa integrazione a tutti i lavoratori, superando la distinzione in base alle fasce di reddito. Insomma, parti sociali e istituti di credito si stanno organizzando per superare almeno alcuni degli ostacoli tecnici contenuti nei provvedimenti del governo. Senza dimenticare che dopo i problemi procedurali, se superati, verranno quelli sostanziali. A cominciare dall’ammontare delle cifre a disposizione, che potrebbero non bastare per tutti.

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Conte in parlamento difende il governo sul coronavirus: «La storia ci giudicherà»

Informativa urgente del premier alle Camere: «Abbiamo agito con determinazione e speditezza. Ora è il tempo dell'azione». E cita Manzoni: «Del senno del poi sono piene le fosse».

Dopo le accuse di aver un po’ troppo snobbato il parlamento, un decreto dopo l’altro, Giuseppe Conte si è infine presentato alle Camere. Alle 18 di mercoledì 25 marzo, a oltre un mese dallo scoppio dell’emergenza coronavirus, il presidente del Consiglio ha riferito in Aula con un’informativa urgente le misure assunte dal governo nel contenimento del contagio, provando a fornire quei chiarimenti che gli venivano chiesti da più parti. E bacchettando l’Europa: «L’Unione agisca subito, le risposte tardive non sono utili». Un intervento che alla fine è stato applaudito solo dalla maggioranza, altro che spirito di unità nazionale di fonte alla crisi sanitaria.

«NON CI DIMENTICHEREMO DELLO SFORZO DEI SANITARI»

Conte, con una frase a effetto, ha detto: «Saremo all’altezza? La storia ci giudicherà, verrà il tempo dei bilanci, tutti avranno la possibilità di sindacare». Ha parlato poi dello «sforzo straordinario» di medici, infermieri e di chi è in prima linea: «Mi ha scritto Michela, un’infermiera che lavora al reparto Covid dell’ospedale di Senigallia. Con grande dignità mi ha chiesto che i rischi che si stanno assumendo lei e suoi colleghi non siano dimenticati. A nome del governo, ma credo anche del parlamento, dico che noi non ci dimenticheremo di voi».

«IL GOVERNO HA AGITO CON DETERMINAZIONE E SPEDITEZZA»

Il premier ha rivendicato le modalità degli interventi dell’esecutivo: «Ci sarà tempo per tutto, ma questo è il tempo dell’azione. Il governo ha agito con la massima determinazione, con assoluta speditezza».

CITATO MANZONI: «DEL SENNO DEL POI SONO PIENE LE FOSSE»

Conte non si è fatto mancare una citazione letteraria: «In questi giorni molti hanno riletto ed evocato, anche pubblicamente, le pagine sulla peste scritte da Manzoni nei Promessi sposi: proprio in quest’opera viene ricordato un antico proverbio, ancora oggi fortemente in auge, per cui “del senno del poi son piene le fosse”. Ci sarà un tempo per tutto. Ma oggi è il tempo dell’azione, il tempo della responsabilità».

CHIESTA ALL’EUROZONA UN «SALTO DI QUALITÀ»

Il presidente ha spiegato che «l’Italia sta lavorando alla creazione di strumenti di debito comune dell’Eurozona», chiarendo che lo stop al patto di stabilità «è stato essenziale per ulteriori stanziamenti di risorse. Tuttavia l’impatto finanziario della pandemia sarà tale da chiedere alla governance dell’Eurozona un salto di qualità all’altezza della sfida. L’unione monetaria potrà uscire vincitrice solo se le sue istituzioni saranno rafforzate nel segno della solidarietà e dell’unità».

APPELLO AI PAESI SUL RISCHIO DI UN CONTAGIO DI RITORNO

Il nostron premier ha rivolto un appello agli altri Stati che stanno affrontando la nostra stessa sfida: «Nessuno può accettare, men che meno l’Italia che sta facendo sacrifici enormi per contrastare il virus, che altri Paesi non raccolgano questa soglia di attenzione di precauzione massima. Immaginate la iattura di un contagio di ritorno, ove la soglia di altri Paesi nella linea di precauzione non fosse rigorosa».

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I piani dei partiti per disarcionare Conte

Passata l'emergenza Covid-19, la crisi economica si abbatterà sul governo. A quel punto la Lega, con la sponda di Fi e Iv ma senza Meloni, tenterà la spallata, scommettendo sul calo di popolarità del premier. L'idea è puntare su Draghi a Palazzo Chigi fino al semestre bianco per poi promuoverlo al Colle e quindi andare al voto con un anno di anticipo. Mentre M5s e Pd sono alle prese con frizioni interne. Lo scenario.

Cambiare governo, disarcionando Giuseppe Conte. E lanciando l’unità nazionale per il tempo necessario a risollevare il Paese con un governo autorevole, composto da tutti, o quasi, i partiti.

La Lega pensa (o, meglio, torna a pensare) di sparigliare le carte, con la sponda di Italia viva nella maggioranza e l’assenso di Forza Italia dall’opposizione. Lo scopo è quello di liberarsi dell’avversario principale di Matteo Salvini: il presidente del Consiglio, l’avvocato del popolo. Le resistenze maggiori, tuttavia, sono di Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia, al momento, non vuole sentir ragioni su possibili governissimi.

Partito democratico e Movimento 5 stelle intanto vivono i loro assestamenti interni e lavorano alle prime misure anti-Covid, con uno sguardo alle evoluzioni politiche.

LA ROAD MAP PER DISARCIONARE CONTE

Il tavolo permanente tra governo e leader delle opposizioni può diventare il punto di partenza di un progetto politico che conduce allo sbocco di un nuovo esecutivo. Una sorta di incubatore dell’unità nazionale. La strategia, nella visione dei consiglieri di Salvini, non va attuata subito, in piena emergenza coronavirus, perché «sarebbe impossibile anche fare le consultazioni», osservano da ambienti di centrodestra. E soprattutto non sarebbe giustificabile davanti ai cittadini una trattativa di governo mentre migliaia di italiani perdono la vita a causa dell’infezione.

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Bisognerà accelerare sul progetto solo dopo, quando infurierà la buriana economica e sociale. E quando, come ammette un parlamentare della maggioranza «ci sarà la concreta possibilità che la popolarità del presidente del Consiglio diminuisca molto più velocemente di quanto sia aumentata». Perché, è il ragionamento che rimbalza nei partiti, tra qualche settimana si potrà configurare uno scenario di crisi economica inimmaginabile. 

DRAGHI, CARTA ANTI-CRISI PRIMA A PALAZZO CHIGI POI AL COLLE

A quel punto il nome di Mario Draghi, che già circola da qualche giorno, rimbalzerà sulla bocca di tutti. Con un’idea, ancora in fase embrionale, che potrebbe lentamente prendere forma: inviare l’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi fino al semestre bianco (che scatta ad agosto 2021), per poi promuoverlo al Quirinale. Così la legislatura sarebbe messa al riparo fino ai primi mesi del 2022, rasserenando i parlamentari in carica. Solo quel punto si potrà considerare il voto anticipato di un anno.

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Al di là delle prospettive, un dato è certo: il nuovo rapporto con  il centrodestra, improntato al dialogo, segna una discontinuità nella legislatura. Salvini ha apprezzato l’intervento di Sergio Mattarella per avviare un percorso di condivisione dei provvedimenti economici, e non solo. Anche se nella Lega sono consapevoli che il gesto del Colle non è affatto una prova tecnica di nuovo esecutivo, ma soltanto la spinta a un confronto, senza pregiudizi, tra maggioranza e opposizione. Il Quirinale non architetta ribaltoni: è un punto fermo del mandato di Mattarella.

SALVINI IN MASCHERINA IN CERCA DI RIFLETTORI

Salvini vuole ritrovare la centralità nella scena politica. E per questo ha già pronta una lista di proposte, alcune delle quali indigeribili per Conte e gran parte del governo. Anche perché di soldi extra da stanziare nel Cura Italia non ce ne sono più. A quel punto, dopo gli inevitabili rifiuti, dovrà tirare le somme. E cercare di forzare sull’esecutivo di unità nazionale, forte della sponda di Renzi e Berlusconi. E chissà se solo loro. Di mezzo, però, c’è sempre Meloni: la leader di Fdi si gode la crescita nei sondaggi, frutto di una linea intransigente. Difficile che possa avallare una scelta dall’impatto prevedibilmente negativo sul suo consenso.

IL FRONTE SINDACALE E I MALUMORI NEL PD

Il Pd attende la guarigione da Covid-19 di Nicola Zingaretti per rilanciare l’azione politica. Di certo a Largo del Nazareno i malumori sono cresciuti rispetto alla gestione dell’emergenza, dalla modalità comunicazione a un certo personalismo politico di Conte. Le proteste delle fabbriche, poi, hanno fatto scattare l’allarme. Il Pd zingarettiano ha la sua ragione sociale nel recupero del dialogo con i lavoratori, mettendo alle spalle l’era renziana delle frizioni con i sindacati. E non può voltarsi dall’altra parte di fronte alla mobilitazione di migliaia di operai, preoccupati della tutela della loro salute. Questo non significa un beneplacito immediato alla formazione di nuovi governi, ma tra i dem ci sono varie sensibilità. Qualcuno può drizzare le antenne. L’intervento pro-dialogo con il centrodestra di Goffredo Bettini, consigliere ascoltato da Zingaretti, è un segnale. Perché stare al governo “da soli” non conviene. Tantomeno a un Pd in risalita nei sondaggi.

RENZI LAVORA SOTTOTRACCIA

Renzi, intanto, continua a lavorare sottotraccia. Garantisce sostegno al Conte bis, bacchetta la comunicazione del governo da Grande Fratello e chiede al suo bersaglio preferito, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, di andare in parlamento per parlare delle misure contro il sovraffollamento delle carceri. I suoi continuano a pungolare la maggioranza, a cominciare da Luigi Marattin che ha chiesto di cancellare il taglio al cuneo fiscale, che entrerà in vigore in estate. Mentre il deputato Michele Anzaldi, un giorno sì e l’altro pure, polemizza con la gestione della comunicazione governativa, orchestrata dal portavoce del presidente Consiglio, Rocco Casalino

NEL M5S DI MAIO TORNA IN SELLA

L’emergenza coronavirus sta rilanciando il ruolo di Luigi Di Maio nel Movimento 5 stelle. Il ministro degli Esteri è convinto di aver fatto la mossa giusta con le dimissioni da capo politico. In questi momenti difficili si sta concentrando sul lavoro alla Farnesina, ottenendo una rinnovata visibilità. Un beneficio legato all’impegno diplomatico per rintuzzare gli attacchi degli altri Paesi e per contrastare il blocco del materiale sanitario proveniente all’estero. E mentre Di Maio si ricolloca, i suoi avversari interni sono in affanno. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, sarà chiamato ad affrontare una crisi senza precedenti. Probabile che finisca sulla graticola. Il presidente della Camera Roberto Fico è criticato per l’assenza del parlamento in questa delicata fase per il Paese. I pentastellati, all’ombra del silenzio di Beppe Grillo, vivono nuovi sommovimenti. Anche perché Giggino è ancora il leader perfetto per dialogare, di nuovo, con Salvini. Del resto i rapporti personali non sono affatto pessimi.

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Le frizioni nella maggioranza sul decreto Cura Italia

Il pacchetto di aiuti nei fatti è una manovra. E ha fatto riemergere vecchie tensioni e spaccature interne. Il Pd è allergico all'autonomia di Gualtieri e nel M5s Di Maio cerca di depotenziare Patuanelli. Mentre Renzi ha preso atto dell'impossibilità di ogni piano anti-Conte. Ma è pronto a tornare alla carica con il suo piano choc.

La pax nel governo è già finita. Non appena sul tavolo sono arrivate misure economiche anti coronavirus, sono riapparse le vecchie tensioni, portando tutti sull’orlo di una crisi di nervi.

Il decreto, ribattezzato ‘Cura Italia’, ha quindi fatto risalire la temperatura tra i partiti di maggioranza. Un provvedimento così importante (25 miliardi) dal peso di una Legge di Bilancio, ha scatenato gli appetiti di tutti: Pd, M5s, Italia viva e Liberi e uguali hanno cercato di piazzare le rispettive bandierine, riportando indietro le lancette della politica alla fase pre-coronavirus.

L’unica differenza è che nessuno si è sognato di agitare lo spettro di una crisi di governo. Il momento è troppo delicato per fughe in avanti di questo tipo.

IL DECRETO È UNA MANOVRA COMPRESSA IN POCHE ORE

«La Finanziaria richiede un iter di mesi, con le polemiche e le solite tensioni che ben conosciamo», spiega a Lettera43.it una fonte di maggioranza. «Immaginate cosa possa aver causato un decreto che è di fatto una manovra, compressa in poche ore, in una situazione di emergenza sanitaria». L’effetto è stato un tutti contro tutti, in continuità con le abitudini di questa maggioranza. Con la presenza sulla scena di un evergreen della politica e dell’economia italiana: il destino di Alitalia; salvata dall’ennesimo intervento pubblico e indirizzata verso la nazionalizzazione.

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Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

CONTE SEMPRE PIÙ INTOCCABILE

Rispetto ai mesi scorsi c’è una novità: il crescente malumore per gli spazi di autonomia che si stanno ritagliando il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Tuttavia, adesso il numero uno di Palazzo Chigi è visto quasi come un intoccabile: gli indici di gradimento dei sondaggi volano in alto e non è il caso di metterlo in discussione. Almeno per ora. Secondo l’ultima rilevazione Ipsos il premier è salito al 52% di gradimento, mentre il 62% degli italiani promuove l’operato del governo. A mettere in dubbio Conte ha provato il leader di Iv, Matteo Renzi, bacchettando il governo con la stampa estera sulla gestione del coronavirus nella prima fase. Ma non ha attecchito. 

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LA FUGA IN AVANTI DI GUALTIERI

Il discorso è diverso per Gualtieri: secondo gli alleati, già da qualche tempo, ha il “vizietto” di presentare dei pacchetti quasi preconfezionati che suscitano una certa irritazione. E talvolta si rivelano un boomerang perché allungano i tempi di confronto, osserva una fonte parlamentare, in una serie di dispetti e veti incrociati. Così si spiega il lungo confronto, seppure a distanza per ragioni di sicurezza sanitaria, tra i ministri impegnati a a infilare misure a loro gradite all’interno del provvedimento.

Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (Ansa).

ALITALIA E LE SPACCATURE ALL’INTERNO DEL M5S

Il Cura Italia è anche un Salva Alitalia. La compagnia di bandiera beneficerà di un nuovo sostegno statale, con la motivazione della pandemia che ha provocato la cancellazione di voli e quasi l’azzeramento de traffico aereo. Ma il via libera è stato foriero di tensione: il Pd ha spinto per la sostanziale nazionalizzazione, trovando la contrarietà di parte dei 5 stelle, che avrebbero voluto destinare quei fondi ad altri capitoli. Una posizione sorprendente anche perché la partita è nelle mani del ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli. Il tracollo della compagnia lo avrebbe messo in difficoltà e proprio il ministro aveva parlato a novembre di una possibile nazionalizzazione di Alitalia. La spiegazione di questa strategia si può rintracciare nelle spaccature interne al Movimento: Luigi Di Maio, che di fatto continua a muoversi da vero leader del M5s, vede nel collega di governo (e suo successore al Mise) un antagonista alla guida dei grillini. Lasciargli una situazione scottante non avrebbe provocato grossi dispiaceri, specie su un tema così controverso.

LEU CHIEDE MAGGIOR PRESSING SULL’EUROPA

Anche da LeU, uno degli alleati più accomodanti, è arrivato un attacco: la richiesta di fare pressioni sull’Europa. «Dalla Ue dichiarazioni ma pochi fatti. O l’Europa cambia e si dimostra entità istituzionale e politica in grado di proteggere i propri cittadini e i Paesi che la compongono oppure finirà per apparire inutile agli occhi degli europei», hanno attaccato i capigruppo alla Camera e al Senato, Federico Fornaro e Loredana De Petris. Una presa di posizione che ha fatto seguito alla proposta del senatore di Leu, Francesco Laforgia, di seguire la Spagna sull’emergenza coronavirus con la sostanziale requisizione delle strutture sanitarie private da mettere a disposizione del pubblico.

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Matteo Renzi.

IL PRESSING (PER ORA SPUNTATO) DI RENZI

Renzi ha dovuto prendere atto che l’emergenza rende impraticabile qualsiasi operazione anti-Conte. Ma può sempre pungolare il governo sul merito dei provvedimenti. Nell’ultimo decreto Italia viva ha cercato di rivendicare le misure per la famiglia, con la ministra Elena Bonetti, ma soprattutto l’impegno per gli autonomi su cui, ha scandito il coordinatore di Iv, Ettore Rosato, «bisogna fare uno sforzo aggiuntivo nel prossimo provvedimento». La mira è già spostata in avanti, al decreto che sarà vaglio del Consiglio dei ministri tra qualche settimana. Quando i renziani torneranno alla carica con il piano choc da 120 miliardi di euro, rilanciando un loro cavallo di battaglia. Da sempre inviso agli alleati.

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Cosa prevede la bozza provvisoria del nuovo decreto sul coronavirus

Tra i punti più importanti, lo slittamento del referendum sul taglio dei parlamentari (entro l'autunno) e la proroga di tre mesi al mandato delle giunte regionali di Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia. Ma non solo. Il testo prevede anche la riduzione delle bollette per tutto il 2020, la sospensione delle imposte per i settori più colpiti e fondi per ammortizzatori sociali.

Il governo è al lavoro sulla bozza provvisoria del nuovo decreto sul coronavirus. Il testo è ancora un “cantiere aperto” e si basa sulle proposte arrivate la sera del 12 marzo dai vari ministeri. Tra i punti più importanti, lo slittamento del referendum sul taglio dei parlamentari (entro l’autunno) e la proroga di tre mesi al mandato delle giunte regionali di Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia. Ma non solo. Il documento prevede anche la riduzione delle bollette per tutto il 2020, la sospensione delle imposte per i settori più colpiti e fondi per ammortizzatori sociali.

REFERENDUM SUL TAGLIO DEI PARLAMENTARI ENTRO L’AUTUNNO

Il termine entro il quale è indetto il referendum per il taglio dei parlamentari «è fissato in 240 giorni». L’ordinanza che ha ammesso il referendum risale a fine gennaio e dunque i 240 giorni scadrebbero a fine settembre. La data potrebbe essere fissata tra i 50 e i 70 giorni successivi e quindi la consultazione può slittare fino all’autunno.

PROROGA DI TRE MESI AL MANDATO DELLE GIUNTE REGIONALI DI VENETO, LIGURIA, TOSCANA, MARCHE, CAMPANIA E PUGLIA

Il mandato delle giunte regionali a statuto ordinario in scadenza viene prorogato di tre mesi rispetto alla durata prevista fino ad ora dalla legge. «Gli organi elettivi delle Regioni a statuto ordinario il cui mandato scade entro il 31 luglio 2020, durano in carica 5 anni e 3 mesi», si legge nel testo che interviene su Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia. Le Giunte potranno essere operative nella pienezza dei poteri loro attribuiti.

SLITTANO LE ELEZIONI COMUNALI PREVISTE NEL 2020

Slittano le elezioni comunali previste nel 2020. «In deroga a quanto previsto dall’articolo 1, comma 1, della legge 7 giugno 1991, n. 182, limitatamente all’anno 2020, le elezioni dei consigli comunali, previste per il turno annuale ordinario, si tengono in una domenica compresa tra il 15 ottobre e il 15 dicembre 2020», si legge nel testo provvisorio.

LEGGI ANCHE: Il governo valuta una riduzione delle bollette per tutto il 2020

RIDUZIONE DELLE BOLLETTE, SOSPENSIONE DELLE IMPOSTE E FONDI PER AMMORTIZZATORI SOCIALI

Un altro punto del testo provvisorio riguarda la riduzione delle bollette per tutto il 2020. Ma non solo. Sono previsti anche fondi per gli ammortizzatori sociali e la sospensione delle imposte per i settori più colpiti, a partire da turismo e spettacolo.

STOP A VERSAMENTI DI RITENUTE E CONTRIBUTI E AGLI AFFITTI DEGLI IMPIANTI SPORTIVI

Sospesi anche i versamenti di ritenute e contributi e gli affitti degli impianti sportivi. Le misure valgono sia per le società professionistiche sia per associazioni e società dilettantistiche e sospendono i versamenti fino a fine maggio e i canoni di locazione fino a giugno. Si chiede anche di istituire un fondo speciale al Credito sportivo per stornare gli interessi sui mutui.

PROROGA DEL VOTO PER AGCOM E GARANTE DELLA PRIVACY

Il voto delle commissioni parlamentari e delle Camere sulle Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e del Garante per la protezione dei dati personali slitterà ad una data fino a 60 giorni dalla cessazione dell’emergenza coronavirus. Il rinvio, si legge nella bozza provvisoria, si limita a prorogare la durata in carica degli attuali componenti delle due Authority senza ulteriori spese.

SLITTA DI TRE MESI LA REVISIONE AUTO

Tre mesi in più per fare la revisione auto. Nella bozza provvisoria del nuovo decreto sul coronavirus si spiega la necessità di rinviare «di 90 giorni decorrenti dalla scadenza ordinaria» con l’impossibilità di portare i mezzi alla revisione in tempo date le misure di contenimento del Covid-19, che impongono di rimanere a casa il più possibile. Tra le proposte anche quella di prorogare al 31 agosto la validità dei documenti di identità.

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Il governo ha inasprito ulteriormente le restrizioni anti coronavirus in tutta Italia

Chiusi tutti i negozi a eccezione di supermercati e farmacie. Stop a bar e ristoranti, ma restano le consegne a domicilio. Garantiti i trasporti. Da incentivare lavoro agile e ferie. Arcuri di Invitalia nominato super commissario con ampi poteri. Le nuove misure valide fino al 25 marzo.

E alla fine è arrivato anche il terzo comunicato serale del governo per contenere la diffusione del coronavirus. Dopo quello notturno tra sabato e domenica anticipato dalla fuga di notizie che isolava tutta la Lombardia e dopo quello che estendeva la zona rossa a tutta l’Italia, con il decreto “io resto a casa“. Ora cosa cambia?

GARANTITI I TRASPORTI, OK ALLE CONSEGNE A DOMICILIO

Queste le misure, valide fino al 25 marzo, annunciate dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte: chiusura di tutte le attività commerciali, di vendita al dettaglio, a eccezione di supermercati e farmacie. Chiusi bar e ristoranti, lasciando la possibilità di fare consegne a domicilio. Restano garantiti i trasporti. Aperti uffici postali e banche, così come le edicole, gli stampatori e i tabaccai.

DA INCENTIVARE LAVORO AGILE E FERIE

E per le attività produttive? Più possibile lavoro agile, vanno incentivate le ferie. Chiudono i servizi di mensa che non garantiscono la distanza di un metro di sicurezza. Restano chiusi i reparti aziendali non indispensabili per la produzione: le industrie e le fabbriche potranno continuare a svolgere le proprie attività produttive a condizione che assumano misure di sicurezza adeguate a evitare il contagio. Si incentiva la regolazione di turni di lavoro, ferie anticipate, chiusura dei reparti non indispensabili.

ARCURI DI INVITALIA NOMINATO COMMISSARIO

Nominato anche un commissario con ampi poteri di deroga: Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia.

GLI EFFETTI IN UN PAIO DI SETTIMANE

Il premier ha detto che l’Italia sta «dando prova di essere un grande Paese e una grande comunità, il mondo ci guarda mentre diventiamo giorno dopo giorno un modello per gli altri». Per poi aggiungere: «Ho fatto un patto con la mia coscienza, mettendo al primo posto la salute dei cittadini». Secondo Conte l’effetto di queste misure si vedrà in «un paio di settimane» almeno.

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Chi tifa per un governo di salute pubblica contro Conte

Dare vita a un esecutivo di larghe intese per affrontare l'emergenza. E disarcionare il premier. I piani di Renzi non dispiacciono a Salvini, visto che l'emergenza ha congelato ogni scadenza elettorale. Né ai fedelissimi di Di Maio, irritati dall'autonomia del presidente del Consiglio. Che però intanto cresce nei sondaggi.

Un governo di salute pubblica. E mai come in questo caso la definizione è perfetta. All’ombra dell’emergenza coronavirus, sono in corso manovre per ridisegnare il quadro politico e istituzionale del Paese.

Il grande regista dell’operazione è Matteo Renzi, che sta giocando di sponda con l’altro Matteo, Salvini, per creare i presupposti della nascita di un nuovo esecutivo.

Qualche abboccamento c’è stato anche con il Partito democratico, che se ne tiene fuori e valuta l’evoluzione gli eventi, mentre nel Movimento 5 stelle i fedelissimi di Luigi Di Maio non sarebbero così contrari a un ridimensionamento della figura di Giuseppe Conte.

CONTE ANCORA IN TESTA AI SONDAGGI

Sulla strada del governissimo, però, c’è un macigno: la volontà del presidente del Consiglio di tirare dritto. E portare il Paese fuori dall’emergenza. Con un grande vantaggio: nonostante le polemiche social sulla gestione del coronavirus, i sondaggi lo danno in crescita. Stando alle rilevazioni Ixè per Cartabianca su RaiTre, Conte resta il leader in cui gli italiani hanno più fiducia. Con il 42% guida infatti la classifica, seguito da Giorgia Meloni al 34%, Salvini al 31%, Nicola Zingaretti al 29%, Di Maio al 22%, Silvio Berlusconi al 19% e infine Renzi al 13%

Matteo Renzi in Senato (Ansa).

RENZI SOGNA UNA SQUADRA DI ECCELLENZE

Una squadra di eccellenze italiane: così viene immaginato da Italia viva il governo di salute pubblica, etichetta dal sapore antico, ma non casuale. Sarebbe chiamato a tutelare la salute dei cittadini, per poi varare un gigantesco programma di rilancio dell’economia, contrattando con l’Unione europea margini di flessibilità impensabili fino a dicembre scorso.

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Del resto proprio Renzi è stato il primo a lanciare l’idea di un governissimo appena si sono diffusi i primi casi di Covid-19. Un’ipotesi che era stata in parte raccolta dal leader della Lega, a patto che durasse otto mesi al massimo, il tempo di tornare alle elezioni tra settembre e ottobre. «Ma vedrete che alla fine mi daranno ragione», ha confidato il senatore di Rignano ai suoi pretoriani in parlamento. Spiega a Lettera43.it una fonte renziana: «Sarebbe necessaria una vera unità nazionale, un allargamento della squadra. Bisogna considerare che questa alleanza è nata in emergenza, l’estate scorsa, ma non per fronteggiare questa emergenza».

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Matteo Salvini (Ansa).

AFFINITÀ ELETTIVE TRA I DUE MATTEO

La comunanza di vedute tra Renzi e Salvini è già agli atti. Il leader di Italia viva, dalla maggioranza, ha chiesto l’estensione della zona rossa a tutto il Paese e il numero uno leghista, dall’opposizione, ha proposto la stessa ricetta. Pochi giorni dopo l’ex presidente del Consiglio ha rilanciato sulla zona rossa in tutta Europa e ha trovato d’accordo l’ex ministro dell’Interno. Idem sull’idea del commissario straordinario rispolverando Mr. Emergenza, l’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Ipotesi questa poi rigettata dallo stesso premier. Insomma «Renzi e Salvini», fa notare un esponente della maggioranza, «sono gli unici leader che continuano a cercare distinguo dalla linea di Conte, apprezzata dagli italiani».

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I MOTIVI DEL RIPENSAMENTO DEL LEADER DELLA LEGA

Ma come mai Salvini sta valutando un ripensamento sulle larghe intese di salute pubblica? La risposta è semplice: prima del 2021 le elezioni sono ora impensabili. Il referendum sul taglio dei parlamentari è slittato a data da destinarsi e in molti prevedono un rinvio a settembre anche delle Regionali. Maggio è dietro l’angolo, la campagna elettorale dovrebbe iniziare ad aprile. E chissà come sarà la situazione in quel momento. «Ci sono esponenti politici contagiati o in quarantena, come possiamo pensare una campagna elettorale?», si chiede uno dei pochi deputati presenti alla seduta di mercoledì. Quindi la Lega ha solo un modo per tornare centrale: rimescolare le carte.

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Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini. (Ansa)

Un grande supporter del governo di salute pubblica resta il numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti. Qualche giorno fa, prima che il parlamento riducesse i giorni di riunione, ha ironizzato con i giornalisti, definendosi «un vero responsabile». Giorgetti aveva infatti proposto le larghe intese quando ancora non era scoppiata la crisi Covid-19. All’epoca, qualche settimana fa, si parlava solo di emergenza economica. Ora quell’emergenza è diventata drammatica. Tuttavia, bisogna capire cosa voglia fare davvero Salvini, ondivago per sua natura politica.

L’ATTENDISMO DEL PD

Il Pd in questa fase è concentrato sull’azione di governo. Il capo delegazione dem, il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, sta posizionando il suo partito in un ruolo sempre più centrale. Tanto da provocare qualche irritazione nel principale alleato e cioè il M5s.

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Il segretario dem Nicola Zingaretti.

Il contagio da Covid-19 del segretario Zingaretti ha congelato qualsiasi iniziativa: da Largo del Nazareno l’ordine è quello di proseguire con il Conte 2, senza distrazioni. Eppure, soprattutto tra i centristi dem, è diminuita l’ostilità verso uno scenario di governo diverso dinanzi all’emergenza.

DI MAIO E L’INSOFFERENZA NEI CONFRONTI DI CONTE

Il coronavirus sembra aver congelato le fratture all’interno del Movimento. La linea resta quella di andare avanti, ignorando le manovre renziane. D’altra parte, di fronte a un quadro diverso, con un Pd orientato a sposare la causa del governo di salute pubblica, una parte del M5s potrebbe non ostacolare l’operazione. Di Maio ha il suo da fare alla Farnesina, e non starebbe elaborando strategie in tal senso. Ma i suoi fedelissimi non perdono occasione per pungolare il governo e quindi chi lo presiede. Non è un mistero che per Di Maio, Conte non sia più la «perla rara» dell’estate scorsa (la definizione arrivò nei giorni bollenti della crisi di governo ad agosto).

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Luigi Di Maio a Palazzo Chigi. (Ansa)

L’OSTACOLO PALAZZO CHIGI E LA MONTAGNA QUIRINALE

Tutto facile, quindi, per il cambio a Palazzo Chigi? Non proprio. Il progetto per il governo di salute pubblica incontra vari ostacoli: su tutti la tenacia di Conte a resistere alle polemiche, unita alla sua crescente popolarità. Nell’emergenza coronavirus, gli italiani si sono affidati all’avvocato del popolo, nonostante le bozze di decreto fuggite e le accuse su presunti ritardi nelle mosse del governo. Infine, c’è da considerare la posizione del Quirinale: il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha lasciato intendere che in questa fase bisogna cercare l’unità nazionale, ma nel rigoroso rispetto dei ruoli di maggioranza e opposizione. E per convincerlo del contrario ci vorrebbero argomentazioni che al momento è difficile scorgere all’orizzonte. Anche perché sarebbero difficili da spiegare agli italiani.

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Le misure economiche previste nel nuovo decreto anti-coronavirus

Nella bozza del decreto nuovi interventi a sostegno di famiglie e imprese.

Il governo è al lavoro per garantire ulteriori interventi a favore di famiglie e imprese per affrontare l’emergenza coronavirus.

In totale si parla di una cifra intorno ai 10 miliardi, ha confermato il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli. «Probabilmente chiederemo un deficit leggermente più alto per avere più possibilità di interventi. Non è detto che utilizziamo tutto nel primo decreto. Il limite di 7,5 miliardi è un limite che superiamo».

Dalla moratoria per prestiti e mutui ai congedi parentali, ecco le misure sul tavolo.

DUE MILIARDI PER LA CASSA IN DEROGA

La ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, parlando a Rainews24, ha annunciato che sono in arrivo «2 miliardi circa per la cassa in deroga per coprire tutti i settori non coperti». Nel nuovo decreto anti-coronavirus, ha aggiunto la pentastellata, ci sarà «anche la possibilità di usare in deroga al limite massimo e con procedura semplificata la cassa integrazione ordinaria», mentre la Cigs verrà «interrotta e le aziende per 2 mesi potranno utilizzare la cassa ordinaria», un «rafforzamento del fondo di integrazione salariale con 500 milioni» cui potranno accedere anche «le aziende da 5 a 15 dipendenti».

CONGEDI SPECIALI ANCHE PER GLI AUTONOMI

Per i congedi finora si sono ipotizzate tre fasce, con la garanzia del 100% della retribuzione per i redditi più bassi. Ora, ha spiegato Catalfo, «saranno previsti per tutti i lavoratori dipendenti e autonomi e si potranno usare in alternativa al voucher babysitter». Si tratterà di «una forma speciale di congedo dai 12 ai 15 giorni, allungato fino ai 12 anni di età dei figli, con indennità parametrata alla retribuzione». Niente limiti di età, invece, per le famiglie con figli disabili.

BONUS BABYSITTER PIÙ ALTO PER IL PERSONALE INFERMIERISTICO

Sarà incrementato il bonus babysitter per il personale infermieristico. In più, spiegano dal ministero, con la ministra della Famiglia Elena Bonetti si sta studiando la possibilità di inserire un bonus per le famiglie che assistono anziani non autosufficienti.

NORME PER STAGIONALI E AUTONOMI

Il ministero del Lavoro sta elaborando «norme per gli stagionali del turismo», mentre per i lavoratori autonomi ci sarà «una sospensione dei versamenti dei contributi oltre a una indennità per quei settori più colpiti» dall’emergenza.

MORATORIA SU PRESTITI E MUTUI

Tra le misure in cantiere, il viceministro all’Economia all’Economia Antonio Misiani ha citato una «ampia moratoria» sui prestiti, che potrebbe tradursi in un rafforzamento del Fondo di Garanzia per le Pmi e in uno stop alle rate dei mutui prima casa per 18 mesi per le famiglie.

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Cacciate Casalino o il governo non è credibile

Non si può più accettare però che chi sta al potere non sappia comunicare e che ci siano falle nella comunicazione, per insipienza, per mancanza di professionalità, per dolo.

Tardive o meno, le misure del governo sono comprensibili e giuste. Dovremo prepararci, se l’epidemia non cala, a provvedimenti più severi. Personalmente penso che a questo Paese ingovernabile farebbe bene anche un breve periodo di coprifuoco che impedisca le serate per strada e nei locali. Tutto può accadere e tutto dobbiamo aspettarci. Non si può più accettare però che il governo non sappia comunicare ovvero che ci siano falle nella comunicazione, per insipienza, per mancanza di professionalità, per dolo.

Il capo della comunicazione del governo deve lasciare. Sia o no lui il responsabile non si comprende come questa serie di insuccessi comunicativi possa restare senza che qualcuno paghi e senza che si volti pagina con nomi forti, professionalmente indiscutibili, autorevoli. Non mi frega niente di Rocco Casalino né del suo passato artistico. Né mi importa quanto comandi dentro il Movimento 5 stelle. Constato che mentre in quel movimento sembra emergere una serietà insperata, al vertice della comunicazione abbiano un suo uomo totalmente inadeguato.

Ho già ricordato che per un errore fatto da Sandro Pertini il povero Antonio Ghirelli, suo portavoce, si immolò incolpevole dimettendosi. Non faccio paragoni fra Ghirelli e Casalino , credo che il Paese che recalcitra a fare sacrifici, che dovrà esser costretto da una mano severa a farne, abbia bisogno di sapere che al vertice dello Stato ci sono persone serie e affidabili che non giocano con le proprie future carriere.

I GIORNALISTI DEVONO LAVORARE SECONDO COSCIENZA

Mi interessa meno il ragionamento attorno ai compiti dei giornalisti che ricevono notizie. Non ci sono lezioni da dare. Spetta alla loro coscienza. So che una volta quando sapemmo all’Unità, e lo sapevamo solo noi, che il piccolo Di Matteo , figlio di un pentito di mafia, era stato rapito dalle cosche per vendetta, autorevoli personalità degli apparati di forza mi pregarono di non dare la notizia perché avevano la sensazione che il silenzio avrebbe favorito una soluzione, non so quale. Ci arrovellammo per un po’, il giornalista che aveva avuto la notizia all’inizio era molto dubbioso, io ero nettamente contrario a dare la notizia. Alla fine decidemmo che un errore valeva una vita umana. Purtroppo la rinuncia allo scoop non portò ad alcun risultato ma la notte dormo tranquillo. Per questo dico che i giornalisti facciamo quello che gli impone la coscienza. Gli altri no. Gli altri facciano il loro dovere.

CONTE NON PUÒ PERMETTERSI DI FARSI VEDERE INDEBOLITO

Il premier Giuseppe Conte si sta comportando, secondo me, bene. Sa però che è molto impopolare a destra e in quegli ambienti che lo hanno accusato di trasformismo mentre lo osannavano quando stava con Matteo Salvini. La regole del “cerchiobottismo” portano a non accettare tutto ciò che si volge a sinistra e a sostenere tutto ciò che si volge a destra. È una vecchia storia di giornalisti ex estremisti di sinistra che hanno preso ad odiare il loro passato e soprattutto quello che fu il loro nemico principale, che li ha battuti, il Pci e ciò che è venuto dopo.

Quando stava con Salvini, Conte piaceva alla destra come piaceva la nipote di Mubarak

Conte è intollerabile per queste “penne” perché ha voltato gabbana per andare da quelli che vengono dal Pci. Quando stava con Salvini a loro piaceva come piaceva la nipote di Mubarak. Lasciamo perdere. Resta il tema. Conte anche a questi non deve regalare una propria immagine ferita. Casalino l’ha gravemente ferita. Se ne vada.

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Coronavirus, le misure allo studio del governo per sostenere le famiglie

La ministra Bonetti: «Voucher per le baby sitter e congedi straordinari per i genitori».

La ministra per la Famiglia, Elena Bonetti di Italia viva, ha detto che il governo sta pensando ad alcuni provvedimenti per sostenere economicamente le famiglie dopo la decisione di chiudere le scuole in tutta Italia fino al 15 marzo per l’emergenza coronavirus.

«Sto pensando a possibilità di sostegno per i costi delle baby sitter tramite voucher. E anche i nonni vanno tutelati, cercando di limitare le possibilità di contagio tra loro e i nipotini. Quindi stiamo valutando anche congedi straordinari per i genitori», ha detto la ministra a Radio Capital.

«Abbiamo chiesto flessibilità all’Unione europea e la spesa che serve deve essere messa in campo per sostenere le famiglie», ha aggiunto Bonetti, ricordando che «avevamo già un voucher per le baby sitter, che non è stato reintrodotto con l’ultima legge di bilancio».

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Un governo d’emergenza? Sì, ma solo a queste condizioni

Davanti alla minaccia del coronavirus si sente il bisogno di un esecutivo forte. Attenzione però. Dovrebbe avere un tempo breve e un programma preciso. Gli appetiti dei partiti e i protagonismi andrebbero accantonati. E ci sarebbe spazio solo per chi è capace davvero.

Era il 14 aprile 2011 quando, in un editoriale sul Manifesto, Alberto Asor Rosa propose un governo d’emergenza formato dagli apparati di forza, cioè carabinieri, poliziotti e militari vari.

Non si capì mai bene se la sortita di Asor fosse una provocazione ovvero la resa di un intellettuale di fronte al degrado della politica.

Ovviamente non se ne fece niente. Per fortuna da decenni le sciabole non tintinnano più dentro le stanze del potere e negli apparati di forza abbiamo fior di democratici.

L’INCERTEZZA DI FRONTE ALL’EMERGENZA COVID-19

Tuttavia quando in queste ore, rese drammatiche dalla esagerata rappresentazione della pericolosità del coronavirus, ci imbattiamo in situazioni che mostrano una certa incertezza o confusione nel comando, sentiamo tornare l’esigenza di un governo forte. Non un governo che dia a un tizio che beve mojito i pieni poteri, ma di un governo talmente autorevole da poter prendere decisioni forti e indiscutibili.

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Si legge nelle cronache che da Matteo Renzi a Giancarlo Giorgetti è tutto un fiorire di ipotesi su questo governo di emergenza presentato come governo di tutti. C’è un primo equivoco da sfatare: il governo d’emergenza, che per nascere ha bisogno di una vera dichiarazione d’emergenza proclamata dal capo dello Stato, dalle presidenze delle Camere e da tutti, dicasi tutti, i partiti, non può essere il governo di tutti ma il governo di nessuno.

NON DEVE ESSERE UN MODO PER CONSUMARE VENDETTE

Per un tempo brevissimo, che va definito in anticipo (sei mesi, un anno, due anni), questo governo guidato da un indiscutibile servitore dello Stato e formato da personalità politiche o tecniche di altissimo livello (grandi amministratori o anche politici di grande esperienza (Giorgetti e non Salvini, Guido Crosetto e non Giorgia Meloni) deve muoversi in un parlamento che discuta i suoi provvedimenti con lo stato d’animo prefabbricato di doverli approvare a meno di non trovarsi di fronte a tentativi di modificare la democrazia repubblicana.

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Il governo d’emergenza non serve ad accantonare Giuseppe Conte, a sottolineare le sue vaghezze, a consumare vendette. Serve a dire al Paese e al mondo che la ricreazione è finita, che l’Italia torna a camminare, che non c’è alcun Paese al mondo che ha una guida così autorevole con cui vale la pena fare affari e prendere impegni. 

BASTA CAPRICCI E PROTAGONISMI

Gli appetiti dei partiti dovrebbero quindi restare insoddisfatti. Le 400 nomine non dovranno più essere fatte sulla base di una specie di Cencelli ma sulla base di criteri di efficienza e credibilità internazionale. L’intero sistema istituzionale deve ruotare attorno a questa fonte di iniziativa che non potrà accettare capricci e protagonismi. Michele Emiliano, Vincenzo De Luca, Luca Zaia, Attilio Fontana se ne dovranno fare una ragione. Dovranno essere in linea con il governo oppure il governo deciderà per loro.

LE RESPONSABILITÀ DEL CAPO DELLO STATO

Il governo di emergenza deve nel giro di poche ore definire un programma breve e le modalità con cui lo attuerà, i suoi ministri parleranno per acta, l’informazione giustamente gli farà le pulci e cercherà di scoprire errori e magagne ma chi sarà chiamato a guidare il Paese dovrà andare avanti per la sua strada. Il capo dello Stato in questo caso si assumerebbe la grande e inedita responsabilità di essere la prima fonte di potere del governo e di garantire verso il Paese che non si uscirà mai dai binari della Costituzione. I partiti saranno presenti nel governo con le loro migliori personalità e nel Paese con le loro iniziative, proposte, proteste. Dopo un tempo breve gli elettori sceglieranno. Rovesciando il motto leniniano, è l’infantilismo la malattia senile del populismo e del sovranismo. È per questo che devono tornare i seniores e quelli che sanno.

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Il guaio coronavirus è grosso, dimentichiamoci Salvini

L'emergenza è un banco di prova per il Paese e per la politica. Le sorti del governo Conte dipendono da come verrà gestita, non certo dalle tentate spallate del leader della Lega. Non ci resta che ascoltare gli esperti, diffidando da chi sottovaluta a tutti i costi e da chi perde tempo ad accusare l'avversario.

Il coronavirus ci dirà che Paese siamo. Se abbiamo o no una classe dirigente, di governo o di opposizione, quanto valgono gli uomini e le donne che dirigono grandi amministrazioni e imprese, lo stato delle strutture pubbliche, infine il carattere della opinione pubblica.

È un gigantesco esame collettivo che, a giudicare dai primi giorni, si presenta come assai difficile. La classe politica sembra sorpresa e naviga a vista, nell’opposizione emergono la lealtà di Giorgia Meloni e il solito cinismo di Matteo Salvini. Fra gli scienziati e gli specialisti vi sono divisioni che oltrepassano spesso i toni accettabili.

Avremo alla fine di questa vicenda che spaventa tutti un identikit del Paese, delle sue istituzioni, di chi lo governa o vorrebbe farlo.

INUTILE PERDERE TEMPO CON LE POLEMICHE POLITICHE

Inutile quindi che le persone serie perdano tempo con chi vuole consumare vendette politiche, con giornali e tivù che cercano di far crescere la paura per rovesciare un governo. Giuseppe Conte non sarà rovesciato da Salvini ma cadrà se si rivelerà inadatto a guidare il Paese qui e ora. 

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GLI SCIENZIATI DIANO UN’IMMAGINE MENO SGUAIATA DI SÉ

La comunità scientifica avrebbe il dovere di dare di sé un’immagine meno sguaiata. Io personalmente credo molto di più a Roberto Burioni che a coloro che sottovalutano il rischio, ma Burioni non può comportarsi come in curva Sud. La paura delle persone agisce direttamente sulla loro capacità di reagire all’epidemia. Se si sparge il panico, siamo persi. Se si finge che nulla accade siamo persi. Non siamo persi se l’opinione pubblica sa fidarsi dei suoi scienziati. E se sa fidarsi dei suoi amministratori locali. Il governatore del Veneto Luca Zaia ha fatto una buona impressione. Vedremo gli altri e vedremo soprattutto quelli del Sud quando il coronavirus scenderà alla fine dello Stivale e nelle Isole.

L’EMERGENZA È UNA GRANDE OPERAZIONE VERITÀ

Insomma è una prova difficile anche di fronte all’Europa che guarda questo litigioso Paese per scoprire che non sa curarsi, che non sa difendersi avendo dedicato tutte le proprie energie alla lite politica compulsiva. Negli anni del grande terremoto dell’Irpinia, nella grande sventura del terrorismo misurammo così una classe dirigente. Oggi il coronavirus ci spingerà verso la stessa operazione-verità.

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Diffidare da chi vuole sottovalutare, da chi propone misure blande, da chi perde tempo ad accusare il nemico politico. La cosa è seria e, come vedremo nelle prossime ore, molto seria. Bisogna che dal basso cresca un nuovo senso civico e che vi siano forze che  si impegnino generosamente a tenerlo in vita. Salvini, i facinorosi di Rete 4 o dei quotidiani a caccia di copie per gente spaventata sono il danno collaterale dell’epidemia. Lasciamoli perdere, lasciamoli alle loro grida, occupiamoci del Paese e delle sue paure.

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Nomine e legge elettorale: il doppio canale per trattare con Renzi

Pd e M5s provano a mediare con Italia viva mettendo sul tavolo la selezione dei posti chiave nelle partecipate e un accordo sulla soglia di sbarramento. Con una certezza: l'opzione "responsabili" non piace a nessuno.

Matteo Renzi sembra pronto a tutto pur di far valere le proprie ragioni. Giuseppe Conte non ha alcuna intenzione di farsi logorare. Ma c’è un doppio canale che, se esplorato con successo, potrebbe portare ad una ricucitura: è quello delle nomine e della legge elettorale. È su questo terreno, sotterraneamente, che gli alleati di Iv proveranno a lanciare la loro mediazione. Con una convinzione che soggiace al Pd, al M5s e forse anche al premier Giuseppe Conte: la sostituzione di Iv con i Responsabili conviene poco sia a Iv che alla maggioranza stessa. Sulla legge elettorale la maggioranza stringerà. L’obiettivo è arrivare almeno ad un primo ok parlamentare prima del referendum sul taglio dei parlamentari del 29 marzo. È, di fatto, la risposta di M5s e Pd alla proposta del “Sindaco d’Italia” lanciata da Renzi. L’asse tra Movimento e Dem sul proporzionale è saldo. E per sminare la trincea di Iv, emerge in queste ore l’idea dell’abbassamento della soglia di sbarramento dal 5% al 4%. «Tanto bisogna vedere se ci arriva, al 4%», ironizza una fonte del M5s senza smentire l’ipotesi. Il mese cruciale sarà marzo. Lo stesso in cui la maggioranza sarà chiamata a stringere sulle nomine. Sono 400 in totale, molte delle quali determinanti. Enel, Eni, Terna, Poste, Leonardo, tanto per fare qualche nome. La maggioranza dovrebbe comunicare al Mef le proprie indicazioni diversi giorni prima delle varie assemblee che si terranno nelle partecipate. Non a caso oggi Stefano Buffagni – spesso emissario del M5s su questi dossier – lascia una prima traccia. «Ho visto che Renzi è preoccupato per le nomine, bene. Ma prima di parlare di nomi apriamo un dibattito sull’orizzonte delle aziende di Stato», spiega il viceministro al Mise lanciando qualche idea su Terna, Eni, Enel. Tutte partecipate nel campo dell’energia, settore tradizionalmente caro all’universo pentastellato. Serve parlarsi. E Conte e Renzi lo faranno. L’incontro tra il premier e l’ex premier e le comunicazioni con cui Conte poi tasterà (senza fiducia) la sua maggioranza in parlamento daranno le risposte forse definitive. Passaggi che vedono il Quirinale mero osservatore: il presidente Sergio Mattarella non vuole farsi coinvolgere in dinamiche parlamentari. Un fatto, tuttavia, è ormai certo: le Camere non saranno sciolte prima del 29 marzo, cioè prima del referendum sul taglio dei parlamentari. Tradotto, si potrà votare solo all’inizio di settembre viste le tempistiche costituzionali (e della rimodulazione dei collegi) post-referendum. E su questo punto che Renzi mette in campo la sua strategia anti-Responsabili. Ma al Senato, fuori taccuino, serpeggia una certezza: la risoluzione che seguirà alle comunicazioni di Conte potrebbe vedere qualche new entry. L’obiettivo del premier, però, è non perdere Iv. O almeno una parte di essa.

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Basta con i giochi di Renzi, l’Italia si merita le elezioni

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

Giocano. Ormai giocano. Che cos’altro pensare di questo Matteo Renzi che propone l’elezione diretta del presidente della Repubblica nel pieno di un casino in cui il tema non esiste.

Ormai lo scontro fra due schieramenti trasversali è difficile da riconoscere. Possiamo solo dividerci in quello delle persone serie e quello dei “rottamatori”.

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

IL SOLITO TORMENTONE DELLA POLITICA ITALIANA

Renzi non ha il coraggio di dire che si è convinto che, fallito il desiderio di dirigere la sinistra, vuole dirigere la destra guidandone l’ala governista e moderata. È il solito tormentone della politica italiana che ci trasciniamo dal 1992. Allora un gruppo azionista e anticomunista sperò di ingabbiare i post berlingueriani impaurendoli con minacce di arresti e ricatti vari, alcuni venivano anche dall’interno. I post Pci caddero nella trappola. Bettino Craxi non capì la natura della crisi comunista perché aveva guardato al Pci come un monolite. Errore bestiale. E la sinistra perse così l’ultimo tram.

SE LA SINISTRA NON VA DAL POPOLO, IL POPOLO VA DALLA DESTRA

Negli anni successivi questo mondo di giornalisti, intellettuali, magistrati guidati dal partito dei giudici (la peggiore iattura italiana) tentarono di prendersi il potere annichilendo il Pds. Con Tangentopoli hanno tentato di costruire una ipotesi di sinistra che fosse a loro immagine e somiglianza. Manette invece di giustizia sociale. Volevano una sinistra “sminchiata” che non facesse a cazzotti col capitale e che facesse proprie tutte le regolette  del liberismo. Poi è finita come è finita. Tony Blair si è rivelato un cretino patentato, la crisi del 2008 ha rivelato gli errori del liberismo clintoniano, si sono affacciati milioni di persone che hanno perso la battaglia per la vita migliore ma che non vogliono morire. Da qui poteva nascere la sinistra. E ci sono voluto altri anni per capire che se la sinistra non va dal popolo, il popolo va dalla destra.

LA QUESTIONE SOCIALE È STATA DIMENTICATA

Ora è tutto chiaro, e invece di occuparsi di queste cose fondamentali dobbiamo perdere tempo con un referendum per idioti, con la proposta di eleggere direttamente il capo dello Stato, con altre astruserie che non danno pane. Il dramma italiano è che i movimenti di protesta, dai 5 stelle alle Sardine, si sono fermati un passo prima di affrontare la questione sociale. Se si avventurassero in questo magma avremmo una vera rivoluzione. E sarebbe quella di cui l’Italia ha bisogno.

QUEI PASTICCIONI CHE CREDONO DI ESSERE STATISTI

La politica ufficiale invece si trastulla con “chiacchiere e tabacchiere di legno”, cerca responsabili per sorreggere o far cadere un governo e così un folto gruppo di pasticcioni si consola credendo di essere statisti. La ricordate la storiellina del topolino che corre affannato e baldanzoso dietro una mandria di elefanti che ovviamente fa con i suoi passi un gran rumore? Un topo suo amico gli si affianca e gli chiede: «Che stai facendo?». E lui: «Non lo vedi? Stamo affa’ un gran casino». Io vedo solo elefanti che fanno rumore e troppi topolini che si credono elefanti.

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I dubbi crescenti di Conte sull’incontro con le Sardine

Telefonata notturna tra il premier, che pensa già a una futura lista col Pd, e Santori. Con la promessa di un appuntamento che i "pesciolini" volevano fissare in un centro sociale occupato. Ma Palazzo Chigi ha frenato. Anche per le dure prese di posizione del movimento su decreti sicurezza, De Luca, Egitto e le polemiche coi grillini.

Ci provano i pesciolini. Dopo la vittoria di Stefano Bonaccini e la sconfitta della Lega in Emilia-Romagna la fase due delle Sardine ha come obiettivo il consolidamento, primo indispensabile passo per la sopravvivenza in mare aperto. Una missione che vogliono completare, da un lato, attraverso la creazione di una “struttura” interna che ha già provocato le prime scissioni. Dall’altro, attraverso l’accreditamento “istituzionale”.

MISSIONE: RECUPERARE CREDIBILITÀ

Così, dopo la photo-(in)opportunity con i Benetton, Mattia Santori & friends hanno provato a recuperare credibilità incontrando prima il ministro Giuseppe Provenzano, poi Francesco Boccia e adesso puntano al bersaglio grosso, cioè Palazzo Chigi.

AL PREMIER PIACE L’ATTENZIONE AL “SUO” SUD

La lettera precedentemente inviata dalle Sardine a Giuseppe Conte, infatti, non è rimasta inascoltata. Il premier l’ha letta attentamente e, specialmente dopo l’attenzione riservata al “suo” Sud, ha deciso di darne seguito. Come? Innanzitutto telefonando a Santori in una tarda domenica notte, in modo da stabilire un contatto diretto. E poi ragionando con lui sull’immediato futuro e sulla possibilità di un incontro.

LOCATION: SPIN TIME NO, CASA DELLE DONNE?

Certo, il primo ministro è rimasto un po’ stupito quando come luogo dell’incontro gli è stato proposto Spin Time, centro sociale della Capitale nel vortice delle polemiche per un’occupazione abusiva che dura dal 2012, quello a cui l’elemosiniere del papa riattaccò la luce illegalmente. Sempre complicata, ma almeno possibile, l’idea di vedersi alla Casa internazionale delle donne. Ma certo, dalle parti di Palazzo Chigi sono convinti che le Sardine non si rendano affatto conto della situazione e degli equilibri dell’attuale fase politica.

TRA PROGETTI DI “LISTA CONTE” E PENTIMENTO CRESCENTE

Conte ha così deciso di prendere tempo, rinviando un incontro che si sarebbe già potuto organizzare. D’altra parte, le Sardine potrebbero essere un tassello importante se dovesse in futuro davvero nascere una “lista Conte” alleata con il Partito democratico. Ma il premier valuta anche un presente ballerino. Le prese di posizione delle Sardine sui decreti sicurezza, contro la candidatura di Vincenzo De Luca, contro l’Egitto per la questione Zaki e, soprattutto, la polemica ai ferri cortissimi tra i pesciolini e i grillini rischiano infatti di mettere in (ulteriore) imbarazzo il premier. Che, dice chi gli sta vicino, di quella chiamata notturna un po’ si sta pentendo.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Renzi a Porta a Porta sfida Conte e il governo

Il leader di Italia viva potrebbe mettere sul tavolo proposte inaccettabili per Palazzo Chigi e spingere il premier alla crisi. Tra le ipotesi quella dell'elezione diretta del presidente del consiglio.

«Se dovessi dare un consiglio, ascolterei Vespa. Secondo me mercoledì sera è una cosa che può avere un senso per il prosieguo della legislatura», ha detto Matteo Renzi parlando con i cronisti nel Transatlantico al Senato, riferendosi alla sua presenza prevista a Porta a porta di Bruno Vespa. «Dirò alcune cose», ha aggiunto.

Secondo il Corriere della Sera, «dallo studio di Bruno Vespa potrebbe servire una mozione di sfiducia al premier Giuseppe Conte proponendo una nuova e rinnovata compattezza del governo, basata su posizioni inaccettabili da Palazzo Chigi. Una su tutte la cancellazione del ddl sulla prescrizione, ma non solo».

“Noi non cambiamo idea. Pensiamo che sia sbagliata la posizione sulla giustizia assunta dal ministro e pensiamo che quella assunta da Bonafede sulla prescrizione non tuteli i cittadini. Vogliamo andare avanti con la maggioranza”. Lo ha detto Matteo Renzi conversando con i cronisti al termine della cena con i parlamentari di Italia Viva al ristorante Teo a Trastevere. “Sono giorni – aggiunge -che ci dicono che perdiamo persone oggi invece ne abbiamo prese due. Conte nel mirino? Non esiste. Non voglio far cadere il governo voglio far correre il governo”. E per quanto riguarda la sua decisione di correre da solo alle regionali osserva: “In Puglia c’è Emiliano che su Ttap e Ilva ha detto tutto il contrario di noi. Ma che c’entra con Conte? Non abbiamo fatto una gara di parlamentari. Molti hanno scritto che noi li avremmo persi e invece ne abbiamo presi altri. E questo vuol dire che IV c’è Se poi c’è qualcuno che vuole fare a meno dei parlamentari di IV faccia pure. Non credo che abbia i numeri, ma faccia pure….”, conclude.

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Aridatece Razzi e Scilipoti e tenetevi Cerno

La mandria di persone che sta passando dal Pd a Iv (e viceversa) sta lacerando ulteriormente il rapporto tra cittadini e politica. Non andare al voto subito è stato inutile: è ora di mandare al diavolo chi elemosina una riconferma in parlamento.

Dovremmo chiedere scusa a Domenico Scilipoti e a quel simpaticone di Antonio Razzi che per anni abbiamo sfottuto e celebrato come simboli del trasformismo.

Non eravamo ancora arrivati a Teresa Bellanova, a Tommaso Cerno e a quelli che stanno lasciando Matteo Renzi per dare una mano a Giuseppe Conte.

I due parlamentari lasciarono Antonio Di Pietro. In sé non è una colpa. E passarono con Silvio Berlusconi a cui rimasero fedeli. Scilipoti lentamente è sparito, Razzi ha calcato le scene ma oggi è in un cono d’ombra. A parte la facondia di Scilipoti e le chiacchiere di quell’anziano ragazzo che si presentava come ambasciatore della Corea del Nord, i due “voltagabbana” ci hanno fatto sorridere e non hanno fatto molti danni.

I VOLTAGABBANA PD E IV, SONO LORO IL VERO DANNO

La piccola mandria di persone che di questi tempi passa dal Pd a Renzi con andata e ritorno, che si appresta a sostenere il governo ovvero la scommessa di destra del “rottamatore”,  un danno grosso, invece, lo sta facendo. Sono loro e i loro dante causa, si chiamino Renzi o Goffredo Bettini o altri ancora, che stanno lacerando ancora di più il rapporto fra cittadini e politica.

SE AVESSIMO VOTATO, SALVINI SI SAREBBE GIÀ AUTOSABOTATO

Si scelse il governo giallorosso per evitare il voto e la vittoria di Matteo Salvini (ma ci dissero che era per non aumentare l’Iva). Un «vasto programma» che tuttavia non ha dato grandi risultati. Renzi si è praticamente suicidato, i voti dei 5 stelle stanno andando a Giorgia Meloni, il Pd si barcamena attorno al 20%. Valeva la pena?

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Se avessimo votato, avremmo avuto probabilmente un governo di destra (senza centro) e in pochi mesi Salvini sarebbe riuscito a farsi cacciare dopo un incidente diplomatico con gli Usa o la Francia, dopo un conflitto sociale molto acuto, dopo una bevuta. E oggi staremmo discutendo di un nuovo voto con la Lega  finalmente libera dal suo energumeno di quartiere. Ovviamente sono solo mie suggestioni, ma resta vero che senza il voto l’Italia non è migliorata malgrado alcuni ministri seri e, lo dico a mio rischio, un presidente del Consiglio che è meglio dei suoi critici.

IL FALLIMENTO DEI 5 STELLE

L’altra ragione, tutta politica per non votare, è stata quella di favorire una ricollocazione dei 5 stelle. È un movimento di popolo con dentro tanta gente di sinistra, ci spiegarono. A conti fatti hanno distrutto Roma, hanno, con Alfonso Bonafede, attaccato i diritti dei cittadini abolendo la prescrizione, si sono presi lo sfizio di fare un dispetto provvisorio a ex senatori e deputati che fra qualche tempo riavranno dai tribunali ordinari le loro indennità ricostruite. Insomma questi bravi ragazzi allevati da Beppe Grillo non erano riformabili. Sono riusciti, persino, sulla giustizia a far fare una bella figura a Renzi. Ora siamo in un vicolo cieco. Il governo può restare in piedi per mesi o cadere e favorire l’ascesa di un altro esecutivo precario. Il voto si allontanerà. Faremo un referendum cretino (io voto No) per diminuire i parlamentari cosa che non ci garantisce di levarci dalle palle Paola Taverna. Così gli italiani si guarderanno attorno e cercheranno la soluzione d’urto che solo la destra può dare.

BASTA CON CHI ELEMOSINA UNA RICONFERMA IN PARLAMENTO

Ci mancano oggi quelle personalità pubbliche che sappiano parlare al Paese e, mostrando disinteresse personale, spingano per far tornare tutto nelle regole: governo che faccia cose, opposizione che si opponga, nuovi movimenti che si mettano alla prova. Ma soprattutto bisogna mandare al diavolo quelli che stanno facendo il giro delle Sette Chiese per cercare la riconferma al parlamento. Non possiamo giocarci la democrazia per far campare Tommaso Cerno. Queste personalità devono essere credibili politicamente, devono essere dei due campi, deve risultare evidente che non governerebbero mai assieme a meno che non arrivino i marziani e che sappiano muoversi con spirito repubblicano. Sennò, arrangiamoci e  spegniamo quel televisore. Un altro dibattito con Daniele Capezzone, proprio no.

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