Il governo costretto a prendere tempo sull’Ilva

ArcelorMittal non mostra segnali d'apertura. Conte rinvia al 18 novembre il Consiglio dei ministri. Il M5s conferma il no allo scudo penale. E i commissari non hanno ancora depositato il ricorso contro la ritirata della multinazionale. Intanto i primi 50 operai dell'indotto sono rimasti senza paga.

La soluzione della crisi dell’Ilva passa per ArcelorMittal, che rappresenta il piano «a, b, c e d».

O almeno, questa rimane la posizione ufficiale del governo.

Anche se l’azienda, per ora, non mostra alcun segnale di apertura e si prepara a dire addio a Taranto e agli altri stabilimenti italiani.

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Per l’esecutivo, tuttavia, gli estremi per il recesso dal contratto d’affitto con obbligo d’affitto non ci sono. A decidere saranno i giudici: la prima udienza al Tribunale di Milano è fissata per il 6 maggio. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha ribadito in conferenza stampa che la multinazionale «deve mantenere gli impegni presi» e «deve tornare a sedersi al tavolo». Anche passando per il potere giudiziario, se necessario, visto che i commissari straordinari dell’Ilva entro venerdì 15 novembre intendono depositare un ricorso d’urgenza con cui provare a fermare la ritirata di ArcelorMittal.

A TARANTO I PRIMI OPERAI DELL’INDOTTO SENZA PAGA

La situazione a Taranto, intanto, peggiora di ora in ora: in città si registra la prima cinquantina di operai dell’indotto rimasti senza paga. E otto consigli di fabbrica, riuniti a Genova, invocano uno sciopero europeo per la crisi della siderurgia. Nella maggioranza la tensione è altissima: gli emendamenti presentati da Italia viva al decreto fiscale per reintrodurre lo scudo penale sono stati giudicati inammissibili dalla presidente della commissione Finanze, la pentastellata Carla Ruocco. E nel M5s i senatori – soprattutto quelli pugliesi, a partire da Barbara Lezzi – non mollano.

IL MANDATO DI PATUANELLI E IL NO DI CINQUE SENATORI M5S

Tanto che Patuanelli, dopo la riunione fiume a Palazzo Madama, è costretto a presentarsi anche dai deputati per spuntare almeno quella che lui stesso definisce una «disponibilità a discuterne», se nel corso della trattativa o del processo dovesse riemergere la necessità dell’immunità. Cinque senatori, in ogni caso, hanno votato contro il documento proposto dal ministro dello Sviluppo, negandogli il mandato a tracciare la linea sull’Ilva. Patuanelli ha proposto di slegare il dossier dalla tenuta del governo, escludendo voti di fiducia. E ha tratteggiato un piano di medio periodo che punti alla decarbonizzazione dell’acciaieria, valutanto anche l’ipotesi di una legge speciale per Taranto per accelerare gli interventi sul territorio.

RINVIATO IL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Di sicuro la trattativa con ArcelorMittal per il momento non esiste. Si aspetta, probabilmente, l’esito del ricorso, non ancora depositato. E il premier Giuseppe Conte è costretto a prendere tempo, rinviando a lunedì 18 novembre il Consiglio dei ministri chiamato a mettere in fila le proposte per il cosiddetto Cantiere Taranto, cioè gli interventi a più ampio raggio per il rilancio della città, al di là delle vicende legate alla fabbrica.

IL NODO DEGLI ESUBERI

Il governo punta a ridurre al minimo, se non ad azzerare, la richiesta di 5 mila esuberi avanzata dall’azienda per rimanere in Italia. Duemila potrebbero essere gestibili attraverso la cassa integrazione, ma andrebbe riscritto il piano industriale di dieci mesi fa che, come sottolineato più volte da Patuanelli, «non è stato rispettato». L’esecutivo potrebbe mettere sul piatto anche un ingresso di Cassa depositi e prestiti, con l’8-10%, a puntellare l’operazione.

LA STRADA DELLA NAZIONALIZZAZIONE TEMPORANEA

Sempre Cdp potrebbe essere, d’altra parte, il perno attorno a cui ricreare una nuova cordata di privati. Per il subentro potrebbe rendersi necessario prima un passaggio dell’Ilva alla gestione commissariale, poi una nuova gara. Ma la legge Marzano potrebbe consentirebbe di saltare questo passaggio. Resta infine la strada della nazionalizzazione ‘a tempo’, coinvolgendo controllate di Cdp per superare i vincoli di statuto della Cassa: un’operazione che l’Unione europea potrebbe consentire, visto che gli aiuti di Stato interverrebbero in un’area economicamente “depressa”.

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Chi è Lakshmi Mittal, il Paperone indiano che vuole lasciare l’Ilva

Il Ceo del colosso anglo-indiano ArcelorMittal è tra i 100 uomini più ricchi al mondo. Profilo dell'imprenditore originario del Rajastahan in fuga da Taranto.

È l’uomo che sta dando del filo da torcere al governo Conte nella partita per l’Ilva di Taranto. Ma chi è esattamente Lakshmi Mittal, il paperone che viene dal Rajasthan? Classe 1950, sposato e padre di due figli, vive a Londra (Kensington) ed è Ceo di ArcelorMittal, di cui detiene il 37,39%. Il gruppo è il più grande produttore di acciaio: possiede impianti in oltre 60 Paesi, siti industriali in 18 e fattura quasi 80 miliardi di euro l’anno. Numeri che chiamano altri numeri: ArcelorMittal ha 209 mila dipendenti in tutto il mondo e vanta una produzione dichiarata (nel 2018) di 96,42 milioni di tonnellate di acciaio (a fronte di una capacità produttiva di circa 118 milioni di tonnellate).

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MITTAL FONDÒ LA PRIMA AZIENDA A 26 ANNI

Mr Mittal, al 91esimo posto nella classifica 2018 dei super ricchi stilata da Forbes con una ricchezza di 13 miliardi e 600 mila dollari, è un “figlio d’arte”. E la sua storia con l’acciaio parte da lontano. Nel 1960, si trasferì con la famiglia a Calcutta dove suo padre Mohanlal gestiva un’acciaieria. La stessa in cui Mittal mosse i primi passi nel settore. Dopo la laurea, appena 26enne, si mise in proprio. Fondò un’azienda in Indonesia e nel 1989 acquisì l’Iron & Steel Company, uno stabilimento siderurgico sull’orlo del fallimento a Trinidad e Tobago (Stato dell’America centrale). La formula si rivelò vincente. In un solo anno Mittal raddoppiò la sua produzione e cominciò a comprare in tutto il mondo acciaierie (soprattutto statali) in forte crisi.

LA NASCITA DEL COLOSSO ARCELORMITTAL

Nel 2006 la Mittal Steel Company acquisì con un’offerta pubblica Arcelor (nata a sua volta nel 2002, dall’unione della spagnola Aceralia, con la francese Usinor e la lussemburghese Arbed), dopo il fallimento dell’accordo tra Arcelor e la russa Severstal. Fu così che nacque ArcelorMittal. Un gigante che attualmente copre il 10% della produzione globale di acciaio. Il quartier generale del gruppo si trova in Lussemburgo ed è quotato nelle Borse di Parigi, Amsterdam, New York, Bruxelles, Lussemburgo e Madrid. Mittal lo gestisce insieme al figlio Adyta da Londra. L’uomo dell’acciaio dal 2008 siede anche al tavolo del Consiglio d’amministrazione della Goldman Sachs.

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IL “TAJ MITTAL” DI KENSINGTON

Sposato con Usha, Lakshmi Mittal, oltre a Adyta ha una figlia: Vanisha. Per dare un’idea della ricchezza di cui dispone basta ricordare che la residenza di famiglia a Kensington Palace Gardens è una reggia di 5 mila metri quadrati, ed è talmente sontuosa da essersi guadagnata il soprannome di Taj Mittal. Al momento dell’acquisto, 10 anni fa, con i suoi 120 milioni di euro risultava l’abitazione più costosa del mondo. Al suo interno conta 12 camere da letto, una piscina al coperto, bagni turchi e un parcheggio per 20 auto. Mittal non ha badato a spese nemmeno per il matrimonio della nipote, Shrishti Mittal: tre giorni di festa costati circa 50 milioni di sterline. Ulteriori dettagli non si conoscono. I 500 invitati hanno infatti dovuto firmare accordi di riservatezza.

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Confindustria boccia la manovra del governo giallorosso

Il giudizio degli imprenditori: «È insufficiente rispetto alle esigenze del Paese». Nel mirino soprattutto le tasse sulla plastica e sulle auto aziendali.

Una manovra «insufficiente rispetto alle esigenze del Paese». Confindustria ha bocciato in parlamento la legge di bilancio presentata dal governo giallorosso. Gli imprenditori, rappresentati dal direttore generale dell’associazione Marcella Pannucci, non hanno usato mezzi termini: «Manca un disegno di politica economica capace di invertire la tendenza negativa. Anzi, in alcuni casi, si produce un effetto opposto».

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Nel mirino ci sono soprattutto la tassa sulla plastica e l’aumento delle imposte sulle auto aziendali. La prima, pur comportando benefici ambientali, secondo Confindustria «penalizza i prodotti e non i comportamenti». Dunque «rappresenta unicamente una leva per rastrellare risorse», «danneggia pesantemente un intero settore produttivo» e «determina un aumento medio pari al 10% del prezzo di prodotti di larghissimo consumo, contribuendo a indebolire la domanda interna». L’impatto sulla spesa delle famiglie viene stimato in «circa 109 euro all’anno».

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Ancora più dura la presa di posizione contro l’innalzamento della tassazione sulle auto aziendali: «Rappresenta una vera e propria stangata per circa due milioni di lavoratori, oltre a incidere su un settore economico, quello dell’automotive, già penalizzato su altri fronti. Di fatto si tassa un bene già tassato e lo si fa intervenendo sulla busta paga dei dipendenti e sugli oneri contributivi dei datori di lavoro». Una «contraddizione» anche rispetto al «condivisibile» taglio del cuneo fiscale, che costituisce al contrario uno dei pochi «interventi positivi» contenuti nella manovra.

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In conclusione, se la disattivazione delle clausole di salvaguardia era «necessaria per non deprimere i consumi», l’inasprimento della tassazione «finisce comunque per ripercuotersi, con impronta settoriale, sul consumo di specifici beni e servizi: dalla plastica monouso alle bevande zuccherate, passando per i giochi, i servizi digitali, i tabacchi e i prodotti accessori, per finire alle auto aziendali». Un’azione di bilanciamento «irragionevole per il mondo produttivo».

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Col voto anticipato Renzi sparirebbe dalla scena politica

In un'intervista a Repubblica il leader di Italia viva implora di non far cadere il Conte bis. Sa che se si andasse a elezioni ora per lui sarebbe finita.

Matteo Renzi alla Repubblica dell’8 novembre dice che il voto anticipato sarebbe un suicidio, soprattutto annichilirebbe Pd e Italia viva separandoli definitivamente. Per il resto l’intervista è solo autopromozione.

È del tutto evidente che Renzi abbia capito che tirando la corda questa può spezzarsi e che dopo Giuseppe Conte c’è solo il voto e che il voto ravvicinato dopo il Conte 2 porta al governo Salvini prima ancora che si possano manifestare appieno i primi cenni di una competition fra lui e Giorgia Meloni alla quale i sondaggi danno già il 10%.

Detto tra parentesi, questo dato della Meloni richiede una riflessione. Perché dice che c’è una destra che torna a casa, avendone trovata una e segnala un trend che ha accompagnato tutte le altre avventure precedenti, come quelle di M5s e Lega, cioè dapprincipio una lenta ma inesorabile ascesa, infine una esplosione nel voto. Non so se accadrà, so solo che la descrizione di una destra pacificata che va verso la vittoria e che con serenità governa è una sciocchezza come l’idea che il primo Conte dovesse durare 20 anni.

IL PD SE CORRESSE DA SOLO POTREBBE OTTERE IL 20% DEI VOTI

Torniamo a Renzi. Al medesimo sfuggono due ipotesi di lavoro che sono davanti al Pd nel caso si rompesse l’alleanza: che cinque stelle e Italia viva rompano talmente i cabasisi al povero Nicola Zingaretti da costringerlo a far saltare il tavolo. Oppure, altra soluzione, che Matteo Salvini si “compri” un po’ di deputati grillini facendo crollare l’attuale maggioranza. Il Pd messo alle strette potrebbe andare al voto da solo o con pochi alleati al centro e a sinistra dichiarando di aver fatto di tutto per dare una mano al Paese dopo l’estate alcolica di Salvini e l’autunno giovanilistico di Renzi e Luigi Di Maio. Potrebbe assestarsi su una cifra intorno al 20% dei voti o poco più che è il dato di molte socialdemocrazie europee e da qui potrebbe tentare la risalita avendo come vantaggio di non avere in parlamento nessun renziano, Renzi compreso, e pochi pentastellati, ma non Di Maio.

SERVE UNA COALIZIONE NUOVA DA OPPORRE AI SOVRANISTI

Il Pd potrebbe, soluzione che io suggerisco, affrontare il trauma della chiusura anticipata della legislatura facendo una sorta di Big bang, cioè formando un cartello elettorale in cui si scioglierebbero i partiti e si darebbe vita a una coalizione di italiani che non vogliono prender ordini da Vladimir Putin, che non vogliono svendere le imprese ai francesi, che vogliono mantenere una società industriale di nuovo tipo, avendo al centro il tema di lavori straordinari e di una operazione sul cuneo fiscale, non da rimandare come vuole Renzi, ma da rendere più efficace. Di fronte alla minaccia di destra con una coalizione di italiani veri. Direi risorgimentale e digitale. Anche in questo caso Renzi e i grillini andrebbero a ramengo e ci sarebbe la possibilità di accogliere convergenze fra la società civile che è stufa di politicanti come i due Mattei e di signori o signorine come Di Maio e Barbara Lezzi.

PER ORA RENZI ELETTORALMENTE NON ESISTE

Renzi vuole evitare queste due soluzioni? Sia costruttivo. Deve semplicemente togliersi dalla testa ciò che lo ha mosso negli anni dell’ascesa, del successo e della sua attuale fragile resurrezione. Cioè che la sinistra, e in particolare gli ex comunisti, quelli non sbianchettati come la sua Teresa Bellanova, non sono un deposito di consensi da saccheggiare ostentando disprezzo. Renzi elettoralmente, per ora, non esiste. È figlio degli errori della sinistra non della sua evoluzione.

Chi era ossessionato da Massimo D’Alema fra un po’ sarà fuori dalla politica italiana

Non è caduto perché la sinistra lo voleva morto, ma perché lui voleva uccidere ogni ombra che venisse dalla sinistra. Renzi ha bisogno di fare chiarezza mentale nei suoi pensieri. Il prossimo voto, e la prossima sconfitta, diranno che chi ha difeso la Ditta, essendo così colpevole di coservatorismo, tuttavia attrae ancora una buona parte di italiani, chi era ossessionato da Massimo D’Alema fra un po’ sarà fuori dalla politica italiana. In sintesi, se la attuale coalizione non è in grado di emettere un solo suono dignitoso, lasci il fiato per le trombe del ritiro. Un ritiro ordinato e pieno di idee per il futuro, può almeno salvare la bandiera.

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Stallo sull’ex Ilva, Conte non esclude la nazionalizzazione

I vertici di ArcelorMittal non arretrano di un millimetro e non mandano alcun segnale. Mentre il premier si prepara alla «battaglia legale del secolo» e valuta l'intervento pubblico.

A 24 ore di distanza dalla drammatica conferenza stampa con cui il governo ha fatto sapere che ArcelorMittal vuole 5 mila esuberi per tenersi l’ex Ilva, non si registrano passi avanti che lascino intravedere la possibilità di uscire dallo stallo.

I vertici dell’azienda non arretrano di un millimetro e non mandano alcun segnale, mentre il premier Giuseppe Conte ha aperto un tavolo permanente di crisi con il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, il presidente della Provincia, Giovanni Gugliotti, e il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. Preservare il polo siderurgico «è strategico per il Paese» e lo scontro in Tribunale andrebbe scongiurato. Ma se fosse inevitabile “l’avvocato del popolo” assicura che l’esecutivo ha «tutti gli strumenti giuridici» per affrontare quella che definisce «la battaglia legale del secolo».

Conte ha fatto un appello affinché «tutto il sistema-Italia risponda con una voce sola, senza polemiche o sterili disquisizioni». E non ha escluso l’ipotesi di una nazionalizzazione temporanea: «Stiamo già valutando tutte le possibili alternative». In ogni caso, come primo step, il disimpegno di ArcelorMittal porterebbe alla gestione commissariale degli impianti da parte del ministero dello Sviluppo economico con dei prestiti-ponte. I sindacati, da parte loro, giocano la carta dello sciopero e ne hanno proclamato uno di 24 ore in tutti gli stabilimenti ex Ilva, da Taranto a Genova, a partire dalle 7 di venerdi 8 novembre.

Ma il punto è che la trattativa con ArcelorMittal al momento non esiste. E nel governo non c’è nemmeno la volontà a piegarsi alla multinazionale. L’unica concessione resta lo scudo penale per il risanamento ambientale, cui l’azienda ha già detto no. Per questo a Palazzo Chigi si preparano al peggio e nella maggioranza si discute di nazionalizzazione. Con due appendici non di poco conto: il sì dell’Europa, tutt’altro che scontato; e il peso dell’eventuale operazione sui conti pubblici, sul quale anche al ministero dello Sviluppo economico circola un certo scetticismo. Intanto nel Pd aumentano le pressioni interne di chi vuole una rottura subito dopo la manovra, dunque prima del voto in Emilia-Romagna.

Quanto al M5s, il capo politico Luigi Di Maio si ritrova con il partito a un passo dall’implosione. Non a caso Roberto Fico ha cercato di gettare acqua sul fuoco, mentre Davide Casaleggio – messo nel mirino dal dissenso interno – ha incontrato alcuni parlamentari e non è escluso un faccia a faccia con lo stesso Di Maio. Il leader del M5s, la prossima settimana, riunirà tutti i deputati e i senatori. Sarà un primo assaggio del grande bivio che si pone davanti ai pentastellati: cementare l’alleanza di governo oppure far saltare il banco, consegnando il Paese alla Lega di Matteo Salvini.

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Salvini, ma soprattutto Meloni, si stanno bevendo il governo Conte

La maggioranza è spaccata e non c’è un solo provvedimento del governo che parli agli italiani. Così le destre si rafforzano. Il Pd prenda coraggio, rompa con M5s e Italia viva e proponga una coalizione di salvezza nazionale guidata da Draghi.

Le cronache politiche raccontano che il Pd è molto arrabbiato per lo stato delle cose e vorrebbe rompere con M5s e Italia viva.

Poi leggi l’intervista a Dario Franceschini sul Corriere della Sera e ti trovi improvvisamente catapultato in una crisi politica che assomiglia a quelle che piacevano tanto ai democristiani.

Franceschini propone che fra gli alleati ci sa lealtà, un comune mission politica, vanta successi inesistenti del governo, elogia Giuseppe Conte, sostiene che si supererà gennaio fino ad arrivare alla fine legislatura e, forse con una punta di macabro umorismo, dice che vincendo le prossime elezioni questo mostro Pd-M5s-Italia Viva possa andare ancora più lontano. Solo del prossimo inquilino del Quirinale non vuole parlare perché, come si dice, de te fabula narratur.

IL GOVERNO GIALLOROSSO NON PARLA AGLI ITALIANI

È bene che il Pd si incazzi di meno e faccia più fatti, a mente fredda. L’impopolarità del governo è il termometro che decide se tenerlo in vita o no. L’impopolarità è nata dal fatto che l’operazione “cambio di maggioranza” non è piaciuta ed è enfatizzata dalla circostanza che non c’è un solo provvedimento del governo che parli agli italiani. Avevo sperato che si potesse dire che Roberto Gualtieri aveva abbattuto il cuneo fiscale mettendo soldi nelle tasche dei lavoratori. Oggi spero che si possa dire che Taranto (ragazzi: Taranto , cioè una delle maggiori città italiane), possa essere salvata in un connubio possibile fra lavoro e sicurezza. Invece la Mittal scappa, quella indefinibile ex ministra Barbara Lezzi dice cose da manicomio, il grillismo diffuso è felice di trasformare la città operaia in un grande giardinetto per poveri e anziani.

SERVE UNA COALIZIONE DI SALVEZZA NAZIONALE GUIDATA DA DRAGHI

Se le cose stanno così e andranno così, ed io sono sicuro che andranno persino peggio, il Pd deve smettere di incazzarsi perché deve dire al Paese: «Ci abbiamo provato, con Luigi Di Maio e Matteo Renzi non si costruisce nulla, Matteo Salvini sapete dove vi stava portando, io (nel senso di io-Pd) propongo alle persone di buona volontà di fare una coalizione di salvezza nazionale chiedendo a Mario Draghi di guidarla. Vogliamo rottamare tutto quello che c’è e che viene tutto da lontano, Pd compreso». Questo sarebbe un discorso che agli italiani potrebbe piacere.

Da sinistra, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il presidente uscente della Bce, Mario Draghi, e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

Siamo in un Paese che ha dimenticato la Prima repubblica e si è rotto le scatole della Seconda e ormai anche di grillismo e fra un po’ presenterà il conto a Salvini preferendogli Giorgia Meloni. Che fa il Pd? Chiede un vertice di governo, vuole una cabina di regia, pensa a un caminetto? Suvvia! Io sono un ammiratore ex post della Dc a cui dobbiamo tante belle cose ma anche tanti guai attuali, ma la cultura democristiana era ben più profonda della caricatura con cui la propone il caro Franceschini. Vuole fare un patto con Di Maio e Renzi? E perché mai loro dovrebbero farlo. Uno è alla canna del gas, l’altro vuole la rovina comune per lucrare sulle macerie del Pd. È arrivato il momento di rubare l’idea a Beppe Grillo: un bel vaffa (ovviamente anche a lui).

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Il governo in bilico sulla partita ex Ilva-ArcelorMittal

Dopo un cdm molto teso, il M5s mantiene il veto sullo scudo penale da offrire all'azienda indo-francese. Il Pd furioso: «A forza di tirare, la corda si spezza».

Sull’immunità per l’ex Ilva restano intatte, dopo l’incontro Conte-ArcelorMittal, le tensioni nella maggioranza e nel Movimento Cinque stelle. «Lo scudo penale è stato offerto ed è stato rifiutato. Il problema è industriale», sottolinea il premier riferendo che dall’azienda è arrivata una richiesta di «5 mila esuberi» e chiamando «tutto il Paese e le forze di opposizione alla compattezza».

«Chiameremo tutto il Paese a raccolta», insiste Conte ribadendo il suo messaggio alla politica: è il momento della compattezza. Una compattezza che, sul decreto offerto a ArcelorMittal sullo scudo penale rischia di mancare vista la ferma contrarietà di una parte del M5s. Tanto che, dopo tre ore e mezza di Consiglio dei ministri quel decreto non salta fuori. Avanti così, sono i commenti dal Pd, non si può andare. Già le bordate arrivano da tutte le parti, dalla Lega di Matteo Salvini a Confindustria, almeno gli alleati devono smetterla con strappi e polemiche, perché, è l’avvertimento che manda il Partito democratico, «a forza di tirare, la corda si spezza».

Ma per il caso Ilva ora il problema non è questo. La norma sullo scudo penale, raccontano fonti di governo, è stata di fatto messa sul tavolo nell’incontro con A.Mittal, così altre rassicurazioni, come il pieno sostegno a un piano che renda l’ex Ilva un «hub della transizione energetica». Tutto inutile. L’azienda vuole l’addio o un taglio draconiano della forza lavoro, che costringerebbe il governo ad intervenire sulla cassa integrazione. Con un’appendice: il governo non accetterà mai i 5mila esuberi richiesti.

Saranno 48 ore sul filo della suspense. Perché la trattativa con ArcelorMittal non è ancora definitivamente chiusa. «Al momento la via concreta è il richiamo alla loro responsabilità», spiega Conte che ha chiesto a Lakshmi Mittal e a suo figlio di aggiornarsi tra massimo due giorni per una nuova proposta. È una delle poche volte, da quando è a Palazzo Chigi, che Conte pone il suo accento sulla serietà del problema. E sono parole che danno il tono della fumata nerissima registrata dopo l’incontro con i vertici di A.Mittal. «Vogliono il disimpegno o un taglio di 5 mila lavoratori» ma «nessuna responsabilità sulla decisione dell’azienda può essere attribuita al governo», spiega Conte sentenziando un concetto che sa di protesta di un intero sistema: «l’Italia è un Paese serio, non ci facciamo prendere in giro». Già perché, per il governo, semplicemente A.Mittal non rispetta un contratto aggiudicatasi dopo una gara pubblica. Tanto che fonti di governo descrivono lo scontro con l’azienda in questi termini: «Praticamente siamo già in causa». E, nell’esecutivo, emerge anche un’altra considerazione: quanto conviene che l’azienda resti? Per questo, parallelamente, si stanno cercando «strade alternative». Un piano B, insomma, che non includerebbe la partecipazione di Cdp ma che potrebbe concretizzarsi con una nuova cordata. È un’ipotesi che emerge a tarda notte e che non riguarderebbe necessariamente Jindal o AcciaItalia.

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ArcelorMittal vuole 5 mila esuberi per tenersi l’ex Ilva

Chiesti anche il ritorno dello scudo penale per il risanamento ambientale e una norma speciale per l’altoforno 2, che rischia di essere spento dalla magistratura.

In attesa della conferenza stampa del premier Giuseppe Conte, filtrano le condizioni che ArcelorMittal avrebbe posto al governo per tenersi l’ex Ilva: 5 mila esuberi su un totale di 10.777 dipendenti, il ritorno dello scudo penale per l’attuazione del piano ambientale e una norma speciale per l’altoforno 2, che rischia di essere spento dalla magistratura. Richieste durissime, soprattutto per quanto riguarda la riduzione della forza lavoro, che l’esecutivo «non intende prendere minimamente in considerazione», secondo le prime reazioni che trapelano dalla riunione fra Conte e i ministri giallorossi.

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Il premier Conte a faccia a faccia con i vertici di ArcelorMittal

L’incontro è fissato per le undici a Palazzo Chigi: il 6 novembre il premier Giuseppe Conte vedrà i vertici dell’Arcelor..

L’incontro è fissato per le undici a Palazzo Chigi: il 6 novembre il premier Giuseppe Conte vedrà i vertici dell’Arcelor Mittal dopo la volontà dell’azienda di ritirarsi dall’ex Ilva. Il primo ministro, che ha promesso inflessibilità da parte del governo, si è detto fiducioso. Intanto, sempre per oggi, è previsto un presidio dei lavoratori sotto la direzione,
lasciando il consiglio di fabbrica permanente.

Il primo ministro italiano Giuseppe Conte. ANSA

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I nodi che fanno traballare Giuseppe Conte

Dalla sconfitta in Umbria alle tensioni nella maggioranza, fino al caso Russiagate: sulla rotta del capo del governo pare che si stiano addensando le nubi di una tempesta perfetta.

È un Giuseppe Conte con il fiato sospeso quello delle ultime settimane, che pare dover ancora realizzare quanto gli sta accadendo attorno. Drammaticamente precipitato dal podio di leader più apprezzato alla graticola di presidente del Consiglio di una maggioranza che va sfilacciandosi.

E più passano le ore, più l’avvocato del popolo si ritrova pressato, costretto quasi al ruolo di “imputato”: Matteo Salvini lo ha scelto come bersaglio della sua propaganda elettorale d’autunno, da Oltreoceano continuano ad arrivare notizie imbarazzanti (al caso del professor Mifsud si aggiunge ora la consulenza che porta al fondo indagato in Vaticano), alle sue spalle litigano Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, sotto il suo naso un manipolo di pentastellati sarebbe pronto a passare con la Lega, altri del Pd starebbero per confluire in Italia viva.

Come se tutto ciò non bastasse, restano da sciogliere i nodi irrisolti della Legge di bilancio, che dopo la batosta umbra sarà più elettorale che mai. Ecco, quindi, tutti i fronti aperti per Giuseppe Conte.

L’ERRORE DI METTERE LA FACCIA SULLE ELEZIONI IN UMBRIA

L’errore più grossolano Conte lo ha commesso mettendo la faccia sulla competizione umbra, una disfatta data per certa che pure il premier si è voluto intestare. Che non fosse più super partes, garante del popolo, ma un personaggio politico a tutto tondo era ormai assodato. Ma la foto di Narni, l’istantanea che lo immortala al fianco di Zingaretti, Di Maio e Roberto Speranza fa acquistare a Conte una dimensione nuova, non da federatore ma da semplice leader, per di più sconfitto alle elezioni.

Da sinistra, il ministro della Salute Roberto Speranza, il segretario del Pd Nicola Zingaretti, il candidato civico alle elezioni regionali in Umbria Vincenzo Bianconi, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, all’Auditorium San Domenico a Narni.

Quell’immagine costituisce prova della sua correità nella disfatta. Ecco perché è stato più lungimirante il quarto membro dell’alleanza, nonché principale artefice del governo giallorosso, ovvero Renzi, nella sua scelta di non comparire nello scatto. Prima della batosta elettorale Conte era il leader più apprezzato dell’attuale panorama politico, dopo la sconfitta in Umbria un politico relegato alla minoranza.

LA MAGGIORANZA GIALLOROSSA DIVENTA SEMPRE PIÙ LITIGIOSA

«La mia forza è che se io dico “ora la smettiamo”, loro non litigano». Con questa frase, carpita dai microfoni della trasmissione di La7 Piazza Pulita, a inizio 2019 Giuseppe Conte a Davos provava a rassicurare Angela Merkel preoccupata per la tenuta di una coalizione, all’epoca ancora quella gialloverde, che settimana dopo settimana diventava sempre più litigiosa. Al ruolo di pacificatore Conte dovrebbe dunque esserci abituato.

Le elezioni umbre sembrano aver destato l’insofferenza reciproca degli azionisti della maggioranza

Ciò nonostante, non lo attendono tempi facili, perché le elezioni umbre sembrano aver destato l’insofferenza reciproca degli azionisti della maggioranza. Di Maio ha scritto subito sul blog delle Stelle: «L’esperimento umbro non ha funzionato. Questa esperienza testimonia che potremo davvero rappresentare la terza via solo guardando oltre i due poli contrapposti». Zingaretti si colloca sul fronte opposto: «Non ha senso», ha detto, «governare da avversari». Anche se poi ha aperto: «Ogni regione sceglierà per conto proprio le alleanze migliori».

IL CAMPO MINATO DELLA LEGGE DI BILANCIO

La necessità di tornare a macinare consensi avvertita sia dai cinque stelle sia dai dem potrebbe sparigliare le carte su cui era stata scritta la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def). L’accordo sull’intelaiatura della Legge di Bilancio era stato raggiunto a fatica e soprattutto con la formula “salvo intese”, che di fatto lasciava ancora alle forze politiche ampie possibilità di modifica. Per un “Sì” appena arrivato da Bruxelles rischiano di fioccare i “no” da parte degli azionisti di maggioranza.

Da sinistra, Nicola Zingaretti, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio.

E se sull’assegno unico famigliare l’accordo tra M5s e Pd pare vicino (si prevede l’accantonamento di fondo da 2 miliardi in cui fare confluire le risorse tradizionali aumentate di 600 milioni), discorso opposto va fatto per la mini flat tax sulle partite Iva di salviniana memoria (il regime forfettario in tema di Iva, Irpef e Irap al 15% esteso fino a 65 mila euro) su cui Di Maio non intende cedere. Per rifinanziarla in modo da coprire tutto il 2020 occorrono circa 2 miliardi. L’altra eredità leghista che M5s intende confermare e il Pd preferirebbe abolire è Quota 100.

IL BRACCIO DI FERRO CON DI MAIO PER LA LEADERSHIP DEL M5S

Proprio la manovra ha contribuito a aumentare le distanze tra Conte e Di Maio, separati in casa da quando quest’estate, con il supporto di Beppe Grillo, il premier ha lavorato alla creazione del nuovo esecutivo. Di Maio inoltre è incalzato dalla fronda interna che lo accusa di non averne azzeccata una dal 4 marzo 2018 e di avere contribuito all’incessante emorragia di consensi che ha portato il Movimento dal 32% delle politiche al 7,4 umbro. Alla Camera, almeno una decina di deputati, guidati da Giorgio Trizzino, ha già chiesto una modifica dello statuto per rendere contendibile il seggio del capo politico.

Il M5s non esiste più, è morto con Gianroberto Casaleggio

Manuela Sangiorgi, sindaca del M5s di Imola

Ha il sapore del necrologio la dichiarazione con la quale la sindaca pentastellata di Imola, Manuela Sangiorgi, ha annunciato le proprie dimissioni: «Il M5s non esiste più, è morto con Gianroberto Casaleggio». Da qui, dunque, la necessità per il leader pentastellato di alzare la voce e il timore di essere rottamato proprio da Conte. «Senza il nostro voto non si va da nessuna parte», lo aveva avvisato, qualche settimana fa, Di Maio ribadendo che il Movimento avrà voce in capitolo nella costruzione della finanziaria. «Chi non fa squadra è fuori», aveva replicato Giuseppe Conte dall’Eurochocolate di Perugia, riferendosi sia a Luigi Di Maio sia a Matteo Renzi.

L’INCOGNITA RENZI

Conte non deve guardarsi solo dalle insidie di Zingaretti e di Di Maio, ma anche dai tranelli che potrebbe tendergli Matteo Renzi che, da quando ha fondato Italia viva, ha persino più libertà d’azione rispetto al passato e va necessariamente marcato a uomo. Quello fiorentino è sicuramente uno dei fronti più caldi per la maggioranza (dalla Leopolda Maria Elena Boschi ha persino vibrato il colpo più duro: «Il Pd sta diventando il partito delle tasse») e ha già contribuito a far scricchiolare la maggioranza nei delicati giorni della Nadef avanzando pretese autonome.

La variabile renziana è una scheggia impazzita anche perché trasversale

All’interno del puzzle per costruire la manovra, la variabile renziana è una scheggia impazzita anche perché trasversale: da un lato Italia viva, al pari dei dem, non vede di buon occhio Quota 100 oggi sostenuta da M5s, dall’altro si schiera con Di Maio nel non gradire retromarce sul tetto al contante come vorrebbero invece i democratici. Renzi è poi d’accordo con il Pd nel voler espungere dal decretone fiscale l’inasprimento delle pene per chi evade il fisco preteso dai pentastellati.

LA CAMPAGNA ACQUISTI DI LEGA E ITALIA VIVA TRA I PARLAMENTARI PD E M5S

E poi c’è il rischio che la maggioranza si sfarini persino prima di una possibile crisi. Non è certo un mistero che Renzi stia facendo scouting tra gli onorevoli pentastellati. Ma l’erosione potrebbe accentuarsi se, come riportano alcuni retroscena, una ventina di pentastellati stessero seriamente pensando di fare i bagagli per confluire nella Lega. È la «politica delle porte aperte a tutti» che i due Matteo attueranno con forza nei prossimi mesi, una mossa a tenaglia che rischia di sgretolare contemporaneamente le file della maggioranza e i nervi del presidente del Consiglio. Nel 2020 si voterà in altre otto regioni e nuove batoste potrebbero accelerare il fuggi-fuggi. Basterà il recente taglio dei parlamentari approvato in tutta fretta dal governo giallorosso ma destinato a entrare in vigore dalla prossima legislatura a dissuadere i transfughi?

RUSSIAGATE, COPASIR AGUERRITO E LE ACCUSE DI CONFLITTO DI INTERESSI

Ma la stella di Conte potrebbe essere offuscata anche dalle notizie che giungono dagli Usa. Sarebbe un errore se il presidente del Consiglio pensasse che il caso Russiagate sia passato in cavalleria. Anzi, con un Copasir mai così ostile nei riguardi dell’esecutivo, guidato dal leghista Raffaele Volpi e dal suo vice di Fdi Adolfo Urso (non meno amichevole la quota di Forza Italia o il renziano Ernesto Magorno), difficile che non sarà fatto tutto il possibile per fare chiarezza sulla condotta del premier. Il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti ha ascoltato Gennaro Vecchione, direttore del Dipartimento informazioni e sicurezza, per verificare la versione resa da Conte.

Il Financial Times ha attaccato Conte proprio nelle ore in cui dall’Umbria arrivavano i primi, disastrosi, exit poll

E poi c’è la consulenza che porta al fondo indagato in Vaticano. Una tegola che il Financial Times ha fatto cadere su Conte proprio nelle ore in cui dall’Umbria arrivavano i primi, disastrosi, exit poll. Secondo la ricostruzione, il fondo Fiber 4.0, fallendo il suo tentativo di scalare la società Retelit, aveva chiesto all’avvocato Conte un parere per raggiungere l’obiettivo. Da parte sua, Conte suggeriva lo strumento del golden power con la richiesta di intervento di Palazzo Chigi. Nel frattempo, però, l’avvocato Conte diventava l’avvocato degli italiani e si insediava proprio a Palazzo Chigi.

L’audizione al Copasir del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Accanto a lui il presidente del comitato Raffaele Volpi.

Conflitto di interessi? In teoria, no: il neo presidente del Consiglio si è astenuto sulla decisione. Ma il Financial Times ha rilanciato con la notizia che Fiber era stata finanziata, in parte, da uno dei fondi d’investimento al centro dello scandalo finanziario in Vaticano. E tanto potrebbe bastare a buttare giù un premier in affanno. Sulla rotta del governo pare insomma che si stiano addensando le nubi di una tempesta perfetta: lì si valuterà la validità del nocchiere e la solidità della nave.

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Tranquilli, presto o tardi Salvini si rifarà male da solo

La Lega e le destre festeggiano dopo la vittoria in Umbria e gli scivoloni del governo giallorosso. Ma da qui al voto politico tante cose possono cambiare.

A destra i festeggiamenti proseguono. Si erano presi un bello spavento dopo l’estate alcolica di Matteo Salvini. Il tradimento dei cinque stelle e l’insospettato attivismo di Giuseppe Conte li aveva messi in allarme.

Poi le cose sono rientrate nel solco precedente. Conte ha confermato di essere alle prime armi con la vicenda dei servizi segreti. Il M5s è al capolinea. Il Pd non alza la voce perché l’ha persa. Matteo Renzi fa il fenomeno ma ha il terrore che qualcuno lo porti al voto immediato.

Da qui i festeggiamenti della destra, persino esagerati rispetto al voto umbro. Ma che cosa festeggiano? Da qui al voto politico possono ancora cambiare tante cose.

LA SVOLTA MODERATA DELLA LEGA NON È CREDIBILE

Non voglio fare lo spiritoso, ma sappiamo tutti che Salvini può farsi del male da solo. È per questo che i boatos che vengono dalla Lega, e che sono ispirati da Giancarlo Giorgetti, dicono una cosa sola. Non c’è fretta, facciamoli bollire (i giallorossi), siamo pronti a dare il governo a Mario Draghi, vorremo entrate del partito democristiano europeo, l’euro e l’Europa non si toccano, dopo Sergio Mattarella ci sarà ancora Draghi. E cosa volete dire ad uno che a nome di un partito del 30-35% fa affermazioni così moderate? Gli possiamo dire che non gli crediamo. Ma sarebbe una scortesia verso un leader politico, il già citato Giorgetti, che è notoriamente una persona seria. Gli si potrebbe dire, con maggiore aderenza al vero, che questo disegno è irrealizzabile o troverà ostacoli tali da impedirne l’attuazione.

DIFFICILE CHE IL CARROCCIO RIESCA A ENTRARE NEL PPE

Già sul “non c’è fretta” si potrebbe discutere. Salvini dopo aver dichiarato che può attendere, comincia a reclamare il voto subito. Giorgia Meloni voterebbe domani mattina. Che i giallorossi possano bollire è abbastanza probabile, ma la via del miracolo è sempre aperta e potrebbe accadere che con il combinato disposto di una cazzata di Salvini e di una botta di fortuna di Conte, il gioco torni a complicarsi. Ma questa non è più una analisi politica. Invece è discutibile che l’asse Lega-Fratelli d’Italia-Forza Italia possa, in caso di caduta di Conte, chiamare Mario Draghi e che il suddetto decida di accettare.

Draghi è persona seria e dalle parti della Lega si aggirano i Borghi e Bagnai nelle cui mani Draghi non metterebbe la propria rispettabilità

Se il governo Conte cadrà, come indubbiamente è facile che avvenga, prima di metter su un governo guidato da una fortissima personalità, le destre dovranno calmare i propri bollenti spiriti e non riusciranno a farlo. Tanto meno facile sarà convincere Draghi a governare in nome loro, non per idiosincrasia politica ma perché Draghi è persona seria e dalle parti della Lega si aggirano i Borghi e Bagnai nelle cui mani Draghi non metterebbe la propria rispettabilità.

Il leader della Lega Matteo Salvini.

C’è anche il tema dell’adesione della Lega al partito democristiano europeo sulla base delle garanzie di Silvio Berlusconi. Dubito che Berlusconi oggi possa garantire chicchessia, è vero che lì c’è anche Viktor Orban, è altrettanto vero che la quantità di insulti che Salvini ha riversato sui popolari tedeschi e sulla classe dirigente europea di estrazione democristiana rendono assai difficile l’avvicinamento del leghista là dove regnava la Angela Merkel.

QUESTA DESTRA COMINCERÀ SUBITO L’ASSALTO AL GOVERNO CONTE

Insomma la strada di una destra che abbandona la propria furia e diventa rispettavile è assai poco credibile. Natura non facit saltus. E la natura della Lega è sicuramente governista ma è indissolubilmente legata alla necessità di apparire al proprio elettorato anche come forza di opposizione o se preferite di scasso. L’idea che la Lega possa diventare come la Dc è infondata come quella che immaginava che i pentastellati sarebbero stati il nuovo Pci. Solo la pigrizia intellettuale può far immaginare un ritorno nei ranghi di politici populisti e sovranisti. Appunto, natura non facit saltus.

Togliamoci dalla testa che ci stiamo avvicinando a un passaggio segnato dall’avvio di un ciclo moderato

È assai più facile invece che questa destra non attenda le elezioni emiliano-romagnole per dare l’assalto al governo, che Salvini torni ad urlare (e a farsi cicchetti per stare in forma), che la Meloni si ingolosisca dei voti crescenti e, senza badare a chi la insulta, decida di fare l’alleata–concorrente del padano. Insomma, togliamoci dalla testa che ci stiamo avvicinando a un passaggio, duro per la sinistra, ma segnato dall’avvio di un ciclo moderato.

Da sinistra, Silvio Berlusconi, Matteo Salvini (C), e Giorgia Meloni.

Continuerà il casino, almeno fino a che una coalizione seria non formerà un cartello elettorale di salvezza nazionale che affidi a Mario Draghi la guida del Paese fuori da logiche di partito o di schieramento. La sinistra potrebbe favorire questo passaggio e intanto riprendere in mano qualche libro e consumare un po’ di suola di scarpe riprendendo a girare nei quartieri popolari. Per la terza volta dico natura non facit saltus: la sinistra lì è nata e lì deve tornare.

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Cosa c’è dietro l’ennesima battaglia M5s su Radio radicale

Di Maio aveva provocato: «Gli 8 milioni di fondi diamoli ai terremotati». Alla fine arriva l'intesa: stanziamento confermato e gara nel 2020. Anche perché tutte le forze politiche difendono l'emittente. A parte i grillini che la usano per ottenere concessioni su altro. Il retroscena.

Radio radicale, ancora lei. A dividere i giallorossi come aveva fatto con i gialloverdi, quando la Lega alla fine votò assieme al Partito democratico. La costante, del resto, è la posizione del Movimento 5 stelle, arrivato in passato a definirla Radio Soros e già protagonista con Vito Crimi di una battaglia per revocare la convenzione tra l’emittente e il ministero dello Sviluppo economico. Cambiato il governo, non è cambiata la questione: la maggioranza si è inceppata ancora sui finanziamenti per Radio radicale.

LA DEMAGOGIA GRILLINA CON I TERREMOTATI

È stato Luigi Di Maio a dare lo stop al rinnovo della convenzione con l’emittente: «Ci sono di nuovo 8 milioni di euro all’anno per tre anni a Radio radicale. Ma diamoli ai terremotati…». La nuova rottura è stata sancita da un tweet del capogruppo dem al Senato, Andrea Marcucci: «Radio radicale è viva, il M5s, che voleva chiuderla, ha già perso».

Poi la mediazione, in extremis. La manovra ha confermato lo stanziamento per Radio radicale, ma il 30 aprile del 2020 il servizio va a gara. Di Maio ha esultato così: «È finita la mangiatoia», usando una espressione cara al collega Alessandro Di Battista e di cui Maurizio Crozza ne aveva fatto una parodia.

IN UNA MANOVRA DA 30 MILIARDI SONO DECISIVI 8 MILIONI?

Ma a parte i cinque stelle praticamente tutte le forze politiche, di maggioranza e opposizione, stanno dalla parte di Radio radicale. L’arroccamento del leader grillino è sembrato quindi un modo per tornare allo spirito battagliero del Movimento, per ribadire le antiche posizioni. Ma anche – si ragiona in ambienti della maggioranza – per chiedere qualche concessione su altro. Su una manovra da 30 miliardi, è la riflessione degli alleati, appare sproporzionato far dipendere l’accordo da una convenzione da 8 milioni di euro l’anno per tre anni.

A mettere la parola fine ci ha pensato il deputato dem Filippo Sensi: «La delegazione del Pd ha battagliato su Radio radicale e confermato lo stanziamento, legato – come già era – per il 2020 alla gara che la radio per prima vuole. Grazie a tutti coloro che si sono battuti, occhi restano aperti perché su libera informazione non si scherza».

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Manovra, la cedolare secca resta al 10%

Oggi un nuovo vertice per chiudere l'accordo nella maggioranza. Sugar tax sulle bevande analcoliche con aggiunta di zuccheri (10 euro per ettolitro) e plastic tax sugli imballaggi (1 euro al kg). La tassa sulla fortuna sale al 15% per vincite sopra i 500 euro.

Arriva un’intesa politica di massima sulla manovra economica 2020 e spunta la prima bozza completa della legge di bilancio. Servirà un nuovo vertice per chiudere l’accordo nella maggioranza, ma i 93 articoli del testo definiscono per la prima volta i dettagli della Finanziaria.

La novità principale emersa nella tarda serata del 29 ottobre è lo stop all’aumento della cedolare secca sugli affitti, ma nella bozza compare la versione vecchia con aliquota al 12,5%: dovrà essere corretta per mantenerla al 10%. Per il resto, vengono confermati i capisaldi già noti della manovra giallorossa.

Arrivano tre miliardi per incentivare chi paga con carte e bancomat: per i dettagli del cashback bisognerà aspettare, perché sarà un decreto del ministero dell’Economia da emanare entro aprile 2020, sentito il Garante della Privacy, a stabilire come e quando distribuire i rimborsi in denaro. Viene poi istituito un fondo da tre miliardi nel 2020 e 5 miliardi nel 2021 per tagliare le tasse ai lavoratori: anche in questo caso, sarà una legge collegata alla manovra a definire le modalità.

Da settembre viene abolito il superticket (185 milioni il costo). Mentre arrivano la sugar tax sulle bevande analcoliche con aggiunta di zuccheri (10 euro per ettolitro) e la tassa sulla plastica (1 euro al chilogrammo). La tassa sulla fortuna sale dal 12% al 15% per vincite sopra i 500 euro.

C’è poi il pacchetto famiglia. Raddoppia il bonus asili nido, da 1500 a 3000 euro, per le famiglie con Isee fino a 25mila euro: per chi guadagni fino a 40mila euro il voucher arriva a 2500 euro, per gli altri resta a 1500 euro. Il bonus bebè varrà anche per i nati del 2020 ma diventerà universale. Sarà composto da tre scaglioni, aumentati del 20% per il secondo figlio: 160 euro al mese per il primo anno di vita (o di adozione) fino a 7 mila euro di Isee, 120 euro al mese fino a 40 mila euro di Isee e 80 euro al mese per chi supera questa soglia. Il congedo per i papà sale da cinque a sette giorni.

Viene confermato lo stop al canone Rai per gli anziani a basso reddito.

Sulla casa vengono rinnovati i bonus per ristrutturazioni, per l’acquisto di mobili e arriva la detrazione al 90%, senza limiti di spesa, per rifare le facciate dei palazzi ( non c’è per ora il bonus verde). Viene finanziato il fondo di garanzia per la prima casa e nasce un nuovo fondo da 853 milioni fino al 2033 per la “Rinascita urbana”.

Spunta anche un pacchetto per l’editoria che fa slittare di un anno i tagli alla stampa previsti dall’ultima manovra e stanzia 8 milioni l’anno per tre anni a Radio radicale.

Nasce anche un nuovo bonus per le scuole che si abbonano a quotidiani e periodici, anche online: il contributo sarà fino all’80% della spesa.

L’ossatura resta quella approvata in Consiglio dei ministri il 15 ottobre: la legge di bilancio vale 30 miliardi e la parte del gigante la fanno i 23 miliardi che servono a bloccare l’aumento dell’Iva. Ci sono tre miliardi di tasse sul lavoro e il superbonus da tre miliardi, dal 2021, a chi paga con carta di credito. Ma spuntano anche novità, a partire dalla scelta di congelare, a garanzia della tenuta dei conti, un miliardo di spese dei ministeri.

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Dopo il 1992 a sinistra non c’è nulla da salvare

Da quando è prevalsa la linea che dice che per vincere bisogna distruggere il proprio passato si è sempre perso. Il Pd si liberi di questa subalternità culturale.

Matteo Salvini ha avuto una seconda investitura dal voto reale e dal voto virtuale. La prima volta ha fallito clamorosamente. Questa seconda volta proverà a limitare le sciocchezze ma nessuno può giurare che non ne abbia in serbo molte altre.

Se gli dovesse andar male, la destra lo potrebbe sostituire con Giorgia Meloni che, come una passista, sta macinando metro su metro e ormai sta diventando leader di un medio partito. Se dovesse fallire anche lei ci sarebbe mister X o miss X a prendere la guida della destra.

Tutto ciò accade perchè la destra in Italia è una cosa vera e forte ed è largamente radicata. Negli anni si è liberata dai propri complessi di inferiorità. Non le importa più se le dicono «fascista», non ha paura di pensieri atroci e feroci. È riuscita persino a prendere il posto della sinistra nei quartieri popolari. È una destra onnivora – e questo potrà essere il suo errore capitale – che vuole smontare tutto, lo Stato, la sinistra, il Vaticano. Si sente sicura di sé, ha inventato una narrazione della storia italiana per cui sembra che non ci sia mai stata una Dc al governo ma che il potere sia sempre stato saldamente nelle mani dei comunisti.

IL PARTITO DEMOCRATICO SOFFRE DI SUBALTERNITÀ CULTURALE

Questo lavoro culturale è un regalo dell’intelligenza laico-radicale e dei commentatori di grandi giornali che a furia di voler dirigere la sinistra distruggendone la storia hanno creato il mostro. È la storia dell’apprendista stregone che si è ripetuta in queste settimane con La Repubblica che festeggia, come Salvini, il fallimento del governo in Umbria. La sinistra non ha leader, non ha popolo.

Si poteva uscire in tanti modi dalla storia del Pci, ma uscirne con una cultura servile è stato un brutto finale d’opera

Non ha idea di sé. L’ultima trovata, quella di nominare il popolo grillino come proprio popolo, è il frutto malefico di decenni di subalternità culturale. Si poteva uscire in tanti modi dalla storia del Pci, ma uscirne con una cultura servile è stato un brutto finale d’opera. Oggi è giusto che i leader che ci sono si arrabbattino a cercare un rimedio per i giorni che verranno. Il peggiore rimedio è far sopravvivere un governo che non è amato e con un premier che avrebbe potuto svolgere un ruolo terzista ma che nel caso Usa-Servizi si è rivelato inadeguato.

IL GOVERNO CONTE E L’ALLEANZA PD-M5S PAIONO ORMAI FALLITI

Il Pd, e quel che rappresenta anche del passato, dovrebbe liberarsi da quello spirito ancillare per cui sente come suo compito quello di mettere riparo alle crisi per impedire che esplodano. Questa volta è bene che esplodano. Credo che il tentativo Conte fosse necessario visto che tanti sostenevano che non aver giocato la carta dell’alleanza Pd-M5s era stato l’errore capitale. L’alleanza c’è stata ed è fallita. Per i cinque stelle è stata anche una tragedia. Non è colpa di Luigi Di Maio: se la destra è figlia della società italiana e di una sua parte essenziale, il grillismo è stato un episodio, un foruncolone, niente che potesse durare. Di Maio, dopo aver detto tanti vaffa, se li è trovati tutti in faccia e si è perso nel rumore di chi, dopo averlo osannato, ora lo detesta.

LA SINISTRA PER SCIOGLIERE I SUOI NODI DEVE SCIOGLIERSI

La sinistra da anni vive subendo il ricatto di forze moderate insignificanti elettoralmente. Non voglio aggiungere problemi a problemi, ma da quando a sinistra è prevalsa la linea che dice che per vincere bisogna distruggere il proprio passato si è sempre perso. Credo che la classe dirigente di sinistra che ha guidato i partiti dopo l’89 ha affrontato impegni gravosissimi, ma non ha capito, e non lo capisce tuttora, che c’è un momento in cui si saluta a centrocampo e si lascia che la squadra si riorganizzi con altri allenatori, altri calciatori, preferibilmente giovani, purchè si mantenga la stessa maglietta. Salvini potrà durare molto o capottare in parcheggio un’altra volta. La sinistra deve sciogliere i suoi nodi, cioè sciogliersi. Ciò che si può recuperare per il futuro è quel passato che scavalca la Seconda Repubblica. Dopo il 92 non salverei nulla.

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La crisi M5s-Pd dopo l’Umbria e il rischio di voto

Giallorossi in fibrillazione per la sconfitta alle Regionali. Ma Di Maio, col Movimento agitato, non può sfasciare tutto. I dem vogliono evitare le urne in sessione di bilancio. E Renzi non ha ancora testato la sua Italia viva. Così si resta al governo. Manovra e "contratto" permettendo.

E ora, come ripartire? Dopo la sconfitta alle elezioni regionali in Umbria, il campo dei giallorossi è ancora minato. Gelidi i rapporti tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, che si ritrovano senza una strategia comune. Il premier guida il fronte della responsabilità, che nel governo annovera Dario Franceschini e Roberto Speranza. Si tratta del fronte di chi non vuole trasformare ogni voto in un test per l’esecutivo e pensa che solo un’alleanza politica possa dare radici al governo.

I CINQUE STELLE VOGLIONO METTERE BANDIERINE

Ma il capo del Movimento 5 stelle, che tra i grillini si gioca la leadership, vuole poter sbandierare tagli alle tasse e altre “battaglie di bandiera”: propone di tornare al “contratto” per segnare il patto tra diversi. Cosa farà il Parito democratico? Dice un dem: «È lampante che si sta insieme per costrizione, non per convinzione. Così il governo non dura».

manovra conte di maio evasione fiscale
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. (Ansa)

MA SUL “CONTRATTO” IL PD FA MURO

Proprio la parola “contratto” ha fatto rabbrividire gli alleati: è come un avviso di sventura. Da Palazzo Chigi in serata è filtrato che Conte non ha avuto modo di leggere la proposta di Di Maio che chiede di dettagliare in un contratto come quello gialloverde il programma di governo. Ma da quel modello aveva preso le distanze alla nascita del “Conte 2”. E lo stop del Pd è totale: «Per noi non cambia nulla, abbiamo detto no al contratto dall’inizio e non è che, come sulla manovra, a ogni occasione si mette in discussione tutto».

LA SUGGESTIONE DI DRAGHI A PALAZZO CHIGI

Tra l’altro nel giorno dell’addio di Mario Draghi alla Banca centrale europea è tornata a circolare l’idea di un suo approdo a Palazzo Chigi, ma appare poco più di una suggestione. Ora c’è da affrontare la manovra: un vertice di governo, tra martedì 29 e mercoledì 30, dovrebbe servire a trovare l’intesa politica sui nodi ancora aperti nel testo, dalle partite Iva alla famiglia, dalle microtasse al cuneo fiscale, che Di Maio chiede di ridiscutere. La riunione però rischia di assumere i toni di una “verifica” dell’alleanza.

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Mario Draghi.

NON C’È ALTERNATIVA AL FRONTE COMUNE

Le Regionali in Emilia-Romagna a fine gennaio 2020 rischiano di diventare un nuovo test letale. Ma, come spiegato anche da Franceschini agli alleati di governo, non c’è altra prospettiva che far fronte comune, per battere la destra. E farlo cercando un’intesa per volta sulle cose da fare, litigando semmai in silenzio e non sulla scena, perché fa perdere voti. Matteo Renzi promette di fare nuovi proseliti in parlamento, magari anche tra Forza Italia, e continuerà a marcare le sue battaglie.

QUELLA SPINA CHE NON SI PUÒ STACCARE

Intanto il percorso della manovra in parlamento rischia di diventare un calvario di richieste e litigi. Può davvero precipitare tutto fino al voto anticipato? Il Pd, che evoca le urne, si può permettere di aprire la crisi in sessione di bilancio. Tantomeno possono farlo Di Maio, in piena bagarre M5s, o Renzi, che ancora non ha “testato” il suo partito nelle urne. Ecco perché alla fine resteranno tutti insieme forzatamente, un po’ come in quella foto di Narni.

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Draghi è libero, fategli dirigere il Paese

Fa parte di quella parte di italiani, che in verità non sono pochi, che hanno investito in serietà, onestà e professionalità ed hanno un solido prestigio internazionale. Avere lui come premier sarebbe la vera rivoluzione.

Mario Draghi è ufficialmente libero da incarichi. Credo che siano tanti gli italiani che vorrebbero vedere l’ormai ex presidente della Bce alla guida del governo della Repubblica o come successore di Sergio Mattarella. Le qualità di Draghi sono note e non vanno descritte nuovamente. Solido è il suo prestigio internazionale. Fa parte di quella parte di italiani, che in verità non sono pochi, che hanno investito in serietà, onestà e professionalità.

È uno di quei rari personaggi (ce ne sono un paio, più o meno) che non ci hanno mai afflitto con le proprie biografie, con le proprie abitudini casalinghe, con i matrimoni, i figli, i cani. Noi abbiamo sempre saputo che a Roma o a Francoforte c’era un signore che faceva l’interesse generale e che in questi anni ha più volte salvato l’Europa e l’Italia. Sarebbe un Paese molto bello quello in cui gli attuali governanti, o gli aspiranti tali, dicessero: si è liberato un “campione”, facciamo giocare lui.

Certo toglieremmo un divertimento a quel popolo social-dipendente che si è immedesimato negli insulti, nella politicaccia di gran parte dei protagonisti attuali. Come passerebbe le loro giornate se avessero di fronte una persona seria, che sa il fatto suo, che rispetta gli altri, che non insulta, che sa gestire il bene comune? Sarebbero infelici e per questo preferiscono l’infelicità ridanciana con Matteo Salvini, Matteo Renzi e tutto il cucuzzaro. Ma io sono convinto che stiamo parlando di una minoranza.

ZINGARETTI SIA IL PRIMO A PROPORRE DRAGHI COME PREMIER

Probabilmente sia in Italia sia nel mondo sta finendo l’epoca dei cialtroni. Abbiamo avuto stagioni di destra e di sinistra che non sono piaciute a chi stava dall’altra parte. Ma una classe dirigente internazionale così analfabeta non la si ricordava da millenni. La cosa che rende ottimisti è che generalmente queste crisi politiche generalizzate, che vedono affiorare al vertice degli Stati il peggio che c’è in giro, si consumano perché c’è una parte di quel famoso popolo che si rompe le scatole e cerca le persone serie e per bene.

Draghi non dovrà essere un candidato contro, un dispetto all’Italia dei Salvini e dei Giordano

So che molti a sinistra storcono la boccuccia quando sentono parlare di Draghi. Consolatevi compagni, per fortuna non c’è Lenin all’orizzonte e un bravissimo liberale è la cosa più rivoluzionaria che potremmo sostenere. Non immagino l’ascesa di Draghi nella politica italiana in una condizione di eccezionalità. Il Paese che va a ramengo e qualcuno – Mattarella? – che chiama Draghi e gli fa fare un governo. Non lo immagino perché non voglio immaginare nulla di catastrofico per l’Italia.

Mario Draghi.

Voglio pensare, invece, a una scelta seria presa da alcuni partiti seri che dicano: caro Draghi, le conferiamo quello che abbiamo, chiami lei il popolo italiano alla rivoluzione della serietà. Già me lo immagino il faccia a faccia Draghi-Salvini. Già li vedo i Giletti, i Giordano urlare contro l’uomo della finanza, loro poveri proletari produttori di chiacchiere miliardarie. Ma Draghi non dovrà essere un candidato contro, un dispetto a questa Italia che ha furoreggiato con le fake news. Draghi è la possibilità che alla guida del governo della Repubblica ci sia una persona seria. Credetemi sarebbe una rivoluzione. Forza Zinga, sii il primo a chiedere agli altri di offrire a Draghi la possibilità di guidare una coalizione democratica e il Paese.

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I sondaggi politici elettorali del 24 ottobre 2019

Balzo della Lega dal 31,8% al 33,6% nella rilevazione Emg Acqua. Calano Pd (19,4%) e soprattutto M5s (17,5%). Leggera crescita di Italia viva (4,3%).

Secondo un sondaggio Emg Acqua presentato ad Agorà, su RaiTre, se si votasse il 24 ottobre la Lega sarebbe il primo partito con il 33,6%, seguono il Pd al 19,4 e il M5s al 17,5%. Poi Fratelli D’Italia all’8,2%, seguita da Forza Italia con il 7,0%. Italia viva è al 4,3%, +Europa al 2,2%, La Sinistra 2,1%.

BALZO DELLA LEGA

La Lega è quindi in grande crescita rispetto alla rilevazione dello stesso istituto di sette giorni prima, in cui era data al 31,8%. Il Partito democratico era al 19,7%, il M5s al 19,2%, Fratelli D’Italia al 7,8%, Forza Italia al 7,1% e Italia viva al 4,1%.

Autore: EMG Acqua Committente/Acquirente: RAI PER AGORÀ Criteri seguiti per la formazione del campione: Campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne per sesso, età, regione, classe d’ampiezza demografica dei comuni Metodo di raccolta delle informazioni: Rilevazione telematica su panel Numero delle persone interpellate, universo di riferimento, intervallo fiduciario: Universo: popolazione italiana maggiorenne; campione: 1.578 casi; intervallo fiduciario delle stime: ±2,3%; totale contatti: 2.000 (tasso di risposta: 79%); rifiuti/sostituzioni: 422 (tasso di rifiuti: 21%). Periodo in cui è stato realizzato il sondaggio: 23 ottobre 2019.

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La ministra De Micheli vuole Mauro Moretti all’Anas

Da consulente discreto, l'ex ad di Leonardo potrebbe assumere un incarico ufficiale. Ma perché ciò avvenga la società, incorporata da Ferrovie, deve tornare autonoma. E molto dipende dall'esito del processo per la strage di Viareggio che vede imputato il manager.

A volte tornano, e la cosa in questo caso non susciterebbe meraviglia visti i rapporti personali esistenti. Mauro Moretti, ex ad di Ferrovie e di Leonardo, potrebbe diventare il nuovo numero uno di Anas, la società che cura la manutenzione delle nostre strade. Così, da consulente discreto ma assiduo della ministra dei Trasporti del governo giallorosa Paola De Micheli (i due si conoscono da lunghissimo tempo) il manager potrebbe uscire dall’ombra e assumere un ruolo ufficiale.

DUE CONDIZIONI PER UNA NOMINA

Ma perché ciò avvenga devono realizzarsi due condizioni. La prima è che Anas, incorporata da Ferrovie nel gennaio dello scorso anno per volere dell’esecutivo precedente, torni a vivere di vita propria. Soluzione che piacerebbe alla ministra, ma sulla quale prudentemente ella ha finora preferito glissare. «All’epoca dell’integrazione ero contraria. Ma ora che è fatta va valutata sulla base dei risultati senza pregiudizi», ha dichiarato De Micheli in una recente intervista al Corriere della Sera.

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La seconda ha a che fare con l’esito del processo per la strage di Viareggio arrivato al verdetto ultimo della Cassazione. Come tutti purtroppo ricordano, la sera del 29 giugno 2009 un deragliamento di treni allo scalo della locale stazione provocò un devastante incendio in cui morirono 32 persone. In primo grado, nel 2017, Moretti fu condannato a 7 anni dal tribunale di Lucca per  disastro ferroviario, incendio colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni personali. Una condanna che è stata confermata in appello, e che se venisse ribadita all’ultimo grado di giudizio gli impedirebbe di assumere ruoli istituzionali e in imprese pubbliche. Ipotesi che, a prescindere da quel che dirà la Cassazione, ha già suscitato la protesta dei parenti delle vittime che ha trovato sponda nei 5 stelle, che per altro sono alleati con il Pd nel Conte bis e dunque in Consiglio dei ministri siedono a fianco della ministra De Micheli.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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La guerra tra Palazzo Chigi e Mef per il bonus Befana

Gli uomini di Gualtieri non si sono stracciati le vesti per il rinvio di sei mesi del cash-back per le carte di credito. E questo perché l'operazione sarà gestita dalla presidenza del Consiglio, si mormora per volere di Rocco Casalino. Ma da qui a gennaio 2021 tutto può cambiare.

Il palazzo di via XX Settembre che ospita il ministero dell’Economia è l’edificio più grande di Roma dopo la Basilica di San Pietro. Ovvio che abbia corridoi lunghi e ariosi, ma anche sottoscala bui e angusti. Ed è proprio nei secondi che circolano le voci più interessanti. Per esempio, se a tutti è noto che il Consiglio dei ministri di lunedì ha confermato tre dei quattro capi dipartimento del ministero – Alessandro Rivera al Tesoro, Biagio Mazzotta alla Ragioneria, Fabrizia Lapecorella alle Finanze – al Mef hanno notato che resta fuori Renato Catalano, destinato a lasciare presto la direzione Affari generali. Forse, si racconta, per restituire la poltrona a Valeria Vaccaro.

MANCANO LE NOMINE ALLE AGENZIA DEL MEF

Così come non è sfuggito che mancano le nomine nelle agenzie del Mef. Tant’è che si dice che Alessandra Dal Verme (cognata di Paolo Gentiloni) sia in corsa per prendere il posto di Riccardo Carpino alla guida dell’Agenzia del Demanio. E non è finita. Nella giostra rientra anche l’Agenzia delle Entrate. Una posizione che avrebbe prenotato Raffaele Russo, pupillo di Vieri Ceriani ed ex consigliere di Pier Carlo Padoan. Nonché vero ideatore della manovra fiscale del Conte bis.

IL BONUS BEFANA IN MANO A PALAZZO CHIGI

Negli anfratti di via XX Settembre, però, filtrano anche altri spifferi. Per esempio che gli uomini di Roberto Gualtieri non si sono affatto stracciati le vesti per il rinvio di sei mesi del cash-back per le carte di credito. Si tratta di quel meccanismo che dovrebbe restituire agli utilizzatori di carte di credito un premio alla Befana del 2021. In ballo ci sarebbero quasi 3 miliardi di euro. E il motivo è semplice: perché l’intera operazione non verrà gestita dal ministero dell’Economia, bensì da Palazzo Chigi. Sembra per espresso volere di Rocco Casalino. Al Mef, infatti, raccontano che il portavoce del premier vorrebbe gestirla lui in prima persona. Vero, falso? Resta un dato: vista la situazione politica la Befana del 2021 è lontana un’era glaciale. E tutto può cambiare.

L’OMBRA DI CASALEGGIO

Ps. L’account Il Portaborse giorni fa twittava: «Fatto curioso: alcune aziende che emettono carte di credito poco tempo fa hanno finanziato la Casaleggio. Et voilá, arriva la proposta per incentivarne l’utilizzo». Ci siamo capiti?

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Conte difende la manovra dall’assalto dei partiti

Il premier dopo le correzioni imposte da M5s e Italia viva: «La legge di bilancio non può essere stravolta». E punta sul calo dello spread nella seconda metà del 2019 per ridurre il rapporto deficit/Pil.

La lettera dell’Unione europea è arrivata, ma non chiede al governo italiano di cambiare la manovra. Al premier Giuseppe Conte, tuttavia, tocca difenderla dall’assalto dei partiti della sua stessa maggioranza.

Bruxelles segnala il rischio di deviare in maniera significativa dal percorso di riduzione del debito pubblico, ma il commissario uscente agli Affari economici, Pierre Moscovici, ha definito «positivo» il dialogo con Roma. Conte e il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, hanno fatto sapere che risponderanno il 23 ottobre, anticipando la volontà di fare leva sulle risorse derivanti dal calo dello spread Btp-Bund nella seconda metà del 2019 per ridurre il rapporto deficit/Pil. In soldoni, secondo il premier, si tratterebbe di «risparmi per 18 miliardi di euro», con cui avviare un «serio percorso» di risanamento delle finanze pubbliche.

L’obiettivo del confronto in atto con l’Ue è mettere al sicuro la richiesta di poter usare la flessibilità per eventi eccezionali. Quanto alle cifre scritte nel Documento programmatico di bilancio, Gualtieri fornirà dettagli spiegando che si tratta di stime prudenti. Dalla lotta all’evasione si attendono non più 7 miliardi di euro, bensì tre, ma anche in questo caso si prevedono maggiori risultati. La partita, però, si gioca sul filo dell’infrazione ed è cruciale non far saltare l’equilibrio dei saldi.

Se il confronto con Bruxelles preoccupa Conte solo relativamente, non si può dire lo stesso per la dialettica interna alla maggioranza M5s-Pd-Italia viva-Leu. Matteo Renzi ha già annunciato emendamenti per cancellare la sugar tax e tentare di abolire (senza speranze di vittoria) Quota 100. Mentre Luigi Di Maio insiste sulla necessità di cambiare le norme per le partite Iva. Conte ha replicato affermando di «non temere il conflitto parlamentare», ma ha invitato tutti alla responsabilità: «Una volta operata una sintesi la manovra non si può riaprire, non può essere stravolta».

Il testo del disegno di legge ancora non esiste, ma gli spazi per cambiare l’intesa faticosamente raggiunta durante l’ultimo vertice di maggioranza sono «ristretti» anche secondo il ministro Gualtieri, che nella serata del 22 ottobre ha incontrato i gruppi del suo Pd per illustrare la manovra. Il premier e il ministro dell’Economia cercheranno di “blindare” il più possibile la legge di bilancio in parlamento, intanto Conte assicura di non aver ricevuto «ricatti» sul rinvio a luglio 2020 della stretta sul tetto al contante e sulle multe per i commercianti che non consentono di pagare con il Pos. Le misure partiranno, anche il pacchetto fiscale diverrà effettivo a metà dell’anno prossimo.

Gli industriali continuano a chiedere di eliminare la plastic tax, ma il nuovo balzello dovrebbe portare un miliardo nelle casse dello Stato ed è difficile trovare risorse alternative. Anche Italia viva si sarebbe convinta su questo punto. Mentre per quanto riguarda la sugar tax, ovvero alla tassa sulle bibite gassate, che tanto piace al ministro M5s Lorenzo Fioramonti, i renziani insistono. Ne chiedono la cancellazione e il dem Antonio Misiani apre, se si troveranno 200 milioni da altre misure. Potrebbe saltare anche l’innalzamento della cedolare secca e sugli autonomi è aperta la trattativa con il M5s, che vorrebbe allargare le maglie strette dal ministero dell’Economia sul regime forfettario al 15%. Infine, sull’inasprimento del carcere agli evasori, sia i parlamentari del Pd, sia quelli di Italia viva intenondo proporre emendamenti nel corso del dibattito.

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I gesuiti si dividono su Italia Viva di Renzi

Mentre Padre Sorge critica la scissione, Padre Occhetta apprezza l'intento ma pone dei paletti. Tra cui la fedeltà a Conte che resta il punto di riferimento Oltretevere. A pesare resta il tema dell'eutanasia.

I gesuiti non la pensano tutti allo steso modo sul neonato partito di Matteo Renzi: l’iniziativa dell’ex leader del Pd di aprirsi una strada in stile Macron nel panorama politico ha infatti ricevuto un’accoglienza opposta da parte di due firme prestigiose di Civiltà Cattolica.

PADRE SORGE BOCCIA LA SCISSIONE RENZIANA

Da una parte l’anziano padre Bartolomeo Sorge, ex direttore della rivista, da sempre impegnato nell’analisi degli scenari politici italiani, fra i promotori – in un’epoca ormai lontana –  della Primavera di Palermo che a suo tempo aveva salutato positivamente l’ascesa del giovane Renzi alla guida del partito. La scissione promossa dal senatore di Rignano, però, non l’ha gradita affatto. Padre Sorge ha commentato infatti così, via Twitter, la nascita di Italia viva: «Renzi spacca il Pd. È un segno preoccupante di immaturità politica e di irresponsabilità in una situazione in cui l’Italia ha bisogno, più che mai, di unità». 

Lapidario come una scomunica, il giudizio di padre Sorge sembra più o meno in linea con quanto affermato da un altro padre nobile del cattolicesimo progressista italiano, Romano Prodi, che ha paragonato il partito di Renzi a uno «yogurt» con scadenza ravvicinata. In tal senso non va dimenticato che buona parte dei dirigenti di matrice cattolica del Pd sono rimasti nel partito guidato da Nicola Zingaretti. Fra loro anche Graziano Delrio, capogruppo alla Camera e a lungo considerato molto vicino a Matteo Renzi. Ancora da rilevare come una moderata doc quale Beatrice Lorenzin, ex ministra della Salute, in buoni rapporti con le gerarchie cattoliche, abbia deciso di entrare nel Pd subito dopo la scissione renziana.

LEGGI ANCHE: Asse Conte-Vaticano, il primo scoglio è l’eutanasia

IMPRESCINDIBILE LA FIDUCIA AL GOVERNO CONTE

Diversa e più articolata è però la valutazione data da un altro gesuita di peso, padre Francesco Occhetta, editorialista politico di Civiltà Cattolica, sulla svolta di Renzi. Ancora su Twitter, Occhetta esprime un giudizio assai più generoso nei confronti dell’iniziativa renziana: «Se la scelta di Matteo Renzi innoverà temi, metodo, linguaggi e volti, sarà valore e argine per tutta l’area democratica liberale e riformista. In politica l’esperienza del molteplice ha una dignità pari a ciò che conserva unità di struttura». Tuttavia, aggiungeva il religioso, la nuova formazione dovrà garantire «fedeltà al governo Conte».

Padre Occhetta tornava poi sul tema in un intervento pubblicato in questi giorni su Civiltà Cattolica. Due le valutazioni di fondo: fiducia nell’operazione del governo M5s-Pd e nella leadership di Giuseppe Conte, apertura di credito a Renzi. Considerato che le bozze della rivista ricevono il ‘visto’ della segreteria di Stato vaticana, la nota politica in questione ha il suo peso. La scelta di Renzi, vi si legge, «sarà un argine per ricostruire un’area moderata che guardi verso sinistra se terrà l’alleanza di governo, oppure una frattura insanabile per l’intera area».

Insomma la strada è quella giusta: una forza di centro che guarda a sinistra (una formula dalla forte eco democristiana), e tuttavia non ci si fida fino in fondo di un leader che più volte ha prodotto conflitti e rotture nel quadro politico e all’interno del suo stesso campo.

Il premier Giuseppe Conte resta il riferimento Oltretevere.

C’È PREOCCUPAZIONE PER IL PASSAGGIO ISTITUZIONALE

L’apprezzamento nei confronti di Conte è invece esplicito e senza riserve, e anzi dalla sua leadership, si fa intendere, potrebbe prendere forma anche una rinnovata presenza cattolica in politica. «Il presidente Conte nel suo discorso in parlamento il 9 settembre», sottolinea in proposito padre Occhetta, «ha chiesto a tutti l’impegno di ripartire dal dialogo sociale, dalla sobrietà nelle parole e dall’operosità nell’azione per riportare al centro delle politiche equilibrio e moderazione. Ed è proprio su questi tre fronti che la Chiesa può contribuire, attraverso la competenza dei laici e una nuova stagione di formazione, a rilanciare il dialogo sociale e la collaborazione dei corpi intermedi per placare ciò che Moro definiva il pericoloso tintinnio di sciabole». L’evocazione di scenari di pericolo per la stessa democrazia mette bene in luce l’allarme con cui dal Oltretevere si guarda al delicato passaggio politico e istituzionale che sta attraversando il Paese.

Gualtiero Bassetti, presidente della Cei.

IL NODO DELL’EUTANASIA E L’INTERVENTO DELLA CONSULTA

Ma se complessivamente il Vaticano ha sostenuto e apprezzato il passaggio dal Conte 1 al Conte bis e la conseguente uscita dalla maggioranza di Matteo Salvini e di una Lega dai toni estremisti, bisognerà attendere lunedì pomeriggio la riunione del Consiglio episcopale permanente per valutare la reazione della Cei ai mutamenti in corso. Questa volta per altro la relazione introduttiva dei lavori non sarà, come avviene di consueto, affidata al presidente di vescovi, il cardinale Gualtiero Bassetti, ma al suo vice, il vescovo di Fiesole, monsignor Mario Meini. L’episcopato, in buona sostanza allineato ai sacri palazzi, esprime però anche preoccupazioni più concrete a cominciare dal timore un intervento della Corte Costituzionale previsto nei prossimi giorni possa dare il via libera alla depenalizzazione del suicidio assistito.

Matteo Renzi con Roberto Giachetti che ha lasciato il Pd per entrare in Italia Viva.

L’EX RADICALE GIACHETTI TRA I RENZIANI ALLARMA I VESCOVI

Il cardinal Bassetti ha già chiesto ripetutamente al parlamento di intervenire per tempo legiferando in merito per scongiurare uno scenario che, secondo i vertici della Chiesa, porta di fatto a un riconoscimento dell’eutanasia nel nostro Paese. Da questo punto di vista la presenza di un ex radicale come Roberto Giachetti nelle file di Italia Viva (che ha già invitato il governo a fare passi avanti sul suicidio assistito) non rassicura troppo i vescovi. Meglio va con la renziana e cattolica Elena Bonetti, ministro per la Famiglia e le pari opportunità, che ha lanciato la proposta di un Family Act. «Le famiglie», ha detto la ministra, «sono nucleo fondante per il sistema sociale. Se la scorsa legislatura è stata quella del Jobs act, questa dovrà essere quella del Family act: asili nido, assegno per i figli, più diritti per i genitori». Su questo versante certamente non mancherà l’appoggio della Chiesa.

 

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Il Manifesto salvinista di Galli Della Loggia sul Corsera

L'editorialista ripercorre un antico luogo comune che diceva che l’Italia, in fondo, è sempre stata nelle mani dei comunisti, dando così forza alle tesi della destra sovranista.

Il governo giallorosso non piace all’ex (ex?) editore di Repubblica e all’attuale direttore del quotidiano e non piace ad alcuni titolati editorialisti del Corriere della sera. Questi due giornali sono stati parte integrante del gioco politico italiano. Hanno fatto e disfatto governi, spesso alcuni loro direttori facevano ai governanti più paura di una rampogna degli eurocrati, la sinistra ha sempre cercato di assecondare le richieste di piazza Fochetti o di via Solferino.

Al Corriere della sera si sono occupati meno di dettare le linee di governo. Gli editorialisti liberisti, però, indicavano i limiti entro cui dovevano collocarsi le iniziative del ministro del Tesoro. Repubblica dava i voti ai singoli leader, promuovendo alcuni e cercando di buttare fuori dalla politica, senza successo, i più riottosi o i più antipatici a Carlo De Benedetti.

Ernesto Galli Della (o della) Loggia, moderato di antico lignaggio, poi elettore grillino e in questo momento difensore di Matteo Salvini

Ma il Corriere furbescamente ha fatto più di Repubblica per cambiare l’orientamento degli italiani. L’invenzione dovuta a Paolo Mieli e realizzata da due giornalisti di peso come Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella del termine «la Casta», con annesso elenco di funzioni pubbliche in mano a politici di professione, ha dato la stura a una ideologia “anti-Casta” che è stata il brodo di cultura dei movimenti populisti e soprattutto del M5s. Ha riprovato a ripetere questo exploit il seriosissimo Ernesto Galli Della (o della) Loggia, moderato di antico lignaggio, poi elettore grillino e in questo momento difensore di Matteo Salvini, che pure mostra di disprezzare.

PER GALLI DELLA LOGGIA IN ITALIA IL PERICOLO È QUELLO COMUNISTA

La tesi di Galli della (o Della) Loggia ripercorre un antico luogo comune anti-comunista che ci ha perseguitato per decenni – io ci sono cresciuto – e che diceva che il partito “rosso” era dominato da apparati incontrollabili e che stendendo la rete dell’arco costituzionale e del compromesso con il partito cattolico aveva definito un assetto di potere rigido da cui erano escluse tutte le forze veramente liberali e quelle di destra sospette di non essere antifasciste. Da qui l’invenzione di un’Italia che in fondo è sempre stata nelle mani di comunisti, dal potere economico, all’editoria, al cinema, allo spettacolo. Le ha spiegate bene recentemente Lorella Cuccarini. Insomma: eravate in un gulag, brutti cretini di italiani, e non ve ne siete accorti!

Il premier Giuseppe Conte.

Oggi i gulag hanno lasciato il terreno a un regime più pervasivo dominato da un partito dello Stato, un po’ come il vecchio partito di governo giapponese che è rimasto al potere per quattro decenni o il famoso e inamovibile Partito rivoluzionario istituzionale del Messico. Il Partito dominante italiano, ovviamente affollato di trasformisti, è una emanazione dell’ex Pci (te pareva!) e si chiama oggi Pd e ha una religione che impone agli altri: l’antifascismo, per cui ogni dissenso diventa vulnus anticostituzionale.

Della Loggia tace sulla notizia che il governo Conte 1 è stato fatto cadere da Matteo Salvini

Questa repressione della libera contesa delle idee intrappolate dal rito antifascista prevede anche la trasformazione della Costituzione materiale della nostra repubblica parlamentare in repubblica presidenziale con l’inquilino del Quirinale che fa quello che gli pare. Ed è per questo che per la conquista di quella postazione spesso si fanno cadere governi. Galli Della ( o della?) Loggia tace sulla notizia che deve essere giunta anche a lui (sennò si attivi Luciano Fontana, generalmente servizievole) che il governo Conte 1 è stato fatto cadere da Matteo Salvini e non dalle tribù comuniste accampate nel Palazzo.

L’EDITORIALISTA DEL CORRIERE SI DIMENTICA DEL SALVINISMO

Questo manifesto ideologico che oggi fa da editoriale del Corsera rappresenta la più impegnativa e, mi scusi il professore, la più ammuffita teoria di legittimazione della destra sovranista e populista. Lascio perdere la banale circostanza degli anni in cui il Paese è stato governato dalla Dc e dai suoi alleati, lascio perdere la stagione del craxismo, e lascio ancora perdere il ventennio berlusconiano. Voglio tenere contento il professore e raccontare anche io agli italiani la bugia di un ininterrotto potere sovietico su questo disgraziato Paese. Quello che mi sta a cuore è l’appello alla rivolta che Galli della (o Della) Loggia rivolge a chi sta fuori dal sistema costruito da questi perfidi comunisti che non muoiono mai neppure quando muore il comunismo (e dovete ammettere che siamo gente tenace, noi comunisti!).

Ernesto Galli Della Loggia (foto LaPresse – Andrea Panegross).

La descrizione dell’ultimo passaggio repubblicano che fa l’editorialista ribelle salta a piè pari la stagione di Salvini, che il professore tratta come un mentecatto, ignorando i danni interni e internazionali che quel ministro dell’Interno ha provocato. L’unico scandalo per lui è che quel Giuseppe Conte che pure gli era piaciuto oggi guida un governo dalla maggioranza diversa da quella che sorreggeva il governo di prima. Capita così a Conte di commettere l’unico errore che gli eroi di Galli Della (o della?) Loggia non hanno mai commesso. Le vittime del nostro comunismo sono sempre state specchiate e coerenti mentre Conte è un voltagabbana.

I “protetti” del professore sono diventato sovranisti dopo essere stati separatisti, ammiratori del Sud dopo averlo spernacchiato, difensori della purezza di governo dopo essere stati condannati a restituire soldi allo Stato

Peccato che il voltagabbana che sta a Palazzo Chigi abbia affrontato il cambiamento dichiarandolo e motivandolo nell’aula parlamentare mentre i “protetti” del professore sono diventato sovranisti dopo essere stati separatisti, ammiratori del Sud dopo averlo spernacchiato, difensori della purezza di governo dopo essere stati condannati a restituire soldi allo Stato. Cose irrilevanti. Il guaio italiano è l’antifascismo e Galli avendo sentore di regime sovietico alle porte, già si sente Sacharov. Proteggetelo compagni, che campi cent’anni, con uno così finalmente torneranno i soviet e l’elettrificazione.

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Pressing Conte sul braccio di ferro M5s-Pd per i sottosegretari

La lista ancora in alto mare. Frizioni tra i due azionisti di governo sulla consegna dei nomi sollecitata anche dal Quirinale. Tlc ed energia tra i nodi da sciogliere. Con i renziani che agitano i dem.

Della lista ancora non c’è traccia. Dopo un’altra giornata di contatti frenetici, incontri, attese e speranze degli aspiranti, non è chiusa la partita dei 42 sottosegretari del nuovo governo. Gli ambasciatori di Movimento 5 stelle e Partito democratico si incontrano in serata, per tentare di portare un elenco di nomi più o meno completo a Giuseppe Conte in tempo per il Consiglio dei ministri convocato alle 15. Ma i dem sono pessimisti: «Noi siamo pronti, ma i cinque stelle no». «Noi vorremmo accelerare ma gli altri vogliono più tempo», dice Leu.

CONTE IN PRESSING SUI PARTITI

La fretta nasce da un’esigenza stringente: senza i sottosegretari il lavoro del governo non può davvero iniziare. Conte da Bruxelles fa sapere ai partiti che si aspetta una lista in tempo per il Cdm: «Sarebbe buono riuscire a completare la squadra». Non è escluso che si riesca o che si rimandi di poco, a un Consiglio dei ministri la mattina del 13 settembre. Sarebbe un auspicio dello stesso Quirinale, secondo fonti parlamentari, che il governo sia a pieni ranghi e a pieno regime quanto prima. Conte dovrebbe vedere in mattinata le delegazioni: Spadafora, Patuanelli, Franceschini e Orlando si sarebbero incontrati – ma non ci sono conferme ufficiali – in serata per accelerare. Restano però da sciogliere alcuni nodi.

BRACCIO DI FERRO SU DUE DELEGHE DEL MISE

Un braccio di ferro è in corso tra M5s e Pd su due deleghe pesanti del ministero dello Sviluppo: telecomunicazioni ed energia, che nel vecchio governo aveva tenuto Di Maio. Per le Tlc i dem vorrebbero Antonello Giacomelli (che potrebbe anche guidare l’Agcom) e per l’energia l’assessore laziale Gian Paolo Manzella, esperto d’innovazione. Ma i cinque stelle reclamano per sé entrambe le deleghe: all’energia vorrebbero Dario Tamburrano, le tlc dovrebbe tenerle Patuanelli. L’intesa – sostiene qualcuno – potrebbe essere energia al Pd e Tlc al M5s, mentre l’editoria andrebbe al Pd. Il sottosegretario all’editoria fa capo alla presidenza del Consiglio, dunque sarebbe una presenza dem a Palazzo Chigi: è anche questa la ragione per cui circola come nome più quotato quello del coordinatore della segreteria, Andrea Martella.

DI MAIO RIUNISCE I SUOI PER SEDARE I TUMULTI

Sulle deleghe della presidenza del Consiglio – ma le fonti ufficiali smentiscono – sarebbe in corso fino all’ultimo un braccio di ferro tra M5s e il premier. Conte sembra comunque determinato a tenere la delega ai Servizi, mentre il sottosegretario alla presidenza Riccardo Fraccaro, molto vicino a Di Maio, dovrebbe ottenere le riforme (Renzi la vorrebbe per Roberto Cociancich). Il capo M5s, che alla Farnesina riunisce i responsabili economici per dare il segnale che non abdicherà al Pd la regia della manovra (con un tavolo che a molti ricorda quelli che riuniva Salvini), si trova ad affrontare da giorni “tumulti” nel Movimento. E in serata dà un segnale ai suoi facendo sapere che intende accelerare la «nuova struttura» del Movimento con la nomina dei facilitatori. Sarà forse quello anche un luogo di compensazioni di ambizioni deluse.

IL PD ALLE PRESE CON LE RICHIESTE DEI RENZIANI

Il M5s dovrebbe avere tra i 22 e i 23 sottosegretari e il metodo delle rose di nomi indicati dalle commissioni avrebbe portato a grandi litigi, come alla esteri (i contendenti M5s sarebbero Di Stefano, Del Re, Lucidi e Pacifico), dove i senatori hanno disertato la riunione. Il braccio di ferro per l’economia dovrebbe risolversi con la nomina di Laura Castelli e Stefano Buffagni (e la delusione di Alessio Villarosa). L’ex ministro Elisabetta Trenta potrebbe diventare viceministro agli Interni e Barbara Lezzi sarebbe disposta a tornare da sottosegretario nel ministero che guidava. Poi si citano Giancarlo Cancelleri ai trasporti, Lucia Azzolina alle Regioni, Andrea Giarrizzo o Luca Carabetta all’innovazione. Per Leu è in pole Rossella Muroni, ma il partito di sinistra chiede almeno un altro sottosegretario. Nel Pd il mix dovrebbe portare al governo ex deputati (girava il nome di Beppe Fioroni, ma avrebbe rifiutato) e assessori (si cita dal Lazio anche Lorenza Bonaccorsi). La squadra sarebbe sostanzialmente chiusa, ma i renziani, che avrebbero in tutto quattro nomi (due a Renzi, due a Base riformista) starebbero chiedendo di più. Potrebbe tornare al governo Maurizio Martina, da viceministro, e per la sua area si cita anche Debora Serracchiani. Per il Mef si citano Antonio Misiani e Luigi Marattin o Pier Paolo Baretta. E ancora: Marina Sereni, Bruno Astorre, Simona Malpezzi, Anna Ascani, Chiara Braga, Patrizia Prestipino allo sport.

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Conte e l’asso degli investimenti green per ottenere flessibilità

Il governo avvia i primi passi del negoziato con Bruxelles sulla manovra. E punta forte sul'ambiente tanto caro alla Commissione. Ma Di Maio 'avverte' Gualtieri riunendo il team economico M5s.

Investimenti. Per una crescita sostenibile e quanto più possibile verde. Il governo avvia i primi passi del negoziato con Bruxelles sulla prossima manovra e gioca subito una delle carte che incontrano la sensibilità della nuova Commissione: l’impegno a destinare risorse fresche a quel “green new deal” al centro della nuova politica europea. E ottenere in cambio nuovi margini di flessibilità per circa 10 miliardi, portando il deficit almeno al 2-2,1%.

GLI INVESTIMENTI NEL PRIMO DOSSIER DI GUALTIERI

A battere sul tasto degli investimenti è per primo il premier, Giuseppe Conte, volato a Bruxelles per incontrare la presidente Ursula von der Leyen. Cornice e obiettivi della prima legge di Bilancio giallorossa saranno oggetto anche del ‘debutto’ europeo di Roberto Gualtieri nella nuova veste di ministro dell’Economia. Gualtieri, in occasione delle riunioni informali Ecofin ed Eurogruppo a Helsinki, avrà bilaterali con gli attuali ‘guardiani’ dei conti, Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, e anche il suo omologo francese Bruno Le Maire. E ha sentito al telefono Mario Centeno, presidente dell’Eurogruppo.

L’AVVERTIMENTO DEL TEAM ECONOMICO DEL M5S

Nelle stesse ore alla Farnesina il neoministro Luigi Di Maio è riunito con il team economico cinque stelle in vista, come viene fatto filtrare, proprio delle riunioni dei ministri economici europei. Una scelta irrituale, quella del leader M5s, che viene letta come un primo ‘avvertimento’ al titolare dell’Economia, esponente del Partito Democratico. Il segnale che il M5s vuol avere voce in capitolo, a partire dalla trattativa con l’Ue, nonostante in prima fila siano tutti uomini del Pd, da Enzo Amendola al commissario Paolo Gentiloni.

IL PREMIER PUNTA A OTTENERE FLESSIBILITÀ DA BRUXELLES

Il tema degli investimenti per l’ambiente è comunque uno di quelli che unisce la nuova maggioranza. E che potrebbe, quindi, essere portato avanti fin da subito. «Occorre sostenere gli investimenti, a partire da quelli ambientali e sociali nell’ottica di uno sviluppo sostenibile che dia nuovo impulso al mercato del lavoro italiano», ha detto Conte partendo per la sua missione europea. Nuovi fondi da immettere nell’economia sono, peraltro, una delle leve indispensabili per dare fiato a una crescita sempre più anemica e che potrebbe spostarsi appena dallo zero, allo 0,1% come indicato anche in un rapporto estivo della Ragioneria. E allo stesso tempo possono essere la chiave per ottenere nuova flessibilità, altrettanto indispensabile per comporre la legge di Bilancio.

I SINDACATI CHIEDONO UN INCONTRO PRIMA DELLA MANOVRA

Un’idea, che ancora non è stata approfondita, potrebbe essere quella di replicare il meccanismo del ‘fondo sviluppo e investimenti’ già sperimentato negli ultimi tre anni, dandogli finalità più specifiche come appunto l’economia ecosostenibile. In attesa dei nuovi piani dell’esecutivo, intanto le parti sociali chiedono di riaprire quel dialogo avviato in estate. I sindacati scrivono a Conte, chiedendo un incontro prima della stesura della finanziaria. Mentre Confindustria, che plaude all’idea di iniziare a ridurre il peso del fisco dalle buste paga dei lavoratori, avanza anche un suggerimento per reperire risorse dalla lotta all’evasione, con incentivi all’uso dei pagamenti tracciabili (un credito di imposta del 2% a chi paga con le carte) e disincentivi sull’uso del contante (con una commissione in percentuale sui prelievi oltre una certa soglia mensile). Una strada, però, non semplice da percorrere

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Quattro consigli per essere un lobbista sempreverde

Il professionista dei Public Affair deve sapersi adattare ai cambi repentini della scena politica, come quello che stiamo vivendo. Ecco le regole per risultare sempre credibili al di là del colore del governo.

Cari amici di Spin Doctor, ben tornati!

È passato solamente un mese dall’ultima rubrica eppure in questo breve tempo l’Italia ha visto aprirsi una crisi che ha portato a un radicale, quanto inaspettato, cambiamento del quadro politico. Ci siamo lasciati prima della pausa estiva con un governo pentaleghista e ci ritroviamo alla ripresa autunnale con il Conte bis, composto da nuovi e diversi protagonisti della scena politica.

LEGGI ANCHE: Il dibattito Twitter sul ruolo degli spin doctor

LE CONSEGUENZE DEL MUTATO QUADRO POLITICO

In un simile contesto l’azione e la strategia del portatore di interessi devono necessariamente cambiare, adattarsi alla nuova scena politica e stare al passo con il velocissimo ritmo della politica. Vediamo allora quali sono alcune caratteristiche del “lobbista ideale”, consulente o manager d’azienda, capace di mantenere, rinnovare e creare un rapporto diretto con i propri stakeholder istituzionali, anche quando essi cambiano in meno di un mese.

1. BISOGNA ESSERE CREDIBILI

Essere credibile è il valore fondamentale del professionista dei Public Affairs. Da qui si parte, senza scorciatoie. È grazie a questo tratto, infatti, che l’attivista di una lobby può relazionarsi con tutti i partiti politici, che siano di destra o di sinistra, sovranisti o liberali, moderati o estremisti. Soprattutto in casi di rapidi cambi di governo, per essere ascoltato dai legislatori e aprire in tempi strettissimi porte che sarebbero altrimenti chiuse, è necessario che il lobbista venga considerato come un portatore di interessi credibile.

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2. IL PESO DELLA COMPETENZA

Credibile, ma anche competente. Troppo spesso si pensa al lobbista come a un soggetto che si limita a portare al decisore istanze e problematiche studiate altrove. E invece la considerazione degli interlocutori cresce se chi illustra le proprie posizioni dimostra di padroneggiare la materia, che sia fiscale, economica o magari culturale. Sbaglia chi pensa che l’interlocutore sia un soggetto superficiale, una spugna capace di trattenere qualsiasi argomentazione superficiale. Deputati e senatori, per non parlare delle strutture tecniche dei ministeri, titolari dei dossier, aiutati dai centri studi e dagli uffici legislativi dei gruppi parlamentari di Camera e Senato, studiano e approfondiscono le materie e richiedono altrettanta preparazione tecnica dai loro interlocutori portatori di interessi.

3. LA DOTE DELL’ASCOLTO

Sapere illustrare, convincere, spiegare sono, dunque, doti fondamentali. Ma non si deve sottovalutare il fatto che bisogna anche saper ascoltare il proprio interlocutore. Il buon lobbista deve essere anche un buon ascoltatore. Solo così si possono comprendere i timori del legislatore, o apprendere nuove e preziose informazioni che serviranno a trasformare in dialogo una conversazione che altrimenti rischierebbe di restare uno sterile monologo.

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4. OCCHIO ALL’OPINIONE PUBBLICA

Infine, l’opinione pubblica. Anche in questi frangenti non si può non tenere conto, per individuare la migliore strategia di lobbying, del sentiment del Paese nei confronti della tematica che si deve affrontare. Un sentiment sempre più condizionato dalla Rete e dai social, strumenti che servono sempre più a orientare i processi decisionali. Ricordiamoci che il consenso, purtroppo, è quasi sempre alla base delle scelte dei nostri legislatori: che siano giallorossi o gialloverdi. Come una pianta sempreverde, persistente addirittura durante la stagione più sfavorevole, il lobbista deve resistere a ogni tempesta, anche quella temuta della politica.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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Il governo Conte bis visto da Hsbc Bank

Secondo l'analisi del gruppo bancario la vera novità è costituita dal rinnovato europeismo. I giallorossi ora devono puntare su crescita e investimenti. Solo così sarà possibile frenare la Lega alle prossime elezioni.

Ottenuta la fiducia alle Camere, il nuovo governo giallorosso appoggiato da Pd, M5s e LeU può partire. L’azione dell’esecutivo si baserà su un programma composto da 26 punti, analizzati da Hsbc Bank. Tra le priorità, ricorda lo studio, il congelamento dell’aumento dell’Iva, che scatterebbe il prossimo gennaio (previsto dal budget di quest’anno per soddisfare i requisiti fiscali dell’Unione europea e del valore di 23 miliardi di euro, pari all’1,3% del Pil); l’aumento delle spese per istruzione e ricerca; la riduzione del cuneo fiscale.

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Nel programma, continua l’analisi di Hsbc Bank, si sottolinea anche la necessità di favorire l’inclusione sociale con misure a sostegno delle famiglie e dei lavoratori (il reddito di cittadinanza, bandiera del M5s e l’introduzione del salario minimo). Il nuovo governo si impegna inoltre ad aumentare gli investimenti in infrastrutture e a favorire lo sviluppo nel Sud Italia.

I ministri del governo Conte bis.

L’AMBIENTE, COLLANTE NEL GOVERNO GIALLOROSSO

Hsbc Bank sottolinea come il principale punto in comune tra Pd e M5s sia la politica ambientale. Nel programma infatti si insiste su un maggiore impegno per combattere i cambiamenti climatici e favorire una «transizione ecologica» della società. Sulla carta, sarà probabilmente rivista anche la politica sull’immigrazione rispetto al precedente esecutivo M5s-Lega. In generale, l’analisi evidenzia una rinnovata coordinazione con l’Europa in cambio di maggiore flessibilità da parte di Bruxelles sui conti.

Giuseppe Conte e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.

L’UE E LA LEGGE DI BILANCIO 2020

Un governo più filoeuropeo tra l’altro dovrebbe ridurre le possibilità di uno scontro con Bruxelles sulla legge di Bilancio 2020 e questo ha rassicurato gli investitori. Il rischio di una procedura per disavanzo però resta dietro l’angolo. Bruxelles potrebbe tollerare, al massimo, un disavanzo di circa il 2% del Pil. Secondo le stime, senza aumento dell’Iva, la percentuale dovrebbe aggirarsi intorno al 2,8. Per evitare la procedura, il governo deve trovare almeno 12-13 miliardi di euro per il 2020. Diventa quindi prioritario, evidenzia Hsbc, mettere in atto politiche per la crescita, promuovendo un ambiente più favorevole alle imprese e aumentando la capacità del Paese di attrarre investimenti, punto su cui siamo molto carenti.

m5s di maio rousseau
Il capo politico M5s Luigi Di Maio, ex ministro al Lavoro e allo Sviluppo economico e ora ministro degli Esteri.

INFRASTRUTTURE, LAVORO, IMMIGRAZIONE: LE INCOGNITE DEI GIALLOROSSI

Ma ci sono altre incognite all’orizzonte per i giallorossi. La maggioranza, sottolinea l’analisi, potrebbe rompersi sui dossier relativi alle infrastutture (come la Tav, approvata dal Pd e dalla Lega, o la Gronda a Genova); sulle riforme che riguardano il mercato del lavoro, con i pentastellati orientati ad aumentare le tutele per i lavoratori per smantellare definitivamente il Jobs Act renziano; sull’intervento dello Stato in economia e nel settore bancario. Un altro punto debole potrebbe essere l’immigrazione, visto che il Movimento si era già spaccato al suo interno nel precedente governo.

L’ex ministro agli Interni Matteo Salvini.

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LA PRIORITÀ È LA CRESCITA

Vista la stagnazione economica, e senza politiche volte alla crescita e al sostegno delle imprese (punti deboli anche della precedente legge di Bilancio), il rischio – mette in chiaro Hsbc – è favorire la Lega e il sentimento anti-Ue alle prossime elezioni. Le Regionali per questo rappresentano una importante cartina di tornasole.

Paolo Gentiloni è il nuovo commissario Ue agli Affari economici.

IL RINNOVATO EUROPEISMO

In generale, secondo Hsbc, le politiche del nuovo governo sembrano proseguire quelle del precedente (con la possibile eccezione sul piano dell’immigrazione). Il più grande elemento di discontinuità è proprio il rinnovato impegno nei confronti dell’Europa e della cooperazione con l’Ue, dopo l’approccio «prima gli italiani» di Matteo Salvini. In questo senso sono considerate indicative le nomine filo-Ue di Roberto Gualtieri all’Economia, di Vincenzo Amendola agli Affari europei e la scelta di candidare Paolo Gentiloni alla Commissione Ue.

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Il “nuovo” Conte a Bruxelles con un occhio alla manovra

Primo viaggio in Ue da premier giallorosso. Forte della nomina di Gentiloni e dell'esclusione di Salvini dal governo, chiederà più flessibilità sui conti. Il punto.

È il debutto di Giuseppe Conte a Bruxelles nella sua nuova veste giallorossa, tirata a lucido dopo i voti di fiducia alla Camera e al Senato. L’11 settembre il premier del neonato esecutivo M5s-Pd viaggia nella capitale europea per incontrare la nuova presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, il presidente designato del Consiglio europeo, Charles Michel, e i presidenti uscenti della Commissione e del Consiglio, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk.

CONTE CAMBIA POSTURA (E A ROMA ARRIVA SUBITO MACRON)

È un Conte forte della legittimazione appena ottenuta dal parlamento, ma anche della fresca nomina del primo italiano a commissario per gli Affari economici, Paolo Gentiloni. Soprattutto, è un Conte che – come già ha fatto in Italia – si appresta anche in Europa a cambiare toni e postura. In soffitta l’isolazionismo di marca salviniana, ora è il tempo del dialogo volto a riportare l’Italia nelle stanze europee che contano (come dimostra anche la visita di Emmanuel Macron a Roma appena messa in agenda). E, in questo senso, la nomina di Gentiloni è un primo segnale importante. Nomina che Conte ha salutato definendola «un presidio per il Paese, non solo per questa maggioranza ma anche per chi verrà dopo di noi».

LO “SCALPO” DI SALVINI IN SEGNO DI RICONCILIAZIONE

Il nuovo Conte europeo arriva a Bruxelles con in mano lo “scalpo” di quel Matteo Salvini tanto inviso ai vertici dell’Unione, metaforicamente da esibire in segno di riconciliazione. Anche per evitare che il vento euroscettico possa tornare a soffiare sulle urne, Conte cercherà di ottenere maggiore flessibilità sui conti pubblici. Un margine di deficit più ampio rispetto a quello programmato. La manovra di bilancio è alle porte e, negli auspici del premier e del suo ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, ben inserito nei meccanismi comunitari, l’Ue dovrebbe fare ora un passettino verso Roma, dopo che Roma l’ha fatto verso l’Ue. C’è da sterilizzare l’aumento dell’Iva. Da abbassare il cuneo fiscale. Servono più risorse di quelle a disposizione. Il viaggio a Bruxelles del nuovo Conte europeo servirà soprattutto a gettare le basi per una trattativa che è solo agli inizi.

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Agitazione al Mef: il neo-ministro Gualtieri si sta facendo la squadra

Con l'aiuto del direttore generale Rivera, il titolare di via XX Settembre è al lavoro per comporre il puzzle. Se Carbone, capo di Gabinetto di Tria, cerca di mantenere il posto, voci danno in arrivo Basso - come portavoce - Ignazio Vacca, Giorgio Fano e Federico Giammusso.

Non fate sapere a Luigi Carbone che, con gli amici più stretti, Roberto Gualtieri lo ha già soprannominato «trottolino». Il capo di gabinetto di Giovanni Tria sta facendo di tutto pur di conservare la poltrona al Mef, e così il neo ministro se lo vede gironzolare intorno a tutte le ore: azzimato, agitato e con la giacca (che sembra di due taglie più grandi) sempre abbottonata. Tutto questo attivismo potrebbe anche premiarlo. Almeno fino al varo della legge di Bilancio.

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LO SPIFFERO DEL RITORNO DI GAROFOLI

Il ministro però ha vissuto male lo “spiffero” che proprio Carbone avrebbe fatto filtrare al Fatto quotidiano. Vale a dire, che Gualtieri aveva in animo di sostituirlo con Roberto Garofoli. Per carità, l’idea gli era stata suggerita da Pier Carlo Padoan. Ma con l’ex capo di gabinetto inopinatamente mollato da Tria, Gualtieri non si era ancora nemmeno sentito. Così, per anticipare i tempi e “bruciare” il possibile sostituto, Carbone ha fatto arrivare per vie indirette al bravo Carlo Di Foggia del quotidiano diretto da Marco Travaglio, l’idea “clamorosa” del ripescaggio di Garofoli. E non a caso la soffiata è arrivata al Fatto, visto che è stato il giornale che più si era impegnato, a suo tempo, a metterlo nel mirino. Garofoli è stato dunque costretto a dire di non essere interessato.

COME PORTAVOCE IN POLE ROBERTO BASSO

Oltre al capo di gabinetto, Gualtieri deve anche trovare un portavoce, visto che Adriana Cerretelli ha già fatto le valigie. Ma ha antenne molto sottili presso i giornalisti, e non faticherà a trovarlo. Si parla del ritorno di Roberto Basso, a suo tempo portavoce di Padoan. Per il resto, il nuovo ministro sta componendo la sua squadra. Partendo dal presupposto che ha un ottimo rapporto con il direttore generale Alessandro Rivera – maturato a Bruxelles, durante la crisi delle banche (Mps e Popolari Venete) – ed è dunque con lui che andrà componendo il puzzle.

NELLA ROSA ANCHE VACCA, FANO E GIAMMUSSO

A capo della propria segreteria i due avrebbero in animo di indicare Ignazio Vacca (figlio di Beppe), proveniente da Poste. Il segretario personale dovrebbe essere quel Giorgio Fano che segue Gualtieri dai tempi del parlamento europeo. Mentre alla guida della segreteria tecnica si andrebbe a pescare un tecnico del Tesoro, tale Federico Giammusso. Chi lo conosce lo descrive molto preparato in finanza pubblica e regolamenti europei. Meno sul fronte delle società partecipate. A quelle, nella speranza di Carbone, dovrebbe pensare il capo di gabinetto. Con il rischio che quando i dossier arriveranno a maturazione (dopo la legge di Bilancio), dovrà cedere il posto a Paolo Aquilanti, già segretario generale di Palazzo Chigi, e pronto a scattare in via XX settembre per gestire le nomine pubbliche.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Zingaretti diglielo tu: Renzi stai sereno

L'ex rottamatore evoca una scissione nel Pd per formare una forza moderata. Ma, se mai nascesse questo partito, il leader sarebbe Giuseppe Conte, non il fiorentino.

Da quando è nato il Pd si parla di scissioni. Dapprima sembrava inevitabile che le due componenti, Ds e Margherita, si separassero per l’ingordigia dell’apparato ex comunista finché non si scoprì che gli ex di Botteghe Oscure erano mammolette spiantate da “democristianoni” come Dario Franceschini e soci.

Poi si è parlato di scissioni a sinistra. Una venne attuata con grande adesione di dirigenti importanti di periferia e il “battezzo” di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani ma l’immediato confronto elettorale e la corsa dei parlamentari uscenti a farsi riconfermare spense questa ipotesi che è deperita come una pianta di basilico rinsecchita.

LA SCISSIONE DI RENZI NON C’È ANCORA MA NESSUNO LA SMENTISCE

Oggi parliamo della scissione di Matteo Renzi dopo quella già avvenuta di Carlo Calenda, che è stato nel Pd cinque-sei minuti, e l’abbandono di un pensoso Matteo Richetti. La scissione di Renzi, che ancora non c’è ma che nessuno smentisce al punto che Teresa Bellanova dice che dirà la sua opinione quando l’evento dovesse compiersi, non sarebbe una tragedia ma una cosa ridicola. Non sto parafrasando la famosa frase di ciò che nasce dramma e col tempo diventa farsa. Sto ragionando sulla decisione autolesionista di chi fa politica di mestiere, e sa fare solo quello, di non farsi capire dal proprio elettorato e dalla pubblica opinione in generale.

Tutti si aspettano che Renzi si trasformi nel giardiniere attento di questo orto ancora pieno di erbe malandrine ma anche di fiorellini incerti. Invece che ti fa Renzi? Dice: «Forse me ne vado»

Se si ragionasse come un buon padre di famiglia verrebbe spontaneo dire che se si è dato l’avvio a un percorso di governo azzardato (e necessario, a mio parere) si deve curare questa creatura con una certa amorevolezza. Tutti si aspettano che Renzi si trasformi nel giardiniere attento di questo orto ancora pieno di erbe malandrine ma anche di fiorellini incerti. Invece che ti fa Renzi? Dice: «Forse me ne vado». La singolarità di questa preannunciata scissione è che sembra una di quelle scene rituali da pianerottolo piccolo-borghese, vengo-vado, prende un caffé-no grazie, passo dopo, ci vediamo domani- forse sì, forse no. Un scena che non fa neppure ridere.

PIACCIA O NO, IL LEADER DEI MODERATI ORA È GIUSEPPE CONTE

Il senso della scissione che i renziani descrivono dettagliatamente, dietro ferreo anonimato, si tradurrebbe in una separazione consensuale. Chi ha praticato nella vita questa strada (chi scrive conosce il problema) sa che la separzione consensuale è una fictio iuris che serve a limitare il danno economico ma lascia intatti i sentimenti di rivalsa, persino di odio. Per dirla tutta, se mi si dice che ti separi da me, sei uno stronzo/a, poi cerchiamo di fare meno casino possibile. Renzi di questa ragionamento cerca di realizzare l’impegno a fare meno casino ma non sfugge all’epiteto.

Matteo Renzi con il ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova.

La ragione della scissione starebbe nel fatto che nel Pd c’è troppa sinistra. Siamo alle comiche. Si dice allora che è necessario creare una forza moderata. Calenda è andato avanti a preparare il terreno. Io so che un partito nasce se c’è una necessità storica e se incrocia una domanda popolare. Se ci fosse una cosa che assomigliasse a un movimento che vuole tagliare le ali alla destra ma chiede un governo senza tentazioni di sinistra, la forza moderata sarebbe nelle cose. Non c’è niente di tutto questo.

Il Pd scisso non sarebbe un partito allo sbando ma una cosa buffa

Questa forza moderata avrebbe la spinta dal basso e l’appeal dei partiti che si è immaginato Giovanni Toti ogni volta che si è autonominato successore di Silvio Berlusconi. Vorrei infine dare una notizia a Renzi, Calenda e Richetti. Può darsi che “Giuseppi” Conte non ce la faccia, ma se ce la fa, il capo dei moderati sarà lui, rassegnatevi. Il Pd scisso non sarebbe un partito allo sbando ma una cosa buffa. Per fortuna i difetti di Nicola Zingaretti, «è lento», «è bonaccione», «non ha carisma», si stanno rivelando qualità e chiunque abbia dimestichezza con quello che chiamiamo il popolo del Pd dovrebbe aver avvertito che ormai oggi il capo è lui. Renzi-stai-sereno.

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I malumori in casa M5s sulla nomina dei sottosegretari

Alta tensione tra i pentastellati. Mentre la deadline posta dal premier Conte rischia di saltare. Il totonomi.

Chiusa la partita delle fiducie, è di nuovo tempo di nomine. Sul tavolo di Giuseppe Conte, la squadra dei sottosegretari. Da completare, fa sapere il premier, «il prima possibile», per permettere al governo di «governare». Ai cinque stelle ne andrebbero tra i 22 e i 23, al Pd tra i 17 e i 18, a Leu uno o forse due. L’obiettivo è farli giurare il 12 settembre, quand’è convocato il Consiglio dei ministri. Ma le liti dentro i partiti minacciano di far slittare tutto. Una riunione di maggioranza la sera del 10 settembre dovrebbe essere decisiva.

I PRESIDENTI DI COMMISSIONE RESTANO AL M5S

In una saletta del Senato, mentre in Aula va in scena il dibattito sulla fiducia, si riuniscono i dirigenti M5s delle commissioni Finanze e Bilancio di Camera e Senato: secondo il metodo indicato da Luigi Di Maio, entro il 10 settembre, devono consegnare rose di cinque nomi per i ministeri di loro competenza. C’è chi ipotizza uno schema che preveda tre tecnici e due politici, o viceversa. Sono indicati alcuni criteri: dalla partita sono esclusi i presidenti delle commissioni, che il Movimento 5 stelle dovrebbe tenere dunque per sé, senza cedere posti al Pd. Il metodo non piace, si litiga sui nomi. I toni si alzano, il vociare si sente da fuori. «Tanto alla fine decide tutto Di Maio», lamenta più d’uno. È questo anche il senso, non dichiarato, della nota congiunta diramata dai presidenti di commissione M5s della Camera, quasi tutti “ortodossi”: «Il Movimento non è un ufficio di collocamento», avvertono Marta Grande, Filippo Gallinella, Carla Ruocco, Giuseppe Brescia, Marialucia Lorefice, Gianluca Rizzo e Luigi Gallo, invitando a scegliere «le figure migliori del gruppo e non solo».

TEMPI STRETTI, C’È IL RISCHIO SLITTAMENTO

Si discute, in maniera meno plateale, anche nel Pd, dove alcune caselle sono definite ma la squadra è ancora soggetta a modifiche. Niente rose di candidati, in questo caso: spirito unitario ed equilibrio territoriale, sono i criteri del Nazareno. Ma la discussione è accesa anche all’interno delle singole correnti: i nomi renziani, per dire, non sono ancora definiti. Dario Franceschini, che ha anche un colloquio con Matteo Renzi, punterebbe a una stretta sulla lista Pd il 10 settembre. Conte è tutto il giorno a Bruxelles, ma avrebbe chiesto di ricevere i desiderata dei partiti la sera, in modo da permettere il giuramento il giorno dopo. Ma nei partiti c’è pessimismo sulla possibilità di fare in tempo: slitterebbe tutto al giovedì successivo.

DA BUFFAGNI A QUARTAPELLE: I NOMI SUL TAVOLO

La definizione della squadra partirà dalla presidenza del Consiglio, dove il segretario generale Roberto Chieppa ha declinato l’offerta di fare il sottosegretario. Al Pd dovrebbe andare la delega all’Editoria e probabilmente anche quella agli Enti locali (inclusa Roma capitale). Il M5s (in forse Riccardo Fraccaro già sottosegretario a Palazzo Chigi) dovrebbe avere le Riforme. Ma è nell’incastro tra le caselle che si definiranno i ruoli. Nel Movimento la battaglia è accesa sul ministero dell’Economia, dove sembra destinato ad arrivare il dem Antonio Misiani e dove Laura Castelli punterebbe alla conferma da viceministro, cui ambirebbe anche Stefano Buffagni. Pierpaolo Sileri alla Sanità, Gianluca Gaetti all’Interno, Francesco D’Uva alla Cultura, sono alcuni degli altri nomi che circolano. In casa Pd si citano Luigi Marattin a un ministero economico, Gian Paolo Manzella all’Energia, Roberto Morassut agli Enti locali, Lia Quartapelle agli Esteri con il pentastellato Manlio Di Stefano. Ma le caselle sono mobili, le riunioni ancora tante.

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