La posizione di Conte sulla scissione di Renzi e la risposta a Di Battista

Il premier, ospite della festa di Articolo 1, ha detto di essere stato sorpreso dai tempi della rottura dell'ex segretario dem. Poi la risposta a Di Battista: «Mi fido del Pd».

Il nuovo esecutivo, lo strappo di Renzi e l’altolà di Di Battista. Sono solo alcuni dei temi a cui ha risposto il premier Giuseppe Conte intervistato da Enrico Mentana durante la festa di Articolo 1. «Il passaggio parlamentare di una crisi garantisce massima trasparenza nei confronti dei cittadini, e io ho sempre garantito la massima trasparenza. Ciascuno degli interlocutori si assume la propria responsabilità», ha esordito il premier in riferimento alla nascita del nuovo governo chiarendo anche che «io non posso vendere il fumo, tra disegni di legge e decreti ci vorranno un paio di anni, è un progetto riformatore che ha una prospettiva».

LA QUESTIONE RENZI: «GOVERNO RESTA SOSTENIBILE»

Per quanto riguarda la scissione di Matteo Renzi «mi hanno sorpreso i tempi, e l’ho detto francamente a Renzi. Nel momento in cui un presidente incaricato in riserva deve scioglierla è bene che abbia piena contezza di come si predispongono le forze di governo. Se avessi saputo della decisione, lo dico anche nell’interesse del gruppo che si è formato, avrei preteso e voluto un’interlocuzione diretta con il gruppo stesso», ha spiegato Conte assicurando però che «non è venuta meno la sostenibilità del progetto» di governo.

LA RISPOSTA A DI BATTISTA E LA STOCCATA ALLA LEGA

Sempre in tema di rapporti con le forze politiche, Conte ha risposto alle parole di Alessandro Di Battista, che aveva messo in guardia il M5s dicendo di stare attenti ai dem. «Io», ha detto il capo dell’esecutivo, «mi fido del Pd perché è una forza che responsabilmente ha deciso di sostenere questa esperienza del governo». Porta chiusa invece per la Lega. Rispondendo alla domanda sulla possibilità di un riavvicinamento col Carroccio, Conte ha detto che il suo “No” resta «all’infinito».

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Incontro Conte-Macron: trattative per la ridistribuzione dei migranti

Il presidente francese in visita a Palazzo Chigi per voltare pagina con il nuovo governo giallorosso. Al centro dei colloqui la questione migratoria.

Un meccanismo di misure temporanee, in attesa di arrivare ad una vera e propria modifica di Dublino, per superare l’approccio emergenziale legato all’arrivo di ogni nave, togliendo così ossigeno alla retorica sovranista. Misure da considerare globalmente e sulle quali far convogliare, con l’aiuto francese, il maggior numero possibile di Paesi europei. Si gioca tutto sul difficile equilibrio tra interessi nazionali e segnali di unità europea in chiave antisovranista l’incontro tra il premier Giuseppe Conte e il presidente francese Emmanuel Macron, che a Roma ha visto anche il capo dello Stato Sergio Mattarella. E il primo segnale importante di distensione è proprio l’immagine dell’inquilino dell’Eliseo che torna a Palazzo Chigi, dopo le tensioni che raggiunsero il culmine nel febbraio scorso con il richiamo dell’ambasciatore Masset.

MACRON FAVOREVOLE AL MECCANISMO DI RIDISTRIBUZIONE EUROPEO

Ma il lavoro di equilibrio e diplomazia è tutto sulla questione dei migranti. «Sono convinto che serva un meccanismo europeo automatico di accoglienza degli immigrati che consenta di permettere a Malta e all’Italia che prima dell’arrivo i migranti possano essere presi in carico», ha detto Macron in conferenza stampa. All’Italia serve un’apertura verso la realizzazione di quel patto europeo sull’immigrazione al quale Roma punta per dare il primo, forte, segnale di cambiamento di rotta del governo. Macron deve invece mostrare fermezza per arginare la propaganda nazionalista di Marine Le Pen. Entrambi devono dimostrare che i governi europeisti sono in grado di raggiungere risultati importanti sul dossier più spinoso.

IL NODO DEI MIGRANTI ECONOMICI

Ma resta il nodo dei migranti economici, che rischia di mettere in discussione anche i possibili risultati del mini vertice del 23 settembre a La Valletta tra i ministri dell’Interno di Italia, Francia, Germania e Malta. Per questo Conte lavora di diplomazia per ammorbidire la posizione di Macron. Puntando ad un pacchetto di misure che non si focalizzi solo su un aspetto ma arrivi a creare un meccanismo ‘europeizzato’ che valga per tutti i Paesi che accettano le quote (senza distinguo tra rifugiati e economici) e garantisca poi il rimpatrio certo di chi non ha diritto all’asilo. Partendo proprio dal momento dello sbarco, arrivando fino agli aiuti ai Paesi di partenza. È questo il punto di incontro sul quale Italia e Francia possono trovare un fronte comune. E Roma, pur forte di un rinnovato, benché tardivo, appoggio europeo, punta sull’aiuto francese. Ma non solo. «Si lavora a tutto campo», spiega chi è vicino al dossier. Non è un caso che il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, nelle stesse ore in cui Conte parla con Macron, sia a Berlino ad incontrare l’omologo Horst Seehofer, che ha definito «costruttivo» un colloquio che si è svolto «in uno spirito di rinnovata collaborazione tra Italia e Germania».

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L’incontro tra Conte e i sindacati

Il premier nel faccia a faccia in corso a Palazzo Chigi: «Meno tasse, investimenti verdi e un Piano per il Sud nella nuova manovra. Necessario combattere l'evasione: pagare tutti per pagare meno».

L’alleggerimento della pressione fiscale a partire dalla riduzione delle tasse sul lavoro, una nuova agenda di investimenti “verdi” e un piano strutturale di interventi per il Sud sono le priorità che saranno al centro della prossima manovra. Parola del premier Giuseppe Conte nel corso dell’incontro con i sindacati che è andato in scena la mattina del 18 settembre, nel quale ha annunciato un piano straordinario per la sicurezza sul lavoro.

«FONDAMENTALE UNA SERIA LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE»

Conte ha sottolineato come ci sia un quadro di finanza pubblica con vincoli ben precisi. «Vogliamo tenere i conti in ordine» – ha spiegato – «sarà fondamentale una seria lotta all’evasione fiscale. Tutti devono pagare le tasse per pagarne meno». L’ascolto delle parti sociali è «un metodo di lavoro che ho adottato sin dall’inizio e che intendo proseguire», ha aggiunto. «Il nostro obiettivo, infatti, è quello di remare insieme per il bene del Paese».

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Il governo Conte bis alle prese con le nomine in scadenza

Dalle Authority, prima fra tutte quella della Privacy, a Sace, passando per Ansaldo Energia e i Team innovazione. Per arrivare, nel 2020, alle Partecipate. Gli incarichi da rinnovare e che potrebbero mettere a dura prova la tenuta dei giallorossi.

Matteo Salvini, dai banchi dell’opposizione, lo grida da giorni: quello giallorosso è un «governo delle poltrone». E in un certo senso non ha torto visto che il Conte bis dovrà assegnarne diverse dopo la “spartizione” tra sottosegretari e viceministri. Il caso e i complessi calendari che regolano la durata delle governance vogliono infatti che, nell’immediato, scadano diversi incarichi di spicco: circa 70 solo in autunno, persino diverse centinaia nel 2020. Un ulteriore banco di prova per la tenuta della maggioranza.

OCCHI PUNTATI SUL GARANTE DELLA PRIVACY

Partiamo dalle varie Autorità di garanzia. È già scaduto da tempo (il 19 giugno scorso) il mandato di Antonello Soro, garante della Privacy. Sostituirlo non sarà facile dato che Pd e M5s hanno avuto frizioni quando l’Authority comminò una multa per la vulnerabilità e la scarsa trasparenza della piattaforma di voto Rousseau.

LEGGI ANCHE:La storia di Rousseau tra dubbi, soldi e storture

«Il garante della Privacy è un politico del Pd, l’Autorità indipendente non può più essere messa nelle mani di un uomo di partito», attaccarono i pentastellati. Ora vedremo se hanno cambiato idea.

Una delle poltrone da rinnovare è quella del Garante della Privacy.

LE COMUNICAZIONI E IL CONFLITTO DI INTERESSE

Arrivato al termine del proprio mandato settennale è anche il garante per le Comunicazioni, Angelo Marcello Cardani. Considerata la volontà dei grillini di procedere con una robusta legge sul conflitto di interessi che risolva una volta per tutte l’anomalia berlusconiana (l’Agcom monitora il pluralismo politico in televisione) e le sfide cruciali legate al 5G, anche la composizione di quel board (cinque membri: presidente e quattro commissari) rischia di essere un rebus per la nuova maggioranza.

L’ADDIO DI RAFFAELE CANTONE DALL’ANAC

A complicare ulteriormente la situazione si sono poi aggiunte le dimissioni di Raffaele Cantone dai vertici dell’Autorità nazionale anticorruzione. Il magistrato, nominato alla guida dell’Anac nel 2014 da Matteo Renzi, ha deciso di abbandonare quella delicata posizione con un anno di anticipo a seguito di diversi contrasti con il governo gialloverde (Luigi Di Maio in più occasioni aveva definito il codice degli appalti non solo «complicato e illeggibile» ma persino «un blocco per il Paese»).

L’ex presidente Anac Raffaele Cantone.

GLI INCARICHI PER L’INNOVAZIONE DEL CONTE BIS

Nel suo discorso alle Camere, Giuseppe Conte ha ribadito che l’agenda digitale del Paese sarà tra le priorità del nuovo esecutivo giallorosso. Cade dunque a fagiolo la scadenza entro l’anno del team per la Trasformazione digitale presso la presidenza del Consiglio dei ministri che dovrebbe trasformarsi dal primo gennaio 2020 nel dipartimento per la trasformazione digitale istituito lo scorso 19 giugno e ancora tutto da occupare. Questa nuova struttura, particolarmente complessa, ricca di poltrone da assegnare, si interfaccerà con l’Agenzia per l’Italia digitale attualmente guidata da Teresa Alvaro e dialogherà con il neonato ministero per l’Innovazione guidato dall’ex assessore di Torino Paola Pisano.

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Il premier Giuseppe Conte.

Ancora in attesa di nomine, poi, il nuovo Fondo nazionale innovazione voluto fortemente da Di Maio ai tempi del Mise per finanziare le startup italiane. Rinviato più volte e fortemente smagrito nei numeri (il fondo è passato dagli oltre 3 miliardi delle dichiarazioni iniziali al miliardo circa attuale) si comporrà comunque di nove membri indicati per due terzi da Cassa depositi e prestiti e per il terzo restante da Invitalia. E nella stessa Invitalia si deve trovare un sostituto a Domenico Arcuri il cui mandato è in scadenza.

IN CDP ATTESA PER LE NOMINE SACE

Sul fronte Cdp, si giocheranno le partite maggiori. C’è infatti ancora da risolvere il nodo delle nomine in Sace, la società da 14 sedi solo in Italia e 10 uffici nel mondo che fornisce sostegno alle Pmi per promuovere internazionalmente il made in Italy. Tra presidente, amministratore delegato (oggi rispettivamente Beniamino Quintieri e Alessandro Decio) e consiglio di amministrazione, i posti da assegnare sono ben nove. A decidere saranno Cdp e il nuovo Mef a guida Roberto Gualtieri (Pd).

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Il suo predecessore, Giovanni Tria, aveva tenuto a lungo sulla propria scrivania quel dossier così delicato e si dice che avesse iniziato a costruire il nuovo organigramma: lavoro inutile spazzato via dal recente terremoto politico.

Beniamino Quintieri, presidente di Sace dal 2016.

CAMBIO AL VERTICE ANCHE IN ANSALDO ENERGIA

Altre tessere da posizionare saranno quelle dei vertici dell’Ansaldo Energia di cui la Cassa è azionista attraverso Cdp Equity. Ben prima che implodesse il governo gialloverde si fece il nome di Giuseppe Marino (ex Ansaldo Breda ora in Hitachi Rail) al posto di Giuseppe Zampini, che rimarrebbe solo come presidente, ma la crisi politica potrebbe aver sparigliato tutto. Non meno importante la partita all’interno di Cdp Immobiliare, oggi guidata dal presidente Matteo Melley con Salvatore Sardo nel ruolo di ad cui si aggiungono tre poltrone da consigliere. Cinque posti da trovare anche in Cdp Investimenti Sgr.

DAL 2020 COMINCIA LA PARTITA DELLE PARTECIPATE

In via di rinnovo questo autunno anche il board dell’Agenzia del farmaco e quello dell’Inail ora che non ha più una governance unica con l‘Inps. Se il governo giallorosso arriverà a mangiare il panettone superando indenne le insidie della legge di Bilancio potrà accedere a ben altra scacchiera: quella dei gioielli di famiglia. In scadenza, oltre al già nutrito novero pubblicato sul sito del Mef, ci sono, in rigoroso ordine alfabetico, i vertici di Enav, Enel, Eni, Leonardo, Poste Italiane e Terna. Senza dimenticare l’Inps. Tra ruoli apicali e cda si parla di diverse centinaia di incarichi a disposizione della nuova maggioranza Pd-M5s. Quando Salvini ripete il mantra del «governo delle poltrone», insomma, non ha tutti i torti.

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Cosa mi aspetto dal governo Conte bis per noi disabili

Il premier ha cominciato il suo secondo mandato col piede giusto incontrando una delegazione delle organizzazioni e assumendo le deleghe dal ministero della Famiglia. Ora però, archiviata l'era salviniana, deve passare ai fatti.

Dal governo appena insediato mi piacciono due cose: che Matteo Salvini e la Lega non ne facciano parte e che le deleghe alla Disabilità siano passate dal ministero della Famiglia alla presidenza del Consiglio. Spero che sia l’inizio di un nuovo capitolo, per quanto riguarda le politiche e l’attenzione nei confronti delle persone con disabilità.

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Il primo governo Conte è stato uno dei più biechi e pelosi nei nostri confronti. Non ho mai sentito parlare tanto di disabilità come durante l'”era glaciale” (perché agghiacciante) gialloverde. Vero, in passato, con altre forze politiche al potere, le priorità e i diritti dei cittadini disabili erano in fondo all’agenda. Le persone con disabilità parevano essere diventate invisibili o essersi addirittura estinte.

Un ministero ad hoc non aveva senso perché noi persone con disabilità non siamo alieni. Rappresentiamo uno scarto dalla cosiddetta “normalità”, è vero, ma gli scarti sono importanti perché danno risalto a esigenze di tutti

Devono averlo creduto i ministri di allora, altrimenti non potrebbero essere giustificate certe politiche assolutamente inefficaci quando non addirittura scellerate (ricordiamo anni in cui, tanto per citare un esempio, il Fondo per la Non Autosufficienza è stato completamente azzerato).

L’ex ministro per la Famiglia e la Disabilità, il leghista Lorenzo Fontana.

L’ERA SALVINIANA NON CI HA RISPARMIATO NEMMENO L’OBLIO

Non è stato simpatico, in quei tempi, accorgerci sulla nostra pelle che per i rappresentanti politici di turno noi cittadini con disabilità contavamo meno di zero. Ma almeno sulle questioni che ci riguardavano regnava un silenzio condiviso. L’era salviniana invece non ci ha risparmiato nemmeno l’oblio: siamo stati usati come oggetto di propaganda, ci hanno fatto credere di essere una delle loro priorità ma di fatto ci hanno concesso solo briciole nella speranza di ammansirci e accaparrarsi i nostri voti. Che schifo. Ora vedremo cosa accadrà con il nuovo esecutivo.

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NOI DISABILI SIAMO PRIMA DI TUTTO CITTADINI

A parte il fatto che durante i suoi 14 mesi di vita non ho visto il ministero della Disabilità particolarmente attivo, continuo a ribadirne l‘inutilità. Non aveva senso di esistere perché le persone con disabilità sono cittadini come tutti gli altri che devono solo essere messi in condizione di usufruire delle stesse opportunità di cui gode il resto della popolazione. Anche le priorità sono le medesime, non siamo alieni anche se è vero che rappresentiamo uno scarto dalla cosiddetta “normalità”. Ma gli scarti sono importanti perché danno risalto a questioni ed esigenze comuni a tutti.

La cultura e le politiche a nostro favore sono ancora troppo intrise di assistenzialismo e tamponamento dell’emergenza


Un esempio? Riprogettare l’impianto urbano secondo i principi della Progettazione Universale, che non significa solo abbattere le barriere architettoniche: non può essere ritenuta un politica ad hoc per noi persone con disabilità ma, al contrario, sarebbe di giovamento alla comunità. Lo stesso discorso vale per il lavoro, tanto è vero che oggi il ruolo del disability manager si sta trasformando in diversity manager, ovvero un esperto nella gestione delle differenze individuali in ambito aziendale, non specificatamente legate alla presenza di una condizione di disabilità.

UN PRIMO PASSO IMPORTANTE

Se un ministero ad hoc è inutile, invece la delega in materia di disabilità in capo al premier Giuseppe Conte mi sembra potenzialmente una buona strategia. Un ministero per la Disabilità, oltre a essere ghettizzante e quindi pericoloso, favorisce il meccanismo della delega. Promuovere politiche innovative che puntino a una reale partecipazione delle persone con disabilità alla vita, sociale, politica ed economica di questo Paese dovrebbe e deve essere l’obiettivo di tutti i ministeri, ognuno secondo le competenze specifiche attinenti alla sua materia.

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IN ITALIA SERVE UNA SVOLTA RADICALE

Fatto salvo questo, prevedere una regia è sensato, a patto che sia di sostanza e non di forma. Ha senso perché in Italia urge più che mai una svolta radicale nel modo in cui vengono considerate le persone con disabilità. In generale, a parte poche illuminate eccezioni, la cultura e le politiche a nostro favore sono ancora troppo intrise di assistenzialismo e tamponamento dell’emergenza. Ogni tanto, di fronte a criticità lampanti e inderogabili, si interviene con qualche singolo provvedimento a mettere pezze ma non certo a risolverle.

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Il premier Giuseppe Conte.

CHIEDIAMO PROTAGONISMO E AUTODETERMINAZIONE

Servono linee politiche e strategiche di ampio respiro, non singole leggi o provvedimenti pensati per scalfire la punta dell’iceberg ma non certo per gestirne l’imponente massa che rimane sott’acqua. Abbiamo bisogno di qualcuno che osi rischiare e ribalti la prospettiva generale da cui si guardano e gestiscono le questioni che ci riguardano. È necessaria una rivoluzione culturale che investa sia i vertici sia la base del potere, cioè gli elettori: per troppo tempo siamo stati considerati oggetti di intervento, ora vogliamo riconoscerci e veder riconosciuti il nostro protagonismo e la nostra autodeterminazione. Chiedo al nuovo governo di non arroccarsi su un piedistallo per lanciarci ogni tanto qualche occhiata furtiva, ma di sedere al tavolo con noi, ascoltare la nostra voce per collaborare e promuovere una nuova cultura della disabilità e riformulare interamente le politiche a nostro favore. Le sfide sono tante, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

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SIGNOR PREMIER, ORA PASSI DALLE PAROLE AI FATTI

Devo ammettere che Conte, sotto questo aspetto, ha iniziato con il piede giusto, incontrando una delegazione di organizzazioni per la difesa dei diritti delle persone con disabilità, per un primo confronto in sede di consultazioni. Ho apprezzato molto questo gesto che sembrerebbe andare nella direzione tracciate dalla Convenzione Onu che traccia le basi per una reale collaborazione con le rappresentanze dei cittadini con disabilità. È stato un bel buongiorno. Mi auguro che a questo primo segnale positivo ne seguano altri altrettanto utili. Durante gli ultimi mesi siamo stati inondati di vacue parole. È giunto il momento di passare ai fatti.

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Di Maio ha escluso alleanze a livello regionale col Pd

Il leader M5s ha parlato di «esperienza entusiasmante» con riferimento alla nascita del governo giallorosso. Ma ha negato ogni possibile nuovo accordo coi dem. E su Autostrade: «Avanti con la revoca».

Sì all’alleanza di governo, ma niente intese su base regionale. È stato chiaro Luigi Di Maio nel chiudere la porta a eventuali accordi col Partito democratico in vista della prossima tornata elettorale. «Il nostro obiettivo nei prossimi mesi è che le Regioni siano ben governate», ha detto Di Maio al termine della presentazione della scuola di formazione di Rousseau. «ma la parola alleanze con il Pd non è all’ordine del giorno».

«A LIVELLO NAZIONALE ESPERIENZA ENTUSIASMANTE»

«Credo che questo esperimento a livello nazionale sia entusiasmante», ha aggiunto Di Maio. «Non perché ci siamo messi insieme al Pd, ma perché è scritto nel programma che vogliamo creare un Paese che tra circa cinque anni spegnerà le centrali a carbone» e farà «una legge sulle trivellazioni» e una «rivoluzione ecologica».

«AVANTI CON LA REVOCA DELLA CONCESSIONE AD AUTOSTRADE»

Il leader M5s ha ribadito anche la linea che il governo intende portare avanti sul fronte Autostrade. «Andiamo avanti con la volontà di revocare le concessioni ai Benetton», ha detto, «a un’azienda che non ha mantenuto il Ponte Morandi e addirittura ha nascosto le carenze manutentive: mi fa piacere che pure per il Pd questa parola non sia più un tabù».

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I sondaggi politici elettorali del 14 settembre 2019

Gli italiani mostrano scetticismo nei confronti del Conte 2. E per il 42% sarebbe stato meglio tornare al voto. La Lega resta il primo partito. Mentre cala la popolarità del premier.

Per gli italiani sarebbe stato meglio tornare al voto. E le aspettative nei confronti del governo Conte 2 non sono poi così alte. È quanto emerge dai sondaggi pubblicati sabato 14 settembre su Repubblica e Corriere della Sera, accomunati dal sottolineare anche un leggero calo di popolarità del premier a seguito della formazione del nuovo esecutivo giallorosso.

OLTRE LA METÀ AVREBBE PREFERITO TORNARE A VOTARE

Secondo la rilevazione condotta da Ilvo Diamanti, il 54% degli intervistati pensa che sarebbe stato meglio tornare alle urne, contro il 42% che sostiene con convinzione la nascita del nuovo governo. Soltanto poco più del 20%, inoltre, ritiene che il Conte bis arriverà fino al termine della legislatura.

LA LEGA PERDE TERRENO, MA RESTA IL PRIMO PARTITO

La Lega resta il primo partito, ma perde terreno, seppur conservando 10 punti di margine sul Partito democratico: per il partito di Matteo Salvini la stima è del 32,5% contro il 22,3% dei dem, mentre il Movimento 5 stelle è fermo al 20,8%.

TRA I LEADER GUADAGNA CONSENSI SOLO ZINGARETTI

Per quel che riguarda il gradimento dei leader, davanti a tutti  c’è sempre Conte. Ma in due mesi il premier ha perso nove punti, da 64 a 55. Salvini ne ha persi otto, da 54 a 46 e Luigi Di Maio 10, da 45 a 35. Lo ha superato in classifica Nicola Zingaretti, che ne ha guadagnati due, da 39 a 41.

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Asse Conte-Vaticano: il primo scoglio è l’eutanasia

I rapporti tra Santa Sede e il premier sono buoni. Ma fino a un certo punto. Dopo l'esperienza fallimentare del governo pentaleghista, il primo banco di prova sarà il dibattito sul dossier. Con un M5s diviso e la Consulta pronta a pronunciarsi.

Un amico del Vaticano è stato confermato a Palazzo Chigi? Sì, ma fino a un certo punto. Il rapporto fra i vertici della Chiesa e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sono certamente buoni, tuttavia Oltretevere attendono prudentemente la prova dei fatti. In fondo c’è stato anche un Conte 1.

LEGGI ANCHE: Francesco e lo scisma di fatto degli ultra-tradizionalisti

LA METAMORFOSI DI CONTE

Ma procediamo con ordine. Nelle tumultuose e bizzarre vicende della politica italiana, Giuseppe Conte autonominatosi «avvocato del popolo» poco più di un anno fa, quando si accingeva a guidare l’esecutivo cinque stelle-Lega, è diventato, in 14 mesi – secondo la definizione che ne ha dato l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini – «l’avvocato del palazzo». Il che, paradossalmente, in un Paese abituato a governi dalla durata spesso brevissima e a legislature monche, potrebbe sembrare quasi un complimento (per quanto involontario). Quasi la certificazione che Conte si sa muovere bene nei corridoi pieni di trappole della politica. Dunque da signor nessuno, da testa di legno nelle mani dei due vicepremier Luigi Di Maio e Salvini, a novello Giulio Andreotti la trasformazione del premier è stata rapidissima, anche nell’immaginario dei media

conte bis discorso fiducia
Il premier Giuseppe Conte.

L’INCONTRO CON PAPA FRANCESCO

Sullo sfondo del passaggio fra il primo Conte e il Conte bis non poteva mancare il Vaticano, altro ex potere forte che fino a non molto tempo fa faceva e disfaceva i governi e le relative maggioranze della Repubblica. D’altro canto ha suscitato un certo effetto, a fine agosto, la fotografia del papa che parla con il premier ancora solo incaricato e gli regala un rosario. Conte, solo poche ore prima, aveva ricevuto l’incarico di formare il governo dal presidente Sergio Mattarella, lui sì un vero ex Dc, ma anche uno dei padri fondatori dell’Ulivo e del centrosinistra nella Seconda Repubblica. 

Papa Francesco (foto di Tiziana Fabi/Afp-LaPresse).

LA RETE DI CONTE OLTRETEVERE

Papa Francesco e Giuseppe Conte si erano visti per pochi ma simbolici minuti, nella basilica vaticana al termine dei funerali del cardinale Achille Silvestrini, in passato diplomatico di lungo corso del Vaticano, uno degli artefici della Ostpolitik verso i Paesi dell’ex Cortina di ferro, e poi alla guida della fondazione Villa Nazareth, istituzione benefica e culturale rivolta a giovani universitari e controllata dalla Segreteria di Stato vaticana. Villa Nazareth è a sua volta collegata alla fondazione Domenico Tardini onlus che gestisce beni e strutture. In quest’ambiente ha pure studiato e si è formato Conte il quale è tuttora membro del comitato scientifico della fondazione Domenico Tardini. Vicepresidente di quest’ultima, per capire il contesto, è monsignor Claudio Maria Celli, uno degli artefici, da parte vaticana, del nuovo corso dei rapporti fra Santa Sede e Cina suggellato dall’accordo per la nomina condivisa dei vescovi fra autorità governative cinesi e vaticane, un po’ come avveniva con le monarchie europee di un tempo.

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Non si dimentichi, in tal senso, che Conte ha sottoscritto gli accordi commerciali con la Cina di Xi Jinping nell’ambito del progetto denominato Nuova via della Seta, mossa del governo gialloverde comunque apprezzata Oltretevere. Villa Nazareth è un’istituzione attraverso la quale, discretamente, sono passati e passano alti prelati, politici, economisti, banchieri che partecipano a incontri, convegni, giornate di studio (Giovanni Bazoli, per dire, è nel consiglio di amministrazione). Non c’è insomma solo il San padre Pio di Pietrelcina della natìa Puglia nel bagaglio cattolico di Conte, ma anche la frequentazione con la più esclusiva diplomazia vaticana.

Matteo Salvini bacia il rosario durante la manifestazione sovranista di Milano.

LA SINTONIA CON LA SANTA SEDE NELLA CRITICA A SALVINI

Inoltre, con il passaggio al governo Conte bis, il premier non ha disdegnato di ispirarsi alle posizioni assunte dalla Santa Sede per criticare apertamente l’uso politico dei simboli religiosi – il rosario e il crocifisso – fatto da Salvini, leader di quel nazionalismo xenofobo combattuto apertamente da Francesco che non ha esitato a paragonare certe correnti di sovranismo identitario al periodo in cui in Europa andarono al potere fascismo e nazismo. 

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LE RASSICURAZIONI CIRCA IL TEMA DELL’EUTANASIA

La svolta del governo M5s-Pd è stata insomma ben accolta in Vaticano e anche negli ambienti della Cei: l’eccesso di conflittualità e violenze verbale, il rischio di una rottura con l’Europa e del prevalere di derive razziste e anti-democratiche sono state ragioni sufficienti per far apprezzare li cambio di maggioranza parlamentare e di governo. Da parte sua, Conte, intervenendo durante il dibattito sulla fiducia, ha voluto dare garanzie su una questione ben precisa che sta a cuore alle gerarchie ecclesiastiche. Entro il prossimo 24 settembre infatti, in base a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale, il parlamento dovrebbe legiferare sul tema dell’eutanasia. I tempi sono strettissimi e il rischio che la Consulta supplisca ancora una volta al ritardo della politica è reale.

Il presidente della Cei, Cardinal Gualtiero Bassetti.

IL NODO DELLA DEPENALIZZAZIONE

Conte, a Palazzo Madama, affrontando la questione ha detto: «Posso solo raccomandare che sarebbe opportuno incentivare il ricorso alle cure palliative, le misure per alleviare la sofferenza dei malati inguaribili e rafforzare la formazione bioetica degli operatori sanitari». Una posizione molto simile a quella sostenuta dalla Chiesa. Lo stesso capo dei vescovi, il cardinale Gualtiero Bassetti l’11 settembre ha sollevato con allarme la questione chiedendo al parlamento di non abdicare alle sue funzioni e ha proposto una via d’uscita legislativa per scongiurare la depenalizzazione da parte della Corte Costituzionale. «La via più percorribile», ha sottolineato, «sarebbe quella di un’attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell’aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt’altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all’eventualità di una depenalizzazione del reato stesso». Il cardinale ha indicato insomma un possibile punto di mediazione politica.

LA REVISIONE DEL TESTAMENTO BIOLOGICO

Ma Bassetti è andato oltre invocando pure la «revisione» della legge sulle Disposizioni antipate di trattamento (il testamento biologico). Il cardinale ha chiesto che idratazione e alimentazione vengano escluse dai trattamenti sanitari la cui interruzione è consentita (da qui, per la Chiesa, nascerebbe la deriva eutanasica da cui discende il dibattito odierno. Del resto questa è la posizione sempre sostenuta dal cardinal Camillo Ruini). Resta il fatto che all’interno della stessa maggioranza esistono sulla questione eutanasia posizioni differenti, e lo stesso Conte ha spiegato di non aver voluto inserire il tema nel programma di governo perché sono in gioco diritti fondamentali e quindi le convinzioni etiche di ciascuno. Nel libero spazio del gioco parlamentare si potrebbero così formare maggioranze inedite fondate sul principio del voto di coscienza

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Giuseppe Conte e Matteo Salvini.

IMMIGRAZIONE E FAMIGLIA: GLI ALTRI BANCHI DI PROVA

La Chiesa si aspetta novità anche sul fronte immigrazione. Le modifiche dei decreti Sicurezza sono già previste nell’accordo che ha sancito l’alleanza fra Pd e M5s, ma qui bisogna vedere i tempi e le modalità. La gestione Salvini del fenomeno migratorio è stata criticata da più parti e definita fallimentare soprattutto in relazione ai rapporti con l’Europa. Nessuno però è intenzionato, su un tema così delicato, la lasciare campo libero agli attacchi del leader leghista. In Vaticano, dunque, osservano e seguono con attenzione la strana e originale fase politica italiana, appoggiano il tentativo Conte ma sono al medesimo tempo ben consapevoli che il percorso del governo potrebbe anche essere assai accidentato. Primo vero banco di prova sarà la legge di Bilancio dalla quale la Chiesa si attende provvedimenti in favore delle famiglie. Tuttavia Oltretevere sono ben consapevoli che all’inizio del 2022 si voterà per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, e quel traguardo viene giudicato comunque importante da raggiungere.

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Nel Pd ira renziana per l’assenza di toscani tra i sottosegretari

La pubblicazione dei 42 nominativi manda su tutte le furie gli uomini dell'ex segretario dem. Nardella: «Assurdo è sconcertante, è una vendetta contro Matteo». E Bonafè: «Qualcuno spieghi se è in corso una purga».

La tribolata nomina dei 42 segretari del governo giallorosso non serve a placare le polemiche e i malumori attorno a una maggioranza che fatica a trovare serenità. Stavolta a fare rumore è la questione territoriale, con la levata di scudi dei renziani per l’esclusione dall’elenco di una qualsivoglia forma di rappresentanza toscana. Il caso è stato sollevato dalle parole del sindaco di Firenze Dario Nardella. «Se questa esautorazione è una vendetta contro la vecchia maggioranza del partito o contro Renzi lo si dica con chiarezza», ha sbottato Nardella, «altrimenti si dia una spiegazione seria e politica di questa decisione. Ho sostenuto questo progetto di governo e continuerò a farlo, ma mentirei se dicessi che non sono profondamente deluso e costernato».

«ASSURDO ESCLUDERE LA REGIONE COL RECORD DI VOTI»

«La questione», ha proseguito il primo cittadino fiorentino, «mi sembra molto seria, serissima. È inconcepibile e assurdo che il Pd tenga fuori da questo governo la regione in assoluto che ha dato più voti e più consenso a questo partito con il capoluogo Firenze dove si è toccato il record di voti nelle ultime elezioni. Non solo è un peccato tenere fuori la Toscana democratica da questo governo, ma credo che sia anche un errore clamoroso che rischia di far vedere le peggiori conseguenze da qui ai prossimi mesi».

BONAFÈ: «PROFONDA DELUSIONE E AMAREZZA»

A fare la voce grossa anche un’altra renziana di ferro, l’europarlamentare Simona Bonafè. «Leggendo la lista dei sottosegretari e viceministri non posso negare la mia profonda delusione e amarezza per la mancanza di nomi toscani del Partito democratico. Qualcuno a livello nazionale dovrà spiegare ai tanti militanti ed elettori toscani il motivo, ad oggi incomprensibile, per il quale la Toscana non sia stata considerata degna di avere un rappresentante ai massimi livelli, o se ci sia una purga Renzi che ancora oggi la Toscana deve pagare».

«UNICA REGIONE A TENER TESTA ALLA LEGA»

E ancora: «La Toscana è stata l’unica regione dove nelle ultime elezioni europee il Partito democratico ha saputo tenere testa alla Lega. Alle amministrative di giugno abbiamo riconquistato con il buon governo tutte le città capoluogo al voto e permesso al Partito democratico nazionale di salvare un risultato complessivo molto deludente. Non possiamo essere considerati solo serbatoio di voti, esprimiamo una classe dirigente preparata e competente che avrebbe potuto dare un contributo importante al nuovo governo».

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Chi sono i sottosegretari del governo M5-Pd

Il Movimento conserva la maggioranza: 21 contro i 18 del Pd. Stesso copione per i viceministri: sei pentastellati e quattro dem.

Sono 42 i sottosegretari del governo Conte. Ventuno i sottosegretari M5s, 18 quelli del Partito democratico, due i rappresentanti di Leu, uno del Maie. È quanto trapela da fonti governative. Il Movimento conserva dunque una maggioranza di sottosegretari e anche di viceministri: ne avrà sei, mentre quattro saranno del Partito democratico.

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