La Camera nega l’arresto per il deputato Sozzani (Fi): Pd e M5s si spaccano

Montecitorio ha ribaltato a voto segreto la decisione della Giunta per le Autorizzazioni: franchi tiratori nella maggioranza.

L’Aula della Camera ha negato l’autorizzazione all’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti del deputato di Forza Italia Diego Sozzani. I voti a favore sono stati 235, 309 i contrari, un astenuto. A fine luglio la Giunta per le Autorizzazioni di Montecitorio si era invece espressa per l’ok ai domiciliari a maggioranza, con il voto a favore di M5s e Pd: una decisione annullata oggi dall’Assemblea, a scrutinio segreto. La proclamazione del risultato della votazione è stata salutata da un fragoroso applauso dai banchi del centrodestra. Sozzani non ha partecipato alla votazione: intervenendo poco prima del voto ha annunciato che avrebbe lasciato l’aula per «permettere di votare con il massimo della autonomia». «Vi dico la mia innocenza. Non mi sottrarrò al confronto con la magistratura ma voglio farlo da uomo libero», ha detto, dicendosi «distrutto dal punto di vista psicologico». Le sue parole sono state applaudite dal centrodestra ma anche, timidamente, da qualche deputato del Pd. Il Pd, con Federico Bazoli, aveva annunciato il suo voto per l’autorizzazione alla concessione degli arresti domiciliari «perché non sussiste fumus persecutionis».

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La fine del sogno berlusconiano e l’agghiacciante ritorno al ’93

Il Cav riuscì nel miracolo di ibernare la Dc, impedendo alle destre di diventare partiti di massa. Ora Lega e FdI, erede di An, non sono più divisi dal Po. Mentre Fi è ridotta ai numeri del Ccd.

Me lo ricordo quell’autunno del 1993. Fu l’autunno della Dc, travolta da Tangentopoli al debutto dell’elezione diretta dei sindaci, legge voluta dal democristiano Antonio Gava e rivelatasi fatale per il partito. La Dc fu esclusa dai ballottaggi a Milano, Roma, Napoli. Sul podio progressista saliva regolarmente il Pds di Achille Occhetto, su quello opposto si alternavano la Lega a Nord e il Msi al Sud.

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IL MIRACOLO DELLA BALENA AZZURRA

All’improvviso la Dc sperimentò l’eterogenesi dei fini: nate per puntellare l’egemonia democrisiana, le leggi maggioritarie finirono per accelerarne la decomposizione, aprendo la via alla successione di una destra bicefala, leghista a Nord e missina al Sud. Pochi mesi dopo, il miracolo berlusconiano fulminò la vittoria di Occhetto, e stravolse i connotati della nascente Seconda Repubblica: si materializzò dal nulla una balena azzurra appena più piccola di quella bianca, ma capace di alleare le due destre nemiche tra di loro. Berlusconi si alleò a Nord con Umberto Bossi e a Sud con Gianfranco Fini, li portò entrambi al governo, ma ne fece per 20 anni due comprimari, tarpando le ali al processo che dal ’93 in poi ne avrebbe fatto gli eredi dell’elettorato democristiano.

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COSÌ BERLUSCONI IBERNÒ LA DC

Il capolavoro di Berlusconi è stato di aver ibernato la Dc, impedendo alle destre di diventare partiti di massa: la pulsione reazionaria della destra italiana è stata temperata prima dalla mitezza della ispirazione Dc, poi dagli usi di mondo del geniale fondatore di Forza Italia. Il Pdl fu il trionfo di questo disegno: per la prima volta un partito di centro raggiungeva i consensi della Dc, la destra di An veniva incorporata, quella di Bossi lateralizzata.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

FINISCE IL SOGNO DI ETERNITÀ DEMOCRISTIANA

Poi sono venuti gli errori: una gestione munifica delle alleanze ha consegnato il Veneto alla Lega, e poi il Piemonte, e infine la Lombardia, core business del regolamento di conti tra padani e azzurri. Il monocolore leghista nel Nord ha cancellato qualsiasi velleità egemonica di Forza Italia. L’implosione del Pdl ha costretto gli ex An a rimettere a mare una scialuppa, e la energica e volitiva Giorgia Meloni in pochi anni l’ha trasformata in una corazzata quasi eguale a quella di An, e ormai più solida e confortevole della stessa Forza Italia. Il risultato è un agghiacciante ritorno al 1993, con le due destre non più divise dal Po: Meloni esiste anche a Nord e la Lega sfonda anche a Sud. Venticinque anni dopo gli eredi di Bossi e Fini si riprendono lo spazio e il tempo perduto. Il meraviglioso sogno della eternità democristiana perpetuata dal Cavaliere si è interrotto, con Forza Italia ridotta ai numeri del Ccd, e le destre insediate senza contraddizione sulle praterie conservatrici.

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I sondaggi politici elettorali del 12 settembre 2019

La Lega resta prima al 33,3%. Controsorpasso di Forza Italia (7,8%) su Fratelli d'Italia (7%). Pd al 23%, M5s al 19%. Il 58% sarebbe andato al voto.

Se si votasse il 12 settembre la Lega sarebbe il primo partito con il 33,3% dei consensi seguita dal Pd al 23%. Sono i dati che emergono dal sondaggio Emg Acqua condotto per la trasmissione di Rai3 Agorà. Il Movimento Cinque Stelle otterrebbe il 19,7% delle preferenze, Forza Italia il 7,8%, Fratelli d’Italia il 7%. Più Europa arriverebbe al 2,6%, La Sinistra all’1,8%.

IL 58% SAREBBE ANDATO ALLE ELEZIONI

Secondo il sondaggio, dopo la caduta del governo gialloverde sarebbe stato meglio andare alle elezioni per il 58% degli elettori. La decisione di dar vita ad un nuovo governo è invece promossa dal 39% delle persone. Tra gli elettori del Pd sono il 78% gli elettori per i quali è stato meglio formare un nuovo governo, e il 19% quelli che avrebbero preferito le elezioni; mentre tra gli elettori M5s la percentuale di chi avrebbe preferito andare alle urne sale al 39%, contro un 60% che ritiene sia stato meglio formare un nuovo esecutivo.

Nota Metodologica: Autore: EMG Acqua; Committente/Acquirente:RAI PER AGORA’; Criteri seguiti per la formazione del campione: Campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne per sesso, età, regione, classe d’ampiezza demografica dei comuni Metodo di raccolta delle informazioni: Rilevazione telematica su panel; Numero delle persone interpellate, universo di riferimento, intervallo fiduciario: popolazione italiana maggiorenne; campione: 1.865 casi; intervallo fiduciario delle stime: ±2,3%; totale contatti: 2.000 (tasso di risposta: 93%); rifiuti/sostituzioni: 135 (tasso di rifiuti: 7%). Periodo in cui è stato realizzato il sondaggio: 10 settembre 2019.

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Forza Italia in cerca di un padrone

Urne scampate, seggi mantenuti, la corrente di Toti al lumicino e Salvini depotenziato. Gli azzurri tirano un sospiro di sollievo. E per il futuro si possono pure accodare a Calenda e Renzi. Visto che di coraggio e leadership, fatta eccezione per Berlusconi, nel partito non se ne vedono.

Stato dell’arte in Forza Italia: tutti tirano un sospiro di sollievo per aver scansato le urne. E se l’estate è stata terrificante, finalmente l’incubo è finito: si può tornare tranquilli in vacanza. Dio benedica Dario Franceschini e il Partito democratico.

Lo ha detto anche Silvio Berlusconi all’incontro con i gruppi congiunti nella Sala della Regina di Montecitorio: «Mi fa piacere vedervi ora che siete tutti rilassati e avete il posto garantito ancora per un po’». In effetti, per mesi interi non si era fatto vedere: troppe turbolenze, troppo malcontento, troppi mal di pancia. Quando è così, il Cavaliere si eclissa.

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Il selfie di Giovanni Toti, Giorgia Meloni e Matteo Salvini alla manifestazione a Montecitorio il 9 settembre.

I TRANSFUGHI DI TOTI? QUATTRO DEPUTATI IN TUTTO

Sollievo anche per la corrente di Giovanni Toti: le sue truppe parlamentari hanno fatto coming out e sono uscite dai gruppi. Dunque c’è stata la conta. Risultato: i transfughi sono solo quattro deputati (Stefano Benigni, Manuela Gagliardi, Claudio Pedrazzini e Alessandro Sorte), tre dei quali, gli uomini, ex pupilli di Maria Stella Gelmini e Gregorio Fontana che li hanno fortemente voluti nelle liste elettorali lombarde di marzo 2018, salvo essere poi subito scaricati. Per ora neanche un senatore sottratto ad Anna Maria Bernini. Poca roba. Che gusto c’è ad andare nel Gruppo Misto non lo sanno neanche loro, i “totiani”. Con quei numeri c’è poco da fare e da contare. Ma intanto ci provano.

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Luca Zaia, presidente del Veneto, in una foto d’archivio.

FINISCE LA SUDDITANZA A SALVINI

E ancora, grande soddisfazione: finalmente si può sparare a zero su Matteo Salvini, che in questo momento è come sparare sulla Croce Rossa, tanto «ormai è finito» e non serve più per le ricandidature. Almeno così pensano i peones: Pd e 5 stelle faranno alleanze anche alle prossime Regionali, la Lega perderà e il Capitano sarà fatto fuori pure dal partito, in via Bellerio arriva Luca Zaia e torna Roberto Maroni. Con loro si può ragionare e il centrodestra trova nuova linfa.

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Carlo Calenda e Matteo Renzi.

IL SALVAGENTE OFFERTO DA CALENDA & RENZI

Oppure, se Salvini resiste, si unirà a Giorgia Meloni e sarà una deriva di destra, tendenza estrema. No problem: i forzisti si rivolgeranno a Carlo Calenda o a Matteo Renzi per salvare il seggio. Piuttosto che occupare lo spazio che si libera nel centro moderato, da conquistare con lavoro e consenso, pensano a chi potrà farlo al posto loro per poi accodarsi. Spirito di iniziativa, coraggio e leadership, oltre Silvio, non ne ha nessuno. Forza Italia cerca padrone.

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Salvini e Berlusconi alleati divisi

Il primo pensa a una coalizione di destra sovranista a trazione leghista. Ma il leader di Forza Italia è titubante e dice di non riconoscere più il capo politico del Carroccio.

Dopo la breve parentesi di governo della Lega con il M5s il centrodestra prova a ricompattarsi sotto la guida di un leader unico che possa mettere insieme le svariate anime di una coalizione politica andata in parte in frantumi dopo il voto del 4 marzo e l’esperienza giallo-verde. Il problema è che sia Silvio Berlusconi che Matteo Salvini, oltre a Giorgia Meloni leggermente defilata sul fondo, vogliono per sé il ruolo di leader maximo

Il leghista da Caorso parla di un’opposizione al governo Conte bis «nelle sedi istituzionali ma anche nelle piazze». Salvini infatti ritiene che la Lega sia l’unica forza a «rappresentare i milioni di italiani che sono indignati per un governo che non sta né in cielo né in terra, per un Pd che ha perso tutte le elezioni possibili negli ultimi due anni». Dal canto suo Berlusconi, come parte della destra, imputa a Salvini la colpa principale di aver consegnato il Paese alla sinistra.

BERLUSCONI: «NO A DESTRA SOVRANISTA»

Di fatto per il leader di Forza Italia, sta proprio al suo partito «costruire un’alternativa, di centrodestra, che non è la destra sovranista. Quella destra non potrà mai vincere, da sola, e se vincesse non sarebbe in grado di governare». Ma Berlusconi, come si legge nella lettera ai giovani di Forza Italia riuniti a Giovinazzo, sostiene anche come sia necessario «ricostruire lo spazio politico dei liberali, dei cattolici, dei riformatori, delle tradizioni su cui si fondano le libere democrazie dell’Occidente». Insomma una stoccata alla Lega netta che continua con l’autoproclamazione di Fi come sola coerente «erede di quelle idee e di quei valori, i soli portatori del modello della società occidentale con le sue libertà e i suoi diritti».

ATTACCO AL GOVERNO GIALLOROSSO E A SALVINI

«Io temo che il nuovo governo non sarà migliore del precedente, anzi potrebbe essere peggiore». Questo perché «se nell’ultimo anno la Lega era riuscita solo raramente a far valere le idee e i programmi del centrodestra, oggi abbiamo davanti un governo che ripropone tutte gli errori ideologici della vecchia sinistra, il governo forse più a sinistra della storia della Repubblica», si legge ancora.

IL GOVERNO DI SINISTRA DELLE POLTRONE

Dal canto suo Salvini vede nel solo Pd il nemico contro cui il leader del Carroccio si scaglia. «Quando ci sono in ballo le poltrone quelli della sinistra arrivano da ovunque e quindi non mi faccio grosse illusioni. So per certo che in questi giorni sto incontrando una marea di persone fuori dai palazzi che mi chiede di tenere duro perché tanto prima o poi toccherà a noi», ha spiegato. Eppure non ha mancato di replicare alle frecciate di Berlusconi chiedendo però compattezza dato che «dobbiamo preoccuparci del fatto che qui c’è una sinistra che rientra dalla finestra dopo che l’hanno buttata fuori dalla porta».

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