Francesca Pascale sorride alle Sardine

In una intervista all'Huffington Post la fidanzata di Berlusconi dice di ammirare il movimento di piazza. L'unico rischio? «Finire come il M5s».

Mentre Silvio Berlusconi con gli alleati di centrodestra Matteo Salvini e Giorgia Meloni cerca la quadra sui candidati alle prossime Regionali in Emilia-Romagna e Calabria, Francesca Pascale guarda da tutt’altra parte. E sorride alle Sardine. Perché, ha detto la fidanzata del Cav in una intervista all’Huffington Post, nel movimento ritrova «quella libertà» che fu propria «della rivoluzione liberale» di Berlusconi. Per questo motivo non ha escluso di partecipare alla manifestazione ittica del 14 dicembre a Roma.

«LE SARDINE PESCANO ANCHE TRA CHI NON HA MAI VOTATO A SINISTRA»

Le Sardine, continua Pascale, sono un «fenomeno spontaneo, dilagante, animato da giovani, quindi va guardato con rispetto, interesse e soprattutto non va sottovalutato. Un errore che a suo tempo è stato commesso con i 5 stelle ed il risultato è quello che è oggi sotto gli occhi di tutti». La loro rivolta pacifica contro un «linguaggio pericoloso» e «in grado di innescare odio» fa sì, spiega la first lady di Arcore, che le Sardine «peschino anche tra coloro che non hanno mai votato e che mai voteranno a sinistra, incarnano l’esigenza di un cambiamento».

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Il rischio è che questo movimento di piazza e spontaneo subisca la stessa metamorfosi toccata al Movimento 5 stelle, «prima anti-sistema, oggi in giacca e cravatta attaccati alla poltrona». Il consiglio? «Restate indipendenti, restate liberi, siate l’anima rivoluzionaria che alberga in tutti i partiti e che pertanto non ha bisogno di etichette».

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Il Cav conferma Caldoro Mara insiste per il no

di Andrea Pellegrino

Il nome sulla scrivania di Silvio Berlusconi resta quello di Stefano Caldoro. Anche durante il vertice ad Arcore, il Cavaliere avrebbe ribadito la sua scelta: ricandidare Caldoro alla Regione Campania. Un nome non condiviso dalla schiera di Mara Carfagna e da Clemente Mastella alla ricerca di nuovo candidato. Si racconta che proprio mentre era in corso un vertice ad Arcore tra i leader del centrodestra, un gruppo di parlamentari si riuniva a Montecitorio con Mara Carfagna. Tra questi, i salernitani Gigi Casciello, Marzia Ferraioli ed Enzo Fasano (coordinatore azzurro in provincia di Salerno), oltre il sindaco di Benevento Clemente Mastella, da tempo ostacolo sulla strada dell’ex governatore. I dissidenti avrebbero posto una questione di metodo e di sostanza. «Il candidato – avrebbero fatto sapere – va scelto coinvolgendo tutti gli azzurri». In particolare, il gruppo campano avrebbe chiesto all’ex ministro alle pari opportunità Mara Carfagna di rappresentare le loro istanze a Berlusconi e di informare il coordinatore regionale De Siano, che presto potrebbe convocare tutti i deputati e senatori campani di Fi per fare il punto della situazione. De Siano, però, insieme al senatore Luigi Cesaro, è pronto a sostenere l’ex governatore, rispettando così l’indicazione di Silvio Berlusconi. I più vicini al Cavaliere, infatti, avrebbero dimostrato che il metodo non è altro che quello utilizzato alle ultime elezioni politiche. Lo stesso, insomma, che avrebbe eletto gli stessi dissidenti alla Camera dei Deputati, sotto la bandiera di Forza Italia. Intanto il nome di Caldoro resiste. Ed anche la Lega di Matteo Salvini si ammorbidisce intorno alla figura dell’ex presidente. Per Salvini è necessario risolvere il nodo legato alle altre regioni chiamate al voto, prima del disco verde su Caldoro. Ma nessuna pregiudiziale sul nome. Così come ci sarebbe il via libera da parte dei Fratelli d’Italia, con lo stesso Edmondo Cirielli, candidato indicato alla presidenza da Giorgia Meloni, pronto al passo indietro a favore di Caldoro. Insomma, la guerra politica è tutta interna a Forza Italia, innescata da una parte che da tempo vive con insofferenza all’interno delle mura azzurre. Tant’è che la via verso Renzi non sarebbe completamente sbarrata. Vale per la Carfagna ma anche per Clemente Mastella, forse il primo a guardare con interesse al nuovo progetto dell’ex presidente del Consiglio.

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Forza Italia e Italia viva: prove tecniche di intesa

Il voto anticipato non è più un tabù. E i renziani continuano a corteggiare l'ala anti-salviniana degli azzurri. A fare da collante il no alla riforma Bonafede. Il confronto sul ddl Costa è il punto di partenza.

Prove tecniche di intesa. Per allargare l’area di centro. Matteo Renzi guarda ormai alle elezioni, senza farne segreto: è pessimista sulla tenuta del governo e ha iniziato un’offensiva dal sapore elettorale. In questo scenario ha una sola possibilità: cercare la strada per crescere nei sondaggi. Così è scattato un serrato corteggiamento a Forza Italia, o meglio alla sua ala più scettica nei confronti della salvinizzazione del partito. E il confronto avviene sul terreno della condivisione dei contenuti. Tutt’altro che secondari. «È innegabile che ci siano più convergenze tra Renzi e Forza Italia che con il M5s», confermano a Lettera43.it fonti della maggioranza.

NO TAX E RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: LE AFFINITÀ TRA FI E IV

Sulla riforma della Giustizia, in particolare sul capitolo della prescrizione, Italia viva e Forza Italia sembrano ben avviate verso la suggestione di “Forza Italia Viva“, evocata appena qualche settimana fa. Stesso copione sulla questione tasse. L’ex Rottamatore ha presentato il suo partito come quello dei “no tax”. Uno slogan che ai sostenitori di Silvio Berlusconi non è dispiaciuto, così come dai banchi degli azzurri è stata apprezzata la battaglia contro la plastic tax e la tassazione sulle auto aziendali. Il terreno delle convergenze si sta preparando, insomma, in ottica elettorale. Anche perché Renzi ha dato al 50% le possibilità che il governo cada. «Ed è stata una stima ottimista…», osserva un deputato di Iv, lasciando presagire il totale avvitamento della maggioranza nelle prossime settimane. Nessuno immagina che l’incidente possa arrivare sulla Manovra su cui la maggioranza pare aver trovato la quadra. Dopo, chissà. Gli attriti abbondano.

MARIA ELENA BOSCHI IN PRIMA LINEA CONTRO BONAFEDE

Nell’entourage dell’ex presidente del Consiglio le elezioni non sono lo sbocco forzato. Anzi. La scorsa estate ha insegnato che tutto è possibile. Ma nel dubbio è arrivato l’ordine di prepararsi al voto. Il garantismo è il primo collante che può unire una parte di Forza Italia e i renziani. Maria Elena Boschi, non proprio una figura di secondo piano, si è mobilitata in prima persona contro il disegno del Guardasigilli Alfonso Bonafede. I renziani sono orientati a votare la proposta di legge del deputato forzista Enrico Costa che si pone come principale obiettivo il blocco della riforma del ministro della Giustizia. E quindi lo stop alla cancellazione della prescrizione. 

LE PRIME AVVISAGLIE

Una presa di posizione che si è manifestata già nell’astensione a Montecitorio a un ordine del giorno dello stesso Costa presentato nel corso nel dibattito sul decreto fiscale. Una mossa che suona un avvertimento per le prossime settimane, quando comunque il ddl Costa sarà discusso alla Camera. La riforma della Giustizia diventa sempre più un passaggio cruciale dell’esecutivo e della legislatura. «È chiaro che se Partito democratico e Movimento 5 stelle pensano di trovare un accordo tra di loro senza coinvolgerci ne prenderemo atto», fanno sapere da Italia viva. «E sarebbe opportuno che fossero coinvolte tutte le forze di maggioranza. Perché non si può pensare di fare un intervento del genere in una settimana».

I MOVIMENTI DI CARFAGNA E DEGLI ANTI-LEGHISTI

Il leader di Italia viva, del resto, aveva parlato di «porte aperte», in riferimento soprattutto a Mara Carfagna, la più in difficoltà di fronte alla deriva leghista del suo partito. La linea resta quella di restare su un altro versante rispetto a Iv, nonostante nei giorni scorsi all’azzurra fosse sfuggita una frase sibillina: «Forza Italia Viva è una suggestione se cade il governo». Nelle ultime ore Carfagna ha criticato «il linguaggio pieno di odio che caratterizza l’Italia» e ha chiesto un chiarimento nel centrodestra sulle tentazioni no euro. «Nessuno ha intenzione di tornare a una moneta debole e svalutata che ridurrebbe il valore degli stipendi e dei conti correnti degli italiani», ha scandito Carfagna. Un doppio monito sui rapporti con la Lega. Al momento non risultano contatti ufficiali, ma il confronto sul ddl Costa è un punto di partenza. Per quale traguardo, a breve, si vedrà.

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La commissione Von der Leyen alla prova del voto del parlamento europeo

Con la preferenza palese, la maggioranza Ppe, socalisti e liberali dovrebbe reggere. Il M5s ha comunque deciso di votare a favore, mentre i Verdi hanno parlato di un'astensione ragionata e qualche voto potrebbe arrivare dalle fila dei conservatori, in particolare del Pis, All'opposizione l'estrema destra, con Fdi e Lega, e la sinistra europea.

Il giorno è infine arrivato: dopo tre aspiranti commissari bocciati – della Francia, dell’Ungheria e della Romania – dopo sostituzioni in corsa, polemiche e franchi tiratori – la nuova squadra della Commissione europea – senza il commissario britannico per via della Brexit – è pronta per cercare la conferma del parlamento europeo.

La neopresidente della Commissione europea Urusula von der Leyen e il presidente uscente Jean Claude Juncker, Bruxelles, 4 luglio 2019. (Thierry Monasse/Getty Images)

M5s e PIS CON LA MAGGIORANZA PPE, SOCIALISTI E LIBERALI

La sua presidente Ursula von der Leyen ha ottenuto il mandato con appena nove voti sopra la maggioranza: fondamentali dunque erano stati i voti del Movimento Cinquestelle che hanno definitivamente diviso le strade di grillini e leghisti, a Bruxelles ma anche a Roma. Per il voto sulla commissione, palese, la maggioranza Ppe, socalisti e liberali dovrebbe reggere. Il M5s ha comunque deciso di votare a favore, mentre i Verdi hanno parlato di un’astensione ragionata e qualche voto potrebbe arrivare dalle fila dei conservatori, in particolare del Pis, il partito di governo polacco. All’opposizione l’estrema destra, con Fdi e Lega, e la sinistra europea.

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Carfagna in tregua con Berlusconi decide sulla Campania

L'azzurra sponsorizza il fedelissimo Paolo Russo al posto di Caldoro. Ma il suo tira e molla ha esacerbato gli animi in Forza Italia. E più d'uno si chiede perché, se tiene tanto al suo territorio, non si candidi lei a governatrice.

Forza Italia alla resa dei conti con le Regionali in Campania e Calabria. Dalle scelte che si faranno per le candidature dipende il destino, o la fine, del movimento di Silvio Berlusconi. Grande segnale di forza agli altri partiti della coalizione: quando a indicare il candidato presidente è il partito del Cavaliere scoppiano le liti e si perde tempo per la campagna elettorale.

LO STALLO IN CALABRIA

In Calabria, dove si vota il 26 gennaio e un gruppo di colonnelli locali era pronto alla battaglia, tutto è fermo perché Mario Occhiuto, sindaco di Cosenza con grande consenso ma anche qualche problema giudiziario, non va bene alla Lega di Matteo Salvini e anche il fratello, Roberto, vice capogruppo di Mariastella Gelmini alla Camera dei deputati, non convince: inviso al cerchio magico di Arcore perché troppo vicino a Mara Carfagna. Dunque la corrente di qualche deputato vicino agli Occhiuto minaccia la scissione, ma sono al massimo tre: lo stesso Roberto, il suo sodale Francesco Cannizzaro e forse la coordinatrice regionale Jole Santelli.

CARFAGNA ALLE PRESE CON L’AFFAIRE CAMPANIA

Nel frattempo, e facendo arrabbiare tutti, Carfagna ha fatto pace con il vecchio Silvio e gestirà personalmente l’affaire Campania, pur senza candidarsi. In forse l’ipotesi Caldoro, che comunque resta la prima opzione del Cav con il gradimento di Salvini, visto che l’azzurra punta sul fedelissimo Paolo Russo, uomo a L’Avana, anzi a Napoli. In cambio di questo, cercherà di convincere anche i calabresi a cedere il passo a una outsider. Donna, che fa sempre bene: Caterina Chiaravalloti, dalla società civile, magistrato, ma figlia d’arte. Suo padre Giuseppe fu governatore della Calabria dal 2000 al 2006. 

L’INSOFFERENZA DELLE AZZURRE PER IL TIRA E MOLLA DI MARA

E vissero tutti felici e contenti? Non proprio. Il tira e molla carfagnesco ha esacerbato gli animi in Forza Italia. Le donne del partito non la sopportano più. Un tira e molla continuo, di Mara e del suo compagno sempre presente Alessandro Ruben, senza sapere neanche bene cosa vuole. La Regione davvero? La vicepresidenza di Forza Italia, che tanto non conta niente, sulle ceneri di Antonio Tajani? Continuare a fare la bella statuina istituzionale nei salotti romani, con l’obiettivo del salto in quelli internazionali? Perché, si chiedono in molti tra gli azzurri, Mara non va a fare la governatrice nella sua terra, se davvero le interessano il territorio, il partito e vuole metterci la faccia?

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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C’è da sciogliere il nodo Carfagna Trattative in corso su più fronti

di Andrea Pellegrino

Il nodo principale da sciogliere riguarda Mara Carfagna. A quanto pare, l’accelerata di Silvio Berlusconi su Caldoro sia dovuto proprio allo strappo tra il Cavaliere e l’ex ministro alle pari opportunità. Le ultime dichiarazioni della parlamentare salernitana e le repliche di Berlusconi a quanto pare avrebbero aperto una frattura quasi insanabile. Al punto che la Carfagna pare stia già pensando alla costituzione di nuovi gruppi parlamentari. Fallita la trattativa con Toti, alla Carfagna, sancita la frattura con Forza Italia, non resterebbe che la strada solitaria, prima di immaginare un accordo con Matteo Renzi, più volte “corteggiato” dopo la costituzione di Italia Viva. Al momento Carfagna potrebbe contare, a Salerno, sui fedelissimi Gigi Casciello e Marzia Ferraioli. Secondo in- discrezioni, i due parlamentari seguirebbero l’ex ministro incondizionatamente. La macchina di Caldoro, intanto, avrebb e riacceso i motori, dopo l’investitura di Berlusconi. La sua lista (Caldoro presidente) sarebbe già in fase di allestimento. Si tratta con ex del calibro di D’Acunzi e Gagliano. Occhi puntati sulla famiglia ebolitana Cardiello, il papà Franco, ex senatore, e il figlio Damiano, consigliere comunale. Dai socialisti in pole Fasolino e Amatruda. Ciccone e Celano, invece, già vedono una candidatura nella lista di Forza Italia. (

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Lara Comi intercettata e quella «spasmodica ricerca di soldi»

Al telefono con la sua avvocata, l'ex europarlamentare di Forza Italia arrestata per tangenti si confidava così: «Dirò che non ho mai preso 17 mila euro». Caianiello, figura chiave del sistema corruttivo, ai pm: «Temeva di non essere rieletta». E spiega la presunta truffa a Bruxelles.

Dopo che il suo nome emerse nella maxi indagine per tangenti in Lombardia, l’ex europarlamentare di Forza Italia Lara Comi, finita agli arresti, parlava così al telefono: «Oggi io dirò che non ho mai preso 17 mila euro, non ho mai avuto consulenze con Afol né a società a me collegate che non esistono… Se mi chiedono “perché dicono questo?” posso dire che eri tu che facevi loro consulenza».

INTERCETTAZIONE CON L’AVVOCATA BERGAMASCHI

La conversazione intercettata, datata 9 maggio, era con l’avvocata Bergamaschi, sua collaboratrice, e fa riferimento al denaro che la Comi avrebbe ottenuto da Afol. Il dialogo si trova nell’ordinanza cautelare.

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PER 10 ANNI AL PARLAMENTO EUROPEO

Comi, 36 anni, tra la sua passione per il Milan e le sempre più frequenti apparizioni tivù era riuscita nella sua scalata politica passando da Saronno a Bruxelles grazie agli sponsor “giusti”. È stata in Europa per 10 anni, dal 2009 al 2019 (in mezzo la rielezione del 2014), ma all’ultima tornata elettorale europea non le sono bastati 32.365 voti: finì solo terza nel Nord-Ovest dietro a Silvio Berlusconi e Massimiliano Salini, risultando la prima dei non eletti.

L’IMBARAZZO DI FORZA ITALIA E L’ESCLUSIONE NEL 2019

Il Cav, imbarazzato per i guai giudiziari che l’hanno colpita, ha scelto di mantenere il proprio seggio nel Nord-Ovest, nonostante fosse stato eletto anche nel Sud e nelle isole, escludendo così la Comi dall’europarlamento.

Nonostante la giovane età, Comi ha mostrato una non comune esperienza nel fare ricorso ai diversi, collaudati schemi criminosi


Un passaggio dell’ordinanza

Nell’ordinanza Comi viene descritta con queste parole: «Nonostante la giovane età, ha mostrato nei fatti una non comune esperienza nel fare ricorso ai diversi, collaudati schemi criminosi volti a fornire una parvenza legale al pagamento di tangenti, alla sottrazione fraudolenta di risorse pubbliche e all’incameramento di finanziamento illeciti».

LUNGHE INDAGINI SU CONTRATTI DI CONSULENZA

I pm di Milano da tempo indagano su contratti di consulenza per un valore di 38 mila euro ottenuti da «una società riconducibile alla Comi». Contratti che sarebbero stati ottenuti attraverso Gioacchino Caianiello, ex coordinatore di Forza Italia nel capoluogo lombardo, ritenuto il “burattinaio”, la figura chiave al centro del presunto sistema corruttivo fatto di mazzette, finanziamenti e nomine pilotate.

Comi temeva fortemente per la sua rielezione al parlamento europeo, ragione per la quale ha iniziato ad andare spasmodicamente alla ricerca di finanziamenti e alleanze politiche


Nino Caianiello

Caianiello il 2 settembre ha messo a verbale che Lara Comi «a seguito della mancata candidatura alle elezioni politiche nazionali cui lei fortemente aspirava», ha «iniziato a spaventarsi fortemente per la sua rielezione al parlamento europeo, ragione per la quale ha iniziato ad andare spasmodicamente alla ricerca di finanziamenti e alleanze politiche». Ha raccontato anche che «la Comi voleva che io intercedessi in suo favore nei confronti di Mariastella Gelmini (di cui da giovane fu assistente, ndr)» e ha parlato di un incontro.

IL NODO DEI SOLDI DA GIRARE A CAIANIELLO

Caianiello da tempo sta collaborando coi pm milanesi. Ai quali ha detto: «Più volte avevo espresso alla Comi la necessità di trovare una modalità attraverso cui retrocedere delle somme in favore della mia persona, in ragione dei costi che la quotidiana attività politica mi comportava».

LO STRATAGEMMA: GONFIARE LO STIPENDIO DELL’ADDETTO STAMPA

Il passaggio riguarda la presunta truffa al parlamento europeo – di cui è accusata, tra le altre cose, la Comi – attraverso uno “stratagemma”: gonfiare fino a 3 mila euro al mese lo stipendio dell’addetto stampa dell’epoca dell’eurodeputata, rimborsato dall’europarlamento, per poi girare 2 mila euro a Caianiello. «Comi», ha spiegato il “burattinaio”, «era recalcitrante a retrocedere una parte del suo stipendio per finanziare le strutture del partito di Forza Italia, anche in vista delle imminenti elezioni europee, escogitammo lo stratagemma di far maggiorare lo stipendio del giornalista Aliverti».

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Mara Carfagna smetta di illudere i moderati

L'azzurra, al netto dell'errore di legarsi a Toti, è una stella politica. Ma rischia di sparire se resta alla finestra e non si propone come leader di un centrodestra alternativo al duo Salvini-Meloni.

Ogni tanto riemerge la candidatura di Mara Carfagna per qualcosa di importante. È stata una delle berlusconiane di ferro tuttavia priva di eccessiva piaggeria, quando arrivò in parlamento aveva gli occhi puntati su di sé (indubbiamente era, ed è, la più bella) ma vestì i panni dell’austera parlamentare e dette prova immediata di serietà e di capacità di lavoro. Molto spesso a destra hanno pensato a lei come al vero personaggio che avrebbe potuto prendere il posto di Silvio Berlusconi. A mano a mano le sue posizioni si sono anche fatte più limpide e spesso si sono discostate dal suo benefattore facendola diventare una icona del moderatismo politico. Infine è per tanti la candidata ideale per battere Vincenzo De Luca nella gara per la presidenza della Campania. Pur essendo una giovane politica ha, insomma, accumulato molte aspettative ma non sappiamo quanti meriti

L’ERRORE DI LEGARSI A GIOVANNI TOTI

Carfagna ha anche commesso alcuni errori evidenti, l’ultimo dei quali è stato legarsi a Giovanni Toti il presidente per caso della Liguria, avendo perso di vista Berlusconi, alla ricerca di una paterna mano sulle spalle da parte di Matteo Salvini. Questo errore Carfagna l’ha compensato schierandosi con grande nettezza come l’esponente di Forza Italia, o quel che resta, che osteggia ogni estremismo di destra (oggi in pratica tutta la destra, si potrebbe dire) e in particolare il sovranismo di Matteo Salvini.

LE VOCI SU UN POSSIBILE ACCORDO CON ITALIA VIVA

Nascono da qui le ricorrenti voci sul possibile incontro politico con Matteo Renzi solitamente accompagnate dall’odioso pettegolezzo che solo Maria Elena Boschi, invidiosa, impedisca che l’accordo si faccia. Insomma Carfagna è una stella politica che non è ancora scomparsa dall’orizzonte ma che rischia di sparire se questi andirivieni dal palcoscenico parlamentare non la vedranno finalmente dentro un progetto vero.

PER UNA COME CARFAGNA IL PROGETTO VERO È IL CENTRO

Il progetto vero per una come lei è quella cosa che in tempi meno selvaggi chiamavamo “centro”, cioè il luogo ideale del moderatismo italiano, nella consapevolezza che è vero che fra gli italiani l’animo di destra è molto forte, ma è anche vero che dopo un po’ gli italiani si stancano dei contafrottole e di chi vuole dividerli in bande che si odiano e anelano a un partito moderatissimo. La Dc non si può rifare, resta però l’ipotesi di lanciare una chiamata alle armi di chi non si rassegna, anche nel campo del centrodestra, all’affermarsi del duo Salvini-Meloni che non ci porterebbe al fascismo ma certamente darebbe il Paese nelle mani di persone ancora più inadeguate di quelle che oggi lo governano. Salvini in particolare è, e sarà sempre, quello del Papeete. Per quanti sforzi possa fare l’intelligente Giancarlo Giorgetti non si cava sangue dalle rape, come si usava dire. Ecco, quindi, che la sfida, se lanciata in grande, per una leadership moderata potrebbe, passo dopo passo, spingere molti italiani, tranne quelli come me che voteranno sempre a sinistra, a scegliere l’offerta centrista sia che si voglia far da sponda per una sinistra dissanguata sia che vogliano temperare i facinorosi del populismo sovranista.

GLI AUTOCANDIDATI ALLA LEADERSHIP MODERATA

I candidati a questo ruolo sono stati tanti. Diciamo, gli autocandidati. Gli ultimi Carlo Calenda, troppo GianBurrasca, Renzi, troppo antipatico, Urbano Cairo che molti invocano o temono, infine Mara Carfagna. Lei potrebbe farcela ma dovrebbe prendere dalle donne che hanno guidato i vari Paesi del mondo quel tanto di decisionismo, di amore per il rischio, di linguaggio diretto che ancora le mancano. Le manca soprattutto decidere quel che farà da grande. Può scegliere di correre per la Campania. Può scegliere invece la battaglia, inizialmente minoritaria e solitaria, per diventare il punto di riferimento di chi non vuole che l’Italia faccia parte del gruppo di Visegrad. Può deciderlo solo lei. Ma se resta alla finestra ancora a lungo, la dimenticheranno. 

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La vera minaccia è la politica dei Mastrolindo

Slogan, promesse irrealizzabili, jingle. Da Berlusconi a Salvini, Di Maio e Renzi, i leader sono pubblicitari pronti a offrire soluzioni in stile Trivago o Facile.it. Ma così il disastro è dietro l'angolo.

La democratizzazione del desiderio. Ovvero tutti hanno diritto a tutto. Cose serie e frivole, bisogni e sogni allo stesso modo. Perché l’erba voglio oggi cresce dappertutto e con una velocità che riesce addirittura a divorare se stessa. Desiderare il desiderio è diventato perfino più importante dell’oggetto desiderato

DESIDERI ILLIMITATI, RISORSE LIMITATISSIME

Chi ricorda «Il tuo prossimo desiderio» (spot dell’Ariston) oggi fa i conti con una realtà in cui non si fa in tempo a soddisfarne uno che ce ne sono altrettanti, se non di più, che attendono soddisfazione.

Come abbiamo potuto farci abbagliare da promesse di benessere e felicità così grossolane, così splendenti da non indurci nel sospetto che anziché d’oro siano di latta?

Certo per la società dei consumi – ha scritto John Seabrook in Nobrow: The Culture of Marketing, the Marketing of Culture – «nulla potrebbe essere più minaccioso del fatto che la gente si dichiarasse soddisfatta di quel che ha». Però è drammatico, per riprendere alcune considerazioni della volta scorsa, che i desideri siano diventati illimitati, che tutto sia desiderabile e teoricamente ottenibile. Senza curarsi, anche distrattamente, se si hanno le indispensabili risorse economiche, ma anche intellettuali, culturali, professionali.

DALLA INSODDISFAZIONE SI GENERA IL POPULISMO

Perché l’inevitabile scarto fra desiderio e realtà, mediamente grande per tutti, è generatore alla lunga di una profonda insoddisfazione sociale. Della quale i populisimi, variamente espressi nel mondo occidentale, ne sono l’espressione aggiornata. Con il loro carico di protesta, rabbia, ribellismo che si gonfiano fino a esplodere nei confronti di tutto ciò che viene identificato come responsabile delle promesse mancate, dei desideri inevasi, delle attese frustrate. Ciò che qui interessa però è come abbiamo potuto ridurci così. Come abbiamo potuto farci abbagliare da promesse di benessere e felicità così grossolane, così splendenti da non indurci nel sospetto che anziché d’oro siano di latta?

SIAMO SOMMERSI DA SPOT

La risposta è presto detta. Sono stati i pubblicitari e la pubblicità a ridurci così. Ma senza poteri occulti che hanno tramato e senza un disegno ideologico o una pianificata strategia. La circonvenzione d’incapaci – noi tutti – è avvenuta quasi spontaneamente, con tanta più forza persuasiva quanto più quella ideologia ha lavorato instancabilmente. Entrando in tutte le trame del vivere quotidiano, installandosi al centro del sistema massmediale, estendendo il paesaggio pubblicitario nei tanti modi oggi osservabili guardandosi intorno, camminando per la città, spostandosi in metro, muovendosi in auto.

La pubblicità non è né di sinistra né di destra. È la neutralità che la rende efficacissima. Ed è la sua efficacia che l’ha resa linguaggio principe

Ovunque si sia o si vada non manca mai un’immagine o un messaggio promozionale. Siamo letteralmente sommersi dalla pubblicità. Si stima che veniamo raggiunti in media da 3.000 messaggi al giorno. Ma non ci facciamo più caso. Perché quest’azione di avvolgimento e coinvolgimento è avvenuta in modo dolce. È partita da lontano, ha lavorato per anni, giorno per giorno, Come la goccia che scava il sasso ci siamo alla fine convinti che «Impossible is nothing» (Adidas) e che «Per tutto il resto c’è Mastercard».

LA PUBBLICITÀ È NEUTRALE E PER QUESTO EFFICACE

La pubblicità si è installata al centro del sistema, senza resistenze, se non timide nei decenni 60 e 70 di contestazione del sistema consumistico. Perché come tutte le ideologie forti, funziona non venendo percepita come tale. Nel pensiero corrente la pubblicità non è né di sinistra né di destra e nemmeno di centro. È la neutralità che la rende comunicazione efficacissima. Ed è la sua efficacia che l’ha resa linguaggio principe. D’altra parte è stata ed è proprio la politica, se non la prima, la più grande vittima della pubblicità. Al punto di arrivare a identificarsi con essa. Assumendone stile e modalità comunicativa, facendone proprie strategie e tecniche persuasive. In ossequio al principio che in pubblicità non bisogna dirle giuste ma bene. E che spararle grosse non solo si può ma si deve.

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Dal momento che un annuncio non ha alcun obbligo di verità: è comunicazione non informazione. Peraltro a chi interessa, ammesso sia verificabile, se «Scavolini è la cucina più amata dagli italiani»? Ciò che conta, come dicono i pubblicitari, è che si fissi il concetto, che passi il messaggio

FORZA ITALIA, LA SOTTOMISSIONE DELLA POLITICA ALLA RECLAME

Questo processo di sovrapposizione e nel contempo di sottomissione della politica alla pubblicità ha in Italia una data ufficiale: la nascita di Forza Italia, il partito creato dal nulla, modellato su Publitalia e impostosi alle prime elezioni nelle quali si presentò forte di una campagna pubblicitaria sulle reti Mediaset che per pressione, ovvero numero di spot trasmessi nei 40 giorni di campagna elettorale (1.127 con punte di 61 al giorno) era un’assoluta novità; che equiparava il partito di Silvio Berlusconi ai brand del largo consumo. Il promesso «nuovo miracolo italiano» si impose all’attenzione dei consumatori/elettori con forza persuasiva simile a «Se non ci fosse bisognerebbe inventarla» (Nutella) e «Dove c’è Barilla c’è casa». 

SI È IMPOSTA LA LOGICA ALLA «O COSÌ O POMÌ»

Ciò che però va sottolineato non è il carattere imbonitorio del messaggio politico, nel momento in cui diventa tout court pubblicitario, ma il fatto che promettere miracoli, palingenesi della domenica, risoluzione di problemi ed emergenze epocali è diventato normale. Credibile, evidentemente, per gli elettori/consumatori. Ma alla lunga deleterio e distruttivo per l’intera società. In primo luogo perché si è imposta la logica semplificatoria della pubblicità, che non conosce mezze misure: «O così o Pomì».

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La personalizzazione e l’attuale leaderismo che ne conseguono s’accompagnano alla speculare scomparsa dei partiti come portatori di visioni collettive e concezioni condivise del mondo e della società. Ora ogni partito è il suo leader. Che la canta e la suona come vuole. O meglio che se la twitta e se la posta (a pagamento), con propensione personalistica massima nel caso di Matteo Salvini e della Lega. Sull’account personale da marzo a ottobre sono stati spesi 161.608 mila euro, in quello del partito 845.

PROMESSE ROBOANTI E DIETROFRONT SDOGANATI

L’incrudelimento del confronto politico è causa ed effetto dell’esagerato aumento di tono delle promesse, tanto roboanti e giocate sull’emozione anziché sulla ragione, da colpire nell’immediato, a caldo, ma da svanire velocemente. È così che, annunciata la cancellazione della povertà per decreto o l’abolizione delle accise sulla benzina, si può senza pudore alcuno contraddirsi o addirittura smentirsi. Dimenticarsi delle promesse fatte. Ma non di aizzare i propri gruppi d’acquisto e fan club. Perché la pubblicità non conosce, né riconosce smentite o contraddizioni. Per dirla in pubblicitariese «mente sapendo di mentine».

BASTA CON I CAPITAN FINDUS E I MASTROLINDO

Ora cambiare registro, smettere con la politica del «pulito sì, fatica no», e ritornare a promesse realistiche, sarebbe auspicabile. Sommamente. Però non è all’ordine del giorno. Pensare che basti proibire la pubblicità della politica, come ha annunciato Twitter, è una pia illusione. Anche perché Facebook non lo farà. Allo stato attuale sarebbe già un risultato se si facesse strada, almeno, la consapevolezza che più la politica diventa annuncio, teatrino in streaming, offerta di soluzioni in stile Trivago o Facile.it, più il disastro si avvicina.

Non è il fascismo che minaccia di ritornare, ma qualcosa di perfino peggio, anche se allegro come un jingle. Perché la democrazia «non è come il vino che invecchiando migliora»

Però non è il fascismo che minaccia di ritornare, ma qualcosa di perfino peggio, anche se allegro come un jingle. Perché la democrazia, con le sue libertà e difese dei diritti civili e personali, «non è come il vino che invecchiando migliora». Lo scrive l’ultimo numero di The Economist citando una ricerca apparsa sull’American Political Science Review che ammonisce «a non dare per scontata la democrazia». Che anzi, in Italia, è più che mai in pericolo se i vari Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Matteo Renzi continuano a travestirsi da Capitan Findus, Omino Bianco e Mastrolindo.

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Nessuno crede nella sopravvivenza di Forza Italia. Nemmeno gli azzurri

Mara Carfagna, reduce dal fallimentare tentativo di scalata ai vertici, sarebbe pronta ad allearsi con Toti. Renato Brunetta è ormai diventato renziano. Eppure per sollevare il partito basterebbe saper fare politica. Evidentemente questa classe dirigente nei 25 anni berlusconiani non ha imparato nulla.

Forza Italia è ormai l’asilo Silviuccia. Mai Silvio Berlusconi avrebbe pensato di rimpiangere i vecchietti di Cesano Boscone, l’ospizio dove prestò la condanna ai servizi sociali. Loro almeno erano teneri. Dentro al partito, invece, sono diventate tutte arpie. Mostri che lui stesso ha generato e che, a onor del vero, si diverte a osservare. 

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MARA CARFAGNA HA FATTO IL PASSO PIÙ LUNGO DELLA GAMBA

Mara Carfagna si dice disinteressata a salvare il suo seggio invece è l’unica cosa che ha a cuore. Più lo negano – lei, le altre e gli altri – più è il pensiero dominante. Ma andare con Matteo Renzi proprio no: su Mara pende il veto di Maria Elena Boschi e comunque non avrebbe senso spostarsi in un partito che, ben che vada, prenderà la stessa percentuale di Forza Italia, ma in cui lei e i suoi sono gli ultimi arrivati, mentre nel partito del Cavaliere erano in pole position. Ha fatto il passo più lungo della gamba e si è già pentita.

Mara Carfagna.

IL FALLIMENTARE TENTATIVO DI SCALATA

Sanno tutti che le sue posizioni sulla mozione Segre sul razzismo e la sua vicinanza alla Comunità ebraica, entrambe ammirevoli, sono molto influenzate dal suo compagno Alessandro Ruben, ex consigliere dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Lo stesso che le ha sciaguratamente consigliato la mal riuscita scalata al vertice di Fi. Ormai in un angolo, ora è disposta a fondersi anche con Giovanni Toti, che però quanto a salvinismo, che è il punto dirimente di tutta questa faccenda, è lontano da lei anni luce. Come fai a lasciare Silvio perché troppo vicino a Salvini e andare con Toti che si vuole alleare, tra l’altro a maggior fatica, con lo stesso Matteo padano? Sarebbe un problema, se ormai non fosse consentito di tutto e di più. 

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ANCHE RENATO BRUNETTA È DIVENTATO RENZIANO

Perfino Renato Brunetta è diventato renziano. In una dichiarazione ai telegiornali di qualche settimana fa ha addirittura affermato che se l’Iva non aumenta è merito di Matteo Renzi. A quasi 60 anni anche lui, già duro e puro, fa di tutto per salvare la poltrona. Stessa strategia di Mariastella Gelmini che, se in cuor suo pensa che il Cavaliere è ormai troppo vecchio ed è diventato una zavorra, si erge a sua amazzone. Che lo faccia di malavoglia si vede lontano anni luce. Per camuffare, ha messo in piedi una squadra di comunicazione che vorrebbe fosse la Bestia ma le procura solo follower turchi su Twitter.

Renato Brunetta.

NESSUNO HA LA FORZA E IL CORAGGIO DI SOLLEVARE IL PARTITO

La realtà è che nessuno ha la forza e il coraggio di sollevare Forza Italia. Sono gli stessi azzurri i primi a non credere nella sopravvivenza e nella rinascita. Eppure lo spazio a cui punta Renzi è anche il loro, basterebbe un nulla per recuperarlo. Basterebbe saper fare politica. Evidentemente in 25 anni non hanno imparato nulla. Non ci hanno neanche provato, si stava così bene quando Silvio c’era.  

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Mara Carfagna divide i forzisti salernitani

di Andrea Pellegrino

«Tutto il coordinamento provinciale di Forza Italia sostiene Mara Carfagna». Così Sonia Senatore, dirigente provinciale azzurra, da anni vicina alle posizioni politiche dell’ex ministro alle pari opportunità. Ed ora più che mai sostiene la linea Carfagna all’interno del partito. Scissione? «Assolutamente no, Mara Carfagna resterà all’interno di Forza Italia fino a quando non sarà cacciata direttamente dal presidente Berlusconi». Per Sonia Senatore, «la strada tracciata da Mara Carfagna è quella giusta: occorre rispetto, basta guerre interne. Non è una guerra contro Berlusconi ma è una battaglia giusta per ristabilire in buon senso all’interno della coalizione». La partita importante e centrale è proprio in Campania, in vista delle prossime elezioni regionali: «Mara è la candidata giusta ma al momento non penso ci siano le condizioni affinché accetti la sfida. Con lei penso che si vinca, non ci sia proprio partita perché intercetta un consenso trasversale. Ma ciò deve partire dalla consapevolezza che i nemici sono il Pd e Vincenzo De Luca». Auspica unità, Francesco Pastore, ex candidato sindaco di Pontecagnano Faiano e attuale consigliere comunale: «Solo uniti si può portare in alto il partito come i vecchi tempi, soprattutto in vista di questa difficile ma non impossibile campagna elettorale per le regionale. Se si marcia tutti insieme – prosegue Pastore – la vittoria può essere realtà». «Mi auguro che Mara riprenda il suo posto da leader, quale è, all’interno del partito», incalza Roberto Celano, capogruppo di Forza Italia al Comune di Salerno e consigliere provinciale. «Non conosco le intenzioni dell’onorevole Carfagna – prosegue Celano – ma spero che all’interno della compagine si recuperi e che dunque Mara possa riprendere in mano le redini del partito. In Campania abbiamo bisogno di lei per vincere le regionali». Per Enrico Tucci, già consigliere comunale e coordinatore cittadino di Forza Italia a Battipaglia, «la strada giusta è quella di Mara. Molti amministratori locali sono pronti a seguirla». «La questione non è facile da spiegare, ma sono perfettamente consapevole che la Carfagna, in un momento di appiattimento, cerca di ricavare uno spazio per Forza Italia. Vedo i sondaggi e per la prima volta dopo tantissimo tempo, dopo le parole della Carfagna, Forza Italia acquista uno 0.2 per cento. Mara sta ragionando la leader e se fosse lei la candidata alle regionali vinceremmo sicuramente». «Noi non siamo né la stampella di Salvini né la stampella della Meloni; tanti amministratori locali in questo momento la seguirebbero, anche se fosse con Renzi, ci sarebbe da pensare», conclude. Minimizza su un possibile allontanamento della Carfagna da Forza Italia il coordinatore d’area nord della provincia di Salerno, Francesco d’Antuono. «Non cambierebbe granché, la collocazione della Carfagna è sempre all’interno del centrodestra, lei ha espresso il suo pensiero, quello che caratterizza Forza Italia, dove c’è libertà. Assicuro che qualsiasi ragionamento dell’onorevole Carfagna è all’interno del centrodestra quindi non cambierebbe quasi nulla». Critico Alfonso Maria Fimiani, ex dirigente azzurro: «Penso che Mara Carfagna abbia contribuito direttamente o indirettamente in maniera significativa al fallimento di Forza Italia in provincia di Salerno: le scelte della classe dirigente, la mancata valorizzazione delle forze migliori, le gratificazioni di yes-men e yeswomen hanno fatto sì che Forza Italia non fosse in grado di contrastare lo strapotere di De Luca e di arginare la leadership di Cirielli. Sognavo ed ho lottato per un Partito diverso, ma hanno soffocato la mia voglia di impegnarmi». Lapidario, infine, il segretario cittadino di Forza Italia di Cava de’ Tirreni, Fortunato Palumbo, che preferisce non esprimersi sul caso Carfagna: «Quello che interessa è l’unità del centrodestra, io sono di Forza Italia, lavoro sul territorio per questa unità e seguo le direttive del presidente Silvio Berlusconi».

Consiglia

Per Berlusconi la Commissione Segre sdogana reati d’opinione

Il Cav ha provato a giustificare l'astensione di Forza Italia sulla mozione della maggioranza contro antisemitismo, razzismo e istigazione all'odio: «Sempre vicini a Israele». Il M5s: «Vergogna». Carfagna e Cattaneo: «Traditi i nostri valori». Silvio li gela: «Liberi di prendere altre strade».

Nemmeno una commissione straordinaria per combattere razzismo, antisemitismo e ogni forma di istigazione all’odio è riuscita a unire il Senato. E così dopo la discussa astensione del centrodestra sono arrivati commenti e parole di sdegno, tra gli altri, da parte del Vaticano, della comunità ebraica di Roma, dell’Associazione nazionale dei partigiani d’Italia (Anpi). Ma i partiti che non hanno voluto dare il loro voto, come si sono giustificati? In una Forza Italia divisa e dove non sono mancati imbarazzi, ha parlato il leader Silvio Berlusconi. Provando a giustificare la scelta: «Da liberali siamo contrari all’eccesso di legislazione sui reati di opinione e la mozione sottoposta al voto del Senato, sulla quale Forza Italia si è astenuta, prospettava, su richiesta della sinistra, l’istituzione di un nuovo reato di opinione».

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La senatrice a vita Liliana Segre.

M5S CONTRO GLI EX ALLEATI DELLA LEGA

Poi il Cavaliere ha ricordato il suo impegno «contro l’antisemitismo e a favore di Israele e del mondo ebraico». Ma la mozione della maggioranza che ha avuto il “sigillo” della senatrice a vita nonché ex bambina deportata ad Auschwitz parlava di odio in generale. E infatti la stessa Segre aveva detto, con rammarico, che si sarebbe aspettata «un Senato festante» e «in sintonia». Così non è stato, e il Movimento 5 stelle ne ha approfittato per scagliarsi contro la destra, compresi gli ex alleati della Lega.

CARFAGNA: «SBAGLIATO ANDARE A RIMORCHIO NELLA COALIZIONE»

Ma è dentro Forza Italia che si sono alzate le voci dissidenti. Due su tutte: quella di Mara Carfagna e Alessandro Cattaneo. La vicepresidente della Camera e deputata ha commentato amareggiata: «La mia Forza Italia, la mia casa, non si sarebbe mai astenuta in un voto sull’antisemitismo. Stiamo tradendo i nostri valori e cambiando pelle. Intendo questo quando dico che nell’alleanza di centrodestra andiamo a rimorchio senza rivendicare la nostra identità. Se l’unità della coalizione in politica è un valore aggiunto, essa non può compromettere i valori veri, quelli che fanno parte della nostra storia».

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Mara Carfagna.

CATTANEO: «A VOLTE LA FORMA È SOSTANZA»

L’ex sindaco di Pavia, a Omnibus su La7, si è detto «molto deluso dalla scelta presa da Forza Italia al Senato di astenersi sulla mozione Segre. Non condivido questa posizione che tradisce la storia del nostro partito che grazie a Berlusconi ha rappresentato negli anni un baluardo a difesa di valori fondanti e principi inalienabili. A volte la forma è sostanza e su scelte del genere avrei fatto prevalere l’unanimità alle virgole di un testo. Sono certo che con un centrodestra a guida Forza Italia non sarebbe mai accaduto».

Alessandro Cattaneo.

BERLUSCONI DURO: «CHI VUOLE È LIBERO DI ANDARSENE»

Eppure Berlusconi ha avuto parole dure anche per i “ribelli“: «Mi aspetto che nel movimento che ho fondato nessuno si permetta di avanzare dei dubbi sul nostro impegno a fianco di Israele. Prese di posizione e distinguo posti in essere ai soli fini di alimentare sterili polemiche – soprattutto su un tema così delicato – favoriscono chi vorrebbe dipingerci come quello che non siamo e che ci fa addirittura orrore. Le discussioni, sempre legittime, si fanno all’interno e non a colpi d’agenzia di stampa: se qualcuno vuole invece seguire strade già percorse da altri, ne ha naturalmente la libertà, ma senza danneggiare ulteriormente Forza Italia».

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Carfagna e Caldoro si defilano Il Cav pensa a Martusciello

di Andrea Pellegrino

Ritorno alle origini. Questa potrebbe essere l’idea del Cavaliere per risollevare Forza Italia. E proprio dalla Campania, in vista delle prossime elezioni regionali, da Arcore potrebbe essere calato l’asso nella manica, nel caso in cui dovessero venire meno le altre candidature. Berlusconi potrebbe indicare il suo ex delfino, Antonio Martusciello, suo plenipotenziario politico campano negli anni 90. Fratello di Fulvio, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, dopo l’esperienza parlamentare, Antonio Martusciello è un commissario di lungo corso dell’Agicom. Un nome di peso per saltare l’ostacolo e dopo un possibile e prevedibile no di Mara Carfagna, decisa a non accettare candidature al di sotto di Roma. Sul tavolo resta il nome di Stefano Caldoro, intenzionato più a lanciare una figura tecnica per la presidenza, ritagliandosi però un ruolo di peso all’interno del governo regionale. D’altronde, Caldoro è già stato seduto sulla poltrona più alta di Palazzo Santa Lucia e una sua ricandidatura ripropone, quasi in toto, lo scenario di cinque anni fa, con la sfida a Vincenzo De Luca. Non mancano altri tavoli di trattative e altri nomi: come quello di Severino Nappi, ex assessore regionale al lavoro della giunta Caldoro che da tempo ormai è in campo per la costruzione di un nuovo progetto politico all’interno della casa azzurra. Resta in piedi anche l’ipotesi Cirielli, nome calato da Giorgia Meloni. Secondo lo scacchiere politico nazionale interno al centrodestra a Fratelli d’Italia spetterebbe la leadership in Puglia mentre quella della Campania, così come è storicamente, è appannaggio degli azzurri. Ma da qui alla presentazione delle liste tutto potrà ancora accadere. Così come è da definire il ruolo della Lega in Campania. Dopo Grant, nome ufficiale che il Carroccio ha fornito alla coalizione si lavora ancora intorno a Gennaro Sangiuliano, nome ben visto anche dal Cavaliere. Ad oggi la Lega campana ha un problema in più: il commissario Volpi, infatti, dopo la recente nomina alla guida del Copasir dovrà lasciare l’incarico. Nei prossimi giorni, ad elezioni umbre fatte, probabilmente Salvini metterà mano al caso campano, dove il partito è ancora lontano dalla sua conformazione classica.

Consiglia

Sondaggio per La7: cresce tutto il centrodestra, in calo Pd e M5s

In una settimana la Lega è passata dal 32,7% al 33,2% delle preferenze di voto, Fdi dal 7,5 all'8,2 e anche il consenso di Fi è aumentato dal 6 al 6,2.

Stare all’opposizione fa bene al centrodestra che vede crescere il consenso verso tutti i partiti. Mentre cala quello per i due alleati di governo Partito democratico e Movimento Cinque Stelle. Sono i risultati del sondaggio settimanale di Index Research per Piazza Pulita, di Corrado Formigli, su La7. «La Lega», ha sottolineato Index con Natascia Turato, «passa dal 32,7%, del 17 ottobre, al 33,2% del 24 ottobre».

L’AUMENTO MAGGIORE PER FDI CHE ARRIVA ALL’8,2%

«Un significativo +0,5% in una settimana. Un trend comune a Fratelli d’Italia che sale dal 7,5% al 8,2% (+0,7) di questa settimana. Consolidata la crescita rispetto al 4,4% delle politiche ed al 6,5% delle Europee. Lieve crescita, in questi sette giorni, anche per Forza Italia. Dal 6% al 6,2% con un +0,2», hanno osservato dall’istituto di ricerca.

IL M5S PASSA DAL 19 AL 18,8%, IL PD DAL 19,8 AL 19,5%

«Segnali negativi», aggiungono da Index, «per le due principali forze di governo. Il M5S, nelle intenzioni di voto, passa dal 19% al 18,8%, il Pd dal 19,8% al 19,5%.

ITALIA VIVA CRESCE DAL 5,2 AL 5,3%, +ERUOPA ALL’1,8, VERDI 1,9

«Stabile, di fatto, in questa settimana, il dato di Italia Viva di Matteo Renzi che dal 5,2% arriva al 5,3%. Perde punti Più Europa che arrivava all’1,8% ed era al 2%, i Verdi sono sondati invece all’1,9% ed altri di sinistra al 2,1%. Gli indecisi il 38,5%», concludono dal centro di ricerca.

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I sondaggi politici elettorali del 12 settembre 2019

La Lega resta prima al 33,3%. Controsorpasso di Forza Italia (7,8%) su Fratelli d'Italia (7%). Pd al 23%, M5s al 19%. Il 58% sarebbe andato al voto.

Se si votasse il 12 settembre la Lega sarebbe il primo partito con il 33,3% dei consensi seguita dal Pd al 23%. Sono i dati che emergono dal sondaggio Emg Acqua condotto per la trasmissione di Rai3 Agorà. Il Movimento Cinque Stelle otterrebbe il 19,7% delle preferenze, Forza Italia il 7,8%, Fratelli d’Italia il 7%. Più Europa arriverebbe al 2,6%, La Sinistra all’1,8%.

IL 58% SAREBBE ANDATO ALLE ELEZIONI

Secondo il sondaggio, dopo la caduta del governo gialloverde sarebbe stato meglio andare alle elezioni per il 58% degli elettori. La decisione di dar vita ad un nuovo governo è invece promossa dal 39% delle persone. Tra gli elettori del Pd sono il 78% gli elettori per i quali è stato meglio formare un nuovo governo, e il 19% quelli che avrebbero preferito le elezioni; mentre tra gli elettori M5s la percentuale di chi avrebbe preferito andare alle urne sale al 39%, contro un 60% che ritiene sia stato meglio formare un nuovo esecutivo.

Nota Metodologica: Autore: EMG Acqua; Committente/Acquirente:RAI PER AGORA’; Criteri seguiti per la formazione del campione: Campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne per sesso, età, regione, classe d’ampiezza demografica dei comuni Metodo di raccolta delle informazioni: Rilevazione telematica su panel; Numero delle persone interpellate, universo di riferimento, intervallo fiduciario: popolazione italiana maggiorenne; campione: 1.865 casi; intervallo fiduciario delle stime: ±2,3%; totale contatti: 2.000 (tasso di risposta: 93%); rifiuti/sostituzioni: 135 (tasso di rifiuti: 7%). Periodo in cui è stato realizzato il sondaggio: 10 settembre 2019.

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Forza Italia in cerca di un padrone

Urne scampate, seggi mantenuti, la corrente di Toti al lumicino e Salvini depotenziato. Gli azzurri tirano un sospiro di sollievo. E per il futuro si possono pure accodare a Calenda e Renzi. Visto che di coraggio e leadership, fatta eccezione per Berlusconi, nel partito non se ne vedono.

Stato dell’arte in Forza Italia: tutti tirano un sospiro di sollievo per aver scansato le urne. E se l’estate è stata terrificante, finalmente l’incubo è finito: si può tornare tranquilli in vacanza. Dio benedica Dario Franceschini e il Partito democratico.

Lo ha detto anche Silvio Berlusconi all’incontro con i gruppi congiunti nella Sala della Regina di Montecitorio: «Mi fa piacere vedervi ora che siete tutti rilassati e avete il posto garantito ancora per un po’». In effetti, per mesi interi non si era fatto vedere: troppe turbolenze, troppo malcontento, troppi mal di pancia. Quando è così, il Cavaliere si eclissa.

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Il selfie di Giovanni Toti, Giorgia Meloni e Matteo Salvini alla manifestazione a Montecitorio il 9 settembre.

I TRANSFUGHI DI TOTI? QUATTRO DEPUTATI IN TUTTO

Sollievo anche per la corrente di Giovanni Toti: le sue truppe parlamentari hanno fatto coming out e sono uscite dai gruppi. Dunque c’è stata la conta. Risultato: i transfughi sono solo quattro deputati (Stefano Benigni, Manuela Gagliardi, Claudio Pedrazzini e Alessandro Sorte), tre dei quali, gli uomini, ex pupilli di Maria Stella Gelmini e Gregorio Fontana che li hanno fortemente voluti nelle liste elettorali lombarde di marzo 2018, salvo essere poi subito scaricati. Per ora neanche un senatore sottratto ad Anna Maria Bernini. Poca roba. Che gusto c’è ad andare nel Gruppo Misto non lo sanno neanche loro, i “totiani”. Con quei numeri c’è poco da fare e da contare. Ma intanto ci provano.

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Luca Zaia, presidente del Veneto, in una foto d’archivio.

FINISCE LA SUDDITANZA A SALVINI

E ancora, grande soddisfazione: finalmente si può sparare a zero su Matteo Salvini, che in questo momento è come sparare sulla Croce Rossa, tanto «ormai è finito» e non serve più per le ricandidature. Almeno così pensano i peones: Pd e 5 stelle faranno alleanze anche alle prossime Regionali, la Lega perderà e il Capitano sarà fatto fuori pure dal partito, in via Bellerio arriva Luca Zaia e torna Roberto Maroni. Con loro si può ragionare e il centrodestra trova nuova linfa.

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Carlo Calenda e Matteo Renzi.

IL SALVAGENTE OFFERTO DA CALENDA & RENZI

Oppure, se Salvini resiste, si unirà a Giorgia Meloni e sarà una deriva di destra, tendenza estrema. No problem: i forzisti si rivolgeranno a Carlo Calenda o a Matteo Renzi per salvare il seggio. Piuttosto che occupare lo spazio che si libera nel centro moderato, da conquistare con lavoro e consenso, pensano a chi potrà farlo al posto loro per poi accodarsi. Spirito di iniziativa, coraggio e leadership, oltre Silvio, non ne ha nessuno. Forza Italia cerca padrone.

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Salvini e Berlusconi alleati divisi

Il primo pensa a una coalizione di destra sovranista a trazione leghista. Ma il leader di Forza Italia è titubante e dice di non riconoscere più il capo politico del Carroccio.

Dopo la breve parentesi di governo della Lega con il M5s il centrodestra prova a ricompattarsi sotto la guida di un leader unico che possa mettere insieme le svariate anime di una coalizione politica andata in parte in frantumi dopo il voto del 4 marzo e l’esperienza giallo-verde. Il problema è che sia Silvio Berlusconi che Matteo Salvini, oltre a Giorgia Meloni leggermente defilata sul fondo, vogliono per sé il ruolo di leader maximo

Il leghista da Caorso parla di un’opposizione al governo Conte bis «nelle sedi istituzionali ma anche nelle piazze». Salvini infatti ritiene che la Lega sia l’unica forza a «rappresentare i milioni di italiani che sono indignati per un governo che non sta né in cielo né in terra, per un Pd che ha perso tutte le elezioni possibili negli ultimi due anni». Dal canto suo Berlusconi, come parte della destra, imputa a Salvini la colpa principale di aver consegnato il Paese alla sinistra.

BERLUSCONI: «NO A DESTRA SOVRANISTA»

Di fatto per il leader di Forza Italia, sta proprio al suo partito «costruire un’alternativa, di centrodestra, che non è la destra sovranista. Quella destra non potrà mai vincere, da sola, e se vincesse non sarebbe in grado di governare». Ma Berlusconi, come si legge nella lettera ai giovani di Forza Italia riuniti a Giovinazzo, sostiene anche come sia necessario «ricostruire lo spazio politico dei liberali, dei cattolici, dei riformatori, delle tradizioni su cui si fondano le libere democrazie dell’Occidente». Insomma una stoccata alla Lega netta che continua con l’autoproclamazione di Fi come sola coerente «erede di quelle idee e di quei valori, i soli portatori del modello della società occidentale con le sue libertà e i suoi diritti».

ATTACCO AL GOVERNO GIALLOROSSO E A SALVINI

«Io temo che il nuovo governo non sarà migliore del precedente, anzi potrebbe essere peggiore». Questo perché «se nell’ultimo anno la Lega era riuscita solo raramente a far valere le idee e i programmi del centrodestra, oggi abbiamo davanti un governo che ripropone tutte gli errori ideologici della vecchia sinistra, il governo forse più a sinistra della storia della Repubblica», si legge ancora.

IL GOVERNO DI SINISTRA DELLE POLTRONE

Dal canto suo Salvini vede nel solo Pd il nemico contro cui il leader del Carroccio si scaglia. «Quando ci sono in ballo le poltrone quelli della sinistra arrivano da ovunque e quindi non mi faccio grosse illusioni. So per certo che in questi giorni sto incontrando una marea di persone fuori dai palazzi che mi chiede di tenere duro perché tanto prima o poi toccherà a noi», ha spiegato. Eppure non ha mancato di replicare alle frecciate di Berlusconi chiedendo però compattezza dato che «dobbiamo preoccuparci del fatto che qui c’è una sinistra che rientra dalla finestra dopo che l’hanno buttata fuori dalla porta».

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