Dall’Eurogruppo via libera a Panetta nel board Bce

Sostegno alla candidatura dell'italiano, direttore generale di Bankitalia. Ora manca la conferma del Consiglio europeo entro fine 2019. Con lui una sponda in più per Lagarde in continuità rispetto all'operato di Draghi.

Per un italiano che va, un italiano che entra: l’Eurogruppo ha dato il suo sostegno alla candidatura di Fabio Panetta come nuovo membro del board della Banca centrale europea (Bce), dove Mario Draghi si appresta a lasciare l’incarico di governatore (scadenza il 31 ottobre 2019) dopo otto anni di mandato. La nomina di Panetta deve essere confermata dal Consiglio europeo entro la fine del 2019.

CON LUI PIÙ FORTI LE “COLOMBE”

A gennaio 2020 dunque Panetta – che è direttore generale di Bankitalia e mirava anche a prendere il posto del governatore di Palazzo Koch Ignazio Visco – è destinato a succedere al membro francese uscente, Benoit Coeuré. L’italiano – 60 anni, nato a Roma – è stato particolarmente critico nei confronti di molte decisioni di vigilanza bancaria europea che avrebbero penalizzato le banche del nostro Paese con il loro fardello di crediti deteriorati. E ha spesso dato prova di tenere particolarmente a mente le esigenze dell’Italia sul fronte della politica monetaria, dove Draghi sta fronteggiando fino all’ultimo giorno del suo mandato l’opposizione de Paesi nordici – capitanati dalla Germania – nei confronti di una strategia che punta a farsi più espansiva, con il ritorno del Quantitative easing, un nuovo taglio dei tassi, un round di maxi prestiti Tltro alle banche (specialmente utili a quelle di Italia e Spagna) e la promessa di insistere con lo stimolo monetario finché sarà necessario.

UN ALLEATO PREZIOSO PER LAGARDE

Christine Lagarde, che prende il posto di Draghi dal primo novembre nella poltrona più alta del grattacielo di Francoforte, avrà dunque un probabile alleato nel banchiere centrale italiano pronto a entrare nel board Bce. Panetta infatti, anche se ovviamente non andrà a rappresentare gli interessi italiani, ma quelli di tutti i 19 Stati della zona euro, con ogni probabilità farà da argine ai membri della Bce che, arrivata Lagarde, vorrebbero iniziare una marcia indietro rispetto alla continuità con Draghi che la francese intende perseguire. E lo farà non tanto nel campo delle banche, dove per l’Italia ha seduto nel consiglio di Vigilanza oggi presieduto da Andrea Enria. Ma proprio nella politica monetaria, dove ha concentrato i suoi lavori sia di ricerca sia di policy, con alle spalle una laurea alla Luiss in economia, un Master in economia monetaria alla London School of Economics e un dottorato alla London Business School.

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Mario Draghi con Christine Lagarde. (Ansa)

DIFENSORE DEL «WHATEVER IT TAKES» DI DRAGHI

La sua frequentazione delle riunioni della Bce come “deputy” del governatore di Bankitalia partì da Antonio Fazio (2004) ed è proseguita fino al 2017 con Visco, e come “alternate” Panetta ha preso parte al board della Banca dei regolamenti internazionali, del G7 e del G20. Una sua pubblicazione, “Banche centrali nel XXI secolo: mai dire mai”, del 2016, è una appassionata difesa del «whatever it takes», dell’interventismo e delle politiche monetarie creative e non convenzionali.

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Il parlamento Ue ha approvato la nomina di Lagarde alla Bce

I sì sono stati 394, 206 i contrari, 49 le astensioni (tra cui quelle degli eurodeputati M5s). La decisione finale ora spetta al Consiglio europeo.

La plenaria del parlamento europeo ha approvato, con un voto a scrutinio segreto, la nomina di Christine Lagarde alla guida della Bce. I sì sono stati 394, 206 i contrari, 49 le astensioni. Tra queste, quelle degli eurodeputati del Movimento 5 stelle, sulla scia delle perplessità e del voto già espresso in commissione Econ.

PEDICINI (M5S): «LAGARDE NON CI HA CONVINTO»

«Noi abbiamo provato con tutte le forze a trovare anche solo un motivo per sostenere la presidenza di Christine Lagarde alla Bce», ha detto in Aula a Strasburgo il pentastellato Piernicola Pedicini, «senza successo purtroppo. Perché Lagarde si è resa corresponsabile di tutte quelle politiche che hanno fatto aumentare a dismisura il debito pubblico in Unione europea solo per salvare le banche private». «Una volta che il debito pubblico è cresciuto, si sono giustificate quelle politiche di austerità che poi sono diventate riforme strutturali», ha proseguito Pedicini, «quelle di cui ha parlato Dombrovskis poco fa, e questo vuol dire: compressione dei salari, tagli dei servizi e tagli delle pensioni. Una gigantesca opera di redistribuzione dal basso verso l’alto, dove i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri sempre più poveri. Adesso ci vengono a dire che hanno sbagliato e che cambieranno, ma ormai è troppo tardi. Noi non daremo la nostra fiducia a Christine Lagarde, aspettiamo prima di vedere che i cambiamenti siano reali e poi forse ne possiamo riparlare».

STAFFETTA CON DRAGHI IL PRIMO NOVEMBRE

Il parlamento – precisa la nota dell’Eurocamera – esprime un parere non vincolante sull’idoneità o meno di un candidato a ricoprire il ruolo di presidente della Banca centrale europea, mentre la decisione finale spetta dal Consiglio europeo. Lagarde sostituirà l’attuale numero uno, Mario Draghi, dal primo novembre.

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Il favore di Draghi a Lagarde può essere un autogol

Super Mario ha mostrato tutto l'arsenale in dotazione alla Bce. Spianando la strada a Christine, che verrà dopo di lui. Ma la richiesta di politiche fiscali accomodanti potrebbe aver dato benzina ai populismi. I più restii al cambiamento. L'eredità pesante dell'italiano.

Mario Draghi non si limita ad aprire la porta come gesto di galanteria verso Christine Lagarde, pronta ad arrivare alla guida della Banca centrale europea (Bce) dopo di lui. Nella parte di “grande seduttore” dei mercati fa molto di più.

LAGARDE NON DOVRÀ LITIGARE CON IL BOARD

Fa uscire dalle cucine un piatto appetitoso: un nuovo Quantitative easing, lasciando però a madame Lagarde il boccone migliore, un vero gesto d’amore. Il nuovo piano di acquisti è di entità modesta (20 miliardi al mese contro gli 80 del precedente Qe) ma è a durata non prestabilita. Significa che Christine non dovrà litigare con il board per far confermare il piano, a una certa data, ma soltanto deliberare di chiuderlo quando non le servirà più.

UN SENSO DI PROTEZIONE PER LA SUA EREDE

Un gentiluomo trasmette sempre un senso di presenza, protezione e sicurezza. Un Quantitative easing aperto e a disposizione finché sarà utile accompagnerà la presidenza Lagarde come se Draghi fosse lì con lei, pronto a sostenerla. Ma un vero maestro della seduzione sa fare altro. Con piccoli regali inattesi genera un costante effetto sorpresa: Draghi ha rimosso il limite dei rendimenti sui titoli da comprare (dunque anche a rendimenti inferiori al tasso di deposito), garantendo la possibilità di comprare anche Bund di durata più breve. Molti infatti erano preoccupati della scarsa disponibilità di titoli che avessero le condizioni cui il vecchio Qe era vincolato. Et voilà, con un rapido gesto il problema scompare: la Bce è pronta e disponibile a investire in perdita.

IMPOSTATE LE AGEVOLAZIONI PER LE BANCHE

Nella sua – di fatto – ultima passeggiata operativa, Draghi ha incontrato molti volti noti: le banche europee. Non poteva fare nulla di meglio che presentare alla sua dama gli amici, lasciandole il pallino della conversazione, dopo aver impostato le cose. Ci riferiamo al cosiddetto “tiering”, ossia l’esenzione dai tassi negativi sui depositi in eccesso. Al momento questa esenzione è stata data a depositi fino a 6 volte la soglia di riserva obbligatoria di ciascuna banca, ma questo moltiplicatore potrà essere variato ogni tre mesi, aprendo e chiudendo la farfalla di agevolazione per le banche.

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Mario Draghi con Christine Lagarde. (Ansa)

POSSIBILE MANOVRA DI DENARO GRATIS

Un uomo galante, infine, si preoccupa di aiutare la sua dama a indossare il cappotto e le fa trovare il serbatoio pieno nell’auto, perché non debba preoccuparsene lei. Draghi ha fatto lo stesso con il Tltro-3: ne ha allungato i termini, portandolo da due a tre anni e ne ha corretto il funzionamento, allineando il tasso al -0,5% deliberato per i depositi. In pratica le banche potranno “fare il pieno” di Tltro (ed essere pagate dai tassi negativi per questo) e qualora decidessero di tenere la liquidità sui depositi, potrebbero farlo, almeno in parte, a costo 0. Una manovra di denaro gratis.

MA L’EFFETTO IN REALTÀ È MODESTO

Qual è l’effetto reale di tutto ciò? Modesto, nell’entità. Un ritocco delle condizioni del Tltro, l’introduzione di un facilitatore per le banche, una riduzione tassi da -0,4% a -0,5% ed un piccolo Qe da 20 miliardi (solo il rinnovo di cedole e scadenze in portafoglio generava una specie di “Qe automatico” da 15 miliardi in media al mese già prima) sono tutti interventi che spostano poco, dal punto di vista materiale, ma sono la rappresentazione empirica del fatto che l’arsenale di strumenti a disposizione della Bce è ancora ampio.

IMPROPRIO PARLARE DI BAZOOKA

L’esenzione dei costi sulle riserve bancarie ridurrà senz’altro la domanda di titoli a più breve termine (se i depositi di liquidità in Bce passano a tasso 0%, diventano più convenienti che investire a tassi negativi) generando una sorta di incentivo di mercato alla risalita dei rendimenti di breve. Si è parlato di bazooka in modo improprio, è stato più che altro mostrato un armamentario vasto, e adatto a diversi tipi di contesti. Era un messaggio importante da dare, perché una delle preoccupazioni maggiori degli attori economici negli ultimi tempi era proprio che la Bce fosse con le polveri bagnate, con uno spazio di intervento ormai ridotto al lumicino se non azzerato.

C’È UN PERICOLO DI ASSUEFAZIONE

Draghi ha voluto dimostrare che non è così. Di certo rimane il dubbio che l’efficacia di questo arsenale sia ancora rilevante: a ogni intervento monetario ha generato un impulso decrescente, un po’ come l’effetto di un antibiotico alla lunga si riduce man mano che l’organismo va verso l’assuefazione.

STIMOLI CON BENEFICIO SOLO FINANZIARIO

Non a caso Mario Draghi, nel suo discorso e nel rispondere alle domande, ha più volte fatto appello ai governi per l’introduzione di politiche fiscali più accomodanti, il primo a essere consapevole che l’efficacia degli interventi monetari rischia di rivelarsi modesta è lui. Ma ahimé il vero dilemma risiede proprio qui: la politica è sempre restìa a introdurre riforme che danneggino il consenso immediato, tende a rimandare il problema nella speranza che “qualcun altro” se ne occupi, e la dimostrazione di forza della Bce che mette in mostra un arsenale ampio potrebbe paradossalmente rivelarsi un problema, a cui se ne aggiunge un altro, ormai ben noto: gli stimoli monetari generano un beneficio di carattere solo finanziario, aumentando il valore dei patrimoni di chi i patrimoni li possiede.

SI ALLARGANO LE DISUGUAGLIANZE

Allargando le disuguaglianze la Bce ha di fatto dato benzina ai populismi, in assoluto le forze più contrarie a introdurre riforme e aggiustamenti. Il galantuomo Draghi lascia dunque a madame Lagarde la porta aperta, un ampio mazzo di fiori di varia foggia e colore, relazioni curate e il serbatoio pieno. Ma anche un bel cubo di Rubik, tutto da ricomporre.

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La Commissione Ue di Ursula von der Leyen ai raggi X

A prima vista il nuovo esecutivo europeo sembra progressista su ambiente e coesione sociale, ma reazionario su migrazioni e difesa culturale. Un'analisi delle sfide e delle incognite che lo attendono.

Napoleone diceva: «Abbiamo bisogno di una legge europea, di una Corte di Cassazione europea, di un sistema monetario unico, di pesi e di misure uguali, abbiamo bisogno delle stesse leggi per tutta Europa. Avrei voluto fare di tutti i popoli europei un unico popolo… Ecco l’unica soluzione!». Due secoli dopo ci stiamo ancora provando, non senza fatica.

La nuova Commissione europea entrerà in carica il primo novembre, il giorno dopo in cui la Brexit sarà realtà e il Regno Unito sarà uscito dalla Ue, a meno di altre clamorose sorprese. Da diversi punti di vista intorno a questa nuova commissione ricorre il protagonismo della lettera G.

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LA G DI GENTILONI

La tedesca Ursula von der Leyen guiderà una Commissione più politica e proattiva. Gli elementi chiave sono quattro:
1. il democristiano lettone Valdis Dombrovskis, vicepresidente con delega all’Economia.
2. la liberale danese Margrethe Vestager – confermata alla Concorrenza – per un’Europa «adatta all’era digitale».
3. Frans Timmermans, socialdemocratico olandese, responsabile del “Green deal” europeo, per la neutralità ambientale della Ue entro il 2050
4. Paolo Gentiloni, socialdemocratico italiano, agli Affari economici e finanziari, con uno speciale enfasi sull’inclusività.

Paolo Gentiloni è il nuovo commissario Ue agli Affari economici.

È chiaro che la scelta di Gentiloni agli Affari economici rappresenta anche una necessità di riequilibrio delle forze (l’Italia sta per perdere la presidenza della Bce), ma certamente esprime in modo inequivocabile un cambio di clima interno all’Europa, i Paesi mediterranei non sono più di “seconda classe”, ma possono essere considerati, sui temi economici, culturalmente alla pari dei Paesi del Nord (nel 2011-2012 la nomina di un italiano (o di uno spagnolo) agli Affari economici europei sarebbe stata inconcepibile). A Gentiloni spetta ora il gravoso compito di lavorare per «garantire che l’Europa aumenti la sua capacità di resistenza agli choc e la sua stabilità in caso di un’altra recessione economica».

Josep Borrell è il nuovo Mr Pesc.

IL MONDO G0

Lo spagnolo Josep Borrell, un socialista schietto e un peso massimo nei temi di politica estera, prenderà il posto di Federica Mogherini come Alto rappresentante agli Affari esteri con il mandato di proiettare la voce dell’Europa nel mondo in un contesto geopolitico inedito: il G8 è diventato un G7, ma a voler essere schietti il momento storico che viviamo è un G0, nessuna potenza intende fare da guida e, in prospettiva, rischia di diventare un G2 con il mondo costretto a schierarsi nella guerra, quantomeno commerciale, tra Usa e Cina.

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LA G DI GOOGLE

La commissaria Vestager e madame Sylvie Goulard, commissaria al Mercato interno e nuova direzione Industria e spazio, dovranno trovare un equilibrio tra mercati aperti e strategia industriale interventista nel regolare i giganti industriali cinesi e i giganti tecnologici della Silicon Valley. La signora Vestager ha impedito in passato fusioni infra-europee, come quella tra Alstom e Siemens, o tra Deutsche Börse e London Stock Exchange, sollevando questioni di antitrust continentale, ma con uno sguardo più ampio avrebbe potuto notare come questi gruppi, su scala globale, avrebbero permesso all’Europa di competere meglio, senza contare che la Borsa dell’ex colonia britannica Hong Kong ha appena offerto 36 miliardi di euro per acquistare il London Stock Exchange.

Sylvie Goulard, commissaria al Mercato.

Speriamo che in questo secondo mandato la signora Vestager allarghi abbastanza l’orizzonte da consentire all’Europa di creare dei campioni continentali e da considerare anche l’esigenza di non permettere più che in Europa esistano pseudo-paradisi fiscali come Lussemburgo, Olanda e Irlanda, di cui le multinazionali americane approfittano per venire in Europa a vendere i loro servizi, acquisire dati, raccogliere finanziamenti a tassi zero senza versare praticamente alcun contributo fiscale, iniziando da una legge sui servizi digitali in materia di commercio elettronico, e su questo il contributo di Gentiloni dovrà essere cruciale.

LA G DEI GRANDI TEMI APERTI

Sylvie Goulard, ex ministro francese della Difesa e molto vicina a Emmanuel Macron, si occupa del Mercato unico e della difesa, altra partita cruciale che costituisce un passo essenziale verso il rafforzamento dell’Unione. L’ungherese Laszlo Trocsanyi, legato politicamente a Viktor Orban, appare una scelta discutibile come commissario per l’allargamento dell’Unione, posizione da cui deve giudicare lo stato di diritto nei Paesi in via di adesione. Ugualmente desta qualche domanda la scelta di definire il greco Margaritis Schinas commissario alla Protezione dello stile di vita europeo: la questione confini e migranti promette di restare “calda”.

Il commissario greco Margaritis Schinas alla Protezione dello stile di vita europeo.

La nuova Commissione a prima vista appare insomma progressista sull’ambiente e sulla coesione sociale, ma reazionaria su migrazioni e difesa culturale. Il “pretesto” ecologista sarà ottimo per far leva sull’emergenza climatica, per la quale esiste una sensibilità condivisa, per una virata netta: per anni abbiamo avuto una Europa con una politica monetaria molto attiva e una politica fiscale totalmente passiva, con una regolamentazione pro-ciclica. La politica monetaria sta esaurendo i margini di intervento, è il momento di far subentrare un diverso atteggiamento verso gli investimenti pubblici e l’espansione fiscale.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue.

LA G DI GERMANIA

La situazione dell’economia tedesca, in netta frenata anche a causa della guerra commerciale tra Washington e Pechino, consente di considerare meno eretiche le iniziative di espansione fiscale, che devono subentrare alle iniziative di una Bce che corre il rischio di trovarsi con le polveri bagnate (i tassi sono già ora ben lontani dai livelli di neutralità e il margine per tirare ulteriormente la corda è sempre più ridotto).

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L’OMBRA DI MACRON SULLA COMMISSIONE

«L’Europa sarebbe diventata di fatto un popolo solo; viaggiando ognuno si sarebbe sentito nella patria comune…Tale unione dovrà venire un giorno o l’altro per forza di eventi. Il primo impulso è stato dato. Dopo il crollo e dopo la sparizione del mio sistema io credo che non sarà più possibile altro equilibrio in Europa se non la lega dei popoli». Il sogno di Napoleone potrebbe realizzarsi per mano del suo “erede” Macron: è sua l’ombra che cala su questa Commissione, visto che è stato il primo sponsor di von der Leyen, ha sostenuto Vestager, trova il suo sodale Charles Michel alla presidenza del Consiglio europeo, ha imposto la “sua” Goulard in un ruolo cruciale e non dimentichiamoci che la francese Christine Lagarde prenderà il posto di Mario Draghi a Francoforte.

Il presidente francese Emmanuel Macron.

Se aggiungiamo che lo spagnolo Borrell è francofono, pare chiaro che l’intera struttura e il programma della nuova Commissione sono allineate al disegno europeo di Macron: più autonomia geopolitica, un’economia più attenta all’ambiente, ma anche più orientata alla crescita, più coesione continentale e più decisionismo sia all’esterno che all’interno dell’Unione: il coordinamento ha in parte fallito, perché poggia su una disciplina che in alcuni Paesi è intermittente, diventa necessario imporre più centralismo.

*dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario

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