Perché il voto ai 16enni è solo un annuncio demagogico

Invece di cavalcare battaglie senza senso, garantite ai loro genitori e fratelli più grandi il diritto al lavoro e a una vita dignitosa. Così li farete davvero felici.

Siamo stati giovani, sarete vecchi. La discussione fra generazioni può racchiudersi in queste due lapidarie affermazioni. Nessuna delle due prevede il ricorso a facili scorciatoie e a compiacenza verso le diverse età.
Prendiamo per esempio il tema del voto ai 16enni. Non sono d’accordo. Per ragioni personali ho frequentato 16enni molto in gamba (tranquilli, sto parlando di mio figlio e dei suoi amici-amiche). Non so se sarebbero stati contenti di votare a quell’età. So che avvicinandosi ai 18 non vedono invece l’ora di farlo.

IL VOTO AI 16ENNI È SOLO UNA SCELTA DEMAGOGICA

Quello che metto in discussione è questa valutazione astratta per cui in una società che non dà nulla ai giovani, che non prospetta futuro, in cui tanti deridono il loro impegno per l’ambiente, si vuole tagliare la testa al toro dicendo: votate. Non so per chi voterebbero i 16enni in Italia, né so per chi voterebbero gli immigrati a cui venisse data la cittadinanza oltre i riti capestro attuali. So che mentre è giusto immaginare di dare il voto a chi lavora e produce, togliere ai ragazzi gli ultimi anni di irresponsabilità è una scelta demagogica.

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UNA VERA STAGIONE DEI DIRITTI

Ogni volta che forze che si richiamano alla sinistra si affacciano al governo si torna a parlare di stagione dei diritti. Ricordo che Aldo Moro affiancava questa frase con un’altra che parlava della necessità di una stagione dei doveri. Addirittura i comunisti italiani ebbero momenti di cultura penitenziale con Enrico Berlinguer che indicava come modello Santa Maria Goretti. Quello che mi preme sottolineare è che la stagione dei diritti dovrebbe spingere le forze che li sostengono a fare un ragionamento serio sulla possibilità che vengano attuati sia in rapporto alla capacità del parlamento di legiferare in quel senso sia in rapporto alla capacità della pubblica opinione di accettare queste novità.

Non voglio uno Stato che gli dica: vota e arrangiati; ma uno Stato amico che aiuti i ragazzi a vivere meglio sulla base dei loro desideri, delle possibilità, delle ambizioni di una grande società

LO STATO SI OCCUPI DI GARANTIRE UNA VITA MIGLIORE AI CITTADINI

Sono necessarie forzature. Senza forzature non avremmo avuto il divorzio e le donne non si sarebbero sottratte all’abominio dell’aborto clandestino. È necessario forzare sui diritti di cittadinanza e sulla necessità dell’accoglienza. Bisogna legiferare con grande rispetto verso il mondo cattolio sull’eutanasia.

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Credo però che un governo che si voglia distinguere dalle destre debba riprendere in mano con coraggio il tema dei diritti sociali, delle condizioni reali di vita di ampi settori di popolazione. È certamente un bene che un 16enne possa immaginare di votare. Preferirei che possa immaginare di poter proseguire negli studi e alla fine del ciclo possa trovare un lavoro.
Non voglio uno Stato che gli dica: vota e arrangiati; ma uno Stato amico che lo aiuti a vivere meglio sulla base dei suoi desideri, delle possibilità, delle ambizioni di una grande società.

Lasciate perdere il voto ai 16enni, date ai loro genitori, ai loro fratelli e sorelle più grandi il diritto al lavoro, a un reddito, a un vita dignitosa e li farete felici

L’UBRIACATURA DI LIBERISMO DEL CENTROSINISTRA POST ’89

La grande stagione dei diritti sociali è il capitolo che il centrosinistra di nuovo conio, quello per intenderci post ’89 non ha mai veramente affrontato, anzi ubriaco di blairismo e liberismo ha ritenuto di dover smontare diritti senza creare opportunità. Lasciate perdere il voto ai 16enni, date ai loro genitori, ai loro fratelli e sorelle più grandi il diritto al lavoro, a un reddito, a un vita dignitosa e li farete felici. Fra due anni toccherà comunque anche a loro. Senza fretta e meno moijto per tutti.

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Questa sinistra indifferente riscopra la passione (e i libri)

Se la destra è carica di rivendicazioni identitarie, il Psi (o ciò che ne resta) è ormai disperso e gli ex comunisti sono finiti tragicamente. Ora al Pd serve una svolta vera. Ricordando che ogni alleanza è possibile, ma va spiegata. E non sui social.

La destra è piena di passioni, di rabbia, di rivendicazioni identitarie. La sinistra affronta da anni la propria storia con indifferenza, si lascia passare tutto addosso, non ha lacrime né sorrisi. L’ultima scissione, quella di Matteo Renzi, e la successiva riunione della Direzione del Pd (ieri) sono un esempio lampante di questa assenza di passioni.

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DOPO LA BOLOGNINA SOLO SCISSIONI FREDDE

Quelli se ne vanno borbottando su maltrattamenti e politologicamente spiegando la necessità di un partito che attiri i transfughi di Forza Italia, gli altri che sono rimasti non li rimpiangono, sono un po’ insospettiti per i renziani non fuggiti ma voltano pagina tranquillamente. Accade così da anni. L’ultimo momento drammatico fu la Bolognina e i due Congressi che portarono allo scioglimento del Pci. Poi tutte cose fredde, persino le crisi dei governi Prodi, con la manina di Rifondazione comunista a sua volta scissasi freddamente, non scaldò i cuori. Come è possibile che sia accaduto tutto questo?

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LA DISPERSIONE DELLA COMPONENTE SOCIALISTA

È che la sinistra, sia nella componente socialista ormai dispersa e con una pattuglia finita con Renzi, sia nella più cospicua, un tempo, componente comunista, ha scelto di non riflettere su quel che le era accaduto. I socialisti pensano che tutto ciò che è capitato al loro partito sia colpa di giudici e di comunisti ovvero di giudici comunisti. La pagina craxiana che, pur nella sua abbondanza di spunti, ebbe la responsabilità di cancellare tutta la storia socialista e soprattutto la ricchezza di posizioni del, e nel, Psi è stata ignorata. Oggi capita che qualcuno se ne occupi. Ci sono studi su Riccardo Lombardi. C’è un giovane storico, Marco Zanier che ha scritto un bel libro su Francesco De Martino. Sennò il dibattito è inesistente.

LA TRAGICA FINE DEGLI EX COMUNISTI

Ancora più tragica la fine degli ex comunisti. Orgogliosi fino alla esaltazione di una indicibile diversità, hanno buttato il bambino con l’acqua sporca e oggi si sorprendono che in Europa si accomuni la Germania nazista alla Russia sovietica senza la quale il nazismo non sarebbe stato sconfitto. Soprattutto nel Paese con il comunismo più eterodosso, la giraffa di cui parlava Togliatti, sembra che siano state recise le radici in modo definitivo. La classe dirigente dei miei coetanei che ha avuto il polso di guidare il passaggio dal Pci ad altra cosa si è avvolta nel politicismo e, rifiutando l’opzione socialista, non ha mai capito bene che cosa significasse l’opzione “democratica” tout court. Al punto che oggi ci si sorprende di come sia potuto accadere che la sinistra sia stata estromessa dai quartieri popolari senza l’intervento di squadristi, che pure oggi dominano, ma solo per essersi distaccati dal popolo. Enrico Berlinguer chiamava questa roba, con parole difficili, la «disassuefazione al lavoro di massa».

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COSA CI ASPETTIAMO DAL MANIFESTO DI CUPERLO

Il Pd, scrivono alcuni quotidiani, starebbe preparando una tre giorni di “svolta” per un dibattito che sarà costruito attorno a un Manifesto a cui sta lavorando Gianni Cuperlo. Cuperlo è una garanzia. Vorrei solo che il Manifesto non ci spiegasse solo le bruttezze del turbo-capitalismo (lo hanno già fatto alcune centinaia di Ceo negli Usa), che non ci esaltasse per la svolta verde (Greta è insuperabile) ma che più semplicemente ci spiegasse che partito di sinistra si può fare di questi tempi. Ho scritto di “questi tempi” non di “questi giorni”.

OGNI SVOLTA È POSSIBILE MA VA SPIEGATA

Un partito che sappia coraggiosamente alzare bandiere anche impopolari, che non abbia paura di perdere le elezioni perché un minuto dopo è in grado di far diventare matto il nuovo governo, un partito aperto a tutti ma chiuso ai boss delle tessere, un partito che esca dall’emergenzialismo per cui le scelte più strane si fanno sennò finisce male. E infine un partito che spieghi perché si sta con i 5 stelle. Ho accettato questa svolta a fatica. È tale l’idiosincrasia, non la paura, che mi provoca Matteo Salvini che mi sta bene tutto. Tutti i grandi partiti possono fare svolte e alleanze indicibili. Pensate al possibile governo anti-destra in Israele. Ma tutto deve essere spiegato. E per dirla in termini antichi, deve essere spiegato teoricamente. Oggi se vado fra i banchi di un grade libreria leggo titoli di saggi politici di professori ma pochi di politici che si misurino con una interpretazione originale della propria esperienza oppure si lancino in ragionamenti sul futuro. Si scrive poco perché tutta la politica è solo sui social. Libri, libri, ancora libri.

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La storia delle scissioni a sinistra oltre quella di Renzi

L'ex rottamatore via dal Pd per fondare Italia viva. Ma prima sono state diverse le spaccature. Come la rottura che portò alla nascita del Pci. E poi Psiup, Pdup, la svolta “della Bolognina” di Occhetto. O le costole di Rifondazione, la Rosa nel Pugno, Sel, Possibile e Art.1. I precedenti.

Si è consumata nel giro di poche ore la frattura tra Matteo Renzi e il Partito democratico, con l’annuncio della nuova creatura politica, Italia viva. Questo nonostante fosse iniziata più di un anno prima, con improvvise accelerazioni e brusche frenate, riavvicinamenti e nuove frizioni. Le ultime scosse erano state avvertite dai sismografi politici il 7 agosto 2019, poi un altro terremoto, quello che nelle 24 ore successive ha sgretolato il governo gialloverde, doveva aver convinto il senatore di Scandicci a soprassedere: troppo alto il rischio di finire a elezioni in autunno con liste del Pd derenzizzate“, come del resto era già stata derenzizzata la segreteria. Quindi la giravolta politica, il #senzadime che si è trasformato nell’alleanza responsabile per evitare l’aumento dell’Iva. Con una mano Renzi offriva aiuto ai cinque stelle, con l’altra teneva per il bavero il segretario democratico, Nicola Zingaretti, costringendolo ad accettare l’alleanza giallorossa.

Un’intesa alla quale i pentastellati non hanno mai creduto davvero, temendo di finire da un Matteo all’altro (versione politica del detto “cadere dalla padella alla brace”). E così è stato. Nello stesso giorno in cui hanno giurato i viceministri e sottosegretari e il Conte bis è entrato ufficialmente nel pieno delle sue funzioni, Renzi ha annunciato lo strappo. L’ultimo di una lunga serie subiti dal Pd, l’ennesimo che la sinistra italiana si è autoinflitta da quando esiste. Una gloriosa storia di scissioni dell’atomo, «per colpire il centrodestra come un virus», come diceva il Giulio Tremonti di Corrado Guzzanti.

LA PRIMA DIVERGENZA: RIFORME O RIVOLUZIONE?

Del resto ha inizio proprio con una scissione, circa un secolo fa, il Partito comunista italiano (anzi, d’Italia, secondo la denominazione prima del 1943), nato in modo burrascoso all’interno del Teatro Goldoni di Livorno che nel gennaio 1921 ospitò il XVII Congresso del Partito socialista italiano. Ma, in realtà, le divisioni erano iniziate almeno un anno prima, quando l’ala più radicale decise di mettere al bando i moderati di Filippo Turati, tra i fondatori nel 1892 dell’allora Partito dei lavoratori italiani. La loro colpa? Preferire le riforme alla rivoluzione, il dialogo con il governo al posto della lotta politica. Si era appena spento il “biennio rosso” e l’Italia, tra i tumulti nelle campagne e le (poche) fabbriche occupate, pareva davvero sull’orlo di una rivoluzione socialista. Invece i socialisti non seppero approfittarne e il clima era già mutato in direzione opposta, tant’è che temevano persino che le squadracce di Benito Mussolini irrompessero nel teatro livornese (in origine si sarebbe dovuto tenere a Firenze, ma là il rischio era troppo elevato) dove, sotto una foto di Karl Marx, si consumò nel modo più drammatico la separazione. Si narra che l’onorevole Nicola Bombacci, tra i fondatori del futuro Pcd’i, all’improvviso puntò una pistola contro i propri compagni di partito. «Non per nulla», annoterà con ironia il cronista politico del Corriere della sera, «i congressi si tengono nei teatri».

DEMOCRATICI CONTRO L’EGEMONIA DEL COMUNISMO STALINIANO

Era ormai entrato nel vivo il “secolo breve“, il secolo in cui la storia subì una accelerazione degli eventi. Di conseguenza, anche i partiti di sinistra accelerano le scissioni. L’11 gennaio 1947 Giuseppe Saragat dal palco del congresso del Partito socialista italiano di unità proletaria tenne l’ultimo discorso da segretario del Psiup e annunciò l’inevitabile separazione tra i democratici che temevano l’egemonia del comunismo staliniano e i dialoganti di Pietro Nenni che volevano mantenere l’alleanza con il Pci di Palmiro Togliatti. La «scissione di palazzo Barberini» spinse il nuovo Psi ancora più tra le braccia dei comunisti mentre il Psli finiva per raccogliere l’eredità del Partito socialista riformista del 1912 di Leonida Bissolati. Il Psiup si riaffacciò nel 1964 (durò altri otto anni) a seguito della scissione in seno al Psi voluta da Tullio Vecchietti che aveva come causa scatenante il dissidio sulla mancata fiducia al primo governo Moro ma affondava le sue radici nel diverso modo di approcciarsi alla rivoluzione ungherese del 1956 delle forze politiche italiane di sinistra.

LA SVOLTA “DELLA BOLOGNINA”: OCCHETTO

Anche i comunisti iniziarono a perdere pezzi. Nacque nel 1972 e durò appena due anni il Pdup (Partito di unità proletaria), frutto della convergenza tra il Nuovo Psiup e Alternativa socialista. Nel congresso del luglio 1974 venne annunciata la fusione con il Manifesto e la nascita del Partito di unità proletaria per il comunismo. Gli Anni 80 portarono diversi eventi drammatici per il Pci: la rivalsa socialista col primo governo Craxi nel 1983, la morte di Enrico Berlinguer l’11 giugno 1984, la vittoria dei “no” al referendum sulla scala mobile del 1985 per culminare con l’implosione dell’Unione sovietica del 1991. Fu avvertita dai leader di sinistra di tutta Europa la necessità di una svolta. Una svolta che in Italia si chiamò “della Bolognina” e aveva un autore: Achille Occhetto, che prese sulle sue spalle la responsabilità di archiviare la lunga storia del Pci di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. In ballo non c’era solo la necessità di cambiare nome, togliendo “comunista” dal logo (tra i sostenitori di tale impellenza Giorgio Napolitano), ma anche provare a riavvicinarsi ai socialisti. Una rivoluzione che Occhetto avviò con parole che pescavano dalla tradizione: «Prima di dare il via ai cambiamenti in Urss», disse il futuro leader del Partito democratico della sinistra, «Gorbaciov incontrò i reduci e disse loro: avete vinto la Seconda guerra mondiale, ora se non volete che venga persa non bisogna conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni». L’indomani l’Unità diretta da Massimo D’Alema aprì su tutt’altro: «Il giorno di Modrow. La Repubblica democratica tedesca elegge il nuovo premier». Veniva seminata la “Quercia” che nel 1994 ebbe come segretario proprio D’Alema e durò fino al 1998, quando finì nei Democratici di sinistra.

Il segretario del Pci Achille Occhetto durante una riunione alla Bolognina (Bologna) dove venne annunciata la storica svolta che portò allo scioglimento del Pci e al cambio del simbolo. (Ansa)

RIFONDAZIONE: BERTINOTTI FATALE PER PRODI

Dall’altra costola nacque Rifondazione comunista, in cui confluirono Democrazia proletaria e i marxisti leninisti del Partito comunista d’Italia. Guidata da Fausto Bertinotti, la si ricorda soprattutto per il rapporto d’odio e amore avuto con il centrosinistra. Nel 1996 fornì appoggio esterno al primo governo Prodi salvo poi determinarne la caduta e la scissione interna con Diliberto che fondò il Partito dei comunisti italiani (Pdci). Nel 2006 Bertinotti non firmò la crisi del Prodi II di cui faceva parte ma, da presidente della Camera, irruppe più volte nel dialogo politico contribuendo a logorare la maggioranza. Passò alla storia quando paragonò il Professore a Vincenzo Cardarelli, «il più grande poeta morente». A seguito dello scioglimento anticipato delle Camere (6 febbraio 2008), Bertinotti guidò “La Sinistra l’Arcobaleno“, che univa il Prc, il Partito dei comunisti italiani, la Federazione dei verdi e la Sinistra democratica. Non superò però la quota di sbarramento e non tornò più in parlamento. Pochi anni dopo, una ulteriore scissione diede vita al Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando. Ebbe una vita assai breve (2014-2016) il Partito comunista d’Italia confluito nel rinato Partito comunista italiano. Nel 2009 Marco Rizzo creò il Partito comunista.

Bertinotti tra Cossutta e Diliberto.

LE SIRENE BERLUSCONIANE SUI SOCIALISTI

Gli Anni 90 non furono facili neppure per i socialisti, molti dei quali finirono nella nascente Forza Italia di Silvio Berlusconi nonostante fosse animata da ideologie politiche liberali. Il Psi, dopo lo scioglimento voluto da Ottaviano Del Turco, si trasformò nei Socialisti italiani di Enrico Boselli e nel Partito socialista riformista di Enrico Manca e Fabrizio Cicchitto con sbocco nel Partito socialista di Gianni De Michelis, poi Nuovo Psi e infine Riformisti italiani di Stefania Craxi. Lo Sdi si alleò con i Radicali dando (breve) vita alla Rosa nel Pugno.

I DELUSI DI SEL CON NICHI VENDOLA

Continuarono a trasformarsi anche i Ds, che ebbero tra i massimi esponenti oltre a D’Alema anche Walter Veltroni e Piero Fassino. Dai Democratici nacquero progetti d’ampio respiro quali l’Ulivo e l’Unione. Siamo ormai all’oggi. Dalla fusione con la Margherita di Francesco Rutelli nacque il Partito democratico. I delusi dei Ds assieme a Rifondazione e a Sinistra democratica diedero vita a Sinistra ecologia e libertà di Nichi Vendola dove la “e” di ecologia rappresentava i Verdi che rimasero fino al 2009. Qualche anno dopo l’ala sinistra del partito di sinistra fondò Sinistra italiana di Nicola Fratoianni sul modello della greca Lista Tsipras.

Nichi Vendola.

API, POSSIBILE, ART.1, LEU: I CASI RECENTI

Nemmeno il Pd ha impiegato troppo tempo prima di scindersi: nel 2011 se ne andò Francesco Rutelli e fondò Alleanza per l’Italia (Api). Nel 2015 è stato il turno di Pippo Civati, che ha creato Possibile. Sono stati gli anni della rottamazione di Renzi che ha accelerato i processi divisivi interni e la creazione di Articolo 1-Movimento democratico e progressista che subito dopo, con Sinistra italiana (che aveva raccolto Sel) e Possibile confluì in Liberi e uguali. La sinistra extraparlamentare ha accolto nello stesso periodo un nuovo protagonista: Potere al popolo di Viola Carofalo. E se il mosaico sembra già complesso, ora è arrivata la tessera dei renziani.

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Contro Salvini faccio appello ai seguaci di Tatarella

La sinistra deve cercare un canale di dialogo con la destra vera, quella che non è ostaggio del salvinismo, per spezzare la rabbiosità della politica e far sì che l'Italia non si sfasci.

Se lo scontro politico con la destra salviniana appare irreversibile e destinato a un crescendo (il raduno di Pontida lo conferma), mi pongo il problema se non sia possibile cercare un canale di dialogo con la destra vera – quella che viene da radici e tradizioni opposte a quelle della gente come me – che si è intrappolata nel salvinismo per contrapposizione verso la sinistra ma che potrebbe contribuire, con quella parte di sinistra che vuole dialogare, a costruire un clima diverso nel Paese, un vero «patto di convivenza».

Metto al centro dell’attenzione la destra vera perché i cosiddetti moderati, cerchiobottisti et similia, sono fuori, per vanità e arroganza, dalla logica di ogni dialogo, per propria scelta, e oggi elogiano ammirati la folla rabbiosa di Pontida. Questo tentativo di confronto che propongo va oltre tutti gli altri tentativi fatti in questo Dopoguerra e che hanno visto avviare, con un faticoso cammino, dialoghi fra avversari che sembravano irriducibili. Mai però è stato tentato un dialogo fra destra e sinistra al fine di risparmiare all’Italia uno scontro che potrebbe essere mortale.

ANCHE PCI E MSI HANNO DATO PROVA DI VOLER DIALOGARE

In verità nella storia e nella pratica del Pci ci sono molti esempi di questo tipo, dall’analisi di Palmiro Togliatti sul fascismo come «regime di massa», così diversa da quella della Terza Internazionale, all’appello ai «fratelli in camicia nera», ai tentativi fatti dal presidente Carlo Azeglio Ciampi e da Luciano Violante di offrire rispetto ai morti dell’altra parte nella guerra partigiana, «i ragazzi di Salò». Si può iscrivere in questo tentativo di dialogo anche l’omaggio di Giorgio Almirante alla salma di Enrico Berlinguer e di Gian Carlo Pajetta alla salma di Almirante.

Il salvinismo porta a una mutazione genetica della destra proponendole un assetto fondato sul rancore perenne e sulla continua minaccia della guerra civile

Ci sono stati politici e intellettuali legati al Msi che in una parte della loro vita hanno dialogato con la sinistra, penso ai fratelli Tatarella. È ben noto che nella ricerca filosofica gli studi si sono spesso intrecciati e le barriere sono state spesso abbattute grazie a studiosi che sono andati oltre l’appartenenza politica di filosofi a cui hanno dedicato studi e lavori. Oggi il passo è più impegnativo. Il salvinismo porta a una mutazione genetica della destra proponendole un assetto fondato sul rancore perenne e sulla continua minaccia della guerra civile. Peccato che al Corriere della sera non se ne accorgano.

DESTRA E SINISTRA DEVONO INTERVENIRE PERCHÉ L’ITALIA NON SI SFASCI

C’è, dunque, un primo obiettivo patriottico alla base di un dialogo auspicabile fra destra e sinistra ed è quello di aver tutti la convinzione che bisogna impegnarsi a fondo perché il Paese non si sfasci e che per farlo bisogna spezzare la rabbiosità della politica. Non è uno sforzo da chiedere solo alla destra, c’è anche una sinistra intollerante, che non accetta valori e percorsi storico-culturali dell’altra parte. Il punto di partenza di un dialogo è appunto il rispetto delle proprie storie. Noi non cediamo sull’antifascismo, ma dialoghiamo con i “fascisti gentili”.

Il segretario della Lega Matteo Salvini a Pontida.

Il secondo è il comune impegno a combattere nel proprio campo ogni forma di violenza anche, e direi soprattutto, verbale. Lo dobbiamo ai più giovani. L’Italia ha avuto tanti “cattivi maestri” a destra come a sinistra. Risparmiamo questa scuola ai nostri ragazzi e ragazze. Un altro punto importante è il ricongiungere, com’era nel Risorgimento, l’idea di patria con quella di nazione europea e con il cosmopolitismo dei leader risorgimentali. È una follia dimenticare Mazzini e Garibaldi.

L’USO POLITICO DEI SIMBOLI RELIGIOSI, ATROCITÀ DEL SALVINISMO

Credo che un ruolo importante nell’avvio di questo dialogo possa giocare l’accettazione del ruolo della fede nella società e nella politica. Sono indiscutibili i caratteri laici dello Stato, ma nel mondo d’oggi il pluralismo religioso, e in Italia la prevalenza cattolica, danno alla religiosità una responsabilità più alta. Dov’è l’atrocità civile e culturale di Matteo Salvini? Nel voler piegare i simboli della fede a una battaglia di odio. Ma anche di questo non si accorgono al Corriere della sera.

Tanti altri potrebbero essere i punti di una riflessione comune se si esce dalla logica dell’insulto

Qualunque cosa si pensi di questo papa (e io ne penso benissimo, formidabile il discorso del 15 settembre dalla finestra di san Pietro), il tema della misericordia da lui messo al centro dell’attenzione è cruciale ed è la vera arma civile contro i rabbiosi di Pontida. Tanti altri ancora potrebbero essere i punti di una riflessione comune se si esce dalla logica dell’insulto, dal perenne timore che la prevalenza dell’altra parte porti all’annichilimento della libertà, dall’invadenza di ideologie violente. Ci vuole coraggio e consapevolezza che il tempo a diposizione per curare la malattia dell’odio è breve.

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