Per la Cassazione i rider sono lavoratori subordinati

La Suprema Corte ha bocciato il ricorso di Foodinho, che aveva ereditato la causa promossa da cinque ragazzi contro Foodora. Una sentenza destinata a fare storia.

Ai ciclofattorini delle consegne a domicilio vanno applicate le tutele del lavoro subordinato, come previsto dal Jobs Act, nella forma ‘ibrida’ delle “collaborazioni organizzate dal committente”. Lo ha stabilito la Cassazione respingendo il ricorso di Foodinho, nel contenzioso tra Foodora e cinque riders di Torino

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Sì della Cassazione al referendum contro il taglio dei parlamentari

L'Ufficio centrale ha stabilito che la richiesta, sorretta dalla firma di 71 senatori, è conforme all'articolo 138 della Costituzione. Alle urne tra la fine di marzo e la prima domenica di giugno.

Via libera della Cassazione al referendum contro il taglio dei parlamentari. L’Ufficio centrale ha stabilito che la richiesta, sorretta dalla firma di 71 senatori, è conforme all’articolo 138 della Costituzione e ha accertato la legittimità del quesito formulato dai promotori della consultazione popolare.

QUALI SONO LE PROSSIME TAPPE

La convocazione del referendum spetta al presidente della Repubblica, che dovrà emanare un apposito decreto su deliberazione del Consiglio dei ministri. Il governo, a sua volta, ha 60 giorni di tempo per riuirsi e decidere la data, in un periodo compreso tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo allo svolgimento del Consiglio dei ministri. Quindi si dovrebbe andare alle urne tra gli ultimi giorni di marzo e la prima domenica di giugno.

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Chi è Giovanni Salvi, il nuovo procuratore generale della Cassazione

Si tratta di un "papa straniero": per la prima volta il Consiglio superiore della magistratura non ha optato per una soluzione interna. A Roma da pm si è occupato di Ustica, Nar, Br e non solo. Poi togato di sinistra nel Csm e la nomina a Catania. Da n.2 dell'Anm si scontrò con Berlusconi.

La Cassazione ha un nuovo procuratore generale: è Giovanni Salvi, il “papa straniero” scelto dal Consiglio superiore della magistratura che per la prima volta non ha optato per una soluzione interna.

UNA LUNGA CARRIERA A ROMA

Salvi è in magistratura da 40 anni. Una lunga carriera segnata da due costanti: il legame con Roma, sua città di adozione, e con le funzioni di pubblico ministero, che non ha mai smesso se non per brevissimi periodi. Nato a Lecce, 67 anni fa, Salvi è arrivato alla procura della Capitale nel 1984 e ci è rimasto per 20 anni. Un lunghissimo arco di tempo in cui si è occupato di indagini delicate, come quelle sulla strage di Ustica, gli omicidi di Mino Pecorelli e Roberto Calvi e di inchieste sui Nar e le Brigate rosse.

NEL CSM CON MAGISTRATURA DEMOCRATICA

Esperienza interrotta nel 2002, quando Salvi è stato eletto componente togato del Csm, nella lista di Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe confluita negli ultimi anni in Area, senza però sciogliersi.

A CATANIA FRA TRAFFICO DI MIGRANTI E MAFIA

A Roma è poi tornato da procuratore generale nel 2015, nominato all’unanimità dal Csm. Quattro anni prima invece era passata sul filo di lana la sua nomina a procuratore di Catania. E da quell’ufficio, che ha guidato dal 2011 al 2015, ha coordinato numerose inchieste sul traffico dei migranti e sulla mafia. Indagini che con la collaborazione dei capi di Cosa nostra catanese hanno consentito di individuare i responsabili di delitti centrali per la ricostruzione delle vicende nazionali dell’organizzazione mafiosa, come l’omicidio di Luigi Lardo.

GLI SCONTI ALL’ANM CON BERLUSCONI

Salvi in realtà non è del tutto estraneo all’ufficio che dovrà guidare: vi ha lavorato per quattro anni, dal 2007 al 2011, con le funzioni di sostituto pg. È stato anche vicepresidente dell’Associazione nazionale magistrati negli anni dello scontro tra le toghe e il governo Berlusconi. A cercare negli archivi non sono tante le sue esternazioni. L’ultima l’ha fatta per invocare rispetto per il lavoro della procura di Roma, dopo che la Cassazione ha fatto cadere l’accusa di associazione mafiosa per i condannati dell’inchiesta sul Mondo di mezzo.

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Per la Cassazione il decreto sicurezza non può essere retroattivo

Le nuove disposizioni sul permesso di soggiorno per motivi umanitari non si applicano a chi ha fatto domanda prima del 5 ottobre 2018. Ma per ottenerlo non basta dimostrare di essersi integrati.

Il decreto sicurezza fortemente voluto dall’ex ministro dell’interno Matteo Salvini ed entrato in vigore il 5 ottobre 2018 non può essere applicato in maniera retroattiva. Il provvedimento ha introdotto norme più rigide in materia di immigrazione e in particolare per quanto riguarda la concessione di permessi di soggiorno per motivi umanitari.

Le Sezioni Unite della Cassazione, tuttavia, hanno chiarito che il decreto non si applica ai richiedenti che hanno fatto domanda prima del 5 ottobre 2018, i quali potranno quindi ottenere il riconoscimento della vecchia protezione umanitaria e il relativo permesso. Il verdetto è arrivato dopo che il Viminale aveva fatto ricorso contro tre casi di concessione.

Per un altro verso, tuttavia, i giudici hanno dato ragione al ministero dell’Interno, affermando che il semplice fatto di essersi socialmente ed economicamente inseriti nella società italiana non è sufficiente per dare ai migranti il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Non basta quindi dimostrare di essersi integrati, occore anche comprovare la «specifica compromissione» dei diritti umani nel Paese d’origine.

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La Cassazione chiede una pena più dura per l’untore dell’Hiv

La Suprema corte ha confermato la condanna di Valentino Talluto, responsabile di aver contagiato consapevolmente 32 donne.

È stata confermata dalla Cassazione la condanna a 22 anni di carcere – che potrebbero aumentare – nei confronti di Valentino Talluto, il 35enne romano di origini siciliane responsabile del reato di lesioni gravissime per aver consapevolmente contagiato con il virus dell’Hiv, da cui era affetto, 32 donne conosciute in chat di incontri e frequentate nella capitale tacendo loro la sua sieropositività. A deciderlo è stata la Prima sezione penale della Cassazione. Ma gli ‘ermellini‘, inoltre, hanno anche disposto un processo d’appello bis per decidere se aumentare ulteriormente gli anni di carcere per Talluto e riportarli a 24, come stabilito in primo grado, dal momento che ci sono altri quattro episodi di contagio che avrebbero la sua firma.

TALLUTO SAPEVA DI ESSERE SIEROPOSITIVO

In appello, conclusosi l’undici dicembre del 2018, gli erano stati ‘scontati’ con la formula dubitativa, ma il Pg della Suprema Corte, Pasquale Fimiani – insieme alle quattro vittime non riconosciute – ha puntato l’indice contro l’ ‘untore’ anche per questi ulteriori casi di contagio. Talluto sapeva di essere sieropositivo e dal marzo 2015 sapeva anche di essere indagato, ma fino al giorno prima del suo arresto – avvenuto il 23 novembre del 2015 – ha continuato ad avere rapporti non protetti, provocando «danni immensi» con «volontà pianificatrice», aveva sottolineato in Corte d’Assise d’appello il Pg Simonetta Matone nella sua requisitoria. La pubblica accusa, sia in primo che in secondo grado, aveva insistito per condannare Talluto per epidemia dolosa. Il Pg Fimiani, invece, non ha condiviso questa impostazione – come del resto hanno fatto gli ‘ermellini’ della Prima sezione penale – e si è fermato alle lesioni gravissime nonostante il ricorso del Pg Matone.

PRIMO PROCESSO A UN “UNTORE”

Quello all’ ‘untore’ della capitale è il primo processo del genere svoltosi in Italia. Centinaia i rapporti non protetti, chiesti dall’uomo alle partner con la scusa di provare più piacere, e alcune volte ha anche approfittato di ragazze giovanissime e inesperte. Anche di donne incinte. Un bambino è venuto al mondo sieropositivo. Su 57 donne identificate per aver avuto rapporti sessuali con lui, 32 hanno contratto la malattia, mentre altre 25 si sono salvate grazie agli anticorpi. All’indagine ha molto contribuito l’ospedale Spallanzani, che cura l’Hiv, dove si sono rivolte le vittime del contagio e il cerchio si è stretto attorno a Talluto, anche grazie alle intercettazioni che hanno consentito di rintracciare altre donne abbordate in chat con l’obiettivo di trasmetterle il virus. A fare ricorso in Cassazione, oltre alla difesa dell’imputato, erano state le quattro parti civili escluse e la Procura Generale della Capitale che oltre a insistere sull’ epidemia dolosa chiedeva anche la contestazione di un falso. In primo grado, con sentenza del 27 ottobre del 2017, Talluto era stato condannato a 24 anni di carcere e poi in appello la pena era stata ridotta a 22 anni per lesioni gravissime con dolo eventuale.

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La sentenza della Cassazione su Mafia Capitale

La pronuncia dei giudici è attesa nel pomeriggio del 22 ottobre. La procura generale ha chiesto di confermare le pene inflitte in Appello.

È attesa per il pomeriggio del 22 ottobre la sentenza della Cassazione sul processo Mafia Capitale. Al vaglio la posizione di 32 imputati, di cui 17 condannati a vario titolo in Appello per mafia o per concorso esterno in associazione mafiosa. La procura generale ha chiesto ai giudici supremi di confermare le pene.

In primo grado l’aggravante mafiosa non era stata riconosciuta, ma in secondo grado quella sentenza è stata ribaltata: Salvatore Buzzi è stato condannato a 18 anni e quattro mesi, Massimo Carminati a 14 anni e mezzo.

Nel corso della sua requisitoria, il procuratore generale Giuseppe Birritteri ha detto che «le caratteristiche del 416 bis ci sono tutte», sottolineando come «anche i corrotti abbiano partecipato all’associazione sorretti dall’interesse di perpetuare il potere mafioso».

L’unico annullamento con rinvio è stato chiesto per Roberto Lacopo, titolare del benzinaio di Corso Francia dove Carminati teneva la sue riunioni. Lacopo è stato condannato a 8 anni, ma per il procuratore non è dimostrato che fosse consapevole delle «mire espansionistiche» dell’ex terrorista dei Nar.

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