Carceri, 116 agenti e 19 detenuti positivi al coronavirus

Lo comunica il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap). Mentre l'associazione Antigone lancia l'allarme sul sovraffollamento.

Sono 116 i poliziotti penitenziari positivi al coronavirus, mentre i detenuti nella stessa condizione sono 19. Lo comunica il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap).

L’ISOLAMENTO SANITARIO IN CARCERE

Dei 19 i detenuti positivi (su una popolazione complessiva di 58.035 reclusi), due sono ricoverati in strutture ospedaliere, gli altri si trovano «in isolamento sanitario in camere singole dotate di bagno autonomo all’interno di apposite sezioni detentive, dove vengono effettuati tutti i controlli disposti dalle autorità sanitarie». Dei 116 poliziotti penitenziari positivi al tampone (su quasi 38 mila unità), «17 sono ricoverati in ospedale, mentre la maggior parte si trova in isolamento fiduciario domiciliare o nel proprio alloggio in caserma». Proprio per «prevenire al massimo» la possibilità di contagi dall’esterno, sono state predisposte «145 tensostrutture davanti agli ingressi degli istituti penitenziari per il triage. Negli istituti dove non è presente la tensostruttura sono stati individuati appositi locali isolati».

L’ALLARME DI ANTIGONE

Nel frattempo, continua a fare discutere la misura del governo volta ad alleviare il sovraffollamento, con 5 mila braccialetti elettronici messi a disposizione (300 a settimana) per il controllo delle persone detenute che potrebbero accedere agli arresti domiciliari. Secondo l’associazione Antigone, si tratta di «numeri ampiamente insufficienti per affrontare l’emergenza coronavirus e le ricadute drammatiche che potrebbe avere sul sistema penitenziario. Con il numero di installazioni attualmente previste, gli ultimi detenuti usciranno dal carcere infatti tra oltre tre mesi, quando ci auguriamo la fase acuta legata al diffondersi del Covid-19 sarà già ampiamente alle spalle».

Il parlamento e il governo insieme devono disinnescare i rischi della bomba sanitaria in carcere

«Il parlamento e il governo insieme», prosegue Antigone, «devono disinnescare i rischi della bomba sanitaria in carcere, ponendo le condizioni affinché in carceri si assicuri distanziamento sociale a garanzia di detenuti e poliziotti. I detenuti con meno di due anni di pena sono circa 15 mila. Se due terzi di loro oggi uscissero le condizioni sarebbero nettamente migliorate». Si tratta di persone «che vanno mandate agli arresti domiciliari entro un paio di settimane e non nell’arco di mesi, con forme di controllo diverse dal braccialetto, altrimenti dal punto di vista sanitario la misura non avrebbe senso».

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Bonafede: «Carceri in rivolta? Sono atti criminali»

Durante l'informativa al Senato, il ministro della Giustizia ha condannato le sommosse iniziate l'8 marzo, sottolineando che i disordini «sono ascrivibili ad una ristretta parte dei detenuti». Il bilancio è di oltre 40 feriti e di 12 morti.

Atti criminali. Così il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha chiamato le sommosse nelle carceri italiane, scoppiate l’8 marzo, durante l’informativa al Senato. «Fuori dalla legalità, e addirittura, nella violenza non si può parlare di protesta: si deve parlare semplicemente di atti criminali», ha precisato il Guardasigilli, sottolineando che «le immagini dei disordini e gli episodi più gravi sono ascrivibili ad una ristretta parte dei detenuti. La maggior parte di essi, infatti, ha manifestato la propria sofferenza e le proprie paure con responsabilità e senza ricorrere alla violenza». Le rivolte sono iniziate dopo l’introduzione delle restrizioni del governo per contenere l’epidemia di coronavirus nel nostro Paese. Tra queste, anche la sospensione dei colloqui “a vista” tra detenuti e familiari.

LEGGI ANCHE: Coronavirus: stop ai colloqui “a vista”, scoppia la rivolta nelle carceri

IL BILANCIO DELLE RIVOLTE NELLE CARCERI

Il Ministro ha fatto anche un bilancio per capire effettivamente cosa è successo nei tre giorni di rivolte. I disordini «sono stati portati avanti da almeno 6 mila detenuti su tutto il territorio nazionale», ha detto il Guardasigilli, spiegando che sono «oltre 40 i feriti della polizia penitenziaria, cui va tutta la mia vicinanza e l’augurio di pronta guarigione, e purtroppo 12 i morti tra i detenuti per cause che, dai primi rilievi, sembrano perlopiù riconducibili ad abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini».

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Manconi: «La sospensione dei colloqui in carcere era inevitabile ma non andava imposta così»

Secondo l'ex senatore la misura è stata decisa in modo così sbrigativo da risultare pasticciata. Era necessario offrire delle garanzie, in modo che non apparisse solo afflittiva. Senza considerare il contesto nella quale è piombata. Tra sovraffollamento e degrado. «Non sono contro questi provvedimenti», spiega, «ma contro chi ha fatto sì che il sistema penitenziale italiano sia lo schifo che è oggi».

«Con l‘emergenza coronavirus, sospendere i colloqui dei detenuti era probabilmente inevitabile», dice a Lettera43.it Luigi Manconi, commentando le rivolte delle ultime ore. «Ma si poteva farlo con più accortezza», aggiunge. E comunque per il sociologo ed ex presidente della commissione diritti umani del Senato, quel che è successo «risente del complessivo degrado del sistema penitenziario in Italia».

Luigi Manconi, sociologo ed ex senatore (Ansa).

DOMANDA. Davvero la rivolta delle carceri è stata provocata dalla sospensione dei colloqui?
RISPOSTA. L’occasione è stata l’abolizione dei colloqui, che per la popolazione detenuta ha un peso enorme. È la principale forma di socialità e di rapporto con l’esterno. Però penso che a fare da detonatore sia stato soprattutto la percezione di ritrovarsi in una condizione senza via di uscita. Un isolamento coatto che si teme possa diventare permanente.

Non era inevitabile?
Inevitabile, certo. Sia chiaro. Stiamo parlando di un universo chiuso, blindato, assolutamente ermetico. Se fosse penetrato dal virus, ci sarebbero conseguenze drammatiche. C’è stata la percezione di questa drammaticità. Incendi a San Vittore e detenuti sui tetti erano cose che non avvenivano da 40 anni!

Non è solo un problema delle carceri. In tutta Italia si respira un’aria di guerra.
Appunto. E non a caso sta circolando una retorica da periodo bellico. Il racconto dell’esodo, degli sfollati, dell’andare in campagna, del fuggire dai luoghi affollati, dagli assembramenti. Possiamo immaginare cosa può percepire una popolazione reclusa.

Eppure come diceva lei rivolte del genere non esplodevano da 40 anni. Al posto delle rivolte c’erano pacifici, talvolta estesissimi, scioperi della fame. E questo perché il carcere sembrava comunque mantenere una qualche opportunità di emancipazione. Un carcere pure orribile e disumano come è quello italiano.

Non è che in genere all’estero sia meglio…
Vero. Però il detenuto italiano aveva la sensazione che non tutto fosse perduto. Ovviamente su ciò ha inciso positivamente la riforma Gozzini del 1986. Almeno fino a quando è stata vivace, forte e vitale. Una riforma che ha offerto al detenuto la possibilità di un percorso di riabilitazione. Quando la riforma Gozzini ha iniziato a essere snaturata, mutilata e compressa, tutto ciò ha funzionato meno.

Quella del «marcire in carcere» è una ideologia politica sempre più minacciosa e insidiosa. Ricorda un processo naturale proprio delle piante, dei frutti, del corpo umano. Una situazione che non offre scampo

Però ha continuato a funzionare…
È sempre rimasta una certa capacità della popolazione detenuta di interloquire col sistema politico. Di richiedere e ottenere amnistie e indulti. Di vedere concessi dei provvedimenti che poi magari venivano rimangiati o resi vani, però una dialettica c’era. Povera, secondo me. Assolutamente insufficiente. Retta e sorretta solo da alcune figure particolarmente illuminate. Giorgio Napolitano, i radicali, i pochi garantisti che stavano in parlamento. Temo che questa vicenda del coronavirus abbia in qualche modo spezzato un filo e riproposto l’idea di un carcere senza ritorno.

Che peraltro corrisponde a retoriche dal sapore elettorale. Da una parte il «far marcire in carcere» della Lega, dall’altra quella del «niente prescrizione» dei 5 stelle.
Sì. Quella del «marcire in carcere» è una ideologia politica sempre più minacciosa e insidiosa. Siamo nel pieno di una identificazione tra politica securitaria e eventi pandemici che sembra cancellare ogni possibilità di emancipazione. È peggio della retorica del gettare la chiave. «Marcire in carcere» ricorda un processo naturale. Il marcire è proprio delle piante, dei frutti, del corpo umano. Ma è inoltre una situazione che non offre scampo. Come chi è chiuso in un lazzaretto. Il carcere diventa per queste persone un lazzaretto.

Il punto cruciale è il sovraffollamento. Si tenga conto che nel 2019 in carcere ci sono stati 53 suicidi di detenuti

Se l’Italia nella stretta del coronavirus diventa tutta una prigione, il carcere allora si fa reclusorio al quadrato. Se non al cubo.
È verosimilmente così. Poi, naturalmente, stiamo parlando di tendenze. Di proiezioni. Di processi. Non siamo così sciocchi da pensare che tutto avvenga in poche ore. Però la direzione è impressionante. Se sei un normale cittadino che si confronta con i provvedimenti del governo, puoi esercitare la tua libertà di scelta sapendo che se contravvieni alla legge vai incontro a una sanzione. Ma se stai dentro a un carcere non hai più possibilità di scelta. La quarantena è tutta imposta dall’esterno. Non ha l’elemento di consapevolezza di quei singoli, gruppi o città che hanno scelto l’auto-isolamento.

LEGGI ANCHE: Numeri e problemi delle carceri italiane nel rapporto del garante dei detenuti

Ciò in un contesto di degrado del sistema penitenziario.
Il dipartimento Amministrazione Penitenziaria in questi ultimi anni è stato gestito in maniera veramente infelice.

Qual è il problema maggiore?
Il punto cruciale è il sovraffollamento. L’emergenza coronavirus è arrivata nel punto nevralgico di massimo sovraffollamento. Purtroppo la situazione di tensione in carcere c’è. Si tenga conto che nel 2019 in carcere ci sono stati 53 suicidi di detenuti.

Detto questo, c’erano alternative alla sospensione dei colloqui?
La sospensione, ripeto, era inevitabile. Però stiamo parlando di provvedimenti presi con una tale fredda sbrigatività da risultare spesso pasticciati. Al posto del colloquio annullato, per esempio, poteva essere garantito al detenuto il rapporto con l’esterno attraverso un congruo aumento del tempo per telefonare, e magari anche attraverso Skype. Mi rendo conto che è difficile, ma bisognava provare a dimostrare che non era solo un provvedimento afflittivo. Invece è stato imposto in un contesto degradato, dovevano trovare il modo di indorarlo, lo dico con grande esitazione e senza nessuna sicurezza, ma dato il contesto dovevano farlo. Vivo nello smarrimento di tutti i i cittadini italiani, cerco di farmi una idea, ma voglio avere un atteggiamento non confliggente con questi provvedimenti. Sono confliggente con chi ha fatto sì che il sistema penitenziale italiano sia lo schifo che è oggi. Questo sì.

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La situazione delle carceri italiane nel terzo giorno di rivolte

Continuano le proteste violente contro la sospensione dei colloqui "a vista", che rientra nelle misure del governo per contenere l'epidemia di coronavirus. Tre morti a Rieti. Circa 400 carcerati si sono impadroniti di una sezione del Pagliarelli di Palermo. La Procura di Milano ha aperto un'indagine per i disordini nel carcere di San Vittore.

Le rivolte nelle carceri italiane non sono ancora finite. Con il 10 marzo è il terzo giorno di protesta dei detenuti contro la sospensione dei colloqui “vista” con i familiari, introdotta con le misure del governo per contenere l’epidemia di coronavirus. A Rieti sono morte tre persone. Nel carcere Pagliarelli di Palermo, invece, 400 carcerati si sono impadroniti di una sezione dell’istituto. Sono ancora in fuga i 23 evasi di Foggia. E, mentre scoppiano nuove sommosse, arrivano anche i primi provvedimenti. La Procura di Milano ha aperto un’indagine, al momento a carico di ignoti per devastazione, saccheggio e resistenza per i disordini nel carcere di San Vittore.

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Coronavirus: stop ai colloqui “a vista”, scoppia la rivolta nelle carceri

Il motivo delle sommosse riguarda le limitazioni introdotte dal decreto dell'8 marzo per contenere l'epidemia di Covid-19. Tra queste, la sospensione delle visite dei familiari. Tre morti a Modena. A Pavia, due agenti sono stati presi in ostaggio. A Foggia, c'è stato un tentativo di evasione. La situazione.

Anche nelle carceri si teme il contagio da coronavirus. E le limitazioni introdotte dal decreto del presidente del Consiglio dell’8 marzo, in particolare la sospensione dei colloqui “a vista”, hanno fatto scattare vere e proprie rivolte in molti penitenziari in tutto il Paese. Tre detenuti sono morti a Modena, mentre altri due si trovano in rianimazione. A Pavia, invece, due agenti di polizia sono stati presi in ostaggio. Intanto a Foggia è ancora in corso una sommossa: alcuni detenuti hanno tentato l’evasione ma sono stati bloccati dalle forze dell’ordine.

FOGGIA: TENTATIVO DI EVASIONE

Nella città pugliese, molti carcerati si sono arrampicati sui cancelli del perimetro del penitenziario. A quanto si apprende, i detenuti hanno divelto un cancello della “block house”, la zona che li separa dalla strada. Sul posto polizia, carabinieri e militari dell’esercito.

MODENA: ACCERTAMENTI IN CORSO SUI TRE DECESSI

Secondo fonti amministrazione penitenziaria, a Modena non sono stati trovati segni di lesioni sui corpi delle vittime. Due decessi, infatti, sarebbero riconducibili all’uso di stupefacenti, mentre il terzo detenuto è stato rinvenuto in stato cianotico, di cui sono si conoscono le cause. Le tre morti non sarebbero direttamente riconducibili alla rivolta nel carcere, precisano le fonti, anche se gli accertamenti sono appena cominciati e sono tuttora in corso. Intanto la prefettura di Modena ha organizzato per la mattina del 9 febbraio una riunione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, per fare il punto sul tema coronavirus e, in particolare, su quanto successo nel carcere.

PAVIA: SOMMOSSA TERMINATA DOPO LA TRATTATIVA CON IL PROCURATORE AGGIUNTO VENDITTI

A Pavia, invece, dopo la rivolta dell’8 marzo, la situazione è tornata tranquilla. I detenuti sono rientrati in cella intorno alla mezzanotte. I carcerati sono scesi dai tetti e dai camminamenti, dove si erano asserragliati, dopo una trattativa con il procuratore aggiunto pavese Mario Venditti. Il magistrato ha spiegato all’Ansa che la protesta, nata sull’onda dello stop ai colloqui “a vista” per il coronavirus, riguarda lamentele su «questioni che riguardano il trattamento carcerario». Inoltre, due agenti di polizia penitenziaria sarebbero stati presi in ostaggio intorno alle 20 e poi rilasciati alla conclusione della protesta. Ora la procura indaga per far luce sulla dinamica della sommossa.

REGGIO-EMILIA: TRE SEZIONI DANNEGGIATE. NESSUNA NOTIZIA DI FERITI

Anche nel carcere di Reggio-Emilia, nella serata dell’8 marzo, è scoppiata una protesta, legata all’emergenza Coronavirus. Secondo quanto si apprende, l’agitazione dei detenuti, circa 150 coinvolti, è iniziata nel pomeriggio e si è conclusa intorno alle 23. Ci sarebbero tre sezioni seriamente danneggiate, con incendi di materassi, lancio di oggetti alla polizia penitenziaria e rottura degli arredi. È stata coinvolta anche l’infermeria. Ma non si ha notizia di feriti.

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Stop ai colloqui con i familiari rivolta nel carcere di Fuorni

Un sabato di fuoco. Il virus della violenza ha scatenato circa 200 detenuti del carcere di Fuorni. Ma la protesta si è estesa anche a Poggioreale e Carinola. La scintilla dovuta alle nuove disposizioni per fronteggiare l’emergenza del Convid-19. Niente colloqui fino al 31 maggio, a sorpresa ieri i parenti dei carcerati costretti a restare fuori sotto la pioggia, tra urla e imprecazioni. E’ la scintilla che nel primo pomeriggio scatena la reazione dei detenuti che armati di spranghe di ferro ricavate dalle brande, hanno distrutto tutto quello che c’era da distruggere. Dopo avere divelto le inferriate dei finestroni sono riusciti a salire sui tetti. Subito sono scattate misure straordinarie di sicurezza anche all’esterno della casa circondariale: in cielo si è alzato un elicottero dei Carabinieri per controllare dall’alto la situazione, mentre la struttura è stata circondata da carabinieri, guardia di finanza e polizia in assetto antisommossa. In serata, poi, sono intervenuti diversi mezzi dei vigili del fuoco che hanno installato i materassi gonfiabili nello spazio esterno. In carcere sono giunti anche il questore di Salerno, Maurizio Ficarra il comandante provinciale dei carabinieri e più tardi il garante regionale per i diritti dei detenuti, Samuele Ciambriello. All’interno della struttura gli agenti penitenziari, guidati dal comandante Gianluigi Lancellotta, sono entrati in azione per domare la rivolta e tenere la situazione sotto controllo. Sono iniziate così delle estenuanti trattative che i detenuti hanno respinto utilizzando gli idranti. Inutile anche il tentativo della direttrice Romano. Intanto le forze dell’ordine dovevano fronteggiare anche l’ordine pubblico esterno dove comunque non si sono registrati incidenti e le stesse attività commerciali hanno regolarmente lavorato. I familiari dei detenuti hanno denunciato come lo stop ai colloqui neghi “l’unico diritto” che ha chi è costretto all’interno del carcere. Per il sottosegretario alla Difesa, Angelo Tofalo “malcontento e disagio non possono assolutamente giustificare azioni violente che non devono verificarsi”. Una situazione di grande tensione che fortunatamente si è conclusa senza incidenti intorno alle 20 ma la situazione all’interno della casa circondariale resta esplosiva.

LE REAZIONI Per Gennarino De Fazio della Uilpa Polizia Penitenziaria nazionale “E’ assolutamente necessaria una task force che si occupi delle diverse emergenze” che si vivono in carcere, “prime fra tutte la ‘densita’ detentiva’, gli organici della Polizia penitenziaria e degli altri operatori e i modelli organizzativi”. “La rivolta nel carcere di Salerno a causa delle restrizioni ai colloqui imposte con decreto dal Governo per far fronte all’imminente rischio di diffusione del nuovo coronavirus nelle carceri sconvolge la situazione di chi vive già un disagio”, aggiungono Auricchio e Moretti. “Pur comprendendo la reazione di malcontento e lo stesso disagio della popolazione detenuta, – spiegano i due sindacalisti – nella maggior parte delle carceri la popolazione detenuta ha compreso il senso di tali restrizioni data la contingente emergenza”. “Questo ennesimo e grave evento critico – sottolineano Auricchio e Moretti – connota la precaria realtà del carcere salernitano. In piu’ occasioni abbiamo denunciato la grave criticita’ che affligge il carcere di Salerno sia a causa della carenza di personale sia a causa delle carenze strutturali e di strumenti tecnologici di difesa passiva. Appena l’emergenza sara’ rientrata – concludono – chiediamo di intervenire immediatamente per un un’incremento della dotazione organica del carcere salernitano ed un potenziamento delle risorse stanziate per un efficientamento degli impianti e degli strumenti di difesa passiva”.

La solidarietà agli agenti da Salvini e dalla Vuolo

La rivolta nel carcere di Fuorni ha provocato una fitta rete di reazioni da parte dei sindacati. . A lanciare l’allarme su quanto stava accadendo il segretario generale del Sippe, il sindacato della polizia penitenziaria Carmine Olanda che sull’emergenza Covid-19 aveva già scritto al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria suggerendo alcune misure da adottare per la prevenzione del virus. “Per tenere sotto controllo la protesta in atto sono giunti insieme ai rinforzi della Polizia Penitenziaria, anche le altre Forze dell’Ordine con l’ausilio di un elicottero che sorvola il Penitenziario. Sembrerebbe che i detenuti siano saliti anche sul tetto del penitenziario – ha dichiarato Olanda – Inutile sarebbe stata la trattativa messa in atto dal Direttore e Comandante dell’Istituto con i detenuti per cercare di farli ragionare, ma sono stati allontanati con dal getto degli idranti che i detenuti si sono procurati dalle postazioni antincendio. Una situazione di estremo pericolo, non solo per i detenuti ma anche per il personale della polizia penitenziaria; attualmente, infatti nella Casa Circondariale di Salerno sono recluse circa 520 detenuti di cui 70 sono stranieri e 41 sono donne, su una capienza regolamentare di 394 posti letto. Mentre il Personale di Polizia Penitenziaria presente è di 203 anziché essere 243. “Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede – conclude Olanda – deve urgentemente mettere in campo soluzioni concrete”. A esprimere solidarietà alla polizia penitenziaria anche il leader della Lega Matteo Salvini: “Massimo sostegno alle donne e agli uomini della Polizia Penitenziaria. Legge e pugno di ferro con chi sbaglia”. Sulla questione è intervenuta anche l’europarlamentare della Lega Lucia Vuolo: “Solidarietà agli agenti della polizia penitenziaria impegnati a sedare una rivolta scoppiata nel carcere di Salerno. Mi auguro che la Procura apra immediatamente un’inchiesta per chiarire le responsabilità di quanto accaduto oggi pomeriggio”, ha infatti dichiarato la leghista. “Secondo una prima ricostruzione dei fatti, la rivolta sarebbe scoppiata per la soppressione dei colloqui per via dell’emergenza coronavirus – ha poi aggiunto – Tuttavia, nessun provvedimento dell’amministrazione penitenziaria può giustificare quanto accaduto. Serve il pugno di ferro e come Lega mi impegno a portare il caso della carenza di agenti all’interno delle carcere italiane all’attenzione dell’europarlamento. Questo scempio deve finire”.

Socialisti: “Avevamo già sollecitato il potenziamento dell’organico degli agenti”

“La rivolta dei detenuti, già evidentemente preannunciata lascia pensare che i problemi da noi più volte evidenziati non sono stati ancora tenuti in considerazione”. Lo dichiarano Silvano Del Duca Vittorio Cicalese, rispettivamente segretario provinciale del Psi Salerno e presidente regionale Fgs Campania in merito alla rivolta di centinaia di detenuti tenutasi ieri al carcere di Fuorni. “Fermo restando che le modalità del dissenso non trovano alcuna giustificazione, ci preme riproporre quanto più volte evidenziato nei mesi scorsi – hanno dichiarato i socialisti – Le nostre visite a cadenza regolare nelle varie sezioni del penitenziario, hanno infatti portato al rilancio di alcune proposte. Una su tutte la necessità di incrementare gli agenti di polizia presenti nella struttura (in particolare nei weekend, quando la situazione è di difficile gestione”. La proposta era stata accolta dal consigliere regionale e segretario nazionale del Psi, Enzo Maraio, che ha immediatamente seguito l’iter burocratico necessario per giungere ad una fattiva risoluzione. “Bisogna garantire, in questo momento di grande preoccupazione, uguali diritti a tutti: da un lato la polizia penitenziaria, lo ribadiamo, necessita di ulteriori unità per poter gestire adeguatamente i detenuti presenti nella struttura circondariale di Fuorni; da un altro, ci teniamo a precisarlo, i detenuti necessitano di avere supporto morale e materiale da parte dei propri familiari e legali che ne seguono le vicende. Sarebbe auspicabile una soluzione mediata: magari con visite programmate e scaglionate al fine di evitare assembramenti, così come richiesto dalle disposizioni governative e regionali – hanno aggiunto Del Duca e Cicalese – Ciò detto, non possiamo assolutamente giustificare i motivi e soprattutto le modalità di tale rivolta: non è possibile difendere chi ha compiuto gesti tanto gravi. Siamo al fianco degli agenti e del direttore Rita Romano: con notevoli sforzi, stanno gestendo una situazione molto delicata che merita la dovuta attenzione.Chiediamo ancora una volta un’adeguata attenzione nei riguardi della Casa Circondariale di Salerno: la nostra proposta, lanciata da Maraio, necessita di essere attuata nel minor tempo possibile”.

Consiglia

Il Consiglio d’Europa chiede all’Italia di abolire l’isolamento diurno e rivedere il 41 bis

Un rapporto del Comitato anti tortura ha chiesto alle autorità italiane di rivedere alcuni dispositivi carcerari. Critiche all'uso estensivo della misura contro i condannati per mafia.

Nuovo affondo del Consiglio d’Europa contro l’Italia e alcuni aspetti del suo regime detentivo. In particolare il Cpt, Comitato anti tortura, ha chiesto una serie di interventi alle autorità italiane a partire dall’abolizione «senza ulteriori indugi» dell’isolamento diurno, considerato come una misura «anacronistica» e «priva di qualsiasi giustificazione penologica». Non solo. Tra le richieste anche una modifica del regime del ‘41 bis‘ per chi è condannato per mafia. Le richieste sono contenute in un rapporto sulla visita condotta in Italia lo scorso marzo con l’obiettivo di valutare le misure d’isolamento imposte ai detenuti.

GLI EFFETTI DELL’ISOLAMENTO SULLA SALUTE DEI DETENUTI

Il Cpt chiede l’abolizione della misura prevista dall’articolo 72 del codice penale secondo cui il tribunale può decidere che un detenuto condannato per molteplici crimini puniti con l’ergastolo debba trascorrere parte della condanna, per un periodo che varia tra i due mesi e i tre anni, in isolamento diurno. Secondo l’organo di Strasburgo, si tratta di una misura «punitiva», «potenzialmente dannosa» per la salute mentale dei detenuti, e «inaccettabile» dato che aggiunge un surplus a quella che è già una punizione, la prigione. Nel rapporto il Cpt dice di aver incontrato detenuti che, «dopo anni di prigione in cui avevano cominciato con risultati positivi un percorso di risocializzazione, hanno dovuto interromperlo perché il tribunale ha ordinato il loro isolamento diurno».

RICHIESTE NUOVE MODIFICHE AL 41 BIS

Strasburgo ha delle riserve anche rispetto ad altre forme d’isolamento previste nelle carceri italiane, in particolare per i limiti – meno attività e meno contatti con altri anche per anni – imposti ai carcerati che vi sono sottoposti, e per alcuni chiede anche d’introdurre le necessarie garanzie per assicurare che si valuti, a cadenze regolari, se mantenerle e se il detenuto possa fare ricorso per porvi fine. L’organo di Strasburgo chiede infine una serie di riforme del 41 bis che riguardano sia le limitazioni imposte ai detenuti sottoposti a questa misura che la prassi con cui è presa la decisione di mantenere un carcerato sotto questo regime. Nel rapporto il Cpt ha evidenziato che «ha incontrato almeno due detenuti al 41 bis affetti da seri disordini mentali» e si chiede come le autorità «abbiano valutato la loro capacità di provare che non sono più in grado di controllare le organizzazioni criminali che capeggiavano e se sia necessario tenerli sotto il regime del 41 bis piuttosto che spostarli in un ambiente sicuro, più idoneo ai loro bisogni».

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Numeri e problemi delle carceri italiane nel rapporto del garante dei detenuti

Duro report sugli istituti penitenziari nel nostro Paese. Sovraffollamento verso il 130%. Allarme per suicidi e aggressioni. La situazione.

Sovraffollamento, carenze nelle strutture sanitarie per i detenuti, aggressioni, suicidi e un clima generale di abbandono. È lo stato di salute delle carceri italiane emerso dal breve resoconto presentato questa mattina dal Garante dei detenuti, Mauro Palma. Un dossier che fa da prologo alla presentazione dell’annuale rapporto sugli istituti penitenziari italiani, in programma il 17 aprile al Senato.

SOVRAFFOLLAMENTO VERSO QUOTA 130%

Il dato più evidente è quello che riguarda l’indice di sovraffollamento, pari al 129,40%. A fronte di una capienza generale di 50.692 posti, infatti, sono presenti 60.885 detenuti. La regione più in sofferenza è la Lombardia, seguita da Puglia e Lazio. Appena fuori dal podio la Campania. «In Italia ci sono 102 detenuti ogni 100.000 abitanti», ha spiegato Palma, «numeri in linea con quelli della Francia, ma molto superiori alla Germania, dove ci sono 78 detenuti ogni 100.000 abitanti». I detenuti sono per il 67% di nazionalità italiana, per il 28% extracomunitari e per il 5% comunitari.

ALLARME AGGRESSIONI NEL 2019

Tra i dati che preoccupano maggiormente il Garante c’è il numero di aggressioni subite ogni anno dal personale penitenziario. Nel 2019 sono state 800, un numero che rischia di ripetersi anche nel 2020. Nei primi 17 giorni dell’anno, infatti, sono state registrate già 41 aggressioni, spesso causate, ha spiegato Palma, «dal senso di abbandono, sia da parte del personale sia da parte dei detenuti». Lo scorso anno, inoltre, sono stati 53 i suicidi in carcere, dieci dei quali commessi da persone senza fissa dimora. Quasi la metà di queste morti riguardano, poi, persone in attesa di giudizio. Soggetti dunque vulnerabili nei confronti delle quali, ha spiegato il Garante, ci sarebbe bisogno di maggior attenzione. Tra loro anche i detenuti con problemi di salute mentale. Dei 191 istituti penitenziari in Italia, appena 32 hanno a disposizione strutture adatte per seguire questo tipo di pazienti. I Rems, ha sottolineato Palma, sono «sottodimensionati» mentre le articolazioni per la salute mentale «realmente carenti».

IN AUMENTO I DETENUTI ISCRITTI ALL’UNIVERSITÀ

Attenzione particolare anche alle detenute madri. In questo momento in Italia ci sono in totale 48 donne madri con 53 figli al seguito. «Purtroppo», hanno sottolineato Daniela de Robert e Emilia Rossi, «solo Roma e Milano hanno a disposizione case famiglia». Prima di chiudere la conferenza stampa, il Garante ha voluto però annunciare una buona notizia per il mondo carcerario italiano. «Attualmente», ha detto, «ci sono 926 detenuti iscritti a corsi universitari. Un dato sempre più in aumento». «In compenso», ha aggiunto, «ce ne sono altrettanti analfabeti». «È chiaro che c’è da fare di più», ha concluso la de Robert, «ricordando che il carcere non è un mondo a parte, ma fa parte del territorio».

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Il dramma dei detenuti anziani che vogliono morire in carcere

La richiesta disperata, l'assenza di strutture che possano accoglierli dopo la detenzione della pena e l'isolamento sociale. Così i carcerati ultrasettantenni e malati rifiutano di lasciare le loro celle.

Vogliono morire in cella perché fuori dalle mura penitenziarie non hanno più nessuno né tantomeno un luogo per vivere. La storia arriva da Roma ed è stata resa nota alla garante dei detenuti della Capitale Gabriella Stramaccioni.

LA RICHIESTA DISPERATA

«Non fatemi uscire, non so dove andare, fatemi morire in pace qui». Avrebbe detto, rinunciando di fatto alla possibilità dei domiciliari, un romano di 75 anni, malato e attualmente ancora recluso nella casa circondariale di Rebibbia. Non sarebbe però una richiesta isolata. A dirlo ad Ansa è stata la stessa Stramaccioni: «Solo fra Rebibbia penale e Nuovo Complesso ci sono 60 uomini ultrasettantenni. Molti di questi rimangono negli istituti penitenziari perché non ci sono strutture esterne dove possano scontare l’ultimo periodo della loro pena e della loro vita».

L’ALLARME LANCIATO DALLA GARANTE

L’allarme lanciato dalla garante sulle condizioni di vita di questi uomini riguarda soprattutto i malati: «Si tratta di persone sole che non hanno più legami familiari, molte provenienti dalla strada. Vista l’età e la malattia, potrebbero accedere alle misure alternative, il problema è che non ci sono posti». Ecco che il carcere, in questi casi limite, «rimane l’unica accoglienza possibile, si trasforma inevitabilmente un deposito». Succede che molti passino dalle loro celle al reparto infermeria dove passano gli ultimi giorni della loro vita. «Può capitare, come sta accadendo in questi giorni, che in questi reparti sia rotto il riscaldamento e le persone, malate ed anziane, vivano in condizioni disperate», ha aggiunto Stramaccioni. Il problema sorge quando i carcerati non hanno più famigliari pronti a seguirli dopo lo sconto di pena e nelle Rsa c’è carenza di posti. «Le residenze sanitarie assistite che potrebbero accoglierli hanno i posti occupati. Così, anche con il certificato medico di incompatibilità con il carcere, non escono. Dopo l’ultimo giorno di carcere, quando proprio devono lasciare la struttura, in qualche caso siamo riusciti a trovare loro una collocazione con l’aiuto della Chiesa», ha chiarito la garante romana.

CAOS SOVRAFFOLLAMENTO

La situazione di sovraffollamento delle strutture è uno dei problemi principali delle carceri italiane. Al 31 dicembre 2019 nei 14 istituti di pena del Lazio erano presenti 6.566 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 5.247. «Sono carenti anche i posti disponibili nelle Rems. Si tratta delle residenze per le misure di sicurezza, che hanno sostituito gli ex Opg e che dovrebbero ospitare chi ha problemi psichici. In tutto il Lazio ci sono solo 80 posti e le liste d’attesa non sono più sostenibili. Finisce che anche queste persone, insieme agli anziani malati, restano in carcere. E la struttura diventa impraticabile», ha concluso.

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