Il voto alla Camera sul taglio dei parlamentari

Sulla carta i consensi saranno molti di più della soglia necessaria, pari a 316 sì. Intesa nella maggioranza sulle prossime riforme: entro dicembre la presentazione di una nuova legge elettorale.

Il taglio dei parlamentari è a un passo dal traguardo. La Camera, nel pomeriggio dell’8 ottobre, è chiamata a mettere il sigillo finale, con il quarto voto necessario per il varo definitivo della riforma costituzionale. Sulla carta i consensi saranno molti di più della maggioranza assoluta necessaria, pari a 316 sì. E il taglio, tra le altre cose, avrà verosimilmente l’effetto di “allungare la vita” dell’attuale legislatura, perché in futuro i posti disponibili saranno di meno e quindi gli eletti che oggi siedono in parlamento sono disincentivati a provocare una crisi che rischia di condurre a elezioni anticipate.

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UNA BANDIERA DEL M5S

Il taglio è una bandiera del Movimento 5 stelle, posta come condizione per la nascita del governo giallorosso. Al momento l’unico voto contrario certo e annunciato è quello di +Europa. Resta l’incognita Lega, che finora però ha sempre votato a favore della riforma. Anche Forza Italia e Fratelli d’Italia dovrebbero dare il loro ok.

INTESA NELLA MAGGIORANZA SULLE RIFORME SUCCESSIVE

La maggioranza M5s-Pd-Leu-Italia Viva, inoltre, ha raggiunto un’intesa che va oltre il taglio dei parlamentari, sintetizzata in un documento in quattro punti sui passaggi legislativi successivi. Tra gli impegni presi c’è soprattutto quello di presentare una nuova legge elettorale entro dicembre, per garantire «il pluralismo politico e territoriale» e la parità di genere. Ma anche quello di riformare i regolamenti di Camera e Senato, di equiparare i requisiti di elettorato attivo e passivo dei due rami del parlamento, e di avviare un percorso che porti a un’attuazione «ordinata e tempestiva» dell’autonomia differenziata.

COSA PREVEDE IL TAGLIO E QUANTO SI RISPARMIA

Il taglio dei parlamentari prevede che a Palazzo Madama ci saranno 115 senatori in meno, facendo così passare il numero degli eletti da 315 a 200. Di questi quelli eletti all’estero saranno quattro e non più sei. Limitazioni anche per i senatori a vita, sempre a nomina del presidente della Repubblica, il cui numero massimo sarà di cinque. Un’altra modifica prevede che nessuna Regione o Provincia autonoma possa avere meno di tre senatori, mentre resta la previsione di due per il Molise e uno per la Valle d’Aosta. A Montecitorio il taglio sarà più netto e ci saranno 230 deputati in meno, portando il totale da 630 a 400. Nel complesso la riduzione dei parlamentari sarà quindi di 345 unità, con un risparmio per i conti dello Stato di 50 milioni di euro l’anno.

QUANDO È PREVISTA LA PRIMA APPLICAZIONE

Il taglio del numero dei parlamentari decorre dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della riforma costituzionale. Il numero di abitanti per ciascun deputato aumenterà da 96.006 a 151.210, mentre il numero di abitanti per ciascun senatore passerà da 188.424 a 302.420.

LE CONSEGUENZE SULLA LEGGE ELETTORALE

La riforma comporta una serie di conseguenze per la legge elettorale e la formazione dei collegi. Le regole attuali, infatti, prevedono per il Senato 116 collegi uninominali e 33 collegi plurinominali; per la Camera 232 collegi uninominali e 63 collegi plurinominali. Il taglio dei parlamentari non interviene su questo aspetto, che andrà quindi affrontato con una successiva legge ordinaria. Nel frattempo, entro tre mesi dall’approvazione della riforma, in base all’articolo 138 della Costituzione potrà essere richiesto il referendum popolare, in quanto il testo non ha ottenuto al Senato la maggioranza dei due terzi.

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L’incognita della Lega sul voto per il taglio dei parlamentari

Martedì 8 ottobre ultimo sigillo della Camera alla discussa riforma costituzionale, misura di bandiera del M5s. Il Carroccio prova a portare i grillini incerti dalla sua parte. Anche se alla fine pure il centrodestra potrebbe schierarsi a favore. Sicuro solo il no di +Europa.

E alla fine il benedetto taglio dei parlamentari è a un passo dal vedere la luce. Manca solo il sigillo della Camera, martedì 8 ottobre 2019. L’ultimo dei quattro passaggi necessari per il varo definitivo della riforma costituzionale. Sulla carta i consensi dovrebbero essere molti di più della semplice maggioranza assoluta che è necessaria, a quota 316 sì. A “blindare” il voto c’è stato anche l’accordo sulle riforme raggiunto nella coalizione di governo. Intesa sintetizzata in un documento in quattro punti che prevede i “correttivi” legati al taglio dei parlamentari.

L’IMPEGNO: LEGGE ELETTORALE ENTRO DICEMBRE

Tra gli impegni presi nella coalizione di governo c’è quello di presentare la riforma elettorale entro dicembre. E questo per garantire “il pluralismo politico e territoriale” e la parità di genere, fortemente voluta da Italia viva. Così come l’impegno all’abbassamento dell’età del voto per il Senato equiparando i requisiti di elettorato attivo e passivo a Montecitorio e Palazzo Madama. Nel documento si fa anche riferimento a interventi costituzionali relativi alla struttura del rapporto fiduciario tra Camere e governo.

Avremmo preferito una messa in discussione del sistema bicamerale, ma avevamo chiesto garanzie per proseguire: ora ci sono tutte


Graziano Delrio (Pd)

Graziano Delrio, capogruppo dem alla Camera, ha commentato: «È un ottimo accordo. Come si sa avremmo preferito una messa in discussione del sistema bicamerale ma avevamo chiesto garanzie per proseguire: ora ci sono tutte». Ci si avvia così alla votazione finale di uno dei provvedimenti-bandiera del Movimento 5 stelle, che durante la trattativa di governo ne fece una conditio sine qua non per far decollare l’alleanza giallorossa.

Una riforma priva di un senso, che non sia quello di sbandierare demagogicamente il taglio di un pezzo del parlamento


Riccardo Magi (+Europa)

Al momento l’unico no certo e annunciato è quello di +Europa. Secondo Riccardo Magi «è una riforma costituzionale priva di un senso, che non sia quello di sbandierare demagogicamente il taglio di un pezzo del parlamento». Resta però l’incognita sulla Lega, che per tutto il giorno ha disertato l’Aula. Prosegue quindi la scelta aventiniana e bisogna aspettare il momento del voto per capire le sue reali intenzioni. Nei corridoi parlamentari si vocifera che sia sempre più forte il pressing messo in atto dai leghisti nei confronti dei cinque stelle più incerti, per strapparli al Movimento e portarli dalla propria parte. Una manovra che, se passasse, potrebbe ridurre il fronte dei “voti sicuri” al taglio degli eletti, che quindi – si ragiona sul fronte delle opposizioni – potrebbe diventare il primo test importante per la tenuta di governo.

CENTRODESTRA ALLINEATO VERSO IL SÌ

Tuttavia, non ci sono prese di posizione concrete che attestino un cambio di posizione della Lega. Dopo il vertice che si è tenuto domenica tra Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, il sì alla riforma è stato ribadito come una questione di coerenza rispetto ai voti precedenti. In effetti Fratelli d’Italia garantisce in Aula il suo appoggio. Ad allinearsi pure Forza Italia, nonostante a luglio al Senato si fosse opposta. Del resto il presidente del Senato Elisabetta Casellati, in una lectio magistralis sulla Costituzione, ha ricordato una sentenza della Corte costituzionale che rimarca come «non siano necessari due rami del parlamento identici, ma due Camere ben coordinate tra loro». E allora non resta che il voto.

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Sgarbi insulta un deputato di Fratelli d’Italia alla Camera

«Sei incompetente, taci, non capisci un cazzo». Interrotta l'audizione del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini.

«Sei incompetente, taci, non capisci un cazzo». Vittorio Sgarbi ha coperto di insulti un deputato di Fratelli d’Italia dell’aula del Mappamondo a Montecitorio, dove si stava tenendo l’audizione del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini davanti alle commissioni Cultura di Camera e Senato. L’audizione è stata interrotta e la diretta streaming della seduta, dedicata alle linee programmatiche del nuovo mandato di Franceschini, è stata immediatamente sospesa.

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Italia Viva, i gruppi alle Camere del partito di Renzi

Nomi e numeri a Camera e Senato. Dove è stato provvidenziale il sostegno del socialista Riccardo Nencini con il suo simbolo.

Per adesso sono in 41, ma potrebbero presto arrivare a 50: sono i “nuovi” parlamentari di Italia Viva, il partito politico lanciato dall’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi. La fisionomia delle Camere è già cambiata, ma è destinata a mutare ancora. Dei 41 che sono passati dalla parte del senatore toscano, in 38 arrivano dal Pd, uno da Forza Italia, uno dal Partito Socialista e uno da Civica Popolare. A dirigerli saranno Ettore Rosato e la ministra Teresa Bellanova, posti temporaneamente alla guida del partito.

ITALIA VIVA ALLE CAMERE: NIENTE GRUPPO IN SENATO SENZA NENCINI

In Senato, il gruppo si chiama Psi-Italia Viva ed è composto da 15 parlamentari. A parte un paio, sono tutti ex del Partito democratico. Alla Camera, invece, i deputati ad aver aderito sono in 26. A Palazzo Madama non è possibile costituire un gruppo a meno che il simbolo non sia stato presentato alle elezioni. Cruciale è stato quindi il supporto del socialista Riccardo Nencini, presentatosi alle elezioni insieme ai Verdi e al Movimento Area Civica di Giulio Santagata (nella lista Insieme, un’alleanza elettorale nella quale però ciascuno aveva mantenuto anche il proprio simbolo), grazie al quale l’operazione è potuta andare in porto. La scissione renziana ha ridimensionato numericamente il Pd in Senato che, dopo l’addio di Matteo Richetti, contava 50 poltrone, e ora ne conta 37.

ANCHE PER GIOVANNI TOTI UN NUOVO PARTITO

Resta al suo posto, invece, Mara Carfagna che, pur riconfermando la necessità di ricostruire al più presto l’identità moderata del centrodestra, ha ribadito di non avere intenzione di avvicinarsi a Renzi che resta un “competitor“. A Roma intanto è stato firmato l’atto costitutivo di Cambiamo, il nuovo soggetto politico lanciato dal governatore ligure Giovanni Toti. Lo hanno seguito i senatori Massimo Berutti, Gaetano Quagliariello, Gino Vitali e Paolo Romani e i deputati Stefano Benigni, Manuela Gagliardi, Claudio Pedrazzini e Alessandro Sorte.

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