Come nel Regno Unito sta partendo la “disobbedienza civile” anti-coronavirus

Il premier Johnson tergiversa davanti al contagio. Chiedendo solo di evitare viaggi non necessari, pub e teatri. Ma le scuole restano aperte. La testimonianza di Matteo, italiano che vive a Manchester: «Siamo spaventati. In assenza di restrizioni stiamo pensando di lasciare i bambini a casa in massa». Così la quarantena inizia dal basso.

Brutale più che onesto, il premier britannico Boris Johnson sta facendo discutere da giorni per quella frase sull’emergenza coronavirus: «Molte famiglie perderanno prematuramente dei loro cari» a causa dell’infezione. Lo ha detto il 12 marzo, lasciando sgomenti gli inglesi. E anche i tanti italiani Oltremanica. Tra questi c’è Matteo, User Experience designer, di Trento, che vive e lavora con la famiglia – la moglie e due bambine – vicino a Manchester: «Oggi sto lavorando in smart working anche se la mia azienda non prevede il lavoro da casa come la maggior parte delle imprese inglesi», racconta al telefono a Lettera43.it.

CHIESTO DI RINUNCIARE AI CONTATTI SOCIALI

Ma in questa crisi sanitaria che sta colpendo tutta Europa e che in Italia è già a livelli drammatici, il governo in Uk cosa fa? Johnson si è solo in parte ravveduto annunciando il 16 marzo lo stop di tutti i viaggi non necessari, il lavoro da casa «per chiunque possa» e la rinuncia a contatti sociali pubblici: «Da ora dovete evitare pub, teatri, club e altri luoghi di ritrovo».

CHIUDERE LE SCUOLE FAREBBE «PIÙ MALE CHE BENE»?

E le scuole? Per ora restano aperte. Secondo il premier «chiuderele», con il livello attuale di contagio nel Paese, «farebbe più male che bene». Intanto però, ha fatto sapere il 16 marzo il Foreign Office sul suo sito, è stato innalzato ad «alto» il livello ufficiale di rischio in Gran Bretagna a causa della pandemia, per un totale accertato di 1.543 malati, 171 casi in più dei 1.372 conteggiati domenica, un incremento leggermente inferiore rispetto alle 24 ore precedenti.

UNA DECISIONE CHE NESSUNO STA PRENDENDO

Il numero dei test eseguiti ha superato invece quota 44 mila, con un ritmo giornaliero passato a circa 4 mila. La preoccupazione insomma cresce. Così come quella di Matteo: «La mia percezione è qui ci sia attesa che qualcuno prenda una decisione che non sta prendendo nessuno».

DOMANDA. Quindi sta lavorando in smart working per sua scelta?
RISPOSTA. Da contratto posso utilizzarlo due volte a settimana, lo sto facendo più che posso. Mia moglie come me lavora nel mondo della tecnologia, entrambi potremmo lavorare da remoto senza problemi, ma le aziende non lo prevedono. Lei sta andando in ufficio come sempre.

Johnson davvero non si sta preoccupando della pandemia?
Il governo dice «business as usual», e le aziende lo seguono. Qui la gente è abbastanza spaventata, uffici e scuole sono aperti come sempre.

Le scuole dunque sono aperte regolarmente?
Purtroppo sì. Ci sono parecchi italiani che conosco che hanno scelto di fare disobbedienza civile non portando più i bambini in classe. Le vacanze di Pasqua qui iniziano tra poche settimane, temo che vogliano ripensarci dopo quelle, ma sinceramente spero chiudano molto prima.

Gli altri genitori cosa pensano?
Stamattina parlavo con una mamma inglese mentre portavo le bambine a scuola. Non vorrebbe più mandare i suoi figli, mi ha detto che dovremmo metterci d’accordo in massa come genitori perché se sta a casa tutta la classe è un conto, un solo bambino o due è complicato. Quello della scuola in questo momento è il problema principale.

Quindi in assenza di misure ufficiali voi genitori state pensando di fare un’azione del basso?
Sì. Alcuni l’hanno già fatto.

Le dichiarazioni del premier britannico sono state tutt’altro che rassicuranti.
La comunicazione è stata terrificante. Secondo me c’è stato un calcolo politico molto astuto da parte sua nel dire: «Io vi ho avvisato che potrebbero morire un sacco di persone, se non succede siete contenti, se succede io ve lo avevo detto, non è colpa mia».

Come avete reagito a quel «perderete i vostri cari?»
Ci siamo incazzati, però purtroppo cosa possiamo fare? Le scuole non possono chiudere per propria iniziativa. E allora ci stiamo pensando noi cittadini.

Non riscontrate nessuna differenza nelle abitudini delle persone?
No: si prendono i mezzi pubblici affollati e non si vede nessuno girare con le mascherine, tranne che nella comunità cinese.

Lei come ti stai comportando?
Cerco di non uscire o di farlo meno possibile. Le mascherine le ho ordinate online. La settimana scorsa sono andato in ufficio in auto, anche se le spese sono molto più alte, ma per me è l’unico modo per essere più sicuro. In ufficio per fortuna non siamo in tanti, ma anche solo uscendo dal bagno, dopo esserti lavato le mani, devi toccare tre maniglie.

Al lavoro vi hanno detto di attenervi alla misura di sicurezza di almeno un metro di distanza interpersonale?
No, l’unica accortezza è aver messo l’Amuchina nei dispenser. Qui l’unico avviso del governo è stato: «Lavatevi le mani!» (risata sarcastica, ndr).

Com’è la situazione nei supermercati?
Ci sono stato ieri, sono affollati dalle famiglie con bambini a seguito. Per me è incredibile vedendo cosa sta succedendo da voi in Italia. Anche in Spagna e Germania stanno chiudendo tutto, e noi? Ci comportiamo come se non ci potesse succedere niente?

Niente scorte nei supermercati?
L’assalto c’è eccome, e fa capire che le persone sono preoccupate. Mancano pasta e carta igienica, dettaglio che a noi fa ridere, ma ricordiamoci che gli inglesi non hanno il bidet! Scherzi a parte, qui molta gente è spaventata, ma altrettanta è tranquilla. Io rientro nella prima categoria.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Brexit è compiuta: il Regno Unito è fuori dall’Ue

Dopo tre anni e mezzo Londra divorzia da Bruxelles. Il popolo euroscettico festeggia, ma non mancano le recriminazioni del fronte opposto. Johnson saluta «l'alba di una nuova era». E si prepara a un negoziato lungo 11 mesi per definire il quadro delle future relazioni.

Il Regno Unito saluta l’Unione europea e la Manica torna a essere un confine europeo, fra il continente e l’isola. Si chiude così una pagina di storia durata quasi mezzo secolo, dal 1973 a oggi: quella del matrimonio, d’interesse eppure non privo di frutti, tra Londra e Bruxelles.

La Brexit diventa realtà allo scoccare della mezzanotte del 31 gennaio 2020, l’Union Jack e la bandiera azzurra con le stelle europee si separano. Tra i festeggiamenti del popolo euroscettico, le recriminazioni del fronte pro Remain e il rammarico di molti: nel Regno come in altri Paesi, Italia compresa.

Il suggello al divorzio è arrivato dall’uomo che negli ultimi mesi è riuscito far saltare il banco e a mettere fine allo stallo, dopo aver già condotto in prima fila la campagna pro Leave del referendum del giugno 2016: Boris Johnson, controverso ma vincente, e in attesa del giudizio dei posteri.

In un discorso alla nazione anticipato da Downing Street, il primo ministro Tory ha fatto sfoggio di ottimismo e richiami all’unità di fronte a un Paese profondamente lacerato, anche se in maggioranza sollevato dalla sensazione di aver dato almeno un primo taglio alle incertezze. Il premier ha definito questo passaggio «l’alba di una nuova era», che «non segna una fine, ma un inizio».

Ha rivendicato l’addio come «una scelta sana e democratica», sancita «due volte dal giudizio del popolo», con il referendum e con le elezioni di dicembre 2019. E ha esaltato le speranze di un rinnovato slancio, di un ruolo europeo e globale «indipendente» per Londra, ma anche di una «cooperazione amichevole» di buon vicinato con gli ex partner dell’Ue.

Johnson ha spronato i britannici a «scatenare tutto il potenziale» di una nazione che fu impero, a credere nel cambiamento come in una «meravigliosa opportunità di successo». Non senza insistere sulla convinzione che la direzione intrapresa dall’Ue, pur con tutte le sue «ammirevoli qualità», non fosse più adatta al destino britannico. Parole accompagnate da toni di comprensione verso «il senso di ansia e smarrimento» per quella metà di Paese che alla Brexit ha guardato come a un errore storico o a un azzardo.

Ora l’impegno del governo è quello di ricondurre il Regno all’unità, in modo da poter guardare avanti «tutti insieme». Ma le incognite sul futuro restano numerose e tutte da affrontare. A iniziare dal cruciale negoziato, da chiudere nei soli 11 mesi di transizione che Londra intende concedersi sino al 31 dicembre 2020, sulle relazioni post divorzio – commerciali in primis – con i 27 ex partner; e dalle scommesse sulle parallele intese di libero scambio auspicate con gli Stati Uniti e con altre potenze terze.

Per non parlare delle promesse sul controllo dell’immigrazione, sugli investimenti in infrastrutture e servizi, sull’alleggerimento delle disparità a beneficio di aree depresse come il Nord dell’Inghilterra, dove l’esecutivo ha tenuto un consiglio dei ministri simbolico nell’euroscettica Sunderland. Traguardi da conciliare con le stime immediate di un possibile rallentamento ulteriore della crescita dell’economia e con non poche contraddizioni interne.

Tali contraddizioni si sono riflesse nelle piazze di Londra e non solo. Dove sono scesi dapprima, fra recriminazioni e lacrime, i gruppi di remainer non pentiti, rappresentanza di una fetta ampia di Paese che continua a masticare amaro, nonostante l’invito dei suoi stessi leader – da Tony Blair a Gina Miller – a riconoscere per ora la realtà di una battaglia perduta. E poi i sostenitori della Brexit, radunatisi a Westminster Square e dintorni per far sventolare bandiere e simboli nazional-patriottici; ma anche, in almeno un caso, per bruciare vendicativamente un vessillo europeo.

E poi ci sono le nazioni del ‘no’, l’Irlanda del Nord e soprattutto la Scozia, dove la first minister Nicola Sturgeon è tornata a invocare oggi stesso l’obiettivo di un secondo referendum secessionista. Intanto da Bruxelles e dalle varie capitali continentali, la consapevolezza del momento storico si è unita ad accenti di tristezza o rimpianto nelle voci di molti: da Giuseppe Conte a Emmanuel Macron, passando per il presidente dell’Europarlamento, David Sassoli, e per il commissario Paolo Gentiloni. Mentre Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha tenuto a lasciare aperta la porta al «miglior partenariato possibile» con il Regno che va via, ma ricordando che nessun accordo potrà mai essere come la membership. E dicendosi certa che non sarà «lo splendido isolamento» la soluzione ai problemi del domani.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Brexit, Javid ammette: «Alcune aziende non ne beneficeranno»

Il cancelliere dello Scacchiere britannico in una intervista al Financial Times ha aggiunto che «non ci sarà nessun allineamento con le regole Ue». E ha esortato le aziende ad «adattarsi alle nuove misure».

Alcune aziende beneficeranno della Brexit, «altre no». Lo ha detto il Cancelliere dello scacchiere britannico, Sajid Javid, in un’intervista al Financial Times.

Dopo il divorzio da Bruxelles, ha spiegato il ministro, «ci sarà un impatto in un modo o nell’altro». Javid ha anche annunciato che «non ci sarà nessun allineamento con le regole Ue» e che il Regno Unito, entro la fine dell’anno, «non sarà nel mercato unico». Javid ha poi esortato le aziende per ad «adattarsi alle nuove misure».

LE CELEBRAZIONI PER IL 31 GENNAIO

Il giorno clou è il 31 gennaio, quando il Regno Unito lascerà l’Ue. Il premier Boris Johnson terrà un discorso per l’occasione e sarà coniata una speciale moneta da 50 pence sulla quale saranno incise le parole: «Pace, prosperità e amicizia con tutte le nazioni». Intanto prosegue la raccolta fondi online per pagare i costi della riapertura del Big Ben di Londra e consentire di farlo suonare a festa allo scoccare della formalizzazione della Brexit, alle 23 ora locale. In pochi giorni sono stati raccolte 200 mila sterline, ma ne servono almeno 500 mila. In alternativa, il governo britannico ha deciso di proiettare un orologio sulla facciata di Downing Street per scandire il tempo. Tutti gli edifici attorno a Whitehall, palazzo del governo saranno illuminati, mentre nella piazza del Parlamento sventoleranno le Union Jack.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Come cambiano i tempi della Brexit dopo la vittoria di Johnson

BoJo promette il divorzio da Bruxelles il prima possibile. Voto a Westminster forse già prima di Natale. Dal primo febbraio via al periodo di transizione, con l'obiettivo di raggiungere un'intesa commerciale entro giugno. A quel punto l'uscita diventerebbe effettiva da gennaio 2021.

Con la schiacciante e difficilmente prevedibile, almeno nelle proporzioni, vittoria del partito conservatore alla elezioni nel Regno Unito, il processo verso la Brexit è destinato a subire un’inevitabile accelerazione. Boris Johnson intende presentare al voto di Westminster l’accordo sul divorzio da Bruxelles il prima possibile, forse già entro Natale, vale a dire sabato 21 dicembre. Il via libera definitivo, in ogni caso, arriverebbe solo a gennaio. «Dalle urne è emerso un mandato per la Brexit, che noi onoreremo entro il 31 gennaio» ha detto Johnson di fronte a Downing Street nel discorso della vittoria, ringraziando gli elettori e impegnandosi a «lavorare senza risparmio» anche per una programma di politica interna su temi come sanità, sicurezza e «fine dell’austerità».

IL PERIODO DI TRANSIZIONE A PARTIRE DAL PRIMO FEBBRAIO

Dato per scontato che, avendo i Tory la maggioranza assoluta, l’intesa questa volta passerà, proprio il 31 gennaio, come promesso ripetutamente dal premier in campagna elettorale, sarà il Brexit day. Dal giorno dopo, infatti, inizierà il periodo di transizione che si protrarrà, con tutta probabilità, fino alla fine del 2020.

LA NUOVA INTESA COMMERCIALE GIÀ ENTRO LA FINE DI GIUGNO?

In questo lasso di tempo la situazione resterà identica all’attuale, rimarranno in vigore leggi e accordi tra l’Ue e il Regno Unito fino a quando non ne saranno negoziati altri. In particolare quelli commerciali. Secondo la Bbc, la nuova intesa commerciale tra Bruxelles e Londra dovrebbe essere pronta entro il 30 giugno 2020 e portata in parlamento entro dicembre dello stesso anno.

L’IPOTESI DI UN’ESTENSIONE DEL PERIODO DI TRANSIZIONE

Se sarà ratificata, dal primo gennaio 2021 la Brexit sarà davvero effettiva e tra Unione europea e Regno Unito sarà in vigore un nuovo accordo commerciale (e non solo). Se dovesse essere bocciata, il Regno Unito dovrà chiedere un’estensione del periodo di transizione oppure a gennaio 2021 lascerà del tutto l’Unione senza alcuna intesa. Con un largo sostegno alle spalle, in ogn caso, per Boris sarebbe più semplice perseguire una “hard Brexit” basata su un vago accordo di libero scambio, sull’esempio del modello canadese: una soluzione che allontanerebbe decisamente Londra dall’Europa e la spingerebbe verso l’anglosfera dominata dagli Stati Uniti.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Chi è Dominic Cummings, lo spin doctor dietro la vittoria di Johnson

No euro da sempre, ex assistente di Gove, è l'uomo che ha inventato gli slogan Take Control e Get Brexit Done e che ha trasformato la campagna tory in perfetti meme.

Stratega e esperto social, inventore di slogan, ma anche di traiettorie politiche, creatore di video tormentoni e di nuovi consensi. Se c’è un uomo dietro al trionfo di Boris Johnson alle elezioni britanniche è lui: lo sconosciuto Dominic Cummings. Con cinque parole, Take control’ e ‘Get Brexit done‘, ha consacrato nel 2016 Johnson come leader della campagna pro-Leave e oggi ne ha fatto il vincitore assoluto della politica del Regno Unito. Cummings, è la mente dei nuovi Tory, inviso ai politici conservatori paludati che ha saputo parlare alla pancia della Gran Bretagna con messaggi semplici ma evidentemente efficaci.

PRIMO OBIETTIVO: ELIMINARE FARAGE

Ex consulente dei Tory, classe 1972, l’uomo con lo zainetto che stamani alle sette è stato ripreso dalla telecamere di mezzo mondo mentre bussava al numero 10 di Downing street come un cittadino qualsiasi ha puntato la sua strategia comunicativa, oggi come tre anni fa, su un uso massiccio dei social e un linguaggio aggressivo e non convenzionale. Aver sostituito Get changecon ‘Take control’ nello slogan per il referendum sulla Brexit impresse una virata netta alla campagna anti-Ue, mettendo in ombra persino il re dei brexiteer Nigel Farage che, non è un caso, è uscito da questa tornata elettorale senza neanche un seggio. Gli addetti ai lavori raccontano che uno degli obiettivi di Cummings era proprio silurare Farage e il suo Brexit Party. «Se vogliamo marginalizzare quel partito dobbiamo fare campagna elettorale sul concetto niente più ritardi, realizziamo la Brexit», scrisse Cummings ai suoi in un sms ad ottobre, svelando per la prima volta l’ormai storico ‘Get Brexit done‘.

DA SEMPRE ANTI EURO, IN COPPIA PERFETTA CON BOJO

Che fosse un tipo tosto a Westminster lo avevano capito già nel 2003, quando cominciò la sua crociata contro l‘euro. I suo avversari lo deridevano chiamandolo «adolescente brufoloso», nonostante avesse 31 anni. Lui tirava dritto e sentenziava: «Avere l’euro significherebbe perdere il controllo della nostra economia». Brexit ante-litteram. Nel 2010 diventò assistente di Michael Gove al ministero dell’Istruzione e la sua carriera nel partito conservatore iniziò a decollare fino a diventare il guru elettorale di Johnson. A «match made in heaven», una coppia perfetta che, almeno per quanto riguarda la comunicazione politica, ha dato il meglio di sé nelle ultime settimane prima del voto.

LA STRATEGIA CHE GENERA MEME HA FUNZIONATO

La parodia del popolarissimo film di Natale ‘Love Actually’ (‘Brexit Actually‘), che gli avversari hanno deriso e bollato come un becero tentativo di distrarre l’opinione pubblica dai temi veri, è stato un colpo da maestro. Ed effettivamente ha distolto l’attenzione dall’ultimo scivolone di Johnson, pescato ad ignorare la foto di un bambino malato di polmonite che dormiva sul pavimento di un ospedale. Una strategia che per i Tory più snob e tradizionalisti è roba da meme (‘meme-generating behaviour‘, l’ha definita il Guardian) ma che forse proprio per questo ha regalato il Regno a Boris Johnson con numeri che per i conservatori non si vedevano dai tempi di Margaret Thatcher.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il discorso di Johnson dopo la vittoria alle elezioni in Gran Bretagna

Il leader dei Tory: «Realizzerò la Brexit entro gennaio, senza se e senza ma». Lunedì rimpasto di governo, la prossima settimana la Regina approverà l'accordo di divorzio fra Londra e Bruxelles.

Dopo la vittoria schiacciante alle elezioni anticipate in Gran Bretagna, il leader dei conservatori Boris Johnson ha tenuto un discorso a Londra ai suoi sostenitori, invitando tutti a ripetere in coro lo slogan della sua campagna per il voto: «Get Brexit done!». E la promessa verrà mantenuta, non ci sono più dubbi.

«Con questo mandato finalmente realizzeremo la Brexit, metterò la parola fine a tutte le assurdità degli ultimi tre anni e usciremo dall’Unione europea entro gennaio, senza se e senza ma», ha ribadito il primo ministro.

I risultati delle urne danno ai Tory «la più grande vittoria dagli Anni 80, quando molti di voi non erano neanche nati. Adesso uniamo il Paese», ha detto ancora Johnson, ben consapevole che anche gli indipendentisti scozzesi si sono rafforzati e puntano a chiedere un nuovo referendum per staccarsi dal Regno Unito e restare nell’Ue.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La parabola di Corbyn al capolinea dopo il crollo laburista

Il grande sconfitto del voto nel Regno Unito difficilmente avrà un'altra chance. Paga le ambiguità sulla Brexit e una leadership mai così incerta.

Una sconfitta così, dalle parti del Labour, non si vedeva da quasi un secolo. Per la precisione dal 1935. E un fiasco di tali dimensioni, difficile anche solo da prevedere alla vigilia, non può che ricadere sulle spalle di Jeremy Corbyn, il cui futuro, all’indomani del voto del 12 dicembre, sembra già essere scritto.

DALLE RETROVIE AL CENTRO DELLA SCENA

Per decenni più noto alle piazze dei militanti che non nei palazzi, alla Camera dei Comuni, dove pure siede da quasi 37 anni, Corbyn è sempr stato l’eterno backbencher: uno di quelli seduti agli ultimi banchi, la retrovia dei battitori liberi, fra gli indisciplinati della sinistra laburista. A 70 anni suonati, il compagno Jeremy, sembrava essersi abituato al centro della scena, ma ora sarà gioco forza costretto a un passo indietro obbligatorio.

L’IDEALISMO CHE NON LO HA MAI ABBANDONATO

Alfiere del ‘no all’austerity’, pacifista e socialista mai pentito, Corbyn è arrivato all’ultima chance politica della vita con gli stessi sogni, gli stessi pregi e difetti, gli stessi abiti sdruciti della gioventù. Solo la barba si è fatta grigia, da rossa che era. E il sorriso si è come addolcito: da nonno ribelle, caro ai molti giovani millennials apparsi a frotte, nella sorpresa un po’ stizzita dei media di establishment, ad acclamarlo fin dalla campagna del 2017 al grido “Jez, we can!”. Nato a Chippenham, nel Wiltshire, figlio di un ingegnere e di una insegnante di matematica conosciutisi sulla trincea repubblicana durante la Guerra civile spagnola, Jeremy è cresciuto in un clima di attivismo politico destinato a segnarne tutte le scelte future.

LE MILLE BATTAGLIE COMBATTUTE IN PRIMA LINEA

Dopo essere stato funzionario sindacale, è diventati deputato nel collegio londinese di Islington a 34 anni. Le sue cause hanno spaziato dai diritti dei lavoratori alla pace in Irlanda del Nord e in Palestina. Per Nelson Mandela, allora in cella nelle galere di un regime razzista sudafricano trattato coi guanti dai governi di Margaret Thatcher, si è fatto pure arrestare. Paladino del disarmo nucleare, ostile all’interventismo militare (in Iraq, Afghanistan, Libia, ma anche nei Balcani), è altrettanto radicale nella vita privata. Vegetariano, astemio e ambientalista, si è sposato tre volte: dalla seconda moglie, Claudia Bracchitta, italiana, ha avuto tre figli e ha divorziato nel 1999, pare uno screzio sull’iscrizione di uno dei ragazzi a una scuola privata, da lui considerata off limits. La consorte attuale è cilena e gli ha portato in dote il micio El Gato.

LA SCALATA UN PO’ A SORPRESA ALLA LEADERSHIP LABURISTA

La svolta nel suo destino è arrivata nel 2015, quando è stato eletto a sorpresa leader dei laburisti, sull’onda del rifiuto dilagante nella base verso gli ex blairiani liberal in carriera. L’anno dopo ha stravinto una seconda sfida malgrado il fuoco amico di gran parte della nomenklatura interna. E la bandiera del Labour è rimasta così nelle sue mani, sia contro Theresa May sia contro Boris Johnson, in barba agli alti e bassi della Brexit, alle critiche alla sua leadership incerta, alle polemiche sull’atteggiamento che gli è stato imputato rispetto a certi rigurgiti di antisionismo (ma anche di antisemitismo di sinistra) nel partito.Ma il suo punto debole è probabilmente rimasto il rapporto con la platea più vasta degli elettori, la maggioranza silenziosa. Anche se pareva aver fatto breccia tra i disillusi e gli sconfitti della globalizzazione, come fra gli under 30. Il risveglio, tuttavia, è stato traumatico e adesso è difficile credere che la parabola di Jeremy non sia giunta al capolinea.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I risultati delle elezioni nel Regno Unito

Johnson punta a superare i 326 seggi per portare a termine la Brexit. Altrimenti sarà nuovamente stallo. Con Corbyn che promette un secondo referendum e guarda a una (improbabile) alleanza con LibDem e Snp.

Un plebiscito per la Brexit. Il 12 dicembre il Regno Unito è andato alle urne per la seconda chiamata alle elezioni generali da quando il referendum del 2016 ha messo in moto il tribolato iter per il divorzio di Londra dall’Unione europea. E il responso è stato inequivocabile, almeno stando ai primi exit poll: Partito conservatore a valanga, con 368 seggi, 42 in più della maggioranza assoluta. Un risultato che non si vedeva dai tempi di Margaret Thatcher e segna invece la disfatta peggiore da decenni per il Labour di Jeremy Corbyn, a 191 seggi contro i 247 che contava nella Camera bassa uscente. Terza forza è lo Scottish National Party (Snp), a 55 seggi (+20). Soltanto 13 per i LibDem, unico partito convintamente pro Remain.

LA MAGGIORANZA ASSOLUTA PER PORTARE A TERMINE LA BREXIT

Le elezioni anticipate del 12 dicembre sono state volute dal premier conservatore Boris Johnson, nel tentativo di ottenere quella maggioranza assoluta in parlamento che, defezione dopo defezione, aveva visto allontanarsi sempre di più negli ultimi mesi a Downing Street e che è necessaria per portare a termine la Brexit. Il controllo Tory sulla Camera nega ogni spazio di manovra al fronte dei partiti – in primis il Labour a trazione socialista di un Corbyn incapace di ripetere la sorpresa almeno parziale del 2017 e avviato a questo punto all’addio – che s’erano impegnati a convocare un secondo referendum sull’Europa per offrire agli isolani una chance di ripensamento.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Anche se vincerà Johnson non ci sarà Brexit prima del 2023

Al voto del 12 dicembre la vittoria dei Tory appare scontata. La promessa di BoJo è «uscita comunque con accordo o no a fine 2020». Ma non sarà così

Il voto britannico del prossimo 12 dicembre rappresenta comunque una svolta. Assai più importante di quando, con una lunga marcia di avvicinamento durata 12 anni e bloccata due volte dal veto francese, Londrà aderì alla Cee nel 1973.

Se giovedì 12 vince alle politiche il partito Tory, diventato ormai il Conservative Brexit Party (e le probabilità maggiori sono che vinca) è l’uscita (più lenta del previsto probabilmente, ma comunque un’uscita) da qualcosa di assai più integrato e anche politicamente significativo di quanto non fosse l’Europa comunitaria del 1973. Se, miracolosamente per i pro-Ue, i Tory non arrivano alla maggioranza restando tuttavia sicuramente il maggior partito, sarebbe comunque un fatto di grande importanza e la quasi certa fine della Brexit perché, privi di alleati, non riuscirebbero a formare il governo. E gli altri sono impegnati a tenere un nuovo referendum.

Alle 23 ora italiana di giovedì 12 dicembre gli exit poll daranno le prime indicazioni e due ore dopo ci saranno i primi risultati parziali di alcuni collegi ritenuti particolarmente significativi. Si tratta di una ventina di circoscrizioni, nella zona suburbana londinese e nel Sud Ovest dell’Inghilterra dove i conservatori potrebbero perdere alcuni seggi a favore del voto filo-Ue. Ugualmente molta attenzione ci sarà sui seggi tradizionalmente laburisti delle Midlands e dell’Inghilterra settentrionale dove il partito Tory potrebbe, anzi, dovrebbe in nome della Brexit strappare vari seggi tradizionalmente laburisti ma a maggioranza contrari “da sinistra” all’Unione europea. Vincere qui è per il premier Boris Johnson indispensabile per assicurarsi una sufficiente maggioranza nel rinnovato del parlamento di Westminster.

ESISTE IL FRONTE PRO BREXIT, NON ESISTE QUELLO ANTI BREXIT

La linea ufficiale laburista è stata di “equidistanza” fra pro Europa e anti Europa, puntando invece su altri nodi, tipo il servizio sanitario nazionale la casa e l’impoverimento diffuso; è una “equidistanza” comprensibile, per alcuni aspetti, visto che un quarto circa degli elettori laburisti non ama Bruxelles e nelle circoscrizioni indicate sfiora la maggioranza, ma certamente poco utile in una competizione dove il tema Brexit è stato dominante ed è stato difficile far finta che così non fosse.

Laburisti, liberaldemocratici e nazionalisti scozzesi non sono mai stato così disuniti come in questa campagna elettorale

La forza dei Tory e di Boris Johnson è che hanno monopolizzato con un partito unito e “normalizzato” tutto il fronte pro Brexit, fatto fuori praticamente l’inventore della formula Nigel Farage, che farà fatica secondo i sondaggi a prendere una manciata di deputati e forse nessuno, e lanciato un chiaro e pressoché unico messaggio, con un contorno di promesse fantasmagoriche di spesa pubblica. Il messaggio è «facciamo la Brexit, rispettiamo la democrazia», cioè il referendum del 2016.

Boris Johnson.

Il fronte opposto, laburisti e liberaldemocratici essenzialmente, più i nazionalisti scozzesi, non è mai stato così disunito come nella campagna elettorale; non offre nessuna garanzia di aver saputo concentrate bene collegio per collegio i voti sul candidato remain più vicino alla vittoria; e tantomeno offrire una visione e parole d’ordine comuni. Insomma, c’è un fronte pro Brexit ma non uno anti Brexit.

CORBYN HA POCHISSIME CHANCE DI DIVENTARE PRIMO MINISTRO

Jeremy Corbyn ha fatto campagna molto più su programmi e slogan economico-sociali. L’unica cosa chiara sul tema centrale, la Brexit, la dice quando assicura che, se vincerà, negozierà in pochi mesi un nuovo trattato, per vari aspetti sulla falsariga, si pensa, di quello che da tempo regola i rapporti fra Oslo e Bruxelles e per altri più stretto, e lo sottoporrà subito a un nuovo referendum con un quesito semplice: o il nuovo trattato di collaborazione dall’esterno con la Ue o il remain, cioè cancellare tutto e avanti come membro a pieno titolo dell’Unione. Ma l’unica cosa certa è che Corbyn non vincerà.

Corbyn rimane ancorato a idee più da Quarta internazionale (Trotzky) che da moderno Paese industriale dell’Occidente

Corbyn è il meno popolare dei leader che il Labour abbia mai avuto. Ritenuto una brava persona, assai più affidabile a livello personale di Boris Johnson «autore di una carriera fatta di bugie», come scrive il più autorevole commentatore politico del Financial Times, ma ancorato a idee più da Quarta internazionale (Trotzky) che da moderno Paese industriale dell’Occidente. Al suo fianco ha poi portato al vertice del partito esponenti della sinistra radicale come Seumas Milne, che ex colleghi giornalisti del Guardian definiscono un public school leftist, cioè un radical chic (la public school in Gran Bretagna è la scuola privata di rango), o come Andrew Murray, anch’egli di alti natali ma senza public school, fortemente anti occidentale e anti Israele e con molta nostalgia del ruolo ahimé finito di un’Unione sovietica guardiana della pace.

Jeremy Corbyn.

Corbyn ha in teoria qualche chance di diventare primo ministro di un governo di coalizione con liberaldemocratici e nazionalisti scozzesi cementato da poca amicizia e molta convenienza, che potrebbe rinegoziare la Brexit sottoporla a nuovo referendum e poi andare a nuove elezioni visto che solo su questo saranno d’accordo. Sarebbe una possibilità teorica se il responso di giovedì sarà un altro hung parliament, un parlamento impiccato, bloccato senza nessuno dei due partiti con almeno 326 seggi, e con una somma fra laburisti liberaldemocratici e scozzesi che arrivi almeno attorno a 330. Ma i sondaggi danno oggi a Johnson attorno a 350 deputati, per quanto sia molto aleatorio nel sistema uninominale secco britannico trasformare una intenzione di voto in seggi, e su queste cifre, se confermate, la partita è chiusa. Andrew Hawkins di ComRes, fra i più seguiti centri di sondaggio commerciale e politico, parla di 30 deputati in più rispetto al’insieme dell’opposizione.

TUTTI I SONDAGGI DANNO LA VITTORIA SICURA DEI TORY

I mercati finanziari scommettono già su una vittoria dei Tory, il mondo delle scommesse politiche, come noto in Gran Bretagna floridissimo e più che mai nel 2019, un po’ meno. La forbice è tra un 65% di scommesse a favore di Johnson e un 35% circa per Corbyn, ma attenzione, non conta solo il numero, contano molto le cifre impegnate, molto molto più alte sul lato Johnson. Quanto ai seggi a Westminster, gli scommettitori viaggiano su 338-344 per i conservatori mentre al massimo scommettono su 221+46+22 fra laburisti, liberaldemocratici e nazionalisti scozzesi, quindi 289 che, anche con l’aggiunta di una dozzina di indipendenti, non arriverebbero al minimo matematico di 326.

Le trattative per arrivare da quello che è ora solo un contratto di divorzio a un’intesa commerciale complicatissima richiederà anni, tutti i tre anni

Sembra quindi, secondo l’arte delle previsioni e anche in parte secondo l’aria che si respira, una partita chiusa, che sarà chiusa solo però nella notte del 12-13 dicembre. Una volta vinto, Johnson prenderà il suo tempo. La promessa di oggi, per scaldare i seguaci, è «uscita comunque con accordo o no a fine 2020», ma non sarà così. Le trattative per arrivare da quello che è ora solo un contratto di divorzio a un’intesa commerciale complicatissima richiederà anni, tutti i tre anni, fino al 2022, ipotizzati dal divorzio. E fino ad allora il Regno Unito sarà commercialmente parte della Ue. E poi si voterà nel 2024 e Johnson vuole restare a Downing Street almeno due mandati come Margaret Thatcher e Tony Blair e vorrà una Brexit che faccia meno danni possibili alla sua rielezione. L’uscita subito? Già prometteva di uscire il 31 ottobre vivo o morto e poi di non chiedere una proroga fino al 31 gennaio, vivo o morto, e ha fatto entrambe le cose, vivo o morto. La sua è appunto «una carriera fatta di bugie»

QUELLE FALSE CITAZIONI DI CHURCHILL FATTE DA JOHNSON

Nella campagna referendaria del 2016, dove Johnson era portabandiera del leave, fu molto utilizzata una citazione da Winston Churchill, estratta si diceva da un dibattito parlamentare dell’11 maggio 1953, con Churchill premier che parlava della Ced , la Comunità europea di difesa fra alcuni Paesi del continente che il parlamento francese avrebbe silurato nell’agosto 1954. Non ne faremo parte, diceva effettivamente Churchill, come da resoconti parlamentari, «perché siamo con l’Europa ma non dell’Europa». La citazione ampliava nel 2016, attribuendolo sempre a Churchill, questo concetto. E lo completava con un sonoro e churchilliano «se la Gran Bretagna deve scegliere fra l’Europa e i mari aperti, sceglierà sempre i mari aperti».

Winston Churchill.

Si trattava di un falso. Le elaborate distinzioni su che cos’è il Regno Unito e che cos’è l’Europa e quale sia il giusto rapporto erano sì di Churchill, ma in un articolo scritto nel 1930 per l’americano Saturday Evenening Post. E la frase sugli oceani fu detta non nel ’53 in parlamento ma in uno scatto di rabbia nel maggio 1944 a un Charles De Gaulle chiamato da Algeri a Londra per illustrargli il piano Overlord (Normandia) e che poneva troppe condizioni. È arcinoto che Churchill a più riprese e con forza, dal 1947 al 1961, spinse per la piena e convinta adesione di Londra al progetto europeo. Ma Johnson, che ha scritto un libro su Churchill per crescere all’ombra del mito (ottobre 2015) ha avuto bisogno della sua versione. Falsa.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Elezioni nel Regno Unito, l’assalto finale di Corbyn a Johnson

Il leader laburista tenta di rimontare nei sondaggi negli ultimi giorni di campagna. Mentre il premier Tory si sforza di tenere le distanze da Trump, a Londra per il vertice Nato. Lo scenario.

Al summit della Nato che si è aperto a Londra il 3 dicembre, Boris Johnson non ha in programma bilaterali ufficiali con Donald Trump.

Foto e strette di mano saranno inevitabili nella due giorni. Anche qualche scambio di battute, e un incontro alla fine probabilmente si farà: Trump pressa, il premier britannico deve fare gli onori di casa per il compleanno dei 70 anni dell’Alleanza atlantica.

Ma nella settimana che precede il voto anticipato del 12 dicembre non vuole accostarsi troppo al presidente americano. Il rivale laburista Jeremy Corbyn è in rimonta, martella da mesi l’opinione pubblica con la storia del «Trump britannico» e Oltremanica non c’è nessuno di più inviso di lui. Dicono che anche la regina Elisabetta lo odi. Troppo sbracato, il tycoon, anche per una certa destra inglese che mal digerisce gli atteggiamenti esagitati così simili di BoJo.

LA FORTEZZA BRITANNICA CHE SOGNA JOHNSON

A questo proposito, il leader dei Tories è sotto attacco anche per aver cavalcato maldestramente l’attentato sul London Bridge. Ha annunciato frontiere blindate e lo screening dei passaporti per tutti. Ma non potrebbe fare altrimenti: da tempo non si vedeva una campagna così mediatica nel Regno Unito, ognuno si gioca il tutto per tutto. Johnson, ancora davanti di 10 punti ai laburisti, fomenta l’elettorato euroscettico. L’ultima mossa è il programma di visti d’ingresso simili a quelli degli Usa, anche per cittadini dell’Ue che una volta compiuta la Brexit entro il 31 gennaio 2020 (e trascorso il periodo di transizione entro il 31 dicembre 2020) dovranno pagare per un weekend a Londra. Naturalmente, esibendo un passaporto biometrico, perché la carta d’identità facilmente falsificabile non basterà più. Schedati, nella fortezza britannica potranno restare al massimo tre mesi. «Tolleranza zero» per gli irregolari.

Regno Unito elezioni Johnson Corbyn Brexit
Il leader del Labour, Jeremy Corbyn in corsa per le Legislative anticipate del 2019. GETTY.

LA STRUMENTALIZZAZIONE DELLA TRAGEDIA DEL LONDON BRIDGE

A chi, nel Labour e tra i LibDem, gli rinfaccia che il terrorismo viene più dall’interno che da fuori confine, BoJo risponde contestando le misure troppo blande sui detenuti come nel caso dell’attentatore ucciso il 29 novembre. Un attacco allo Stato poco opportuno che, nella composta Londra capace di essere eroica oggi come ieri – contro i nazifascisti come contro l’Isis -, gli è costato l’accusa di strumentalizzare una tragedia nazionale a fini politici. Nella «totale mancanza di rispetto per le vittime e i loro famigliari», rimproverano i LibDem. Sui fatti di Londra anche lo scatenato Corbyn ha mantenuto i toni bassi, lasciando parlare il padre del 25enne Jack Merritt morto nell’attacco, e che era impegnato nella riabilitazione dei detenuti come attentatore Usman Khan. «Jack sarebbe livido nel vedere la sua morte, e la sua vita, usate per perpetuare l’agenda di odio che ha sempre combattuto», ha scritto in una lettera al Guardian che ha fatto molto scalpore. Boris Johnson

Il premier britannico Boris Johnson.

PAROLA D’ORDINE: TOLLERANZA ZERO

Per Johnson vale il detto di Oscar Wilde: «Bene o male, basta che se ne parli». In un’intervista alla Bbc aveva scaricato sul Labour la responsabilità del rilascio del 28enne Khan, condannato per terrorismo nel 2012 e in libertà vigilata dal 2018 con il braccialetto elettronico. Su detenuti pericolosi come lui, britannico di origini pakistane legato gruppi jihadisti, il premier si è impegnato ad abbandonare «il sistema di rilascio automatico a breve». «Bisogna essere realisti», ha tuonato. E quindi tolleranza zero anche sul suolo britannico per chi commette reati gravi, è il messaggio che BoJo vuol far passare nel rush elettorale per i cittadini affamati di sicurezza. Guai però a toccare il tasto della sanità pubblica, un pilastro del Regno Unito che porta o toglie milioni di voti. Proprio lì Corbyn semina il panico, sventolando ai comizi 451 pagine di dossier su presunte trattative dei premier May e Johnson per svendere il servizio sanitario agli Usa, dopo la Brexit.

IL TOTEM DELLA SANITÀ PUBBLICA

Nominato premier, per prima cosa quest’estate Johnson ha promesso quasi 2 miliardi per risanare una ventina di strutture sanitarie. E in autunno ha rincarato la dose annunciando 15 miliardi di euro di investimenti in 40 nuovi ospedali. Uno specchietto per le allodole anche per il think tank britannico Nuffield Trust specializzato in sanità, che se da un lato non rileva piani del governo per cedere degli asset alle corporation americane, dall’altro con la Brexit stima un mercato allargato per le case farmaceutiche di Oltreoceano. Per Johnson c’è un altro buon motivo per non farsi riprendere troppo accanto a Trump: anche sulla difesa del clima, diventato un trend di massa, i due leader hanno posizioni diverse. Il paradosso è che Trump, accanito fan della Brexit, non smette di cercare il premier britannico e di sbilanciarsi sul voto inglese. Un assist perfetto al Labour.

Il premier britannico Boris Johnson con il leader del Labour, Jeremy Corbyn ai funerali delle vittime dell’attentato di Londra.

L’ULTIMA DI CORBYN? RINAZIONALIZZARE BRITISH TELECOM

Il rosso Corbyn nero sondaggi veleggia tra il 33 e il 34% mentre i Tory di Johnson sul 42-43%. Ma lo «stalinista», come lo addita BoJo, è un mago delle rimonte. In campagna Corbyn, Johnson e Trump sono più simili di quanto non si creda e l’elettorato è molto fluido: nulla è ancora detto, frenano gli analisti. Sono chiaramente fuochi d’artificio da campi opposti: l’ultimo di Corbyn è il piano per «rinazionalizzare British Telecom, assicurare la banda larga gratis a tutti, tassare giganti della Rete come Google, Amazon e Facebook». Uno choc per i mercati: all’annuncio le azioni di Bt, privatizzata da Margaret Thatcher, sono crollate al 3,7%, per mezzo miliardo di valore bruciato. Ma le telecomunicazioni sono il «core business del 21esimo secolo, guai a lasciarlo alle multinazionali», ammetterebbe anche BoJo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le carte di Corbyn, tra voto giovanile e indipendentisti scozzesi

I 4,1 milioni di nuovi elettori sono un'ottima notizia per il leader laburista, popolarissimo tra i ventenni. Mentre l'Snp apre a un'alleanza progressista contro Johnson.

Oltre 4 milioni di nuovi elettori. A loro si aggrappa il partito laburista di Jeremy Corbyn per rovesciare il tavolo e sorprendere il premier conservatore Boris Johnson alle elezioni britanniche del 12 dicembre. Il dato rappresenta un record, nel 2017 furono 2,9 milioni. Su questo voto giovanile fa leva il Labour contro i conservatori favoriti dai sondaggi. Di quei 4,1 milioni di nuovi elettori i tre quarti sono under 34: una platea che 2 anni fa aveva quasi fatto saltare il banco portando i laburisti a un 40% non previsto da nessuno, con tassi di consenso pro-Corbyn fra i ventenni a livelli da plebiscito. Il dato va preso con le molle, anche perché le nuove iscrizioni vanno validate. Ma comunque rischia di minacciare i piani di BoJo, che per vincere le elezioni (e onorare la promessa di attuare la Brexit entro Natale) ha bisogno di assicurarsi una maggioranza assoluta di seggi nella nuova Camera dei Comuni. Al Labour e al resto delle opposizioni potrebbe invece anche bastare il risultato di un parlamento frammentato.

OCCHI PUNTATI SULLA SANITÀ

Per recuperare consensi Corbyn ha giocato la carta di una conferenza stampa sulla difesa della sanità pubblica (Nhs), uno dei suoi cavalli di battaglia più popolari. E ha svelato 451 pagine di documenti riservati sui negoziati preliminari fra i governi Tory e l’amministrazione di Donald Trump sui temi di un futuro accordo bilaterale di libero scambio post Brexit che sembrano almeno in parte accreditare lo scenario d’ipotetici cedimenti a infiltrazioni delle corporation Usa negli ospedali del Paese. La conferma che «la Nhs sarà messa in vendita», nelle denunce laburiste liquidate da Johnson come «assurdità e bugie». Corbyn poi ha incassato l’apertura degli indipendentisti scozzesi dell’Snp – potenzialmente cruciali nel parlamento del dopo 12 dicembre – all’idea di «un’alleanza progressista»: l’appoggio a un eventuale governo Corbyn di minoranza cementato dall’obiettivo comune di un secondo referendum sulla Brexit, pur con la condizione-capestro ripetuta dalla first minister di Edimburgo, Nicola Sturgeon, di un parallelo bis referendario sulla secessione della Scozia pure nel 2020.

TORNANO LE ACCUSE DI ANTISEMITISMO

Segnali di incoraggiamento che tuttavia non cancellano il coro ostile anti-Jeremy dei media mainstream, rilanciato dalle accuse di appeasement verso «il veleno» di certi rigurgiti «anti-ebraici» scagliate il 26 novembre contro il numero uno laburista dal gran rabbino del Regno Unito, Ephraim Mirvis. Accuse da cui Corbyn ha tentato di difendersi in un’affannata intervista alla Bbc di fronte alle incalzanti domande di Andrew Neil, ex firma del conservatore Spectator, condannando con forza l’antisemitismo. Ma ostinandosi a non rinnovare le scuse rivolte alla comunità ebraica un anno fa. Scuse che invece Boris s’è d’un tratto affrettato a fare, dopo essersi rifiutato per mesi, sui fenomeni d’islamofobia imputati ai Tory. Un modo per lasciare al solo Corbyn l’etichetta di “cattivo”.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Non fidatevi di Johnson né di chi lo dà sicuro vincitore

Il premier britannico, noto per la sua inaffidabilità fin da quando era giornalista, non è così amato come alcuni sondaggi potrebbero far pensare. E i risultati potrebbero vedersi in un voto anticipato che s'annuncia sul filo.

La Brexit non è soltanto un programma politico monotematico che ha fatto ormai dei conservatori un Brexit party. Le elezioni politiche anticipate che si stanno avvicinando (12 dicembre) sono sia un secondo referendum sia una persona, una fisionomia umana non sgradevole, un po’ sovrappeso e tozza, uno stile spesso efficace ma non sempre ispiratore di vera fiducia, ricco di promesse di un futuro radioso ma vago. Tutto questo si chiama Boris Johnson.

È un ruolo al quale l’ex sindaco di Londra, piuttosto popolare, ed ex inefficace ministro degli Esteri , deputato dal 2015, si prepara da 30 anni. Ha incominciato a farlo come corrispondente per cinque anni da Bruxelles del Daily Telegraph, quotidiano ufficioso e quasi ufficiale del nazionalismo conservatore britannico. Boris arrivava a Bruxelles nel 1989 pochi mesi prima che vi arrivasse, per un quotidiano italiano, anche l’autore di queste note. Gli uffici erano vicini, Boris sempre favorevole a una pausa dal computer e a una birra, pronto alla battuta, e fonte inesauribile di pettegolezzi comunitari. Della cui attendibilità tuttavia, facevano presto capire i suoi colleghi britannici, non c’era garanzia. Maliziosamente qualcuno ricordava che aveva incominciato poco più di un anno prima il suo percorso nel giornalismo al Times, abituale trampolino dei rampolli della storica élite del Paese – Johnson ovviamente ha fatto Eton, e poi Oxford – , ma era stato licenziato dopo un’intervista in parte inventata. Bruxelles era una destinazione per lui naturale, perché lì era cresciuto, figlio di uno dei primi eurodeputati britannici, poi funzionario Cee.

BORIS, UN CABARETTISTA CON BRUXELLES NEL MIRINO

L’attuale premier era nella Bruxelles dei corrispondenti il perno di alcune serate cabarettistiche che soprattutto i britannici, come noto appassionati del palcoscenico, organizzavano per la comunità dei giornalisti, e affini, e dedicate ovviamente a smitizzare e ridicolizzare la burocrazia europea, che offriva ampi spunti. Cavalcò alla grande all’inizio della sua corrispondenza la storia della standardizzazione europea non solo dei preservativi, ma anche, di conseguenza sosteneva lui, delle dimensioni di ciò che lo strumento profilattico doveva preservare. Era ovviamente una pochade, nata da una mossa comunitaria per garantire standard sanitari minimi al suddetto prodotto gommoso, capaci di assicurare protezione contro l’epidemia di Aids allora agli inizi. Non c’entravano “misure” o cose simili, ma Johnson usò il tutto per ridicolizzare Bruxelles. Era una delle sue tattiche preferite.

I suoi interventi più che porre precise domande ai portavoce erano mirati a far ridere la platea, citando stranezze comunitarie che poi gli articoli sul Telegraph riportavano, enfatizzavano, travisavano

Boris, quando voleva, era la star dell’ampia sala stampa al quotidiano briefing di mezzogiorno nel palazzo Berlaymont e, dal 2001, nel vicino palazzo Breydel, dove il tutto si trasferiva per disinfestare il Berlaymont dalle oltre 1.000 tonnellate di amianto nascoste nelle strutture, e rifarlo ex novo. I suoi interventi più che porre precise domande ai portavoce erano mirati a far ridere la platea, citando stranezze comunitarie che poi gli articoli sul Telegraph riportavano, enfatizzavano, travisavano. Con buon successo fra molti lettori euroscettici e conservatori. Per capire il binomio Boris-Europa occorre ricordare che nel novembre di quell’anno cadeva il Muro di Berlino, e rapidamente tutto il mondo europeo cambiava paradigma, accelerava, e andava oltre quel modello di mercato comune. Occorre anche ricordare qualcosa di quando e come era avvenuto l’ingresso britannico nella Cee.

IL PERCORSO EUROPEO DI LONDRA, DA CHURCHILL A THATCHER

Winston Churchill aveva tracciato nel primo Dopoguerra, anticipando gli inviti continentali a unirsi ai tentativi europeisti, una linea chiara, che però ancora oggi una parte dei suoi connazionali si rifiuta di accettare: se riusciamo a salvare una quota sufficiente dell’Impero stiamo per conto nostro, diceva Churchill che pure sollecitava i continentali a unirsi fra loro; se lo perdiamo ci uniamo agli altri, ma in modo convinto e cercando di essere fra i leader. Dopo vari no all’Europa del governo di Clement Attlee, nazional-laburista e timoroso che i democristian-centristi continentali limitassero l’esperimento socialista britannico, furono i conservatori con due collaboratori e allievi di Churchill, Harold Macmillan ed Edward Heath, a iniziare a fine Anni 50 la lunga marcia che, anche per i ripetuti veti francesi, si concluderà solo nel 1973. Il motivo della conversione era lampante: il mercato comune funzionava, la Gran Bretagna nel 1951-1973 aveva avuto con il 2,7% per anno la crescita media più bassa fra tutti i Paesi Ocse; Germania, Francia e Italia si erano attestate sul 5% annuo o sopra.

LA CONTRADDIZIONE MAI RISOLTA TRA COMMERCIO E POLITICA

Già allora era chiaro però che se c’era una netta maggioranza a favore del mercato comune, con Margaret Thatcher assolutamente in prima fila per trasformarlo 10 anni dopo o poco più nel mercato Unico, c’erano forti resistenze alla cessione di sovranità politica che inevitabilmente lo stesso mercato, comune e poi unico, alla fine implicava. In un discorso emozionale del 1962, ricco di riferimenti al Commonwealth e alla comunità mondiale anglofona, il leader laburista Hugh Geistkell aveva ricordato che il progetto europeo era «la fine di 1.000 anni di indipendenza» per le isole britanniche e invitato a riflettere. Nel 1975 il referendum sulla Ue voluto dal nuovo governo laburista di Harold Wilson passava con una maggioranza del 67%. Ma il Regno Unito, e gli inglesi in particolare, non hanno mai risolto la contraddizione tra il desiderio commerciale di stare nel grande mercato europeo e il desiderio politico di restare pienamente indipendenti. Non a caso una buona quota di funzionari britannici dell’Ue ha sempre remato contro qualsiasi cosa potesse limitare l’autonomia di scelta del Parlamento e dell’amministrazione britannica.

Margaret Thatcher ed Edward Heath in una foto del 1975: la leader conservatrice tiene in mano una pubblicazione intitolata ‘Britain In Europe, The Benefits Of Membership’.

Non appena fu chiaro, e fu chiaro subito nel 1989, che la fine del sistema sovietico implicava non solo l’allargamento, che da Londra ampi settori politici favorivano sperando si trasformasse in una diluizione della Ue, ma anche l’approfondimento di strutture e obiettivi sul piano politico, scattò la reazione. E incominciò a organizzarsi l’armata anti-Ue che conta ora il 12 dicembre di vincere lo scontro decisivo. Thatcher doveva cedere nel 90 la premiership, messa in minoranza nel partito proprio dai filo-europei. Ma avrebbe da allora, e in crescendo, coltivato un lascito fortemente anti-Bruxelles («nel corso della mia vita tutti i guai sono venuti dal Continente», dichiarava nel 1999) di cui Johnson è oggi esponente e bandiera.

TUTTO RIDOTTO A UNA QUESTIONE DI ORGOGLIO NAZIONALE

Esponente autorevole? Non tutti i suoi articoli da Bruxelles erano propaganda e falsità. Se prendiamo ad esempio uno (Delors plan to rule Europe) scritto del maggio 1992 sul piano Delors di riforma della Commissione e del Consiglio, con evidente estensione dei poteri, Johnson ammette che si stava cercando di affrontare «un problema reale» anche se per Londra, aggiungeva, «in modo inaccettabile». E il suo articolo di addio a Bruxelles, marzo 1994, era un elenco di casi nei quali Londra aveva subìto scelte collettive e si concludeva con la previsione che i britannici avrebbero tollerato sempre meno decisioni prese «in a foreign city». Il tutto era ridotto a orgoglio nazionale, senza mai negare che l’interesse economico fosse invece sul lato dell’appartenenza alla Ue. Amato e scelto come premier con un voto da quasi i due terzi dei 160 mila iscritti al partito, considerato dal gruppo parlamentare il più attrezzato a realizzare dopo oltre tre anni inutili l’attesa Brexit, Johnson non gode nel suo Paese di profonda stima.

BOJO VISTO DAL SUO EX DIRETTORE AL TELEGRAPH

«Non è un uomo in cui si possa credere, che ispiri fiducia o rispetto, salvo che come superlativo esibizionista», scriveva nel 2012 il suo ex direttore del Telegraph, Max Hastings, uno dei più noti e autorevoli giornalisti britannici. «La sua elevazione alla premiership», aggiungeva nel giugno 2019, «vorrà dire la fine di ogni pretesa britannica di essere un Paese serio». I sondaggi di opinione danno Boris e i conservatori ampiamente vincenti. La media delle scommesse, sondaggio forse più attendibile, dice che c’è al 60% la vittoria conservatrice e al 30% un hung parliament, un risultato senza vincitori, da cui emergerebbe un governo di coalizione con il leader laburista Jeremy Corbyn, persona onesta dicono a Londra ma troppo complicato (vuole anche lui un nuovo socialismo britannico), per parlare chiaro al Paese. Corbyn ha dopo il voto potenziali alleati, anche se adesso giurano che mai lo aiuteranno. Johnson no.

IL PALLOTTOLIERE CONSERVATORE E QUEI NUMERI SUL FILO

Se i pronostici spesso danno Boris vincitore, e anche con ampio margine, i numeri parlamentari invitano alla prudenza. A Westminster la maggioranza è di 326 deputati, ne servono almeno 330 per un minimo di margine; i conservatori uscenti erano 298, e tra Scozia e area londinese più Southwest England i Tory potrebbero perdere ancora circa 25 seggi. Devono quindi portarne via nelle Midland e nel Nord inglese circa 50, ai laburisti essenzialmente. Forse sarà semplice. E forse non sarà una passeggiata.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Johnson e Corbyn in trincea, tra Brexit ed elezioni di dicembre

A sorpresa i due leader pareggiano nell’agguerrito duello tivù per le Legislative. I progressisti perdono consensi tra i Libdem. Mentre il Labour non si decide sul divorzio dalla Ue.

ll fermo immagine più esaustivo del sorprendente duello in tivù del 19 novembre tra Boris Johnson e Jeremy Corbyn è sul pubblico che ride. Più volte e a più riprese, fragorosamente. Che si ricordi in Gran Bretagna non si era mai riso tanto a un dibattito tra leader politici, come al primo duello andato in scena Oltremanica tra un primo ministro e un capo dell’opposizione. Lo scontro in vista del turbolento voto nazionale del 12 dicembre 2019 ha avuto quasi 7 milioni di spettatori incollati allo schermo (5 milioni in più dei faccia a faccia tra i leader minori) e l’inatteso risultato di un pareggio. Nei sondaggi il premier pirotecnico è in vantaggio di almeno 10 punti (42%) sul capo dei laburisti (32%), Le previsioni di YouGov sul duello erano ancora più sbilanciate verso il leader dei conservatori (37%): appena il 23% del campione si immaginava che Corbyn potesse fare meglio di “BoJo”. Invece la percentuale si è quasi ribaltata con un 49% di gradimento per Corbyn e un 51% per Johnson. 

IL NUCLEARE SULLA BREXIT

Anche la Bbc è del parere che non ci siano vincitori. Corbyn si è dimostrato aggressivo quanto il premier per la turbo Brexit: lo ha attaccato da mastino sulla sanità, proponendo al pubblico affamato una svolta. Ma la verità è che tutti sono stufi e nessuno ha un’idea di come andranno le Legislative più drammatiche della democrazia britannica: l’elettorato è mobile, disilluso, frammentato. lo dimostra anche la bufera sui Libdem, terzo partito rivelazione delle Europee di quest’anno, scatenata dalla leader Jo Swinson «pronta se necessario a usare l’atomica», ha dichiarato in tivù subito dopo il duello. E ci mancava il nucleare: Swinson aveva molti punti a suo favore (prima donna in capo ai Libdem, più giovane leader politico britannico di sempre, calamita degli anti-Brexit) per calare la carta del rinnovamento, ma si sta alienando molte simpatie per l’imprudenza nelle dichiarazioni. Dall’estate i Libdem sono scesi dal 20% al 15% nei sondaggi.

Jeremy Coryn, leader laburista.

I LIBDEM HANNO UN PROBLEMA

Swinson, europeista thatcheriana, vuol marcare le distanze dalla sinistra. Ma la scelta non paga. La leader indipendentista Nicola Sturgeon, scozzese come Swinson, è inorridita dal «test di virilità nauseante» del bottone dei Libdem sull’atomica: «La mia risposta a uccidere milioni di persone sarebbe stata no». Un fossato tra Swinson e la socialista Sturgeon, rossa governatrice di Edimburgo, significa minor compattezza nelle barricate a Westminster contro la Brexit: gli indipendentisti scozzesi sono una forza cruciale anche nel parlamento di Londra. Con “BoJo” al governo hanno anche ripreso a puntare i piedi sulla secessione: nel dibattito il premier uscente ha accusato Corbyn di volersi alleare con i nazionalisti scozzesi di Surgeon, per chiedere un referendum, e ha ammesso che «preservare il Regno Unito è più importante che compiere la Brexit». Una priorità: la deregulation nell’isola è uno dei rischi peggiori – e concreti – della Brexit.

Al duello Corbyn ha demolito il piano dei 40 nuovi ospedali promessi dal leader conservatore

LA BATTAGLIA SULLA SANITÀ

I sostenitori più accaniti del leave lo antepongono anche all’unità nazionale. Sarebbe una catastrofe e Johnson frena, ma così rischia di perdere consensi verso il Brexit Party (5%) di Nigel Farage. Viceversa, in Scozia diversi elettori conservatori – pro remain – come già dei deputati potrebbero mollare i tory. Da parte sua Corbyn nega di spalleggiare gli scozzesi, ma certo sui temi sociali è più vicino ai separatisti di Edimburgo che non ai Libdem: il suo Labour anticapitalista fa la guerra alla «società di miliardari e di persone molto povere», è per la «fine dell’austerità» e per un welfare granitico. Al duello Corbyn ha demolito il piano dei 40 nuovi ospedali promessi dal leader conservatore. Un documento (smentito da Johnson) proverebbe incontri segreti tra l’ultimo governo e investitori statunitensi pronti a entrare nel sistema sanitario britannico, con nuovi accordi commerciali bilaterali, non appena verrà archiviata la Brexit.

Brexit Irlanda del Nord Ulster Johnson
Il nuovo premier britannico Boris Johnson all’Ue per l’accordo sulla Brexit. GETTY.

ELETTORATO INSOFFERENTE

L’impopolarità di Swinson tra i progressisti è acqua al mulino del Labour, che tuttavia sull’uscita dall’Ue non riesce a inviare messaggi chiari. Neanche al faccia a faccia: incalzato da “BoJo”, Corbyn ha affermato di voler rinegoziare una Brexit migliore con Bruxelles e di sottoporla a un nuovo referendum, con l’opzione anche di restare nell’Ue. Ma non ha detto se è per leave o per il remain. Schierarsi, equivarrebbe a perdere la fronda dei laburisti euroscettici, preziosa anche per i tory. Ma allora non c’è da stupirsi se alla dichiarazione di «voler unire il Paese, non dividerlo» il pubblico è scoppiato a ridere. Come all’esclamazione di Johnson: «La verità è importante per le elezioni!». Spenti i riflettori, gli spettatori hanno commentato di non poterne più dei politici. Ben vengano le belle intenzioni, ma poi Labour, scozzesi e Libdem troveranno una sintesi per la convivenza? E le promesse di BoJo hanno fondamento, la Brexit è possibile entro il 31 gennaio? 

Un’altra insidia del voto la localizzazione dell’elettorato britannico pro e contro la Brexit

VOTO A MACCHIA DI LEOPARDO

Come David Cameron, l’ex sindaco di Londra si gioca la carriera politica sulla tabella di marcia. Battuto da Westminster, Johnson ha mandato il Paese alle urne per ricompattare i tory sul leader e crearsi un parlamento amico. È verosimile che la spunterà: anche scendendo sotto il 42% di Theresa May è molto difficile che il Labour arrivi al 40% del 2017. Ma sarà una vittoria di misura tra una popolazione sempre più lacerata: un’altra insidia è la localizzazione dell’elettorato britannico in macroaree pro e contro la Brexit. Scozia e Londra (e altre città inglesi) per il remain, come oltre la metà dell’Irlanda del Nord tornata calda. Galles e Inghilterra per il leave. E nel sistema elettorale britannico, conta il prevalere di una forza sull’altra nei collegi, non importa con quale percentuale. L’80% di un collegio vale i deputati del 51% di un altro. Il prossimo match tra “BoJo” e Corbyn è il 6 dicembre, verso le Legislative di un altro voto schizofrenico sulla Brexit.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I Tory di Johnson crescono, come la paura di una hard Brexit

Secondo i sondaggi i conservatori sono in netto vantaggio. Se alle elezioni del 12 dicembre BoJo arrivasse alla soglia di sicurezza di 330 seggi, allora Londra procederebbe con un taglio netto delle trattative con Bruxelles.

Fra un mese avremo scoperto se Boris Johnson e i suoi conservatori hanno stravinto, vinto, o perso le elezioni politiche del 12 dicembre e solo nel primo e nel secondo caso potremo dire che il nodo Brexit è stato sciolto. Si saprà venerdì 13 dicembre. Probabilmente ci sarà, ma potrebbe anche non esserci, una risposta chiara – sì alla Brexit – e finirà, o passerà alla fase due, questa lunghissima tragicommedia amletica che la politica britannica ha messo in scena per la delizia di pochi e la noia, ormai, di molti. 

I CONSERVATORI GUADAGNANO CONSENSI

La prima cosa certa è che i conservatori aumenteranno i consensi rispetto ai meno di 300 (causa defezioni ed espulsioni) deputati attuali e se sfuggirà loro la maggioranza sarà per un soffio, mentre sembrano invece destinati a conquistarla con margini di tutta tranquillità. E la seconda certezza è che i laburisti sicuramente non vinceranno e potrebbero perdere malamente, inanellando la quarta sconfitta consecutiva in meno di 10 anni. Nonostante questo però se i conservatori non hanno il balzo sperato e indicato oggi dai sondaggi, il molto problematico leader laburista Jeremy Corbyn potrebbe riuscire a ottenere la premiership come capo di un governo di coalizione formato da laburisti, liberaldemocratici e nazionalisti scozzesi, oggi l’un contro l’altro armati (soprattutto laburisti e liberaldemocratici che mai si sono amati) ma difficilmente capaci di resistere alla tentazione di fare di Boris Johnson il capo dell’opposizione

LEGGI ANCHE: Le elezioni in Uk e in Usa potrebbero cambiare l’Occidente per sempre

A metà novembre tutto sembra ancora possibile anche se la vittoria dei conservatori è data per molto, molto più probabile di una loro sconfitta. Il giudizio più elaborato dei maggiori esperti elettorali britannici concorda con quello più grezzo e istintivo degli scommettitori, scatenati su un evento come questo secondo referendum Brexit sotto le mentite spoglie di elezioni politiche anticipate. In questi giorni gli scommettitori danno a Johnson il 62% di probabilità di una maggioranza, vedono al 35% la possibilità di un parlamento senza maggioranza e quindi forse una coalizione anti-Tory a guida laburista, e danno solo il 3% all’ipotesi di una supremazia corbynista.

brexit-corbyn-labour-referendum
Il leader laburista Jeremy Corbyn.

TRA CORBYN E JOHNSON È GARA DI IMPOPOLARITÀ

Secondo il professor Sir John Curtice della Strathclyde University, massima autorità di meccanismi elettorali, una certezza è che i laburisti hanno zero possibilità di uscire primo partito dal voto, e non solo per la scarsa popolarità del loro leader Corbyn, poco apprezzato da almeno tre quarti dell’elettorato. Nemmeno Boris Johnson è amato e tantomeno rispettato, a parte il nocciolo più duro dei brexiteer conservatori che sperano da lui la vittoria nella crociata nazionalista. La conclusione dice Curtice è che siamo di fronte a una «gara di impopolarità». 

LEGGI ANCHE: C’era una volta Churchill: la triste parabola dei Tory

I sondaggi danno i conservatori poco sotto quota 40% con una dozzina e oltre di punti di distacco dai laburisti; terzi ben sotto il 20% i liberldemocratici e quarti, ma sotto il 10% e in continua erosione, i “faragisti” del Brexit party di Nigel Farage, svuotato da un partito conservatore diventato altrettanto brexiteer. Ci sono poi i nazionalisti scozzesi, terzo gruppo parlamentare della legislatura appena conclusa dopo conservatori e laburisti, ma sono un caso a parte, geograficamente delimitato. Potrebbero comunque pesare in una coalizione, nel caso di un difficile ma non impossibile semiflop dei consevatori, perché aumenteranno i consensi tornando ai circa 50 deputati che conquistarono nel 2015. 

LA PARTITA DEI COLLEGI LOCALI

Nel sistema elettorale britannico i sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto possono facilmente essere smentiti da una serie di realtà e personalità locali nei 650 collegi dove vige il maggioritario secco e prende il seggio chi ha più voti senza nessun tipo di recupero nazionale per quelli che seguono. Gli esperti, e Curtice fra questi, considerano quindi anche le dinamiche nei collegi più contendibili e la conclusione è che al momento Johnson può contare, teoricamente, su una maggioranza sicura in grado di consentirgli di portare avanti la Brexit che vuole, e cioè probabilmente fra un anno una hard Brexit con poche o nulle intese con Bruxelles. Qualcuno parla di 360-370 seggi ai conservatori, oggi tutti brexiteer dopo la recente espulsione a ottobre dei moderati

A CACCIA DELLA SOGLIA DI SICUREZZA DI 330 DEPUTATI

Per governare con un minimo di tranquillità occorrono, nel parlamento di 650 seggi, non meno di 330 deputati che sono quanti David Cameron conquistò nel voto del 2015 e quanti ne aveva il  suo successore Theresa May quando nel giugno del 2017 andò al voto anticipato per rafforzarsi e finì invece per perderne 13. Le previsioni  fatte allora furono clamorosamente smentite; due settimane prima del voto ai conservatori venivano attribuiti 364-396 seggi e il giorno del voto 337-366 con un solo analista/sondaggista, YouGov, che diceva 302. Ai laburisti invece ne venivano attribuiti prima 180-212 e poi 207-227 e ne ebbero 262. 

L’IDENTITÀ CONFUSA DEI LABURISTI

È anche sulla base di questo clamoroso precedente, appena due anni fa,  che molti sono restii a dare per scontata la netta vittoria di Johnson e della sua Brexit ma le cose in due anni sono cambiate. Soprattutto c’è un partito laburista che non ha saputo dare agli elettori una chiara prospettiva, a forza di non voler scegliere fra leave e remain per paura di alienare una delle due anime che lo abitano, e per rispondere alle complicazioni mentali del suo leader Corbyn che vorrebbe una “sua” Brexit tutta a sinistra ma ha fra le mani un partito a maggioranza remain. Mentre nel 2015 il Labour è andato assai meglio del previsto perché riusciva a sembrare un remain party ai remainer e un leave party ai leaver, oggi rischia di andare male o anche malissimo perché sembra diventato un leave party  ai remainer e un remain party ai leaver. E questa è solo una delle differenze con due anni fa.

Boris Johnson.

I DUE SCENARI POSSIBILI

Per il professor Curtice esistono due scenari: o una netta vittoria di Johnson e la partita è chiusa, o un parlamento bloccato senza chiara maggioranza. Per farcela i conservatori devono mantenere nei sondaggi fino all’ultimo un distacco di almeno 7-6 punti sui laburisti. Se finiranno sotto i 320 deputati hanno perso, se saranno a 320 o due o tre sopra avranno bisogno del sostegno degli Unionisti dell’Irlanda del Nord, come ha fatto May dopo il 2017, e non sarà facile perché gli Unionisti si sentono abbandonati dalla Brexit di Johnson. In questo scenario non è impensabile un governo di coalizione, con pochi seggi di maggioranza, fra laburisti, scozzesi e liberaldemocratici, guidato da Corbyn, finché dura, fino alla negoziazione cioè di una “nuova” Brexit e al referendum popolare che la  accetta o preferisce il remain. Ma è un’ipotesi appesa a un filo. Per ora Johnson è in netto vantaggio. 

LE CONSEGUENZE DELLA HARD BREXIT DI BOJO

La conseguenza sarebbe, probabilmente, un taglio traumatico dopo un anno di stentate trattative. Johnson e i suoi vogliono una Gran Bretagna corsara che porti via business al continente con una deregulation spinta e una tassazione competitiva per le imprese e i ricchi. È più che possibile che la maggioranza degli inglesi, in particolare gli inglesi che sono però la grandissima maggioranza dell’elettorato del Regno Unito, li segua. È chiaro, o dovrebbe esserlo, che fuori dalla Ue il Paese si isola, e comunque vada non sarà facile sostituire un mercato come quello attuale europeo, a totale libero accesso. Ma domina una grande ubriacatura di nazionalismo, con il sogno di un impossibile ritorno al passato e un disprezzo molto inglese per i continentali, oltre che per gli scozzesi e altri.

LEGGI ANCHE: Johnson e Salvini, fatale fu la matematica

«È strano per un Paese scegliere di essere meno prospero e di pesare meno nel mondo», scrive Chris Patten, l’ultimo governatore britannico di Hong Kong, ex commissario Ue e oggi Chancellor dell’Univerisià di Oxford. «Alcuni dicono che non ha importanza. Ma vediamo che cosa succederà quando avremo meno soldi per tutto ciò che vogliamo fare come Paese e come individui. Le promesse e le previsioni legate alla Brexit verrano presto testate dalla realtà. Quando lo saranno, non vorrei essere uno dei  brexiteer di Boris Johnson».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le elezioni in Uk e Usa potrebbero cambiare l’Occidente per sempre

Con la vittoria di Johnson nel 2019 e di Trump nel 2020 il Western World, con la sua storia e i suoi valori, volterebbe pagina definitivamente. Ma sia in Gran Bretagna sia in America la sfida elettorale resta aperta.

Dicembre 2019 e Novembre 2020. Sono queste le due date dell’incognita anglosassone. Se i Tory di Boris Johnson vinceranno il 12 dicembre il secondo referendum sulla Brexit camuffato da elezioni politiche, e se Donald Trump verrà confermato fra 13 mesi alla Casa Bianca con un risultato più solido di quello risicato del 2016, sarà possibile sostenere che dopo un secolo quasi esatto il nostro mondo ha definitivamente voltato pagina.

Non ci sarà più quello che nel Novecento, in modo più chiaro che in passato, è stato chiamato the Western World, il mondo occidentale con le sue strutture e soprattutto la sua mentalità multilaterale, se non nel senso di una comune – e vaga – discendenza dal mondo greco-romano-germanico e da un ormai altrettanto vago cristianesimo. E non ci sarà più perché la cultura da tempo dominante di questo mondo, quella anglosassone, potrebbe aver deciso di percorrere altre strade, privilegiando il nazionalismo del my country, right or wrong, più gentilmente declinato in francese con il chacun pour soi et Dieu pour tous.

Verrebbero insomma mollati gli ormeggi, mentre gli avversari dell’Occidente sanno benissimo che cosa questa parola significa, come spiegano anche per i più distratti le minacce a Stati Uniti ed Europa del nuovo leader dell’Isis, al-Qurayshi. Quella di “mondo occidentale “ è un’espressione geografica abbastanza precisa (Europa occidentale e oggi centroccidentale, Nordamerica, più varie appendici, in primis Australia e Nuova Zelanda, con il Giappone partner associato) e per il resto un concetto antico e vago che solo nell’Ottocento ha incominciato a formarsi nella sua versione moderna.

IL MONDO OCCIDENTALE SCOSSO DA FORZE CENTRIFUGHE

La prima capitale del mondo occidentale è stata Londra, come zenith del potere europeo e quindi occidentale. Ma nel 1915-1919 era semirovinata finanziariamente dal primo conflitto mondiale e stava passando la mano al tandem New York-Washington, nuovo baricentro globale della finanza in attesa di diventarlo, con la Seconda guerra mondiale, anche della politica e degli equilibri geo-strategici.

La triade New York-Washington-Londra riprendeva con forza nel 1944-49 i programmi di multilateralismo

Questo mondo della triade New York-Washington-Londra riprendeva con forza nel 1944-49 i programmi di multilateralismo già avanzati 25 anni prima e creava non solo il concetto moderno, utile in politica e in propaganda, di Western World, ma lo dotava di strutture precise, dalla Nato alla stessa integrazione europea, a molto altro e al Fondo monetario internazionale, parto congiunto americano e, grazie a John Maynard Keynes, britannico.

Roosevelt, De Gaulle e Churchill nel 1943.

Naturalmente nel frattempo ciascuno nella triade perseguiva i propri interessi: Washington, ad esempio, faceva il possibile e l’impossibile per accelerare lo smembramento dell’Impero Britannico, ma su temi strategici finanziari e monetari si proclamava, e spesso praticava, la politica delle decisioni collegiali. Il comunismo come arma nelle mani del nazionalismo russo contribuiva, per reazione, a tenere unito il tutto. Le spinte centripete subiscono però oggi – e ad opera di quegli anglosassoni che ne furono i maggiori protagonisti – l’attacco delle sirene centrifughe.

LA PARTITA DEL REGNO UNITO RESTA APERTISSIMA

Trump sottoscrive in pieno il significato congiunto e “decisivo” dei due voti, sia pure separati da quasi un anno di tempo, e sa benissimo che una vittoria di Johnson – amico di cui parla sempre benissimo – sarebbe più che utile alla sua rielezione. In un’intervista radio concessa all’iper brexiteer britannico Nigel Farage suo fedele estimatore, ha detto il 31 ottobre che l’accordo fin qui raggiunto da Johnson con Bruxelles non va bene, restano troppi legami; che solo una Hard brexit restituirà al Regno Unito la sua libertà; e che un’alleanza elettorale Johnson-Farage sarebbe imbattibile.

Johnson è il favorito ma la sua strada è in salita

Riuscirebbe forse ad avviare lo sfascio dell’Unione europea, vero obiettivo di Trump per motivi puramente commerciali e senza minimamente valutare tutte le altre conseguenze. Come non le valutano i brexiteer britannici, interessati solo alla vittoria del loro nazionalismo. Sull’alleanza con Farage hanno comunque idee diverse da Trump. Oggi, e prima di sei settimane di campagna elettorale durissima e imprevedibile come nessuna degli ultimi 70 anni, Johnson è il favorito; i sondaggi lo danno avanti di 10 punti dal laburista Jeremy Corbyn, 34% a 24%.

Jeremy Corbyn.

La sua tuttavia è una strada in salita perché deve conquistare una maggioranza, almeno 320 seggi, che per ora non ha e che già Theresa May perdeva nel voto anticipato del giugno 2017, quando i sondaggi la davano vincente ma lasciò sul campo 19 deputati. Nel sistema maggioritario secco vince il seggio chi in ogni collegio ha la maggioranza relativa dei voti e non c’è nessun recupero per le altre liste; questo favorisce i Tory e comunque i due partiti maggiori. Come nel sistema presidenziale americano, non contasolo il numero dei voti ma come sono distribuiti geograficamente, per cui ad esempio nel 2017 i conservatori conquistavano 317 seggi con 13,6 milioni di voti e i laburisti 262 con 12,9 milioni di voti, perché più spesso dei Tory erano arrivati secondi.

L’ALLEANZA PRO BREXIT TRA JOHNSON E FARAGE RESTA IMPROBABILE

Il sistema presenta tuttavia due grosse incognite, una tecnica e non nuova, una squisitamente politica, unica e inedita. La prima è che ci sono circa 100 seggi dove la differenza tra il più votato, e vincitore, e il secondo, è stata nel 2017 di meno di mille voti, e una serie di modesti cambiamenti riserverebbe molte sorprese . La seconda è che il desiderio di schierarsi e rispondere alla domanda di fondo per cui questa consultazione è nata, sì o no alla Brexit, farà premio su molte altre considerazioni e su vari programmi e potrebbe rompere notevolmente gli schemi, a favore dei liberal-democratici tutti filo-Ue ma anche con travasi fra Tory e Labour: per un Tory europeista non sarà facile votare Johnson.

I conservatori sperano di trattenere una parte del voto moderato con l’accordo di uscita raggiunto a Bruxelles da Johnson

Così come un laburista brexiteer ci penserà due volte prima di votare Corbyn: il leader dei laburisti è deciso, nel caso diventasse premier, a rinegoziare con Bruxelles un legame che riprende vari punti dell’intesa concordata da Theresa May e assai più organico di quello molto sommario, e anticamera di una No deal brexit, voluto da Johnson. Questa intesa, accanto all’opzione remain, Corbyn la vuole poi sottoporre a referendum, con il rimanere nella Ue come seconda opzione. E un nuovo referendum, anche per un laburista ma brexiteer, è anatema. Quindi, nessuno può oggi tracciare un pronostico credibile su un voto che sarà uno dei più cruciali della storia moderna britannica.

Boris Johnson.

Quanto alla gaffe che Trump ha commesso caldeggiando un’alleanza Johnson-Farage, si tratta probabilmente di una strada non percorribile; i Tory si sono subito avviati a una campagna dove cercheranno di essere loro «il partito della Brexit», come già hanno detto, difficilmente ci sarà quindi spazio per il Brexit Party di Farage. I conservatori poi sperano di trattenere una parte del voto moderato con l’accordo di uscita raggiunto a Bruxelles da Johnson, accordo sommario e ambiguo ma che consente di dire che un’intesa c’è, mentre Farage vuole l’uscita secca e senza accordi, e su questo non può fare passi indietro. Ma non sono da escludere del tutto intese elettorali locali.

TRUMP CON LA SPADA DI DAMOCLE DELL’IMPEACHMENT

A fronte delle varie incognite di Johnson e, specularmente, dei suoi antagonisti, Donald Trump, quando a gennaio la campagna elettorale americana entra nel vivo, ne avrà una sola: l’impeachment ormai avviato. Se usciranno prove gravi di comportamenti in aperta violazione della legge, non solo dello stile e della comune onestà, e il Senato dovrà considerare seriamente una sua condanna dopo la scontata incriminazione da parte della Camera, Trump rischia molto. Se invece questo non accade, le probabilità di una riconferma sono notevoli, nonostante il personaggio.

Donald Trump.

A meno che i democratici non riescano a trovare quello che finora manca: un candidato forte da apporgli e in grado di controllare, ad esempio, fenomeni che, come quel circuito di poche migliaia di voti che nel Wisconsin e in altri due Stati del Midwest, facevano nel 2016 la differenza. Furono 68 mila voti popolari in tutto, 22.748 nel Wisconsin su un totale di 3 milioni e appena 10 mila in Michigan su 4,5 milioni, a spostare per Trump i favori dell’electoral college grazie a Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, Stato quest’ultimo dove su 72 contee ben 23 che avevano votato Obama nel 2012 passarono con Trump.

Se volterà pagina il Western World al quale siamo abituati, cambieranno di fatto le sue regole e i suoi principi

Avere Trump ancora presidente fino al 2024 è al momento più probabile che non avere Boris Johnson con una solida maggioranza, e premier, fra un mese e mezzo. Se entrambi i casi tuttavia si verificheranno, volterà pagina il Western World al quale siamo abituati, cambieranno di fatto le sue regole e i suoi principi; non assicurano il Paradiso in terra, ma hanno contribuito e molto alla relativa stabilità del mondo che conosciamo. E sarà il Western World di Trump e di Johnson. Chi vorrebbe acquistare, da entrambi, un’auto usata?

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Trump a gamba tesa sul voto britannico: «Corbyn pessimo»

Il presidente Usa a colloquio con Farage. E minaccia Londra: «Con l'intesa con l'Ue non possiamo fare un accordo di libero commercio».

Donald Trump mette i piedi nel piatto della campagna elettorale britannica. E lo fa scatenando il solito putiferio, con un attacco ad alzo zero al leader laburista Jeremy Corbyn, accompagnato da un endorsement non meno rumoroso al primo ministro conservatore Boris Johnson: al quale non risparmia peraltro moniti imbarazzanti contro l’accordo sulla Brexit firmato con l’Ue, incompatibile o quasi, secondo il presidente americano, con la prospettiva d’un futuro trattato privilegiato di libero scambio bilaterale Londra-Washington. Nel duello fra i due unici pretendenti veri a Downing Street in vista del voto del 12 dicembre, il favoritissimo Johnson e l’inseguitore Corbyn, Trump – e non è una sorpresa – non ha il minimo dubbio. Sceglie l’amico Boris. E lo dice a chiare lettere in un’intervista concessa al programma radiofonico di Lbc condotto da un altro suo amico inglese, il tribuno euroscettico del Brexit Party Nigel Farage.

«Corbyn», taglia corto il presidente-magnate, «sarebbe davvero una cattiva scelta per un Paese dal potenziale enorme come il vostro. È pessimo, vi porterebbe su una cattiva strada». «Boris invece è un uomo fantastico, credo sia esattamente il tipo giusto per questi tempi», prosegue imperterrito. Non senza ammiccare allo stesso Farage, leader di un partito sulla carta concorrente dei Tory, e invitarlo quasi apertamente a una qualche intesa elettorale con BoJo: «So che tu e lui farete cose spettacolari insieme, perché se siete insieme, lo sai, sarete una forza inarrestabile». A Johnson è destinata d’altronde anche una tirata d’orecchie, per l’accordo di divorzio da lui raggiunto dall’Ue raggiunto in extremis con Bruxelles: accordo definito «eccellente» dall’inquilino in carica di Downing Street e che al contrario all’uomo della Casa Bianca non va proprio giù. È un deal che rischia di rivelarsi incompatibile con un trattato di libero scambio ambizioso fra Usa e Regno Unito per il dopo Brexit avverte The Donald. «Noi vogliamo commerciare col Regno Unito, voi volete commerciare con noi, ma questo accordo, a essere onesti, sotto certi aspetti non ci permette di commerciare», afferma. «Non possiamo fare un accordo di libero commercio», insiste, spiegando di puntare a «numeri molto maggiori» nell’interscambio rispetto a quelli attuali», «certamente molto più grandi di quelli che fate stando sotto l’Unione Europea».

CORBYN: «MIRE USA SUL SERVIZIO SANITARIO BRITANNICO »

La risposta di Johnson, che l’intesa commerciale con Washington la promette da tempo come un obiettivo pressoché scontato, resta per ora in sospeso. Mentre la secca replica di Corbyn arriva a stretto giro di posta. «Donald Trump cerca d’interferire nella nostra campagna elettorale nella speranza di far vincere il suo amico Boris Johnson» , twitta il numero uno laburista, accusando l’alleato di voler fra l’altro permettere alle imprese private americane di mettere le mani sulla sanità pubblica britannica (Nhs). «È stato Trump», denuncia il compagno Jeremy, « a dire che l’Nhs ‘sarà sul tavolo’ (di un futuro accordo commerciale). E lui sa che se le elezioni le vince il Labour non permetteremo che accada » . (ANSA).

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Lo psicodramma Brexit durerà ancora decenni

Il groviglio politico e burocratico sembra ormai inestricabile. Ma questa vicenda ha già cambiato profondamente i cittadini del Regno unito.

Il grande psicodramma che sta cambiando profondamente il Regno Unito durerà ancora a lungo, decenni forse, con continui scambi di accuse sui veri traditori del Paese: sono quelli che avrebbero voluto uscire dalla Ue scrollandosi anche la polvere dai calzari o invece quanti avrebbero voluto rimanervi?

Come ha detto Helen Lewis di The Atlantic durante un recente show Bbc, il tanto invocato «let’s deliver Brexit», realizziamo la Brexit, equivale a un «voglio partorire (deliver in inglese si usa anche per indicare il parto dei mammiferi, ndr) e poi torno a dormire tranquillamente e a leggere un mucchio di bei romanzi».

Non funziona così, e uscire dalla Ue non è in sé una panacea, se non psicologica per chi intende rimarcare la propria isolana estraneità al continente. Tuttavia i tempi tecnici di una qualche decisione, che inevitabilmente dovrà coinvolgere l’elettorato visto lo stallo fra governo conservatore fortemente pro Brexit e parlamento, si stanno avvicinando.

BORIS JOHNSON NON RIUSCIRÀ A REALIZZARE LA BREXIT IL 31 MARZO

È molto difficile che il premier Boris Johnson ottenga – probabilmente il 28 ottobre – di poter finalmente indire elezioni anticipate il 12 dicembre. Le regole approvate nel 2011 dicono che per avviare l’iter elettorale occorrono i due terzi dei voti parlamentari, cioè 434, e ai conservatori mancano quindi 150 voti da raccogliere nelle opposizioni. I laburisti si asterranno, hanno detto. E quindi i 150 voti proprio non ci saranno. Le opposizioni, e il Labour per primo nonostante le sue note ambiguità circa la Brexit, hanno interesse a far vedere agli elettori che la promessa di Boris Johnson di uscire dalla Ue il 31 marzo, deal or no deal, con un accordo o senza, erano e sono solo parole.

Il parlamento del Regno Unito.

Un’intesa fra Johnson e Bruxelles c’è stata e il parlamento ha deciso di considerarla una base accettabile con un primo voto martedì 22 ottobre, per rifiutare però 17 minuti dopo con un secondo voto una lettura al galoppo delle 110 pagine di clausole legali. Serviranno parecchi giorni, Johnson dice che lui comunque il 31 marzo lascerà l’Ue, ma non potrà farlo. La campagna elettorale ci sarà, ma solo quando sarà chiaro che Johnson non ha potuto scavalcare il parlamento e realizzare il mandato referendario del 2016 senza il suggello dell’assemblea.

LE ELEZIONI SARANNO UN NUOVO REFERENDUM SULL’USCITA DALL’UE

Arrivando al voto con la Brexit ancora da realizzare sarà inoltre in lizza Nigel Farage con il suo Brexit party, capace di portare via ai Tory considerevoli quote di elettorato, anche se probabilmente pochi seggi. Se i Tory non ce la fanno, affidiamoci a Farage: è già stata questa alle Europee di maggio la scelta di oltre 5 milioni che hanno fatto del Brexit party la lista più votata. Il voto popolare ci sarà, formalmente elezioni politiche ma di fatto più che altro un secondo referendum sulla Brexit, ma non esattamente quando preferirebbe Boris Johnson.

Su oltre 200 sondaggi di opinione realizzati in due anni con la domanda «uscire o restare» solo meno di una dozzina hanno visto prevalere il leave

Con in più il rischio di non cambiare molto i rapporti di forza e di lasciare tutto ancora aggrovigliato. Un secondo referendum avrebbe la capacità di dare una risposta chiara. Ma sarebbe per molti un tradimento di quello del 2016. Su oltre 200 sondaggi di opinione realizzati in due anni con la domanda «uscire o restare» solo meno di una dozzina hanno visto prevalere il leave. Ma sono sondaggi, e serve a poco ricordarli a chi così ha votato, e vinto, nel 2016.

NESSUNO PARLA DI QUANTO COSTA USCIRE DALL’EUROPA

La grande capacità mediatoria della politica britannica, che in altri tempi avrebbe saputo trovare l’accettabile compromesso – ad esempio un’uscita dalle strutture Ue di tipo più politico a partire dal parlamento, ma il mantenimento di un forte legame istituzional-commerciale e doganale – è andata totalmente perduta. È stata ed è, soprattutto sul fronte Brexit e del partito Tory, una grande sbornia di intransigenza in nome della democrazia.

Il Paese era entrato nel Mec nel 1973 perché gli conveniva economicamente

Senza mai voler ammettere che poiché il Paese era entrato nel Mec nel 1973 perché gli conveniva economicamente, dopo avere osservato per 20 anni i progressi commerciali ed economici dell’Europa continentale e dopo avere sdegnosamente e a più riprese rifiutato dal 1950 di far parte del progetto europeo, prima di decidere sulla Brexit andava spiegato bene quali sarebbero stati i costi. Se entrare era stato conveniente, che cosa significava uscire dall’Unione? Ma chiunque abbia seguito i molti e accesi dibattiti parlamentari degli ultimi mesi non ha mai sentito da parte dei Tory nessun accenno a questo.

L’intransigenza è stata forte da parte dell’ala estrema dei leavers Tory, che ha organizzato all’interno del gruppo parlamentare un partito nel partito attorno a un centro chiamato, ironicamente, European Research Group (Erg), molto lobbismo nessuna research e soprattutto nulla di european. Si sono impadroniti del gruppo parlamentare con il fascino del nazionalismo estremo al quale pochi Tory da tempo sanno resistere e hanno ridotto la vera opposizione interna a un manipolo, a geometria variabile peraltro, di una ventina di deputati.

Dopo la scelta di Johnson come premier fatta da circa 90 mila iscritti al partito su un totale di 160 mila, quasi tutto il gruppo parlamentare vuole, auspica o comunque è pronto ad accettare una no deal-Brexit. Questa porrebbe Londra in una posizione ben singolare rispetto alla Ue, il più grosso mercato mondiale, perché la lascerebbe senza intese di sorta e affidata alle sole tariffe e regole del Wto. Un caso incredibile, se si pensa che su 135 Paesi non Ue membri del Wto ben 58 hanno un accordo comprensivo di commercio con Bruxelles e 47 trattano sulla base di un accesso privilegiato.

IL REGNO UNITO SEMPRE PIÙ SPACCATO AL SUO INTERNO

I cittadini del Regno Unito sono già stati cambiati dalla vicenda Brexit, osserva la professoressa Ailsa Henderson dell’Univeristà di Edimburgo, perché mentre prima avevano come fondamentali parametri identitari nella sfera cultural-politica l’Unione, intesa in senso britannico cioè l’unione di England, Wales, Scotland e Northern Ireland, ora valutano se stessi e il loro gruppo anche in base a una realtà prima meno presente, l’Europa continentale, la Ue. Scozzesi, soprattutto, e gallesi, hanno tradizionalmente visto l’Unione britannica come una forza ma anche come un conflitto tra loro e la dominante Inghilterra, dalla quale molte cose li distinguevano. Ora li distingue anche il rapporto con l’Europa, assai più popolare in Scozia e fra i gallesi (il Galles ha avuto una maggioranza di leave nel 2016 solo a causa dei pensionati inglesi trasferiti nella regione) di quanto non sia in molte parti dell’Inghilterra.

Si vede in arrivo un voto anticipato che, forse, chiuderà questa prima interminabile fase all’insegna dell’irrazionale e dell’ipernazionalismo

La Henderson, e il suo collega Richard Wyn Jones dell’Università di Cardiff, capitale del Galles, hanno guidato un sondaggio realizzato da YouGov in tre delle quattro nazioni del Regno Unito. Emerge, oltre alla nuova variabile europea, una preoccupante e inedita propensione all’uso della forza. Per il 71% degli intervistati sul fronte leave in Inghilterra, per il 60% in Scozia e il 70% nel Galles un po’ di spintoni e qualche ceffone a qualche deputato avversario sarebbe «un prezzo che si può pagare» alla causa Brexit. Un po’ meno violenti, ma non molto meno, i partigiani del remain, convinti che la buona causa giustificherebbe qualche politico malmenato.

Il parlamento del Regno Unito.

Boris Johnson ha ancora rinviato nei giorni scorsi un incontro di routine con la supercommissione parlamentare composta da tutti i presidenti di Commissione dicendo che è troppo impegnato in delivering Brexit. Non si vede come possa deliver alcunché il 31 marzo. Si vede però come la camera dei Comuni sia in grado di eliminare dall’accordo raggiunto con la Ue dal premier a metà ottobre la clausola ambigua che renderebbe perfettamente possibile a fine 2020 una no deal Brexit. E si vede in arrivo un voto anticipato che, forse, chiuderà questa prima interminabile fase all’insegna dell’irrazionale e dell’ipernazionalismo e dirà se Londra è fuori, è dentro o è mezza fuori e mezza dentro.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Johnson e Salvini, fatale fu la matematica

Entrambi si sono inferti brutte ferite dimenticando, anzitutto, che la democrazia parlamentare è fatta di numeri.

L’uomo politico Matteo Salvini non è morto, neppure ibernato, sta soltanto curando la brutta ferita che si è inferto da solo e che sempre ormai solleverà dubbi sulla sua capacità di maneggiare davvero le armi (politiche). Ma vari, parecchi milioni di italiani potrebbero, probabilmente, essere disposti a seguirlo in un’avventura che è diventata ormai più esasperata e totalizzante di prima. Siamo arrivati alla lutte finale, e di questo Salvini si sta facendo profeta. «Ormai c’è un partito degli italiani e uno degli stranieri», ha detto con una frase incredibile che è il centro di un’intervista amica pubblicata da Libero il 4 settembre. La scena politica si è trasformata e «non ha più senso parlare di centrodestra». Esistono infatti i patrioti e i traditori, gli “stranieri”, i venduti cioè allo straniero, che ha prima di tutto il volto di Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Idee molto chiare e molto storte. Giorgia Meloni, cresciuta idealmente a Predappio, applaude.

IL NAZIONALISMO COME UN GAS CHE RIEMPIE IL VUOTO

Lo chiamano sovranismo, ma le differenze con il nazionalismo che ha dominato la politica europea dall’era napoleonica alla seconda guerra mondiale sono molto inferiori alle analogie, e quindi conviene chiamarlo con il suo nome doc, nazionalismo appunto. E il nazionalismo, vecchio com’è ma facilmente sempre all’occorrenza rianimato in Europa e altrove, ha ormai mostrato ampiamente i suoi pregi e dei suoi difetti. Fra i primi la capacità di fare leva sull’identità nazionale unificante per raggiungere obiettivi legittimi e offrire un perno centrale a una comunità. Fra i secondi, soprattutto, la nefasta capacità di riempire con formule troppo semplici e abusate un vuoto di idee più utili e consone, e una pericolosa riduzione del tutto a un “noi” contro “loro”. Il nazionalismo diventa allora un gas che riempie il vuoto, ma con notevoli rischi di esplosione.

IN DUE ANNI I TORY HANNO PERSO 29 DEPUTATI

È quello che in qualche modo è capitato a Boris Johnson, espellendo 21 deputati che a partire da lunedì 2 hanno votato contro il suo governo sulla Brexit. Mai nulla di simile si era visto a memoria d’uomo a Westminster, soprattutto nei confronti di vere personalità politiche di rango, quali la metà circa dei 21 sono, e non semplici eterni backbenchers. Lo stesso Johnson che ha votato due volte contro il piano Brexit di Theresa May non ha mai subito ritorsioni di sorta né mai è stato bollato come traditore: era suo diritto dissentire. Se si aggiungono alcune defezioni, precedenti e recentissime, sempre causa Brexit, e qualche seggio perso in elezioni suppletive, sono 29 i deputati persi dal partito Tory dalle elezioni del giugno 2017, da 318 a 289 in un parlamento dove la maggioranza ne richiede 320 (i Tory possono contare su 10 deputati nordirlandesi). Tra chi ha gettato la spugna, abbandonando pare non solo il partito ma la vita politica, c’è anche Jo Johnson, fratello minore di Boris, sottosegretario nel suo governo, e lo ha fatto in difesa dell’ “interesse nazionale” messo a rischio da Boris.

L’ERRORE DI VALUTAZIONE CHE ACCOMUNA SALVINI E JOHNSON

Non è la prima volta che Lettera43 cerca di guardare in parallelo Salvini e Johnson, due politici diversissimi in due Paesi molto diversi e con situazioni in gran parte inconfrontabili. Ma accomunati da un grave errore e da una strategia di fondo, figlia di una cultura politica che entrambi hanno sposato insieme al loro modello Donald Trump. Il grave errore sta, per entrambi, nell’essersi dimenticati che la democrazia parlamentare è fatta di numeri, prima di tutto. Forti di avere una convinzione “superiore”, un’idea migliore, cioè il nazionalismo intransigente, hanno (Salvini) aperto una crisi di governo con il 17% dei seggi parlamentari e gli altri l’hanno chiusa creando una nuova maggioranza che c’era chiara nei numeri, e lasciandoli fuori. Mentre sul Tamigi, convinti di avere il mandato per una Brexit senza intesa perché così oggi recita “il popolo” con lo slogan Leave means leave, uscire significa uscire, hanno stragiurato e si sono giocati tutto (Johnson) su un addio a Bruxelles il 31 ottobre, senza una ulteriore trattativa conclamata ma mai avviata, e senza avere prima davvero contato i voti parlamentari disponibili. La convinzione era ed è che il voto popolare del 2016 supera ed esautora il parlamento, Ma non è così. E il parlamento si è fatto sentire.

Johnson ha commesso il 28 agosto il grave errore della straordinaria prorogation, la chiusura del parlamento

La strategia di fondo è quella della lotta senza quartiere, il Breaking all the China scrive il commentatore del Washington Post George F. Will, il rompere tutto il vasellame come chiede a Trump la parte più focosa dei suoi sostenitori. Uscire dall’euro, e visto il disprezzo con cui ne parla anche dalla Ue si direbbe, è il Breaking all the China del nostro Salvini, lo sfogo salvifico di un’Italia furiosa. Chissà se gli imprenditori e artigiani leghisti sono d’accordo. L’uscita alla brutta dalla Ue il 31 ottobre, senza accordo, è l’apocalisse promessa da Johnson, ma non ha i numeri parlamentari per farlo, così come Salvini non aveva quelli per dichiarare una crisi di governo da posizioni di forza. In più Johnson ha commesso il 28 agosto il grave errore della straordinaria prorogation, cioè chiusura del parlamento, cinque settimane al posto delle abituali due per i congressi politici di fine ottobre e prima del discorso della Regina fissato il 14 ottobre, compattando così un’opposizione fino a quel punto divisa, e che ha inflitto a Johnson dal 2 al 4 settembre tre secche sconfitte in aula. Le prime due preparano una legge che rende impossibile l’uscita dalla Ue il 31 ottobre, do or die come dice Boris, uscire o morire, e chiede un rinvio al 31 gennaio; la terza gli ha negato elezioni a metà ottobre.

E QUALCUNO PARLAVA DI MOSSA INTELLIGENTE

Qualche blasonato ma improvvido analista, Eurointelligence ad esempio, che arriva ogni mattina a pagamento sugli schermi di grandi imprese e cancellerie, definiva il 29 settembre la mossa della chiusura parlamentare so clever, così intelligente, «senza dubbio l’opera di Cummings», di nome Dominic, lo stratega plenipotenziario (non eletto da nessun, unelected cioè, come Boris ha ripetuto infinite volte dei burocrati di Bruxelles) che ispira ora Downing Street. La prorogation è stata invece un grave errore, so unclever, perché ha costretto gli avversari ad agire subito, non è piaciuta ai britannici dicono i sondaggi. Meno ancora è piaciuta la cacciata dal partito dei dissenzienti, segno di un clima che ha rinunciato a ogni fair play. Ci saranno ad un certo punto, presto, a novembre forse, nuove elezioni, perché anche le opposizioni dopo avere umiliato Johnson e la sua promessa del 31 ottobre vorranno la conta.

VERSO IL REFERENDUM FINALE SULLA BREXIT

Colpi di scena nel frattempo non sono da escludere, da parte di Johnson. Nessuno può seriamente sbilanciarsi sulle previsioni elettorali prendendo a metro le europee di maggio, che indicano un circa 6-7 punti di maggioranza di voti pro-Ue ma in ordine sparso a fianco però di un solido blocco più compatto di brexiteers intransigenti. Non fanno testo. È stato un voto con il proporzionale mentre alle politiche si vota come noto con un maggioritario secco. Un conto è avere un’idea delle percentuali di voto, un’altra – impossibile o quasi – un’idea dei seggi finali. Potrebbe vincere Johnson, e potrebbe perdere, a favore ad esempio di una non facile alleanza fra laburisti e liberal democratici, e altri, filo Ue ma in modo assai diverso, e per i laburisti non unanime. La cosa certa è che il tutto passerà da una voto nazionale che sarà, prima di tutto, il referendum finale sulla Brexit. Poi tutto potrà succedere, anche un’uscita concordata e collaborativa per rispettare il referendum del 2016, ma Johnson sarà fuori scena, se perderà il voto.

Ciò che unisce Johnson e Salvini è una strategia che ha teso e tende ad estremizzare il confronto

Ciò che unisce Johnson e Salvini è una strategia che ha teso e tende ad estremizzare il confronto. Il partito conservatore di Boris è una macchina da guerra – ha perso però le prime battaglie – per un esperimento di un Regno Unito che molla gli ormeggi europei, rilegge l’economia abbandonando l’integrazione totale nel più ricco mercato del mondo, cerca aiuto a Washington, guarda al mondo senza più la mediazione di Bruxelles, e rilegge la geografia considerando i 40 chilometri della Manica una cesura ben più ampia dei 5 mila che separano Liverpool e New York. Il vero patriota è per la Brexit e chi non lo è “collaborazionista”, parola chiarissima che Boris ha pronunciato ricevendo anche da alcuni Tory ampie reprimende.

NON CI SONO PIÙ LE BARRIERE NAZIONALI DI UNA VOLTA

Salvini ormai è ai “venduti” e ai “traditori”. Sembra incredibile che un politico non si lasci aperte vie di mediazione, di ricucitura, di futuro insomma. Hanno deciso che “Dio lo vuole”, certamente Salvini con preghiere e rosari, alla “Dio è con noi”. Johnson ha fatto buone scuole (i risultati sono opinabili) e non arriva a tanto. Prepariamoci in Italia a tutta l’ondata possibile anti Ue, anti euro, anti Germania, anti Francia, anche se non ci sarà più il megafono del Viminale e i tweet avranno meno peso. Ma proprio per questo saranno più al vetriolo. Salvini farebbe bene a tenere d’occhio Londra, perché se va male a Boris probabilmente andrà di male in peggio anche a lui, in questo mondo dove le barriere nazionali – checché ne pensino i nazionalisti – non sono più quelle di una volta.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it