Le elezioni in Uk e Usa potrebbero cambiare l’Occidente per sempre

Con la vittoria di Johnson nel 2019 e di Trump nel 2020 il Western World, con la sua storia e i suoi valori, volterebbe pagina definitivamente. Ma sia in Gran Bretagna sia in America la sfida elettorale resta aperta.

Dicembre 2019 e Novembre 2020. Sono queste le due date dell’incognita anglosassone. Se i Tory di Boris Johnson vinceranno il 12 dicembre il secondo referendum sulla Brexit camuffato da elezioni politiche, e se Donald Trump verrà confermato fra 13 mesi alla Casa Bianca con un risultato più solido di quello risicato del 2016, sarà possibile sostenere che dopo un secolo quasi esatto il nostro mondo ha definitivamente voltato pagina.

Non ci sarà più quello che nel Novecento, in modo più chiaro che in passato, è stato chiamato the Western World, il mondo occidentale con le sue strutture e soprattutto la sua mentalità multilaterale, se non nel senso di una comune – e vaga – discendenza dal mondo greco-romano-germanico e da un ormai altrettanto vago cristianesimo. E non ci sarà più perché la cultura da tempo dominante di questo mondo, quella anglosassone, potrebbe aver deciso di percorrere altre strade, privilegiando il nazionalismo del my country, right or wrong, più gentilmente declinato in francese con il chacun pour soi et Dieu pour tous.

Verrebbero insomma mollati gli ormeggi, mentre gli avversari dell’Occidente sanno benissimo che cosa questa parola significa, come spiegano anche per i più distratti le minacce a Stati Uniti ed Europa del nuovo leader dell’Isis, al-Qurayshi. Quella di “mondo occidentale “ è un’espressione geografica abbastanza precisa (Europa occidentale e oggi centroccidentale, Nordamerica, più varie appendici, in primis Australia e Nuova Zelanda, con il Giappone partner associato) e per il resto un concetto antico e vago che solo nell’Ottocento ha incominciato a formarsi nella sua versione moderna.

IL MONDO OCCIDENTALE SCOSSO DA FORZE CENTRIFUGHE

La prima capitale del mondo occidentale è stata Londra, come zenith del potere europeo e quindi occidentale. Ma nel 1915-1919 era semirovinata finanziariamente dal primo conflitto mondiale e stava passando la mano al tandem New York-Washington, nuovo baricentro globale della finanza in attesa di diventarlo, con la Seconda guerra mondiale, anche della politica e degli equilibri geo-strategici.

La triade New York-Washington-Londra riprendeva con forza nel 1944-49 i programmi di multilateralismo

Questo mondo della triade New York-Washington-Londra riprendeva con forza nel 1944-49 i programmi di multilateralismo già avanzati 25 anni prima e creava non solo il concetto moderno, utile in politica e in propaganda, di Western World, ma lo dotava di strutture precise, dalla Nato alla stessa integrazione europea, a molto altro e al Fondo monetario internazionale, parto congiunto americano e, grazie a John Maynard Keynes, britannico.

Roosevelt, De Gaulle e Churchill nel 1943.

Naturalmente nel frattempo ciascuno nella triade perseguiva i propri interessi: Washington, ad esempio, faceva il possibile e l’impossibile per accelerare lo smembramento dell’Impero Britannico, ma su temi strategici finanziari e monetari si proclamava, e spesso praticava, la politica delle decisioni collegiali. Il comunismo come arma nelle mani del nazionalismo russo contribuiva, per reazione, a tenere unito il tutto. Le spinte centripete subiscono però oggi – e ad opera di quegli anglosassoni che ne furono i maggiori protagonisti – l’attacco delle sirene centrifughe.

LA PARTITA DEL REGNO UNITO RESTA APERTISSIMA

Trump sottoscrive in pieno il significato congiunto e “decisivo” dei due voti, sia pure separati da quasi un anno di tempo, e sa benissimo che una vittoria di Johnson – amico di cui parla sempre benissimo – sarebbe più che utile alla sua rielezione. In un’intervista radio concessa all’iper brexiteer britannico Nigel Farage suo fedele estimatore, ha detto il 31 ottobre che l’accordo fin qui raggiunto da Johnson con Bruxelles non va bene, restano troppi legami; che solo una Hard brexit restituirà al Regno Unito la sua libertà; e che un’alleanza elettorale Johnson-Farage sarebbe imbattibile.

Johnson è il favorito ma la sua strada è in salita

Riuscirebbe forse ad avviare lo sfascio dell’Unione europea, vero obiettivo di Trump per motivi puramente commerciali e senza minimamente valutare tutte le altre conseguenze. Come non le valutano i brexiteer britannici, interessati solo alla vittoria del loro nazionalismo. Sull’alleanza con Farage hanno comunque idee diverse da Trump. Oggi, e prima di sei settimane di campagna elettorale durissima e imprevedibile come nessuna degli ultimi 70 anni, Johnson è il favorito; i sondaggi lo danno avanti di 10 punti dal laburista Jeremy Corbyn, 34% a 24%.

Jeremy Corbyn.

La sua tuttavia è una strada in salita perché deve conquistare una maggioranza, almeno 320 seggi, che per ora non ha e che già Theresa May perdeva nel voto anticipato del giugno 2017, quando i sondaggi la davano vincente ma lasciò sul campo 19 deputati. Nel sistema maggioritario secco vince il seggio chi in ogni collegio ha la maggioranza relativa dei voti e non c’è nessun recupero per le altre liste; questo favorisce i Tory e comunque i due partiti maggiori. Come nel sistema presidenziale americano, non contasolo il numero dei voti ma come sono distribuiti geograficamente, per cui ad esempio nel 2017 i conservatori conquistavano 317 seggi con 13,6 milioni di voti e i laburisti 262 con 12,9 milioni di voti, perché più spesso dei Tory erano arrivati secondi.

L’ALLEANZA PRO BREXIT TRA JOHNSON E FARAGE RESTA IMPROBABILE

Il sistema presenta tuttavia due grosse incognite, una tecnica e non nuova, una squisitamente politica, unica e inedita. La prima è che ci sono circa 100 seggi dove la differenza tra il più votato, e vincitore, e il secondo, è stata nel 2017 di meno di mille voti, e una serie di modesti cambiamenti riserverebbe molte sorprese . La seconda è che il desiderio di schierarsi e rispondere alla domanda di fondo per cui questa consultazione è nata, sì o no alla Brexit, farà premio su molte altre considerazioni e su vari programmi e potrebbe rompere notevolmente gli schemi, a favore dei liberal-democratici tutti filo-Ue ma anche con travasi fra Tory e Labour: per un Tory europeista non sarà facile votare Johnson.

I conservatori sperano di trattenere una parte del voto moderato con l’accordo di uscita raggiunto a Bruxelles da Johnson

Così come un laburista brexiteer ci penserà due volte prima di votare Corbyn: il leader dei laburisti è deciso, nel caso diventasse premier, a rinegoziare con Bruxelles un legame che riprende vari punti dell’intesa concordata da Theresa May e assai più organico di quello molto sommario, e anticamera di una No deal brexit, voluto da Johnson. Questa intesa, accanto all’opzione remain, Corbyn la vuole poi sottoporre a referendum, con il rimanere nella Ue come seconda opzione. E un nuovo referendum, anche per un laburista ma brexiteer, è anatema. Quindi, nessuno può oggi tracciare un pronostico credibile su un voto che sarà uno dei più cruciali della storia moderna britannica.

Boris Johnson.

Quanto alla gaffe che Trump ha commesso caldeggiando un’alleanza Johnson-Farage, si tratta probabilmente di una strada non percorribile; i Tory si sono subito avviati a una campagna dove cercheranno di essere loro «il partito della Brexit», come già hanno detto, difficilmente ci sarà quindi spazio per il Brexit Party di Farage. I conservatori poi sperano di trattenere una parte del voto moderato con l’accordo di uscita raggiunto a Bruxelles da Johnson, accordo sommario e ambiguo ma che consente di dire che un’intesa c’è, mentre Farage vuole l’uscita secca e senza accordi, e su questo non può fare passi indietro. Ma non sono da escludere del tutto intese elettorali locali.

TRUMP CON LA SPADA DI DAMOCLE DELL’IMPEACHMENT

A fronte delle varie incognite di Johnson e, specularmente, dei suoi antagonisti, Donald Trump, quando a gennaio la campagna elettorale americana entra nel vivo, ne avrà una sola: l’impeachment ormai avviato. Se usciranno prove gravi di comportamenti in aperta violazione della legge, non solo dello stile e della comune onestà, e il Senato dovrà considerare seriamente una sua condanna dopo la scontata incriminazione da parte della Camera, Trump rischia molto. Se invece questo non accade, le probabilità di una riconferma sono notevoli, nonostante il personaggio.

Donald Trump.

A meno che i democratici non riescano a trovare quello che finora manca: un candidato forte da apporgli e in grado di controllare, ad esempio, fenomeni che, come quel circuito di poche migliaia di voti che nel Wisconsin e in altri due Stati del Midwest, facevano nel 2016 la differenza. Furono 68 mila voti popolari in tutto, 22.748 nel Wisconsin su un totale di 3 milioni e appena 10 mila in Michigan su 4,5 milioni, a spostare per Trump i favori dell’electoral college grazie a Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, Stato quest’ultimo dove su 72 contee ben 23 che avevano votato Obama nel 2012 passarono con Trump.

Se volterà pagina il Western World al quale siamo abituati, cambieranno di fatto le sue regole e i suoi principi

Avere Trump ancora presidente fino al 2024 è al momento più probabile che non avere Boris Johnson con una solida maggioranza, e premier, fra un mese e mezzo. Se entrambi i casi tuttavia si verificheranno, volterà pagina il Western World al quale siamo abituati, cambieranno di fatto le sue regole e i suoi principi; non assicurano il Paradiso in terra, ma hanno contribuito e molto alla relativa stabilità del mondo che conosciamo. E sarà il Western World di Trump e di Johnson. Chi vorrebbe acquistare, da entrambi, un’auto usata?

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Trump a gamba tesa sul voto britannico: «Corbyn pessimo»

Il presidente Usa a colloquio con Farage. E minaccia Londra: «Con l'intesa con l'Ue non possiamo fare un accordo di libero commercio».

Donald Trump mette i piedi nel piatto della campagna elettorale britannica. E lo fa scatenando il solito putiferio, con un attacco ad alzo zero al leader laburista Jeremy Corbyn, accompagnato da un endorsement non meno rumoroso al primo ministro conservatore Boris Johnson: al quale non risparmia peraltro moniti imbarazzanti contro l’accordo sulla Brexit firmato con l’Ue, incompatibile o quasi, secondo il presidente americano, con la prospettiva d’un futuro trattato privilegiato di libero scambio bilaterale Londra-Washington. Nel duello fra i due unici pretendenti veri a Downing Street in vista del voto del 12 dicembre, il favoritissimo Johnson e l’inseguitore Corbyn, Trump – e non è una sorpresa – non ha il minimo dubbio. Sceglie l’amico Boris. E lo dice a chiare lettere in un’intervista concessa al programma radiofonico di Lbc condotto da un altro suo amico inglese, il tribuno euroscettico del Brexit Party Nigel Farage.

«Corbyn», taglia corto il presidente-magnate, «sarebbe davvero una cattiva scelta per un Paese dal potenziale enorme come il vostro. È pessimo, vi porterebbe su una cattiva strada». «Boris invece è un uomo fantastico, credo sia esattamente il tipo giusto per questi tempi», prosegue imperterrito. Non senza ammiccare allo stesso Farage, leader di un partito sulla carta concorrente dei Tory, e invitarlo quasi apertamente a una qualche intesa elettorale con BoJo: «So che tu e lui farete cose spettacolari insieme, perché se siete insieme, lo sai, sarete una forza inarrestabile». A Johnson è destinata d’altronde anche una tirata d’orecchie, per l’accordo di divorzio da lui raggiunto dall’Ue raggiunto in extremis con Bruxelles: accordo definito «eccellente» dall’inquilino in carica di Downing Street e che al contrario all’uomo della Casa Bianca non va proprio giù. È un deal che rischia di rivelarsi incompatibile con un trattato di libero scambio ambizioso fra Usa e Regno Unito per il dopo Brexit avverte The Donald. «Noi vogliamo commerciare col Regno Unito, voi volete commerciare con noi, ma questo accordo, a essere onesti, sotto certi aspetti non ci permette di commerciare», afferma. «Non possiamo fare un accordo di libero commercio», insiste, spiegando di puntare a «numeri molto maggiori» nell’interscambio rispetto a quelli attuali», «certamente molto più grandi di quelli che fate stando sotto l’Unione Europea».

CORBYN: «MIRE USA SUL SERVIZIO SANITARIO BRITANNICO »

La risposta di Johnson, che l’intesa commerciale con Washington la promette da tempo come un obiettivo pressoché scontato, resta per ora in sospeso. Mentre la secca replica di Corbyn arriva a stretto giro di posta. «Donald Trump cerca d’interferire nella nostra campagna elettorale nella speranza di far vincere il suo amico Boris Johnson» , twitta il numero uno laburista, accusando l’alleato di voler fra l’altro permettere alle imprese private americane di mettere le mani sulla sanità pubblica britannica (Nhs). «È stato Trump», denuncia il compagno Jeremy, « a dire che l’Nhs ‘sarà sul tavolo’ (di un futuro accordo commerciale). E lui sa che se le elezioni le vince il Labour non permetteremo che accada » . (ANSA).

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Lo psicodramma Brexit durerà ancora decenni

Il groviglio politico e burocratico sembra ormai inestricabile. Ma questa vicenda ha già cambiato profondamente i cittadini del Regno unito.

Il grande psicodramma che sta cambiando profondamente il Regno Unito durerà ancora a lungo, decenni forse, con continui scambi di accuse sui veri traditori del Paese: sono quelli che avrebbero voluto uscire dalla Ue scrollandosi anche la polvere dai calzari o invece quanti avrebbero voluto rimanervi?

Come ha detto Helen Lewis di The Atlantic durante un recente show Bbc, il tanto invocato «let’s deliver Brexit», realizziamo la Brexit, equivale a un «voglio partorire (deliver in inglese si usa anche per indicare il parto dei mammiferi, ndr) e poi torno a dormire tranquillamente e a leggere un mucchio di bei romanzi».

Non funziona così, e uscire dalla Ue non è in sé una panacea, se non psicologica per chi intende rimarcare la propria isolana estraneità al continente. Tuttavia i tempi tecnici di una qualche decisione, che inevitabilmente dovrà coinvolgere l’elettorato visto lo stallo fra governo conservatore fortemente pro Brexit e parlamento, si stanno avvicinando.

BORIS JOHNSON NON RIUSCIRÀ A REALIZZARE LA BREXIT IL 31 MARZO

È molto difficile che il premier Boris Johnson ottenga – probabilmente il 28 ottobre – di poter finalmente indire elezioni anticipate il 12 dicembre. Le regole approvate nel 2011 dicono che per avviare l’iter elettorale occorrono i due terzi dei voti parlamentari, cioè 434, e ai conservatori mancano quindi 150 voti da raccogliere nelle opposizioni. I laburisti si asterranno, hanno detto. E quindi i 150 voti proprio non ci saranno. Le opposizioni, e il Labour per primo nonostante le sue note ambiguità circa la Brexit, hanno interesse a far vedere agli elettori che la promessa di Boris Johnson di uscire dalla Ue il 31 marzo, deal or no deal, con un accordo o senza, erano e sono solo parole.

Il parlamento del Regno Unito.

Un’intesa fra Johnson e Bruxelles c’è stata e il parlamento ha deciso di considerarla una base accettabile con un primo voto martedì 22 ottobre, per rifiutare però 17 minuti dopo con un secondo voto una lettura al galoppo delle 110 pagine di clausole legali. Serviranno parecchi giorni, Johnson dice che lui comunque il 31 marzo lascerà l’Ue, ma non potrà farlo. La campagna elettorale ci sarà, ma solo quando sarà chiaro che Johnson non ha potuto scavalcare il parlamento e realizzare il mandato referendario del 2016 senza il suggello dell’assemblea.

LE ELEZIONI SARANNO UN NUOVO REFERENDUM SULL’USCITA DALL’UE

Arrivando al voto con la Brexit ancora da realizzare sarà inoltre in lizza Nigel Farage con il suo Brexit party, capace di portare via ai Tory considerevoli quote di elettorato, anche se probabilmente pochi seggi. Se i Tory non ce la fanno, affidiamoci a Farage: è già stata questa alle Europee di maggio la scelta di oltre 5 milioni che hanno fatto del Brexit party la lista più votata. Il voto popolare ci sarà, formalmente elezioni politiche ma di fatto più che altro un secondo referendum sulla Brexit, ma non esattamente quando preferirebbe Boris Johnson.

Su oltre 200 sondaggi di opinione realizzati in due anni con la domanda «uscire o restare» solo meno di una dozzina hanno visto prevalere il leave

Con in più il rischio di non cambiare molto i rapporti di forza e di lasciare tutto ancora aggrovigliato. Un secondo referendum avrebbe la capacità di dare una risposta chiara. Ma sarebbe per molti un tradimento di quello del 2016. Su oltre 200 sondaggi di opinione realizzati in due anni con la domanda «uscire o restare» solo meno di una dozzina hanno visto prevalere il leave. Ma sono sondaggi, e serve a poco ricordarli a chi così ha votato, e vinto, nel 2016.

NESSUNO PARLA DI QUANTO COSTA USCIRE DALL’EUROPA

La grande capacità mediatoria della politica britannica, che in altri tempi avrebbe saputo trovare l’accettabile compromesso – ad esempio un’uscita dalle strutture Ue di tipo più politico a partire dal parlamento, ma il mantenimento di un forte legame istituzional-commerciale e doganale – è andata totalmente perduta. È stata ed è, soprattutto sul fronte Brexit e del partito Tory, una grande sbornia di intransigenza in nome della democrazia.

Il Paese era entrato nel Mec nel 1973 perché gli conveniva economicamente

Senza mai voler ammettere che poiché il Paese era entrato nel Mec nel 1973 perché gli conveniva economicamente, dopo avere osservato per 20 anni i progressi commerciali ed economici dell’Europa continentale e dopo avere sdegnosamente e a più riprese rifiutato dal 1950 di far parte del progetto europeo, prima di decidere sulla Brexit andava spiegato bene quali sarebbero stati i costi. Se entrare era stato conveniente, che cosa significava uscire dall’Unione? Ma chiunque abbia seguito i molti e accesi dibattiti parlamentari degli ultimi mesi non ha mai sentito da parte dei Tory nessun accenno a questo.

L’intransigenza è stata forte da parte dell’ala estrema dei leavers Tory, che ha organizzato all’interno del gruppo parlamentare un partito nel partito attorno a un centro chiamato, ironicamente, European Research Group (Erg), molto lobbismo nessuna research e soprattutto nulla di european. Si sono impadroniti del gruppo parlamentare con il fascino del nazionalismo estremo al quale pochi Tory da tempo sanno resistere e hanno ridotto la vera opposizione interna a un manipolo, a geometria variabile peraltro, di una ventina di deputati.

Dopo la scelta di Johnson come premier fatta da circa 90 mila iscritti al partito su un totale di 160 mila, quasi tutto il gruppo parlamentare vuole, auspica o comunque è pronto ad accettare una no deal-Brexit. Questa porrebbe Londra in una posizione ben singolare rispetto alla Ue, il più grosso mercato mondiale, perché la lascerebbe senza intese di sorta e affidata alle sole tariffe e regole del Wto. Un caso incredibile, se si pensa che su 135 Paesi non Ue membri del Wto ben 58 hanno un accordo comprensivo di commercio con Bruxelles e 47 trattano sulla base di un accesso privilegiato.

IL REGNO UNITO SEMPRE PIÙ SPACCATO AL SUO INTERNO

I cittadini del Regno Unito sono già stati cambiati dalla vicenda Brexit, osserva la professoressa Ailsa Henderson dell’Univeristà di Edimburgo, perché mentre prima avevano come fondamentali parametri identitari nella sfera cultural-politica l’Unione, intesa in senso britannico cioè l’unione di England, Wales, Scotland e Northern Ireland, ora valutano se stessi e il loro gruppo anche in base a una realtà prima meno presente, l’Europa continentale, la Ue. Scozzesi, soprattutto, e gallesi, hanno tradizionalmente visto l’Unione britannica come una forza ma anche come un conflitto tra loro e la dominante Inghilterra, dalla quale molte cose li distinguevano. Ora li distingue anche il rapporto con l’Europa, assai più popolare in Scozia e fra i gallesi (il Galles ha avuto una maggioranza di leave nel 2016 solo a causa dei pensionati inglesi trasferiti nella regione) di quanto non sia in molte parti dell’Inghilterra.

Si vede in arrivo un voto anticipato che, forse, chiuderà questa prima interminabile fase all’insegna dell’irrazionale e dell’ipernazionalismo

La Henderson, e il suo collega Richard Wyn Jones dell’Università di Cardiff, capitale del Galles, hanno guidato un sondaggio realizzato da YouGov in tre delle quattro nazioni del Regno Unito. Emerge, oltre alla nuova variabile europea, una preoccupante e inedita propensione all’uso della forza. Per il 71% degli intervistati sul fronte leave in Inghilterra, per il 60% in Scozia e il 70% nel Galles un po’ di spintoni e qualche ceffone a qualche deputato avversario sarebbe «un prezzo che si può pagare» alla causa Brexit. Un po’ meno violenti, ma non molto meno, i partigiani del remain, convinti che la buona causa giustificherebbe qualche politico malmenato.

Il parlamento del Regno Unito.

Boris Johnson ha ancora rinviato nei giorni scorsi un incontro di routine con la supercommissione parlamentare composta da tutti i presidenti di Commissione dicendo che è troppo impegnato in delivering Brexit. Non si vede come possa deliver alcunché il 31 marzo. Si vede però come la camera dei Comuni sia in grado di eliminare dall’accordo raggiunto con la Ue dal premier a metà ottobre la clausola ambigua che renderebbe perfettamente possibile a fine 2020 una no deal Brexit. E si vede in arrivo un voto anticipato che, forse, chiuderà questa prima interminabile fase all’insegna dell’irrazionale e dell’ipernazionalismo e dirà se Londra è fuori, è dentro o è mezza fuori e mezza dentro.

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Johnson e Salvini, fatale fu la matematica

Entrambi si sono inferti brutte ferite dimenticando, anzitutto, che la democrazia parlamentare è fatta di numeri.

L’uomo politico Matteo Salvini non è morto, neppure ibernato, sta soltanto curando la brutta ferita che si è inferto da solo e che sempre ormai solleverà dubbi sulla sua capacità di maneggiare davvero le armi (politiche). Ma vari, parecchi milioni di italiani potrebbero, probabilmente, essere disposti a seguirlo in un’avventura che è diventata ormai più esasperata e totalizzante di prima. Siamo arrivati alla lutte finale, e di questo Salvini si sta facendo profeta. «Ormai c’è un partito degli italiani e uno degli stranieri», ha detto con una frase incredibile che è il centro di un’intervista amica pubblicata da Libero il 4 settembre. La scena politica si è trasformata e «non ha più senso parlare di centrodestra». Esistono infatti i patrioti e i traditori, gli “stranieri”, i venduti cioè allo straniero, che ha prima di tutto il volto di Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Idee molto chiare e molto storte. Giorgia Meloni, cresciuta idealmente a Predappio, applaude.

IL NAZIONALISMO COME UN GAS CHE RIEMPIE IL VUOTO

Lo chiamano sovranismo, ma le differenze con il nazionalismo che ha dominato la politica europea dall’era napoleonica alla seconda guerra mondiale sono molto inferiori alle analogie, e quindi conviene chiamarlo con il suo nome doc, nazionalismo appunto. E il nazionalismo, vecchio com’è ma facilmente sempre all’occorrenza rianimato in Europa e altrove, ha ormai mostrato ampiamente i suoi pregi e dei suoi difetti. Fra i primi la capacità di fare leva sull’identità nazionale unificante per raggiungere obiettivi legittimi e offrire un perno centrale a una comunità. Fra i secondi, soprattutto, la nefasta capacità di riempire con formule troppo semplici e abusate un vuoto di idee più utili e consone, e una pericolosa riduzione del tutto a un “noi” contro “loro”. Il nazionalismo diventa allora un gas che riempie il vuoto, ma con notevoli rischi di esplosione.

IN DUE ANNI I TORY HANNO PERSO 29 DEPUTATI

È quello che in qualche modo è capitato a Boris Johnson, espellendo 21 deputati che a partire da lunedì 2 hanno votato contro il suo governo sulla Brexit. Mai nulla di simile si era visto a memoria d’uomo a Westminster, soprattutto nei confronti di vere personalità politiche di rango, quali la metà circa dei 21 sono, e non semplici eterni backbenchers. Lo stesso Johnson che ha votato due volte contro il piano Brexit di Theresa May non ha mai subito ritorsioni di sorta né mai è stato bollato come traditore: era suo diritto dissentire. Se si aggiungono alcune defezioni, precedenti e recentissime, sempre causa Brexit, e qualche seggio perso in elezioni suppletive, sono 29 i deputati persi dal partito Tory dalle elezioni del giugno 2017, da 318 a 289 in un parlamento dove la maggioranza ne richiede 320 (i Tory possono contare su 10 deputati nordirlandesi). Tra chi ha gettato la spugna, abbandonando pare non solo il partito ma la vita politica, c’è anche Jo Johnson, fratello minore di Boris, sottosegretario nel suo governo, e lo ha fatto in difesa dell’ “interesse nazionale” messo a rischio da Boris.

L’ERRORE DI VALUTAZIONE CHE ACCOMUNA SALVINI E JOHNSON

Non è la prima volta che Lettera43 cerca di guardare in parallelo Salvini e Johnson, due politici diversissimi in due Paesi molto diversi e con situazioni in gran parte inconfrontabili. Ma accomunati da un grave errore e da una strategia di fondo, figlia di una cultura politica che entrambi hanno sposato insieme al loro modello Donald Trump. Il grave errore sta, per entrambi, nell’essersi dimenticati che la democrazia parlamentare è fatta di numeri, prima di tutto. Forti di avere una convinzione “superiore”, un’idea migliore, cioè il nazionalismo intransigente, hanno (Salvini) aperto una crisi di governo con il 17% dei seggi parlamentari e gli altri l’hanno chiusa creando una nuova maggioranza che c’era chiara nei numeri, e lasciandoli fuori. Mentre sul Tamigi, convinti di avere il mandato per una Brexit senza intesa perché così oggi recita “il popolo” con lo slogan Leave means leave, uscire significa uscire, hanno stragiurato e si sono giocati tutto (Johnson) su un addio a Bruxelles il 31 ottobre, senza una ulteriore trattativa conclamata ma mai avviata, e senza avere prima davvero contato i voti parlamentari disponibili. La convinzione era ed è che il voto popolare del 2016 supera ed esautora il parlamento, Ma non è così. E il parlamento si è fatto sentire.

Johnson ha commesso il 28 agosto il grave errore della straordinaria prorogation, la chiusura del parlamento

La strategia di fondo è quella della lotta senza quartiere, il Breaking all the China scrive il commentatore del Washington Post George F. Will, il rompere tutto il vasellame come chiede a Trump la parte più focosa dei suoi sostenitori. Uscire dall’euro, e visto il disprezzo con cui ne parla anche dalla Ue si direbbe, è il Breaking all the China del nostro Salvini, lo sfogo salvifico di un’Italia furiosa. Chissà se gli imprenditori e artigiani leghisti sono d’accordo. L’uscita alla brutta dalla Ue il 31 ottobre, senza accordo, è l’apocalisse promessa da Johnson, ma non ha i numeri parlamentari per farlo, così come Salvini non aveva quelli per dichiarare una crisi di governo da posizioni di forza. In più Johnson ha commesso il 28 agosto il grave errore della straordinaria prorogation, cioè chiusura del parlamento, cinque settimane al posto delle abituali due per i congressi politici di fine ottobre e prima del discorso della Regina fissato il 14 ottobre, compattando così un’opposizione fino a quel punto divisa, e che ha inflitto a Johnson dal 2 al 4 settembre tre secche sconfitte in aula. Le prime due preparano una legge che rende impossibile l’uscita dalla Ue il 31 ottobre, do or die come dice Boris, uscire o morire, e chiede un rinvio al 31 gennaio; la terza gli ha negato elezioni a metà ottobre.

E QUALCUNO PARLAVA DI MOSSA INTELLIGENTE

Qualche blasonato ma improvvido analista, Eurointelligence ad esempio, che arriva ogni mattina a pagamento sugli schermi di grandi imprese e cancellerie, definiva il 29 settembre la mossa della chiusura parlamentare so clever, così intelligente, «senza dubbio l’opera di Cummings», di nome Dominic, lo stratega plenipotenziario (non eletto da nessun, unelected cioè, come Boris ha ripetuto infinite volte dei burocrati di Bruxelles) che ispira ora Downing Street. La prorogation è stata invece un grave errore, so unclever, perché ha costretto gli avversari ad agire subito, non è piaciuta ai britannici dicono i sondaggi. Meno ancora è piaciuta la cacciata dal partito dei dissenzienti, segno di un clima che ha rinunciato a ogni fair play. Ci saranno ad un certo punto, presto, a novembre forse, nuove elezioni, perché anche le opposizioni dopo avere umiliato Johnson e la sua promessa del 31 ottobre vorranno la conta.

VERSO IL REFERENDUM FINALE SULLA BREXIT

Colpi di scena nel frattempo non sono da escludere, da parte di Johnson. Nessuno può seriamente sbilanciarsi sulle previsioni elettorali prendendo a metro le europee di maggio, che indicano un circa 6-7 punti di maggioranza di voti pro-Ue ma in ordine sparso a fianco però di un solido blocco più compatto di brexiteers intransigenti. Non fanno testo. È stato un voto con il proporzionale mentre alle politiche si vota come noto con un maggioritario secco. Un conto è avere un’idea delle percentuali di voto, un’altra – impossibile o quasi – un’idea dei seggi finali. Potrebbe vincere Johnson, e potrebbe perdere, a favore ad esempio di una non facile alleanza fra laburisti e liberal democratici, e altri, filo Ue ma in modo assai diverso, e per i laburisti non unanime. La cosa certa è che il tutto passerà da una voto nazionale che sarà, prima di tutto, il referendum finale sulla Brexit. Poi tutto potrà succedere, anche un’uscita concordata e collaborativa per rispettare il referendum del 2016, ma Johnson sarà fuori scena, se perderà il voto.

Ciò che unisce Johnson e Salvini è una strategia che ha teso e tende ad estremizzare il confronto

Ciò che unisce Johnson e Salvini è una strategia che ha teso e tende ad estremizzare il confronto. Il partito conservatore di Boris è una macchina da guerra – ha perso però le prime battaglie – per un esperimento di un Regno Unito che molla gli ormeggi europei, rilegge l’economia abbandonando l’integrazione totale nel più ricco mercato del mondo, cerca aiuto a Washington, guarda al mondo senza più la mediazione di Bruxelles, e rilegge la geografia considerando i 40 chilometri della Manica una cesura ben più ampia dei 5 mila che separano Liverpool e New York. Il vero patriota è per la Brexit e chi non lo è “collaborazionista”, parola chiarissima che Boris ha pronunciato ricevendo anche da alcuni Tory ampie reprimende.

NON CI SONO PIÙ LE BARRIERE NAZIONALI DI UNA VOLTA

Salvini ormai è ai “venduti” e ai “traditori”. Sembra incredibile che un politico non si lasci aperte vie di mediazione, di ricucitura, di futuro insomma. Hanno deciso che “Dio lo vuole”, certamente Salvini con preghiere e rosari, alla “Dio è con noi”. Johnson ha fatto buone scuole (i risultati sono opinabili) e non arriva a tanto. Prepariamoci in Italia a tutta l’ondata possibile anti Ue, anti euro, anti Germania, anti Francia, anche se non ci sarà più il megafono del Viminale e i tweet avranno meno peso. Ma proprio per questo saranno più al vetriolo. Salvini farebbe bene a tenere d’occhio Londra, perché se va male a Boris probabilmente andrà di male in peggio anche a lui, in questo mondo dove le barriere nazionali – checché ne pensino i nazionalisti – non sono più quelle di una volta.

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