In rosso il mercato dell’auto in Italia, ma Fca resiste

A gennaio le immatricolazioni sono calate del 5,9% rispetto allo stesso periodo del 2019. In controtendenza il gruppo guidato da Manley, che segna un +0,17%.

Non è iniziato bene il 2020 per il mercato dell’auto in Italia. A gennaio, infatti, secondo i dati del ministero dei Trasporti, le immatricolazioni sono state 155.528 con un calo del 5,9% rispetto allo stesso periodo del 2019. In controtendenza Fca, che a gennaio ha immatricolato nel nostro Paese 39.878 auto, lo 0,17% in più rispetto all’anno precedente. La sua quota sale così dal 24% al 25,64%.

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Fca tratta con i cinesi di Hon Hai Precision per le auto elettriche e connesse

Le due aziende sono in procinto di firmare un accordo preliminare: all'orizzonte potrebbe esserci una joint venture paritetica.

Fca conferma “di avere in corso discussioni con Hon Hai Precision per la costituzione di una joint venture paritetica per lo sviluppo e produzione in Cina di veicoli elettrici di nuova generazione e l’ingresso nel business IoV (Internet of Vehicles). Le parti – precisa una nota di Fca – sono in procinto di firmare un accordo preliminare che disciplinerà le ulteriori discussioni intese al raggiungimento di un accordo vincolante e definitivo nei prossimi mesi. Non vi è tuttavia garanzia del fatto che tale accordo sarà raggiunto o lo sarà entro tale termine.

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Nel 2019 il mercato europeo dell’auto a +1,2% , vendite Fca a – 7,3%

Il gruppo italo americano ha il 6% del mercato del Vecchio continente. Male i dati globali del nuovo partner Psa.

Il mercato europeo dell’auto chiude il 2019 con un segno positivo: le immatricolazioni nell’area Ue più Efta sono state 15.805.752, con una crescita dell’1,2% rispetto al 2018. Forte crescita a dicembre: sono state vendute 1.261.742 auto, il 21,4% in più dello stesso mese dell’anno precedente. I dati sono dell’Acea, l’associazione dei costruttori europei dell’auto. Il gruppo Fca ha venduto nel 2019 946.571 auto nell’area Ue più
Efta, il 7,3% in meno del 2018. La quota è pari al 6% a fronte del 6,5% dell’anno precedente. Nel mese di dicembre le immatricolazioni del gruppo sono state 69.431, in crescita del 13,8%, con la quota che scende dal 5,9 al 5,5%.

GIÙ DEL 10% LE VENDITE GLOBALI DI PSA

Le vendite globali del gruppo automobilistico francese Psa, in fase di fusione con Fiat Chrysler, sono diminuite del 10% nel 2019 a 3,49 milioni di veicoli. Il calo è stato generalizzato nei quattro mercati principali del produttore, inclusa l’Europa (-2,5%) dove si concentra l’87% delle vendite. Ma Psa continua ad avere grosse difficoltà soprattutto in Cina: nel più grande mercato automobilistico del mondo le vendite del gruppo sono crollate lo scorso anno del 55,4%. Il gruppo ha peraltro sofferto della chiusura del mercato iraniano, sotto pressione per le sanzioni americane. Escludendo l’impatto eccezionale dell’Iran, il calo delle vendite si riduce infatti al 6,6%.

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Rc auto familiare e bonus airbag: il decreto fiscale cambia ancora

Il testo torna in commissione Finanze dopo i rilievi della commissione Bilancio sulle coperture disponibili. Le novità più importanti.

L’Odissea della conversione in legge del decreto fiscale 2020 non è ancora finita. Il testo è infatti destinato a tornare in commissione Finanze e i cambiamenti principali già annunciati sono due: salta il bonus per l’acquisto di airbag per le moto, perché mancano le coperture; e saranno riviste prima ancora di aver visto la luce le nuove norme in materia di Rc auto familiare.

Tra gli emendamenti che andranno riformulati, sempre per ragioni legate alle coperture disponibili, ci sono anche quelli che riguardano il fondo per le vittime dell’amianto e il credito d’imposta per le commissioni sui pagamenti via smartphone.

Per quanto riguarda la nuova Rc auto, le disposizioni che estendono la classe più favorevole a tutti i veicoli assicurati in famiglia, anche in occasione dei rinnovi, dovrebbe essere corretta.

Salta anche l’ampliamento della platea del 730 e la commissione Bilancio ha chiesto che si cancelli pure lo slittamento al 30 settembre per la presentazione della dichiarazione dei redditi, perché comporterebbe criticità nel monitoraggio delle entrate.

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Confindustria boccia la manovra del governo giallorosso

Il giudizio degli imprenditori: «È insufficiente rispetto alle esigenze del Paese». Nel mirino soprattutto le tasse sulla plastica e sulle auto aziendali.

Una manovra «insufficiente rispetto alle esigenze del Paese». Confindustria ha bocciato in parlamento la legge di bilancio presentata dal governo giallorosso. Gli imprenditori, rappresentati dal direttore generale dell’associazione Marcella Pannucci, non hanno usato mezzi termini: «Manca un disegno di politica economica capace di invertire la tendenza negativa. Anzi, in alcuni casi, si produce un effetto opposto».

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Nel mirino ci sono soprattutto la tassa sulla plastica e l’aumento delle imposte sulle auto aziendali. La prima, pur comportando benefici ambientali, secondo Confindustria «penalizza i prodotti e non i comportamenti». Dunque «rappresenta unicamente una leva per rastrellare risorse», «danneggia pesantemente un intero settore produttivo» e «determina un aumento medio pari al 10% del prezzo di prodotti di larghissimo consumo, contribuendo a indebolire la domanda interna». L’impatto sulla spesa delle famiglie viene stimato in «circa 109 euro all’anno».

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Ancora più dura la presa di posizione contro l’innalzamento della tassazione sulle auto aziendali: «Rappresenta una vera e propria stangata per circa due milioni di lavoratori, oltre a incidere su un settore economico, quello dell’automotive, già penalizzato su altri fronti. Di fatto si tassa un bene già tassato e lo si fa intervenendo sulla busta paga dei dipendenti e sugli oneri contributivi dei datori di lavoro». Una «contraddizione» anche rispetto al «condivisibile» taglio del cuneo fiscale, che costituisce al contrario uno dei pochi «interventi positivi» contenuti nella manovra.

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In conclusione, se la disattivazione delle clausole di salvaguardia era «necessaria per non deprimere i consumi», l’inasprimento della tassazione «finisce comunque per ripercuotersi, con impronta settoriale, sul consumo di specifici beni e servizi: dalla plastica monouso alle bevande zuccherate, passando per i giochi, i servizi digitali, i tabacchi e i prodotti accessori, per finire alle auto aziendali». Un’azione di bilanciamento «irragionevole per il mondo produttivo».

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Fca, cinque riflessioni per una fusione

Fiat e Chrysler non possono stare in piedi da sole a causa anche degli errori di Marchionne. La casa torinese non ha tecnologie e modelli appetibili. A Elkann conviene uscire dall'automotive. Tavares ha un'ambizione smisurata. Gli stabilimenti e l'indotto italiani arrancano. Le poche certezze da ricordare in vista di un possibile accordo.

Le tifoserie della losanga e del leone, insieme con gli scommettitori, da mesi si fronteggiano intorno a quello che resta di Fiat e Chrysler. Sull’esito del confronto predominano scetticismo e insicurezza. Improbabile non riconoscere certezza su almeno cinque cose.

1. FIAT E CHRYSLER NON STANNO PIÙ IN PIEDI DA SOLE

Primo: Fiat e Chrysler non stanno in piedi da sole tant’è che all’ad di Fca, l’inglese Mike Manley, viene universalmente riconosciuto uno spiccato senso dell’umorismo britannico quando afferma: «Dopo la cessione di Magneti Marelli siamo in una posizione finanziaria molto più forte che in passato e siamo fiduciosi nelle iniziative industriali contenute nel nostro piano quinquennale. Penso che il nostro obiettivo principale sia quello di eseguire il piano restando indipendenti». In sintesi, dice Manley: Fca non ha bisogno di partner.

2. FCA NON HA NÉ TECNOLOGIE APPETIBILI NÉ PRODOTTI NUOVI

Secondo: comunque sia, qualunque siano le parole usate nelle comunicazioni ufficiali, Fca deve essere venduta. Non ha tecnologie appetibili sue, non ha prodotti nuovi vendibili in tutto il mondo, non ha piattaforme valide, ha una gamma prodotto ben stagionata.

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Sergio Marchionne è morto il 25 luglio 2018.

3. GLI ERRORI (DIMENTICATI) COMMESSI DA MARCHIONNE

Terzo: Questa è la vera eredità lasciata da Sergio Marchionne, per 14 anni al timone e con pieni poteri di Fiat, il quale aveva promesso – tra la marea di promesse disattese – la vendita di almeno 7 milioni di autoveicoli a fine 2018. Con buona pace per chi prosegue roadshow dove si predica la beatificazione del finanziere italo-canadese e per gli amministratori che dedicano strade, piazze e scuole a un non salvatore di quella che è stata la principale casa automobilistica italiana.

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4. LE AMBIZIONI DI CARLOS TAVARES

Quarto: attenzione al prorompente ego del presidente e direttore generale di Groupe Psa (Peugeot Société Anonyme), Carlos Tavares. Avvantaggiato dalla scomparsa dai palcoscenici dell’industria dell’auto di “prime donne” quali Carlos Ghosn (Renault-Nissan), Sergio Marchionne (Fca, Cnh, Ferrari, Sgs), Martin Winterkorn e Ferdinand Karl Piëch (Volkswagen), Dieter Zetsche (Daimler AG) e avendo come colleghi in attività personaggi più o meno fortemente incerottati se non claudicanti e comunque inabili a bucare lo schermo, il dirigente d’azienda portoghese ha una voglia matta di proseguire nella scalata dell’empireo.

Il Ceo di Fca Carlos Tavares.

5. I PRO DELL’USCITA DI ELKANN DALL’INDUSTRIA DELL’AUTO

Quinto: il pluri-presidente di Exor N.V., Fiat Chrysler Automobiles N.V., Giovanni Agnelli B.V. e Ferrari N.V., John Philip Jacob Elkann, con la vendita di Magneti Marelli, ha esaurito le fonti di dividendi e azioni da distribuire agli azionisti, in primis alla larga schiera di familiari le cui sorgenti di reddito non sono molto variegate. Uscire dall’industria dell’auto, notoriamente famelica di investimenti, potrebbe consentire lo stacco di cedole e mantenere a bada e pasciuti parenti vicini e lontani. Sempreché non continui a svenarsi per conquistare società finanziarie che arricchiscono più i venditori degli acquirenti. Elkann ha già acquisito una certa esperienza in questo campo.

Dalla possibile fusione di Psa e Fca nascerebbe un colosso dal valore di 50 miliardi di dollari.

STABILIMENTI ITALIANI RIDIMENSIONATI

Losanga o leone un altro aspetto molto critico appare certo: il forte ridimensionamento degli stabilimenti italiani. Già oggi, il ricorso alla cassa integrazione prevale. I giorni di lavoro sono sempre più rari. È l’inevitabile conseguenza della decisione di Sergio Marchionne di non investire in nuovi prodotti e tecnologie. Inoltre, è sempre più difficile trovare giovani interessati a lavorare alle linee di montaggio. Il massiccio ricorso alla cassa integrazione alleggerisce la già all’origine leggera busta paga di un metalmeccanico. Infatti, l’età media degli addetti in linea nelle fabbriche italiane è piuttosto elevata.

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Uno stabilimento Fca.

INDOTTO IN CRISI NELL’INDIFFERENZA GENERALE

Un’altra conseguenza riguarda l’indotto. Aziende che fanno parte della fornitura di componenti di secondo e terzo livello sono da tempo allo stremo. Singolarmente, non fanno notizia, ma il sistema automotive della penisola è in forte crisi nella quasi totale indifferenza generale, quella della politica inclusa. Intanto, gli amanti delle addizioni collezionano la somma di vendite, dipendenti, fatturati, capitalizzazioni, e così via di Fca o con Psa o con Renault-Nissan. Qualche inciampo emerge quando si cerca di spiegare i vantaggi derivanti dall’acquisizione di Fca da parte, per esempio, di Groupe Psa.

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Per carità, così come Marchionne affermò di credere nel ritorno di Fiat, Alfa Romeo e Maserati negli Usa (e sono ben noti i disastrosi risultati nonostante ingenti investimenti pubblicitari e gli imbarazzanti motivi di natura ingegneristica che costringono Fca a richiamare i veicoli in Nord America), non deve sorprendere l’anelito di Tavares per il rientro di Peugeot negli Stati Uniti. Forse, il portoghese dovrebbe (con umiltà?) analizzare bene i clamorosi errori commessi dal defunto ceo italo-canadese.

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