Quali sono i limiti massimi di Thc per gli alimenti

Il ministero della Salute ha fissato le soglie. Per semi, farine e integratori non bisogna superare i due milligrammi per chilo. Per l'olio i cinque milligrammi.

Via libera alla cannabis in tavola. È stato infatti pubblicato il 16 gennaio sulla Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero della Salute che fissa i limiti massimi di Thc negli alimenti: biscotti, taralli, pane, farina e olio. Prodotti che hanno registrato un boom negli ultimi tempi, accanto a ricotta, tofu, birra e bevande vegane.

QUASI 4 MILA ETTARI DI TERRENI COLTIVATI

Il decreto, secondo la Coldiretti, dà finalmente una risposta alle «centinaia di aziende agricole che hanno investito nella cannabis. Basti pensare che i terreni coltivati in Italia in cinque anni sono aumentati di dieci volte, passando dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4 mila ettari del 2018». Cifre comunque molto lontane dal record degli Anni 40, quando gli ettari erano quasi 100 mila.

DUE MILLIGRAMMI PER I SEMI, CINQUE PER L’OLIO

Il decreto stabilisce che il limite massimo di Thc per i semi di cannabis, la farina ottenuta dai semi e gli integratori contenenti derivati è di due milligrammi per chilo. Mentre per l’olio ottenuto dai semi è di cinque milligrammi per chilo.

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Carne artificiale: a che punto siamo e le cose da sapere

La ricerca sta facendo passi da gigante. E i primi prodotti sintetici potrebbero arrivare sul mercato Usa già nel 2020. Alcune curiosità sulla bistecca Frankenstein.

La chiamano «carne pulita», «carne anti-macellazione», «carne coltivata», «lab-meat» o anche «carne in vitro». Si tratta della carne artificiale prodotta in laboratorio a partire da cellule animali estratte tramite biopsia. C’è chi scommette che quella in provetta sarà la carne del futuro. Soprattutto una soluzione per ovviare ai tanti problemi economici, etici e ambientali che pone la produzione di carne, la cui richiesta – secondo le stime della FAO – potrebbe crescere di più del 50% nei prossimi 30 anni, passando da 258 milioni di tonnellate nel 2005/2007 a 455 milioni di tonnellate nel 2050. 

IL PRIMO HAMBURGER SINTETICO

Il primo hamburger prodotto da cellule staminali di manzo è stato creato Mark Post della Maastricht University e fondatore della Mosa Meat. Era appena 150 grammi per 20 mila fibre muscolari nutrite ciascuna da siero fetale bovino. In realtà, la strada per la creazione di carne in vitro era stata aperta dalle ricerche di Willem van Eelen sulla coltivazione di popolazioni di cellule per fini alimentari, ma è stato Post che a Londra, nel 2013, ha presentato la “carne coltivata” dall’esorbitante costo di 250 mila euro. Il costo di produzione è sceso poi a 500 euro. Mentre l’israeliana Aleph Farm è arrivata alla cifra di 50 euro per il prototipo di una bistecca.

Il primo a presentare la bistecca sintetica è stato Mark Post della Maastricht University nel 2013.

LA PROFEZIA DI CHURCHILL

Già nel 1931 Sir Winston Churchill auspicava che la tecnologia avrebbe presto permesso di «superare l’assurdità di far crescere un intero pollo per poterne mangiare il petto o le ali, facendo sviluppare queste parti separatamente». Insomma, produrre carne, bypassando l’allevamento di animali. 

LEGGI ANCHE: Progettare la carne del futuro

UNA COPIA QUASI PERFETTA

Alcuni ricercatori della Harvard John A. Paulson School of Engineering and Applied Sciences (Seas), come riporta la rivista scientifica Nature Science of Food, sono riusciti a conferire alla carne in provetta una texture molto simile all’originale. Come si legge nel comunicato ufficiale, la tecnica utilizzata dai ricercatori è l’«immersione rotante Jet-Spinning» (iRJS) e consiste nell’utilizzare «la forza centrifuga per avvitare lunghe nanofibre di forme e dimensioni specifiche». Secondo quanto riportato, il gruppo di ricerca «ha filato le fibre di gelatina per alimenti per formare la struttura di base per le cellule che vi sarebbero cresciute sopra. Le fibre imitano la matrice extracellulare del tessuto muscolare naturale, la colla che tiene insieme il tessuto e contribuisce alla sua consistenza». Proprio sulle fibre i ricercatori hanno coltivato cellule muscolari di coniglio e mucca «le quali si sono ancorate alla gelatina e sono cresciute in strutture lunghe e sottili». L’effetto è stato quello di creare una bistecca con una consistenza difficilmente distinguibile dalla carne vera.

UNA BISTECCA STAMPATA IN 3D

Nel 2018 la start up spagnola Novameat ha fatto parlare di sé per la prima carne fibrosa a base vegetale stampata in 3D, simile a una bistecca di manzo. Al timone un italiano, l’ingegnere biomedico Giuseppe Scionti che ha ottenuto nuovi fondi dalla società d’investimento New Crop Capital per proseguire le sue ricerche e perfezionare la tecnologia di stampa 3D. «La tecnologia basata sulla biostampa di Novameat», ha commentato Dan Altschuler Malek di New Crop Capital, «fornisce un metodo flessibile e regolabile per produrre carne a base vegetale, con l’utilità di creare texture diverse da un’ampia varietà di ingredienti, il tutto all’interno di un unico pezzo di carne». 

CARNE “SPAZIALE” IN MICROGRAVITÀ

Lo scorso 26 settembre la società israeliana Aleph Farms si è cimentata  nella creazione di carne in laboratorio a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (Iss), in collaborazione con la società russa 3D Bioprinting Solutions e altre due aziende alimentari statunitensi. «La maturazione di organi e tessuti creati con la biostampa 3D a gravità zero», ha dichiarato Yoav Reisler di Aleph Farms, «procede molto più velocemente rispetto allo stesso processo sul nostro Pianeta. Il tessuto viene stampato simultaneamente da tutti i lati, come quando si fa una palla di neve, mentre la maggior parte delle altre bioprinter lo crea strato per strato». A godere di più di questa tecnologia, va da sé, potrebbero essere proprio gli astronauti.

La carne creata in laboratorio potrebbe essere commercializzata in Usa già nel 2020.

IL 75% DEGLI ITALIANI CONTRO LA CARNE IN VITRO

Secondo lo studio messo a punto da Ixè per Coldiretti rispetto alla “bistecca” spaziale stampata in 3D, ben il 75% degli italiani non vede di buon occhio la carne sintetica. Mentre il 45% orienta le scelte sulla carne che deriva da allevamenti italiani. Il 29% dello stesso campione opta invece per carni locali. La carne in laboratorio, che mira a modificare radicalmente le abitudini di consumo alimentare, fa storcere il naso a molti, a cominciare da Assocarni e Coldiretti: «Si tratta di una abile operazione di marketing», ha commentato l’associazione degli agricoltori, «che punta a modificare stili alimentari naturali fondati sulla qualità e la tradizione».

DAL LABORATORIO AL SUPERMERCATO

Ma quando la carne sintetica raggiungerà le nostre tavole? Al momento, l’autorizzazione alla sua commercializzazione è stata data negli Stati Uniti. Il mercato di carne sintetica potrebbe essere attivo già dal 2020.  «L’Fda (Food and Drug Administration) si occuperà della raccolta e della conservazione delle cellule, della crescita e della differenziazione», si legge nel comunicato, «mentre l’Usda (United States Department of Agriculture) si occuperà della produzione e dell’etichettatura dei prodotti». E nel resto del mondo? Dipenderà da come ciascun Paese riuscirà a superare gli ostacoli culturali, economici, ambientali. Secondo le stime della società di consulenza americana AT Kearney, entro 20 anni, il 35% della carne in commercio potrebbe essere coltivata in laboratorio.

I PRO E I CONTRO DELLA CARNE SINTETICA

Ma quali sono i pro e i contro della carne in laboratorio? Per rispondere a queste domande, il Comitato Etico della Fondazione Veronesi ha redatto il documento Dagli allevamenti intensivi all’agricoltura cellulare per sostenere la diffusione delle tecniche che mirano a produrre carne e derivati animali da colture di cellule staminali. Fra i punti a favore: la riduzione della sofferenza animale; il maggiore controllo sulla carne coltivata con una riduzione del rischio di malattie di origine animale e del ricorso agli antibiotici; una migliore efficienza produttiva e una maggiore sostenibilità e cioè minore uso di energia, di acqua, ed emissioni. Destano invece qualche perplessità sia l’utilizzo di siero fetale bovino, quindi di un sottoprodotto della macellazione, che non eliminerebbe dunque sofferenza animale, ma anche la drastica riduzione di posti di lavoro nell’allevamento e nella produzione di carni e infine il rischio che queste tecnologie avanzate restino in mano a pochi attori in un regime di oligopolio.

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