Minetti, la grazia nel Paese dell’odio

Di Antonio Manzo

La grazia concessa dal presidente della Repubblica Mattarella a Nicole Minetti diventa un caso politico nell’Italia dell’odio. Inchieste giornalistiche inducono il Quirinale a chiedere un supplemento di indagini: nuove verifiche fino in Uruguay mettono in dubbio i presupposti dell’atto dopo le “supposte falsità” su un atto umanitario per Nicole Minetti dopo gli accertamenti della procura generale di Milano competente ad esprimere un motivato parere. E coì nel Paese dell’odio il bunga bunga non è mai davvero finito. Riemerge oggi con la grazia a Nicole Minetti, ex igienista dentale poi consigliera regionale e figura simbolo delle serate di Silvio Berlusconi nello scandalo Ruby, Quella che inizialmente appariva come una vicenda umanitaria rischia ora di trasformarsi in un inciampo politico per la premier e per il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Meloni difende l’iter – “niente di errato” – e conferma la fiducia nel Guardasigilli, ma il quadro si è complicato dopo le inchieste giornalistiche che hanno messo in dubbio i presupposti stessi della grazia. Troppi elementi non tornerebbero e il Quirinale chiede approfondimenti sulla grazia concessa a Nicole Minetti dopo le “supposte falsità” sul possesso dei requisiti per la domanda presentata dall’ex igienista dentale e in passato anche consigliera regionale della Lombardia, nota soprattutto per il ruolo nel “Ruby gate” e le “cene eleganti” di Silvio Berlusconi. Minetti era stata condannata in via definitiva a 3 anni e 11 mesi in carcere per peculato e favoreggiamento della prostituzione. Ma il 18 febbraio aveva ricevuto la grazia dal Quirinale. Nella lettera del Quirinale si fa riferimento proprio alle «notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza» che hanno portato alla richiesta di Sergio Mattarella di «voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa».Il Procuratore generale di Milano e il ministro Carlo Nordio avrebbero motivato il parere favorevole alla grazia in quanto l’affidamento in prova di Nicole Minetti le avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore, sottoposto, per una grave patologia, a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero. La procuratrice generale di Milano Francesca Nanni che ha curato, con il sostituto Gaetano Brusa, il parere favorevole alla concessione della grazia a Nicole Minetti, e della quale riportiamo integralmente il provvedimento dei giudici milanesi, dopo le polemiche sulla “supposte falsità” della grazia. La concessione della grazia è prerogativa discrezionale in capo al solo presidente della Repubblica, e naturalmente tutti pensare, sia pure con maldestra attenzione, che il Quirinale non abbia voluto dare la grazia a Nicole Minetti come se l’avesse data a Silvio Berlusconi, Nel panorama politico l’indipendenza della magistratura diventa motivo di attacco al Quirinale dove riterrebbero possibile il cambiamento anche di una persona che nell’immaginario collettivo è legata in modo indissolubile proprio a Silvio Berlusconi. Incuranti del fatto di demolire così nel Paese dell’odio ogni principio – umano, cristiano e soprattutto costituzionale – che una persona possa cambiare, in omaggio alla finalità rieducativa della pena da tenere sempre, in un Paese civile, dentro un principio di umanità. Nicole Minetti diventa un volto noto ben prima delle aule di tribunale. Il suo nome emerge nel 2010, quando Silvio Berlusconi lo impone a sorpresa nelle liste per le regionali lombarde: una scelta che spiazza molti, ma non il suo entourage più stretto. Fino a quel momento Minetti, igienista dentale, era già una presenza abituale ad Arcore, lontana però da qualsiasi esperienza politica strutturata. Eletta nel listino bloccato del presidente – quindi con un seggio di fatto garantito – diventa subito una delle figure più controverse del nuovo Consiglio regionale. Ma è poche settimane dopo che il suo nome entra definitivamente nelle cronache: il 27 maggio 2010 si presenta in Questura, su richiesta dell’allora premier, per prendere in affido Karima El Mahroug, minorenne fermata dalla polizia. È uno degli episodi chiave da cui prende forma il caso Ruby. Secondo le sentenze, Minetti avrebbe poi avuto un ruolo operativo nell’organizzazione delle “cene eleganti” nelle residenze di Berlusconi, occupandosi di reclutare ragazze e gestire la logistica delle serate. Nel processo Ruby-bis è stata condannata in via definitiva a 3 anni e 11 mesi per sfruttamento della prostituzione, a cui si aggiunge una condanna per peculato nella cosiddetta “Rimborsopoli” lombarda. Quindici anni dopo, quella stagione torna a pesare. Non sul piano giudiziario – le condanne sono definitive – ma su quello simbolico e politico: la grazia riporta al centro una figura che incarna uno dei capitoli più discussi della recente storia italiana. Naturalmente nel Paese dell’odio la grazia per motivi umanitari a Nicole Minetti è una grazia postuma per Silvio Berlusconi con l’appendice della nuova cronaca americana di Jeffrey Epstein, l’imprenditore e criminale statunitense condannato per abusi sessuali e traffico di minorenni. E già, il compagno di Nicole Minetti, Giuseppe Cipriani, compare negli Epstein file. Non si può impastare una bella storia di orge che da Milano con Ruby sono finite al ranch messicano del New Mexico? Ci sarebbe molto materiale da elaborare nell’Italia dell’odio che fa sempre registrare altissimi indici alla Borsa delle guerre mediatiche con l’arma delle “presunte falsità”. E che fa se coinvolgiamo un bambino malato ed adottato? E’ il Paese dell’odio.

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