La sindrome cardiorenale metabolica

di Erika Noschese

Si è concluso ieri nel Vallo di Diano un vertice di fondamentale importanza dedicato alla gestione della sindrome cardiorenale metabolica, un incontro nato per definire una governance regionale finalmente condivisa e strutturata. Al dibattito ha partecipato attivamente la dottoressa Paky Memoli, responsabile della U.O.S.D. Coordinamento CAD e Rete Diabetologica presso il Centro Anti Diabete del Distretto 66 dell’ASL di Salerno, la quale ha sottolineato l’urgenza di un intervento sistemico contro una patologia che non colpisce più singoli organi in modo isolato. Questa sindrome rappresenta infatti una malattia complessa in cui i rischi metabolici, cardiovascolari e renali si intrecciano in un circolo vizioso che accelera il declino clinico dei pazienti, spesso anziani, portando a gravi eventi vascolari e a una gestione organizzativa estremamente onerosa. Il quadro nazionale descritto durante i lavori è allarmante, con circa 11 milioni di italiani colpiti da questa condizione. L’impatto sociale ed economico è devastante, con oltre 255.000 decessi annui e circa 900.000 ricoveri che gravano sulle casse dello Stato per una cifra vicina ai 37 miliardi di euro. Guardando al futuro prossimo, le proiezioni al 2030 sono ancora più critiche: a causa dell’invecchiamento della popolazione e della crescente diffusione dell’obesità, si attende un incremento dei casi superiore al 30%. Una pressione che l’attuale assetto del Sistema Sanitario Nazionale non appare in grado di reggere senza una profonda riforma strutturale che metta in comunicazione diretta gli ospedali con i presidi territoriali. Per rispondere a questa emergenza, la Regione Campania ha già iniziato a implementare modelli innovativi di presa in carico, puntando su strumenti come le botteghe di comunità e le farmacie dei servizi. L’ASL di Salerno si è distinta in questo panorama grazie a un progetto di proattività nella salute che trasforma la cura in una “medicina d’iniziativa”. Questo approccio non attende che il paziente arrivi in ospedale in fase critica, ma punta sulla prevenzione e sull’integrazione multidisciplinare delle competenze, creando percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) che accompagnano il cittadino in ogni fase della malattia. L’attività di monitoraggio ha permesso di realizzare una mappatura dettagliata della popolazione nei 158 comuni della provincia salernitana. Attraverso una rigorosa stratificazione del rischio basata su età, genere e grado di urbanizzazione, l’azienda sanitaria ha potuto calibrare l’invio delle risorse. Un risultato tangibile di questo sforzo è l’attivazione delle botteghe di comunità in 29 piccoli comuni, tra cui realtà come Aquara, Bellosguardo, Ottati, Monteforte Cilento, Vallo della Lucania e Sant’Angelo a Fasanella. L’obiettivo è garantire a chi vive nelle aree interne la medesima qualità assistenziale di chi risiede nei grandi centri urbani, abbattendo le barriere geografiche che spesso limitano il diritto alla salute. Il modello presentato ieri si articola su tre livelli di prevenzione coordinati tra loro. Il primo coinvolge i medici di medicina generale nel monitoraggio primario, il secondo si affida alla competenza degli specialisti e il terzo vede l’azione di un team multidisciplinare capace di gestire le complicazioni più avanzate. Questo sistema integrato coinvolge attualmente circa 28.000 cittadini, i quali possono beneficiare non solo di cure dirette ma anche di programmi di educazione sanitaria e di servizi di telemedicina. Quest’ultima tecnologia è considerata il pilastro per assicurare equità e continuità nell’assistenza, permettendo ai professionisti del territorio di monitorare lo stato di salute dei pazienti in tempo reale e di intervenire tempestivamente, valorizzando così il tessuto sanitario locale e migliorando sensibilmente la qualità della vita dell’intera comunità.

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