Ecco il Cantone pensiero, presto a Salerno

di Tommaso D’Angelo

 

Raffaele Cantone, 63 anni, sarà a breve il nuovo procuratore della Repubblica di Salerno.

La V commissione del Csm, nei giorni scorsi, ha proposto all’unanimità il nome del magistrato napoletano per la guida dell’ufficio scoperto dall’estate scorsa, quando Giuseppe Borrelli si è insediato al timone della Procura di Reggio Calabria. L’esito del plenum appare a questo punto solo una formalità.

 

Dalla DDA di Napoli

a tanti altri incarichi

 

Di Cantone, magistrato integerrimo, saggista acuto e autore di libri pubblicati dalle maggiori case editrici italiane, nonché docente universitario a contratto di discipline penalistiche e consulente per quattro legislature della Commissione parlamentare antimafia, è noto il forte legame con il lavoro, svolto sempre con una grande dose di coraggio. Vive infatti sotto tutela dal 1999 ed è stato sottoposto a scorta dal 2003, quando fu scoperto un progetto di attentato ai suoi danni organizzato dal clan dei Casalesi. Cantone, in quel periodo, lavorava presso la Direzione distrettuale antimafia della Procura di Napoli, che lasciò nel 2007 dopo aver ottenuto la condanna all’ergastolo dei più potenti camorristi appartenenti al clan di Casal di Principe, tra i quali Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti. In quell’anno, il magistrato fu assegnato all’ufficio del Massimario presso la Suprema Corte di Cassazione, dove coordinò il settore penale.

 

Una lunga intervista

sulla Napoli del degrado

 

Proprio in quel periodo, precisamente il 12 ottobre 2008, Raffaele Cantone rilasciò una lunga intervista al giornalista Andrea Manzi, che costituì una delle 31 tesi sulla “Napoli del degrado” compresa nel volume “Un sacco brutto”. Il libro comparve nelle librerie l’anno successivo, nel 2009. Era ancora viva l’eco della Napoli sommersa dai rifiuti e l’autore intervistò trentuno napoletani (o amici della città) impegnati nei campi più vari della vita culturale e professionale, per tracciare le linee di una inchiesta, a tratti anche investigativa, sui responsabili di quella grave crisi e anche per delineare i destini e il futuro della capitale del Mezzogiorno.

Il testo, con prefazione del filosofo Giuseppe Cacciatore, presentato alla Feltrinelli di Napoli con grande successo dallo stesso Cacciatore, da Aldo Masullo e Roberto Ciuni, raccoglieva tesi, tra gli altri, di Luigi Ciotti, Antonella Cilento, Diego De Silva, Antonio Ghirelli, Pietro Lezzi, Aniello Manganiello, Aldo Masullo, Ernesto Mazzetti, Luigi Merola, Silvio Perrella, Mariano Rigillo, Maurizio Scaparro, Vincenzo Maria Siniscalchi, Fulvio Tessitore, Aldo Trione e altre personalità di spicco tra cui appunto Raffaele Cantone.

Quest’ultimo, fino alla designazione per la titolarità della Procura di Salerno, ha ricoperto negli anni altri prestigiosi incarichi – in particolare la presidenza dell’Autorità Nazionale Anticorruzione e, dal 17 giugno 2020, ha avuto la titolarità della Procura di Perugia –. Da quel lontano 2007, Cantone scriverà altri libri e sarà, in più ruoli e funzioni, sempre al centro della lotta contro la criminalità organizzata.

Tuttavia, la lunga intervista rilasciata ad Andrea Manzi che, sul piano formale potrebbe apparire datata (18 anni non sono uno scherzo), lascia emergere spunti del Cantone-pensiero che possono essere considerati validi anche oggi, perché manifestano alcune profonde convinzioni del magistrato. E a noi fa piacere recuperarle e rilanciarle perché denotano il grande rigore e la forte determinazione di una toga che continua a vivere il suo lavoro come una missione. Vediamo alcuni punti di quel “confronto”, in cui emergono le convinzioni di Cantone sul potere, la politica, la società, l’antimafia, il camaleontismo della criminalità.

 

Sottovalutazione

della criminalità

 

Partiamo dalla sottovalutazione del fenomeno criminale. «La sottovalutazione ha molte cause – rispondeva Cantone a Manzi – . Certo è che in Sicilia esiste un’antimafia sociale, ma in Campania non c’è una anticamorra sociale. Accusano Saviano di non aver fatto un’opera scientifica, forse per neutralizzare gli esiti civici del suo lavoro di scrittore. Ma chi avrebbe dovuto contrastare il crimine, cosa ha fatto? (…) Da noi si continua a coprire il vuoto con un pessimismo inspiegabile. Il nostro fatalismo non è comprensibile, in una città che fa parte di uno Stato del G7 e ha eccellenze invidiateci all’estero».

 

L’uomo politico

non sia demiurgo

 

Le risposte riguardano prevalentemente la città di Napoli, ma è anche vero che esse amplificano convinzioni ideali del magistrato valide a prescindere dal riferimento territoriale. A proposito del rapporto criminalità-politica, Cantone in quell’intervista affermava che occorre bandire le generalizzazioni: «È ora di fare analisi serie». Purtroppo, «Napoli è una città che trasforma l’uomo politico in un demiurgo, e da qui nascono molti problemi». Il magistrato analizzava, a proposito del corpo elettorale, il problema delicatissimo della delega: «In Campania non si chiede conto a nessuno, si delega e poi si obbedisce al capo». E, su questo punto, Cantone non faceva differenza tra elettori emarginati, ceti agiati, intellettuali: «Tutta la società delega senza chiedere conto. Il problema è che si invoca il demiurgo per risolvere ogni cosa, il che ovviamente non avviene. Subentra così lo scetticismo. La gente si chiude, la partecipazione scompare».

 

La sicurezza

da costruire

 

Il tema della sicurezza oggi come nel 2008 è un assillo della popolazione. Nonostante le operazioni contro il clan dei Casalesi avessero restituito fiducia alle popolazioni, Manzi chiedeva al magistrato una risposta sulle accuse ricorrenti rivolte alla magistratura per le troppe scarcerazioni e i tantissimi malviventi ancora per strada. Cantone rispondeva così: «In Italia esiste una situazione carceraria gravissima, abbiamo più di cinquantamila detenuti in condizioni assurde. Se ci sono tanti reclusi, però, qualcuno li ha fatti arrestare. Che nel nostro sistema processuale sia prevista, poi, la sospensione condizionale della pena, non credo che la colpa possa essere addossata ai magistrati. Il codice non lo scrive il gip. È ingiusto l’approccio a questi problemi scaricando ogni responsabilità sulla magistratura».

 

Colpe del sistema

non dei magistrati

 

Potrebbe esistere una deresponsabilizzazione di alcuni magistrati, però. Raffaele Cantone non ci sta, diciotto anni fa respingeva con forza questa ipotesi. Ecco cosa diceva: «Al di là di casi individuali e specifici, è assurdo addossare le contraddizioni del mondo giudiziario ai magistrati. Si creano in questo modo rappresentazioni distorte». Ed ecco alcuni esempi: «Se il nostro processo è farraginoso e lento, se un testimone viene citato anche dieci volte prima di poter deporre, se le attività dei consulenti sfidano quotidiane difficoltà, se nel processo civile registriamo corse ad ostacoli prima di poter arrivare, dopo anni, a una decisione, perché queste dovrebbero essere colpe nostre? Noi chiediamo risorse, strutture, semplificazioni normative e non otteniamo risposte». E, a questo punto, compare una considerazione che, dopo dieciotto anni, appare addirittura profetica visto il nostro attuale clima elettorale referendario: «I problemi della giustizia non sono soltanto ideologici, come la separazione delle carriere, ma ci sono quelli relativi all’efficienza. Di questi, però, non parla nessuno». Con la sua obiettività, Raffaele Cantone non si tirava indietro quando Andrea Manzi gli ricordava che esistono uffici giudiziari produttivi, dinamici e altri disastrosi. Ecco la risposta: «Abbiamo esperienze di auto-organizzazione molto diverse, è vero: ci sono eccellenze e uffici che stentano. Ma io mi chiedo: qual è, in proposito, la funzione reale del ministero della Giustizia, peraltro l’unico dicastero espressamente citato nella nostra Costituzione?».

 

Spazi lasciati liberi

e clan multiformi

 

 

A beneficiare delle inefficienze, secondo Cantone, è la criminalità comune più di quella organizzata. Ed ecco i motivi: «Il contenzioso civile è una strada impraticabile, mentre il recupero crediti dei camorristi è tempestivo. La giustizia è carente nella regolazione dei rapporti di lavoro, e anche qui la camorra si sostituisce allo Stato e gestisce quest’altro settore.

Dopo un’ampia discussione sui rapporti criminalità-politica, Manzi chiedeva a Cantone se queste compromissioni fossero più di destra o di sinistra. Inequivoca la risposta del magistrato: «Nessuna pregiudiziale differenza, anche perché la mafia è ideologizzata mentre la camorra si presenta ovunque si facciano affari. Proprio perché de-ideologizzata, io ritengo che sia stata sottovalutata: questo problema, però, se lo pongano i sociologi. Sta di fatto che, all’interno dell’organizzazione camorristica, si ritrovano modalità che la sinistra ha tentato di studiare all’interno delle proprie aree di consenso. In alcuni rigorosi studi, Isaia Sales individua il tratto di quella che definì “camorra della plebe”».

 

 

Associazionismo

forza decisiva

 

Inutile chiedere a Cantone se veda in giro, a parte i temuti demiurghi, uomini-guida. Diplomatica la risposta: «Non ne vedo, ma forse per la mia attività ho una prospettiva limitata». Invece, in giro, il magistrato vedeva, nel lontano 2008, frammenti di una rete solidale in grado di difendere i principi della convivenza: «C’è l’associazionismo, esistono gli avamposti della Chiesa, i cittadini che lottano per la democrazia, i preti di frontiera, i ragazzi che fanno teatro nell’area della 167. Forse una vera e propria rete ancora non c’è… solo spezzoni, anche a causa dell’individualismo napoletano. L’importante è che chi crede nella libertà la pratichi e tenti di preservarla».

Una prospettiva molto importante, questa, perché la camorra, secondo Raffaele Cantone, percepisce questo fervore della base sociale. Ascoltiamolo su questo punto: «Ne coglie anche la minaccia, ma la camorra è multiforme. A Secondigliano ha ripreso il suo sistema – diceva Cantone nell’intervista a Manzi – perché riesce ad adattarsi alla realtà con capacità mimetica. Importante è muoversi, infatti la stasi degli altri è il terreno più fertile per la criminalità».

La lunga intervista-saggio del magistrato si dilungava sulle gare d’appalto, lo scioglimento dei consigli comunali, la sostituzione dei dirigenti infedeli potentissimi dalla riforma Bassanini in poi, sulla necessità di una sistemazione definitiva della legislazione antimafia, ma soprattutto sulla necessità di una vera, convinta, doverosa attività antimafia.

Ma quando è da considerarsi vera l’antimafia? Qui Raffaele Cantone rispondeva con un esempio molto eloquente: «Se nella villa del boss decidiamo di fare la ludoteca e poi il progetto non si realizza, ci comportiamo come quell’imprenditore che prende i contributi e scappa via».

 

Pubblica accusa

esercizio di libertà

 

Sono soltanto alcuni spunti, ancora molto attuali, che da quell’intervista consentono di ritrarre molto da vicino questo magistrato apprezzato ovunque per la sua attività e per l’acume del saggista e dello studioso, ma soprattutto per l’intransigenza dei suoi principi in difesa della libertà di tutti. Magistrato che, prima di indossare la toga del pm, tentò di fare l’avvocato. Andrea Manzi glielo chiese e lui rispose così: «Pensavo che la toga del legale garantisse la piena libertà intellettuale. Poi, mi sono sentito liberissimo con quella del pubblico ministero. Pensi che un giorno confidai a mia moglie: “Farei questo lavoro anche gratis, e pensare che mi pagano anche”».

L’intervista si chiudeva con una domanda: La barca Italia si salverà? Netta e decisa la risposta: «Sono cristiano e cattolico, la speranza non mi manca».

L'articolo Ecco il Cantone pensiero, presto a Salerno proviene da Le Cronache.