Settant’anni e non sentirli? Magari fosse così. L’Eurovision Song Contest spegne 70 candeline a Vienna, ma l’aria che tira nella capitale austriaca non somiglia a quella di un compleanno felice. La kermesse che una volta spacciava il sogno di un’Europa unita a colpi di sintetizzatori e coreografie improbabili, oggi si ritrova a gestire un inventario di cocci rotti, defezioni di massa e un imbarazzo istituzionale che neanche quintali di fondotinta riescono a coprire.
Se una “Big Five” se ne va, significa che il meccanismo si è rotto
Il motto è ancora “United by Music”, ma la realtà è che siamo “Divided by War”. Il grande esodo non è una minaccia: è un dato di fatto che ha mutilato il cartellone. Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda hanno sbattuto la porta. Il forfait di Madrid è quello che fa più rumore: il Paese oggi governato da Pedro Sánchez non saltava il giro dal 1961. Se una “Big Five” (i soci di maggioranza che staccano gli assegni pesanti assieme a Italia, Francia, Germania e Regno Unito) se ne va, significa che il meccanismo si è rotto definitivamente. La Slovenia rincara la dose: niente canzonette, spazio a “Voices of Palestine”, una serie di documentari che sono il contrappasso perfetto per le paillettes austriache e un ceffone alla presunta a-politicità del contest.

Ma quale neutralità: la Russia fu fatta fuori, Israele no
Il convitato di pietra, manco a dirlo, è Israele. Mentre a Gaza si muore, a Vienna si canta, ma con le mani legate da un regolamento che trasuda ipocrisia lontano un miglio. L’Ebu, l’Unione europea di radiodiffusione, si aggrappa al feticcio della “neutralità”, dimenticando però che nel 2022 la Russia è stata fatta fuori in 24 ore per l’invasione dell’Ucraina. Per Tel Aviv, invece, si applica la dottrina dello show must go on a ogni costo. Due pesi, due misure. E una credibilità che cola a picco come un trucco pesante sotto i riflettori.

Come se le bombe a Gaza fossero solo un problema di acustica
In questo clima da ultima spiaggia, l’Italia schiera Sal Da Vinci. L’ultimo reduce del melodico partenopeo, fresco di corona sanremese, si presenta con Per sempre sì. Una coreografia da matrimonio che fa sorridere se non fosse che il contesto è tragico. Lui, in conferenza stampa, ha provato a fare il pompiere filosofo: «La musica non ha colori». Un bagno di pace, un palcoscenico per l’eternità. Una narrazione che sposa perfettamente quella della Rai (che trasmette le semifinali del 12 e 14 maggio e la finale di sabato 16 maggio) e del direttore del Prime Time Williams Di Liberatore, che ha parlato di «moral suasion» per includere artisti palestinesi mentre si continua a ballare con chi è nell’occhio del ciclone. Peccato che l’unico conflitto ammesso, secondo loro, sia quello “interiore dell’artista”, come se le bombe a Gaza fossero solo un problema di acustica.

Dopo gli scandali e le manipolazioni sui voti, si prova a ripulire il marchio
I conduttori italiani dell’edizione 2026 cosa dicono? Elettra Lamborghini prova a credere alla solita favoletta della musica che unisce («Chapeau per chi decide di non partecipare, rinunciando a una grande opportunità»), mentre Gabriele Corsi ammette di invidiare «chi ha solo certezze» (ricordando di essere ambasciatore Unicef per smarcarsi dalla responsabilità). Intanto l’Ebu tenta di salvare il salvabile blindando il giocattolo. Dopo lo scandalo dei voti pilotati a Malmö nel 2024, è scattato lo stop al marketing di Stato finanziato dai governi. Un tentativo disperato di ripulire un marchio che ha perso credibilità dopo i sospetti di manipolazione del 2025, quando il secondo posto israeliano sollevò pesanti dubbi sulla trasparenza dei risultati.

Persino il vincitore svizzero del 2024 ha riconsegnato il trofeo
Ma il muro del dissenso non si abbatte con un algoritmo. Oltre mille artisti, guidati da nomi come Roger Waters, Peter Gabriel, Brian Eno e i Massive Attack, hanno firmato la lettera aperta “No Music for Genocide” che smonta ogni illusione di neutralità. Persino Nemo, vincitore svizzero del 2024, ha riconsegnato il trofeo, denunciando che senza valori le canzoni perdono ogni significato.

Il silenzio mediatico come strategia di contenimento dei danni
Eppure, il dato più inquietante è che di questa edizione se ne parla pochissimo. Il silenzio mediatico è diventato la vera strategia di contenimento dei danni. Il mainstream ha abbassato il volume, e gli sponsor tremano cercando di vendere un evento “ridotto” e “apolitico” che invece è una polveriera pronta a esplodere. Intanto i bookmaker iniziano a declassare la nostra ballata melodica. L’entusiasmo generale è ai minimi storici.
L’unica cosa bella è il coraggio di chi ha deciso di non esserci
Cosa rimane allora della festa di Vienna? Una diplomazia del pop ridotta in briciole e un festival diventato il simbolo più plastico dell’incapacità europea di guardarsi allo specchio. Tornare a partecipare 15 anni fa sembrava un’idea bellissima; oggi, vedendo questo spettacolo di sorrisi forzati, l’unica cosa che appare davvero bella è il coraggio di chi ha deciso di non esserci.
