Secondo fonti riservate, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump starebbe pianificando di recarsi personalmente a Islamabad entro giovedì 24 aprile per firmare un accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran. L’intesa, che sarebbe già stata negoziata nelle sue linee fondamentali attraverso canali riservati, prevedrebbe due pilastri: uno stop decennale al programma nucleare iraniano e un meccanismo di divisione dei proventi del transito commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz tra Washington e Teheran. Se confermato, si tratterebbe del colpo di scena più clamoroso dall’inizio della guerra Iran-Usa, il 28 febbraio scorso. Le stesse fonti indicano che Trump intenderebbe intestarsi personalmente il merito dell’accordo prima che la notizia trapeli attraverso altri canali. Questa sarebbe la sequenza prevista: lunedì sera Steve Witkoff e Jared Kushner partecipano al secondo round negoziale; tra martedì sera e mercoledì – allo scadere dell’ultimatum del 22 aprile – ci dovrebbe essere l’annuncio della Casa Bianca; giovedì Trump volerà in Pakistan per la firma.

A Islamabad la sicurezza è stata raddoppiata
A supportare questa indiscrezione intervengono elementi oggettivi e verificabili. Il più eloquente è il dispositivo di sicurezza, drasticamente superiore a quello approntato per la visita del vicepresidente JD Vance dell’11-12 aprile. Per il primo round — 21 ore di negoziato, 300 membri nella delegazione americana — il Pakistan aveva dispiegato circa 10 mila unità tra polizia e forze paramilitari. Per il secondo round la scala di grandezza è diversa: oltre 18 mila unità nella sola Islamabad, con 7 mila rinforzi dal Punjab, per un totale che, secondo l’agenzia statale cinese Xinhua, raggiunge le 20 mila unità nelle twin cities. A questi si aggiungono 400 commandos d’élite, un centinaio di cecchini sui tetti con coordinamento radio in tempo reale e 600 posti di blocco su tutti i punti di accesso. Le misure aggiuntive sono senza precedenti: sospensione totale del trasporto pubblico, privato e merci; chiusura di ristoranti, banche, palestre, ostelli; requisizione del Serena e del Marriott Hotel; università chiuse con lezioni online. L’aumento di uomini rispetto alla visita di Vance è dell’ordine del 100-150 per cento. Non si prepara un dispositivo simile per un inviato speciale: lo si prepara per un Capo di Stato.

Tre C-17 Globemaster III atterrati a Rawalpindi
L’altro segnale materiale è il tipo di aerei militari americani atterrati alla Nur Khan Airbase di Rawalpindi. Per il primo round era arrivato un singolo C-130 Hercules con il team avanzato di sicurezza, inclusi agenti del Secret Service e della CIA. Sabato 19 aprile, i dati di flight tracking documentano tre C-17 Globemaster III dell’USAF — il primo alle 8.30, il secondo alle 11.03, il terzo alle 14.40 — con un quarto in rotta. Un C-17 trasporta fino a 77 tonnellate: tre significano oltre 230 tonnellate di capacità, contro le 20 del singolo Hercules della settimana precedente. Nella prassi delle visite presidenziali all’estero, i C-17 trasportano i veicoli blindati della scorta, le apparecchiature di comunicazione sicura e il materiale logistico necessario a replicare un perimetro di sicurezza equivalente a quello della Casa Bianca. A questi si aggiungono, secondo un funzionario pakistano intervistato da MSNBC, quattro ulteriori voli con i nominativi del team avanzato del vicepresidente.

Il rebus Vance e il protocollo di continuità
L’indizio più pesante però è il balletto sulla partecipazione di JD Vance. Domenica, in poche ore, la Casa Bianca ha prodotto quattro versioni incompatibili. Al mattino, l’ambasciatore statunitense all’Onu Michael Waltz e il segretario all’Energia Chris Wright confermano la partenza. Mezz’ora dopo, Trump telefona a Jonathan Karl di ABC: Vance non va, il Secret Service non riesce a organizzare la sicurezza con 24 ore di preavviso. Novanta minuti più tardi, la portavoce rettifica: Vance andrà con Witkoff e Kushner. La spiegazione delle «24 ore insufficienti» è fragile: la stessa operazione era stata realizzata una settimana prima. La confusione trova invece una lettura coerente in un protocollo fondamentale della sicurezza americana: nella prassi consolidata dalla Guerra Fredda, fondata sulla National Security Presidential Directive 51, presidente e vicepresidente non devono trovarsi contemporaneamente nello stesso luogo all’estero. Il principio è la continuity of government: la dispersione geografica della leadership garantisce che la catena di comando resti intatta in caso di evento catastrofico. Se Trump vola a Islamabad, Vance deve rientrare. La danza delle dichiarazioni potrebbe riflettere una decisione presidenziale ancora in fieri.

Sul piatto la divisione dei proventi di Hormuz e lo stop decennale al nucleare
Lo stop decennale al nucleare rappresenterebbe un compromesso tra la proposta americana di 20 anni — respinta da Teheran e sgradita dallo stesso Trump — e la posizione iraniana, che rivendica il diritto sovrano all’arricchimento. Il revenue sharing su Hormuz sarebbe l’innovazione più radicale: durante il primo round lo Stretto era rimasto un nodo irrisolto. Trump venerdì scorso aveva ribadito dall’Air Force One che «non ci saranno pedaggi». Un accordo di divisione dei proventi, però, potrebbe consentire a entrambi di dichiarare vittoria. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha parlato domenica della volontà di Teheran di porre fine al conflitto «con dignità». La delegazione negoziale, tuttavia, è guidata dal presidente del Parlamento Bagher Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Le agenzie iraniane hanno formalmente rigettato il secondo round, ma fonti di Teheran hanno contemporaneamente riferito alla CNN l’arrivo di una delegazione a Islamabad per martedì. Il cessate il fuoco scade mercoledì 22: senza accordo o proroga, le ostilità riprenderebbero. Il sequestro della nave Touska da parte della USS Spruance e la minaccia di ritorsione dell’IRGC aggiungono volatilità. Al momento della pubblicazione, nessuna fonte ufficiale ha confermato una visita presidenziale a Islamabad. Lo scenario resta condizionale e la fluidità della situazione — testimoniata dal caos comunicativo della stessa Casa Bianca — lascia aperta la possibilità che i piani cambino nelle prossime ore. Ma ciò che appare difficilmente contestabile è che il dispositivo in fase di dispiegamento nella Capitale pakistana non è proporzionato alla visita di un inviato. Qualcuno, a Washington, si sta preparando per qualcosa di molto più grande.
