Pagani/Poggiomarino. Si torna a processo in Appello per 4 imputati tra boss, pentiti e sodali che avevano incassato quasi 40 anni reclusione nell’ambito del patto tra cosche di Pagani e Poggiomarino. Su dettato della Corte di Cassazione, tornano davanti ai giudici salernitani dell’Appello Anthony Acquaviva condannato a 7 anni di reclusione ma a 12 in continuazione con altre sentenze, l’ex boss e killer della Nuova Famiglia, oggi pentito, Rosario Giugliano (che in primo e secondo grado aveva incassato 9 anni e 8 mesi); l’altro collaboratore ci giustizia, lo scafatese Raffaele Carrillo (annullato i 5 anni e 6 mesi); e Salvatore Giglio condannato in Appello a quasi 10 anni di reclusione. La vicenda giudiziaria è figlia dell’inchiesta, la prima, sul patto tra clan sulle estorsioni, usura e droga legato ai Fezza e De Vivo, sponda Pagani e Rosario Giugliano (Poggiomarino) che nella città di Sant’Alfonso aveva residenza. Il lavoro investigativo interforze su input dell’Antimafia salernitana, svelò l’esistenza di una associazione tra le due cosche. Tra le accuse, a seconda dei ruoli, c’erano reati di estorsione, associazione mafiosa, possesso di armi, tangenti imposte ai capi pusher, intestazioni fittizie, tentato omicidio, autoriciclaggio, favoreggiamento e spaccio di droga. Gli interessi del “sistema paganese” erano in gran parte legati anche al gruppo criminale di Giugliano, a sua volta interessato ad espandersi nella zona industriale di Nocera Inferiore e nel resto dell’Agro, come Angri. Secondo la ricostruzione della sentenza impugnata, -scrive la Cassazione -il programma criminoso della prima associazione, denominata clan Fezza/De Vivo, promossa e diretta da Francesco Fezza, Andrea De Vivo, Vincenzo Confessore e Daniele Confessore, consisteva nella consumazione di delitti di estorsione, tentato omicidio, porto e detenzione di armi, intestazione fittizia di beni, riciclaggio e reimpiego di capitali all’estero e nella percezione di percentuali sui ricavi delle vendite di sostanze stupefacenti da parte dei sodali”. Figuravano a pieno titolo, come intranei, Rosario Giugliano e Anthony Acquaviva: “il primo, con il ruolo di principale consigliere degli esponenti di vertice del clan, data la sua indiscussa fama di pluriomicida e associato storico della camorra, convinse i capi a uno stravolgimento del cosiddetto “Sistema”, pervenendo all’imposizione di una tangente sui profitti delle vendite effettuate presso le diverse piazze di spaccio di Pagani, controllate dal sodalizio in cambio della possibilità da parte dei gestori di acquistare la droga liberamente sul mercato, occupandosi delle estorsioni alle imprese attive sul territorio; il secondo ricopriva un ruolo operativo all’interno del clan, era addetto alla consegna dello stupefacente ai gestori delle piazze di spaccio, arrivando poi ad assumere le vesti di riscossore del denaro provento di estorsioni e di picchiatore dei soggetti che non rispettavano le regole loro imposte”. Secondo la Cassazione per i quattro dovrà esserci un nuovo processo in Appello.
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