Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?

Per la serie “un ultimatum dopo l’altro”, dopo aver minacciato sui social di eliminare l’intera civiltà iraniana Donald Trump ha rinviato di due settimane il paventato attacco definitivo contro la Repubblica Islamica, in cambio della riapertura «completa, immediata e sicura» dello Stretto di Hormuz. Una tregua siglata grazie alla mediazione del Pakistan, che aveva chiesto alla Casa Bianca un cessate il fuoco di due settimane e all’Iran lo sblocco del budello crocevia mondiale del petrolio via nave «come gesto di buona volontà». Il 10 aprile partiranno i negoziati a Islamabad. Nella speranza che la tregua regga, resta però un dubbio: Trump (che parla di «vittoria totale e completa, al 100 per cento») e gli Stati Uniti quanto possono – davvero – fidarsi del Pakistan?

La parabola del Pakistan, che ora è nelle grazie del tycoon

Un tempo alleato nella Guerra Fredda, poi Stato terrorista da trattare come paria, ora tra i migliori amici degli Usa o, quantomeno, partner regionale privilegiato: curiosa la parabola del Paese mediatore per la fine di questo conflitto, tornato nelle grazie della Casa Bianca, come d’altra parte già aveva testimoniato l’incontro andato in scena il 25 settembre nello Studio Ovale a cui avevano partecipato Trump, il vice JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito Asim Munir. Trump, che nel suo primo mandato aveva pubblicamente criticato Islamabad per aver rifilato a Washington «nient’altro che menzogne e inganni», cancellando gli aiuti militari al Pakistan, al termine dell’incontro aveva definito i suoi ospiti «very great guys». Un cambio di prospettiva che, spiega Asia Times, non è fondato su una ritrovata convergenza di valori o su un grande progetto strategico, bensì su una serie di mosse da parte del Pakistan per ingraziarsi Trump.

Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?
Shehbaz Sharif e Donald Trump (Imagoeconomica).

Le mosse con cui Islamabad ha gonfiato l’ego di Trump

Innanzitutto, a marzo del 2025 le forze pakistane – sulla base di informazioni della Cia – hanno arrestato Mohammad Sharifullah, membro dell’Isis- Khorasan presunto ideatore dell’attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto 2021, in cui persero la vita 13 militari statunitensi: una vittoria chiara e inequivocabile da presentare al popolo americano per Trump, in contrasto con i fallimenti del caotico ritiro dall’Afghanistan deciso dall’Amministrazione Biden. A maggio 2025, quando terminò il breve conflitto armato tra Pakistan e India, Islamabad attribuì buona parte del merito del cessate il fuoco proprio alla mediazione di Trump, arrivando a raccomandarlo formalmente per il Nobel. Tutto questo mentre il governo indiano negava il coinvolgimento Usa, attribuendo il successo ai negoziati tra le diplomazie dei due Paesi. Insomma, se da una parte il Pakistan pensava a gonfiare l’ego di Trump, dall’altra la nemica India si alienava i suoi favori.

Il sostegno americano fornisce ampie garanzie al Pakistan

Risultato? Quando è arrivato il momento dei dazi, Washington ha “ricompensato” Islamabad con tariffe (relativamente favorevoli) del 19 per cento, a fronte dell’aliquota del 50 per cento imposta all‘India. Questo in cambio dell’accesso privilegiato alle «enormi riserve petrolifere» del Paese, anche se le trivelle non hanno scovato alcun nuovo giacimento: secondo gli esperti, le parole del presidente Usa volevano certificare, più che un reale accordo sul greggio, l’inizio di una nuova era dei rapporti tra i due Paesi. Per Asia Times, per il Pakistan il sostegno americano rappresenta la «copertura diplomatica definitiva», che permetterà a Islamabad di «perseguire la propria agenda geoeconomica assertiva» senza il timore di inimicarsi Washington. In quest’ottica va ad esempio visto il patto di mutua sicurezza siglato il 18 settembre con l’Arabia Saudita.

Per Eisenhower era «l’alleato più fedele tra gli alleati»

Usa e Pakistan amici come prima, insomma. Dwight Eisenhower, che considerava il Paese un baluardo nella politica di contenimento del comunismo durante la Guerra Fredda, nella seconda metà degli Anni 50 definì il Pakistan – che aveva aderito a patti di difesa anti-sovietici promossi dagli Usa – «l’alleato più fedele tra gli alleati». Già allora la Casa Bianca, alla ricerca di amici vicino ai confini sovietici e cinesi, dimostrò di preferire il Pakistan all’India di Jawaharlal Nehru, vista con sospetto a causa della sua politica neutrale. Archiviato lo spauracchio dell’Urss, i rapporti tra i due Paesi si raffreddarono. Poi nell’era post-11 settembre il Pakistan tornò a essere un alleato chiave nell’invasione dell’Afghanistan (2001). Tuttavia il rapporto tra Washington e Islamabad subì un colpo durissimo quando nel 2011 Osama bin Laden fu individuato e ucciso all’interno di un complesso residenziale ad Abbottabad. Possibile che i servizi pachistani non sapessero nulla?

Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?
Il compund di Abbottabad dove si rifugiava Osama Bin Laden (Ansa).

Le accuse di doppiogiochismo, ormai archiviate da Trump

Da allora il Pakistan, accusato di aver dato supporto ai talebani e dunque di doppiogiochismo nella lotta al terrorismo, si è avvicinato progressivamente alla Cina. Allontanandosi, almeno ufficialmente, dagli Stati Uniti: nel 2018 la prima Amministrazione Trump certificò il deterioramento dei rapporti con la cancellazione degli aiuti militari, complice anche la preoccupazione per il nucleare pakistano. Ma, anche quando i rapporti politici erano in una fase di profonda crisi, la relazione a livello militare è rimasta in realtà piuttosto solida: aggirando l’autorità spesso frammentata e instabile dei governi di Islamabad, il Pentagono ha continuato a rapportarsi col quartier generale dell’esercito pakistano a Rawalpindi. Da qui la presenza a settembre nello Studio Ovale di Munir. I rapporti altalenanti e i sospetti incrociati tra i due Paesi suggeriscono che forse gli Stati Uniti non dovrebbero fare completo affidamento sul Pakistan: Trump avrà anche i suoi «ragazzi grandiosi» a Islamabad, tanto da aver coinvolto Sharif nel suo Board of Peace, ma una ripidissima discesa può essere sempre dietro l’angolo.