di Olga Chieffi
Ogni anno la Quaresima ci sollecita a rimeditare quella che è tradizionalmente chiamata Via Crucis, che è quanto dire un “cammino” che parte dalla condanna di Gesù nel pretorio di Pilato e sale fino alla collina del Golgota, dove Gesù verrà crocifisso e, dopo la sua morte, sepolto, per rimanere nel ventre della terra tre giorni fino a uscirne risorto e glorioso. È un cammino tradizionalmente fissato in quattordici “stazioni”, o soste, che scandiscono i passi di Gesù sulla via dolorosa, che siamo invitati a percorrere con lui. Non è, ovviamente, l’unico modo di prepararsi alla Pasqua. Ciò che conta è usare il tempo quaresimale per meditare ogni anno sull’essenza della nostra fede, il “mistero pasquale”, che si realizza nella morte e resurrezione di Gesù. “Mistero” perché in esso vi è “di più” di quanto si veda negli eventi che lo costituiscono e, insieme, perché in quel di più si rivela, in modo misterioso e spesso sconcertante, l’impronta e l’azione di Dio stesso, qualcosa che sfugge ai sensi, ma che è chiaramente percepito nella visione della fede. E’ certamente il più difficile dei misteri, questo della Pasqua, poiché si va incontro ad una morte, fisica, straziante. Ma guardare la croce significa intravedere in quel segno “una rivelazione dell’amore”, perché lì scopriamo un modo di consegnarsi alla morte che pone il sigillo finale a una vita, quella di Gesù, interamente spesa a “servizio” degli altri, a cominciare dagli ultimi. Per usare un’espressione mirabile di Leone Magno, il grande papa del V secolo, la Pasqua – intendendo con questo termine il legame inestricabile tra morte e vita – resta per noi un sacramentum et exemplum, cioè un “mistero” da contemplare per farne un “esempio” da imitare, non uno senza l’altro. C’è un filo sottile e ininterrotto che lega, oltre il tempo e il rapido mutare della società, i riti della settimana santa, la rappresentazione dei misteri della Passione e della Morte di Cristo. Ispirate dal pensiero cristiano, processioni, veglie, riflessioni, tendono a una particolare profondità di espressione, a una densa emotività capace di richiamare la gravità e la pregnanza della sofferenza del Dio incarnato. E’ questo un tempo che ha da trascorre sui ritmi lenti e sforzati dei riti della via Crucis, della processione incrociata del Cristo Morto e dell’ Addolorata, dietro la Croce, che avviene a Salerno, al centro del Rione Carmine, nell’ambito di un cerchio che vede la partecipazione del popolo di Cristo in cammino. Tenebrae, sono gli uffici degli ultimi tre giorni della Settimana Santa. Il termine tenebrae è concretamente e simbolicamente collegato al tema della luce, che accompagna costantemente quello della Passione nel dualismo tenebre-luce, nox-lux, morte e resurrezione e oggi, non appena caleranno le prime ombre della sera, e saranno accese le fiaccole, in segno di devozione e partecipazione, dalla chiesa dei Salesiani, prenderà il via la processione con la Croce portata dai giovani, che incontrerà il catafalco del Cristo morto, che partirà dalla Chiesa dei Cappuccini, con la Croce in testa, quindi, la Madonna Addolorata uscirà a sua volta, portata a spalla, dalla Chiesa del Carmine, da un’idea e per l’organizzazione del Notaio della Congrega del SS.Carmine, Paolo Califano, il quale ha dedicato il tema di quest’ anno a San Francesco, pregando, quindi, alla luce del suo insegnamento in un momento storico in cui più che mai il mondo ha bisogno di pace. Al seguito della processione, ci sarà parte dello Storico Gran Complesso Bandistico Città di Salerno, con formule e marce che andranno a formare un mistico e ipnotico amplificatore spirituale. Il ripetersi delle riflessioni, renderanno quasi visibile il senso profondo del dolore, ma, in particolare, inviteranno alla meditazione e alla preghiera, base di una invocazione in cui si chiede di poter essere partecipi dello strazio e della sofferenza che sta provando, avendo nel cuore, nelle vene e nelle membra l’immagine della Croce e del sangue versato. In questa mestissima atmosfera, si riuscirà a far proprio il pensiero dell’Addolorata che diede la sua carne al Figlio Gesù da immolare per la nostra Redenzione, sentendosi anch’Ella unita a Lui nel sacrificio cruento per la nostra salvezza. Davvero Maria Santissima, guardando il corpo flagellato di Suo Figlio sulla Croce, non poteva non sentire, consumandosi, che quella era la sua carne, la carne immacolata che aveva dato a Lui all’atto della concezione nel suo grembo verginale, per opera dello Spirito Santo. Dopo l’ incontro, in piazza San Francesco, ci si dirigerà verso il Duomo, ove l’Arcivescovo Andrea Bellandi accoglierà i penitenti, fedeli a quella disposizione di noi uomini del Sud a vivere i sentimenti che vanno oltre, andando a concretizzarsi in una vera e propria cultura, antichissima, che da Saffo arriva fino a noi, la processione.
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