«Grande incertezza». È il sentimento comune, trasversale a tutti i partiti della coalizione, con cui il centrodestra si affaccia al referendum sulla separazione delle carriere tra pm e giudici. Il voto di domenica 22 e lunedì 23 marzo segna uno scoglio importante per la maggioranza, ultima consultazione nazionale prima delle elezioni politiche della primavera del 2027. I sondaggi – fino a quando si potevano pubblicare, ma anche quelli che circolano riservati – sono tutti concordi sul trend favorevole al “no“. Motivo per cui la coalizione guidata da Giorgia Meloni attende con particolare ansia il responso delle urne.
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L’esito del voto potrebbe essere il preludio di una sconfitta nel 2027
Malgrado qualche recriminazione iniziale, alla fine tutti i partiti si sono impegnati nella campagna a sostegno del “sì“. Una vittoria al referendum porterebbe a un rafforzamento della maggioranza e rappresenterebbe certamente un volano verso le Politiche. Mentre, se prevalessero i “no”, anche se Meloni ha anticipato che non si dimetterebbe, la coalizione che guida risulterebbe indebolita, e l’esito del voto potrebbe essere il preludio di una sconfitta nel 2027.
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Nonostante tutti neghino in pubblico, non è un segreto che dal referendum dipenda tutto il corso dell’ultima parte di legislatura, oltre al destino della modifica della legge elettorale e del premierato, che potrebbero saltare. In privato, intanto, già volano gli stracci tra gli alleati.
Salvini non vuole essere accusato di aver fatto poca campagna elettorale
Matteo Salvini negli ultimi 10 giorni di campagna elettorale ha fatto almeno tre riunioni con segretari regionali e dirigenti per ripetere tutte e tre le volte le stesse raccomandazioni: vi voglio vedere impegnati nella campagna per il “sì”, ogni giorno dovete partecipare a una iniziativa, non dobbiamo dare spazio agli alleati per attaccarci perché non facciamo abbastanza campagna, è stato il refrain del capo leghista. Perché tra il segretario e i dirigenti del partito di via Bellerio serpeggia la convinzione che Meloni sia intenzionata, nel caso perda il referendum, a scaricare tutta la colpa su di loro.

«Certo se la premier si fosse spesa fin dall’inizio…»
«Non sarà così», sbuffa un big di Fratelli d’Italia, «alla fine si sono impegnati anche i leghisti, le responsabilità sono di tutti». Tra i componenti del partito di Salvini c’è poi chi punta il dito dritto contro Meloni. «Certo se la premier si fosse spesa fin dall’inizio come negli ultimi 10 giorni non rischieremmo in questo modo», è la lamentela raccolta tra i dirigenti del Nord.

Tensioni nella maggioranza anche sul prezzo dei carburanti
Altro segnale di tensione arriva dalle modalità con cui si è giunti all’approvazione delle misure di contenimento dei prezzi dei carburanti. Meloni ha impresso un’accelerazione nella mattinata di mercoledì 18 marzo proprio in coincidenza con la convocazione delle società petrolifere da parte di Salvini a Milano. La decisione è arrivata dopo un incontro a Palazzo Chigi con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Certamente l’attesa è stata dovuta alla necessità di reperimento delle risorse per la copertura dell’intervento. Ma la coincidenza con l’attivismo di Salvini sullo stesso fronte ha suscitato perplessità tra i più sospettosi. Anche perché è legittimo intuire una certa irritazione da parte della premier, con la corsa a intestarsi le misure. A che titolo infatti il ministro delle Infrastrutture riceve rappresentanti delle imprese nella sede della prefettura di Milano?
«Il solito protagonismo invadente di Salvini»
Il Mit ha competenze di pianificazione, realizzazione delle infrastrutture, sulla sicurezza stradale, disciplina il settore dei trasporti, mobilità sostenibile, edilizia pubblica e urbanistica. Non si occupa di monitoraggio dei prezzi dei carburanti, competenza semmai del ministero delle Imprese e del Made in Italy (citofonare Adolfo Urso). «Il solito protagonismo invadente di Salvini», si commenta dalle parti di via della Scrofa.
