Il dato è difficile da ignorare. Su 3.916 attacchi iraniani registrati tra il 28 febbraio e l’11 marzo 2026 contro gli Stati del Golfo e Israele, 1.728- il 44,1 per cento del totale – hanno colpito gli Emirati Arabi Uniti. Il Kuwait, secondo nella classifica, ne ha subiti 942. Israele, il Paese che insieme agli Stati Uniti ha lanciato l’offensiva contro l’Iran, 550. Perché Teheran scarica quasi la metà della propria potenza di fuoco su un Paese che ufficialmente non è in guerra? La risposta non è semplice e non si esaurisce nella prossimità geografica o nella presenza di basi americane. Gli Emirati sono il bersaglio principale perché sono, contemporaneamente, la piattaforma operativa della guerra, il portafoglio del presidente americano, il centro nevralgico dell’intelligence che ha portato all’eliminazione di Khamenei, e il simbolo di un modello politico che l’Iran considera una minaccia esistenziale. Colpire Dubai e Abu Dhabi dunque è una scelta strategica che opera su cinque livelli simultaneamente.

Al Dhafra e il sistema nervoso della guerra
Al Dhafra Air Base, a 30 chilometri a sud di Abu Dhabi, non è una base americana tra tante. È la base. Ospita la 380th Air Expeditionary Wing dal 2002, con un arsenale che include caccia F-22 Raptor e F-35 Lightning II, aerei spia U-2 Dragon Lady, droni da ricognizione Global Hawk, e cisterne KC-10 per il rifornimento in volo. Il personale ammonta a circa 1.200 unità tra militari in servizio attivo, riservisti e Guardia Nazionale. I partner di missione includono un battaglione di difesa aerea dell’esercito e forze di coalizione multiple. Non è un caso che l’Iran abbia colpito chirurgicamente il radar AN/TPY-2, un sistema di allerta precoce del valore di mezzo miliardo di dollari, e le strutture che ospitano i droni MQ-9 Reaper e gli U-2. Non ha puntato ai dormitori o alle mense: ha puntato al sistema nervoso della sorveglianza e del targeting americano. Quel radar alimenta i sistemi THAAD e Patriot. Gli U-2 e i Global Hawk sono gli occhi che guidano le operazioni di strike su tutto il teatro del Golfo. Distruggerli significa accecare la macchina da guerra.

Gli altri obiettivi emiratini
Oltre ad Al Dhafra, l’Iran ha colpito Al Minhad, base emiratina che ospita la RAF britannica e Camp Baird, il quartier generale australiano nel Medio Oriente. Ha colpito il porto di Jebel Ali, struttura commerciale utilizzata sistematicamente dalla logistica militare americana. Ha colpito il consolato statunitense a Dubai. Non si tratta di attacchi sparsi: è un assalto coordinato al nodo operativo più denso della coalizione anti-iraniana nella regione.

Per capire perché gli Emirati e non altri, bisogna guardare cosa è successo altrove. La Quinta Flotta americana, con quartier generale in Bahrain, ha svuotato i moli di Manama già il 26 febbraio: immagini satellitari mostravano i pontili deserti, con tutte le navi spostate in mare aperto. Il Bahrain è stato colpito, ma le operazioni navali si coordinano ormai dal mare. Il Qatar ospita Al Udeid, la più grande base americana in Medio Oriente con 8-10 mila effettivi, ma Doha ha posto condizioni precise: ha ribadito che non vuole che gli Stati Uniti lancino attacchi contro l’Iran dal suo territorio. Il Qatar mantiene un rapporto diplomatico con Teheran, ha ospitato la leadership politica di Hamas, ha mediato nei negoziati nucleari. L’Iran lo punisce, ma lo punisce meno, perché Doha è un interlocutore, non un avversario strategico. Gli Emirati, al contrario, sono la punta della lancia.

Dahlan, il Mossad, la CIA e l’eliminazione di Khamenei
Gli Emirati sono il centro nevralgico dell’intelligence che ha portato all’eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei il 28 febbraio scorso. Il New York Times ha rivelato che la CIA ha tracciato Khamenei per mesi, passando intelligence «ad alta fedeltà» sulla sua posizione a Israele prima dell’attacco. I tempi dello strike sono stati calibrati sulla base di informazioni che indicavano la presenza simultanea di figure politiche e militari di vertice nel compound della leadership a Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha indicato la sede CIA a Dubai tra gli obiettivi colpiti. I media iraniani hanno riportato l’uccisione di sei ufficiali CIA in un attacco missilistico negli Emirati. Le conferme indipendenti mancano, ma la narrazione è indicativa di come Teheran percepisca il ruolo di Dubai: non una città di transito, ma la piattaforma operativa dell’intelligence che ha decapitato il regime.

La storica cooperazione tra Emirati e Israele in materia di intelligence
Per comprendere questa percezione bisogna risalire più indietro. La cooperazione tra Emirati e Israele in materia di intelligence, in particolare sull’Iran, non è nata con gli Accordi di Abramo del 2020. L’ex ambasciatore americano in Israele Dan Shapiro ha confermato che il rapporto era «principalmente sull’intelligence riguardante l’Iran e i gruppi jihadisti» e che si trattava di «un processo a lungo termine iniziato prima dell’amministrazione Obama». Fonti di intelligence riportavano già nel 2012 che il commercio tra i due Paesi nel settore sicurezza sfiorava i 300 milioni di dollari l’anno. Al centro di questa rete c’è una figura che merita attenzione: Mohammed Dahlan, l’ex capo della sicurezza preventiva palestinese a Gaza, in esilio ad Abu Dhabi dal 2011 e consigliere di fiducia di Mohammed bin Zayed. Documenti dell’intelligence serba lo descrivono come amico stretto dell’ex direttore CIA George Tenet, dell’ufficiale israeliano Amnon Shahak e dell’ex direttore del Mossad Yaakov Perry, con i quali avrebbe condotto operazioni congiunte in Europa orientale. Wikileaks ha pubblicato documenti che lo descrivono come agente del Mossad. Le indagini della polizia di Dubai sull’assassinio del dirigente di Hamas Mahmoud al-Mabhouh nel 2010 portarono all’arresto di due palestinesi impiegati in un’azienda edile di proprietà di Dahlan, accusati di aver fornito supporto logistico al commando del Mossad. Dahlan opera come connettore tra i servizi americani, israeliani e il vertice emiratino. Abu Dhabi non è un Paese che “collabora” con l’intelligence occidentale: è un Paese dove i servizi occidentali sono di casa. Per l’Iran, ogni missile su Dubai è un missile sull’infrastruttura che ha reso possibile l’eliminazione di Khamenei.

Colpire Dubai per colpire il portafoglio di Trump
C’è un livello di questa guerra che non si combatte con i missili ma con i numeri. Gli Emirati Arabi Uniti non sono semplicemente un alleato degli Stati Uniti: sono un investitore diretto nel patrimonio personale del presidente americano. Quattro giorni prima dell’insediamento di Trump, una società controllata da Sheikh Tahnoon bin Zayed Al Nahyan — fratello del presidente emiratino, consigliere per la sicurezza nazionale, gestore del più grande fondo sovrano degli UAE — ha acquistato una partecipazione del 49 per cento in World Liberty Financial, la società crypto della famiglia Trump, per 500 milioni di dollari. L’accordo è stato firmato da Eric Trump.

Due membri dell’entourage di Tahnoon sono entrati nel consiglio di amministrazione della società. Mesi dopo, MGX, il fondo di investimento tecnologico presieduto dallo stesso Tahnoon, ha usato la stablecoin USD1 creata da World Liberty per finanziare un investimento da 2 miliardi di dollari nella piattaforma crypto Binance. Poco dopo, la Casa Bianca ha approvato l’esportazione di 500 mila chip AI Nvidia verso gli Emirati, un quinto dei quali destinati a G42, l’azienda di intelligenza artificiale di Tahnoon. Tahnoon è conosciuto nei circoli diplomatici come lo «Spy Sheikh». Non è un soprannome affettuoso: riflette decenni di attività nella zona grigia tra intelligence, finanza e diplomazia. Il Wall Street Journal ha ricostruito la catena degli investimenti. La senatrice Elizabeth Warren l’ha definita «corruzione, pura e semplice».
Teheran vuole distruggere la credibilità degli Emirati come hub finanziario globale
Ma al di là del dibattito interno americano, il punto strategico è un altro: ogni missile che cade su Abu Dhabi erode il valore degli investimenti emiratini negli Stati Uniti e la credibilità degli Emirati come hub finanziario globale. L’Iran non ha bisogno di leggere i documenti del Wall Street Journal per capire che colpire Dubai significa colpire il portafoglio di Trump. Il commercio bilaterale Iran-UAE valeva 28 miliardi di dollari nel 2024. Gli iraniani conoscono il sistema emiratino dall’interno, hanno operato a Dubai per decenni aggirando le sanzioni e sanno che Dubai è la capitale mondiale del riciclaggio, sanno che i flussi finanziari che collegano gli Emirati alla Casa Bianca sono il tessuto connettivo di un’alleanza che va molto oltre la diplomazia. Distruggere la credibilità di Dubai come piazza finanziaria significa tagliare quel tessuto. I dati lo confermano. Jet privati in partenza dagli Emirati a 250 mila dollari per posto. Aziende che evacuano dipendenti. I data center Amazon colpiti, con il banking telefonico fuori uso in tutto il Paese. L’aeroporto di Dubai — il più trafficato al mondo per voli internazionali — colpito da un drone. La raffineria di Ruwais (922 mila barili al giorno di capacità ADNOC) incendiata. Il Burj Al Arab danneggiato dai detriti. L’IRGC (il corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica) ha dichiarato di usare il 60 per cento della propria potenza di fuoco contro basi e «interessi strategici» Usa nei Paesi arabi vicini. Ma «interessi strategici» non significa solo caserme: significa porti, aeroporti, raffinerie, hotel, centri finanziari. Significa l’intero modello economico emiratino.

Gli Accordi di Abramo e la guerra ideologica
C’è un ultimo livello, forse il più profondo. Per la Repubblica Islamica, gli Emirati non sono solo una piattaforma militare o un hub finanziario: sono un’eresia. Rappresentano la confutazione più riuscita della narrativa dell’Islam politico e della «resistenza» che ha legittimato il regime iraniano per 47 anni. Gli Accordi di Abramo firmati nel 2020 hanno formalizzato la normalizzazione con Israele. Ma come confermato da molteplici fonti, la cooperazione tra Abu Dhabi e Tel Aviv era in corso da almeno un decennio prima, alimentata da un nemico comune — l’Iran — e da interessi convergenti in materia di sicurezza, tecnologia e intelligence. Abu Dhabi e Teheran avevano mantenuto per anni un gentlemen’s agreement: non confrontarsi direttamente, basato anche sugli interessi finanziari iraniani a Dubai. Quell’accordo è stato polverizzato il 28 febbraio. Mohammed bin Zayed non è un semplice capo di stato del Golfo. È un architetto regionale che ha proiettato gli Emirati dalla Libia allo Yemen, dal Corno d’Africa ai Balcani, usando Dahlan come operatore e la ricchezza sovrana come leva. Per l’Iran, MBZ e il suo circolo sono i cavalli di Troia della penetrazione israeliana e americana nel mondo arabo. Non semplici alleati: strateghi, pianificatori, facilitatori.

La retorica muscolare di MBZ
La retorica dello stesso MBZ tradisce, sotto la sfida, qualcosa di diverso. La dichiarazione di questi giorni — in cui ha evocato la «pelle spessa e la carne aspra» degli Emirati — è stata accolta con perplessità anche tra gli analisti più benevoli. È una metafora da macelleria, non da statista. È il linguaggio di chi non ha una risposta strategica e ricorre alla retorica muscolare per mascherare l’assenza di opzioni. Gli Emirati non hanno risposto militarmente all’Iran. Non lo faranno, perché come hanno osservato alcuni analisti, non c’è nulla che gli Emirati possano portare alla guerra che americani e israeliani non abbiano già. La loro funzione è un’altra: essere la piattaforma, il portafoglio, il nodo intelligence. E per questo sono il bersaglio principale. Il consigliere presidenziale emiratino Anwar Gargash ha accusato l’Iran di mentire quando dichiara di colpire basi americane: il volume di fuoco, ha detto, «rivela una realtà diversa». Ha ragione, ma non nel senso che intende. L’Iran non sta mentendo sui bersagli: sta ridefinendoli. Per Teheran, «base americana» non è solo una caserma con una bandiera. È Al Dhafra, ma anche Jebel Ali. È il consolato, ma anche il Burj Al Arab. È il radar THAAD, ma anche il flusso finanziario tra Tahnoon e la famiglia Trump. L’intero sistema emiratino, nella visione iraniana, è una base americana. E come tale va colpito.

La logica del bersaglio
Quando si analizza la distribuzione del fuoco iraniano, la domanda non è «perché gli Emirati?». La domanda è: «Perché non gli Emirati?». Sono il Paese che ospita la piattaforma ISR (ntelligence, Surveillance, and Reconnaissance) e di strike più avanzata degli Stati Uniti nella regione. Sono il Paese dove la CIA e il Mossad operano con la massima libertà d’azione, e da dove è partita l’intelligence che ha portato all’eliminazione della Guida Suprema. Sono il Paese il cui establishment finanziario ha investito centinaia di milioni direttamente nel patrimonio della famiglia del presidente americano, creando un legame di interessi che rende ogni attacco a Dubai un attacco indiretto alla Casa Bianca. Sono il Paese che ha normalizzato le relazioni con Israele e ha fatto di questa normalizzazione un modello per l’intera regione. Sono il Paese che per decenni ha servito da hub di riciclaggio globale, facilitando anche flussi iraniani, e che ora viene punito per aver messo quell’infrastruttura al servizio del nemico. Il 44,1 per cento del fuoco iraniano non è un’anomalia statistica. È la radiografia perfetta delle priorità strategiche di Teheran. E Mohammed bin Zayed, con la sua retorica sulla «pelle spessa» e la «carne aspra», può parlare quanto vuole da una posizione che non è di forza ma di impotenza. Gli Emirati non possono rispondere militarmente. Possono solo assorbire i colpi e sperare che americani e israeliani finiscano il lavoro. Quella di MBZ non è la voce di un leader che controlla la situazione. È la voce di chi scopre, in tempo reale, il prezzo di essere stati i cavalli di Troia di qualcun altro.
