Marco Galdi: non è una resa dei conti fra politica e magistratura

di Erika Noschese

 

 

Mancano ormai pochi giorni al voto per il Referendum Giustizia, in programma il prossimo 22 e 23 marzo. A battersi per il sì Marco Galdi, docente universitario, tra i relatori dell’evento in programma domenica 15 marzo con l’avvocato Lello Ciccone.

Professore Galdi, ultimi giorni di campagna referendaria. La sua posizione è per il sì. Perché questa scelta?

«La mia non è una posizione dettata dall’appartenenza ad uno schieramento politico di destra o di sinistra. Ho analizzato con cura la riforma, soppesandone pregi e difetti. Così, alla fine mi sono determinato per sostenere il SI, perché ritengo prevalenti i pregi e superabili i difetti, con un’attuazione legislativa conforme a Costituzione, che si avrà anche grazie alla vigilanza della Corte costituzionale. Mi ha maggiormente indotto a questa scelta rileggere il pensiero di Charles Luis de Secondat, barone di Monsquieu, per il quale “Il potere di giudicare (…) non dovrebbe essere collegato a un certo stato o professione” diventando “invisibile e nullo”. Ciò che il padre della separazione dei poteri temeva era che la magistratura fosse un gruppo organizzato, in ragione degli enormi poteri di cui dispone. È esattamente quanto è avvenuto nel nostro Paese con le correnti della magistratura nel Csm ed è esattamente ciò che la riforma Nordio consente di superare».

Da docente universitario, come spiegherebbe ai suoi studenti un tema così delicato come la riforma della giustizia?

«Come ho fatto in occasione di un convegno organizzato nello scorso mese di dicembre, a conclusione del corso di Diritto Pubblico, di cui sono titolare all’Università di Salerno: si tratta di una riforma del Titolo IV della Parte II della Costituzione, che assolutamente non riduce le garanzie di imparzialità della magistratura (sia giudicante che  requirente) e che porta a compimento il processo di riforma avviato con la modifica dell’art. 111 Cost., che, nel 1999, ha previsto, a garanzia dei cittadini, un “giusto processo”, con un contraddittorio tra le parti in condizioni di parità. A ciò ho aggiunto che l’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare porrà rimedio all’attuale giurisdizione domestica dei magistrati, le cui condotte sono attualmente valutate da colleghi dagli stessi eletti, consentendo così, quantomeno sotto il profilo disciplinare, l’accertamento di un minimo di responsabilità, per una categoria che, altrimenti, è chiamata ben poco a rispondere nei casi di condotte riprovevoli, considerata la disciplina attualmente vigente per la responsabilità civile (legge n. 117/1988), che ha chiaramente tradito il voto espresso a larghissima maggioranza (oltre l’80%) nel referendum popolare del 1987. Infine, ho ricordato come questa riforma, che incide sulle modalità di costituzione del CSM, sia stata ripetutamente invocata dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, per fare fronte allo scandalo Palamara del 2019. Questa vicenda ha messo a nudo quanto sia pervasivo e intollerabile in uno Stato di diritto il sistema delle correnti interne della magistratura, centri di potere che, si è visto, influiscono impropriamente sulle scelte del CSM e possono gravemente limitare la stessa indipendenza interna dei magistrati (cioè la assoluta autonomia di giudizio che deve possedere ogni giudice, anche rispetto alle pressioni indebite che provengono dalla stessa magistratura)».

Secondo lei, questo referendum può andare a risolvere le criticità che vive il sistema giustizia?

«Abbiamo un sistema giudiziario che richiederebbe molteplici interventi. Eppure, non escludo che la vittoria del SI possa apportare più efficienza. Basti pensare all’altissima percentuale di richieste di rinvio accolte dai GUP (Giudici per l’Udienza Preliminare), che spesso intasano le aule di giustizia e si concludono poi con assoluzioni piene. Ritengo che, se ci fosse un’effettiva separazione fra le carriere, i GUP farebbero un filtro più efficace, a tutto vantaggio del buon funzionamento della giustizia. Così, un esercizio effettivamente terzo del giudizio disciplinare potrebbe colpire in modo ben più significativo i ritardi e le inefficienze di alcuni magistrati. Ma è chiaro che lo scopo immediato della riforma sia quello di garantire maggiormente la terzietà del giudice, a vantaggio dei cittadini. E, francamente, anche se la riforma portasse solo a questo risultato, esso sarebbe tutt’altro che trascurabile».

Separazione delle carriere, cosa cambierebbe con la vittoria del sì?

«Fare insieme il concorso, frequentare gli stessi corsi di aggiornamento, votare insieme ed essere insieme rappresentati nello stesso organo che decide delle promozioni o dei trasferimenti (ed attualmente dei giudizi disciplinari), fa di giudici e PM dei colleghi a tutti gli effetti, mettendo il PM in una indubbia posizione di privilegio agli occhi del giudice, rispetto all’Avvocato, che difende noi cittadini. Ma ciò non realizza quella parità delle armi nel processo fra accusa e difesa che è l’essenza stessa del processo accusatorio, oggi garantito anche nell’art. 111 Cost. La vittoria del SI, evidentemente, ristabilirà l’equilibrio».

Come avvicinare i cittadini al voto?

«Dico semplicemente: non è una resa dei conti fra politica e magistratura. La riforma è a tutto vantaggio dei cittadini. Non capirlo e farsi abbindolare da letture assolutamente non rispondenti alla verità (del tipo che i politici vogliono sottomettere i giudici) vorrebbe dire perdere un’occasione unica per avere un “Paese normale”. E quindi, andiamo tutti a votare, con la stessa determinazione e con la stessa voglia di cambiare di quando, ottanta anni fa, i nostri nonni si recarono alle urne e nacque la Repubblica!».

Secondo una certa narrazione, il referendum sembra diventato una sfida ideologica tra destra e sinistra…

«Vero. Ma in parte. Ci sono moltissime donne e uomini di sinistra che stanno facendo aperta campagna elettorale per il SI. Cito, per tutti, Augusto Barbera, deputato prima del PCI, poi dei DS e infine del Partito Democratico; poi presidente della Corte costituzionale; e mio amato professore negli anni del dottorato a Bologna. C’è il tentativo di far passare il referendum come una questione di schieramento. E la ragione è evidente: se votassero per il no tutti coloro che votano per il cd. “Campo largo”, almeno sulla carta, la riforma dovrebbe potrebbe bocciata. Ma io confido nell’intelligenza delle italiane e degli italiani e sulla loro capacità di farsi un’idea nel merito, andando a votare e votando in modo consapevole!».

Domenica evento a Salerno con l’avvocato Ciccone. Cosa dirà ai cittadini presenti per spingerli ad interessarsi alla questione?

«Prima di tutto ricorderò loro che il voto è un dovere civico. Poi cercherò di spiegare perché questa riforma sia nell’interesse di noi cittadini e non di altri. Infine, chiarirò loro l’etimologia della parola “idiota”. Essa deriva dal greco idiòtes, che indicava originariamente il “privato cittadino”, colui che si disinteressava della vita politica della polis, preferendo i propri interessi personali. Ebbene, lo dirò sabato e lo scrivo adesso… non facciamo gli idioti! Capiamo bene di cosa si tratta e, soprattutto, andiamo a vorare!».

 

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