Salerno, Panico riaccende il Vestuti

Erika Noschese

C’è un’ironia sottile, quasi poetica, nel constatare come la normale amministrazione possa apparire, agli occhi di una città assuefatta al declino, come un evento prodigioso. Ieri mattina, mentre i soliti noti della politica locale stavano ancora probabilmente decidendo quale filtro utilizzare per il prossimo selfie elettorale o come giustificare l’ennesimo ritardo strutturale, qualcuno ha deciso che il tempo delle scuse era finalmente scaduto. Quel qualcuno è il Commissario Prefettizio, Vincenzo Panico, che con un pragmatismo sconosciuto alle latitudini di Palazzo di Città ha dimostrato che per accendere le luci al Vestuti non serviva un master in geopolitica, né un pellegrinaggio a Bruxelles per intercettare fantomatici fondi strutturali. Serviva, molto più banalmente, la volontà di fare il proprio dovere senza perdersi in sofismi. Le righe che abbiamo scritto nei giorni scorsi, evidentemente, non sono evaporate nel vento dell’indifferenza. La nostra denuncia sul blackout che l’altro ieri aveva interrotto i lavori di manutenzione, lasciando atleti e società sportive in un’oscurità degna di una selva dantesca, ha trovato orecchie attente e, soprattutto, operative. Ieri mattina, letta la cronaca del disastro su queste colonne, il Commissario si è attivato immediatamente. Non ha convocato una conferenza stampa per annunciare grandi opere che vedranno la luce nel prossimo secolo, non ha promesso rivoluzioni urbanistiche entro il 2050 e non ha cercato colpevoli nel passato remoto per giustificare l’inerzia presente. Si è assicurato che il personale addetto riprendesse le attività con la rapidità necessaria a garantire lo svolgimento delle sessioni di allenamento previste per il pomeriggio stesso. In poche ore, il “caso Vestuti” è passato dalla categoria delle piaghe bibliche a quella dei problemi risolti con un semplice colpo di telefono e un briciolo di sana autorità. Si tratta di uno schiaffo morale di proporzioni notevoli per tutta la fauna dei “chiacchieroni” dell’ex amministrazione locale, senza distinzione alcuna tra maggioranza e opposizione. Fa quasi tenerezza immaginare come si sarebbero comportati i protagonisti della vecchia politica cittadina davanti a un simile intoppo tecnico. Probabilmente avremmo assistito al solito festival del politichese zoppicante, quello declinato in un italiano così scomposto da richiedere un interprete simultaneo per essere compreso dai comuni mortali. Qualcuno, con la consueta sicumera, ci avrebbe spiegato che le condizioni del Vestuti sono note da decenni, che la struttura è complessa e che, senza un massiccio intervento della Regione o il salvataggio diretto tramite fondi europei, il Comune non avrebbe potuto nemmeno sostituire un fusibile. Tradotto dal loro idioma immaginario: il problema rimane, ma la colpa è sempre di qualcun altro che sta più in alto o più lontano, preferibilmente fuori dai confini provinciali. C’è poi chi avrebbe attivato volentieri i propri canali di comunicazione, pronti a strombazzare meriti inesistenti, ma è stato frenato da un dettaglio tecnico insormontabile: ieri non c’erano delibere o determine da anticipare di qualche ora per intestarsi il successo di un’azione non voluta né realizzata. Senza la possibilità di mettere il cappello su un atto burocratico altrui, il silenzio è diventato l’unica strategia percorribile per non sfigurare troppo. Altri ancora, recuperando antichi e infausti progetti di cementificazione, avrebbero colto l’occasione per suggerire che forse il Vestuti farebbe meglio a diventare un parcheggio, una tesi già sentita anni fa e fortunatamente rispedita al mittente da chi ancora crede che lo sport abbia un valore sociale superiore a un posto auto a pagamento orario. E se la vecchia politica si sarebbe comportata secondo questo spartito già logoro, resta l’interrogativo su cosa avrebbe fatto la “nuova”. Purtroppo non possiamo averne certezza scientifica, poiché lo stadio è ancora fortunatamente un bene comunale e non è finito sotto l’egida di una qualche fondazione di diritto privato. Se così fosse stato, probabilmente ieri, invece degli atleti sudati in cerca di un canestro o di una porta, avremmo assistito alla trasformazione del prato in un grandioso cineforum, magari, ma rigorosamente aperto ai soli iscritti e ai “pochi eletti” della cerchia giusta. E no, ovviamente non ci riferiamo alla Fondazione, ça va sans dire. Sarebbe stata l’ennesima enclave di privilegio culturale mascherata da gestione virtuosa, dove l’accesso al bene pubblico viene filtrato dalla tessera o dall’appartenenza al salotto buono di turno. Invece, nel deserto della proposta politica attuale, è apparso il Commissario Panico, regalando a Salerno una lezione di stile che dovrebbe far arrossire chiunque abbia occupato una sedia in Consiglio Comunale. Legge, capisce, agisce. Soprattutto, si scusa. Ecco il vero elemento rivoluzionario di ieri: l’ammissione dell’errore e del disagio arrecato ai cittadini, dando pienamente ragione a quanto da noi denunciato. In una città dove per anni l’errore è stato trattato come una “percezione errata” degli utenti e l’inefficienza come un evento ineluttabile, vedere un uomo delle istituzioni che ci mette la faccia e chiede scusa per un inconveniente tecnico è un atto di una potenza dirompente. Ha insegnato in pochi minuti, a chi oggi si affanna a rilanciare la propria candidatura con programmi fantascientifici, come si gestisce una comunità: rimboccandosi le maniche e risolvendo le criticità concrete, anziché lasciarle dissolvere nella solita nuvola di fumo propagandistico fatta di rendering e promesse elettorali. La lezione è rivolta anche a noi cittadini, troppo spesso rassegnati a considerare il malfunzionamento come la norma. Il Commissario ci ha ricordato che pretendere efficienza non è un atto di eroismo, ma un diritto, e che ottenere risposte non dovrebbe essere un miracolo da attendere per lustri. Viene quasi da sorridere, di quel sorriso amaro che accompagna i rimpianti, pensando ai fasti del passato recente. Viene da dire che è un vero peccato che il Commissario non fosse in carica quando Salerno finì sulle prime pagine nazionali per quella figuraccia epocale legata al rugby di serie B. In quell’occasione, la città ospitò partite nazionali sotto una pioggia torrenziale, senza che nessuno si fosse preso il disturbo di montare nemmeno le panchine per le squadre ospiti. Gli atleti rimasero sotto l’acqua, mentre la dignità sportiva della città colava a picco nel fango davanti a tutta Italia. Probabilmente nemmeno Panico avrebbe potuto far apparire le panchine dal nulla in un istante, ma conoscendo la sua attitudine alla responsabilità, si sarebbe quantomeno proposto di ospitare le squadre nei saloni del Comune per un degno terzo tempo post-figuraccia, salvando il decoro istituzionale con un gesto di ospitalità autentica invece di nascondersi dietro i vetri oscurati del potere. Il paradosso è tutto qui: è dovuto arrivare un funzionario dello Stato per ricordare a chi ha governato per decenni che l’amministrazione è un servizio e non un esercizio di retorica fine a se stessa. Mentre Salerno resta sospesa nel limbo pre-elettorale, il Vestuti riacceso ieri sera è diventato un faro che illumina non solo il campo di gioco, ma anche la vacuità di una classe dirigente che si è nutrita di annunci senza mai masticare la realtà quotidiana. Il Commissario ha permesso alla città di andare avanti, per quel po’ che è ancora possibile in un contesto di macerie gestionali, dimostrando che il “non si può fare” è spesso solo il paravento di chi non sa fare o, peggio, di chi non ha alcun interesse a fare se non ne trae un ritorno d’immagine immediato. Oggi gli atleti potranno allenarsi sotto fari finalmente funzionanti, le luci saranno stabili e il disagio dell’altro ieri sarà archiviato. Resta però la lezione politica: la gestione di un bene comune non richiede necessariamente voli pindarici, citazioni dotte in un italiano incerto o visioni messianiche, ma una banale, onesta e costante attenzione alle necessità dei cittadini. Chi oggi si ripresenta agli elettori promettendo mare e monti farebbe bene a studiare il “metodo Panico”: meno post, meno promesse di fondi d’oltreoceano e molta più attenzione a ciò che accade sotto il proprio naso, specialmente quando quel che accade è il buio pesto.

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