Cercasi giustizia per “il bambino con le ali spezzate”

Nicolò ha tredici anni, è un bambino autistico che, insieme alla sua famiglia e ai terapisti, aveva compiuto passi che sembravano impossibili: undici anni di terapia intensiva riabilitativa, una progettualità accurata, obiettivi condivisi, una vita fatta di conquiste quotidiane. Frequentava il secondo anno della scuola secondaria di primo grado a indirizzo musicale, aveva ottimi voti, era ben inserito nei vari ambienti di vita, suonava il pianoforte, recitava, intervistava, praticava sport ed era diventato un punto di riferimento e una speranza per tante altre famiglie. Poi, il 10 settembre 2025, qualcosa si è spezzato. Senza alcun preavviso, senza alcun sentore, Nicolò ha scoperto che il suo docente di sostegno – formato sulle sue specificità dopo tre anni di lavoro fianco a fianco – era stato cambiato. La ferita si è trasformata in crudeltà quando ha capito che quel docente continuava a lavorare nello stesso istituto e nello stesso plesso: Nicolò lo vede tutti i giorni, tanto da arrivare ad aggrapparsi letteralmente alla sua automobile, in una scena raccapricciante e umiliante che racconta il suo strazio meglio di qualsiasi perizia. Da quel giorno, il bambino che migliorava è entrato in caduta. La perdita della figura di riferimento stabile e significativa ha scatenato una profonda “disregolazione emotiva”: la rottura della continuità educativa scolastica ha disorganizzato gli equilibri faticosamente raggiunti, mentre il servizio di specialistica scolastica – sul quale era stato caricato tutto – è stato interrotto all’improvviso, lasciandolo solo in un “sistema respingente”, non più inclusivo. Gli esperti parlano di regressione attiva preoccupante, di un aggravamento che sta cancellando anni di lavoro, mentre Nicolò continua ogni giorno a incrociare lo sguardo del suo “vecchio” insegnante di sostegno nel luogo stesso dove dovrebbe sentirsi protetto. In questi mesi sono arrivati appelli, solidarietà, interrogazioni parlamentari. La famiglia, gli amici, le associazioni, la rete #iostoconnicolo hanno alzato la voce ovunque, i professionisti hanno provato a contenere l’impatto traumatico di quella che per Nicolò è una vera e propria perdita. Eppure, nulla di tutto questo ha cambiato la sostanza: nessun intervento strutturale, nessuna reale presa in carico, nessuna decisione capace di restituirgli un contesto sicuro. Eppure, sarebbe bastato un nulla: una “inversione” di docenti per garantire una continuità terapeutica peraltro obbligatoria. Alla fine, per proteggere almeno in parte suo figlio, mamma Annarita ha dovuto fare ciò che non avrebbe mai voluto: cambiare scuola. Non per “capriccio”, non per comodità, ma perché vedere ogni giorno il vecchio insegnante di sostegno dentro la stessa scuola era diventato per Nicolò una tortura quotidiana, un dolore riattivato di continuo, incompatibile con la sua fragilità. Il cambio di scuola è stato l’ultima ancora per provare a fermare l’agonia di un bambino che non smetteva di peggiorare. Ed è qui che la vicenda supera il confine dell’assurdo e lambisce l’inumano: in sede di ricorso, quel cambio di scuola – imposto dalla sofferenza e dall’aggravamento dell’accertato e certificato peggioramento quadro clinico – è stato strumentalmente utilizzato come scusante per sostenere l’insussistenza del problema. Come se il fatto di aver dovuto fuggire dall’ambiente che lo stava distruggendo, cancellasse magicamente quanto accaduto, i danni inferti, le scene di pianto davanti all’auto del docente, la regressione certificata dagli specialisti. È raccapricciante doverlo scrivere: la scelta estrema di cambiare scuola, anziché essere riconosciuta come conseguenza di un contesto violento sul piano emotivo, viene brandita come alibi per derubricare il caso. Nel 2026 è inaccettabile che un sistema educativo e istituzionale trasformi il dolore di un bambino autistico in un dettaglio procedurale. È inaccettabile che si sia potuto dire, e pensare, che “un ragazzino autistico, seppur con severità importante ma con buon funzionamento, deve capire, deve accettare”, come se la responsabilità dell’adattamento ricadesse su di lui e non sull’ambiente che lo circonda. La specificità autistica, la severità del quadro e le comorbidità non si misurano sul rendimento scolastico: pretendere che sia Nicolò a cambiare, mentre tutto intorno resta uguale, equivale a violentarlo nel profondo. Oggi Nicolò continua a pagare il prezzo di scelte altrui: il suo corpo parla attraverso fenomeni neurovegetativi, il suo comportamento racconta una sofferenza che non si spegne solo perché a tratti sorride o gioca a calcio. La sua storia testimonia che appelli, solidarietà e interrogazioni parlamentari, se non si traducono in atti concreti, restano parole vuote, fotografie di rito, comunicati che non fermano una dolorosissima regressione di un bambino. Il “Caso Nicolò” è arrivato in Parlamento, ma Nicolò, nel frattempo, ha dovuto abbandonare la sua scuola. Una nuova scuola, davvero accogliente e inclusiva, resta l’unica terapia possibile per provare a fermare l’aggravamento e restituirgli un pezzo di futuro, ma questo non può cancellare le responsabilità di chi ha permesso che si arrivasse a tanto, né può legittimare l’uso distorto del cambio di scuola come scudo difensivo. Per questo mamma Annarita oggi non chiede solo una scuola che lo accolga, ma una verità che non venga insabbiata. Chiede che nessun altro bambino autistico debba essere costretto a fuggire dalla propria scuola per sopravvivere e poi sentirsi dire che, proprio per averla lasciata, “il problema non esiste più”.

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