Avv Donato D’Aiuto: Votare no al referendum

di Erika Noschese

 

 

Ultime settimane di campagna elettorale per il referendum giustizia, in programma  il prossimo 22 e 23 marzo. A ribadire le ragioni del no l’avvocato del Foro di Salerno, Donato D’Aiuto.

Avvocato D’Aiuto continua la campagna referendaria sul referendum sulla giustizia. La sua posizione è chiara: voterà no. Perché?

«Io voterò convintamente no, perché dico sempre che, per cambiare ciò che è, bisogna essere convinti al 100% di ciò che sarà. In questo caso, invece, siamo di fronte a una riforma che lascia molti punti oscuri che dovranno poi essere colmati».

Questo referendum non andrà quindi a risolvere le principali problematiche della giustizia, come i processi lumaca e la carenza di organico. Il ministro Nordio, a Salerno, ha detto che ci sarà una svolta in questo senso: lei cosa ne pensa?

«Io credo che questa riforma non c’entri assolutamente nulla con queste problematiche. Ci sono due questioni concrete sulle quali il ministro avrebbe potuto lavorare. Per esempio, è stato a Salerno e noi abbiamo un carcere con un tasso di sovraffollamento che supera di oltre 300 detenuti la capienza prevista. Inoltre, nel nostro distretto abbiamo il tribunale più lento d’Italia, quello di Vallo della Lucania. Un processo penale di primo grado in Italia dura mediamente 360 giorni, mentre la media europea è di 120. Erano queste, secondo me, le priorità della giustizia. Invece ci stanno spacciando per riforma della giustizia una riforma che di giustizia non parla».

Il referendum prevede anche la separazione delle carriere. Qual è la sua posizione?

«La separazione delle carriere è una delle misure previste, ma è quella sulla quale si incide meno. Negli ultimi anni i magistrati che passano dalla funzione requirente a quella giudicante, e viceversa, sono pochissimi. Inoltre, dopo le ultime riforme, ai magistrati è consentito cambiare funzione una sola volta nel corso della carriera e soltanto in un’altra regione. Stiamo quindi intervenendo su numeri molto bassi, semplicemente per prendere di mira – questo è un dato di fatto – la magistratura. Negli ultimi anni ci sono state anche cose sbagliate, ma si potrebbe intervenire in molti altri modi. Non è questa la riforma che migliorerà la situazione».

Si parla anche di un tentativo di politicizzare la magistratura.

«È un dato di fatto, perché cambieranno le proporzioni all’interno del Csm e dell’Alta Corte. Non sarà più rispettato il rapporto di due terzi di membri della magistratura e un terzo di membri laici, ma la componente politica sarà più forte. Inoltre, mentre i magistrati verranno sorteggiati dall’intera platea dei magistrati, la componente laica sarà sorteggiata da un elenco precompilato dal Parlamento nei primi sei mesi della legislatura. Sarà quindi la maggioranza a decidere i membri laici che siederanno nel Csm e nell’Alta Corte».

Da avvocato, quali sono le maggiori criticità del sistema giudiziario e cosa servirebbe davvero per dare una svolta?

«La lentezza dei processi è un problema che ci portiamo dietro da tempo. Con la riforma Cartabia c’è stato sicuramente qualche miglioramento, anche nel processo civile. Del processo civile però si parla poco, perché il processo penale è più facile da utilizzare a fini politici. Esistono poi carenze di organico, carenze strutturali e problemi legati al processo civile telematico. Sono queste le cose che andrebbero migliorate e implementate. Questa riforma invece non affronta nulla di tutto questo e si limita a ristrutturare l’architettura della magistratura».

Perché votare no?

«Io voterò convintamente no perché, se qualcosa esiste e ha delle pecche, non lo cambierei con qualcosa di cui non sappiamo ancora dove andrà a parare. Il ministro Tajani, vicepresidente del Consiglio, ha addirittura detto che il prossimo passo sarà togliere la polizia giudiziaria dalla responsabilità del pubblico ministero. Cosa significherebbe? Che il pubblico ministero, per fare le indagini, dovrebbe rivolgersi al Ministero della Difesa per i carabinieri, al Ministero dell’Economia per la Guardia di Finanza e al Ministero dell’Interno per la polizia. È chiaro che, sebbene nella riforma non sia scritto che il pubblico ministero passerà sotto il controllo diretto dell’esecutivo, il disegno più ampio sembra andare in quella direzione».

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