Inutile girarci intorno con i comunicati felpati della Rai: la conferma di Fabrizio Ferraguzzo alla direzione musicale del Sanremo 2027 targato Stefano De Martino non è una semplice nomina tecnica. È un commissariamento dei discografici in piena regola.

Con Ferraguzzo la Rai sfodera le armi pesanti
Dopo l’ultima gestione di Conti, archiviata tra sbadigli e ascolti d’inerzia, la tv pubblica ammette di non saper più leggere il mercato e, per non affogare nella naftalina, chiama il “ferro” della produzione pesante. Ovvero l’uomo che ha trasformato quattro ragazzini di strada nei Måneskin, il brand italiano più esportato nel mondo dopo il Parmigiano Reggiano. E così, mentre 11 milioni di italiani guardavano l’incoronazione del “signore dei pacchi”, bello, bravo e “caschettiano” di ferro, che sorride ai sottosegretari e ingolosisce nonne e nipotine, la vera mossa di potere si consumava tre passi indietro.
L’arrivo a Milano e lo sbarco in Sony
È un cerchio che si chiude con il destino che la sa lunga: nel 2012, mentre lo showman napoletano occupava militarmente i rotocalchi per aver mollato Emma Marrone per Belén, a pochi metri da lui, nei crediti del tour Sarò libera, c’era proprio Ferraguzzo a sudare sopra le corde di un basso. Due traiettorie nate all’ombra della stessa donna, una nella centrifuga del gossip, l’altra in sala prove, che 15 anni dopo si ritrovano a gestire il giocattolo più costoso della Rai. Ma per misurare la caratura del manager dei record bisogna scordarsi le tartine degli after-party e scendere a Pietralata, Roma. Lì Ferraguzzo mastica musica sin da bambino, ben prima di sbarcare a Milano alla soglia dei 30 anni e finire a dormire in un garage per un anno intero. La sua fortuna ha un nome e un cognome precisi: Pico Cibelli. È lui, oggi al comando di Warner (che quest’anno ha piazzato primo e secondo posto al Festival), a spalancargli le porte della Sony (sua ex etichetta), dove firma i primi contratti e inizia a macinare progetti che cambiano i connotati al pop italiano. Sanremo, del resto, lo conosce bene: nel 2017 mette il marchio su Portami via di Fabrizio Moro, forse il pezzo più pregiato dell’edizione. Nel 2019 inventa il fenomeno Achille Lauro portando la provocazione di Rolls Royce all’Ariston e cura Nonno Hollywood di Enrico Nigiotti. Nel 2020 trasforma i Pinguini Tattici Nucleari in una macchina da dischi di platino con Ringo Starr.
Il capolavoro Måneskin
Una lista di colpi che non dimentica la direzione musicale di X Factor, dove lancia talenti a ripetizione. Ma il suo capolavoro restano i Måneskin, pescati al Massive Arts Studios: gli bastano pochi secondi di provino per capire di avere in mano una bomba atomica.

Li aggancia, ne guida la crescita e li porta al trionfo mondiale di Zitti e buoni sbancando prima l’Ariston e poi l’Eurovision 2021, e curandone anche il management dopo il divorzio da Marta Donà. Un’espansione, che fa rima con riservatezza quasi politica, che lo porta dritto nella Recording Academy di Los Angeles: quarto italiano di sempre nella giuria dei Grammy.
L’ecosistema Ferraguzzo
Ma Ferraguzzo non è solo un manager, è un ecosistema. Con Simone Giacomini fonda Stardust, corazzata dell’influencer marketing; con Shablo dà vita a Moysa, l’hub creativo dove le arti si incrociano fuori dai vecchi schemi. Un impero che tocca ogni fase del successo: dal brano al post su Instagram, dal management di Exit Music (la sua società da quasi 3 milioni di euro) ai live. Il nodo vero, quindi, risiede nell’etica flessibile, in un sistema dove chi produce la musica e chi valuta i pass per l’Ariston siede sulla stessa sedia. La Rai, per bocca del direttore dell’Intrattenimento Prime Time Williams Di Liberatore, parla di «lavoro in team», ma l’influenza di un membro dei Grammy che governa influencer, produce hit globali e possiede un’autonomia mentale che intimidisce i burocrati, non si cancella con un verbale di commissione. Se la sua visione internazionale è la cura per un Sanremo che mostra la corda su ascolti e streaming, allora la Rai alza bandiera bianca e consegna il suo gioiello a un fuoriclasse, che il mercato non lo interpreta, lo crea.

