Perché il Sud-Est asiatico cambia rotta e apre all’energia nucleare

Il nucleare non è mai stato di casa nel Sud-Est asiatico. Almeno finora, perché le conseguenze della guerra in Medio Oriente sembrano destinate a cambiare in modo drastico quello che sembrava ormai un dato acquisito: la regione non produce energia attraverso l’atomo. Sì, perché nonostante i Paesi dell’area esplorino l’uso del nucleare civile sin dalla fine degli Anni 50, questo interesse non si è mai tradotto in una reale produzione energetica. Nel corso dei decenni, i progetti in tal senso sono stati ripetutamente rinviati, sospesi o cancellati. Le cause? Cambiamenti politici interni, oscillazioni nel sostegno governativo, vincoli finanziari e soprattutto l’impatto di grandi disastri globali come Chernobyl e Fukushima, che hanno influenzato profondamente l’opinione pubblica e reso politicamente costoso portare avanti programmi nucleari.

Perché il Sud-Est asiatico cambia rotta e apre all’energia nucleare
Una protesta contro il nucleare nelle Filippine nel 2016 (Ansa).

La vulnerabilità energetica e le misure di emergenza

Ora, il nucleare è improvvisamente tornato al centro del dibattito. D’altronde, il Sud-Est asiatico è una delle regioni più vulnerabili sul piano energetico, pesantemente esposta al conflitto in Medio Oriente. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz ha messo in luce con brutalità quanto l’area dipenda dalle forniture mediorientali. L’interruzione o anche solo il rallentamento dei flussi ha già prodotto effetti tangibili: prezzi del petrolio alle stelle, razionamenti, code ai distributori, riduzioni dei voli, tensioni sui bilanci pubblici e inflazione galoppante. In alcuni Paesi si è entrati in una vera e propria modalità di emergenza, con governi costretti a intervenire con sussidi, rilascio di riserve strategiche e misure straordinarie per contenere l’impatto economico e sociale della crisi. Le Filippine, primo Paese al mondo, hanno dichiarato un’emergenza energetica nazionale di un anno. Il Vietnam ha annunciato un taglio dei collegamenti aerei. L’Indonesia ha dovuto sospendere il programma nazionale di pasti gratis per i bambini delle scuole, un pilastro del piano politico del presidente Prabowo Subianto. L’elenco potrebbe continuare e, con un prolungamento del conflitto, i rischi aumenterebbero ulteriormente.

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Il presidente indonesiano Prabowo Subianto (Ansa).

L’introduzione del nucleare torna al centro del dibattito politico

Qualunque sia l’evoluzione della guerra, il dibattito politico del Sud-Est asiatico sembra destinato a cambiare in modo strutturale, portando l’indipendenza energetica al centro delle priorità strategiche nazionali. Quasi la metà dei Paesi della regione sta considerando seriamente l’introduzione del nucleare entro il 2030. Attenzione, perché il processo stava timidamente cominciando già prima della guerra, vista la crescita della domanda energetica. Secondo le proiezioni internazionali, il Sud-Est asiatico sarà responsabile di circa un quarto dell’aumento della domanda globale di energia entro il 2035. Questa crescita è trainata da diversi fattori strutturali: urbanizzazione, industrializzazione, aumento del reddito medio e, soprattutto, l’espansione dell’economia digitale. La regione sta emergendo come uno dei principali hub globali per i data center, in particolare quelli legati all’Intelligenza artificiale. Paesi come Malesia, Indonesia, Singapore e Vietnam stanno attirando investimenti massicci da parte dei giganti tecnologici, ma questi centri richiedono quantità enormi di energia stabile e continua. Solare ed eolico, pur essendo fondamentali per la decarbonizzazione, non possono da soli garantire una fornitura continua e affidabile, soprattutto con sistemi elettrici ancora poco sviluppati o frammentati come quelli del Sud-Est asiatico. Il nucleare offre invece una produzione stabile, a basse emissioni e indipendente dalle condizioni meteorologiche.

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La centrale nucleare di Maanshan a Taiwan (Ansa).

Le partnership con Russia, Usa e Canada

La guerra in Iran ha agito da acceleratore. Il forte aumento dei prezzi del petrolio ha reso evidente quanto sia rischioso basare la crescita economica su combustibili fossili importati. Paesi come Vietnam, Indonesia, Thailandia e Filippine hanno intensificato i piani nucleari, fissando obiettivi ambiziosi e avviando collaborazioni con partner internazionali, tra cui Russia, Stati Uniti e Canada. Il Vietnam, ad esempio, ha rilanciato un progetto nucleare considerato strategico a livello nazionale, mentre l’Indonesia sta puntando sui reattori modulari di piccola scala, una tecnologia emergente che promette maggiore flessibilità e costi più contenuti. Anche i Paesi che non avevano programmi nucleari definiti stanno iniziando a esplorare questa opzione. Cambogia, Singapore e il sultanato del Brunei hanno avviato studi di fattibilità o dichiarato interesse verso l’energia atomica.

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L’interno della centrale di Bataan (Ansa).

Gli ostacoli economici e la diffidenza dell’opinione pubblica

Certo, la nuova corsa al nucleare non è priva di ostacoli. La storia della regione è segnata dal precedente emblematico della centrale di Bataan, nelle Filippine. Costruita negli Anni 70, non è mai entrata in funzione a causa di scandali politici e timori per la sicurezza, amplificati dal disastro di Chernobyl. Questo episodio ha lasciato un’eredità di diffidenza che ancora oggi pesa sull’opinione pubblica. In molti Paesi, il sostegno al nucleare resta limitato, soprattutto in aree soggette a rischi naturali come terremoti e tsunami. Non mancano nemmeno sfide tecniche e legate ai costi, oltre al delicato tema della sicurezza di infrastrutture che, come dimostra il conflitto in corso, possono anche diventare target di attacchi militari.

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L’impianto di Bataan nelle Filippine (Ansa).

Anche Taiwan riapre alla possibilità nucleare

Nonostante queste criticità, però, la direzione di marcia sembra ormai tracciata. Spostandosi un po’ più a Est, accade lo stesso persino a Taiwan. Si tratta di un caso ancora più rilevante, visto che solo un anno fa l’isola aveva spento l’ultimo reattore rimasto in attività sul suo territorio, al termine di una lunga campagna anti-atomo promossa dal partito attualmente al governo dopo l’incidente di Fukushima. Anche in questo caso, la guerra in Medio Oriente sta amplificando i rischi legati all’approvvigionamento esterno. Taiwan dipende infatti in misura quasi totale dalle importazioni per soddisfare il proprio fabbisogno energetico, con circa il 97 per cento delle risorse provenienti dall’estero e trasportate via mare. Questa condizione rende il sistema energetico strettamente legato alla sicurezza delle rotte marittime, esponendolo a rischi che vanno ben oltre la semplice volatilità dei prezzi. Allo stesso tempo, la domanda di energia continua a crescere, trainata da un’economia fortemente orientata all’alta tecnologia e, in particolare, alla produzione di chip. Anche brevi interruzioni possono avere conseguenze enormi per l’intera catena produttiva. Non a caso, c’è preoccupazione anche sull’elio, utilizzato nei processi di raffreddamento e nella litografia avanzata che sono al cuore del funzionamento delle fabbriche di chip. A sorpresa, la Taiwan Power Company ha avviato le procedure per presentare un piano di riattivazione delle sue centrali. E il governo ha confermato l’apertura a questa possibilità, nonostante la storica opposizione all’atomo. Si tratta di una svolta che conferma il fatto che anche in Asia si guarda ora al nucleare non tanto come un fattore di rischio, quanto come uno strumento forse imprescindibile di sicurezza energetica.