Qual è il vero obiettivo della riforma della Giustizia? Alla fine della fiera, una risposta univoca e semplice non è ancora stata data. Si parla di eliminazione delle correnti, di sorteggi, di meritocrazia, di moltiplicazione dei Csm. Ma in soldoni, per il semplice cittadino cosa cambia? Certo, viene modificata la Costituzione, e non è cosa di poco conto. Però da qui a definirla una riforma voluta dal popolo ce ne passa. A spiegare le intenzioni del governo ci ha provato anche Giorgia Meloni con un lungo video sui social, anche se immaginiamo avrebbe preferito delegare la campagna ai suoi. La premier ha promesso una giustizia più moderna, più libera, più vicina all’Europa. C’è però una cosa che gli italiani chiedono, e non da oggi: una giustizia più efficiente e più rapida. Sia nel campo penale sia in quello civile. E allora forse bisognerebbe chiedersi, al di là della bontà delle motivazioni che animano il fronte del Sì e quello del No, cosa il ministro Carlo Nordio abbia fatto in questi tre anni e mezzo al governo per rispondere a questa esigenza.
Confusione, scivoloni e passi indietro
Iniziamo con le dichiarazioni di intenti. Nel centrodestra hanno provato a dipingere la riforma come «un’occasione storica per avere una giustizia più efficiente e più giusta», come assicurava la stessa Meloni il 30 ottobre 2025, illustrando i punti chiave del provvedimento. Peccato che il Guardasigilli, sebbene a singhiozzo, abbia smentito questo obiettivo a più riprese. Qualche mese prima, a marzo, in occasione di un convegno alla Camera, senza giri di parole Nordio aveva messo le mani avanti: «Nessuno ha mai preteso che influisca sull’efficienza della giustizia. Quando mai abbiamo detto che la separazione delle carriere rende i processi più veloci?».
Bartolozzi contro la magistratura «plotone di esecuzione»
Poi, come sempre, aveva cercato di ammorbidire il colpo. Il 23 gennaio 2026, in una intervista a Milano Finanza, chiariva che «la maggiore efficienza, e quindi la rapidità» dei processi sarà ottenuta grazie al PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, precisando che «vi inciderà» anche la riforma. Secondo il ministro, «oggi il magistrato inetto o pigro, che dimentica i fascicoli o deposita le sentenze a distanza di anni, viene punito, se proprio gli va male, con sanzioni platoniche perché è soggetto a quella giurisdizione domestica del Consiglio superiore della magistratura dove le correnti proteggono i rispettivi iscritti». Invece «con la riforma i magistrati saranno più attenti, i migliori saranno premiati anche se non hanno padrini, e i tempi saranno ridotti». La senatrice salviniana Giulia Bongiorno, presidente della 2° commissione Giustizia, parlando a Palazzo Madama il 22 gennaio 2025 aveva invece usato meno sofismi: «Scusate ma chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Solo un ignorante può pensare una cosa del genere».
Più recentemente è stata la capa di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, a tagliare la testa al toro: «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione», ha sbottato in un intervento all’emittente siciliana Telecolor, sabato 7 marzo.
Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della giustizia: "Votate sì al referendum, così ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione" pic.twitter.com/wxabYoh2Wp
— Ultimora.net (@ultimoranet) March 9, 2026
I mali cronici della giustizia italiana
Si torna così al punto di partenza. Al netto della propaganda che purtroppo inquina la campagna referendaria – tra meme, fake news, «banditi» per il Sì (cit. Tomaso Montanari), uscite improvvide sul sistema «para-mafioso» del Csm e interventi creduti a microfoni spenti e invece aperti alla stampa (vedi il caso della deputata leghista Simonetta Matone) – sarebbe il caso di sgomberare definitivamente il campo da ogni equivoco: la riforma della Giustizia non ha come obiettivo migliorare l’efficienza del sistema.

Se così fosse stato, in oltre tre anni Nordio avrebbe potuto fare qualcosa di più, anche senza mettere mano alla Costituzione. C’era solo l’imbarazzo della scelta. La giustizia italiana soffre di molti mali: lunghezza dei processi, si diceva. Ma anche carenza di organico, tribunali fatiscenti e da mettere in sicurezza, soprattutto al Sud. Digitalizzazione ancora insufficiente. Una diagnosi impietosa, a cui si è risposto con l’abolizione dell’abuso di ufficio, l’ammorbidimento del traffico di influenze, il tentativo di limitare la pubblicazione delle intercettazioni, e la moltiplicazione dei reati a suon di decreti sicurezza. Senza dimenticare la drammatica situazione del sistema penitenziario.
La lunghezza dei processi e le condizioni per accedere ai fondi del PNRR
Ma sfogliamola questa cartella clinica. Partendo dal civile. Come scrive l’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, la durata dei processi arrivati al terzo grado di giudizio è passata dagli otto anni di una decina di anni fa ai cinque anni del 2025. Un passo avanti, anche se l’obiettivo del PNRR – ridurre la durata del 40 per cento rispetto al 2019 entro giugno 2026 – è ancora lontano (siamo al -28 per cento). In campo penale la situazione è decisamente migliore: la durata ora è di due anni e quattro mesi e il target del PNRR (riduzione della durata del 25 per cento rispetto al 2019) sarà probabilmente centrato. L’Italia resta comunque lontana dalla media Ue che è poco più di due anni nel civile e un anno e tre mesi nel penale.
La carenza di magistrati, di personale amministrativo e la mole delle udienze
La lungaggine dei processi dipende anche dalla carenza di organico. In primo luogo di magistrati. Nel 2023 in Italia operavano 12 giudici e quattro pubblici ministeri ogni 100 mila abitanti, contro una media Ue rispettivamente di 22 e 11. Stando ai piani previsti dal ministero della Giustizia, mancavano all’appello 1.250 giudici tra tribunali ordinari, corti d’appello e di Cassazione. Numeri che corrispondono, virgola più virgola meno, a quelli denunciati da Cesare Parodi, presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm). Non solo. Ogni pm in Italia gestisce mediamente 1.192 casi, contro una media europea di 204. La stessa carenza di organico si registra anche tra il personale amministrativo che assiste i giudici, fissa udienze e redige verbali. Sempre nel 2023 si contavano 60 dipendenti ogni 100 mila abitanti, mentre la media Ue era di 87. Meno personale, più lavoro e meno qualità, sostengono dall’Anm.

I tagli all’edilizia giudiziaria e alla messa in sicurezza dei tribunali al Sud
Ma la mancanza di personale non è l’unica spina nel fianco del sistema giustizia. In tre anni abbondanti, il ministro Nordio avrebbe per esempio potuto mettere mano all’edilizia dei tribunali o alla ristrutturazione e messa in sicurezza degli uffici giudiziari, soprattutto al Sud. Oppure potenziare il fondo cybersicurezza e le infrastrutture informatiche. Invece così non è stato. Come si evince dal rapporto dell’ufficio studi di Camera e Senato sugli effetti della manovra sui diversi ministeri, i dati sul dicastero di Via Arenula evidenzino «una serie di definanziamenti su comparti essenziali, per un totale di 127,8 milioni, con il decremento maggiore nel programma giustizia civile e penale per 93,8 milioni». I fondi per l’edilizia giudiziaria sono scesi di oltre 68 milioni e le spese per la ristrutturazione e messa in sicurezza delle strutture giudiziarie in regioni del Sud di oltre 25 milioni. È stata ridotta anche la spesa destinata giustizia minorile, mentre – sottolinea sempre l’Anm, «la transizione digitale cala di 6,4 milioni». Se da una parte si lima, dall’altra si rimpolpa. È il caso dell’aumento di 1,7 milioni di euro per posti da assegnare a collaboratori diretti del ministero.

L’aumento dei reati e il sovraffollamento carcerario
Da quando è in carica (ottobre 2022), il governo ha invece aumentato i reati (+14 in tre anni), lievitati a suon di decreti sicurezza, senza trovare una soluzione anche palliativa al sovraffollamento carcerario, a cui si pensa di rimediare non con indulti o misure alternative, ma costruendo nuovi penitenziari. Perché per Nordio «se aumenta il numero dei carcerati non è colpa del governo, ma di chi commette i reati e dei magistrati che li mettono in prigione». Lo disse in un Question time al Senato il 10 aprile 2025. Anche in questo caso il governo dovrebbe fare pace con se stesso. Visto che, per la vulgata social, se un delinquente non va in galera la colpa è dei giudici. Non certo delle leggi. Per fortuna c’è la riforma.
