Parola d’ordine: disimpegno. Dalla guerra e dal referendum sulla giustizia. Matteo Salvini ha incontrato i segretari regionali e massimi dirigenti in due riunioni a porte chiuse tra giovedì sera e venerdì mattina. E la raccomandazione a tutti è stata: «Quando andate in tivù o fate interviste ai giornali evitate ogni commento sulla guerra in Iran e nei Paesi del Golfo. La politica estera la fanno Tajani e Meloni? Che commentino loro», è stato il ragionamento del segretario leghista. «La Lega deve apparire come il partito responsabile che cerca di mitigare le conseguenze di un conflitto complesso in cui l’Italia ha un ruolo più che marginale. E si deve occupare solo della task force sui prezzi e di evitare ogni speculazione sul costo dell’energia».

Giorgetti alle prese con il decreto Bollette
La raccomandazione è stata netta in entrambe le riunioni. Tanto che a qualcuno è tornata in mente la figuraccia del viaggio in Polonia dopo l’attacco russo all’Ucraina, quando il sindaco di Przemysl presentò a Salvini il ‘conto’ della maglietta sfoggiata nel 2014 con il volto di Vladimir Putin. «Le guerre non gli portano bene, non vorrà fare figuracce», è stato il commento sarcastico di qualche dirigente. Sul tema del costo dell’energia, è intervenuto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per illustrare il quadro della situazione e spiegare come gli effetti del decreto Bollette all’esame del Parlamento siano già esauriti a causa della nuova situazione. Il decreto dovrà essere modificato nella parte che riguarda il biogas e le aste per l’energia idroelettrica.

I dubbi di Salvini sull’esito referendario
Sulla guerra, infine, le divisioni (sotterranee) all’interno della Lega sarebbero nette, tra chi è contrario all’autorizzazione all’uso delle basi in Italia per i bombardamenti e chi si adeguerà alle decisioni di Giorgia Meloni (la quale comunque ha anticipato che ogni mossa sarà decisa in Parlamento). Per quanto riguarda il referendum sulla riforma della giustizia, formalmente la Lega respinge ogni accusa di disimpegno, arrivata nei giorni scorsi da Forza Italia. «In giro si vedono solo i nostri gazebo», avrebbe rivendicato Salvini. Ma nella riunione a porte chiuse coi big del partito sono stati espressi molti dubbi sull’esito della consultazione. I nostri non sanno neanche di cosa si parla, si sarebbe lamentato Giorgetti. Mentre Salvini ha snocciolato tutta una serie di sondaggi e mostrato in sostanza il timore di intestarsi una battaglia che potrebbe non risultare vincente.

La manifestazione dei Patrioti a Milano non scalda gli animi leghisti
Tutto in attesa della manifestazione organizzata dal gruppo dei Patrioti europei per il 18 aprile a Milano, dal titolo ‘Senza paura, in Europa padroni a casa nostra’. Qualcuno è convinto della disfatta di Viktor Orban in Ungheria e comincia a pensare che, con l’aggravarsi della situazione internazionale e la crescente impopolarità di Donald Trump, forse non sia il momento per impegnarsi in un evento del genere. Durante la riunione la vicesegretaria Silvia Sardone ha invitato tutti a prepararsi alla manifestazione con idee chiare e un tema definito. Ma non è che vi sia grande entusiasmo tra i dirigenti più moderati e i governatori attorno all’evento per il quale Marine Le Pen non ha ancora confermato la sua presenza. Qui, sì, che forse in diversi nella Lega sotto sotto desidererebbero che la parola d’ordine fosse disimpegno.

La nuova segreteria politica può attendere
Infine, la riunione di venerdì al Mit, per alcuni, avrebbe dovuto rappresentare l’esordio della nuova segreteria politica, format più snello del consiglio federale cui Salvini avrebbe acconsentito di dar vita per una gestione più collegiale del partito. Ma nessuna nuova struttura è stata formalmente varata. E, malgrado da tempo ci sia chi auspica un maggior coinvolgimento decisionale degli altri dirigenti, non risulta che Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, entrambi collegati, siano intervenuti alla riunione. Insomma, le decisioni sembrano restare tutte in capo al segretario e al suo stretto cerchio magico (il vice Claudio Durigon e il senatore Andrea Paganella). E ogni altro coinvolgimento sarebbe solo apparente. La decisione di scomporre il confronto in due momenti – uno con i segretari regionali e uno con i colonnelli – sembra, viene riferito, motivata più che altro dall’esigenza di non far filtrare i contenuti.

