Meloni tira dritto, ma la classe dirigente di FdI sta franando

Giorgia Meloni, alla Camera per la sua informativa post referendum, è stata lapidaria: «Nessun rimpasto o elezioni anticipate. Ci siamo presi l’impegno di governare la nazione per cinque anni ed è quello che faremo non importa quanto sarà difficile. E non intendiamo scappare né far ripiombare l’Italia nell’incertezza». Una premier sulle barricate che difende il suo lavoro e, soprattutto, difende i suoi sodali. Ringrazia i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini ma anche i cosiddetti trombati, Andrea Delmastro e Daniela Santanchè, che «pure avevano lavorato bene». Nonostante la frana che sta investendo tutta la sua classe dirigente che in questi anni non ha mai davvero brillato.

Meloni tira dritto, ma la classe dirigente di FdI sta franando
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante líinformativa alla Camera (Ansa).

La Fiamma sta riscrivendo le regole del galateo istituzionale

Di questi tempi, essere un “patriota” non è un mestiere facile, ne conveniamo. Richiede coerenza, un certo portamento e, soprattutto, una memoria di ferro per ricordarsi quali segreti di Stato si possono riferire a cena e quali invece dovrebbero restare chiusi in un cassetto. Ma la classe dirigente di Fratelli d’Italia, con quella spavalderia tipica di chi ha «le radici profonde», sta riscrivendo le regole del galateo istituzionale, trasformando il concetto di “Legge e Ordine” in un suggerimento opzionale. Prendiamo Andrea Delmastro Delle Vedove, l’uomo che ha dato un nuovo significato alla parola “discrezione”. Non pago di aver diffuso segreti di Stato, è incappato nella ben nota vicenda delle Bisteccherie d’Italia, con una ricostruzione che ha dell’inverosimile. Una ‘leggerezza’ che gli è costata la poltrona. E che dire di Daniela Santanchè? L’ex ministra al Turismo, dopo le vicende giudiziarie che riguardano lei e le sue società, ha dovuto capitolare e rassegnare le dimissioni dopo un invito più che perentorio a reti unificate.

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Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

Il pigliatutto Mollicone, regista dell’egemonia culturale

A Federico Mollicone, Presidente della Commissione Cultura alla Camera, è toccato invece il compito più arduo: costruire la nuova “egemonia culturale”. E come si costruisce un’egemonia se non mettendo le mani sul portafoglio del cinema italiano? Con la grazia di un elefante in una cristalleria di Cinecittà, Mollicone ha deciso che il tax credit non deve più essere un freddo strumento economico, ma un filtro etico-patriottico. Sotto la sua ala protettrice, i finanziamenti sembrano aver preso una direzione molto precisa: meno film d’autore “di sinistra” (quelli che annoiano, tipo i documentari su Giulio Regeni, a cui i fondi sono stati negati anche se il ministro Alessandro Giuli pare aver fatto un passo indietro) e più spazio a opere che celebrano il Pantheon della destra, comprese le sagre di paese. Dalle pellicole sulla spedizione di Fiume ai progetti affidati a “sodali” storici, Mollicone ha trasformato la Commissione Cultura in una sorta di ufficio casting per la propaganda di questa destra. Il messaggio è chiaro: se vuoi i soldi dello Stato, devi girare qualcosa che piaccia alla Garbatella. L’ironia? Mentre si scaglia contro il “sistema” che per anni avrebbe foraggiato solo i registi progressisti, Mollicone sta mettendo in piedi un sistema fotocopia, solo con le camicie di un altro colore. In fondo, il cinema è finzione, e lui lo interpreta benissimo: recita la parte del liberatore della cultura mentre, di fatto, ne sta diventando il nuovo, onnipresente produttore esecutivo.

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Federico Mollicone (Imagoeconomica).

I selfie inopportuni e la tegola dell’Amico

Ma il vero capolavoro di questa controversa classe dirigente arriva con l’inchiesta Hydra e la figura di Gioacchino Amico, da qualche mese collaboratore di giustizia. Qui passiamo dal folklore ministeriale alla cronaca nera. Amico, un nome che è già un programma, non era esattamente il classico militante che attacca manifesti sotto la pioggia. Secondo gli inquirenti, era il punto di raccordo tra i clan Senese, Mazzarella e la ’ndrangheta in Lombardia. Eppure, questo signore non solo vantava rapporti con esponenti di spicco del partito a Milano – nomi come Carlo Fidanza e Mario Mantovani sono finiti nelle carte per i suoi millantati o reali contatti – ma sfoggiava con orgoglio un selfie con la premier Meloni e, colpo di scena, persino una tessera del partito. È qui che il concetto di “Fratelli d’Italia” raggiunge la sua massima espansione metafisica. Il partito è così inclusivo, così aperto al dialogo col territorio, che persino un referente della Camorra poteva riuscire a metterci piede, tra una cena elettorale e un tesseramento lampo. D’altronde, Giorgia lo ha sempre detto: «Non siamo ricattabili». Magari non ricattabili, ma sicuramente molto fotogenici, visto che nessuno sembra mai dire di no a un selfie, nemmeno se l’interlocutore ha un curriculum che farebbe impallidire i protagonisti di Gomorra.

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Il selfie di Giorgia Meloni con Gioacchino Amico pubblicato da Report.

Onore al merito (di restare a galla)

In fondo, la parabola che va da Delmastro ad Amico, passando per Santanchè, racconta una storia di coerenza. Quella di una classe dirigente che tende a confondere lo Stato con un club privato, dove le regole valgono per i “nemici” e le eccezioni per gli “amici”. Il merito tanto sbandierato sembra essersi trasformato nel merito di saper restare a galla. E mentre il Paese guarda attonito, loro si blindano, non arretrano ma anzi continuano a marciare, fieri e compatti (almeno a parole). Perché, come insegna la migliore tradizione, i panni sporchi si lavano in famiglia. Meglio se tra Fratelli.

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Giorgia Meloni (Imagoeconomica).