Mentre Donald Trump lanciava su Truth le sue minacce più virulente all’Iran, nello Stretto di Hormuz transitavano già alcune navi. Non solo quelle di Cina o Pakistan, storici partner dell’Iran. Tra le imbarcazioni a passare ce n’erano alcune anche del Giappone, il primo alleato degli Stati Uniti in Asia orientale. Non è un caso. Tokyo è l’unico Paese del G7 ad aver sempre mantenuto rapporti amichevoli con Teheran, che ha apprezzato il no della premier Sanae Takaichi alla Casa Bianca sulla richiesta di inviare mezzi militari per tutelare le rotte commerciali del Medio Oriente.

Dietro le mosse del Giappone c’è una realtà complessa che coinvolge tutte le economie avanzate dell’Asia orientale. Gli effetti più dirompenti e immediati del conflitto (ora entrato in una fase di tregua) si sono verificati nelle economie emergenti del Sud-Est asiatico. Ma anche Giappone, Corea del Sud e Taiwan stanno vivendo difficoltà che non sembrano destinate a risolversi con uno schiocco di dita.
Dipendenza quasi totale dalle importazioni energetiche
Tokyo, Seul e Taipei sono pilastri industriali e tecnologici globali. Al di là dell’andamento futuro della guerra in Medio Oriente, tutti e tre sono stati esposti a una vulnerabilità strutturale che fino a oggi era stata gestita, ma non risolta: la dipendenza quasi totale dalle importazioni energetiche e dalle catene di approvvigionamento marittime. Per Giappone e Corea del Sud, attraverso lo Stretto di Hormuz transita oltre il 90 per cento del petrolio importato. La minaccia alla libertà di navigazione ha costretto entrambi i Paesi ad attivare rapidamente strumenti di emergenza.
In Giappone pressione su tutta la filiera produttiva
Il Giappone ha ordinato a più riprese il rilascio di riserve strategiche, predisponendo sussidi ai carburanti e monitoraggio dei consumi. L’aumento dei prezzi energetici ha però avuto rapidamente riflessi sull’intera economia giapponese, con un’inflazione diffusa che ha colpito anche beni quotidiani come pannolini, bevande e prodotti in plastica. Secondo gli analisti, è il segnale evidente di una pressione che si è trasmessa lungo tutta la filiera produttiva.

Anche il turismo rischia di subire contraccolpi
La crisi ha esercitato anche una pressione significativa sullo yen, già indebolito da anni di politiche monetarie espansive. Il governo giapponese ha iniziato a temere un circolo vizioso: energia più cara, aumento delle importazioni, peggioramento della bilancia commerciale e ulteriore svalutazione della moneta. In un’economia fortemente dipendente da commercio ed export, anche il turismo (uno dei settori chiave del Giappone) rischia di subire contraccolpi a causa dell’aumento dei costi di viaggio e dell’incertezza globale.
I guai della Corea del Sud e la riapertura alla Russia
La Corea del Sud è dovuta intervenire con misure emergenziali, andando a toccare la composizione del mix energetico. Il governo ha dato il via libera all’aumento della produzione elettrica da carbone e nucleare, insieme a un pacchetto di sostegno da un miliardo di dollari per i settori più colpiti. L’amministrazione del presidente Lee Jae-myung ha deciso di limitare le esportazioni di nafta, miscela chimica cruciale per diversi componenti dell’industria automotive, pilastro dell’economia sudcoreana. Contestualmente è arrivata una riapertura alla Russia, con l’importazione di decine di migliaia di tonnellate di nafta dopo anni di tensione che erano culminati nell’accordo di mutua difesa siglato da Vladimir Putin e dal leader supremo nordcoreano Kim Jong-un nel 2024.

Piccoli shock che possono amplificarsi in fretta
D’altronde, uno degli ambiti più colpiti dalla crisi in Medio Oriente è quello industriale, a partire da automotive e chimica. La scarsità di materiali come etilene e altri derivati petrolchimici sta già creando difficoltà nella produzione di componenti, mentre il previsto calo dell’export verso il Medio Oriente rischia di aggravare ulteriormente la situazione. In economie fortemente integrate nelle catene globali del valore, come quelle di Giappone e Corea del Sud, anche piccoli shock possono amplificarsi rapidamente, generando effetti a cascata su occupazione, investimenti e crescita.
Problemi per data center e fabbriche di chip
Le preoccupazioni sono notevoli anche per il comparto tecnologico, uno dei più energivori. Data center e fabbriche di chip hanno estremo bisogno di una fornitura stabile e continua di energia. In questo senso, la guerra ha creato non poche preoccupazioni sulle catene di approvvigionamento dei semiconduttori, dove Corea del Sud e Taiwan dominano sia a livello quantitativo che (ancora di più) qualitativo.

L’elio frenato dalle interruzioni prolungate sulle rotte del Golfo
Tra i materiali più sensibili c’è l’elio, fondamentale per il raffreddamento nei processi di produzione dei chip. Una quota significativa di questo gas proviene dal Qatar, e interruzioni prolungate sulle rotte del Golfo possono mettere in difficoltà l’intero settore. Il governo taiwanese ha più volte rassicurato sulla profondità delle scorte accumulate sull’isola, ma interi comparti industriali seguono con attenzione. Senza elio, la produzione di chip avanzati rischia di rallentare, con ripercussioni su industrie che vanno dall’elettronica di consumo all’intelligenza artificiale.
L’equilibrio delicato del Giappone tra Washington e Teheran
I governi di queste economie avanzate, tutti alleati o partner degli Stati Uniti, si sono mossi per cercare di limitare le rispettive vulnerabilità. Su tutti il Giappone, che sta sfruttando la relazione relativamente stabile con Teheran per aprire canali di dialogo. Qualche giorno prima del passaggio di alcune navi giapponesi su Hormuz, tra cui una metaniera, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato in un’intervista all’agenzia di stampa nipponica Kyodo News che erano in corso trattative con l’omologo Toshimitsu Motegi. Tokyo ha mantenuto un basso profilo, ma ha addirittura preannunciato un colloquio tra la premier Takaichi e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Il Giappone si muove su un equilibrio delicato, cercando di mantenere l’alleanza con Washington senza compromettere gli interessi energetici vitali.

La Corea del Sud ha invece sin qui negato l’esistenza di negoziati con l’Iran, nonostante le insistenti voci in materia riportate dai media nazionali, e si sta impegnando nella complessa diversificazione delle rotte petrolifere. Il governo ha annunciato l’intenzione di sviluppare il passaggio di merci attraverso il Mar Rosso, impresa che resta comunque non priva di implicazioni su costi e rischi.
Maggior impegno militare? Le priorità sono altre
Da non trascurare anche le implicazioni politico-strategiche. Le richieste degli Stati Uniti di un maggiore coinvolgimento militare da parte degli alleati asiatici si scontrano con le priorità di Giappone e Corea del Sud. Entrambi i Paesi ospitano decine di migliaia di soldati americani, ma mostrano una certa riluttanza a essere coinvolti in operazioni su altri teatri. Per non parlare delle preoccupazioni sulle profondità degli arsenali statunitensi. Da inizio marzo, Washington ha spostato diversi mezzi militari dall’Asia Pacifico al Medio Oriente, comprese alcune batterie di missili Patriot e parte del sistema anti-missilistico Thaad, il cui dispiegamento aveva provocato una crisi diplomatica tra Corea del Sud e Cina.

Ridefinizione delle politiche di difesa
C’è un impatto pure sulle consegne di armi già acquistate da Taiwan, che lamenta già ritardi su svariati pacchetti di dispositivi comprati negli anni scorsi da Washington. Tutto questo potrebbe portare a due ordini di conseguenze. Primo: gli alleati asiatici degli Usa potrebbero accelerare la ridefinizione delle proprie politiche di difesa, con un aumento dei rispettivi budget e il tentativo di sviluppare dispositivi autoctoni. Secondo: governi o forze politiche della regione potrebbero cercare una distensione con i rivali degli Stati Uniti. Il presidente sudcoreano Lee ha di recente compiuto una rara visita a Pechino e persegue la riapertura del dialogo con la Corea del Nord. Proprio in questi giorni, invece, si trova in Cina continentale Cheng Li-wun, leader dell’opposizione taiwanese.
