Se il teatro e il cinema insidiano il consumismo

di Marina Manna

Cosa accade quando la verità del potere viene sfidata da ciò che è stato messo a tacere? Il concetto di “scena” elaborato da Alessandro Fontana nel 1972 non si limita alla semplice rappresentazione teatrale, ma si configura come una vera e propria “psicanalisi della storia italiana”. Riprendendo il motto cartesiano larvatus prodeo (“avanzo mascherato”), Fontana suggerisce che la verità storica in Italia non si manifesti mai in modo diretto, ma obbedisca a una dialettica inafferrabile che alterna il mostrare al celare attraverso l’uso di metafore. In questo quadro, l’autore distingue nettamente tra il “discorso della verità” — espressione delle istituzioni e del potere costituito — e il “discorso del vero”, ovvero quell’insieme di contenuti minacciosi ed esclusi che riescono a emergere solo attraverso forme illusorie, satiriche o oniriche. Questa “scena” non è dunque una semplice finzione, ma lo spazio in cui il rimosso storico emerge sotto forma di maschera, sogno o immagine. L’aneddoto del monaco napoletano che indica il crocifisso gridando «questo è il vero Pulcinella» diventa l’esempio epifanico di questa teoria: la narrazione religiosa ha trasformato la violenza fisiologica della morte in un simbolo rassicurante, delegando la sofferenza al Cristo spettacolizzato e trasformando la collettività in spettatrice passiva. La maschera di Pulcinella incarna così l’angoscia del “non dicibile” storico, creando quel senso di “perturbante” che nasce dall’accostamento tra il sacro e il grottesco.

 

Pasolini e il Mito: Smascherare il Presente

L’integrazione dell’opera di Pier Paolo Pasolini in questa cronologia scenica permette di leggere il ricorso al mito non come un esercizio estetizzante, ma come un paradigma per decifrare la realtà contemporanea. Per Pasolini, la messa in scena del mito greco — dal cinema di Medea e Edipo Re al teatro di Pilade e Affabulazione — funge da strumento per denunciare la “profonda mutazione antropologica” dell’Italia tra gli anni ’60 e ’70. Attraverso figure simboliche come Atena, dea della Ragione, lo scrittore inchioda l’ideologia del nuovo potere capitalista e l’edonismo consumistico che portano all’oblio del passato. In definitiva, la ricerca evidenzia come sia proprio la realtà tragica della società a dare valore al mito, trasformandolo nell’unico linguaggio capace di narrare l’orrore di una società desacralizzata. Questa lettura si approfondisce se si considera Pasolini come un pensatore biopolitico ante litteram, in dialogo ideale con Michel Foucault e con lo stesso Fontana, suo collaboratore e traduttore negli anni Settanta. Se per Foucault il potere è un “campo aperto di azioni su possibili azioni”, capace di orientare e modellare i comportamenti, Pasolini ne coglie precocemente la declinazione consumistica: il nuovo capitalismo non produce soltanto merci, ma una “nuova umanità”, trasformando antropologicamente corpi, desideri e linguaggi. Opere come Affabulazione e Pilade mettono in scena questa mutazione, mostrando come il potere penetri nelle radici pulsionali dell’esistenza, dissolva la memoria storica e trasformi la tolleranza in strumento di assoggettamento. La “scena” pasoliniana non è dunque semplice finzione, ma spazio opaco e perturbante in cui la verità emerge come esperienza destabilizzante, costringendo lo spettatore a confrontarsi con le contraddizioni profonde della modernità. In una società desacralizzata, il mito resta l’unico strumento capace di raccontare la “tragica condizione” dell’Italia, dando voce a quella forza del passato che è l’unica dimensione della vita che realmente conosciamo e amiamo, contrapponendola all’oblio imposto dalla crescita continua del capitale.

 

Il corpo sacrificato: l’esempio di Stracci tra maschera e rivelazione

Nel cortometraggio La ricotta di Pier Paolo Pasolini, la figura di Stracci si impone come corpo-simbolo in cui il sottoproletariato si trasfigura in icona cristologica. La sua morte per indigestione sulla croce mentre interpreta il Cristo non è soltanto una provocazione narrativa, ma una potente allegoria politica: la fame diventa verità materiale che smaschera il vuoto morale del potere borghese. In questa prospettiva, il parallelo con il Pulcinella analizzato da Alessandro Fontana illumina la “verità della maschera”: come la maschera partenopea, anche Stracci porta inscritta nel volto e nel corpo un’angoscia irriducibile che può manifestarsi solo attraverso l’ambiguità del simbolo. La lezione figurativa di Roberto Longhi, maestro di Pasolini, rafforza questa costruzione visiva: l’immagine della croce si fa dispositivo conoscitivo, saldando pittura e cinema in un’unica indagine sulla realtà contemporanea. Stracci diventa così il Cristo del presente, sacrificato non da un potere teologico ma dalla violenza silenziosa del consumismo.

In un mondo che ci chiede di essere costantemente trasparenti, la storia del pensiero ci ricorda che la verità, per sopravvivere, ha spesso bisogno di una maschera. È la lezione di René Descartes, che scelse di “avanzare mascherato” (larvatus prodeo) rinunciando a pubblicare le sue verità più radicali per non soccombere alle istituzioni del suo tempo. Una strategia che lo storico Alessandro Fontana ha trasformato in una categoria interpretativa universale: la “scena”. Questa eredità intellettuale trova in Pier Paolo Pasolini il suo interprete più tragico e attuale. Attraverso il recupero del mito e la sua cultura figurativa, Pasolini ha trasformato il cinema e il teatro in una “scena” moderna capace di smascherare i falsi miti del consumismo. Come il Cartesio di Fontana, Pasolini usa la finzione scenica per costringerci a tastare una realtà altrimenti indicibile. Oggi, tra le pieghe di una società che confonde il consenso con la libertà, queste voci ci suggeriscono che l’arte e il mito restano gli unici strumenti per dare un nome al “perturbante” che agita il nostro presente. La verità autentica, in fondo, continua a parlare la lingua della maschera: l’unico spazio in cui, paradossalmente, la realtà si esprime in tutta la sua enigmatica interezza.

 

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