Come la cultura della guerra si infila nelle scuole e nelle università

Buttare la guerra fuori dalla scuola: è questa la missione dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, attivo dai primi mesi del 2023 nel monitorare le attività scolastiche che coinvolgono esercito e corpi armati e contribuiscono alla cultura della guerra. Secondo l’osservatorio, la tendenza alla militarizzazione è in aumento, sintomo di un generale cambiamento nell’atteggiamento verso la guerra.

Carriera militare inserita nei percorsi di orientamento

Partito come una serie di corsi di aggiornamento per insegnanti promossi dal Centro studi per la scuola pubblica (Cesp), l’osservatorio raccoglie diversi gruppi della società civile appartenenti al mondo pacifista italiano: associazioni di stampo cattolico, gruppi informali, ma anche centri sociali e sindacalismo di base. I membri hanno raccolto decine di segnalazioni da tutta Italia: tra percorsi educativi e formativi con le forze dell’ordine, visite alle caserme e carriera militare inserita nei percorsi di orientamento, i membri dell’osservatorio ritengono preoccupante l’ingerenza di questi attori nelle questioni didattiche.

Come la cultura della guerra si infila nelle scuole e nelle università
Un Osservatorio monitora i valori militari inculcati, in modo diretto o indiretto, nelle scuole (Imagoeconomica).

«A scuola bisogna imparare innanzitutto il senso critico»

«Ci battiamo perché riteniamo che il compito istituzionale e costituzionale della scuola sia in contrasto con i valori promossi dall’esercito e dalle forze dell’ordine», spiega Serena Tusini, membro dell’osservatorio. I valori militari di dovere, amore incondizionato per la Patria e di cieca obbedienza sono in netto contrasto con quello che la scuola, di ogni ordine e grado, dovrebbe insegnare: «A scuola bisogna imparare innanzitutto il senso critico», continua Tusini.

Commemorazioni storiche come il 4 novembre

I membri dell’osservatorio svolgono diverse attività per monitorare i casi, in crescita, di ingresso delle forze armate nei percorsi educativi di ragazzi e ragazze. Tra le attività, la preparazione di proposte pedagogiche dedicate alla pace; la creazione di vademecum per genitori e insegnanti che vogliano opporsi alle attività di stampo “bellico”; la scrittura di dossier a catalogo di segnalazioni e iniziative; la diffusione di volumi divulgativi. Inoltre, ci si impegna per gettare una luce critica sulle commemorazioni storiche proposte a scuola. Una di queste è la giornata delle forze armate del 4 novembre, suggerita come giornata da celebrare nelle scuole in modo acritico, che «dà una visione distorta del ruolo dell’esercito, soprattutto nella Prima guerra mondiale», commenta Tusini.

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Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Protocollo d’intesa fra ministero dell’Istruzione e della Difesa

Come avviene l’ingresso delle forze armate nella scuola? Tusini spiega che esistono innanzitutto dei protocolli di intesa a livello ministeriale – il più recente dei quali, appena rinnovato, con la Marina militare – ma poi ci sono singoli accordi a livello regionale e anche per ciascuna scuola.

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Studenti a scuola (Imagoeconomica).

Sul sito dell’osservatorio si legge che, solo a livello nazionale, «nel 2014 è stato firmato un protocollo d’intesa fra ministero dell’Istruzione e della Difesa seguito da una circolare ministero dell’Istruzione (ancora senza “Merito”) che elencava i percorsi progettuali da affidare alle forze armate (…). Nel 2017 è stato sottoscritto dai ministeri dell’ Istruzione, della Difesa e del Lavoro un protocollo d’intesa per la mutua collaborazione nell’ambito dell’Alternanza scuola-lavoro (l’attuale Pcto), mentre con l’arma dei carabinieri il Miur ha siglato un Protocollo d’intesa nel 2019».

Tra le altre cose, pure l’inserimento di un poligono di tiro militare

«Un esempio è il dirigente dell’ufficio scolastico della Regione Marche, che ha sollecitato tramite circolare le scuole a presenziare a un alzabandiera militare come attività di educazione civica», racconta Tusini. Oppure la proposta di inserire nei percorsi di alternanza scuola lavoro (Pcto) attività nelle caserme, la visita di scuole dell’infanzia all’aeroporto militare a Marsala, l’inserimento del poligono di tiro militare come proposta di Pcto in una scuola sarda. «Anche nei percorsi di orientamento professionale sono presenti e fortissimi, proponendo la carriera militare come un lavoro qualunque».

Come la cultura della guerra si infila nelle scuole e nelle università
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara (Imagoeconomica).

Zaini a tema militare e diario scolastico della polizia

Senza menzionare gli specifici valori associati a questo campo: obbedienza cieca, dovere, promozione della guerra.
C’è poi la creazione di un immaginario legato all’esercito e alle forze armate: recente è la campagna promossa proprio dall’osservatorio contro la diffusione di uno zaino Giochi preziosi a tema militare. Esiste anche un diario scolastico della polizia, che riporta le indicazioni di questa professione e le ricorrenze militari: lo scopo è familiarizzare i più piccoli con la figura militare.

La scuola vista come un bacino di nuove leve da reclutare

«Sono i militari che cercano contatti con le scuole, per due motivi principali: uno è che la scuola rappresenta un bacino di nuove leve da reclutare. Il secondo è la volontà di mostrare un lato civico e positivo dell’apparato militaresco». Infatti le visite di esercito, carabinieri, polizia e simili avvengono per trattare temi come il cyberbullismo, la violenza di genere e la sicurezza stradale. «Di questi temi dovrebbero occuparsi gli insegnanti, anche per andare oltre l’approccio legalitario e il paradigma di norma-infrazione-pena», sostiene Tusini, aggiungendo che si tratta di temi complessi. Sulla violenza di genere, per esempio, le lezioni avvengono da un ambiente, quello dei vari corpi armati, notoriamente sessista. «Le pratiche belliche sono anche portatrici di razzismo e sessismo, liberarsene significa rendere le scuole dei luoghi di pace».

In università commistione fra ricerca e industria bellica

Neanche le università sono risparmiate dalle ingerenze militari. Che però avvengono in altre forme, la più eclatante delle quali è il rapporto tra ricerca e industria bellica. La fondazione Med Or di Leonardo, per esempio, nel suo comitato scientifico coinvolge almeno 14 atenei italiani nella figura dei loro rettori. Secondo l’Osservatorio, quella del rettore è una figura istituzionale che deve rappresentare tutta la comunità accademica e trovare accordi con chi finanzia guerre è ritenuto inadeguato.

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Bambini a scuola con una bandiera dell’Italia (Getty).

Applicazione civile, ma di fatto si tratta di tecnologie militari

Molti sono i progetti di ricerca promossi e finanziati a scopo bellico che coinvolgono dipartimenti italiani. Spiega Tusini: «Si stabilisce un sistema duale per cui le industrie militari offrono finanziamenti per portare avanti ricerche che potrebbero avere anche un’applicazione civile, ma sono di fatto tecnologie militari. Il confine non è semplice da trovare», spiega Tusini. Per gli atenei è difficile rinunciare ai finanziamenti e da qui la proliferazione di queste iniziative. Un caso noto e recente riguarda la storia dell’accordo tra Politecnico di Torino e Frontex.

Una tendenza globale e iniziata prima dell’arrivo del governo Meloni

Uno dei primi atti del ministro Guido Crosetto è stato l’istituzione del Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della Difesa, tuttavia, secondo l’osservatorio, la tendenza alla militarizzazione delle scuole era presente anche con i governi precedenti. «Crediamo che, con i venti di guerra presenti oggi nel mondo, questo tipo di operazioni serva a riavvicinare la popolazione e l’opinione pubblica al tema della guerra. Crediamo che sia una più generale volontà di coinvolgere la società civile nel solidarizzare con le scelte belliche dei propri Paesi». E non è un fenomeno solo italiano, secondo Tusini: «Stiamo collaborando con docenti e studenti anche in Francia, Regno Unito, Germania e Australia perché si verificano episodi simili».