Leopoli, l’eterna incompresa

Il capoluogo dei Carpazi è un luogo dove la memoria della storia è al servizio del presente. Da sempre anti-russa con l’inclinazione a pendere politicamente verso destra, è stata lasciata al suo destino fino agli inizi degli Anni 2000.

La cittadella di Leopoli fu costruita all’inizio della seconda metà del 1800. Allora la perla della Galizia faceva parte dell’impero austroungarico. Una fortezza con torri e caserme, quartiere a quei tempi del nono battaglione d’artiglieria dell’esercito degli Asburgo.

Leopoli era diventato un punto di transito per i soldati dell’Ottava Armata (Armir) in ripiegamento dal fronte orientale dopo il disastro di Stalingrado

Con la fine della Prima guerra mondiale e il passaggio della città alla Polonia, ci entrarono gli artiglieri polacchi. Durante la Seconda, dal 1942 al 1944, con l’occupazione tedesca la cittadella si trasformò in Stalag 328, un campo di prigionia in cui vennero rinchiusi complessivamente oltre 280 mila prigionieri e più di 140 mila vi morirono a causa di malattie, fame, torture e fucilazioni. Un gigantesco massacro nazista. Nella torre principale, la Maximilianturm, vi erano le celle per gli interrogatori e quelle della morte.

I cadetti dell’accademia militare di Leopoli.

Gli internati erano principalmente ufficiali e soldati sovietici, russi e ucraini, ma non solo, anche membri del Komsomol, ebrei, e soprattutto vi erano anche prigionieri di guerra degli eserciti stranieri, francesi, belgi e anche italiani, dopo l’8 settembre. Leopoli era diventato un punto di transito per i soldati dell’Ottava Armata (Armir) in ripiegamento dal fronte orientale dopo il disastro di Stalingrado e qui era di stanza il comando delle retrovie dell’est.

LE RADICI ANTIRUSSE DI LEOPOLI

Con la fine del conflitto, Leopoli (Lviv in ucraino e Lwow in polacco) divenne Lvov, in russo e sotto l’Unione Sovietica la cittadella finì in rovina e nel dimenticatoio. Poi arrivò l’indipendenza da Mosca nel 1991 e Leopoli, raffinata e intellettuale nelle sue memorie asburgiche e polacche, tornò ad essere il centro del nazionalismo antirusso ucraino, contrapposto alle regioni dell’Est, da Donetsk a Lugansk, proletarie ed industriali, vicine geograficamente e per storia a Mosca. Ed ecco quindi la Leopoli di oggi, orgogliosamente patriottica e antiputiniana, che sfoggia i suoi eroi storici come Stepan Bandera, sì patriota ammazzato dal Kgb, ma leader di Oun (Organizzazione dei nazionalisti ucraini) e Upa (Esercito insurrezionale ucraino), organizzazioni che collaborarono anche coi nazisti, coinvolte nelle operazioni di pulizia etnica contro ebrei e polacchi in Volinia.

L’UCRAINA DA SEMPRE DIVISA A METÀ

Sono queste le due facce della medaglia ucraina, di cui una viene sistematicamente ignorata. La regione di Leopoli, come altre dell’Ovest dell’Ucraina, è sempre stata politicamente spostata a destra e il sentimento nazionalista a anticomunista, ben radicato per ragioni storiche, è quello che fa da filo conduttore dalla rivoluzione del 2004 a quella del 2014, al massacro di sangue di Maidan. Oleg Tyahnibok, leader nazionalista di Svoboda, il partito di estrema destra entrato nel governo nel 2014, è stato il vero aizzatore della piazza a Kiev durante le proteste contro il governo di Victor Yanukovich. La sua roccaforte è sempre stata Leopoli. Anche l’elettorato nazionalista moderato, prima per Yulia Tymoshenko e poi per Petro Poroshenko, si è sempre concentrato nell’Ovest dell’Ucraina e anche alle recenti elezioni parlamentari l’unico oblast del Paese, esclusi quelli dell’Est di Donetsk e Lugansk che hanno votato per i filorussi, che non è andato al partito del presidente Volodymyr Zelensky, è stato proprio quello di Leopoli dove ha vinto il nazionalismo soft di Sviatoslav Vakarchuk, cantante rock convertitosi alla politica.

UNA CITTÀ LASCIATA A SE STESSA

Che il capoluogo dei Carpazi sia insomma un luogo un po’ particolare, dove la memoria della storia è al servizio del presente e l’inclinazione a pendere verso destra è quasi naturale, non deve quindi sorprendere. Che in città ci siano vie intitolate a Bandera e suoi camerati, locali dove chi parla russo è indesiderato o che al mercatino dei libri vicino alla cattedrale si venda il Mein Kampf di Adolf Hitler sono però piccolezze di fronte al destino che ha fatto la cittadella.

Lasciata al suo destino fino agli inizi degli Anni 2000, dimenticata sul piccolo colle al Sud del centro cittadino, un paio di anni fa ha ripreso a vivere, non come museo o nel ricordo dei 140 mila morti: la Maximiliaturm è diventata un hotel a cinque stelle, l’area circostante, con una banca che ha messo una filiale in una vecchia caserma, è in fase di ristrutturazione. Solo una croce, nel boschetto antistante l’albergo, ricorda che qui vi era un campo di prigionia. Nessuno in città o altrove ha fatto una piega. La via per la cittadella non è battuta dai turisti, che vengono tenuti, consapevolmente o no, a distanza da una zona che, come altre a Leopoli, ha fatto la storia della città. Lungo via Copernico, che conduce alla cittadella, sorge ancora il vecchio palazzo che ospitava il Comando italiano delle retrovie, ma nessun cenno è fatto a quel passato che a Leopoli nessuno sembra voler ricordare.

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Arrestati due uomini vicini a Giuliani in relazione al Ucrainagate

Fermati due clienti dell'avvocato personale di Donald Trump. Secondo gli inquirenti avrebbero violato la legge sul finanziamento alla campagna elettorale raccogliendo soldi per candidati repubblicani e per un comitato vicino al presidente.

Due persone che avrebbero aiutato Rudolph Giuliani nei suoi tentativi di convincere l’Ucraina a indagare su Joe Biden sono state arrestate negli Stati Uniti con l’accusa di aver violato le regole per il finanziamento alla campagna elettorale. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti.

FORSE I DUE DI NAZIONALITÀ UCRAINA

I due hanno finanziato un comitato di raccolta fondi pro-Trump e Giuliani, il legale personale del presidente, li ha identificati lo scorso maggio come suoi clienti. I nomi sono Lev Parnas e Igor Fruman e sono due cittadini americani nati rispettivamente in Ucraina e in Bielorussia. Secondo indiscrezioni Parnas e Fruman avrebbero presentato al legale di Trump diversi procuratori ed ex procuratori ucraini per parlare di Biden.

ACCUSATI DI AVER FINANZIATO POLTICI REPUBBLICANI

Secondo quanto si è appreso i due avrebbero dovuto comparire tra il 10 e 11 ottobre davanti alla Camera nell’inchiesta di impeachment sull’Ucrainagate ma avevano già segnalato la loro intenzione di non presentarsi, inducendo le commissioni che indagano a preparare mandati di comparizione (subpoena). I due compariranno intanto davanti ad una corte della Virginia per aver fatto «transitare soldi stranieri per candidati a cariche federali e statali», tutti repubblicani, aggirando le leggi attraverso uno schema di riciclaggio con l’uso di una società energetica per cancellare le loro tracce. Sono accusati anche di aver donato 325 mila dollari ad un comitato elettorale pro Trump nel 2018 a nome della stessa società.

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Ecco i risultati della «impareggiabile» saggezza di Trump

Il presidente Usa cerca di ostacolare il Kievgate. Twitta follie sulla Siria. E adesso è pure nel mirino della Corte di New York per la dichiarazione dei redditi. La verità è che questa amministrazione fa acqua da tutte le parti.

In questi giorni ho imparato una nuova parola in inglese: Stonewall, muro di sassi. Sotto la definizione del dizionario c’è la foto di Donald Trump arrabbiato come una bestia, che ordina allo staff della Casa Bianca e al dipartimento di Giustizia di non cooperare in alcun modo con le commissioni del Congresso che stanno indagando sul Kievgate. Insomma, un altro muro che Trump cerca disperatamente di innalzare, nel tentativo disperato di proteggere una Casa Bianca ormai indebolita da corruzione e giochi sporchi.

IL TENTATIVO DI BOICOTTARE IL KIEVGATE

Aspettavo come la mattina di Natale la testimonianza di Gordon Sondland, ambasciatore americano all’Unione europea, che ha mandato messaggi ed email compromettenti per Trump essenziali per l’indagine sull’impeachment. È arrivato, il signor Sondland, da Bruxelles martedì mattina, pronto per essere ascoltato, ma all’ultimo momento la Casa Bianca gli ha impedito di presentarsi davanti al Congresso. Non è la prima volta che le informazioni necessarie vengono bloccate, stonwalled appunto, più che altro per prendere tempo, perché prima o poi, che il presidente voglia o no, queste informazioni verranno fuori. Lo so io, figurati se non lo sanno lui e la sua marcia amministrazione.

IL SILENZIO ASSORDANTE DEI REPUBBLICANI

In tutto questo marasma di breaking news, di litigate su Cnn e Fox News tra le diverse talking head di passaggio, si sente sempre più forte il silenzio dei repubblicani, che non osano criticare il presidente per paura di essere distrutti politicamente e personalmente. Tutti zitti, nessuno osa dire che forse vale la pena se non altro di capire cosa ci sia sotto quella famosa telefonata a Volodymyr Zelensky.

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LE GIRAVOLTE SULLA SIRIA

Lunedì c’è stata un’altra telefonata: questa volta tra Trump e il presidente turco Recep Tayyp Erdogan che non vede l’ora di far fuori tutti i curdi del mondo. Come si sa, le truppe americane stanno combattendo fianco a fianco dei curdi contro l’Isis, con discreto successo. Bè, Trump aveva deciso, dopo aver parlato con Erdogan, di mollare il colpo con un tweet: «As I have stated strongly before, and just to reiterate, if Turkey does anything that I, in my great and unmatched wisdom, consider to be off limits, I will totally destroy and obliterate the Economy of Turkey (I’ve done before!)».

«Come ho detto con fermezza in precedenza, e ribadisco, se la Turchia fa qualcosa che io, nella mia saggezza enorme e impareggiabile, ritengo esagerata, distruggerò e annienterò l’economia della Turchia (come ho già fatto in passato!)». Non sto scherzando, aveva proprio scritto così. Il presidente degli Stati Uniti. Che poi, su pressione del Pentagono, ha fatto una parziale marcia indietro.

LA CORTE DI NEW YORK CHIEDE LE DICHIARAZIONI DEI REDDITI

La saggezza enorme e impareggiabile di Trump lo ha portato a ricevere critiche molto dure anche dalla destra sua alleata, che se per il Kievgate non ha osato dire niente, si è scatenata in commenti inequivocabilmente negativi. La saggezza enorme e impareggiabile di Trump sta facendo anche altri danni: la Corte di New York ha chiesto al Tycoon di consegnare la dichiarazione dei redditi degli ultimi otto anni perché nessuno è sopra la legge, neanche il più saggio dei saggi. Per ora, gli avvocati di Trump sono riusciti ad allungare i tempi, ma prima o poi il procuratore distrettuale di New York otterrà quello che vuole. E anche questa volta saranno guai. Insomma, questa amministrazione fa acqua da tutte le parti. Mentre scrivo queste parole, ho la sensazione di raccontare una favola o il plot di un film di Martin Scorsese. Mi sembra davvero di vivere in un periodo storico che inneggia al delirio e al paradosso. Dal basso della mia saggezza inadeguata, spero che questa bagarre ormai ridicola finisca al più presto.

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La procura ucraina sta riesaminando le indagini su Biden jr

Il caso è al centro del cosiddetto Kiev gate. Nel frattempo, emergono nuovi dettagli sui rapporti tra gli uomini di Trump e Zelensky.

La procura generale ucraina sta «riesaminando» circa 15 indagini relative alla compagnia del gas Burisma, inclusa quella in cui è implicato il figlio dell’ex vicepresidente americano Joe Biden, Hunter Biden, che ricopriva una posizione nel consiglio di amministrazione dell’azienda. Lo ha detto il procuratore generale ucraino Ruslan Riaboshapka, citato da Interfax. La questione è al centro del cosiddetto Kiev gate che ha portato all’avvio delle indagini per impeachment contro Donald Trump. Il presidente statunitense, in una telefonata con l’omologo ucraino Voldymyr Zelinsky, gli chiese di indagare sul figlio di Biden: The Donald sarebbe dunque reo di avere esercitato pressioni su Kiev, mettendo sul tavolo aiuti economici e militari, al fine di ottenere un vantaggio personale (Biden è il suo principale rivale nella corsa alla rielezione nel 2020).

QUELLA DICHIARAZIONE SCRITTA DA DIPLOMATICI USA PER ZELENSKY

Non è questa però l’unica novità sul caso ucraino. Secondo quanto riportato dal New York Times, due diplomatici statunitensi scrissero una dichiarazione per Zelinsky in cui lo stesso si sarebbe impegnato a indagare su Biden e il figlio e sulle presunte interferenze dell’Ucraina sul voto del 2016 per favorire Hillary Clinton. Il Nyt spiega che l’episodio risale ad agosto, dopo la ormai nota telefonata. La dichiarazione fu preparata dall’ambasciatore Usa presso l’Ue Gordon Sonland e dall’ex inviato speciale a Kiev Kurt Volker. Ne erano a conoscenza un consigliere di Zelensky, Andriy Yermak, e Rudy Giuliani, su cui indicazione si sarebbe dovuto fare esplicito riferimento sia a Burisma sia le presunte interferenze dell’Ucraina nel voto del 2016. Zelensky, però, non rilasciò mai questa dichiarazione: il governo ucraino non voleva citare direttamente Burisma; inoltre, in seno all’amministrazione statunitense emersero dissidi in merito. Così, non se ne fece nulla.

VIA LIBERA ALLA VENDITA DI MISSILI STATUNITENSI ALL’UCRAINA

Nella telefonata tra Trump e Zelensky si parlò – tra le altre cose – di una vendita all’Ucraina di missili Javelin e delle relative rampe di lancio ed attrezzature. L’affare, che ha un costo stimato attorno ai 39, 2 milioni di dollari, ha ricevuto il via libera il 3 ottobre, secondo quanto ha reso noto il Dipartimento di Stato americano.

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Il vizio di Trump di chiedere aiuto ai governi stranieri per screditare gli avversari

II presidente Usa non solo ha fatto pressioni su Kiev per indagare sui Biden, ma si è rivolto a Italia e Australia per ottenere informazioni su Mueller. Nemmeno lui è consapevole del guaio in cui si è cacciato.

In questi giorni, guardare il telegiornale negli Stati Uniti è come assistere una puntata del Trono di Spade. Ormai, la scritta Breaking News sotto i visi increduli dei giornalisti è all’ordine del giorno. Lunedì l’ultimo scoop: pare che anche Mike Pompeo, segretario di Stato, abbia partecipato alla famosa telefonata tra Donald Trump e il presidente ucraino che il Tycoon si ostina a definire «a perfect phone call».

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IL RUOLO DI MIKE POMPEO

Non sembrerebbe poi una notiziona: e allora? Allora, cari miei, i problemi per il presidente e tutto il suo entourage diventano ancora più gravi. Primo, perché in una intervista di qualche giorno fa Pompeo, senza muovere ciglio, aveva addirittura negato di aver letto la trascrizione della telefonata. Perché farlo se era presente al colloquio? E perché non ha denunciato le pressioni esercitate dal presidente su Kiev per indagare sulla famiglia Biden? Sono domande, queste e molte altre, che la Commissione Intelligence guidata dal democratico Adam Shiff vorrebbe rivolgere al segretario di Stato, il quale però ha già detto di non avere alcuna intenzione di rispondere.

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LE MINACCE DI TRUMP ALLA TALPA

Il secondo scoop, che personalmente trovo davvero difficile da digerire, è il modo in cui il presidente Trump sta attaccando il whistleblower, la talpa che ha scoperchiato lo scandalo. Questa persona ha il diritto di mantenere l’anonimato e di essere protetta dalle autorità, specialmente dopo che Trump ha dichiarato: «Voglio sapere chi è la persona che ha dato alla talpa tutte queste informazioni, perché è una spia. Sapete bene cosa facevamo in passato, quando eravamo in gamba? Vi ricordate? Cosa facevamo alle spie e a traditori? Gestivamo la cosa un po’ diversamente da adesso…». Insomma, una minaccia di morte, come i veri dittatori.

LA PROTEZIONE DEL WHISTLEBLOWER

In un’intervista, Trump ha annunciato che sta indagando sulla sua identità, non capendo il perché non abbia accesso alle informazioniSpieghiamoglielo noi: Mister President, non può perché ci sono delle leggi federali che ne proteggono l’anonimato. Perché lei ha minacciato di condannarlo a morte. Perché se il nome del whistleblower uscisse, nessun altro al mondo oserebbe fare una cosa del genere, e cioè assicurarsi che alla Casa Bianca non accadano fatti illegali. Le talpe sono essenziali per la democrazia, Mister President.

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QUEL VIZIETTO DI TELEFONARE AI GOVERNI STRANIERI

Il terzo scoop è che Trump chiese aiuto a governi stranieri – tra cui l’Italia e l’Australia – per avere notizie su Robert Mueller, titolare del Russiagate, per screditarlo. Insomma, rivolgersi ad altre nazioni per ottenere favori personali è un vero vizio.

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IL 55% DEGLI AMERICANI È FAVOREVOLE ALL’IMPEACHMENT

I repubblicani temono quello che potrebbe ancora venire fuori da questa incredibile storia. Sono anche preoccupati perché il presidente non si rende conto della gravità di ciò che sta succedendo. D’altronde, molti di loro appoggiano le teorie complottiste che si sono create attorno a questo dramma politico. Tanto che Don Lemon, conduttore della Cnn, ha richiamato i colleghi alle loro responsabilità deontologiche, chiedendo di parlare solo di fatti verificati. Termino con un fatto: il 55% degli americani appoggia l’impeachment. Allacciamoci le cinture di sicurezza.

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Caso Ucraina: si dimette Volker, inviato speciale Usa a Kiev

Avrebbe messo in contatto l'avvocato personale di Trump, Rudy Giuliani, con un alto collaboratore del presidente Zelensky.

C’è una prima vittima del Kievgate. Kurt Volker, l’inviato speciale Usa in Ucraina, si è dimesso un giorno dopo la diffusione della denuncia di uno 007-talpa sulla telefonata in cui il presidente americano Donald Trump chiese a quello ucraino Volodymyr Zelensky di indagare su Joe e Hunter Biden e sul tentativo di insabbiarla. Telefonata che ora potrebbe costare al tycoon l’impeachment. Lo ha riferito la Cnn. Volker, citato nella denuncia, mise in contatto l’avvocato personale del tycoon, Rudy Giuliani, con un alto collaboratore del leader ucraino.

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GIULIANI AVREBBE INCONTRATO UN CONSIGLIERE DI ZELENSKY

Dopo la telefonata ‘galeotta’ fra Trump e il suo omologo ucraino, Giuliani avrebbe incontrato a Madrid uno dei consiglieri del presidente ucraino, Andriy Yermak. Secondo quanto riferito dallo 007 che ha denunciato la vicenda, avrebbe poi incontrato procuratori ucraini. «È stato il dipartimento di Stato a chiedermi di farlo», ha spiegato Giuliani, citato da Sky News Uk. «Non conoscevo affatto Yermak. Il suo nome mi è stato dato da Kurt Volker. Mi è stato chiesto di incontrarlo, e l’ho incontrato».

I FUNZIONARI USA TIRATI IN BALLO DALLA “TALPA”

Ma l’esposto della ‘talpa’ dell’intelligence Usa tira in causa altri alti funzionari del dipartimento di Stato che potrebbero essere chiamati a deporre in Congresso nelle prossime settimane. Tra la “dozzina” di alti funzionari dell’amministrazione che il 25 luglio scorso ascoltarono la telefonata di Trump a Zelensky ci sarebbe stato Ulrich Brechbuhl, il consigliere legale del dipartimento di Stato e un amico dai tempi di West Point del Segretario di Stato Mike Pompeo con cui successivamente aveva fondato la Thayer, una società attiva nel settore aerospaziale. Brechbuhl è arrivato nel maggio 2018 a Foggy Botton, subito dopo l’insediamento dell’amico alla guida della politica estera Usa, in un ruolo che lo rende di fatto uno dei suoi più stretti consiglieri. Fonti anonime dell’amministrazione citate da Cbs News e dalla Bloomberg hanno peraltro smentito che Brechbuhl abbia ascoltato la telefonata.

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Altri alti funzionari del dipartimento di Stato coinvolti dalla ‘talpa’ includono oltre a Volker, Gordon Sondland, ambasciatore di Trump presso l’Unione europea. In una breve conferenza stampa Pompeo aveva difeso l’azione dei suoi collaboratori affermando che lavoravano a sostegno dell’Ucraina contro la crescente influenza russa. «Per quel che ne so, per quanto ho visto finora», aveva detto il Segretario di Stato, «ogni azione dei funzionari del dipartimento è stata completamente appropriata».

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Trump ordinò il blocco degli aiuti all’Ucraina

Oltre 391 mln di dollari sarebbero statti congelati prima della telefonata col leder di Kiev Zelensky, nella quale il presidente Usa avrebbe premuto perché fosse aperta un'indagine per corruzione contro il figlio di Joe Biden.

Donald Trump ordinò al capo di gabinetto della Casa Bianca di congelare oltre 391 milioni di dollari di aiuti all’Ucraina alcuni giorni prima della controversa telefonata col nuovo leder di Kiev Volodymyr Zelensky. Lo riporta il Washington Post, spiegando che l’ordine fu comunicato al Pentagono e al Dipartimento di Stato. Nella telefonata Trump, come ha ammesso, pressò il presidente ucraino perché fosse aperta un’indagine per corruzione contro il figlio di Joe Biden, suo avversario per la rielezione alla Casa Bianca.

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Trump, il caso Ucraina-Biden e la partita dell’intelligence

Le presunte pressioni del presidente Usa su Zelensky per indagare sul figlio di Biden e la denuncia di un funzionario dei Servizi riaprono il dossier sulla nomina del direttore degli 007. Lo scenario.

La questione ucraina sta scuotendo sempre più la politica americana. Lo scorso luglio, Donald Trump avrebbe esercitato pressioni sul presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, per spingerlo ad aprire un’inchiesta sul figlio di Joe Biden, Hunter. Al centro della vicenda il fatto che nel marzo 2016 – quando era ancora vicepresidente degli Stati Uniti – Biden avesse chiesto e ottenuto il siluramento dell’allora procuratore generale ucraino Viktor Shokin che stava indagando su Burisma Holding, società del settore energetico, nel cui consiglio d’amministrazione sedeva all’epoca lo stesso Hunter.

PER I DEMOCRATICI SI APRE L’OPZIONE IMPEACHMENT

Il problema, come si vede, è innanzitutto politico. I democratici stanno accusando Trump di aver abusato del suo potere, per mettere i bastoni tra le ruote a un rivale elettorale. E, in questo senso, stanno valutando di intentare un processo di impeachment contro il presidente. Dall’altra parte, Biden non può dormire sonni troppo tranquilli. Se fosse dimostrato un suo conflitto di interessi, nei prossimi mesi la cosa potrebbe cadere come una tegola sulla sua corsa elettorale. D’altro canto, i suoi stessi rivali alle primarie democratiche, pur biasimando Trump, si sono ben guardati dal difendere chiaramente l’ex vicepresidente.

Joe Biden, ex vicepresidente Usa e candidato alle primarie dem.

IL NODO DELL’INTELLIGENCE

Il punto è tuttavia che, al di là dei risvolti puramente politici, la questione chiama in causa anche un altro settore: quello dell’intelligence. Non dobbiamo infatti dimenticare che alla base della vicenda c’è una denuncia risalente allo scorso agosto, secondo cui Trump avrebbe fatto una promessa inopportuna a un leader straniero. Una denuncia che, stando a quanto riportato dal Washington Post, è stata presentata da un funzionario all’ispettore generale della comunità di intelligence, Michael Atkinson, il quale ha a sua volta informato il Director of National Intelligence pro tempore, Joseph Maguire. Lo stesso Maguire però non ha avvertito il Congresso, attirandosi per questo l’accusa di aver voluto indebitamente coprire Trump. Per questa ragione, l’attuale Director of National Intelligence sarà ascoltato il prossimo 26 settembre alla Camera.

IL RAPPORTO BURRASCOSO CON COATS

Che i rapporti tra Trump e l’intelligence americana non siano mai stati particolarmente idilliaci, non è certo un mistero. Nel 2017, il presidente aveva nominato come Director of National Intelligence Dan Coats, ex senatore repubblicano dell’Indiana. La relazione tra i due sarebbe divenuta tuttavia ben presto burrascosa. Al centro dello scontro c’era innanzitutto il dossier russo. Nel luglio 2018, durante un summit con Vladimir Putin a Helsinki, Trump affermò pubblicamente di nutrire dubbi sul fatto che – come sosteneva l’intelligence Usa – il Cremlino avesse effettuato delle interferenze durante le Presidenziali del 2016. Poche ore dopo, Coats intervenne con un comunicato stampa, ribadendo le conclusioni dell’intelligence e smentendo platealmente il presidente.

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Le tensioni non si fermarono tuttavia qui. Lo scorso gennaio, Coats sconfessò duramente la linea di Trump su svariati dossier di politica estera: dall’Iran all’Isis, passando – soprattutto – per la Corea del Nord. La cosa irritò notevolmente la Casa Bianca, creando fra i due una frattura insanabile. Per questa ragione, a fine luglio, Trump annunciò che Coats avrebbe lasciato il suo incarico. Il direttore è quindi uscito di scena il 15 agosto: tre giorni dopo la denuncia della talpa. 

Donald Trump.

LA ROSA DEI CANDIDATI PER LA GUIDA DELL’INTELLIGENCE

È da luglio che il presidente sta cercando una figura di fiducia da mettere a capo dell’intelligence. Il problema per lui è che le resistenze interne sono numerose. In un primo momento, la scelta era ricaduta sul deputato repubblicano del Texas, John Ratcliffe, protagonista di un duro attacco al procuratore speciale, Robert Mueller, durante l’audizione alla Camera lo scorso luglio. Trump si è tuttavia trovato isolato. Se i democratici accusavano Ratcliffe di partigianeria, molti repubblicani mettevano in dubbio le sue competenze in materia di intelligence. Le polemiche furono tanto vigorose che, alla fine, il presidente ritirò la candidatura.

Joseph Maguire candidato per la poltrona di Director of National Intelligence.

Al momento, la situazione appare ancora in alto mare. I nomi papabili per la poltrona di Director of National Intelligence sono svariati, sebbene siano due le figure più probabili: lo stesso Maguire e Pete Hoekstra, attuale ambasciatore statunitense nei Paesi Bassi ed ex deputato repubblicano del Michigan. A ben vedere, Hoekstra potrebbe rappresentare un candidato di compromesso. È infatti un conservatore che ha fatto parte per molti anni della commissione Intelligence alla Camera: elementi, questi, che lo rendono apprezzabile agli occhi del Partito repubblicano. Inoltre sembrerebbe poter contare sulla simpatia di alcuni ambienti democratici, nonostante la sua avversione per i Clinton (un dato che certo non dispiace a Trump). 

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LE ACCUSE DI TRUMP AI SERVIZI

La situazione resta comunque per ora sospesa. Le sacche di resistenza contro Trump nei settori dell’intelligence sono ancora numerose. E non è affatto escluso che la questione ucraina possa inserirsi nell’ambito di questo opaco braccio di ferro tra la Casa Bianca e i servizi segreti. I democratici sono convinti che il presidente voglia di fatto rendere l’intelligence un docile strumento nelle sue mani e – con ogni probabilità – cercheranno di colpire duramente Maguire per avvalorare la propria posizione. Se riuscissero a mettere quest’ultimo fuori gioco, indebolirebbero Trump, costringendolo di fatto a nominare un direttore bipartisan. Il presidente, dal canto suo, sostiene che tra i servizi si celino figure che vogliono mettergli i bastoni tra le ruote. E sottotraccia accusa l’intelligence di essere mossa da logiche di tipo politico (logiche che – bisogna dirlo – storicamente si sono talvolta palesate sin dai tempi della Guerra Fredda). La battaglia prosegue. E il dossier ucraino prevedibilmente non farà che renderla più complicata. 

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Trump ha chiesto all’Ucraina di indagare sul figlio di Joe Biden

Il Wall Street Journal ha svelato il contenuto della chiamata in cui il presidente avrebbe insistito per intralciare la candidatura del democratico alla Casa Bianca.

Donald Trump fece ripetutamente pressione nella telefonata di luglio 2019 al presidente ucraino perché Kiev aprisse un’indagine sul figlio di Joe Biden, Hunter. Il tycoon sottolineò almeno otto volte a Voldymyr Zelensky la necessità di lavorare col proprio legale, Rudolph Giuliani, per avviare l’inchiesta. A riferirlo è il Wall Street Journal che sottolinea come però – secondo le stesse fonti – il presidente americano non abbia avanzato promesse in cambio della collaborazione ucraina. La polemica è intensa da giorni ma solo il 21 settembre la testata ha rivelato il contenuto della denuncia. Una notizia che esplode proprio al centro della campagna elettorale per le presidenziali 2020, a poco meno di 14 mesi all’election day che deciderà il futuro politico di Trump.

CHI È HUNTER BIDEN

Il figlio di Biden è un uomo d’affari che è stato membro del board di Burisma, la maggior azienda non governativa produttrice di gas in Ucraina. Hunter, che ha un passato di droga di cui ha parlato apertamente (motivo per il quale è stato cacciato dalla Marina Usa, aveva già chiarito con il New Yorker come abbia tenuto separati i suoi impegni nel Paese europeo e quello che riguardava le attività politiche del padre.

JOE BIDEN: «TRUMP È PERICOLOSO E MINA LA SICUREZZA NAZIONALE»

Intanto il 21 settembre Joe Biden ha rotto il silenzio sul caso chiedendo a Donald Trump di far pubblicare la trascrizione della controversa telefonata con Volodymyr Zelensky: «Così gli americani potranno giudicare da soli», afferma Biden, che definisce il comportamento il tycoon «ripugnante e pericoloso perché mima la sicurezza nazionale». Da parte sua il presidente americano ha definito la vicenda un «attacco politico» dei suoi avversari negando qualsiasi comportamento illecito. 

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Al Bano depennato dalla blacklist dell’Ucraina

Il cantante sarà tolto dalla lista nera del governo di Kiev dopo un chiarimento sulla sua posizione in merito alla questione Crimea.

Niente più blacklist per Al Bano in Ucraina. «Tutto chiarito col nuovo Governo», dichiara l’Avvocato Cristiano Magaletti che ha seguito la vicenda, «lo toglieranno dalla blacklist. La visione di Al Bano è e sarà sempre pacificista». L’Ucraina aveva contestato ad Al Bano alcune dichiarazione in merito all’appartenenza della Crimea alla Russia. «Non mi sono mai interessato della vicenda, essendo un cantante e non un politico. Spero di essere invitato ed accolto in Ucraina per un grande concerto di pace e musica», ha detto il cantante.

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