«La battaglia di De Luca sui rifiuti? Finita nel dimenticatoio» I consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle contro il governatore

di Erika Noschese

«Quella dei rifiuti era una battaglia personale di De Luca, con tanto di stretta di mano tra il governatore e Matteo Renzi ma ad oggi se ne sono dimenticati». A parlare così la consigliera regionale del Movimento 5 Stelle, Maria Muscarà che, ormai da anni, porta avanti la sua battaglia per liberare la Campania dalle balle. Secondo quanto emerge da dati regionali il 30 maggio 2016 è iniziata la rimozione di circa 5.516.689 tonnellate Rsb dei lotti totali. Di questi, il 16% circa (ovvero 881.934) sono lotti aggiudicati per un totale di 132.290.100,00 euro su un totale complessivo di 827.503.350,00. A distanza di 1338 giorni ( e dunque al 28 gennaio 2020) solo 529.078 tonnellate sono state rimosse, pari al 9.6% per un totale di 79.361.700 euro. Dei lotti aggiudicati, invece, solo il 65.7% di balle sono state rimosse. Al 28 gennaio restano ancora 276.086 tonnellate di rifiuti che potrebbero essere smaltite in non meno di 6 anni. Ecoballe che sono destinate a raggiungere anche l’estero. Tra gli impianti che dovrebbero accogliere i rifiuti campani la discarica Lena Ambiente in Portogallo con 367 carichi per circa 10mila tonnellate. C’è poi l’impianto di Serino, in provincia di Avellino con 177 carichi e poco meno di 5mila balle; e ancora: l’impianto Ecosistem Srl di Lamezia Terme; quello di Castiglion delle Stiviere, Hera Ambiente, Macero Maceratese e Deco (tutte in Italia) con 2.271 carichi per un totale di oltre 66mila tonnellate. Di queste balle presenti in Campania più di 5mila carichi sono destinati all’estero per un totale di 150.479 tonnellate; oltre 104mila sono invece i carichi che dovranno raggiungere diverse zone d’Italia per un totale di oltre 138mila tonnellate. Intanto, potrebbe essere proprio il Portogallo a dire stop alle balle di rifiuti provenienti dalla Campania. Nei giorni scorsi, infatti, numerose sono state le proteste da parte dei cittadini, a causa della cattiva gestione delle discariche. Come anticipato da Fanpage, infatti, Il paese lusitano raccoglie 331 mila tonnellate di rifiuti da altri paesi dell’Unione Europea, grazie ai prezzi particolarmente vantaggiosi. L’Italia è il principale paese esportatore di rifiuti verso il Portogallo, ed in particolar modo è la Campania che esporta, tra ecoballe e residui degli Stir, gran parte della quota italiana. A rischio per la Campania, ci sono le quote di rifiuti che vengono inviate all’estero e che consentono la gestione ordinaria dell’intero ciclo.

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Ecoballe non smaltite e impianti fermi Ecco le accuse mosse a Bonavitacola

di Andrea Pellegrino

Lo smaltimento delle ecoballe in Campania finisce al centro dell’inchiesta della procura napoletana che coinvolge il vicepresidente della giunta regionale – con delega all’ambiente – Fulvio Bonavitacola. L’inchiesta – coordinata dai sostituti procuratori Fragliasso, De Renzis e Vanacore – vede 23 indagati in tutto, ma nel caso specifico, il vicegovernatore risponde dei reati di concorso e di omissione in atti di uffici insieme a Lucia Pagnozzi, responsabile della struttura di missione per lo smaltimento delle ecoballe. Ma l’indagine potrebbe portare altri sviluppi attraverso persone ancora da identificare. Sotto “esame” la mancata tempestività e rimozione delle ecoballe. Al 8 gennaio, infatti, risultato smaltite solo 458 tonnellate di rifiuti a fronte di ulteriori 3.849.912 tonnellate di ecoballe ancora da smaltire. Ma la Procura contesta anche la mancata realizzazione dell’impianto per la produzione di Css (combustibile solido secondario) di Caivano «i cui progetti di fattibilità tecnico-economica erano stati approvati rispettivamente il 31.7.2018 e i cui progetti esecutivi avrebbero dovuto essere approvati entro ottobre 2019 e la cui realizzazione, con avvio del servizio di trattamento dei Rsb, dovrebbero avvenire rispettivamente entro dicembre 2020 e settembre 2020, con conseguente smaltimento degli Rsb, come da cronoprogramma non prima del dicembre 2022 per l’impianto di recupero di materia di Giugliano (400.000 tonnellate di Rsb da smaltire in due anni per un quantitativo di 200.000 tonnellate all’anno) e non prima del settembre 2023 per l’impianto di Css di Caivano (1.200.000) tonnellate di Rsb da smaltire in tre anni per un quantitativo di 400.000 tonnellate all’anno)». Secondo le accuse mosse, la Procura immagina «un danno patrimoniale di rilevante gravità allo Stato italiano che ha versato alla Comunità europea, alla data del novembre 2018, la somma di euro 151.640.000 (anticipata dal Mef e richiesta senza esito alla Regione Campania, in quanto ritenuta responsabile per le infrazioni accertate dalla Corte di Giustizia europea con sentenza del 2015) e deve versare alla comunità europea altri 43.8000.00 euro per i periodi del 17 luglio 18 al 16 gennaio 2019 e 17 gennaio 2019 al 16 luglio 2019 per un totale di somme versate e da versare alla comunità europea pari ad euro 195.440.000».

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Rifiuti, «Incapacità del sindaco e della Regione Campania»

di Erika Noschese

Una campagna elettorale basata prettamente sulla questione rifiuti, tallone d’Achille del governatore Vincenzo De Luca, soprattutto dopo l’indagine della Procura di Napoli che vede tra gli indagati il vicepresidente della giunta regionale, Fulvio Bonavitacola, e l’assessore all’Ambiente del Comune di Napoli Raffaele Del Giudice. Gli avversari politici del centro sinistra, anche in vista delle prossime elezioni regionali, sembrano non risparmiare accuse al presidente di Palazzo Santa Lucia. Al centro della polemica, infatti, il bianco rifiuti mai andati a regime e la conseguente impiantistica ancora incompleta, oltre ai 600 milioni di euro stanziati dal Governo e «che non sono serviti a cancellare la vergogna delle ecoballe ammassate in varie zone della Campania: in cinque anni di governo De Luca, la Regione non ha fatto che qualche timido passo in avanti nella gestione del ciclo dei rifiuti, vanificato da tanti passi indietro», come ha dichiarato Imma Vietri, portavoce provinciale di Salerno di Fratelli d’Italia. «L’inchiesta della Procura di Napoli, che coinvolge anche la Regione, è solo la conferma di ciò che è da anni evidente. Se esistono responsabilità penali sarà la magistratura a stabilirlo, ma quelle politiche e amministrative sono sotto gli occhi e sotto il naso di tutti. E se a Napoli l’incapacità del sindaco de Magistris si somma a quella della Regione Campania, ancor più grave è la situazione in provincia di Salerno dove i roghi negli impianti di trattamento dei rifiuti hanno reso a lungo l’aria irrespirabile ad esempio nella Piana del Sele. I dati parlano chiaro: la differenziata nel capoluogo è da anni in continuo calo», ha poi aggiunto la dirigente provinciale di Fratelli d’Italia. L’esponente del partito guidato da Giorgia Meloni ricorda come già in passato De Luca avesse dato prova di voler gestire il sistema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti in base ad esigenze di parte e non in un’ottica di miglioramento dei servizi: «Quando fu nominato commissario per la costruzione del termovalorizzatore a Salerno, annunciò che avrebbe realizzato un impianto all’avanguardia. Salvo poi fare retromarcia e osteggiarne la realizzazione quando la competenza passò alla Provincia a guida Cirielli. Senza tante giravolte, oggi non patiremmo la carenza di impianti e non saremmo costretti a portare in Portogallo o nei termovalorizzatori di altre città italiane le ecoballe ancora da smaltire». Imma Vietri denuncia come a pagare il conto siano i cittadini: «Innanzitutto perché sono i primi a subire le conseguenze di un sistema che non funziona e che, in alcuni casi, rischia di mettere a repentaglio anche la salute delle persone. In secondo luogo perché, direttamente o indirettamente, grava sulle tasche della gente la multa che l’Unione europea ha comminato all’Italia proprio per non aver saputo attuare un corretto ciclo della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti in Campania: in questo, come in tanti settori, altro che “Mai più ultimi”». Ma il riferimento è anche ai 600 milioni dati dal Governo Renzi alla Regione Campania nel 2016 per far rimuovere le montagne di ecoballe entro tre anni. «Proprio Renzi – ricorda la portavoce di FdI – ebbe a dire: “Ora De Luca non ha più alibi”. Siamo certi che il governatore saprà tirar fuori qualche scusa pur di giustificare il suo fallimento, ma ci saremo noi a ricordare gli impegni che aveva preso e che non ha mantenuto soltanto per manifesta incapacità. E a dimostrare, programma alla mano, come la Campania possa finalmente lasciarsi alle spalle l’incubo di una nuova emergenza rifiuti». A rilanciare le accuse il movimento 5 Stelle, attraverso i consiglieri regionali Maria Muscarà e Vincenzo Viglione che parlano di «inattuate tutte le misure del piano e della legge rifiuti del 2016 a firma De Luca». Per i pentastellati, quella degli ultimi 5 anni è stata una gestione dagli «effetti nefasti confluiti nell’inchiesta che vede in cima all’elenco degli indagati il vicegovernatore Bonavitacola, hanno come causa da un lato l’incapacità della giunta De Luca nel dare attuazione a misure a loro firma varate ormai quattro anni fa, dall’altro la paralisi provocata da squallidi giochi politici per le elezioni dei vertici degli enti d’ambito». Secondo i grillini, infatti, le contestazioni della Procura rifletterebbero « esattamente le denunce contenute in numerosi atti a nostra firma e le battaglie che portiamo avanti da sempre. Sono anni che sosteniamo che non un provvedimento tra quelli contenuti nella legge e nel piano regionale licenziati nel 2016, a firma dello stesso De Luca, sia stato attuato». Da qui, dunque, l’attacco a De Magistris, reo – secondo Muscarà e Viglione – di aver completato «ilfallimento» perfezionato, per l’appunto dalla sua gestione. «Tra le conseguenze, oltre al danno ambientale e d’immagine, con vie del centro e delle periferie di ogni angolo della regione sistematicamente invase dalla spazzatura, anche il danno arrecato alle tasche dei cittadini per lo stato di infrazione che costa al nostro paese una multa da 120mila euro al giorno per non essere stati in grado, in cinque anni, di dare seguito a nessuna delle disposizioni della Ue. E se sindaco e governatore non rispondono di alcuna accusa – concludono Muscarà e Viglione – non c’è dubbio che delle loro negligenze ne risponderanno ben presto al cospetto dei cittadini».

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La gestione dei rifiuti a Roma secondo le indagini

Il procuratore generale facente funzione De Siervo: «Non c'è segmento che non sia stato gestito in modo illecito».

La gestione dei rifiuti romani sarebbe completamente illecita. È questo l’inquietante quadro dipinto dal procuratore generale della Corte d’Appello della Capitale, Federico De Siervo. «Sono in corso una serie di indagini che riguardano il mondo gestito da Ama dalle quali sta emergendo in modo abbastanza chiaro che tra cattiva gestione degli impianti di Tmb e omessi controlli di attività gestite tramite società appaltatrici, nonché cattiva gestione delle isole ecologiche, non c’è segmento di tale attività di gestione del ciclo rifiuti che non sia stato investigato e gestito in modo illecito», ha detto De Siervo alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario.

«A seguito di numerosi esposti, denunce di cittadini e di associazioni, si è accertato che in molte zone di Roma, per carenza di personale e di mezzi adeguati, non si è provveduto ad una regolare raccolta di rifiuti urbani dai cassonetti». Per questo è stato contestato il reato di stoccaggio illecito di rifiuti. Ma non è finita: «È emerso che anche i servizi gestiti da Ama per il tramite di società esterne vincitrici di appalti, come la raccolta di rifiuti di utenze non domestiche, non hanno dato risultati soddisfacenti in quanto la carenza si sorveglianza e controllo da parte della partecipata del Comune ha consentito da un lato il mancato rispetto del contratto, per cui i rifiuti di tali utenze venivano prelevati senza la dovuta regolarità, dall’altro si rendeva necessario l’intervento di Ama a integrazione ovvero nei casi di siti particolarmente delicati (come ad esempio per le cliniche sanitarie)».

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Raggi battuta sui rifiuti dalla sua stessa maggioranza

I consiglieri M5s votano no alla discarica di Monte Carnevale assieme alle opposizioni. Stop alla decisione della Giunta.

Schiaffo alla sindaca Virginia Raggi dalla sua stessa maggioranza. In Campidoglio i consiglieri M5s hanno infatti votato no alla discarica di Monte Carnevale, schierandosi con le opposizioni.

Approvate le mozioni proposte da Pd e Fratelli d’Italia contro il sito per lo smaltimento dei rifiuti che dovrebbe sorgere nella Valle Galeria, a pochi chilometri da Malagrotta, dove nel 2013 fu chiusa la discarica più grande d’Europa. Per anni il M5s ha sposato le battaglie dei comitati territoriali contrari all’arrivo dei rifiuti.

La mozione di Fratelli d’Italia, in particolare, è stata votata da 12 consiglieri M5s su 26, che hanno così sconfessato la decisione presa dalla Giunta Raggi lo scorso 31 dicembre, d’intesa con la Regione Lazio. I consiglieri “ribelli” sono Roberto Allegretti, Agnese Catini, Andrea Coia, Roberto Di Palma, Daniele Diaco, Simona Donati, Paolo Ferrara, Simona Ficcardi, Eleonora Guadgno, Cristiana Paciocco, Sara Seccia e Angelo Sturni.

Altri tre consiglieri pentastellati si sono astenuti. Mentre in sei hanno votato a favore della mozione proposta dal Pd. Ma secondo quanto riportato dal quotidiano il Messaggero, la sindaca sarebbe intenzionata ad andare avanti e a non ritirare la delibera della Giunta.

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Comune e Regione trovano l’intesa per la discarica di Roma

La Giunta Capitolina ha deliberato che Roma Capitale indicherà come sito per lo smaltimento dei rifiuti nel territorio del Comune,..

La Giunta Capitolina ha deliberato che Roma Capitale indicherà come sito per lo smaltimento dei rifiuti nel territorio del Comune, ovvero la discarica di servizio per la città, l’area di Monte Carnevale, nel Municipio XI nella Valle Galeria. La Regione, tra le altre cose, disporrà tutte le attività necessarie per consentire, come richiesto da Roma Capitale, una serie lavori straordinari all’impianto Tmb di Rocca Cencia. Lo affermano Roma Capitale e Regione Lazio in una nota congiunta.

IN PASSATO SALTATE LE IPOTESI FALCOGNANA E TRAGLIATELLA

La Regione, vista l’individuazione sul territorio comunale dell’impianto, in concomitanza con l’approvazione del provvedimento capitolino, «stralcerà anche dal Piano Rifiuti in via d’approvazione, come da accordo, l’indicazione del sub-ato per il Comune di Roma Capitale», si legge ancora nella nota congiunta. Prima delle festività le due amministrazioni avevano trovato un accordo sui rifiuti di Roma che prevedeva il supporto della Regione nella gestione temporanea dell’immondizia a fronte dell’indicazione di un sito dentro il Comune da parte del Campidoglio da realizzare in circa 18 mesi. Dopo aver detto no all’ ipotesi Falcognana e Tragliatella la scelta è caduta, tra le cosiddette ‘aree bianche’ indicate dalla città metropolitana, su Monte Carnevale.

VIGNAROLI (COMM.ECOMAFIE): «SCELTA INACCETTABILE»

La mossa di Comune e Regione ha fatto andare su tutte le furie il presidente della Commissione parlamentare Ecomafie Stefano Vignaroli: «La decisione di realizzare la nuova discarica di rifiuti urbani di Roma a due chilometri dalla discarica di Malagrotta è inaccettabile». «È una scelta vergognosa nei confronti di un’area già devastata e mai adeguatamente bonificata», ha aggiunto spiegando che «alla chiusura di Malagrotta non è seguito alcun intervento di risanamento ambientale».

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Il presidente di Amsa ama la pulizia. Anche in bagno

Dopo l'inchiesta che ha coinvolto l'ex municipalizzata milanese che si occupa della raccolta rifiuti, al vertice è arrivato D’Andrea. Che deve aver preso alla lettera il suo incarico: dopo aver cambiato i mobili dell'ufficio, si è subito fatto rifare la toilette.

L’Amsa è la ex municipalizzata di Milano che gestisce i servizi di raccolta delle immondizie nel capoluogo e in altri comuni delI’hinterland. Dal 2010 è posseduta da A2a, società controllata dai comuni di Milano e Brescia.

Da qualche mese è nella bufera per una inchiesta della magistratura milanese che, come spesso accade, ha trovato particolari connivenze tra la politica locale, qualche dirigente dell’azienda e alcuni fornitori della società.

L’accusa dei magistrati è quella classica, ovvero che il politico si sarebbe fatto portatore degli interessi del privato presso l’Amsa agevolando alcune operazioni. Nella fattispecie il politico (Pietro Tatarella, ex consigliere comunale milanese ed ex vicecoordinatore lombardo di Forza Italia) avrebbe ricevuto denaro dalla Ecol Service di Daniele D’Alfonso, per forniture varie che alcuni dirigenti, in particolare il sindacalista e dipendente Amsa Sergio Salerno, avrebbero facilitato.

L’ARRIVO ALLA PRESIDENZA DI FEDERICO MAURIZIO D’ANDREA

Che cosa hanno fatto allora i vertici di A2a, spinti da Beppe Sala, per cercare di superare una situazione che imbarazzava Amsa, la capogruppo, tra l’altro quotata, e il buon nome del sindaco di Milano? La soluzione, probabilmente anche suggerita dal tribunale di Milano, è stata trovata lo scorso settembre, quando alla presidenza di Amsa è arrivato Federico Maurizio D’Andrea, 59 anni, un passato nella Guardia di Finanza (è stato comandante a Monza e in provincia di Bergamo), poi manager al centro di un robusto network di relazioni con privati e pubblica amministrazione che vanno dalla presidenza della Sangalli di Monza (azienda che opera nello stesso settore dell’igiene urbana) e della Pedemontana Lombarda, fino alla partecipazione negli organismi di vigilanza del Banco Bpm, di Smeralda Holding, del Sole 24 Ore, di Metropolitane Milanesi e di A2a.

DOPO L’AUTISTA PERSONALE, IL BAGNO NUOVO

Appena arrivato in Amsa, per prima cosa, ha richiesto un autista personale. D’Andrea deve aver preso poi alla lettera il suo incarico e ha cominciato a fare pulizia: ha cambiato tutti i mobili del suo ufficio e si è fatto rifare il bagno personale. Con una spesa importante e soprattutto inutile. Del resto sulla pulizia non si transige, a cominciare dagli ambienti di lavoro. Pulizia e sicurezza, perché se non si fa attenzione nei bagni si può anche scivolare.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Tassa sui rifiuti: a Nord tariffe più leggere, Catania la città più cara

Secondo le rilevazioni di Cittadinanzattiva la Tari in media ammonta a 300 euro. La regione più economica è il Trentino Alto Adige dove si spendono 190 euro l'anno, la più tartassata la Campania. La mappa.

L’immondizia costa, e pure parecchio. In media la tassa sui rifiuti nel 2019 (la Tari) è di 300 euro, ma le differenze da regione a regione sono piuttosto marcate. A spendere meno sono i cittadini del Trentino Alto Adige con 190 euro, i più tartassati quelli della Campania con 421 euro l’anno. Scendendo ai capoluoghi di provincia, a Catania la tassa arriva a 504 euro, la più alta d’Italia, con un aumento del 15,9% rispetto al 2018. Potenza, invece, è la città più economica con 121 euro e un decremento del 13,7% rispetto al 2018.

SMALTIRE I RIFIUTI COSTA MENO AL NORD

È questo il quadro che emerge dalla rilevazione dell’Osservatorio prezzi e tariffe della onlus Cittadinanzattiva. L’indagine sui costi sostenuti dai cittadini per lo smaltimento dei rifiuti in tutti i capoluoghi di provincia prende come riferimento nel 2019 una famiglia tipo composta da tre persone e una casa di proprietà di 100 metri quadri. A livello di aree geografiche, i rifiuti costano meno al Nord (in media 258 euro). Segue il Centro (299 euro), infine il Sud, il più costoso (351 euro).

A MATERA L’AUMENTO PIÙ CONSISTENTE

Analizzando le tariffe dei 112 capoluoghi di provincia, sono state riscontrati aumenti in circa la metà, 51 capoluoghi, tariffe stabili in 27 e in diminuzione in 34. A Matera si registra l’incremento più consistente (+19,1%), a Trapani il calo più netto (-16,8%). Le 10 città più costose per la tassa rifiuti dopo Catania sono Cagliari (490), Trapani (475), Benevento (471), Salerno (467), Napoli (455), Reggio Calabria (443), Siracusa (442), Agrigento (425), Messina (419). Quelle più economiche Potenza (121 euro), Udine (167), Belluno (168), Pordenone (181), Vibo Valentia (184), Isernia (185), Bolzano (186), Brescia (191), Verona (193), Trento e Cremona a pari merito (195).

LEGGI ANCHE: Rifiuti: Polonia e Italia divise da 45 tonnellate di plastica

LA CLASSIFICA DELLE REGIONI

Tra le regioni dove la tassa sui rifiuti è più leggera oltre il Trentino Alto Adige ci sono il Molise (219), la Basilicata (221), il Friuli Venezia Giulia (228), il Veneto (234), le Marche (235), la Lombardia (241), l’Emilia-Romagna (274), la Valle d’Aosta (275), il Piemonte (276), la Calabria (296), l’Umbria (301), la Toscana (323), il Lazio (325), l’Abruzzo (326), la Liguria (333), la Sardegna (345), la Puglia (373), la Sicilia (394) e maglia nera la già citata Campania (421). La Tari è diminuita in Lazio (-2%, con Roma che cala del 4,1%), l’Emilia-Romagna con un -0,8%, le Marche (-1,4%), la Sicilia (-1,3%) e la Valle d’Aosta con un calo del 2,3%. 

CITTADINANZATTIVA: «IN MOLTE AREE RITARDI E INEFFICIENZE»

«In tema di smaltimento dei rifiuti continuano a registrarsi in molte aree del Paese ritardi e inefficienze», spiega Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva, «e la transizione verso uneconomia circolare, prevista dalla strategia 2020, sembra essere ancora lontana». Si continua a registrare, continua Gaudioso, «una modalità di calcolo dei costi che non tiene conto dei rifiuti realmente prodotti e quindi non incentiva il cittadino a cambiare i propri comportamenti. Molto marcate sono le differenze territoriali, non solo in termini di costi del servizio, ma anche di qualità: vivere in una città anziché un’altra può voler dire disporre di un servizio gestione rifiuti costoso e insoddisfacente».

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Maglia nera per la gestione dei rifiuti a Lazio, Campania e Sicilia

L'analisi del rapporto Assoambiente nelle tre Regioni: «Carenza di un'adeguata impiantistica per il riciclo, assenza di valorizzazione energetica, affidamento eccessivo alle discariche».

«Carenza di un’adeguata impiantistica per il riciclo dei rifiuti, assenza di valorizzazione energetica per quanto non riciclabile, turismo dei rifiuti verso altre Regioni, affidamento eccessivo allo smaltimento in discarica»: questa la fotografia scattata da Fise Assoambiente, l’ associazione delle imprese del trattamento dei rifiuti e bonifica, su tre regioni italiane: Lazio, Campania e Sicilia. L’analisi, basata su dati Ispra e della stessa Assoambiente, è stata presentata a Rimini in occasione di Ecomondo, la fiera della green economy.

IN LAZIO RECORD DI TURISMO DEI RIFIUTI

In Lazio, si legge nello studio, «vince il turismo dei rifiuti. L’assenza di un’adeguata e moderna impiantistica di riciclo, recupero energetico e smaltimento appare particolarmente evidente». Il Lazio è «la Regione che più di altre alimenta il fenomeno del turismo dei rifiuti verso le altre Regioni». La differenziata è al 46%, ma «il 64% dell”umido’ raccolto nei cassonetti viene inviato fuori Regione». I rifiuti raccolti in modo indifferenziato, il 54%, vengono avviati a impianti trattamento meccanico-biologico, ma solo come passaggio preliminare alla discarica (circa 41% dell’indifferenziato) e incenerimento fuori Regione (36,5%). «Nei prossimi 6 mesi», scrive Assoambiente, «la capacità residua delle discariche laziali sarà terminata, accentuando ulteriormente lo stato di emergenza».

IN SICILIA IL RECORD DI DISCARICA

In Sicilia c’è il «record di discarica e impianti di riciclo e recupero. La gestione dei rifiuti è condizionata dalla percentuale record di conferimento in discarica (73%). Solo il 22% viene raccolto in modo differenziato, dato più basso a livello nazionale. Anche qui il passaggio negli impianti di trattamento meccanico-biologico è propedeutico, addirittura per il 96% dei quantitativi, al successivo conferimento in discarica. Il recupero di materia resta un’ipotesi residuale. La voce incenerimento non è presa in considerazione».

LA CAMPANIA SULL’ORLO DELL’EMERGENZA

La Campania secondo il rapporto è «sull’orlo dell’emergenza». Per Assoambiente «nei prossimi due mesi le capacità residue delle discariche sul territorio campano saranno esaurite». La regione «è uscita dalla fase più critica qualche anno fa anche grazie alla realizzazione di un termovalorizzatore di dimensioni medio-grandi ad Acerra». «La raccolta differenziata negli anni è cresciuta gradualmente», scrive ancora Assoambiente, «arrivando al 53%, ma l’assenza di un efficiente sistema di riciclo è ben palesata dall’export dell’88,5% dei quantitativi di frazione organica (50% delle raccolte differenziate) verso altre Regioni d’Italia». «La quasi totalità dei rifiuti indifferenziati passa dagli impianti di trattamento meccanico-biologico», conclude il rapporto, «per poi essere incenerito (nel 73% dei quantitativi) o finire in discarica (circa il 6%)».

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Caos rifiuti a Roma, i carabinieri denunciano i dirigenti dell’Ama

I militari che si occupano di reati ambientali hanno indagato sui disservizi nella raccolta dell'immondizia del giugno scorso e verificato il mancato rispetto del contratto tra l'utility e il comune di Roma.

Una misura senza precedenti con i militari del Noe che portano di fronte alla giustizia i vertici della municipalizzata che non ha fatto il suo dovere nei confronti dei cittadini: a Roma succede anche questo. Per i disservizi verificatisi nel giugno scorso a Roma sul fronte della raccolta dei rifiuti, i Carabinieri del Noe hanno denunciato gli allora dirigenti dell‘Ama. Viene contestato il reato di «stoccaggio non autorizzato di rifiuti, all’interno ed in prossimità dei cassonetti stradali, conseguenti all’inadeguata attività di raccolta ed avvio a recupero/smaltimento» dell’immondizia lì conferita dai cittadini, «in disapplicazione delle clausole sottoscritte nel nuovo ‘Contratto di Servizio tra Roma Capitale e Ama Spa‘».

INDAGINI MINUZIOSE NEI MUNICIPI

L’indagine dei militari del Nucleo operativo ecologico, coordinata dalla procura della Repubblica di Roma, è scattata «a seguito delle difficoltà mostrate da Ama spa nella raccolta dei rifiuti a Roma nello scorso mese di giugno, e a verificare le cause di tali disservizi. In particolare, i militari del Comando tutela ambientale hanno condotto un’attività di osservazione minuziosa in alcuni municipi della città, allo scopo di verificare «la sussistenza di reati ambientali in relazione all’ammasso dei rifiuti, continuativo e sistematico, generatosi nelle aree dedicate al loro conferimento da parte dell’utenza». Le indagini compiute hanno permesso di accertare la commissione del reato, previsto dal Testo unico ambientale, di «stoccaggio non autorizzato di rifiuti, all’interno ed in prossimità dei cassonetti stradali» a causa del mancato rispetto del nuovo ‘Contratto di servizio tra Roma Capitale e Ama Spa per la gestione dei rifiuti urbani e servizi di igiene urbana per gli anni 2019/2021». Dopo le verifiche svolte, i militari «hanno deferito all’Autorità giudiziaria competente i dirigenti di Ama spa in carica all’epoca dei fatti, delegati quali responsabili per l’attività di raccolta dei rifiuti nel territorio della Capitale».

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Rifiuti: Polonia e Italia divise da 45 tonnellate di plastica

A una settimana dalla denuncia di Greenpeace le balle stoccate a Gliwice sono ancora terreno di scontro. Per le autorità locali si tratta di un'illegalità, per la Regione Campania no. E non è l'unica spedizione transfrontaliera ad avere avuto dei problemi. Il punto.

da Varsavia

Le immagini del video girato e diffuso da Greenpeace Italia nei giorni scorsi non lasciano spazio ad alcun equivoco. Mostrano un centinaio di balle compattate di rifiuti abbandonate alla rinfusa fra cumuli di pneumatici e sterpaglie, attorno a delle pompe di benzina in disuso.

Ciascuna di esse è formata da migliaia di confezioni e imballaggi di plastica e pesa decine di chili. Siamo in via Cmentarna 6, alle porte di Gliwice, città della Polonia meridionale. È qui che 45 tonnellate e 720 chili di plastica provenienti dall’Italia giacciono in una terra di nessuno non recintata, fra un gommista, l’autostrada per la Repubblica Ceca e un cimitero. Ci sono arrivate 16 mesi fa con modalità che le autorità polacche in materia di rifiuti ritengono illegali, quelle italiane no.

IL VIAGGIO DELLE TONNELLATE DI PLASTICA ITALIANE

A Lettera43.it il Gioś, l’Ispettorato polacco per la Sicurezza ambientale, ha confermato che i rifiuti sono stati abbandonati in questo sito in una singola giornata: il 21 giugno 2018. Li hanno trasportati due camion provenienti dall’Italia. La spedizione è stata effettuata dalla ditta campana Di Gennaro Spa tramite l’intermediaria Agf Umbria, con sede a Castel Ritaldi, nel Perugino. Tonnellate di plastica in precedenza transitate dal centro di selezione di Pascarola, fra le province di Napoli e Caserta, dove ha sede la Di Gennaro. Un impianto ritenuto a lungo modello e dove opera anche Corepla, il Consorzio nazionale per la raccolta, il recupero e il riciclo degli imballaggi di plastica.

Confezioni di marchi italiani tra i rifiuti lasciati nel sito di Gliwice (foto: Greenpeace).

Tuttavia, negli ultimi tempi il centro di Pascarola fa fatica a gestire le sempre più ingenti quantità di rifiuti da riciclare che riceve. E Il 25 luglio 2018, un mese circa dopo il conferimento sospetto segnalato in Polonia, un incendio scoppiato nel centro di selezione rifiuti della Di Gennaro ha distrutto centinaia di tonnellate di plastica stoccata nel sito. Le indagini per accertare i responsabili del rogo sono ancora in corso.

IL CARTEGGIO TRA IL GIOŚ POLACCO E L’UOD DI NAPOLI

Ma torniamo al caso di Gliwice. La polizia polacca ha notato subito qualcosa di sospetto e, accertata la presunta illegalità della situazione, ha avvisato il Gioś. L’Ispettorato polacco nel luglio dell’anno scorso ha inviato una lettera all’Uod di Napoli, l’ufficio della Regione Campania che si occupa di autorizzazioni ambientali e rifiuti in cui veniva segnalato che quelle decine e decine di balle di rifiuti sono state trasferite oltre frontiera illegalmente e depositate in un sito polacco non predisposto al loro stoccaggio o riciclo. Dall’Italia hanno replicato via mail che occuparsi di quel cumulo di spazzatura all’estero non rientra nei loro poteri. L’ispettorato polacco non ha mollato e, quattro mesi, dopo ha inviato un’altra missiva.

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Questa volta l’ufficio italiano ha risposto assicurando che i rifiuti in questione erano stati raccolti e smaltiti nel rispetto delle leggi in materia, negando inoltre che ci fosse alcuna prova di una loro spedizione illegale all’estero. Una replica che ha messo in discussione l’operato della polizia e delle autorità preposte in Polonia, oltre a rendere impossibile il recupero dei rifiuti con relativo rientro in Italia. Come sottolineato dall’Ispettorato polacco per la Sicurezza ambientale, infatti, «in base all’articolo 24 del regolamento europeo 1013/2006, il rientro della spazzatura nel suo Paese di origine richiederebbe un accordo fra il Gioś e la sua controparte italiana. Tuttavia, dato che quest’ultima ha messo in dubbio l’illegalità del ritrovamento da noi segnalato, tale eventualità è da escludersi». Una posizione dalle quale l’Uod non intende discostarsi e che ha ribadito di recente in una replica ufficiale a Greenpeace Italia.

I rifiuti sono stati portati a Gliwice dall’Italia (foto: Greenpeace).

LE PROVE DELLA POLIZIA POLACCA

Eppure le prove fornite dalla polizia polacca citate dal Gioś sono molto dettagliate. Riportano che quel 21 giugno 2018 due camion a semi-rimorchio dei quali si conoscono persino i numeri di targa e provenienti dall’Italia attraversarono la frontiera polacca. Trasportavano rispettivamente 23,02 e 22,7 tonnellate di rifiuti classificati dai regolamenti europei con il codice “19 12 12” equivalente a “spazzatura municipale”, come accertato da successivi controlli nel sito di Gliwice. Si tratta di una tipologia di rifiuto che è illegale muovere da uno Stato dell’Ue all’altro in assenza di accordi scritti fra chi li spedisce, chi li riceve e le autorità dei Paesi attraversati dal carico. Tutti documenti assenti in questo caso. I due camion abbandonarono il proprio carico in via Cmentarna 6 a Gliwice che, in ogni caso, non risulta fra i siti polacchi autorizzati per lo stoccaggio e lo smaltimento della plastica.

A 16 MESI DI DISTANZA I RIFIUTI SONO ANCORA A GLIWICE

Il risultato del disaccordo esistente fra Gioś e Uod è che oggi, 16 mesi dopo il loro abbandono, i rifiuti in questione si trovano ancora dove sono stati scaricati, a Gliwice. Dato che la plastica ha tempi assai lunghi di degradazione, le confezioni dei prodotti sono ancora perfettamente riconoscibili. Non sono tuttavia i tanti marchi italiani identificabili fra i rifiuti a consentire di stabilirne con esattezza la provenienza. La maggior parte di questi prodotti alimentari o per la casa è infatti in vendita anche nei supermercati polacchi, spesso con lo stesso packaging italiano. Ciò che fa risalire inequivocabilmente i rifiuti alla loro provenienza estera sono alcune etichette della Di Gennaro Spa ben visibili in alcune delle foto scattate in loco dagli inviati di Greenpeace.

I PRECEDENTI FINITI CON LA RIMOZIONE DELLE BALLE

Quanto accaduto a Gliwice non è un un episodio isolato. Dal Gioś riferiscono che nel 2018 altri due casi di spedizioni transfrontaliere illegali di rifiuti italiani sono stati individuati e documentati in Polonia. E un altro si è registrato quest’anno. In due occasioni su quattro l’illegalità è stata riconosciuta delle autorità italiane, portando alla rimozione dei rifiuti e poi al loro corretto smaltimento in Italia. Un lieto fine che purtroppo sembra ancora remoto per le 45 tonnellate e 720 chili di plastica proveniente dalle nostre città e abbandonate da quasi un anno e mezzo in un angolo della Polonia meridionale. Lontane da noi e senza alcuna prospettiva di essere riciclate.

Centrumreport

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