Pandini lascia la Lombardia e Gallera torna alle dirette

Il portavoce di Salvini, inviato a Milano per aggiustare gli incidenti comunicativi di Fontana e dell'assessore al Welfare, è rientrato a Roma. Ma c'è chi è convinto che mancherà molto.

Dopo circa un mese Matteo Pandini, portavoce di Matteo Salvini, molla la presa su Regione Lombardia per tornare a occuparsi del segretario e dei gruppi parlamentari della Lega a Roma.

Era arrivato agli inizi di aprile dopo una serie di incidenti comunicativi che saranno ricordati nella storia politica di una regione devastata dall’emergenza Covid-19. Come non ricordare la celebre immagine del governatore Attilio Fontana che non riesce a mettersi la mascherina. Oppure Giulio Gallera, che durante le sue dirette era capace di dire tutto e il contrario di tutto.

Pandini era arrivato per mettere in ordine le cose. E proprio le dirette erano scomparse dopo il suo arrivo. Ci aveva messo la faccia Salvini. L’ex ministro dell’Interno era entrato dalla porta principale della Regione per invertire una rotta comunicativa che continuava a far perdere punti nei sondaggi alla Lega. Ma adesso Pandini se ne va. Torna a Roma. L’emergenza del resto pian piano inizia a scemare un po’ in tutta Italia. Caso vuole che, pronti via, neanche 24 ore di tempo e si è rifatto vivo proprio l’assessore Gallera, scomparso dopo una raffica di figuracce in diretta. L’esponente di Forza Italia, che si dice punti alla poltrona di sindaco di Milano nel 2021, torna stasera, dopo un mese in esilio. Torna nelle dirette di Lombardia notizie, quelle che ai lombardi non mancavano molto. C’è già chi è convinto che Pandini mancherà molto.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Fontana e Gallera contro tutti

Il presidente della Regione Lombardia e il suo assessore al Welfare rispondono alle critiche sulla gestione dell'emergenza coronavirus. Dall'ospedale in Fiera rimasto inutilizzato alle indagini sul Trivulzio e le altre Rsa milanesi. Per non parlare dell'incauto annuncio di riaprire il 4 maggio.

Il governatore e l’assessore contro tutti. O quasi. Sicuramente molti contro di loro. E per più di un motivo.

La situazione sanitaria in Lombardia e a Milano, provincia e città, continua a rimanere drammatica. L’ospedale “del miracolo” in Fiera finora – e forse per fortuna – non è servito a nulla ma è stato sommerso dalle polemiche. Non solo politiche. Quei 21 milioni donati – compreso l’assegno del Cav – per 10 pazienti attualmente ricoverati, con il senno di poi, potevano essere spesi diversamente. Forse, fa notare qualche medico, sarebbe stato meglio potenziare reparti e strutture già esistenti. Tant’è.

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Anche l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera ha ammesso candidamente che l’ospedale che aveva fatto sentire Guido Bertolaso «fiero di essere italiano» (prima di ammalarsi) e inaugurato in pompa magna in barba alle misure di distanziamento, «fortunatamente non è servito a ricoverare centinaia e centinaia di persone in terapia intensiva e di questo siamo contenti».

L’INCHIESTA SUL TRIVULZIO E L’ISPEZIONE DEL MINISTERO

Poi è piombata su Regione Lombardia l’inchiesta relativa al Pio Albergo Trivulzio e altre Rsa milanesi. La Gdf giovedì ha acquisito documenti e direttive inviate dall’amministrazione alle strutture. Ora si vedrà. Ma le morti sospette di anziani pesano come un macigno. Intanto si è chiusa l’ispezione alla Baggina del ministero della Salute e venerdì la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa risponderà in una interrogazione parlamentare. Ma a Circo Massimo ha già attaccato: «Dal primo giorno la loro (Regione Lombardia, ndr) politica è stata quella di disattendere le indicazioni del governo, di andare in direzione contraria, prendere le distanze. Questo è avvenuto per ragioni politiche. Ma dovremmo chiederci come mai la Lombardia abbia un numero di contagiati sproporzionatamente alto rispetto alle altre regioni». Già. per ora nessuna risposta.

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IL LEGALE DI FONTANA: «BASTA ATTACCHI DI NATURA PERSONALE E FALSE NOTIZIE»

«Siamo impegnati a combattere il virus e a proteggere i lombardi, massima collaborazione verso chi svolge le indagini», aveva risposto Fontana. Subito dopo la nota del suo legale all‘Ansa: «Il presidente Fontana accetta qualsiasi critica e polemica politica, essendo ben consapevole che la sua posizione pubblica e apicale lo espone più di qualsiasi altro amministratore. Ma ha il diritto e il dovere di non sopportare più attacchi di natura personale, consistenti nel dileggio, nella falsa notizia e nelle indegne accuse di indifferenza per la vita umana». Assumerà dunque, ha continuato il legale, «ogni doverosa iniziativa a difesa della sua onorabilità, per il ripristino della verità dei fatti, travisata e offesa in più occasioni».

GALLERA: «ERAVAMO E SIAMO ANCORA IN TRINCEA»

Anche Gallera non ha mostrato l’altra guancia. «Assisto disgustato a molteplici azioni di gigantesca deformazione della realtà e di sciacallaggio politico e mediatico», si è sfogato su Facebook dopo gli attacchi dell’opposizione e la lettura dei giornali che, dice, lo hanno «amareggiato». «Abbiamo vissuto qualcosa di pazzesco. Ci siamo trovati a dover prendere decisioni immediate per problemi giganteschi. Senza consultare un avvocato, scegliendo sempre per salvare la vita alle persone. Il senno di poi è un gioco facile per chi è rimasto a guardare. Noi eravamo in trincea, e lo siamo ancora».

Leggo stupito e molto amareggiato gli articoli che appaiano in questi giorni su importanti giornali. Assisto poi…

Posted by Giulio Gallera on Thursday, April 16, 2020

Contro Fontana, Gallera & Co le opposizioni in Consiglio regionale hanno chiesto di istituire una commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid. Mentre la Rete Milano 2030 – formata da partiti di sinistra, associazioni e movimenti – ha lanciato una petizione per commissariare la Sanità lombarda.

LO SPOTTONE DELLA REGIONE SUI QUOTIDIANI

Nulla però sembra scalfire davvero Fontana e il suo assessore che ogni giorno, nella consueta conferenza stampa – che conferenza stampa non è visto che non ci sono domande – racconta di quanto sia efficiente ed eccellente la sanità lombarda. Non paghi, in Regione hanno deciso di comunicare questo entusiasmo ai cittadini pure dalle pagine dei giornali. «28.224 vite salvate in Lombardia», si legge negli spazi acquistati. Tutto grazie alla «sanità privata insieme alla sanità pubblica». Non poteva mancare l’hashtag #unasolasanità. Gli 11.377 morti in Regione (dato aggiornato al 15 aprile) passano in secondo piano.

ERRORI? «SCIOCCO SE DICESSI CHE NON SE NE SONO FATTI»

Fontana però una cosa l’ha ammessa a Stasera Italia: «Sarei sciocco nel dire che non si sono fatti errori. Probabilmente si sono fatti degli errori ma sicuramente non sono quelli che ci vengono contestati e per i quali oggi siamo sulle prime pagine di tutti i giornali». Ma attenzione: «Io credo che le questioni proposte oggi come motivo di accusa nei nostri confronti siano tutte assolutamente infondate e prive di ogni possibile contestazione. In una situazione emergenziale, tutti hanno commesso degli errori dall’Organizzazione mondiale della sanità ai cambiamenti di opinione di tanti nostri scienziati, alla mancanza di precisione nelle linee guida». Il rimpallo di responsabilità continua. Se ha sbagliato l’Oms, se hanno sbagliato gli scienziati, allora gli errori di Regione Lombardia sono se non da giustificare quanto meno da comprendere.

L’AZZARDO DI RIAPRIRE IL 4 MAGGIO

In attesa di conoscere i veri dati – anche se di tamponi non ce ne sono più: l’istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna ha scorte per altre 48 ore, ha scritto il Fatto quotidiano. Fino alle 23 di sabato sera la struttura che processa fino a 3 mila tamponi al giorno, non si fermerà ma a quell’ora i reagenti saranno finiti – dei contagi e dei morti si accusano i runner, i proprietari di cani e i milanesi tutti che da irresponsabili se ne vanno bellamente in giro. Forse a cercare le mascherine che ancora non arrivano. E intanto Fontana annuncia la riapertura il 4 maggio. Contro i pareri di virologi e specialisti che invitano alla cautela. Ma anche contro il governo. «La richiesta della Lombardia di avere il via libera alle attività produttive a partire dal 4 maggio è un errore», ha detto senza mezzi termini il viceministro al Mise Stefano Buffagni. «Da sempre Fontana ha sostenuto una linea rigorosa e fortemente restrittiva e oggi, sorprendentemente, decide – non si comprende sulla base di quali dati – di aprire. Andare in ordine sparso rischia di alimentare confusione nei cittadini e nelle imprese che invece esigono chiarezza».

SALA: «QUELLO DELLE 4 D È UNO SLOGAN SENZA CONTENUTO»

«La ripartenza il 4 maggio in Lombardia l’ha decisa la Regione o Salvini? Stanno passando dal terrore sul numero dei contagi di due giorni fa al liberi tutti. Un po’ più di equilibrio non guasterebbe», ha risposto pure il sindaco di Milano Beppe Sala in una intervista a Repubblica. Per rimettere in moto l’economia, sottolinea il primo cittadino, bisogna che siano «fornite le garanzie adeguate per chi andrà a lavorare. Quello delle 4D è uno slogan senza contenuto», facendo riferimento alle 4 D proposte dalla Regione: distanza, dispositivi e mascherine, digitalizzazione e diagnosi. Che per Buffagni forse dovrebbero essere sostituite con 4 C: calma, coerenza, coscienza e criterio.

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Riaperture e restrizioni, Regioni in ordine sparso

Il Veneto apre all'attività motoria oltre i 200 metri da casa, ma con buon senso. Lombardia e Piemonte, dove l'epidemia non cala, confermano le strette. In Trentino si riaprono i cantieri all'aperto ma con termoscan e mascherine. La Babele di ordinanze.

Anche nelle timide riaperture le Regioni vanno in ordine sparso. In gran parte d’Italia il 14 aprile riaprono librerie, cartolerie e negozi di abbigliamento per l’infanzia con le debite precauzioni. Ma non in Lombardia e Piemonte, dove l’epidemia da coronavirus non accenna a diminuire. Il risultato è una babele di ordinanze regionali.

Non è poi escluso che la prossima settimana possano riaprire i battenti anche altri settori dell’industria, come quello della moda, dell’auto o della metallurgia, anche se il capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, invita alla calma. «Al momento», ha messo in guardia lunedì, «si tratta di ipotesi premature». In un Paese ancora blindato anche sul fronte della mobilità – con le limitazioni confermate domenica dal ministero dei Trasporti sul traffico aereo, automobilistico, ferroviario e marittimo – da oggi si tenterà, dunque, la lenta ripresa.

CHIUSURE CONFERMATE IN LOMBARDIA E PIEMONTE

In Lombardia, dove anche il 13 aprile si sono registrati 280 morti, restano le restrizioni. L’ordinanza firmata sabato dal governatore Attilio Fontana vieta la riaperture di librerie e cartolerie, anche se consente invece quella dei negozi di abbigliamento per l’infanzia. «In questi ultimi giorni dobbiamo cercare di essere più rigorosi possibile», ha detto il presidente, che ha disposto anche l’uso di mascherine all’aperto (o comunque l’obbligo di coprire naso e bocca con qualunque indumento) e lo stop ad alberghi e strutture ricettive. Gli studi professionali, poi, potranno aprire solo per servizi indifferibili e urgenti. Per chi è positivo, la Regione impone una quarantena di 28 giorni, non più di 14. Stop totale anche in Piemonte «per non vanificare gli sforzi fatti finora», come ha detto il governatore, Alberto Cirio.

RIGORE ANCHE IN CAMPANIA

La linea del rigore è seguita anche dal governatore della Campania Vincenzo De Luca che ha confermato la chiusura di librerie e cartolerie, limitando poi l’apertura dei negozi di abbigliamento per i più piccoli a due mattine la settimana, dalle 8 alle 14. In Campania sarà vietato anche il cibo d’asporto.

IN LAZIO LIBRERIE APERTE DAL 20 APRILE

Il Lazio ha posticipato al 20 aprile la riapertura delle librerie per consentire ai proprietari di mettere in sicurezza i locali.

EMILIA-ROMAGNA: STRETTA SULLE ZONE ARANCIONI

In Emilia-Romagna resta la stretta sulle cosiddette zone arancioni, cioè le province di Piacenza, Rimini e sulla città di Medicina, nel Bolognese.

LA LIGURIA APRE ALLA MANUTENZIONE DEGLI STABILIMENTI BALNEARI

Leggera riapertura, invece, in Liguria, dove il governatore Giovanni Toti ha firmato l’ordinanza che consente di andare agli orti e ai frutteti, di riprendere i lavori di giardinaggio e di procedere alla manutenzione degli stabilimenti balneari e dei chioschi in vista dell’imminente, ma quantomai incerta, stagione estiva (misure analoghe a quelle consentite in Abruzzo). Sì anche ai piccoli lavori di manutenzione edile e alle attività dei cantieri nautici propedeutiche alla consegna, alla manutenzione dei campi di calcio e da golf.

IL LOCKDOWN SOFT DEL VENETO

Lockdown soft in Veneto. La nuova ordinanza del presidente, Luca Zaia, consente di fare attività motoria anche oltre i 200 metri da casa, «ma non si può certo arrivare a 4-5 km, è ovvio, serve buonsenso», ha precisato. Per uscire di casa, però, ci sarà bisogno di mascherina, guanti, e gel, mentre chi ha più di 37.5 di febbre non potrà scendere in strada. Aumentato anche il distanziamento sociale che passa da uno a 2 metri. Obbligo di mascherine all’aperto in Friuli Venezia Giulia, dove sarà consentito fare attività motoria, ma solo vicino casa.

LA SICILIA PROROGA LE MISURE RESTRITTIVE

La Sicilia proroga le misure restrittive, con l’obbligo soft delle mascherine, seppur recependo le aperture del nuovo Dpcm.

TRENTINO: SÌ AI CANTIERI MA IN SICUREZZA

Sì alla riaperture di librerie e cartolibrerie in Toscana, ma solo se gestori e clienti indosseranno la mascherina. In Trentino restano chiusi i negozi per l’infanzia e le librerie, mentre potranno riprendere le attività produttive all’aperto e le attività nei cantieri, stradali ed edili. Sui luoghi di lavoro, però, vanno garantiti il termoscan, le mascherine e le distanze minime.

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L’Italia non può perdere tempo con i giochetti di Salvini e Fontana

Milano e la Lombardia non trainano più il Paese. Anzi. I numeri dei contagi in regione sono inspiegabili e ancora preoccupanti. Per questo Conte fa bene a prolungare la chiusura, le regole non le decide Confindustria. Ma sia selettivo. Abbiamo 30 giorni per salvarci.

Ci è ignota l’Italia che verrà. Molti pensieri attraversano la mente di cittadini qualunque, che abbiano o no paura del futuro, di cittadini che svolgono attività imprenditoriali o commerciali a rischio, di lavoratori dipendenti che non sanno se troveranno la loro fabbrica.

Pochi si accorgono che la maggioranza del popolo italiano (e la stragrande maggioranza dei suoi giovani) sta dando una prova di disciplina e di solidarietà sociale senza precedenti.

Mentre le troupe televisive vanno a caccia nelle città di quel che resta della movida, milioni di ragazzi sono chiusi in casa a chattare, a studiare, a parlarsi in attesa che vengano tempi migliori. È una bella generazione. Su di loro possiamo contare.

MILANO NON TRASCINA PIÙ L’ITALIA

È difficile dire se possiamo contare su una parte della classe dirigente. Sicuramente non possiamo contare su una parte della classe dirigente confindustriale che vuole la riapertura senza porsi il problema di quel che può accadere. È fallita la classe dirigente lombarda. Milano non trascina più l’Italia, è diventata la sua palla al piede. La Lega è riuscita nel miracolo di una secessione di fatto che ha danneggiato il Nord. La pressione per riaprire viene da più parti. Viene dall’economia, viene dalle piccole famiglie con bambini che non reggono più la clausura (problema serissimo), viene da attività produttive che vorrebbero aprire ma temono di essere ignorate nella loro specificità.

IL PICCOLO NEGOZIO NON DEVE ESSERE FAGOCITATO DAL GRANDE

Se ci fosse una classe dirigente, per esempio, di fronte agli appelli ben firmati per aprire le librerie si dovrebbe accorgere che la filiera di piccole e piccolissime librerie non sarebbe in grado di garantire il distanziamento sociale e quindi non tutelerebbero proprietari, lavoratori, clienti.

LEGGI ANCHE: Le ricadute dell’emergenza coronavirus su editoria e mercato del libro

Nessuno ci bada e si mette sullo stesso piano la grande e media distribuzione con la rete fittissima di nuovi piccoli librari, spesso essi stessi editori, che hanno creato luoghi in cui si conversa, si passano le ore leggendo i libri, tutte cose che in pieno coronavirus non si possono fare. Se riaperte con un atto di imperio, queste attività muoiono. Saremo al paradosso che mentre i negozi di alimentari si sono giovati delle code ai supermercati, le librerie grandi finiranno per mangiare quelle piccole. Migliaia di posti di lavoro salteranno. Non è possibile pensare a questa realtà immaginando misure che le aiutino ad attuare il distanziamento sociale o a rinviare l’apertura con lo Stato che paga al piccolo libraio l’affitto spesso esoso?

BISOGNA PRESTARE ATTENZIONE ALLE “FIGURE MISTE”

Faccio questo esempio perché l’Italia è Paese pieno di realtà diverse, chi governa dovrebbe fare quello che i vecchi della vecchia sinistra chiamavano “l’analisi differenziata”, cioè quell’esercizio che portava a scoprire realtà sociali che nessuno vedeva. Accadde nelle campagne con le “figure miste”, un po’ braccianti un po’ coltivatori, che furono all’origine di nuove moderne battaglie agricole. Noi siamo un Paese pieno di figure miste. Le regole non le può decidere il capo di Confindustria della Lombardia che non sa un cazzo del Paese in cui vive e che ha spinto le aziende a restare aperte anche quando l’evidenza spingeva per chiudere tenendo sotto scacco la squallida classe politica lombarda.

BASTA CON I GIOCHETTI DI SALVINI E FONTANA

Se Giuseppe Conte proclama l’allungamento del blocco fa bene. La premier neozelandese Jacinda Ardern ha chiuso il suo Paese per 15 giorni buttando la chiave. Stanno risolvendo. Qui un giorno ci felicitiamo per i numeri che migliorano, il giorno dopo cadiamo nello sconforto. Soprattutto inspiegabili restano i numeri lombardo-milanesi. Se a Roma crescono di 20 i contagi si sa che tutto nasce da una aggregazione di extracomunitari, ormai malati, barricati in un ex albergo. Il resto della città ha numeri strabilianti con quartieri che non hanno mai avuto un solo contagio. Perché i numeri lombardi non sono così clamorosi e spiegabili? Conte chiuda ma sia severo selettivamente. Queste classi dirigenti regionali vanno sostenute quando attuano i programmi di combattimento contro il coronavirus, sennò si chieda ai prefetti e al super commissario di controllare passo dopo passo quel che accade. Non possiamo perdere tempo con i giochetti di Matteo Salvini, Attilio Fontana e qualche altro scappato di casa. Il Paese ha altri 30 giorni per salvarsi e per salvarsi con la Lombardia. Che lo voglia o no la Lombardia.

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Conte e Fontana polemizzano su Alzano zona rossa

Secondo il premier la Regione avrebbe potuto istituirla. Il governatore: «La colpa eventualmente è di entrambi». Lo scontro.

Nel giorno in cui arrivano i primi malati nei nuovi ospedali Covid realizzati a tempo di record nei padiglioni della Fiera di Milano e di Bergamo, si infiamma nuovamente la polemica fra governo e Regione Lombardia. Questa volta a gettare benzina sul fuoco è stato il premier Conte convinto che «se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto fare di Alzano e Nembro Zona Rossa» visto che «le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti». Immediata la replica del governatore Attilio Fontana: «Io non ritengo che ci siano delle colpe in questa situazione e ammesso che ci sia una colpa, la colpa eventualmente è di entrambi». Detto in altro modo: la Regione aveva chiesto già il 3 marzo la zona rossa nella Bergamasca e il governo con il decreto dell’8 marzo ha fatto diventare zona rossa tutta la Lombardia, quindi «forse su Alzano si sarebbe potuto fare qualcosa di più rigoroso, ma dopo che era stata istituita una zona rossa noi non avevamo neanche da un punto di vista giuridico la possibilità di intervenire».

CONTE: «NON VOGLIO SCARICARE LA RESPONSABILITÀ»

Un botta e risposta nel quale il premier è tornato in serata, dopo il Cdm, per precisare di non aver voluto fare polemica o ricercare le responsabilità di altri: «Ho bisogno della collaborazione di tutti, governatori e sindaci. Mi è stato chiesto se il governatore della Lombardia poteva assumere ordinanze più restrittive e abbiamo risposto che non abbiamo impedito di farlo, altri governatori lo hanno fatto. Ma non voglio imputare o scaricare responsabilità. Abbiamo sbagliato o fatto bene? Noi riteniamo di aver agito in scienza e coscienza e ce ne assumiamo tutta la responsabilità. Ci sarà poi il tempo per giudicare e io non mi sottrarrò», ha detto.

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Senza Salone del mobile Fiera Milano tira la cinghia

L'attività frena e a quanto risulta a Lettera43.it a breve verrà proposta ai dipendenti la cassa integrazione a rotazione. Ma non si ferma l'iter delle nomine. Decisa la riconferma dell'ad Curci.

«Saremo tutti, dai dipendenti ai dirigenti, chiamati a fare dei sacrifici». La lettera inviata ai dipendenti di Fiera Milano la scorsa settimana, dopo l’annuncio dell’annullamento del Salone del Mobile, ha allertato un po’ tutto l’organigramma dell’ente fieristico controllato dalla Fondazione e quindi anche da Regione Lombardia.

Del resto dopo l’annuncio di venerdì 27 marzo il titolo di Fiera è sceso a 2,5 euro in Borsa.

E a quanto risulta a Lettera43.it nel giro di pochi giorni l’azienda a controllo pubblico inizierà a proporre la cassa integrazione a rotazione.

L’ITER DELLE NOMINE PROCEDE

Ma se i tagli iniziano già a farsi sentire e l’attività frena, quello che non si ferma è l’iter per le nomine. Il consiglio di amministrazione è in scadenza. Ma al contrario delle altre partecipate pubbliche l’assemblea del 20 aprile non è stata rinviata. L’ultimo Dpcm del governo Conte ha infatti dato la possibilità di spostare a luglio gran parte delle assemblee. Fiera ha deciso di non farlo.

DECISA LA RICONFERMA DELL’AD CURCI

Giovedì 26 marzo sono state presentate le liste e tutto prosegue senza contraccolpi. Decisa la riconferma dell’ad Fabrizio Curci, anche se da qualche mese l’Orac, il comitato di vigilanza di Regione Lombardia presieduto da Giovanni Canzio, ex presidente della Corte di appello di Milano, ha avviato approfondimenti sul suo stipendio che, come già riportato da Lettera43.it in un articolo del 17 febbraio, tra compenso di funzione, Mbo, e incentivazione azionaria, supera gli 1,7 milioni annui. Una cifra considerevole per un ente fieristico, ben superiore anche a quella di altri Ceo lombardi di società controllate da enti pubblici. Ma per ora non si va oltre.

L’ADDIO DI CAPRIO E CORBARI

Enrico Pazzali, nominato lo scorso anno alla presidenza della Fondazione, vuole dare continuità al mandato. E per di più la Lega di Matteo Salvini sta subendo nomine di area vicina al Partito democratico. Il Carroccio non riesce a farsi sentire nell’accordo tra il governatore Attilio Fontana e il sindaco Beppe Sala. Quindi il consiglio di amministrazione rimarrà di fatto inalterato. Le uniche novità sono l’addio del presidente Lorenzo Caprio e del consigliere Giampiero Corbari. La presidenza è stata affidata al direttore finanziario di Fondazione Antonio Caorsi. Tra le new entry Anna Gatti, bocconiana, già consigliere di Raiway, molto gradita a Sala.

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Nuova impennata di contagiati in Lombardia dopo il trend in discesa

Aumento di 2.500 casi in un giorno giovedì 26 marzo. Erano stati 1.643 mercoledì e 1.942 martedì. Invertita la tendenza. Il governatore Fontana: «Vedremo se è un caso eccezionale, sono preoccupato».

I buoni segnali di appiattimento della curva del contagio hanno avuto una brusca frenata. Che arriva dalla Lombardia. Mentre infatti a livello nazionale l’aumento dei casi di coronavirus sembrava aver rallentato, nella regione epicentro si è registrata un’improvvisa nuova impennata il 26 marzo, come annunciato dal governatore Attilio Fontana: «I numeri purtroppo non sono molto belli, il dato dei contagiati è aumentato un po’ troppo rispetto alla linea dei giorni scorsi».

FATTO ECCEZIONALE O TREND TORNATO IN AUMENTO?

In particolare la crescita è stata di 2.500 persone infettatate. Mercoledì 25 gli infettati erano stati 1.643 più di martedì, quando i nuovi casi erano stati 1.942. Ora l’accelerata in controtendenza. Dovuta a cosa? «Dovremo valutare se è un fatto eccezionale determinato da qualche episodio particolare o se è un trend in aumento, il che sarebbe un po’ imbarazzante», ha detto Fontana.

FONTANA: «PERSONALMENTE SONO PREOCCUPATO»

Il presidente della Regione ha spiegato che «non sono ancora state fatte analisi» su quali zone siano più colpite. «Non so se è arrivato il picco o se ci è sfuggito qualcosa, queste valutazioni spettano ai tecnici, io posso solo dire che personalmente sono preoccupato».

EFFETTI DELLE MISURE FRA QUALCHE GIORNO

Fontana in collegamento con Uno Mattina ha detto che «secondo gli esperti dovrebbero iniziare a vedersi gli effetti» delle norme restrittive «tra qualche giorno». O almeno «questo è l’auspicio, la nostra speranza». Il governatore ha ripercorso gli eventi delle settimane precedenti: «Teniamo conto che fino alla notte in cui ci fu la la famosa “fuga di Milano” la gente non si era resa conto che stava iniziando, anzi che eravamo già nel pieno di una guerra, continuava a vivere come prima e non aveva modificato il proprio stile di vita. Dopo si capì che bisognava prestare attenzione».

FRECCIATA DEL PRESIDENTE LOMBARDO AL GOVERNO

Infine una frecciata al governo: «Purtroppo io dico che se avessimo iniziato fin da subito con delle misure drastiche, magari spaventando un po’ la gente ma rendendola cosciente di ciò che stava succedendo, forse saremmo arrivati prima».

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Coronavirus, Fnomceo a Fontana: «Medici senza protezione? Inaccettabile»

Secondo numerose testimonianze, è stata registrata una «grave carenza» di mascherine del tipo Fpp2 e Fpp3, tute, occhiali per poter visitare i pazienti in sicurezza. Così, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici ha scritto una lettera al presidente della Regione Lombardia. Intanto a Lodi ci sono 51 nuovi ricoveri.

La sicurezza prima di tutto. A maggior ragione quando una protezione può impedire un potenziale contagio. E specialmente quando si parla di medici, schierati in prima fila per combattere l’emergenza coronavirus. Proprio il 27 febbraio, quando a Lodi è scoppiata una nuova emergenza con 51 ricoveri, due dottoresse in quarantena nel Lodigiano hanno denunciato che l’unico collega arrivato in sostituzione aveva ricevuto soltanto due mascherine e nessun’altra dotazione. Ma non è l’unico episodio. Secondo numerose testimonianze dei dottori che si trovano nelle zone più esposte al Covid-19 e che lavorano sul territorio, si registra la «grave carenza» di mascherine del tipo Fpp2 e Fpp3, tute, occhiali per poter visitare i pazienti in sicurezza. A dirlo è la Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) che tramite il presidente Filippo Anelli, ha inviato una lettera al governatore della Lombardia Attilio Fontana.

Non si può accettare che i nostri medici si trovino a fronteggiare l’emergenza Covid-19 senza le dotazioni per la protezione personale dal virus

LA LETTERA DI FNOMCEO A FONTANA

«Non si può accettare che i nostri medici si trovino a fronteggiare l’emergenza Covid-19 – ha scritto Anelli – senza le dotazioni per la protezione personale dal virus. Un medico che si ammala – ha aggiunto – è un medico sottratto al Servizio sanitario nazionale e alla tutela del diritto alla salute». Anelli ha chiesto poi al presidente della Lombardia che venga attivato un doppio canale di assistenza sanitaria nelle zone dell’emergenza: «Uno con strutture specifiche ed équipe dedicate, l’altro per le visite di routine, da gestire con dispositivi di sicurezza al momento carenti».

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EMERGENZA A LODI: 51 RICOVERI GRAVI

Purtroppo questa notte è scoppiata un’altra emergenza a Lodi. Improvvisamente il 27 febbraio c’è stato un affollamento di ricoveri: 51 ricoveri gravi di cui 17 in terapia intensiva. «Lodi non ha un numero sufficiente di camere di terapia intensiva per cui sono stati trasferiti in altre terapie intensive della Regione», ha detto il presidente della Lombardia Attilio Fontana che questa mattina è intervenuto nel corso della trasmissione “L’Aria che tira” su La7 parlando di coronavirus. «Se si ridesse meno della mascherina e si guardasse il problema più attentamente credo che sarebbe saggio», ha aggiunto.

VAJANI: «OCCORRE UN AIUTO CONCRETO E URGENTE»

Alle parole di Anelli si associa il presidente dell’Ordine dei Medici di Lodi Massimo Vajani: «Occorre adesso un aiuto concreto e urgente, che non debba fare i conti con i tempi della burocrazia – ha detto Vajani – servono tensostrutture dedicate al triage per il Covid-19, in modo da riattivare i pronto soccorso che, come quelli di Codogno e di Casalpusterlengo, sono stati chiusi, e renderli accessibili agli altri pazienti». Il presidente ha chiesto anche che vengano «potenziate le sostituzioni dei medici di Medicina generale, che hanno scelto di trascorrere la quarantena nei loro ambulatori, per poter continuare almeno a fare prescrizioni e triage telefonici. È necessario potenziare gli organici degli ospedali, per dar modo ai colleghi di staccare. Tutti questi medici, ai quali, come Ordine e come Federazione, va la nostra gratitudine, devono essere sostenuti con provvedimenti rapidi ed efficaci».

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Coronavirus in Lombardia: accertamenti su un dipendente regionale

Ha avuto contatti con l'unità di crisi che sta coordinando l'emergenza. Annullata la conferenza stampa con il governatore Fontana.

La minaccia del coronavirus arriva fino all’interno di Palazzo Lombardia. Il punto quotidiano previsto per il tardo pomeriggio è infatti slittato e la sala stampa è stata “evacuata”: i giornalisti che aspettavano l’inizio della conferenza stampa con il presidente della Regione Attilio Fontana sono stati fatti uscire.

Poiché sono in corso «verifiche sanitarie», spiega un comunicato dell’ufficio stampa di Regione Lombardia, «su un dipendente regionale che ha avuto contatti con l’unità di crisi che sta coordinando l’emergenza coronavirus, in ottemperanza alle linee guida del ministero della Salute, la conferenza stampa viene annullata».

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Coronavirus, Regione Lombardia e Lega contro il governo Conte

Primi strappi tra governatori del Nord e l'esecutivo.Il premier chiede coordinamento, minacciando di togliere le prerogative sulla Sanità. Fontana: «Irricevibile e offensivo». E Molinari del Carroccio lo accusa di parlare «quasi da fascista». Salvini all'attacco.

La “quarantena” delle polemiche politiche pare essere finita. Dopo i primi giorni di lavoro coordinato, si registra il primo strappo tra le Regioni colpite dal coronavirus, Lombardia in testa, e il governo.

CONTE: SERVE AL COORDINAMENTO

Basta «iniziative autonome non giustificate», basta andare «in ordine sparso», perché si rischia di far danno. È stato l’appello del premier Giuseppe Conte. Se mancasse il coordinamento tra i servizi sanitari regionali, il governo potrebbe intervenire con «misure che contraggono le prerogative dei governatori». Conte ha poi spiegato che all’origine di uno dei focolai c’è stata la gestione «di un ospedale» non in linea con i protocolli. E, ovviamente si tratta di un ospedale di una Regione del Nord. Poi chiede anche ai presidenti delle Regioni fuori dall’area del contagio di non agire da soli, senza indicazioni da Roma. «Noi veniamo in maniera ignobile attaccati da un presidente del Consiglio che non sapendo di cosa parla dice che noi non seguiamo i protocolli, quando Regione Lombardia i protocolli non solo contribuisce a livello nazionale a realizzarli, ma li segue in maniera puntuale», ha risposto a stretto giro l’assessore al Welfare Giulio Gallera intervistato ad Agorà.

IL CARROCCIO ALL’ATTACCO DEL PREMIER

Ma le sue parole scatenano un putiferio e rompono il fair play che c’era stato finora anche con i governatori leghisti, riportando in primo piano lo scontro in atto con Matteo Salvini. «Conte usa parole quasi fasciste, evoca i pieni poteri, si dimetta», ha attaccato Riccardo Molinari, capogruppo leghista alla Camera. «Insultare la Lega e Salvini è davvero demenziale. C’è qualcuno che gode perché i morti sono in Lombardia», ha detto Salvini su Facebook. «C’è qualcuno a sinistra, pochi per fortuna a godere dei morti… Ma voi davvero non state bene». «Ora è il momento di stare uniti e sperare o, per chi crede, pregare», ha aggiunto.

IL TAVOLO DI COORDINAMENTO PRESSO LA PROTEZIONE CIVILE

Il presidente del Consiglio intanto ha istituito un tavolo di coordinamento quotidiano tra governo e Regioni nella sede della Protezione civile. L’obiettivo è anche prevenire episodi come quello della quarantena imposta in Basilicata agli studenti che tornano dal Nord. O della sua telefonata, a conferenza stampa in corso, al presidente delle Marche Luca Ceriscioli che stava per annunciare la chiusura delle scuole: il premier gli ha chiesto di non farlo e il governatore, immediatamente, si è adeguato.

LA RISPOSTA DELLE REGIONI

Anche con i governatori del Nord, che fronteggiano il contagio, Conte sceglie la linea del filo diretto, mentre Salvini cannoneggia il governo. La situazione si è fatta incandescente nella tarda serata di lunedì quando il premier ha detto che per governare l’emergenza il governo è pronto non solo, come annunciato dal ministro Francesco Boccia, a impugnare decisioni fuori asse delle Regioni, ma anche a intervenire al loro posto in materia di Sanità. «Un’idea irricevibile e per certi versi offensiva», ha commentato il lombardo Attilio Fontana, che ha rivendicato quanto fatto dalle Regioni aggiungendo che a questo punto inizierà a ricordare di aver avvertito il governo un mese fa dei rischi di contagio. «Qualche risposta è mancata dal governo», ha attaccato pure il ligure Giovanni Toti. Si è rotto così lo spirito di unità nazionale che aveva segnato finora la gestione dell’emergenza. Conte ha annunciato anche un «tavolo con tutti i partiti» a Palazzo Chigi a cui ha intenzione di invitare anche Salvini. «Ma la smetta di speculare», ha ha sottolineato spazientito. Il leader della Lega era sembrato abbassare i toni, dicendosi pronto a collaborare con proposte e rispondere a una chiamata del premier. Ma in realtà non depone le armi, sposta solo un po’ più in là, a emergenza placata, la richiesta di dimissioni di chi nel governo si è mostrato «incapace» perché «ha aspettato il morto per agire».

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Pietro Anastasi aveva Sla e ha chiesto la sedazione assistita

Il figlio del calciatore morto il 17 gennaio ha raccontato la malattia del padre: «Ha scelto lui di andarsene».

Il calcio italiano dice addio ad una sua leggenda, Pietro Anastasi, campione d’Europa in maglia azzurra nel 1968 e indimenticato attaccante della Juventus e dell’Inter. L’ultimo saluto a ‘Pietruzzu‘ è previsto nella sua Varese, dove si è spento il 17 gennaio a 71 anni dopo una lunga malattia: la Sla, come ha fatto sapere all’Ansa il primogenito Gianluca. «Gli era stata diagnosticata nel 2017 dopo essere stato operato di un tumore all’intestino. Gli ultimi mesi sono stati davvero devastanti e lui giovedì sera ha chiesto la sedazione assistita per poter morire serenamente». Una scelta che Anastasi, che ha saputo della Sla solo nel 2019, ha fatto da solo: «Ha chiamato mia mamma e ci ha detto di volerla subito». L’apertura della camera ardente, organizzata all’interno della sala comunale Estense, è prevista per le 10 del 19 gennaio, i funerali nella basilica di San Vittore il giorno successivo.

IL 19 GENNAIO UN MINUTO DI SILENZIO PRIMA DELLA PARTITA DELLA JUVE

Domenica 19 la Juventus ha deciso di ricordarlo osservando un minuto di silenzio all‘Allianz Stadium e scendendo in campo col lutto al braccio. La Figc ha deciso invece che la Nazionale porterà il lutto al braccio nell’amichevole del 27 marzo a Wembley, contro l’Inghilterra e ad Anastasi sarà dedicata la prossima partita delle Leggende Azzurre. «Salutiamo una leggenda del calcio italiano, un giocatore straordinario, ma soprattutto una persona di grande spessore stimata e apprezzata da tutti. I suoi valori morali e tecnici eccezionali siano viva testimonianza per le future generazioni», ha detto il presidente federale, Gabriele Gravina.

IL RICORDO DI FIORELLO

E proprio le doti umane straordinarie fanno il paio con le sue doti di grande attaccante nei messaggi di ricordo e cordoglio di tanti ex campioni e uomini di calcio, che lo hanno conosciuto ed ammirato, da Dino Zoff a Sandro Mazzola, a Giuseppe Marotta, suo amico da mezzo secolo, a Maurizio Sarri. Anastasi era anche l’idolo di tanti tifosi siciliani e meridionali, anche se non juventini o interisti, come ricorda in un messaggio Fiorello: «Grazie Pietro. Eravamo fieri di essere tuoi corregionali. In un tempo non facile per i meridionali che arrivavano nel Nord Italia». A Varese era molto amato, come sottolineano il sindaco e il governatore della Lombardia, Attilio Fontana: «Con la maglia biancorossa della mia città, lui giovane siciliano catanese, ha iniziato una brillante carriera. Per chi ha vissuto il calcio della fine degli Anni ’60 e ’70 è stato un ottimo attaccante. Per me, varesino, è stato un ‘grande’».

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Terremoto in Albania, le reazioni discordanti della Lega

Il vicepresidente della commissione Esteri Paolo Grimoldi invita Conte a occuparsi prima degli italiani colpiti dal maltempo. Ma il governatore lombardo Fontana invia aiuti.

Mentre l’Italia si mobilita per aiutare la popolazione albanese colpita dal sisma, dai banchi della Lega Paolo Grimoldi, vicepresidente della commissione Esteri della Camera invita a pensare prima agli italiani, in ginocchio dopo l’ondata del maltempo. «Il premier Conte annuncia l’immediato invio di squadre di soccorritori e tecnici in Albania per prestare aiuti dopo il sisma? Nobile gesto», fa notare il leghista, «giusto aiutare chi ha bisogno, ma in questo momento l’Italia è in ginocchio per il maltempo, abbiamo centinaia di sfollati in diverse Regioni, come Liguria, Lombardia e Piemonte, abbiamo strade franate, comuni isolati, danni enormi in diverse località. Giusto aiutare l’Albania, ci mancherebbe, ma prima pensiamo a casa nostra e ai nostri cittadini e lasciamo ad altri Stati Ue i soccorsi all’Albania. E già che ci siamo, perché Conte non ci ripensa sul no alla richiesta di stato di emergenza presentata dalla Lombardia?».

LA LOMBARDIA PRONTA A DARE SUPPORTO

Fa pensare però che sempre in casa Lega proprio il governatore della Lombardia Attilio Fontana non solo esprima «vicinanza e solidarietà al popolo albanese» ma si impegni anche a «sostenere, per quanto di nostra competenza, ogni azione mirata a garantire un supporto concreto» al Paese. Il ministero dell’Interno, continuano in una nota Fontana e l’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera, «ha attivato l’intervento immediato della squadra Usar (Urban-Search And Rescue) specializzata nell’individuazione e nel disseppellimento delle persone travolte da macerie e altri materiali». La Regione Lombardia, «attraverso l’Areu partecipa a questa particolare spedizione attraverso personale sanitario specializzato composto, per ora, da un medico e un infermiere e da una squadra formata da 4 specialisti con un elicottero attrezzato con visori e dispositivi per la guida e le ricerche notturne».

LA SOLIDARIETÀ E GLI AIUTI DEL VENETO DI LUCA ZAIA

Lo stesso vale per la Regione Veneto guidata dal leghista Luca Zaia, partito per l’Albania , che ha dato la disponibilità per la partenza della Colonna mobile della protezione civile regionale verso l’Albania.

«Il Veneto conferma anche in questa occasione di sempre in prima linea nel portare aiuto nelle emergenze», ha detto Zaia.

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